Violazioni del setting

 

D’estate mi capita di pensarti. E’ successo quest’anno che non t’abbia pensato mai mi pare, o quasi mai, mai con un pensiero ordinato e continuo, quello che porta a una certa categoria del sentimento e dello stato d’animo. La categoria degli alberi al crepuscolo, e della luce obliqua sui muri a calce, ossia il magone delle domande inevase ai morti.
Oh no scusa, non è preciso. Ti ho pensato un giorno di febbraio, con riottosa ed edipica interlocuzione, sistemavo dei cuscini dopo una seduta avevo appena ricapitolato le cose dette a un paziente, e credo di averti detto qualcosa come: lo vedi?
Noi, figlie immaginarie che siamo gelose della morte.

Queste mattine mi alzo presto e studio un po’, libri di colleghi nostri americani e spumeggianti di rigore, celestialmente geometrici nelle loro apollinee deduzioni, a me più vicini per un certo modo marziale che ho di procedere nei ragionamenti, ma che tu avresti invece guardato con il rispetto che si deve ad altri grandi vecchi assai stimati, ma i cui libri rientrano nel novero delle scarpe di cattivo gusto, per uomini rampanti e senza dubbi.

Mi mettevo a litigare con te allora già stamattina, Luigi caro, a dirti tutte le cose che non ho fatto a tempo a dirti, a consumare il diverbio che non abbiamo mai consumato, perché tu sei finito di essere quando io ho appena cominciato, non si poteva ancora capire bene i nostri gusti diversi in fatto di scarpe, ero li che da sola con questo brillante saggio sul metodo (Gabbard) e scalpitavo come un cavallo giovane a dirti tutte cose positiviste e sacrosante.
Poi però mi è successo che è suonata una campana mi sa, o deve essere stato per via di un piccione su un tavolo (studio in un bar queste mattine) questo piccione mi ha portato un ricordo, che dovrei custodire con più gratitudine e affetto. Un ricordo che è una medicina, e un manuale di intervento clinico.

Che noi ci vedemmo una volta  – sarà stato vent’anni fa ed era uno di questi giorni caldi, e abbiamo fatto una passeggiata intorno a Piazza Venezia, e quelle vie dietro e molto scomode per te (col bastone) per me (con i tacchi). Sarà statala terza o quarta volta che ci vedevamo io e te da soli, la prima a a Roma. In quella passeggiata fu chiaro, che io non stavo affatto bene, non ero mai stata affatto bene, e al di la della vanagloria e delle scostumate ambizioni, bisognava che corressi ai ripari, e che dunque mi si trovasse un analista per me.
Passeggiavamo, parlavamo anche, e tu facevi domande molto delicate, quasi salottiere. Stavi sul mio registro di allora: un’isola di  sicura superficie, da cui affacciarsi con distratta e (terrorizzata) prudenza.

Stavamo dunque in piazza, credo piazza Zanardelli, e tu con lo sguardo avanti concentrato  mi dicesti questa cosa che per me fu incredibile. Tu dicesti: bisogna trovare qualcuno che sia molto bravo, molto solido, non dovrà innamorarsi di te che sarebbe un guaio, e con te non è affatto facile.

Questa frase che tu hai detto, quando mi identificavo con uno scarafaggio, un cane goffo e senza speranze, è stata per me nel tempo un amuleto e un saggio sul metodo. Il punto non era che tutti gli analisti si sarebbero innamorati di me davvero, ipotesi che possiamo gentilmente scartare con un solido sorriso. Il punto non era neanche che tu potessi essere innamorato di me – tu cercavi femmine lunari come i tuoi libri, saturnine come la tua vocazione, avevi sposato una premier dame di una eleganza misteriosa e inquietante. Né bisogna dire (nonostante i richiami all’autocoscienza del tuo angelico collega) che siano poi così tanti gli analisti che s’innamorano sconsiderati delle pazienti, ma tu ritenesti questa cosa ovvia e possibile, il che fu un messaggio nella bottiglia alla ragazzina maldestra che è ero.
La donna adulta di ora pensa invece questa cosa, che l’analisi è prima di tutto una serie di messaggi nella bottiglia, un lavoro di azioni emotive e intellettuali, un fare in modo che l’altro entri in una rotazione sentimentale ed epistemica del suo sguardo. Se fossi stata una tua paziente, saresti stato in grado di dire la stessa frase.

Ciao caro, stai bene, mi manchi.

 

(qui )

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Senza fine

La madre lo vede con la testa curva sul foglio, e certamente come prima cosa pensa, devo portarlo dall’oculista, quando io scrivevo così di li a poco si capì che non ci vedevo bene. Poi ritorna a osservarlo, la luce obliqua del pomeriggio gli agguanta la schiena, sul vetro scintilla il rumore delle cicale, il verde dell’estate e pure la sua concentrazione.
Lei si commuove.

Il figlio compila complicate liste di canzoni, accanto ai titoli i nomi degli interpreti. L’aveva trovato qualche mese prima, con i calzoni corti e almeno un piede fuori dall’infanzia – attaccato alla radio, in un rapimento carbonaro e onirico, uno stato di intima esaltazione.
Non si era accorto di lei.
Lo aveva invidiato. E ora, continuava a invidiarlo terribilmente, e per ancora un altro po’ l’avrebbe invidiato di una invidia materna e gentile, perché lui ora si appresta ad attraversare la stagione unica e irripetibile della scoperta e colonizzazione di un universo sconosciuto e intricato –  soavemente inutile, quanto terribilmente indispensabile.

(Aveva avuto due anni più di lui – e che saranno mai – quando ragazzina si metteva accanto al registratore, ad ascoltare ossessivamente ed estaticamente le stesse canzoni, a riscoprire la magia di una reazione, la voglia di ballare quella di piangere quella di cantare. Altri due anni e se ne sarebbe copiata i testi, avrebbe tentato maccheroniche traduzioni. Altri due ancora, e un cantore sarebbe diventato il poeta di un amore senza zelo e di destinazione imprecisa, altri anni e tutto quell’apprendistato sarebbe stato una scuola d’orecchio e di identità, e come dal mare dell’esperienza sonora e variegata, sarebbero emersi i suoi gusti complicati di oggi, insieme a buona parte di quello che lei è ancora nella vita e nelle cose, e certo l’amore figlio mio, si impara l’amore con le canzoni).

