Due note junghiane su “Lo chiamavano Jeeg Robot

 

Nella lettura delle favole che offre la psicologia analitica, l’armamentario ermeneutico utilizzato è quello proprio dell’interpretazione dei sogni, pur tenendo conto dell’aspetto collettivo che le connota. La fiaba spesso e volentieri, con il suo esito didascalico, con la sua morale finale è rappresentabile dunque come uno spicchio del processo di individuazione del soggetto – e va detto, sia esso uomo sia esso donna. I suoi personaggi, sono allegorie di parti psichiche di costrutti interni che si sfidano e si integrano, che si eliminano o si armonizzano. In conseguenze di questo, il mondo delle favole è stato molto analizzato dagli analisti junghiani, e Marie Louise Von Frantz per fare un bell’esempio – mai abbastanza ricordato – ha offerto trattazioni fascinose, e utili nella pratica clinica.

Questo tipo di decodifica del testo della favola si può applicare a molte produzioni artistiche, ma credo che nel caso dei film sia particolarmente congrua, per la natura collettiva del prodotto filmico, a cui partecipano tante menti, tanti desideri, tanti inconsci e tanti sogni. La fabula filmica, anche quando è autoriale è una favola collettiva, ha sempre una sorta di fondo epico condiviso, diversamente da quanto possa essere per un buon romanzo per esempio, così saturo di grandezze personali, di vissuti individuali. I romanzi sono sempre storie di una persona, teatri onirici prima di tutto di un inconscio personale. Il cinema è molto più corale. Anche nella sua fruizione. Un piacere collettivo.
Mi ha molto colpito lo chiamavano Jeeg Robot, per l’impianto credo consapevolmente favolistico della trama, e la delicata capacità di riproporre la tradizionale favola della costruzione dell’eroe in una chiave contemporanea, con un innesto di realismo magico veramente ben riuscito. Mi ha ricordato un libro che ho amato molto La Fortezza della Solitudine di Lethem, con cui ha diversi punti di contatto: l’acquisizione di una maturità etica nella marginalità sociale la negoziazione con parti interne non contattate tramite l’uso di super poteri, il mondo narrativo sullo sfondo dei fumetti – e si vi è piaciuto questo film andatevi a cercare quel libro altrettanto struggente e magico.

La favola della costruzione dell’eroe è infatti un canovaccio trasversale nella storia della produzione popolare. Il giovane nasce senza poteri, permeato di innocenza e banalità, poi un rito iniziatico che lo mette in pericolo lo fa diventare potentissimo ma questa potenza è inesplorata, vana, goffa. Perché l’eroe diventi tale deve incontrare il femminile, e deve fronteggiare il male. Passando attraverso le forche caudine dell’amore e dell’incontro col negativo assurge al rango di eroe. Questa se ci si fa caso, è la trama di molti film di cassetta anche piuttosto mediocri, di molti miti classici, di tante fiabe italiane e di diversi ottimi romanzi – Il Buildungsroman del maschile che si costruisce: esplode, non si conosce, si innamora, sfida, e trionfa.

Questo eroe qui, nasce nell’indifferenziato destino della criminalità di borgata, che non è ritratta come demoniaca, ma come banale, disgraziata, incapace di pensarsi, cattiva di una cattiveria automatica, e tragica nell’ovvietà. Una barbarie fuori del contratto sociale, dove ci si scanna con noia, dove l’identità fa quanto meno fatica. Da questa genesi dolorosa nascono i tre personaggi, allegorie di strutture psichiche della personalità, l’addolorato e solitario protagonista a cui è stato tolta la possibilità di amare e crescere, il disturbato antagonista che si è ingarellato in un narcisismo improduttivo – e un femminile puro, gentile, ma involuto stagnante che è la bellissima Alessia, e che è titolare di una diagnosi – Alessia non distingue il piano di realtà dal piano della fantasia, il suo mondo di Jeeg Robot, e sospinta in un’infanzia eterna da una vita di abusi – noi diremmo è scizofrenica. Ma le diagnosi psichiatriche qui fanno parte del testo metaforico, sono un altro pezzo di canovaccio. La schizofrenia di lei è funzionale alla sua ingenuità, ma anche alla sua pulizia etica – alla resistenza titanica contro laviolazione, mentre il narcisismo dell’avversario è scheletro di un modo di intendere il male – voglio tante visualizzazioni su youtube dice lavorando alla sua bomba sullo stadio – interpretato come l’ossessione improduttiva dell’autoreferenzialità, apoteosi dell’onanismo come impoverimento, del sadismo come ultima spiaggia. Alessia e Fabio sono due a- priori, due principi logici, con cui per crescere insomma bisogna per forza entrare in relazione.

Dunque il film è la storia di queste due relazioni necessarie, la prima con la polarità benefica della relazione, che è incarnata da Alessia – una figura di anima, direbbero gli junghiani, ossia una figura che incarna il femminile interno del protagonista gentile e adorabile quanto grezzo, malato, involuto, e la  seconda  con la polarità negativa di Fabio, che invece è una figura d’ombra, e quindi  incarna gli aspetti interni pericolosi, disprezzabili, spaventosi, repellenti dell’eroe che comunque in ogni caso, sempre criminale era nato e sempre gli possono appartenere – l’eroe per fare bene deve conoscere il bene, ma saper fare e riconoscere il male.
Naturalmente la qualità di un film non la fa soltanto l’intenzione narrativa, che magari non era così scientemente junghiana – probabilmente no chi lo sa – ma la fa il fatto che anzi la resa estetica la renda secondaria, non immediatamente pensata e percepibile. Perché in prima linea, come è necessario che sia in un film c’è la qualità della scenografia e della sceneggiatura, la recitazione e le cose dette. Un bel film lo fanno le belle scene, Quando Enzo e Alessia guardano insieme Jeeg Robot, quando Enzo porta Alessia sulla ruota panoramica che sarebbe ferma, quando salva il derby dalla bomba… e via di scena in scena.

(Infine. Siccome si tratta di un canovaccio narrativo pressoché standardizzato, un canovaccio che è quasi un canone, non ho molto da ridire sulla canonicità dei ruoli di genere. In una prospettiva analitica questo film è la ripresa dell’evoluzione di un mondo interno, riguarda una costruzione del maschile dei maschi, come del maschile delle donne, riguarda l’edificazione di una struttura psichica che combacia con la forza interiore, il discernimento morale, la strutturazione del coraggio e dell’azione. E’ un film sui ragazzi, ma anche – sull’animus delle ragazze).

Appunti sulla gravidanza

 

 

Da un punto di vista psicologico, si è detto, l’errore madornale della campagna sul fertility day, è stato quello di non prendere in considerazione con la dovuta consapevolezza psicologica il significato della procreazione e della gravidanza nel nostro momento storico, l’aver sottovalutato i discorsi e le preoccupazioni con cui questo evento è vissuto, programmato, o immaginato – soprattutto immaginato – da chi non vi passa attraverso o da chi esita a farlo. Eppure la gravidanza, quei nove mesi in cui una coppia e una donna cioè generano un figlio, rimane uno degli oggetti simbolici, filosofici e psichici più esplosivi che capitino nella vita, un’esplosione che in passato era digerita forse più inconsciamente che consciamente, più emotivamente che razionalmente, mentre oggi affidiamo questa digestione a una serie di saperi, a una parte intellettuale dell’esistenza, che non è detto sia la più agile, ma che è anche vero è una importante conquista di sesso e di classe, di cui nessuno vorrebbe più privarsi. Il nostro modo saputo e culturale di affrontare le cose: i libri, i medici a disposizione, la ricerca delle cause – ricordiamoci – non è proprio una cosa appannaggio degli ultimi due secoli: negli ultimi due secoli era diventata appannaggio per tutti, ma prima era roba di maschi, e soprattutto di maschi ricchi. Quindi riflettiamo, e godiamoci i faticosi effetti di una democrazia esistenziale.

Ora, nella nostra democrazia esistenziale, abbiamo una nuova coppia in cui sono arrivate nuove cose che fanno fatica a convivere con le vecchie, ma che sono ugualmente preziose – sebbene comunque banalmente umane. Nella nuova coppia abbiamo un maschile che accede con più agio ai terreni del femminile tradizionale: la cura, l’affetto, la comprensione empatica, il sentimentale e l’emotivo, e un femminile che accede con più agio ai campi del maschile, l’intellettuale, il trascendente, il razionale, ma anche il potere e l’ambizione. Per entrambi sono sempre state importanti entrambe le componenti, e non si creda che nel patriarcato non fiorissero situazioni in cui tutti accedevano a questo doppio ordine, ma oggi questo è certo molto più frequente anche se non sempre semplice.
In questo nuovo modo di concepire la differenza, dobbiamo far calare la gravidanza – l’esperienza maggiormente differenziante, e per questo in questo momento forse molto complicata da gestire.