Ciao mamma le dice distratto, e lei avvicinandosi getta gli occhi sul foglio e constata il carattere metodico degli elenchi di suo figlio – pensa che in quello stile così completo c’è un qualcosa che non la riguarda, ci rivede il padre che organizza i suoi dischi per data di nascita dell’autore, molti dischi bisogna dire, molto molti, e questa trasmissione genetica del metodo, e forse la trasmissione obbligata di due geni dominanti tra i migliori di quelli a disposizione in quella partita, le lascia un paesaggio sereno all’interno del suo carattere difficile  -per il resto della serata.

(Qui.)

Sinistra. Adesso.

 

Lo fanno sempre di meno, ma quando i più critici del governo Renzi chiedevano la differenza tra destra e sinistra, allo stato attuale dell’arte, io pur riconoscendo che questa differenza oramai sembrava riguardare due tonalità di colori pastello così contigue da essere difficili da discriminare, avevo abbastanza chiaro il fatto che lo scranno del potere avrebbe reso facile l’individuazione, e se il rosso carminio del partito comunista con gli anni era diventato il rosa pallido di una borghesia in uno stato di inpasse, era facile da prevedere che il grigio al potere non si sarebbe dimenticato di tornare a essere nero – non per ontologia della destra ma per modesta pasta intellettuale e umana della nostra classe dirigente.
I vecchi discorsi sul linguaggio che faceva la sinistra, e che con la sinistra ( o quello che volete voi, la finta sinistra chiamatela vi pare) suonavano poco consistenti riferiti a cose astratte (oh quanto abbiamo riso su “la narrazione”!) stanno rivelando la loro sinistra – per l’appunto – verità ossia che la differenza capitale tra un Minniti e un Salvini è in un dosaggio di cinismo che riguarda non tanto le scelte pratiche verso gli immigrati in mare, ma il modo di parlarne. Il modo di parlarne di un Minniti, era quello di dire cerco di arginare (cinicamente un problema) mantenendo toni antirazzisti nella comunicazione, tuttalpiù classisti, mentre Salvini di fatto aizza all’odio razziale, con conseguenze immediate nella vita quotidiana di tutti, in primo luogo naturalmente, degli immigrati di prima e seconda generazione che vivono qui, anche regolarmente registrati e contrattualizzati. Non so cosa vi è capitato nel vostro privato: nel mio (io abito a Roma) nelle ultime due settimane ho registrato: il pestaggio di un gruppo di badanti indiani a Montesacro, un nuovo picco di insulti e aggressioni a sfondo raziale nella quotidianità della comunità eritrea a Ottavia, e per quel che riguarda la mia zona di vita e di lavoro – Ostiense – un numero piuttosto impressionante di persone – fateci caso, è importante, tutte con un lavoro o una relativa posizione di sicurezza economica: commercianti, impiegate – che dice cose che banalmente, fanno piuttosto schifo. Cose molto brutte, che scandalizzano, che in primo luogo ledono una concezione basica dell’umano, ma che alla fine, non vi credete, ricadranno sulla qualità della vita di tutti, non solo dei discriminati che patiranno un peggioramento della loro vita, ma di una collettività che ci perderà in termine di ordine pubblico, nuovi conflitti difficili da arginare, scarsità di risorse reali per contrastarli. (Sarebbe interessante in questo senso, chiedere al personale di polizia, e carabinieri, cosa pensano di questa nuova ondata di grane da risolvere che si staglia all’orizzonte).

Rigirando un po’ la prospettiva non c’è un momento più propizio per l’emergere di una nuova sinistra, perché questo razzismo al momento è l’unico argomento in campo di una anticipata campagna elettorale, che svolge l’unico attore politico con abbastanza sale in zucca da capire di non avere intorno a se neanche il minimo garantito di avversari politici, argini, controproposte. La lega è al governo con una proposta molto chiara, circostanziata, e che non ha paura della propria identità (fascista) né va detto, siccome tra i suoi adepti la patologia dominante non è il narcisismo, non si è andata dividendo in mille rivoletti tra chi ha il cazzo altruista più lungo. Non ha cioè i problemi identitari dei cinquestelle la cui ossessione al funzionamento delle cose li ha trasformati in patetiche banderuole da poltrona, cosa che ne ridurrà consistentemente l’elettorato alle prossime elezioni, né le deliranti gare di insulti, inaugurate da Renzi ma continuate con livelli di spocchia indicibili nella galassia della sinistra, che è diventata una nauseabonda gabbia di boriosi, dove tutti pd e extra pd a pari merito, più che mai si vantano di sapere benissimo cosa vuole l’elettorato, cosa è il bene e il giusto senza riuscire a muovere una paglia, tanto sono presi a trombare tra loro, ognuno teso a prendere molto sul serio se stesso, e simultaneamente a squalificare la buona fede dell’altro. La sinistra è diventata un coacervo di oggetti politici a percentuale ridotta lamentosi e inaffidabili, profeti di una bontà d’animo di facciata scarsamente consapevole della realtà.
Rimane però un obbiettivo che è il miglioramento del paese nelle sue condizioni economiche e politiche, e mi pare che l’attuale ministro Salvini si stia alla fine rivelando un pessimo Ministro degli Interni, iscritto in una compagine governativa incapace di esprimere qualcosa di sensato. La politica di questo governo sembra voler dire che immigrati rom sono il problema principale del paese di cui è necessario occuparsi. Questo perché quello specifico gruppo di cittadini di cui sopra – la borghesia media e piccola in varie e materiali difficoltà si dichiarano esplicitamente invidiosi dei privilegi che nella loro modesta qualità di vita non sentono di poter godere. Agli immigrati si da una seconda chance che loro non hanno avuto, e si offrono condizioni transitorie quando accade ( i famosi 35 euro al giorno negli alberghi) che sembrano ingiuste alle persone che per mantenere un dignitoso tenore di vita debbono portare avanti le attività di sempre con molta fatica materiale. Siccome il di più in Italia, la crescita personale a una qualità di vita migliore sembra essere impossibile ci si arrabbia con chi sembra avere un decollo gratuito.