 

Lei ha nella pancia, un oggetto metafisico, che lui non ha, ma che in parte gli appartiene.
Lei ha nella pancia, una duplicazione del dna suo, insieme a quella di lui. Questa cosa se tutto va bene diventerebbe un oggetto terzo che non ha niente a che vedere con loro, ma che in parte è loro stessi e che viene dopo di loro e se tutto dovesse andar bene continuare dopo di loro. E io capisco che nello scrivere queste cose accedo a un piano mistico che a qualcuno fa pure impressione, ma pazienza, la gravidanza è il momento filosofico per eccellenza in cui con il corpo si tocca la metafisica, si sfiorano la nascita e la morte, ci si passa attraverso. Durante la gravidanza si attraversano pensieri di angoscia, perché si è come rimpallate dall’emergere della vita alla sua fine. I sogni in gravidanza possono essere – anche se non solo per questo, impressionanti. L’asimmetria di potere tra maschi e femmine è in questa esperienza, per me – lo dico per inciso – un punto cardine importante di molta violenza di genere: la donna vive e fa qualcosa di essenziale per la specie che l’uomo può tuttalpiù controllare, e per cui può provare una cocente invidia, un senso virulento di impotenza. Quando questo senso di asimmetria si innesta su una psicopatologia pregressa abbiamo l’aggressione fisica: nei centri antiviolenza e nella letteratura del settore è noto come la prima gravidanza sia spesso il momento di esordio dell’aggressione di genere.

 

Alla questione metafisica si unisce la percezione inconscia ancor più che consapevole di un grande cambiamento nell’organizzazione degli affetti. Arriva questo oggetto terzo il quale per statuto, per dna, per genesi, è letto come qualcosa che dovrà essere amato, qualcosa che avrà una priorità emotiva, che quindi – specie se è il primo – toglie il vecchio ordine e impone un nuovo ordine, nuove gerarchie delle emozioni. Ci sono cose che alla prima gravidanza non si pensano ma credo che emotivamente si intuiscano, pure nella grandissima variabile che c’è tra soggetti – e di solito, la qualità dei sogni aiuta a capire di quali risorse si dispone. A fronte di questo grande cambiamento esistenziale infatti si sognano spesso grandi scombussolamenti, ladri in casa, furti, disastri, terremoti, dopo di che la regia del sogno farà capire a quali appigli la donna incinta attinge. In ogni caso, sogni di questo tipo a ricordarseli sono sempre una cosa buona, perché danno l’occasione di capire che una digestione inconscia sta avvenendo e una volta che sono ricordati , i contenuti possono passare sul piano della coscienza.

In una prospettiva analitica allora, le narrazioni culturali che circolano intorno alla gravidanza stanno con un piede nell’organizzazione sociale e nelle difficoltà e miti che le donne incontrano quando pensano a fare un figlio, ma con l’altro stanno in quel mondo endopsichico in subbuglio e trasformazione, che da una parte fa i conti con la vita e la morte, dall’altra con la gerarchia degli affetti, e da una terza – aggiungiamo un ulteriore tassello, con la matematica dell’identificazione e dell’accoglienza dell’altro. Farò questo figlio che sarà come vuole esser lui, o sarà così gentile per favore da essere come voglio io? Perché io non posso fare a meno di volerlo un po’ in un certo modo. Anche qui c’è un ampio spettro di possibilità e bisogna diffidare dalle retoriche e dalle mode: l’oscillazione è una cosa complicata – ma per esempio è la più salubre: i bambini non visti nella loro soggettività sono infatti dei nevrotici garantiti perché sovrastati da un narcisismo patologico, e manipolati da esso, ma al giorno d’oggi – proprio perché questa è la tendenza culturale in occidente più eclatante – si sottovaluta quanto può essere disperante e tragica la condizione esistenziale di un figlio a cui una madre manda come contenuto, sii come ti pare, a me non mi interessa niente.
Di fatto comunque le scommesse da giocare sono moltissime.

Queste scommesse però, riorganizzano dei dati identitarii della madre e della coppia genitoriale ma non li cancellano, non li fanno sparire. E mi colpisce come, sia la patologia della idealizzazione della genitorialità, che quella della sua demonizzazione mirino a sostenere il contrario.
La retorica della bella gravidanza e della rosea genitorialità dicono infatti: “Madre” sarai contenta perché non ti importerà più di niente! Non farai più le stesse cose di prima perché ora penserai solo al tuo cucciolo! Gioia e guadio. La retorica – fortissima negli ambienti intellettuali e sempre crescente purtroppo – della sua demonizzazione invece dice: donna! Ora diventerai “Madre” starai malissimo, perché sarai arrabbiatissima per dover fare queste nuove cose, e non avrai tempo per niente altro! E questo certo, anche a fronte di un contesto culturale che incoraggia la formazione di un presunto oggetto sociale, psicologico e politico che è la “Madre”, e che non sono Maria Rossi sindacalista madre di tre bimbe, Giovanna Verdi impiegata madre di un figlietto, Marta Bianchi sfacciata e allegra ereditiera che di figli ne farebbe sei. La genitorialità e la maternità invece, comportano una sorta di moltiplicazione nella relazione dei propri oggetti identitari pregressi, per cui le donne con una vocazione per esempio a un certo tipo di attività intellettuale la manterranno con i loro bambini e possibilmente la trasmetteranno, le sportive faranno altro e via discorrendo.

Psicologicamente perciò quello che mi sembra rilevante rispetto alla gravidanza e al suo timore riguarda la paura della gestione di un cambiamento che è manipolato socialmente in modo nevrotizzante e controproducente, sia da un punto di vista pratico, che ideologico e logico discorsivo.   Quello che bisognerebbe fare su diversi piani per aiutare le donne e le coppie nell’ipotesi di genitorialità– dalle prassi contrattuali, ai numeri di posti nel nido, ma fino alle strategie di comunicazione, e alle cose che si scrivono e si divulgano, è aiutare le donne a cambiare rimanendo quello che sono state, far capire loro che questa cosa è possibile, che si rimane le stesse pur come dire, salendo a cavallo sullo stesso pezzo di mondo,  piuttosto che ripetere ossessivamente cose false e patologizzanti, non diventeranno Madri, ma madri dei loro figli, e anche cinghie di trasmissione genrazionale dei loro valori individuali.
Non esiste “la Madre”, esistono tante madri quante sono le donne.

L’analista in rete. Quarto capitolo: le psicoterapie

Ho pazienti che mi arrivano dalla rete da diversi anni – e sono loro molto grata, perché mi hanno insegnato delle cose. Ho cesellato uno stile, delle regole sulla base della mia esperienza con loro,  applicando alla contestualità della rete osservazioni che vengono dalla disamina di altri contesti.
Intanto, tiriamo le fila in base a quanto scritto negli articoli precedenti.
I pazienti arrivano a chiedere una consultazione a una persona di cui hanno letto le cose che scrive sui social e su un eventuale blog, affidandosi in parte ad alcune osservazioni legittime e corrette, e in parte a considerazioni che sono legittime ma meno esiziali di quanto credano. In primo luogo ciò che di scientifico hanno letto gli è sembrato affidabile e testimone di una seria preparazione, ma in secondo luogo ritengono di essersi fatti un’idea attendibile della personalità del professionista e ritengono che proprio per quella faccia al caso loro. Valutano molto – giustamente – il grado di passione e buona fede e coinvolgimento di un professionista, qualcosa che ascrivono generalmente alla categoria di bontà, per poi aggiungere altre cose come per esempio la coppia di opposti fermezza/accoglienza oppure formalità e silenziosità/umorismo informalità. La valutazione è certamente corretta sul piano di realtà, ma tiene poco conto delle capacità di un clinico di trasformarsi in stanza, o di modularsi secondo la necessità.   Nella mia esperienza tutto questo ha delle prime conseguenze importanti.