Il fatto è che – come sanno destra sinistra e centro – non è l’accoglienza degli immigrati a tenere in scacco il pil, non sono i 35 euro a tenere in ostaggio i concorsi pubblici, non è la cura medica agli approdati a impedire il risanamento della sanità pubblica, e a dirla proprio più a chiare lettere, in un paese con una natività pro capite tra le più basse nel mondo, non sono certo i nuovi immigrati annui in più (posto che si fermino in Italia) a frenare il risanamento di un’economia nazionale, perché mi si perdoni la boutade: un ragazzino italiano potrebbe costare allo stato molto di più di un adulto immigrato messo nelle condizioni di essere contribuente, e anzi quae cum ita sint, mi pare che l’unica possibilità di sopravvivenza dell’INPS è nell’ingresso di nuove energie che vengano da nuovi lavoratori, perché quelli nostri invecchiano e giustamente arricchiscono le fila dei mantenuti.  A questo proposito si veda a questo articolo di Davide Colombo uscito sul Sole 24 ore nel giugno 2017,  dove si allude al contingente di contribuiti versati dai lavoratori immigrati che per maturazione di anni di lavoro, o perché rientrano in patria dopo anni di in Italia non vengono riscattati – sono soldi (nell’ordine di MILIARDI) regalati allo Stato Italiano.

L’altro fatto però è che, questo paese non riesce a essere sbloccato. Per quanto mi riguarda la linea tenuta dal governo Renzi fino alla scellerata politica del premier sul referendum aveva dei meriti, che purtroppo la successiva cannibalizzazione della sinistra a opera sua ma anche ad opera di detrattori ha definitivamente demolito. Quanto meno c’era però un pensiero un tentativo di sblocco del mercato del lavoro – era una buona direzione e credo non a caso la chiave di volta del suo iniziale successo. Ora io so che ora a Sinistra lo sport nazionale è dire quanto era cattivo Renzi, ma vi prego di astenervi qui, perché il punto è un altro. Il punto è che il mercato del lavoro insieme a un progetto politico che tuteli quel che rimane del welfare sono le chiavi di volta della possibile campagna elettorale di una reazione che venga da sinistra e che spieghi per bene come non è prendendotela con quello che è arrivato e che è sicuramente più morto di fame di te, che si risolleveranno le tue sorti. Perché quando ti toglierai dalle palle la badante filippina della signora borghese, quando ci andrà la badante italiana (posto che se ne trovi facilmente una) non avrà una paga migliore, e ti si dice che il problema è di colore quando il problema è di classe, e di rapporto tra le classi. Il colore ossia, occulta lo scopo ultimo che è quello di stritolare le classi meno abbienti mentre non si mette mano agli effetti residui della corruzione sul servizio pubblico, che ne inficia sempre di più la possibilità di intervento. Quindi il primo punto in agenda è riproporre una politica globale sui temi del lavoro, disoccupazione, abitazioni etc.

Infine esiste un terzo fatto, che una volta superato lo sbigottimento inziale, può dare linfa a un nuovo decollo a sinistra. Le sortite di Salvini, hanno portato in campo l’odore di fantasmi totalitari del passato: l’angoscia di antiche prassi. Il censimento dei Rom ha tristemente, e secondo me giustamente ricordato, l’anticamera delle leggi razziali, e la disinvoltura con cui ti capita di sentire esprimere commenti razzisti ha dato l’idea che oggi potrebbe ritornare l’allora. Insistere sulle somiglianze aiuta certo una presa di coscienza, ma è anche una sorta di karma collusivo con la debacle che rende corresponsabili. Se l’umanità è sempre la stessa, sempre composta dalle stesse debolezze, miopie e stanchezze, le circostanze materiali sono davvero cambiate, e anche quelle culturali. C’è una cosa che non si può dire esplicitamente all’elettorato ed è per esempio che le condizioni economiche del paese, se non tutto in diverse aeree non sono le stesse di ottant’anni fa, anche il grado di istruzione non è lo stesso di ottant’anni fa, e anche il grado di comunicazione fra soggetti, circolazione dell’informazione non è lo stesso di ottant’anni fa. Un sacco di persone continuano a stare molto male, e hanno il diritto a stare meglio, e questo è un obbiettivo politici di primo grado, ma possono pensare il proprio stare meglio tramite un discorso complesso, che tolleri l’inclusione di altre forze nel mercato del lavoro, possono permettersi di non cadere nel ricatto della pancia e del peggio di se. Al contrario di tanti a sinistra, che ogni tanto indicano a destra dicendo: guardate come sono bravi questi nella comunicazione, io invece rivendicherei un modo di parlare, un modo di concepire il reale, un tipo di opinione pubblica di giornalismo e di comunicazione politica che è venuta con il dopoguerra, e che prende sul serio l’elettore per la sua capacità di ragionare, non per la sua soglia di erezione.   Se vogliamo fare un discorso sulla comunicazione di sinistra, sarà giusto togliere gli orpelli retorici accessori e di classe, gli sciovismi capalbieschi, le erre mosce di ritorno, ma non ha alcun senso scimmiottare uno stile comunicativo che è un modo di pensare, sia perché come si dice, di fronte all’originale non si sceglierà mai una copia, sia perché non è davvero difficile capire che questo originale al momento, questa idea tribale della politica e degli elettori, non porterà a niente di buono.

 

Un amore.

Aveva quasi trent’anni, gambe lunghe su costumi neri, capelli di paglia secca, occhi di un verde a dire il vero cattivo. Una donna, di uno strano charme magnetico, nata tenace severa, ostile ai sentimenti, al sangue a tutti i semitoni della tenerezza. Lui che era un ragazzone cinematografico, i fianchi stretti e le spalle importanti, un gangster magnifico con la giacca e pantaloni chiari dell’estate, aveva lasciato la scuola presto per andare a lavorare, e aveva lasciato il lavoro presto per finire nella macchia della resistenza. In quelle retrovie terragne e impietose doveva averla incontrata, e essersene innamorato. Forse l’avrà vista fumare con un vestito nero, o l’avrà ancora meglio sentita parlare di cose politiche, l’avrà vista abitare quella che sarebbe stata la loro casa per sempre. La sintassi precisa, il tono spietato, una cultura che doveva suonargli spiazzante.
Si era laureata presto, con una figlia delegata ai genitori e dopo che un marito l’aveva lasciata.

C’è da credere o quanto meno da immaginare che una serie di sillogismi mozzafiato, e alcune declinazioni di pacifico sarcasmo, addosso a tutte quelle gambe, gli abbiano dato alla testa, forse più del corpo da guerrigliera- che poi non faceva altro che portare scomodi dispacci con la bicicletta per le vie di montagna, si diceva tra se e se in estasi, e che sarà mai, che bionda incredibile.
Ma forse, si era innamorato di lei per l’obbligo che sentiva a condurla alla levità, per esempio obbligandola a ballare in balera, attività per cui era assolutamente negata, e in cui incideva lignea e maldestra colla sigaretta in bocca, lo sguardo tetro, pestando piedi di cristiani e di atei, tutti compagni certamente, ma tutti zoppi dopo. Gli piaceva costringerla a ridere della sua scarsa dimestichezza con la carne, la sua marmorea estraneità all’umorismo. Era una donna che non capiva le barzellette, e ogni galante battutista prima di lui era stato falciato da uno sguardo impassibile.

Forse si innamorò anche del latino, dell’italiano forbito. La guerra gli aveva lasciato una carica prestigiosa, che lui avrebbe svolto con l’eleganza che concedono un fisico atletico, un’onestà intelligente, e la dedizione tipica di una generazione e di un mondo, ma gli bruciava dentro la terza media, i pochi libri, il dialetto asciutto delle zie e delle nonne. Se la prese nella vita con fermezza, la obbligò a portare con lui la sua bambina ora ragazzina, le insegno a godere di cose sciocche, la portò ad avere persino degli amici e delle amiche. E lei lo avrebbe assecondato con fatica, questo giovanotto, con quasi dieci anni meno di lei e un cuore così acuto.

 

Si amarono e furono felici.

 

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Riflessione sul genere molto veloce e senza virgole

Se si mettono a confronto l’evoluzione delle due più grandi scuole di matrice psicodinamica, la freudiana e la junghiana, se si guarda in prospettiva storica o sociologica quel che è stato di maestri e discepoli,  e soprattutto discepole, si constata una questione curiosa per cui Freud, che è stato titolare di una teoria aspramente criticata dalle femministe, considerata a ragione maschilista o anche storicizzata, o anche rivedibile, ha messo al mondo una serie di teoriche e analiste autonome rispetto al padre, capaci di pensiero originale, e come soggetti originali riconosciute. Jung invece – come già qualcuno ha osservato, il cui impianto teorico poteva adattarsi meglio ai contenuti dei cambiamenti sociali e dei rapporti di genere, non ha messo al mondo pensatrici originali  – l’unica davvero capace l’ha nel complesso coartata  – ma tuttalpiù ha generato una serie di disciplinate vestali. Il discorso trascende il genere, perché in effetti io da junghiana invidio la maggiore vitalità della tradizione post freudiana che ha radici in altre e più vaste questioni che riguardano i rapporti di genere, ma ora mi trovavo a riflettere proprio sui rapporti di genere, e in particolare su quanto siano più dirimenti le azioni, le modalità relazionali piuttosto che le letture del reale, le interpretazioni. O meglio, quelle letture e interpretazioni sono importanti, sono vitali nel guidare le azioni, ma il primo potere è delle azioni.  E’ nota l’organizzazione che aveva Jung con i suoi e il numero di colleghe che sono state sue amanti, come d’altra parte è nota la modalità un po’ rigida ma rispettosa, di Freud con le sue colleghe e allieve. Magari teorizzava pure l’invidia del pene, ma sul piano di realtà la società analitica negli albori è stata uno dei mondi professionali più aperti alla realizzazione delle donne dell’Europa novecentesca.

Pensavo a queste cose mentre riflettevo su tutt’altro, o sia sull’educazione delle nostre bambine e dei nostri bambini. Pensavo alle bambine soprattutto, e al desiderio di volerle felici libere e complete. Ci pensavo perchè a volte ho la sensazione che la teoria venga sopravvalutata e che si sopravvalutino certe piccole prassi tipiche dell’infanzia, quando invece trovo dirimente l’esempio genitoriale, come il padre e la madre sono tra loro, cosa dicono ai figli, e il grado di rispetto reciproco e di rispetto per le bambine che mettono in campo. Una madre lavoratrice che discute con il marito tra pari, e un padre che parla seriamente con la sua bambina delle cose della scuola e dei suoi vita, vincono su plotoni di barby, su vagonate di cicciobelli, su chili di vestitini rosa.  E mentre vedo nel tuffo al parossismo del genere un passaggio identitario che mi sembra funzionale alla crescita – quella cosa dei bimbi piccoli: maschi ruspa femmina bambola, che nel mio privato ho osservato senza la mia minima interferenza o intenzionalità) ho il timore che la sua negazione sia una sorta di teoria astratta e non applicata al meglio. I meccano alle bambine non basteranno mai, se sul piano relazionale non c’è un modello di rispetto dell’altra. Una tutela della sua identità. Se c’è quello, se c0è quel modello, nella rappresentazione tradizionale del genere ci si può financo sdraiare.

Fioretto

Suo padre era schiantato lasciando la casa a metà, col tetto ancora da fare e da godere, s’era infartato intorno ai settant’anni, come a lasciare anche la sua vita senza cappello, senza pensiero. Aveva detto di sentirsi un malore, ed era scivolato dalla sedia, come una foglia che cade da un albero.
Era un uomo magro e poteva sembrare leggero.

Al figlio era rimasta questa mezza casa nella macchia, e le pile di giornali dove il padre s’era cerchiato le parole con la penna rossa, e le convinzioni anche, vi è da dire. Aveva lavorato un vita nei campi degli altri e a un certo punto con la moglie era arrivato un prato un po’ scosceso, degli alberi –  uno spazio dove mettere qualcosa di più di un tavolino.
Ci si era messo le domeniche, una domenica sull’altra come legna nella riserva, ordinato e ambizioso. S’alzava presto e si vantava agli occhi di se stesso: sono un uomo che sa fare tutto, che non si ferma, che dal nulla lascia al figlio una cosa, anzi, una casa.