  1. Questo tipo di selezione del professionista, incoraggia e accelera in maniera fortissima, la costruzione di un’alleanza terapeutica. Il paziente è meno diffidente, ragionevolmente ha scelto te e pensa di sapere delle cose importanti di te. E’ più portato a fidarsi o a credere di fidarsi, ha meno la sensazione di un salto nel buio. Il decollo della terapia diciamo ha un sapore più agile.
    Non di rado, questo sapore più agile può essere un’apparenza che collude con un processo forte di idealizzazione – lo stesso che immagino induca le persone a scegliersi un analista famoso o letto sui giornali – la quale potrebbe a sua volta essere una strategia per non affrontare questioni reali. L’analista che scrive cose belle, che è tanto brillante, che mamma mia, e che serve a coprire il perché della richiesta di consultazione. E’ un oggetto su cui si può tranquillamente lavorare e che è anche utile – per esempio partendo dalle connotazioni di transfert che hanno indotto a scegliere in rete quell’analista e non un altro, per prendere tempo e creare le basi per un buon lavoro. Può diventare una categoria complicata invece, quando per esempio un genitore di adolescente sceglie lo psicoterapeuta in rete perché vuole inviargli suo figlio, pensando che aver scelto un terapeuta in questa modalità ne implichi di default il controllo nel modo di operare.
    Infatti, la conoscenza in rete che magari è avvenuta sotto l’egida di una convergenza ideologica su questo o quell’argomento, viene percepita come tranquillizzante, e il terapeuta scelto come una parte del genitore che lo legge, un suo alleato. Ma il terapeuta per l’adolescente è prima di tutto il terapeuta dell’adolescente e questa cosa è considerata razionalmente, meno emotivamente.Per cui, se come è prassi – per esempio la mia prassi – dopo una serie di sedute iniziali che coinvolgono tutta la famiglia, l’analista  dovesse dire delle cose importanti sul funzionamento familiare o sulle necessità del potenziale assistito, queste potrebbero suonare più sgradevoli e sorprendenti, di quanto apparirebbero se il terapeuta fosse un nome consigliato da altri – ma sconosciuto.
  2. Invece gli eventuali aspetti personali che la comunicazione da social abbia certo vigilatamente lasciato trasparire – tifare una certa squadra soffrire di un certo mal di schiena, sono contenuti simbolici che emergono prima o poi, e che incidono piuttosto poco. O meglio incidono in modo particolare per alcuni funzionamenti psichici e molto meno per altri. All’inizio della mia vita in rete, quando mi leggevano pochissime persone ero meno attenta sull’esposizione di contenuti personali, e non immaginavo che sarebbe potuto arrivare qualche paziente perché leggeva cosa scrivevo. Eppure le terapie con questi pazienti sono decollate e sono andate in modo ordinario – cioè non in maniera particolarmente diversa da altre avviate perché qualcuno aveva fatto il mio nome.
    Ciò non vuol dire però che non sia auspicabile una grande cautela – per questioni di metodologia e di risorse, che non vanno eccessivamente amplificate o sacralizzate, ma neanche trascurate. Un paziente che sa per esempio che il terapeuta ha dei figli adolescenti, e magari ne ha viste le foto, è un paziente che non potrà più associare a dei bambini piccoli di un sogno i figli dell’analista, che non potrà fantasticare liberamente sull’analista – il che  non è un gran danno, ma toglie dal campo uno strumento. Oppure ci sono pazienti che avvertono un generico bisogno di curarsi, ma all’atto pratico vogliono sapere più cose possibili dell’analista per controllarlo, per saturare il campo. Ora, poche informazioni personali possono anche essere utili a svelare questo meccanismo. E io in effetti le uso anche in questo modo,ma una espressione libera di se, ingombrerebbe il campo terapeutico di troppi oggetti spurii. 3. Il controllo su queste variabili, comunque elimina alla radice il problema di come gestire eventuali contatti in comune magari non rilevati con il paziente. E’ un aspetto importante questo perchè  se da una parte la relazione con il paziente è sotto il controllo o lo sguardo del clinico, esistono dei soggetti intermedi  – eventuali contatti in comune – che hanno una psicodinamica loro, che hanno una relazione con l’analista letto sui social  dettata da loro proiezioni e sentimenti, e una relazione con il paziente dettata da altre connotazioni specifiche. Non è raro il caso che questo secondo elemento entri satellitarmente nel campo, cercando di inquinarlo, o di attaccare esplicitamente la terapia per i più svariati motivi, che possono andare nelle più svariate direzioni analitiche: l’analista sul social che ha seguito è percepito come un soggetto famoso, pieno di cose buone che si invidia e che si vuole attaccare, oppure è il paziente che è invidiato per qualche motivo, o rappresenta qualcosa di psicologicamente importante e rilevante per indurre una persona terza ad attaccarne la terapia, usando le informazioni che desume dal social. Sono cose che possono accadere, e bisogna comportarsi sempre in modo da poterle rendere il più innocue possibili per un verso, ed eventualmente digeribili nella relazione clinica per un altro.

Una riflessione importante poi la merita il passaggio di registro linguistico che si imprime quasi spontaneamente dalla rete. Nel caso in cui arrivi dalla rete una richiesta di colloquio con una persona con cui non si ha interagito mai, i primi incontri non hanno variazioni particolari rispetto a situazioni con un invio diverso. Ma quando c’è stata un’interazione in rete, almeno io – anche come atto simbolico – nella maggior parte dei casi, anche se non è un atto obbligato e tassativo, propongo di usare il lei – il che può risultare all’inizio straniante curioso, forzato perché il linguaggio nella rete, anche quando non è magari esplicitamente utilizzato, implica il tu. Il tu della rete è un tu mobile, paritario, dilazionabile che può facilmente includere una dimensione privata senza danno. Passare al lei, può essere utile per aiutare se stessi e il paziente a trovare un posto sulla sedia che protegga entrambi, che qualifichi la relazione in un certo modo, il lei diventa più che mai l’indicatore di una relazionalità che per quanto affabile e accogliente, deve rimanere finalizzata e strutturata.
Dopo di che le terapie, se devono partire, partono comunque e si sovrappongono in tutto e per tutto alle terapie che hanno una genesi dovuta a un itinerario tradizionale. L’attenzione su una dimensione dell’analista estranea alla stanza sarà funzionale alle caratteristiche del paziente in una maniera non dissimile di quanto lo possa essere per qualsiasi altro paziente e quindi funzionale alla sua struttura difensiva. Ai fini della terapia può essere interessante capire perché si è stati scelti, quali parti di se sono filtrate, e quali per esempio possono essere state oggetto di una proiezione o una idealizzazione. Alcuni aspetti – possono essere, si diceva, assimilabili alla scelta di un analista famoso e di successo, perché lo psicologo scelto in rete spesso replica anche se in piccolo, su piccoli numeri, nelle relazioni sui suoi contatti sui social network dinamiche che ricordano quelle della celebrità e quindi si tratta di aspetti da sorvegliare. Ma mi pare che in linea di massima alla fine le variazioni in termini di metodo, di qualità del lavoro, di prassi clinica siano molte di meno di quelle che la clinica tradizionale è portata a supporre.
Io devo dire che alla fine, superati i colloqui di prova che fanno decidere a entrambe le parti in causa se è il caso di avviare una psicoterapia, poi il modo di procedere è del tutto analogo ai percorsi avviati normalmente.

Cosa intendete per Satana? La polemica sui vaccini.

(Premessa. In questi giorni leggo molte riflessioni amareggiate per la morte di due giovani donne, pazienti oncologiche, che sono morte avendo rifiutato la chemioterapia. Mi è stata chiesta una riflessione su questo fenomeno. L’avevo fatta con questo post quattro anni fa, è piuttosto articolata e fa riferimento al dibattito sui vaccini, che con queste tristi vicende ha in comune lo scollamento di parte della popolazione dalle agenzie della cura medica. Mi sembra quindi che questo lungo post sia appropriato. Perdonate l’esordio gigionesco – era lo stile di quel periodo).

 

 

Cari miei,
non vi sembra che il primo lunedì bloggheristico non debba cominciare con un bello psichico posterello di dimensioni titaniche e di noia mortale, ma forsanche foriero di dibattito? Probabilmente no, non vi sembra, probabilmente avreste preferito qualcosa di soave come la tassonomia delle cocacole tarocche per dire, e invece.Dovete ringraziare facebook. Tramite facebook si possono scoprire cose che non si conoscevano, che si sottovalutavano, e se ne possono individuare dei contorni. Ci si imbatte in dibattiti che portano nomi di persone e si capisce che dietro a quel coagulo e a quella discussione c’è un pensiero condiviso, e qualcosa di più qualche professione, qualche libro citato, delle azioni organizzate, e anche dei dolori privati.

Per esempio mi sono imbattuta in questo post sulla pagina di Piero Angela. Leggetelo e date un occhio alla discussione. Il post è del padre di due gemelli morti in conseguenza di un vaccino e che mette come foto l’immagine del nome del parco dedicato ai suoi figli. Nel post del signor Tremante si leggono alcune cose: per esempio che c’è una correlazione tra vaccini e malattie neurodegenerative, o tra vaccini e autismo. Si dice che i vaccini sono cioè responsabili dell’aumento di alcune patologie gravi.
Il post verrà molto citato e linkato su altre pagine, la discussione che ferve sotto riporta altri pareri che si costellano all’argomento: le lobby farmaceutiche, i medici spietati e cattivi, e soprattutto una generica incapacità di adottare gli strumenti logici e conoscitivi che aiutano le persone profane a muoversi nei confronti dei saperi strutturati. Non è la prima volta che constato questo fenomeno – mi è già successo quando ho partecipato a delle discussioni sull’alto contatto con i bambini piccoli, i cui sostenitori più convinti hanno molto in comune con i paladini della lotta alla vaccinazione. Sono approdata a una mia interpretazione personale, metà psicologica metà politica che, devo ammettere mi risulta molto poco confortante. Leggetela questa discussione – è emblematica. Io qui metto insieme alcuni punti, e poi vi dico le mie conclusioni.

Il primo punto e il più grave davvero è lo stato di inadeguatezza di queste persone davanti ai saperi strutturati, stato di inadeguatezza che spaventa se confrontato con il lessico di cui dispongono e il grado di istruzione a cui hanno avuto accesso. Arriva uno e dice loro una serie di assunti senza fondamento – tipo, e loro lo ritengono vero. Allo scetticismo di chiunque oppongono il nome di un testo medico che difende la tesi da loro proposta. Di solito al nome di quel dottore si accompagna l’ammirazione dovuta a qualcuno che si azzarda a sfidare un regime, e a proporre la verità che sovverte il sistema. Lo fanno gli ostili ai vaccini, lo fanno i seguaci dell’allattamento fino a 3 anni, e probabilmente ci sono altri fenomeni diversi come contenuti e uguali come meccaniche. In tutti i casi, i criteri che aiutano le persone moderatamente istruite a utilizzare i saperi che non possiedono, non sono utilizzati: questi criteri riguardano il processo di conferma a cui vanno incontro le teorie, e i circuiti della loro divulgazione, oggetti per i quali noi profani non particolarmente eruditi su questo o quell’argomento solitamente utilizziamo delle agenzie: per esempio se un libro di qualsiasi argomento è pubblicato a spese proprie ha meno credito per noi se è pubblicato da una casa editrice specializzata nel settore. Di due teorie scegliamo quella che ha subito la critica e la disamina di un maggior numero di persone afferenti a quella disciplina, perché quel maggior numero è una prova di validità. Quando nella comunità scientifica una certa tesi prende la maggioranza degli scienziati, i quali per quanto partecipino a un orizzonte culturale omologizzante vengono pur sempre da storie diverse, quella tesi è da prendersi sul serio. Il problema dell’affidabilità delle teorie solitarie non è come si vuol credere, in una semplice diffidenza verso ciò che è minoritario, ma nella consapevolezza che hanno semplicemente tutte le persone che dominano un’esperienza sia di cucina delle torte salate, che di reparti burocratici della corte dei conti: chi sovverte un sistema di regole, è quello che le conosce benissimo, e le supera dall’interno, essendosi dimostrato in grado di rispettarle, non quello che agisce da solo a cazzo ignorandole. O’ sapete che c’è c’è una relaizone tra vaccino e scarpe a fiori?