(Il figlio per la verità come primissima scelta s’era preso le parole cerchiate e le convinzioni, ci aveva fatto un destino e una carriera, uno storico delle parole e delle idee era diventato, all’ombra delle domeniche del padre accatastate nel cantiere personale, e mentre quello costruiva la casa meravigliosa la casa signorile di una borghesia onirica e campestre,  il figlio obbediva al mandato facendo fascinosi concorsi, prendendosi cattedre esoteriche conquistandosi stipendi astratti come i disegni delle pubblicità sul suo giornale)

Dopo la morte del padre, cogliendo il dovere di mettere il cappello alla vita interrotta e alla casa a metà, aveva poi finito i lavori, con la cessione del quinto, con la pazienza della moglie, con la testarda affezione a un testamento in forma di sogno, infissi di rovere eh, e cancello di ferro battuto, una cucina di maiolica e raffinata modestia.
Perché forse, nel sogno del padre ci s’era messo pure lui

(e delle parole cerchiate in rosso che ne era stato?
Dalla finestra centrale si vedevano degli alberi – lecci, per lo più – dritti fino al cielo, selvatici e ospitali. Ci abitavano poiane e forse qualche fagiano, sicuramente dei picchi. E tutti dicevano al figlio di tagliargli quegli alberi, che ci sarebbe venuta tanta legna, e una vista sulla vallata davvero importante. Ma i tempi sono bui, sono pieni di campi vuoti, e almeno in quella radura, pensavano le parole cerchiate in rosso nella testa del figlio, le bestie – e non solo le poiane ma anche i gufi, e i tassi, e pure i bruttissimi sorci – avrebbero continuato ad avere una casa).

 

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Ciao Philip. Un saluto molto sofferto

Se proprio m’avesse dovuta mettere da qualche parte, sarei stata una di quelle prime mogli da cui essere incantanti per i primi dieci minuti della tardiva adolescenza del protagonista, per poi essere gloriosamente cornificate nella restante parte del romanzo e descritte con corposa malagrazia nelle comparsate di fondo trama. Oltretutto, io e le mie consoce, ebree o intellettuali abbastanza intelligenti da amare i suoi libri, alcune persino così brillanti da farci una carriera accademica attraverso, non avremmo neanche potuto blandamente concorrere al trono narrativo della Grande Madre, le pagine immortali del parzialmente riuscito Complotto contro l’America dove quella meravigliosa signora era stata capace di tranquillizzare al telefono il figlio di un’altra, mentre l’ossessione fascista incalzava allucinata e persecutoria.
Questo amore non corrisposto, questa nevrosi divenuta stilema non gliel’ho mai perdonata, la buona scrittura di Roth ha reso, sicuramente suo malgrado, il suo sessismo un contenuto politico, e come tale l’ho trattato e pensato – per quanto il mio sguardo professionale ne abbia sempre sospettato radici private più che culturali. Le madri ebree sono spesso intellettualmente forti, e molti colleghi di Philip ne hanno fatto ritratti pacificati e fedeli, capaci di gentilezza. Ma se fossi uno scrittore non vorrei che si facessero dietrologie analitiche su un privato mio altrimenti inaccessibile, mi sono tenuta le mie congetture professionali e il mio dispiacere narcisistico.

In ogni caso, col tempo ho guardato allargarsi l’irrimediabile distanza con l’autore di cui ho collezionato prime edizioni italiane. Col tempo l’ho pensato e trattato come un oggetto politico più che come un oggetto estetico, e anche ora che sono così dispiaciuta della sua morte, non me ne pento. Io sono una di quelle che per esempio riconosce la precisa matrice ideologica del Nobel, la sua connotazione storicizzata, il fatto che incarni una classe di valori rispetto ai quali il talento narrativo è solo secondario, e no, non mi sono mai stupita del mancato conferimento. Sotto un profilo politico sono stata soddisfatta di quell’assenza.

La letteratura è piena di scrittori reazionari e ben peggiori chi per talento chi per cattiveria e certamente per conservatorismo, e la materna indulgenza con cui vengono stipati nelle librerie da chi combatte le battaglie che quella prosa non aiuta a vincere è proporzionale a un disinteresse, un affetto mancato, un assenza di parentela. Celine è un grazioso talismano, per dire, Ezra Pound un antico gioiello in fondo al mare, perle rare da mettere in teca, che niente hanno a che fare con la vita. Dopo di loro,  troviamo per lo più animali di talento misurabile con il righello, topini da esperimento accademico, e ancora più sotto,  insetti da inventario, libri senza ristampa, una sequela infinita di pane adatto più ai sociologi che ai critici letterari, o ai cosiddetti lettori forti.

Ma Philip Roth  a una certa generazione di lettori, e in particolare di lettori ebrei, ha regalato la narrazione di un mondo, ma a dir meglio di un certo modo di essere ebrei: l’ebreo che non è ebreo ma lo è lo stesso, che litiga con i padri ma mai del tutto, che celebra mediante dissacrazione, e quindi come ogni dissacrazione che si rispetti, torna a sacralizzare: non c’è niente di più pio, di più edipico di una bestemmia. Alla nostra adolescenza culturale, noi ebrei figli di quelli con lo Shabbat di ordinanza e il Talmud in mano, con i nonni sudditi del collegio rabbinico e della dieta kosher, noi co un piede legato all’identica invincibile e atavica e l’altro nel magma di un presente laico, postmoderno, erotizzato, fluido, noi abbiamo trovato una città, una casa, una seggiola. O anche: una carta d’identità. O anche la letteratura sul nostro linguaggio sulla nostra levità, sul nostro umorismo. E posso immaginare che quella scrittura così precisa, esatta a descrivere un luogo della psiche e del paesaggio abbia dato un abbraccio affettuoso anche ai nostri fratelli atei figli di cattolici devoti, i nostri compagni di corso alle lezioni su Marx ed Hegel, i nostri amici di calcetto con la nonna a messa che però a messa non ci andavano più. Negli anni della morte delle grandi ideologie, noi che stavamo all’elettrizzante fresco dell’aria aperta ci sentivamo felici e nobilitati. Leggere Roth ci faceva sentire intelligenti, certe pagine riuscite con addolorata precisione, ci davano pensieri decorosi e non indegni, il cinismo – pane del mio mondo e della mia generazione – e certe sue romantiche dolcezze non erano più immorali, ma anzi l’esito di una consapevolezza perfino tragica. Quest’uomo con un talento importante per l’estetica e un consistente carattere di merda ci ha fornito una cuccia, ci ha fatto capire delle cose di noi stessi.