Anche il secondo punto è una specie di scandalo logico. Nei dibattiti sull’opportunità dei vaccini si assiste a una riscrittura del passato sociale nonostante quel passato sia stato ampiamente studiato e appreso negli istituti superiori, foss’anche di ragioneria ma certamente in tutti i licei. Perché questo è il bello, la maggior parte dei detrattori die vaccini sono persone che hanno studiato almeno almeno fino a diciotto anni e magari sono anche laureate. Eppure, credono davvero che importanti scoperte come il vaccino contro il vaiolo o la polio, non abbiano inciso sull’argine alla diffusione di quelle patologie. E in genere riportano i bei tempi andati come un eldorado in cui si era tutti più coraggiosi e si affrontavano i guai della vita con levità e forza d’animo. (E’ una cosa da raccontare a quelli che hanno perso una persona cara per via dell’aids questa. Ahò quelli il coraggio ce l’hanno, schiattano uguale però).

Il tutto – terzo punto – è condito dalla disagevole sensazione che sempre porta il parlare con qualcuno il cui vertice di partenza è determinato da un complesso di inferiorità. Ci avete mai fatto caso a come è l’atmosfera in questi casi? Ve lo dico io – plumbea. Il sentimento di inferiorità, di estraneità alle logiche del potere, una percezione di se come inefficace inerme inutile, porta a scambi dove dominano i ricatti morali, il livore, i rancori e i sarcasmi inutili, non si parla mai tra pari scambiandosi informazioni, si frigna in coro. E’ devastante, e la persona che prova a introdurre un regime di comunicazione diverso oscilla tra la frustrazione e la sensazione che non vuole provare di occupare il posto vuoto della superiorità: Io so, voi non sapete. Se poi lo occupa – Io so, voi non sapete leggete questi dati, e questi rapporti etc, la sua percezione peggiora, perché gli pare di sparare sulla croce rossa. Mentre il coro continua a frignare con voce più alta. È penoso, esi finisce con l’abbandonare il campo. Anche quando, come nel mio caso, l’opposizione non si gioca tra ostilità fideistica alla medicina contro fideistica fiducia nella medicina, ma tra fideismo in qualsiasi cosa contro allergia al fideismo in qualsiasi direzione.

Muoversi agevolmente nei saperi strutturati vuol dire questo: capire che certi oggetti (cure, terapie, pasticche, vaccini, itinerari riabilitativi, progetti architettonici, sonde aereospaziali) possono essere ben fatti o mal fatti, possono subire pressioni sociali ed economici o non subirle, possono subirle e funzionare e subirle e non funzionare, possono essere deleteri se applicati a quel singolo contesto, quella singola persona, quella circostanza o no, possono essere, possono essere soggetti a usi e abusi, ma la ricerca sperimentale e le agenzie di riferimento mi aiutano a muovermi e a fare dei passi conseguenziali in accordo con un personale concetto di ragionevolezza. Se ci dovesse essere un vaccino per l’aids testato e ritestato, io aspetterei un po’ ma soprattutto a mio figlio lo farei. Viceversa, non ho ritenuto urgente fargli il vaccino per la varicella. Ma non perché penso ai loschi interessi economici che portano alla diffusione del vaccino – il mio rapporto con il mio alimentari di fiducia mi ricorda di non avere questa cattiva idea degli interessi di lucro, lui come i miei parenti scappati dall’URSS, semplicemente se si becca la varicella non more. Altri vaccini potevo forse non farli, contando sulla paraculistica constatazione che altri li hanno fatti e mio figlio è moderatamente protetto. Moderatamente: l’immigrazione di cui siamo oggetto ha portato per esempio nei nidi una diffusione un po’ inquietante di TBC.

La domanda è: se il dato statistico dimostra che, in termini di probabilità una certa scelta è decisamente più vantaggiosa di un’altra, perché esiste un gruppo di persone che propone per se e per altri la scelta meno vantaggiosa e si accanisce contro quella migliore? Cosa significa sociologicamente e psicologicamente il rifiuto di un salubre buon senso? Perché coagularsi intorno al padre coinvolto in un incidente tragico e come dire appoggiarsi psicologicamente al suo lutto insormontabile abbeverandosi el al suo dolore? Facendo propria, in termini di comunicazione l’etichetta con il nome dei bambini morti? Perché che lo faccia lui, io lo capisco. Mi addolora ma capisco. Ma che se ne approprino altri e come si dice su FB “facciano girare” mi inquieta. Perché abitare quel regno del complesso di inferiorità e dell’estraneità al sapere? Che cosa significa in termini individuali e in termini collettivi?

Il vaccino ha di per se qualcosa di magico ed evocativo. In qualche modo richiama le simbologie sciamaniche di cui parla Ellemberger nel primo volume de alla scoperta dell’inconscio. Il meccanismo del vaccino si fonda sull’introduzione di un agente patogeno – eventuali lettori medici mi correggano se sbaglio – in un dosaggio minimo di modo da dare all’organismo la possibilità di imparare a combatterlo e a espellerlo per sempre, con una strategia che si riproporrà ogni volta che l’agente patogeno si dovesse presentare. È uno di tutti i piccoli microcosmi che costellano la medicina e che simbolizzano l’eventualità della morte – come gli sciamani di ellemberger che si facevano mettere un insetto sotto pelle e passavano un periodo di trance. Nelle modalità che adottano i nemici del vaccino per scongiurarne l’utilizzo l’odore che si sente è più quello del rito apotropaico che della lotta per la civiltà. Tutti i comportamenti di queste collettività che si pongono alla marginalità del sapere condiviso – senza sapere cosa sia esattamente questo sapere condiviso che contestano molto a grandi linee – hanno nei loro comportamenti e atteggiamento tanto del comportamento religioso e arcaico. Essi fondano delle asfittiche sette post moderne, che come in tutti i periodi di decadenza, più che ringraziare i frutti donati da un dio positivo, scongiurano con cori e macumbe le demoniache tentazioni di un Demonio tutto negativo. Il terribile vaccino viene costellato nelle segrete e per lo più imperscrutabili aree di un capitalismo lussurioso, che seduce con la sua conquista mortale, con la falsa promessa della salute ma con i segreti intenti di un cannibalismo esistenziale ed economico, le cui icone votive più note sono le industrie farmaceutiche. Le parole sacrileghe e quindi da usare con ossessione morbosa diventano quelle dell’interesse economico, del potere segreto, della lobby, del mondo kleinianamente desiderato come proprio e da cui ci si sente psicologicamente crudelmente estromessi.

In un certo senso – temo che abbiano ragione. La diffusione di questi fenomeni da una parte alligna in strutture psicologiche e problematiche individuali – sostenere il sapere scientifico comporta la sopportazione della delusione e dell’incertezza che da sempre sono implicite in tutto ciò che ha a che fare con l’umano. Il vaccino può ammazzare, può far male, può far bene. E’ intollerabile il numero di variabili così incisive sul piano emotivo per persone che hanno delle debolezze a monte, meglio cadere in un salubre manicheismo che almeno nella sfiga costante – dell’estromissione eterna dal potere desiderato – non deluderà mai. Ma in parte è l’esito di un materno cattivo proprio come la Klein lo aveva disegnato. Queste voci, sono le voci di una piccola e media borghesia che ha potuto contare sui risultati raggiunti dalla generazione precedente, ma che diversamente dai padri non riesce a entrare e a partecipare alla strutturazione del corpo sociale. Il primo sentimento che c’è dietro alla demonizzazione della medicina, e al rito apotropaico contro la casa farmaceutica non è nient’altro che una torva invidia sociale che ha cominciato a prendere forma quella volta in cui si è provato un concorso pubblico ed era truccato, quell’altra in cui si è rimasti fermi fermi fermi per vent’anni di fila nello stesso posto di lavoro senza mai vedere un avanzamento di grado, l’assenza di quel cambiamento che seduce e sitmola, quella volta in cui una ci sarebbe anche tornata a lavorare ma con i figli piccoli ma chi te lo da il lavoro. E’ la voce di un’area intermedia di soggetti, che non è stata molto fortunata, non è stata molto determinata, non è stata molto curiosa ed è stata abbandonata dalla cultura della lotta al potere per il tramite del sapere, che un tempo era il grande merito della sinistra italiana, o persino di una certa democrazia cristiana e il cui risentimento è stato strumentalizzato e rifocillato da vent’anni di cultura berlusconiana.

Non è manco la metà di tutto quello che avrei voluto dire. Ma vi prego di intervenire, dire la vostra anche sollevare obiezioni, potrebbe venire un bel dibattito.

L’occasione mancata di un intervento sociale. A proposito della crescita a zero

 

Che la campagna della Ministra Lorenzin fosse destinata al fallimento è questione lampante per le menti più semplici, senza la necessità di incorrere in chi sa quale competenza. Ognuno di noi ha il ricordo del vigoroso vaffanculo che ha spedito alla zia impicciona che diceva, eh ma quando me lo date un nipotino, e quel ricordo gli è sgorgato spontaneo alla vista della signorina gnocca con la clessidra in mano. Forse l’idea della campagna era quella di ricordare ai giovanetti e meno giovanetti qualcosa che non ricordano, che trascurano e sottovalutano dicendo sisi c’è tempo, mentre il corpo non perdona, e sono stati trattati con supponente e gerarchica asimmetria. La campagna sembra un po’ quelle diapositive di educazione sessuale, che circolavano nelle scuole, come se tutti quelli che leggono gli slogan siano dei ragazzini dediti allo spasso, vacui e superficiali, non pronti alle cose della vita. Un po’ come certe pubblicità delle università la pubblicità dice: investi sul tuo futuro, dai fai dei bambini.

Se non che i destinatari non erano solo gli adolescenti del paese, erano anche uomini e donne giovani, che votano, lavorano, sono nella vita pubblica, si percepiscono come adulti e intorno a questi argomenti, hanno un atteggiamento tutt’altro che distratto e svagato. Se la società a cui è stata commissionata questa campagna, avesse per esempio avuto l’intelligenza di buttare l’occhio su internet e fare caso agli incredibili dibattiti che sorgono intorno alla scelta di non avere figli, o di posticipare la gravidanza, si sarebbero accorti che il tasto è tutt’altro che svagato e dolente, che la consapevolezza dell’invecchiamento degli ovuli e viva e scottante nella psiche femminile e non, avrebbero capito insomma che intorno a questa crescita a zero c’è un vero e proprio nucleo complessuale che a tutto rinvia tranne che a una serena e distratta scelta edonistica. Io per esempio so, che ogni volta che ho toccato – nella presentazione di un libro o sul mio blog, o sulla mia pagina Facebook il tema dell’assenza di figli, più di una donna si è sentita in dovere di informarmi – qualche volta in maniera molto aggressiva qualche altra molto addolorata – del perché della sua scelta. Ho ascoltato argomentazioni molto lunghe, e letto mail di molte pagine. Regolarmente mi è arrivato forte e chiaro l’afrore di una zona psicologicamente incandescente. Che nelle donne è sotto pelle, che forse negli uomini invece è cacciata più in profondità. Non si creda Lorenzin che mentre noi lavoriamo gli uomini stiano a pietire i dieci figli mancati.

 

Come tutti i fenomeni sociali di larga scala, la bassa natalità è un sintomo dovuto a questioni di ordine collettivo – sociali ed economiche – che nella loro pervasività arrivano a essere determinanti per le vite individuali e per le costruzioni psicologiche. E questa pervasività riguarda entrambi i generi, non solo le donne come nella campagna in questione si è stati portati a ritenere. A osservare la questione nel complesso, si vedono molte strade interpretative possibili. Io qui ne vorrei mettere insieme alcune.
In generale osserviamo nel nostro paese, un rallentamento consistente dei processi di autonomizzazione dei giovani, rallentamento che sembra rinforzato dalla stessa bassa natalità. Si fanno pochi figli, ma si fa in modo che vengano interpretati come molto richiedenti, bisognosi di essere seguiti impegnativi, e questa moltiplicazione di attenzione combacia con una infantilizzazione della prole per ogni età evolutiva fino all’ingresso nel mondo del lavoro. Da piccoli hanno bisogno di pannolini costosi e di passeggini giganteschi ben oltre l’età della necessità, da adolescenti devono andare dal parrucchiere una volta al mese e avere telefoni da centinaia di euro, una volta che entrano nell’età adulta vedranno la possibilità di andarsene di casa come un’impresa impossibile, e l’idea di avere i figli più costosa di un attico. Il primo motivo per cui si rimanda la decisione dei figli, è da ascrivere al rimandare il proprio percepirsi adulto, a una sicurezza economica che è una chimera, con degli standard economici che una sostanziale retrocessione garantisce sempre di meno. I famosi bamboccioni sono l’incrocio pestilenziale di queste forze terribili: dietro le spalle c’è stata un’educazione che li ha visti costantemente tutelati con alcuni bisogni indotti portati al rango di prima necessità, davanti allo sguardo ci sono possibilità contrattuali che quei bisogni indotti non possono soddisfarli e quelli primari con un certo sforzo. Altro che figli dunque, giovani uomini e giovani donne non se ne vanno proprio di casa , prendono mille euro al mese, e li usano per andare a cena fuori: non a caso il ramo della ristorazione sembra essere l’unico canale redditizio, e nelle grandi città tutte le forme di piccolo artigianato sono state soppiantate da fiumi infiniti di tavolini birrette e pizzette.

 

Questa fenomenologia sociale è resa ancora più grave dal fatto che l’Italia è in una sorta di crocevia dei mondi possibili per cui, magicamente, ha tutto il peggio del terzo, e tutto il peggio del primo. Nelle economie floride del primo mondo infatti a un certo tipo di individualismo, a una parcellizzazione dei legami familiari e della rete sociale corrisponde un efficace stato sociale, asili nido a costi ragionevoli, adeguati sussidi di maternità e paternità, un trattamento contrattuale nei confronti delle madri più attento alle loro necessità, e non penalizzante la scelta di fare dei figli. Nelle economie in via di sviluppo, di nidi non se ne parla, vige un sostanziale maschilismo per cui alle donne è reso molto difficile lavorare, ma in compenso vi è una florida rete familiare, per cui le famiglie non sono più i nuclei polverizzati del nostro contesto, ma istituzione composte da molti soggetti che condividono le cure dei piccoli e dei più deboli. Ecco, l’Italia è quella società che, a fronte di un boom economico avvenuto velocemente, quanto illusoriamente, ha fatto proprie tutte le istanze deteriori del capitalismo avanzato, abdicando alle migliori della società rurale. Ci teniamo dunque il maschilismo dei padri, unitamente alla spocchia dei fratelli e al loro desiderio di status. In questo crocevia malefico davvero fare i figli diventa improbo.

 

Infine poi, nella narrazione collettiva, proprio a fronte di questo crocevia micidiale, non c’è un discorso psicologico e sociale – quello che avrebbe dovuto fare la Lorenzin sulla genitorialità come possibile e auspicabile passaggio evolutivo sano dell’individuo, del contesto emotivo e affettivo salubre. Non è che la genitorialità cioè sia una cosa di per se obbligatoria per dire, ma non si può negare che ha pochi concorrenti etici, filosofici, psichici come grande occasione di vita, di salto di prospettiva, per uomini, donne, coppie eterosessuali, coppie omosessuali. E non solo dallo scontato punto di vista della crescita affettiva ed emotiva, ma anche di quella razionale e intellettuale. Ma in Italia non si parla di genitorialità si parla di maternità, e questo parlare di maternità per giunta pertiene solo caratteristiche emozionali, con tutta un’estetica romantica e datata. Il discorso pubblico sulla genitorialità produce cioè solo un’unica dicotomia: tra la mamma gioiosa e contenta di contattare la sua istintività e la sua emotività, per la quale il lavoro o può non esserci o va in secondo piano, o la donna che rifiuta il materno e pensa al mondo intellettuale, al lavoro alla produttività e a un certo tipo di edonismo concepito come maschile che quindi dalla maternità è respinta. Si celebrano i bimbi quindi o come fonte di amore e di gioia, o come iattura del piacere dell’edonismo e della carriera. I maschi sono tenuti sostanzialmente al di fuori della partita e la partita è resa quanto più incandescente dal vero e proprio sessismo in sede contrattuale che le donne spesso subiscono nei posti di lavoro.

 

Ultime considerazioni più psicologiche. La risultante di tutto ciò è una moltiplicazione della nevrosi, una natalità bassa, e una genitorialità patogena. In molti infatti il desiderio dei figli magari ci starebbe pure, magari da qualche parte ha un piccolo campo simbolico, ma è sovrastato dagli oggetti culturali che si appoggiano di volta in volta a residui nevrotici dovuti alle famiglie di provenienza, e alle loro carenze. Un tempo la celebrazione della genitorialità portava a ridimensionare le esperienze di un’infanzia difficile, imponeva di forza, l’occasione dei figli e di riscrivere il proprio passato tramite il nuovo presente. Con meno figli in giro, in un certo senso il passato non dico che vinca, ma insomma ha partita molto più facile.
Su questa coppia di maschile e femminile in difficoltà, piena di lividi, mette la mano pesante la campagna del ministero – che amplia la sintomatologia – come si vede dalla violenta reazione che ha suscitato – ma non mette mano all’eziologia. Davvero complimenti.

Analista in rete. Terzo capitolo

A questo punto l’analista che è in rete sa che deve mettere in campo una nuova persona professionale che riesca a mediare le richieste della rete – tarate sulla familiarità e l’estroversione, e le richieste della sua funzione professionale – tarate sulla riflessione e l’introversione. Credo che ci possano essere molte soluzioni, le quali sono funzionali all’equazione personale dell’analista ma anche alla sua capacità di dominare il linguaggio. La nuova persona professionale che sta in rete infatti, ha degli oneri in più perché non può affidarsi esclusivamente al rodato lessico della divulgazione scientifica. Internet è una nuova forma di spazio pubblico che si connota bisogna dire anche virtuosamente, per uno scambio informale di dati e contenuti. L’informalità di questo scambio elimina le barriere protettive della scrittura specialistica e crea un arsenale comunicativo in cui entrano molte più variabili di linguaggio e di argomenti – quindi una capacità nel saper scrivere, nel saper tradurre in linguaggi diversi ciò che passa per la testa è molto utile.