Di quella restituzione identitaria e del piacere nel trovarla così narrata, anche se per me e per tutte le giovani ebree non c’è stato mai gran posto, sono stata molto grata. Da Addio Columbus in poi,  ha edificato nella lettura una relazione e un affetto persino una gratitudine che ora mi commuove. Philip Roth come l’amico più grande degli anni più belli, Philip Roth come il ricercatore a contratto che spiega le cose agli studenti troppo amici, Philp Roth come il cugino fico con cui sperare di uscire una sera, quello giovane come te ma un po’ di meno da ammirare, perché parla di te.

Poi tu diventi un altro, l’affetto non si cancella, neanche una comprensione profonda, il tuo rapporto col sacro migliora più di quanto sia successo a lui, il tuo stare nella vita non si riconsce più nel suo, e rimane questo strano affetto, strano davvero tantissimo, persino tenero ora che se ne va e pure consapevole di questa distanza di carne di ossa, di pensieri, di stare al mondo. E forse questo non è un gran post di critica letteraria, io d’altra parte faccio un altro mestiere, ma testimonia di quella visceralità che c’è in certe letture, nella vita di un lettore forte.

Quindi ecco, Philip volevo dirti – Uffa. E poi ciao. Grazie.

 

Un post banale

 

C’era  un certo punto di flessione, di non ritorno nelle sue amicizie di ragazzina, che combaciava con il momento in cui una delle due amiche pensava dell’altra: “ora non la chiamo più e vediamo se mi chiama lei”,  “vediamo se mi dice qualcosa”, “vediamo”. E siccome quel punto di non ritorno era in realtà la radice di uno scisma, la punta dell’iceberg di una differenziazione incipiente e in quell’era della pelle e delle ossa – poco gestibile, anche quando fosse arrivata la telefonata attesa, non poteva saziare le aspettative, non era veramente profondamente interessata, la telefonata attesa obbediva a un presunto senso del dovere verso l’amicizia come Totem, come altare sotto cui deporre testimonianze di devozione.

L’altra, la telefonante colpevole, l’obliatrice di attenzioni necessarie, percepiva questa sostituzione della spontaneità con un atto di dovere, l’inquinamento dell’affetto con il gioco di potere e se ne stava divisa tra memoria delle risate e rancorosa protesta, gratitudine per il passato e pugni sui fianchi, con la leggerezza trasformata in un impegno lavorativo, mentre tutto si asciugava e si cambiava entrambe, ognuna più domestica con la vita propria e con il mondo intorno e meno bisognosa delle dipendenze d’alveare. Una volta telefonava, un’altra no. Entrambe pensavano cose terribili tutte sul fronte dei doveri reciproci, ed occultavano il problema dei punti di svolta della vita, della materia del carattere, della qualità delle cose che si vogliono e non combaciano più. A un certo punto, al fondo di quella perdita di sintonia, si sentivano giudicate l’un l’altra.

Da vecchia, tra i vari sintomi del futuro che s’accorcia e del passato che s’allunga, avrebbe imparato a riconoscere il rischio del punto di flessione, ma anche a gestire amichevolezze con distanze più sicure, in cui possono ficcarsi dentro tante cose, ragion per cui ci sarebbe stato poco spazio per i tradimenti e le sorprese identitarie ma abbastanza profondità di prospettiva per vedere l’interezza del corpo psichico dell’altra, quali sono i gesti routinari della sua anima, quali pietanze sanno cucinare i suoi sentimenti e quali invece non sono proprio in grado, il colore dei suoi atti politici e del suo posto sociale. Non avrebbe più richiesto doveri, non avrebbe più obbedito a ordini, non avrebbe più considerato necessaria una affinità totale e radicale con tutte le parti di se, e se nonostante questa acquisita capacità di stare con le differenze una relazione si dovesse sfilacciare, ora forse sarebbe capace di fare una rimostranza sostanziosa, ma anche di dispiacersi, di aprire una lontananza definitiva o provvisoria, di sopportare questo fatto curioso per cui le relazioni sono come fisarmoniche, uno di quegli strumenti che, ora si pente, avrebbe voluto imparare a suonare.

Racconto della sera

 

L’avevano chiamato Pantano, dopo una notte contadina e leggendaria, i cui contorni si perdevano oramai, per via delle innumerevoli volte in cui era stata raccontato, quello che fu il primo sasso della sua mitopoiesi, la radice di un’autorevolezza già al tempo sospettabile. Pantano in quella notte lontana era un ragazzo corpacciuto, ombroso, troppo pigro per la lotta e per quegli anni infernali, refrattario al contrasto dunque, propenso invece, dopo le lunghe giornate di lavoro (mele, soprattutto. I primi kiwi – una stagione che comunque durò poco) a dissertazioni astratte e svagate, ai libri, alla carta stampata da reperire in modi incongrui. E dunque un suo amico si era ficcato nei guai, con certi stronzi della zona, un tipo astratto come lui e ben più esile, un po’ ladro vi è da dire, ma a suo modo magico e poetico, e Pantano per difenderlo da alcune angherie, s’era fatto improvvisamente audace e sfidante. Pare che a dei tavoli di legno di un locale sciatto, e qui il passaggio narrativo si fa convulso e confuso, fosse caduto in una zuffa, con uno di quei baronetti della sfiga che si infilano tra gli ultimi. Comunque, in una successione cinematografica di botte e calci, era finito nella melma, insieme all’avversario, l’aveva azzittito con le mani di fango, e ci aveva anche assestato non si sa bene che massima marxista, a chiusura teatrale dell’accadimento, scatenando l’estasi degli astanti, e l’eterna devozione del suo amico impunito.
Donde, il soprannome. Ma anche, un piccolo trono dell’antimondo, che da allora fino a questa fotografia che vado raccontando avrebbe continuato ad occupare.