Per quanto possa sembrare legittimamente inquietante, la rete chiede più volentieri una serie di informazioni personali accessorie a chiunque la abiti, e lo fa anche a noi che abbiamo sempre lavorato con agio fornendone il meno possibile. Non è però così difficile trovare una soluzione di compromesso, perché in finale quello che importa non sono davvero tantissimo i dati di vita privata che si è disposti a mettere in campo – ma la varietà di registri tematici e di oggetti terzi mediabili. Si può tranquillamente abitare la rete senza dare conto di proprie questioni private e familiari (oppure farlo dedicando queste questioni a un pubblico molto ristretto usando gruppi chiusi) e risultare accessibili utilizzando oggetti terzi e vari livelli linguistici. La mia personale soluzione per esempio prevede una rotazione di articoli sul blog e affermazioni sui social network ponderate, correlate al mio lessico professionale e alla mia formazione scientifica, con post e affermazioni che usano registri diversi umoristici e lievi, che fanno riferimento a debolezze quotidiane, fino a post seri e preoccupati o coinvolti su oggetti politici o temi che mi interessano. I primi sono contenuti moderatamente dissimili dalla divulgazione dei contesti tradizionali – riviste convegni. I terzi sono contenuti tutto sommato assimilabili all’opinionismo che quotidianamente si legge sulla stampa su questioni che infiammano il dibattito pubblico, i secondi invece – i contenuti umoristici e quotidiani sono un oggetto letterario terzo, che sceglie alcuni contenuti privati ma spendibili e che siano però molto quotidiani e condivisibili.

Infatti, non credo che ci sia niente di veramente increscioso se uno psicoanalista, ma anche un qualsiasi altro professionista – mostri di amare scarpe, o vestiti – o una squadra di calcio. Al contrario l’uso di diversi registri e campi dialogici – dai negozi alla bibliografia sui concetto di Persona che potrebbe essere allegata a questo post – rappresentano la presentazione di un oggetto doppiamente affidabile, sia per una vasta consapevolezza dell’umano che include lo spicciolo, il veniale, il quotidiano – aspetti da cui gli psicoanalisti sono sempre stati considerati eccessivamente lontani anche da colleghi di altro orientamento – sia perché esattamente l’aggancio su questi aspetti spiccioli veniali e quotidiani permette a diverse persone di accedere a contenuti intellettualmente più impegnativi. Questa cosa infatti mi ha insegnato la rete: molte persone non affrontano lavori e articoli di divulgazione impegnativa con rimandi colti e derivati dalla letteratura specializzata non perché non ne siano attratti, ma perché tendono ad autopercepirsi come meno competenti, meno in diritto di quanto realmente siano – anche per una questione di status sociale, o di presunta illegittimità dovuta a una lontananza professionale o categorizzata come di classe. Una pagina facebook che ironizza sul quotidiano più condivisibile crea una base che rende più accettabile ovvia, acquisibile la comunicazione colta – e finisce che molte persone ci scivolano dentro quasi senza accorgersene. Diciamo dunque, un concetto virtuoso di follower, nel lessico della rete.

 

Una maggiore attenzione o quantomeno studiata consapevolezza, va posta invece riguardo altri e altrettanto dirimenti contenuti che la rete elicita, e in particolar modo i social network e che riguardano propri aspetti caratteriali, i quali come dire trasudano nostro malgrado da mille spie spesso sottovalutate. Per tanto tempo internet i blog e social sono stati dipinti da chi ne era estraneo come la terra della finzione, ma in realtà è assolutamente il contrario: sono il luogo dove un’estroversione scritta, spostata dalla correlazione con il volto e il corpo, titilla e invoglia l’espressione di aspetti salienti di se – proprio in virtù di quella provvisoria separazione del corpo. Persone la cui formalità contiene quotidianamente per esempio un’aggressività latente si mostreranno più reattive. Persone i cui complessi sociali inibissero un modo di essere creativo si mostreranno più creative. Per non parlare di tutte le cose che dicono di se le parole usate specie quando non vengono scelte con cura e cognizione di causa, o delle cose che dice di se, un certo uso della punteggiatura piuttosto che un altro. Se non si mette in atto una sorta di consapevolezza estetica, una consapevolezza da scrittore in quella comunicazione quotidiana, lo stile comunicativo dice delle cose di noi. Per fare degli esempi: l’uso di emoticon o di punti esclamativi in abbondanza versus l’uso di puntini di sospensione in eccesso. La modalità di controargomentazione nella scelta dei toni, certe sussiegose formalità che anziché essere solo scritte sono la traduzione scritta di un assetto valoriale di fondo, certe modalità invece creative che possono essere irruente, o francamente aggressive.
Tutte queste cose sono da gestire, e da gestire con maggior impegno quando in rete, per usare una terminologia junghiana dovessero comparire personaggi ombra e argomenti complessuali che riguardano sul piano simbolico il privato di ognuno di noi. Ho visto analisti piuttosto bravi nella gestione delle loro relazioni e comunicazioni ogni giorno lasciarsi coinvolgere, o magari decidere scientemente di mostrarsi coinvolti in discussioni politiche che mettevano in evidenza la loro gestione del dispiacere, della ferita narcisistica, del dissidio etico. E’ tutt’altro che infrequente perdere l’orientamento nel social e lasciarsi andare. Ognuno ha le sue aree pericolose. Io per esempio ho imparato a tenermi a debita distanza da tutte le discussioni che riguardano ebraismo, Israele, Palestina. Ci ho messo certo del tempo.

Questa cosa va ben valutata perché può essere un rischio e una risorsa. Un rischio perché l’umanità è giudicata come eccessiva, sovrabbondante, intrusiva – specie se si pensa all’oggetto mentale della persona analitica, un vantaggio perché l’onesto per quanto controllato mostrarsi dell’equazione personale di un terapeuta, lo rende riconoscibile e sceglibile proprio per quella personalità che lealmente mostra. Affidabile: una delle cose che spaventa di più le persone che devono intraprendere una terapia è questo fatto di dover andare da un tecnico del quale sembra sia illecito chiedere a proposito delle sue caratteristiche private quando nell’intimo – dovendo parlare di se è la cosa che per molti è più importante. Noi clinici sappiamo che possiamo lavorare bene con transfert cosiddetti negativi come con i positivi – anche se nel primo caso indubbiamente il lavoro è molto più lungo e faticoso – ma insomma con una scelta del genere l’alleanza terapeutica parte meglio. In sostanza in rete ci potrebbero essere dei potenziali pazienti che diranno, anche sottovalutando questioni tecniche importanti che non ci potrebbero scegliere per ciò che hanno intuito di noi, e altri che lo faranno proprio per quello che hanno intuito.

Ma di tutto questo e degli effetti nella terapia, parleremo meglio nel prossimo post  – dedicato alle psicoterapie che nascono da una conoscenza su internet.

 

Analista in rete. Secondo capitolo

 

 

Per capire meglio una serie di implicazioni che riguardano l’uso dei social e di internet da parte dello psicoterapeuta, e gli effetti che ha nelle sue relazioni sia con i potenziali pazienti che con quelli che sono già in terapia vorrei fare una serie di osservazioni preliminari che credo possano essere utili.
Possiamo considerare che con l’ingresso di internet nelle prassi relazionali quotidiane – in termini di psicologia sociale è intervenuto un terzo ruolo della rappresentazione soggettiva.

Tradizionalmente infatti noi eravamo abituati a ragionare opponendo la costellazione della identità primigenia di un individuo alle sue declinazioni di ruolo sociale. La sociologia ha espresso diversi costrutti intorno a questo tema – per esempio opponendo alla soggettività l’habitus, oppure riprendendo il concetto junghiano di persona, ossia della parte della personalità che un soggetto mostra al proprio contesto sociale. Gli psicoanalisti sono sempre stati tentati di considerare questa declinazione adattiva nei termini di una scelta nevrotica, individuando un triste bisogno che fa abdicare alle proprie caratteristiche primigenie in vista di un’accettazione emotiva che si sente come prioritaria e urgente. L’hanno fatto perché oggettivamente le modalità con cui si costruisce una persona che risponda ai valori sociali della propria contemporaneità risentono e anzi replicano le prime soluzioni adattive al primo ambiente sociale di riferimento di cui un soggetto dispone, che è il rapporto con i suoi genitori e più frequentemente in un sistema sesso genere tradizionale, con la figura materna – dietro questa sospettosa decodifica per esempio c’è il concetto winnicottiano di falso se. Tuttavia dal secondo novecento in poi è cambiato anche lo stile dello sguardo dei clinici, e nella ricerca si è cominciato a parlare in riferimento alle stesse dinamiche – di risorse e di affordances, di strategie apprese e che possono però essere utili a una buona qualità di vita. L’assunzione di un certo ruolo professionale quindi implica una percentuale di camaleontismo necessaria, non solo per la mera soddisfazione di una domanda sociale nei termini dello stereotipo professionale, ma anche perché il potenziare certe caratteristiche rispetto ad altre, aiuta a svolgere meglio quel certo lavoro che implica suoi specifici compiti.