Dopo, comunque, Pantano aveva provvisoriamente lasciato i campi, dove andava a raccogliere quel che c’era da raccogliere secondo la stagione, e per un po’ si era per messo alla bottega del padre – la noiosa ferramenta della piazza centrale. Ne era scappato, e infine si era trovato una moglie da amare con una granitica e imperturbabile dedizione, in una casa di sassi in mezzo alla vite separata dal mondo. Refrattario alle gerarchie, all’ossessiva e disgraziata soddisfazione di incassi quotidiani, un romantico a modo suo e anche un anarchico in altri termini, s’era messo a far vino, e quello avrebbe fatto per il resto della vita. Rivelò nel tempo una natura ossuta, lineare, cristallina e impermeabile a qualsiasi mollezza morale, e questa intima e tranquillizzante severità si aggiunse, forse per via del matrimonio, un gentile senso dell’umorismo, una magnanimità addirittura naturale. Quando i maschi del paese combinavano qualche guaio lo andavano a cercare per avere una sanzione, un parere, una colpa, una redenzione. Sarebbe diventato più grasso e corpulento, e il suo destino di sciamano, si sarebbe col tempo disvelato in un numero spropositato di occhiali. Beveva con gusto, e fumava eccessivamente. Le sere si sedeva sul retro della casa contornato da innumerevoli bestie di cui era il capo e la madre. Una gatta in particolare, un vecchio cane, alcune oche polemiche – nelle sere d’estate, dopo cena, anche dei rospi.)

Nella foto Pantano è a una fiera di paese, precisamente nell’area dove si arrostiscono le salsicce, e incontra Demetrio, e non succede moltissimo perché si salutano, rispettosi, e cortesi, con un sorriso attento. Demetrio, che si chiama Demetrio come suo nonno, e come il suo trisnonno, e come auspicabilmente si chiamerà suo nipote, ha sempre vissuto a pochi metri da Pantano, in una sorta di versione integrata, apollinea, diuturna e parallela, in una sostanziale condivisione di valori – ma come due rette sottili, o come due vertebre vicine della medesima spina dorsale, che vanno nella stessa direzione, si incurvano nello stesso punto, sorreggono e proteggono lo stesso corpo, ma non possono incontrarsi mai. Demetrio è un lavoratore infaticabile, uno sul trattore dall’alba alla notte, un tempo ragazzino responsabile, bellissimo e solare, estraneo alla colpa e alla notte, leale fin al sapore delle ossa. Su di lui i soprannomi scivolavano come l’acqua sul vetro, senza appiglio alcuno e per un certo periodo era stato poliziotto, tuttavia anche le ombre dell’arma gli erano risultate tossiche e sinistre, e se ne era andato, rimanendo comunque nell’intimo, un uomo di Stato, di legge, un cives. Se delle cose dell’anima si occupava dunque Pantano, Demetrio era il referente di quelle di carta, il depositario delle ragioni nascoste di leggi e burocrazie, il traduttore simultaneo di documenti esoterici che gli venivano sottoposti e che da tirannide lui, trasformava in democrazia. A suo modo era un positivista, un illuminista, il figlio imprevisto di un occidente regale e consapevole, nato per caso in mezzo alle valli, alle mucche e ai campi infiniti. Era pure riuscito a fare soldi, in una maniera onesta, paziente, e tutte queste cose, unite a una bellezza divistica e incongrua gli avevano garantito il trono opposto a Pantano, simmetrico e contrario. Demetrio sovrano delle cose del Sole.

S’incontrano dunque, e si parlano brevemente in un dialetto urbano e mansueto. Non accennano a pacche sulle spalle, né a battute o umorismi – per quanto potrebbero condividere una stessa platea morale, scoprire di stare vicini di poltrona dello stesso comico. Né si informa Pantano della salute della moglie di Demetrio, una principessa caraibica, drenata alla cattiveria negli anni con la pistola, né l’altro parla di vino, di raccolti, di vendemmie. Si danno la mano toccando con l’altra la parete invisibile che li separa, il perimetro della propria nazione interna, la dogana di due modi diversi di stare al mondo, lo spessore di due sintassi che qualcuno potrebbe definire identità qualcun altro epistemologia, un terzo nevrosi. Credono di non avere niente da dire, disconoscono una inspiegabile somiglianza.

Appunti sul materno. Riflessioni alternative

 

 

Noi psicologi analisti, psicoanalisti, psicoterapeuti di diverso orientamento ordine e grado staremmo sempre a parlare di madri e padri, e soprattutto di madri, e di funzioni materne di chi mette al mondo e cura e cresce. Il lavoro artigianale prima, e la ricerca standardizzata poi, i volti dei pazienti bambini, e le storie dei pazienti adulti ci hanno messo davanti, al di la delle nostre storie private e delle chiacchiere collettive, gli effetti un’infanzia difficile, deprivata o abusata, e tutte queste cose ci costellano la testa clinica ma anche quotidiana di cose da non fare. Non bisogna far piangere un bambino a lungo. Non bisogna avere paura che un bambino pianga. Non bisogna far provare al bambino paure che rientrino nell’intollerabile. Non bisogna privare il bambino dell’esperienza del timore tollerabile. Quando abbiamo esercitato, abbiamo patito il dolore terribile di chi ci raccontava un’infanzia terribile, e abbiamo osservato la strutturazione di sintomi duraturi cronici e penosi, e questo ci ha resi come invasati, dei savonarola della puericultura, e spesso ci è voluta tanta vita, magari una nostra genitorialità a nostra volta, a renderci meno molesti e intransigenti, meno morali e moralisti.
Di fatto il rinvio fantasmatico a un modello culturalmente condiviso di una maternità sufficientemente buona è una conseguenza logica della nostra struttura mentale e di quella di chi ci ascolta, d’altra parte più siamo allusivi, includenti letterari e accoglienti, più in realtà è forte il rischio di vendere fuffa. Il crinale tra prescrittività culturale e pressappochismo bonaccione è estremamente sottile.