Per la nostra professione di psicoterapeuti, e io parlo soprattutto per la mia famiglia professionale quella degli psicoanalisti e degli psicologi analisti, noi abbiamo avuto sempre a che fare con una prima polarità: la nostra soggettività di persone – estremamente variegata: analisti timidi, analisti audaci, analisti livorosi, analisti gentili, analisti materni e paterni, analisti con molto umorismo e analisti tetri come cimiteri, analisti vanitosissimi e analisti complessati e via discorrendo, e la nostra persona analitica con tutta la costellazione di necessità comportamentali che implica il nostro mestiere, e le richieste e proiezioni che ci mette sopra il nostro contesto sociale. Esiste cioè un carattere sociale dell’analista – uno stereotipo culturale che può essere in parte forzato da luoghi comuni, ma in parte si nutre di dati di realtà che sono realmente importanti. La persona analitica deve parlare relativamente poco, perché è pagato per ascoltare gli altri: se esso è di indole chiacchierona o silenziosa, dovrà comunque attestarsi su una zona di moderata occupazione dello spazio dialogico. In secondo luogo, per fare un altro esempio, per quanto la persona analitica possa avere grande affezione politica e ideologica per certi temi che gli sono cari e importanti per lui, sia che sia un appassionato combattente che un prudente osservatore, nella stanza d’analisi non potrà mettersi a pugnare con le idee del suo paziente come combatterebbe sul piano di realtà e quindi sempre nella zona psicologica del tipo osservatore dovrà mostrare di attestarsi. Oppure ancora: personalità particolarmente umorali o particolarmente egocentriche dovranno cercare di girare, nella stanza di terapia la manopola del loro carattere e limitarsi a usare le emozioni che provano per le esternazioni del paziente ai fini della terapia della cura. Il paziente infatti non è li per godersi lo spettacolo di una soggettività altrui e manco per cibarsi una pedagogia politica non richiesta, è li per risolvere dei problemi – e l’analisi del controtransfert serve a questo. Ulteriormente l’analista che come tratto di personalità è molto riservato, silenzioso, per sua natura poco accogliente e poco portato a fornire comunicazioni emotive, dovrà trovare un modo per far girare la manopola e mostrarsi capace di tutte queste cose, mostrare una sorta di quota minima di campo materno per facilitare il lungo lavoro del paziente.
E’ interessante constatare come in generale tutti siano portati a credere che il modo di essere di un analista in stanza corrisponda pedissequamente con la sua soggettività e si sottovaluti anche da persone colte e competenti la capacità di modulare il proprio arsenale caratteriale – grado di affettività mostrata, grado di estroversione, grado di umorismo etc – in vista di questo ruolo professionale. Di questa modulazione si rendono conto soltanto gli analisti che hanno attraversato una formazione analitica credo, perché sono i pochi che hanno potuto osservare uno psicoterapeuta nel suo quotidiano per esempio di didatta in una scuola, e nella stanza di analisi quando cioè è diventato il loro analista per un lavoro di formazione, o quando ha fatto il supervisore dei loro casi clinici. Loro o di un loro collega. Capita cioè di vedere per esempio didatti che a lezione risultano estremamente brillanti estremamente narcisisti, ed egocentrici e dire – mo’ questo ma come sarà in stanza, per poi scoprire quando si è in stanza, o quando ci è andato un nostro amico specializzando che invece è un analista silenzioso e gentilissimo. Per me almeno è stata una scoperta importante, che mi ha anche molto rassicurata sulla mia capacità di girare la manopola della mia esuberante personalità a mia volta.
Nell’opinione pubblica però questo scarto non c’è – magari astrattamente le persone sarebbero disposte a pensare che ci sono analisti con tante caratteristiche diverse, qualcuno legge qualche biografia dei più famosi e scopre cose interessanti, ma il pensiero condiviso è che il terapeuta è sempre silenzioso, partecipativo, osservatore, sagacissimo, controllato e spesso e volentieri – mesto.

 

A questo primo binomio si pone invece una terza identità che è quella della rete e che invece tendenzialmente, qualsiasi professione tu svolga, tende a chiedere alla tua personalità una modifica nella direzione opposta. Su internet soffia un vento che spinge alla rappresentazione dell’estroversione, per il semplice fatto strutturale che se stai silenzioso e non dici delle cose, non proponi contenuti non risulti sulla mappa. Tecnicamente un analista vecchia maniera seduto e silenzioso ad ascoltare può anche esserci, ed effettivamente c’è – mi pare che la maggior parte mantengono questa posizione – ma dalla rete non è avvertito. E anzi, anche la rete ha una sua rappresentazione culturale di leadership, premia certi comportamenti a discapito di altri, e la persona junghianamente parlando, che ha successo in rete è in un certo senso diametralmente opposta alla persona che è considerata socialmente idonea a fare il bravo terapeuta. La rete infatti vuole orizzontalità dei rapporti, linguaggio smart, produzione di lessico seduttivo e idee originali, chiede un’agilità privata e più intima delle vecchie distanze relazionali novecentesche – il lei in rete è ridicolo, la deferenza fuori luogo, si caldeggiano foto di bambini e cuoricini per l’anniversario di matrimonio. La rete inoltre incoraggia l’esposizione di affetti politici e ideologici, invoglia alla pugna e alla battaglia culturale. Di contro, scoraggia la narrazione esplicita di proprie aree problematiche: in rete raramente si narrano propri fallimenti, errori madornali, gaffes che incrinino la propria immagine pubblica.

Questo va incontro a certi processi cognitivi di cui si va discutendo anche con preoccupazione negli ultimi anni, perché si nota che l’uso della rete da parte di molte persone sospende qualsiasi senso critico e fa credere che qualsiasi cosa venga mostrata è una verità totale e non un’immagine parziale. Quando Spielberg si fece fotografare con un triceratopo tramortito sul set di jourassic park 5’000 animalisti americani insorsero perché si era fatto vedere con un animale morto alle spalle, spacciando per vera cioè una chiara finzione, oppure, altro esempio interessante – una giovane donna mi fece notare che, siccome aveva mostrato una foto di se incinta in rete qualcuno le aveva scritto nei commenti: ma allora hai fatto l’eterologa? Perché siccome non aveva mai parlato del suo compagno, le persone che avevano visto il suo profilo avevano dedotto che lei non avesse un compagno. La rete cioè produce questo processo cognitivo per cui si segmentano parti della vita di una persona che il soggetto propone come segmenti e li trasforma in tratti globali. Se ne deduce che, già le persone fanno fatica a capire che la modalità di stare in seduta di un analista è una sua funzione professionale che non necessariamente combacia con la sua struttura caratteriale – la rete può peggiorare la situazione ossia, può tendere a costruire una personalità superestroversa e smart e seduttiva intorno ai comportamenti manifestati dal singolo utente attivo, anche nel caso in cui faccia l’analista e portare le persone a dare per scontata che quella capacità di ascolto e relazione e modulazione di se siano lontane dal terapeuta letto su Facebook.

A questo punto quindi possiamo individuare due ordini di conseguenze negative ma soprattutto positive a saperle gestire. Il primo è relativo all’immagine dell’analista presso un pubblico di persone interessate alla psicologia, e ai suoi argomenti, quindi l’immagine professionale dell’analista a cui in un secondo momento si potrebbero rivolgere dei quesiti e una domanda di terapia. Il secondo riguarda la vasta serie di problemi ed effetti che la personalità analitica in rete dell’analista potrebbe provocare nelle terapie che sta seguendo. A questi due aspetti, dedicherò i prossimi due psichici post – il 3 e il 4 dell’Analista in rete.

 

In memoria della scuola di Francoforte. Su Costanza Miriano.

Il giorno dopo il terremoto ad Amatrice, e il giorno dopo ancora, la vita in rete di molti commentatori abituali ha subito una sorta di congelamento, di inpasse, di panico espressivo. Nella rete sono esplose le macerie, il conto delle vittime che saliva – e continua a salire, i dispersi. Sui social network ancora oggi mi pare che le cose stiano così, si sono – comprensibilmente drasticamente diluite le foto di gambe, ombrelloni, pesci alla griglia, vacanze e quant’altro di lieve superficiale, solare. Ci si è preoccupati per delle persone a rischio, e in qualche caso, non si può ancora smettere di essere preoccupati. In tantissimi ci si è anche interrogati su come poter essere utili. Un paio di miei contatti, a cui va tutta la mia ammirazione, è partito come volontario. I miei contatti più vicini al mondo scientifico hanno divulgato informazioni utili – per esempio sulla modificazione del rischio sismico in centro Italia dopo il terremoto de l’Aquila, o sulle modificazioni strutturali da fare alle abitazioni per renderle più resistenti. Molti hanno divulgato numeri utili e agenzie affidabili a cui devolvere soldi e risorse. L’abituale funzionamento narcisistico dei social network, nel suo arco espressivo che va dal salubre amore di se all’innocuo mostrare parti della propria soggettività fino alle forme di vanto patologico ha dovuto trovare un modo di dirsi, e allora si è assistito a un arco espressivo che è andato da “mi dispiace voglio fare queste cose” a “se lo meritano perché si sono inventati l’Amatriciana (indubbiamente qui, anche l’idiozia ha fatto la sua parte).

Una reazione singolare ma interessante per il seguito che ha avuto e le reazioni che ha suscitato, è stato il caso di Costanza Miriano che, dopo un paio di dichiarazioni accorate su Facebook ha proposto un’azione di preghiera collettiva organizzata scientificamente, per la salvezza delle anime dei deceduti nel sisma. Allo scopo di un atto liturgico più efficiente essa ha considerato necessario non semplicemente invogliare tutti a pregare per le vittime, ma proprio dal momento che ce ne è un certo numero, ognuno doveva scegliersi un morto, fare un certo ciclo di preghiere e – se non ho capito male – passare tramite una porta santa. La Miriano ha dunque ottenuto l’elenco delle vittime e l’ha pubblicato sul suo sito, incoraggiando i suoi seguaci a scegliersi un morto da onorare.
Il post è stato rimosso, ma chi ha avuto la ventura di leggerlo ieri ha assistito a scenari postmoderni mai visti primi a proposito di un terremoto.
– la numero 35 me la prendo io che si chiama come me!
– Guarda che Maria Rossi (nome inventato) c’è due volte!
 – Io mi prendo il 31! Ma ora sono in vacanza ci penso quando torno
  – Giovanni Bianchi 45 nato nel 1970 come mio cugino!