Per non cadere tra i due versanti allora, gli sguardi psicologici specie più sorvegliati propongono classi di osservazioni e assunti molto precisi e controllati, ai quali volendo si può fornire una estesa nota bibliografica. Da qualsiasi scuola provengano questi sguardi psicologici mirano a un prodotto emotivo e culturale che è il Figlio del nuovo millennio, un bambino che si sente amato e che quindi può permettersi il lusso di amare e di esplorare, che quindi affronterà la notte e il piacere con la giusta miscela di timore tremore e godimento, che saprà avventurarsi ma anche essere fliessibilmente dipendente. A volte le diverse psicopedagogie correnti, e i diversi teorici virano questo modello di figlio a seconda della loro matrice socio culturale, almeno fintanto che non se ne accorgono e magari si sforzano di dominarla: io per esempio mi accorgo di portare avanti un modello di accudimento che premia il pensiero e l’istanza creativa, un certo stile logico improntato all’indipendenza concettuale rispetto al contesto e al dominio logico delle esperienze, altri premieranno un’idea di edificazione dell’infanzia che miri alla leadership e all’eccellenza. Pochi in questo occidente malandato e poco consapevole, pensano mai alla necessità dell’aggregazione, della sopportazione, del sacrificio, dell’obbedienza. Per il momento ce lo possiamo ancora permettere.

Non mi interessa ora, scoprire l’acqua calda della funzione che assolve la psicologia all’interno dei gruppi sociali, non costituisce per me problema l’essere moneta di un orizzonte culturale che trovo abbastanza comodo anche perché connotato da tanti sottogruppi interni, e mi piace mettere alla prova la mia moneta psicologica con quei sottogruppi, che rispetto a me parleranno altri dialetti ideologici, per quanto nell’ampia cornice di un ordine condiviso. Penso però che bisogna fare un po’ di attenzione a una sorta di effetto paradossale che mi pare venga dietro all’esegesi della funzione materna nel migliore dei mondi possibili. Perché mi succede questo, mentre per prima riconosco la necessità di un monito rispetto ai rischi di una cattiva genitorialità dall’altra guardo con sgomento quello che è allo stato attuale dell’arte una sorta di parossismo della funzione genitoriale, il quale per dispiegarsi spesso e volentieri si rifà al mito delle antiche madri, che altro non erano oltre che madri, quando invece quelle antiche madri, erano veramente molto diverse, la psicologia implicita della loro educazione era la moneta di un altro sistema culturale, un sistema di sopravvivenza alla sopraffazione e di inutilità della vita e della morte, e anzi, io credo si comportassero in ben altro modo: una naturalità della genitorialità che poteva serenamente sfiorare la crudeltà.

Io penso questo, specie a proposito dell’Italia – il luogo che si prende il peggio di tutti i mondi possibili, a causa di un boom economico più veloce della crescita culturale e tutto sommato piuttosto flebile come durata. L’Italia è il luogo dove il consumismo e le logiche di performance sono pervasive come il peggio del peggio di tutto l’occidente industrializzato, la famiglia è destrutturata e nuclearizzata come ogni tessuto sociale dove ha vinto l’industria e l’urbanizzazione, ma dove parimenti il welfare è molto carente come in tutte le culture troppo povere per pensare a un servizio pubblico capillare, ed è connotata da una visione della donna, della madre e della genitorialità più vicina alle economie tribali del centro africa che all’occidente avanzato – di fatto lavora solo il 45 per cento delle donne Italiane. Risultato: pochissimi figli, per famiglie dove la madre spesso è a casa.

Tutto ciò si traduce in una quantità di tempo che questa madre dedica alla prole fuori misura, come notevole eè il suo investimento emotivo e narcisistico sui figli, e dunque con una domanda ossessiva su quale dei propri comportamenti renderà quell’unico figlio il migliore dei figli possibili, nel mentre inavvertitamente si attuano una serie di scelte che ostacolano la crescita perché tarate su una madre perfettamente accudente di un bambino che essendo l’unico, o si e no il fratello più piccolo deve sempre essere più piccolo di quello che è realmente, perché è l’unica infanzia disponibile a dare un senso alla genitorialità di coppie che per l’appunto non fanno più figli, o cominciano tardi: bambini che sopra i 4 anni stanno ancora nei passeggini, madri che si sostituiscono a loro nei giochi infantili con i compagni, genitori che perdono orde a fare i compiti delle elementari, madri in continua autosorveglianza del faccio bene e faccio male. La psicologia allora viene chiamata in causa come garante di una genitorialità rispettabile rispetto a comportamenti che per la mera struttura dell’organizzazione familiare oggi, sono per me ipso facto a rischio di elicitare problemi, non per disinteresse ma per asfittico eccesso di cura. Per troppo pensiero sulla prole. Tutta l’organizzazione sociale di oggi, si basa sull’idea che si debbano fare pochi figli, perché per ogni figlio si prevede un notevole dispendio di energie, una reiterata intrusione genitoriale nella vita dei figli.

I comportamenti dannosi che noi analisti osserviamo, e che ci fanno arrabbiare e soffrire in tema di genitorialità sono, in linea di massima, comportamenti derivati da patologie gravi, e con ogni probabilità da esperienze di genitorialità altrettanto deficitarie. Nella maggior parte dei casi un monito potrà essere utile, si fa sempre bene a farlo, ma specie se pensiamo a certe storie terribili, non sarà una buona divulgazione a fermarli: perché un genitore che è cattivo con il suo bambino, attua una cattiveria variamente subita, e sarà difficile che possa essere arginato da un po’ di cultura condivisa. Certamente facciamo bene a parlarne, anche per lavorare a delle soluzioni alternative, per esempio nell’angariato servizio pubblico, per offrire bandoli di matasse, per davvero tanti buoni motivi.

Ma io oggi mi sento di fare un post in contromano, un post così di relazione inversa. Mi sento di dire, allentate la morsa sui vostri figli, siate un po’ meno genitori. Volendo e quasi potendo mi viene pure da dire, facciamone di più di bambini, che sono sempre belli, e più figli facciamo meno sarà terribile morire, e troviamo dei modi per non trattare questi poveracci come gli unici superstiti di una nave che affonda, gli eredi di un impero universale, i nostri soggetti fedelmente rispecchianti, ma che di più devono essere per forza migliori migliori di noi. Perché parte consistente delle patologie di oggi e di domani ha a che fare con l’asfissia dell’eccesso di cura, con l’onnipresenza della comprensione, con il parossismo del materno, che in un infinita gara alla perfezione genera figli all’infinito, che non riescono mai a diventare genitori.