E via così.

 

Il post poi è stato rimosso oppure non è più visibile a tutti, perché qualcuno deve aver fatto sapere che rischiava una denuncia penale per violazione della privacy, non credo per la comprensione morale dei motivi che hanno ha prodotto quella norma, comprensione che invece era piuttosto chiara a tutti quelli che sono rimasti raggelati dalla trovata della Miriano e dall’orda di commenti postmoderni che ne è seguita. Né deve averlo tolto per la pioggia di critiche che ha suscitato, e per l’umorismo feroce che ha elicitato. Pokemon go ai tempi del fondamentalismo, ha commentato Giorgio Cappozzo, dalla sua bacheca molto seguita, Vinci una Vittima – l’altrettanto scandalizzato Marco Giacosa. La soluzione di Miriano è stata infatti, bannare tutti quelli che la contestavano, anche con forme tutt’altro che sarcastiche o ironiche.

La questione ci interessa non tanto per la Miriano stessa, icona pop sagace e perfettamente riuscita di cui qui ci eravamo già occupati per la sua interessante visione dei rapporti di genere (sposati e sii sottomessa, ma non guardare me che vendo bestseller, spopolo ai convegni, e mi riconoscono per strada quando esco con il milite ignoto, mio marito) ma per il senso di scacco che vive evidentemente il mondo cattolico oggi, l’inpasse della religiosità e della sua semantica nel nostro orizzonte postmoderno che chiede alla spiritualità e alla profondità una smaterializzazione che la profana e la offende, per cui trovare una via per una onestà spiritualità e un comportamento umano rispettabile diventa molto più difficile.   C’è in atto una sorta di spontaneo scollamento etico che in molte persone sgancia contenuti vite dolori dalla carne delle cose e ne fa un entità astratta, sganciata dalle vite vere, dai dolori veri.
Prima della sua offerta lancio, la Miriano aveva infatti disinvoltamente scritto:

“Volevo dire che a Roma romanisti e laziali hanno raccolto INSIEME cibo per i terremotati. Chi non è di Roma forse non può capire, io mi sono commossa.”.

Io che sono di Roma, ho avuto un conato di vomito.

L’idea cioè che si possa perdere di vista ciò che è ancora immediatamente presente, prossimo, vivo, le tende per strada, le persone negli ospedali, i soccorsi le case sventrate e possa essere messo accanto a Roma e Lazio, il tifo, il calcio i rigori la pesantezza e la levità il futuro perduto e il tempo libero mi ha fatto un sincero schifo. E quel sincero schifo, mi ha prodotto la lista dei nomi con i numeri e i commentatori che pensavano a cose vuote, quello si chiama come me prego per lui! Questo ci ha l’età di mio figlio, e i numeri i numeri – l’associazione al numero è quanto di più spersonalizzante, e immorale abbiamo già conosciuto. Pregare così astrattamente per qualcuno di cui non si prova nessun rispetto. Mi è sembrato un peccato infernale.

Le critiche che sono arrivate dal web sono state lette dalla Miriano come un attacco di tipo ateista. Ma io per esempio non ho una matrice atea, a me l’operazione della Miriano mi è sembrata specificatamente empia, empia nella direzione postmoderna dello svuotamento di significato, di contatto con la realtà emotiva e spirituale, empia che un prete qualsiasi dovrebbe aver, e credo che in molti abbiano avuto, un moto di orrore. Ricorda la Dialettica dell’Illuminismo e certe pagine complicate quanto tristemente ancora valide che denunciavano già sessant’anni fa, la tecnicizzazione delle relazioni, dei campi vitali, dell’eros e di thanatos. Come Adorno e Horkheimer rintracciavano la morte dell’erotismo in certe sofisticate gestioni dell’eros che da De Sade correvano fino ai campi della pallacanestro, Miriano oscilla tra la logistica della preghiera e i campi di calcio, con la stessa mortale improntitudine, con la stessa maniacale dedizione alla ragioneria della preghiera che tralascia il tragico.
Come sono morti questi numeri. Cosa stanno facendo ora, in questo momento i loro figli e fratelli, dove hanno passato questa notte.

 

Io non voglio dire cosa debba fare un buon credente. Forse non sono la persona più adatta a farlo. Certamente pregare per qualcuno e fare degli atti religiosi è una cosa comprensibilmente iscritta nella prassi di un praticante. Credo che le vie però per parlarne debbano essere altre, i modi altri – vuoi con il silenzio, vuoi senza distinzione, vuoi con amore verso i sopravvissuti. Niente testimonia più di questo atto osceno i punti di crisi di un mondo che preso tra lo scacco di un passato che se ne va dove la religione guidava la vita, e un mondo tecnologizzato in cui la religione deve trovare un suo posto, non sa trovare una soluzione, e allora in un moto di scellerato entusiasmo – adotta la peggiore.

 

 

Intorno al Burkini

 

 

In Francia i sindaci di alcuni paesi sulla costa, in reazione al recente attentato di Nizza, hanno emesso un’ordinanza che vieta alle donne l’uso del burkini, un costume da bagno che ha la peculiarità di coprire tutto il corpo, e che in questo modo permette alle donne islamiche più fedeli all’ortodossia – vuoi per convincimento vuoi per appartenenza a un clan – di fare il bagno in pubblici stabilimenti. Non ho avuto modo di leggere dichiarazioni da parte dei responsabili, mi è parso comunque il tentativo di un atto simbolico – in linea con una certa tradizione francese, di reagire alle aggressioni rivendicando una tradizione di laicità, e di ostilità ai segni simbolici collegati alle appartenenze culturali: già in Francia per esempio non si dovrebbe portare il velo a scuola, in tutte le sue declinazioni.
L’episodio ha dunque prima di tutto una lettura politica, che riguarda la reazione al terrorismo variamente connesso all’Isis: una sorta di messaggio di resistenza sulla semantica più visibile, che sono i vestiti delle donne e i loro corpi. Il dibattito pubblico però ne è stato colpito, addentrandosi invece nei mille rivoli della riflessione di genere che da almeno un secolo è indotta dal confronto con il mondo islamico.

Molte considerazioni per me sono opportune.
La prima riguarda la grande vastità del mondo islamico e di tutte le declinazioni possibili che offre al suo interno per quanto riguarda l’adesione all’ortodossia e la situazione delle donne. Io non sono una grande esperta di Islam, ma mi pare evidente che si passa dall’eccesso di una falsa ortodossia, che in realtà è una sua versione caricaturale e postmoderna che è il caso dell’Isis e di tutte le sue parrocchie limitrofe, a organizzazioni culturali in cui l’ortodossia si compenetra a un patriarcato che ha molti punti in comune con quello che abbiamo lasciato alle spalle – ivi comprese aree di misoginia e di aggressioni al femminile indicibili ma anche con situazioni di felicità e buona organizzazione di vita, fino a organizzazioni familiari in cui le donne islamiche, pur mantenendo la fede, con velo o senza lavorano producono e quando parlano ricordano certe nostre professioniste di Napoli o di Palermo nel loro coniugare partecipazione alla vita collettiva e piatto di pasta più grosso al maschio di casa – di questo tipo io nella mia frequentazione privata del mediooriente ne ho conosciute moltissime – e fino a aree in cui esiste un femminismo di marca islamica, una riflessione di genere e quant’altro nelle aree più metropolitane.

Questa grande varietà di modalità va sempre tenuta in mente quando si entra in questi dibattiti – perché riguardano anche questo dibattito. E’ piuttosto rischioso ritenere che ci sia un solo modo di vivere il velo, e tutte le norme sul femminile che noi vediamo distanti, perché non esiste un modo unico. Ci sono donne che portano il velo con la naturalezza di un’abitudine, altre con la rivendicazione di un’identità di fronte all’aggressione eurocentrica, altre ancora come una copertura tranquillizzante dalla ubris di un maschilismo insopportabile e trasversale alle culture – manco alle islamiche piace lo sguardo sulle chiappe alla fermata dell’autobus per esempio- e altrettante lo vivono come la limitazione a un mondo di scelte, specie io credo nei contesti politici e sociali in cui quella limitazione è vigente e socialmente efficace. Mi posso sbagliare, ma insomma la copertura del corpo è vissuta in modo diverso e simbolizzata in modo diverso a seconda della contestualità quotidiana a cui è associata.
Quindi parlare solo di un modo di vivere i vari tipi di velo è fuorviante. Inoltre, correlare questo unico modo solo alla religione è molto comodo e anche ipocrita: il corpo delle donne è una questione politica in Europa come altrove, sono regimi di destra, dittatoriali, che usano la fustigazione del femminile come semantica politica, mentre noi continuiamo a ritenere che sia solo una questione di Islam. Eppure anche nel nostro paese, le libertà delle donne e le loro azioni sono oggetto di un dibattito politico a cui eventualmente la religione offre ancora un blando pretesto – ma la questione è principalmente civile.

Resta il fatto comunque, che in questo largo mondo esiste un ventre di relazioni rigidamente asimmetriche rigidamente codificate e che mettono le donne in una posizione di grave mancanza di libertà, vulnerabilità, qualità di vita terribile. Se nella mia esperienza di vita privata ho avuto infatti modo di conoscere un islam felice di donne felici madri e all’uopo anche lavoratrici, nella mia esperienza professionale ho dovuto raccogliere storie di donne minacciate di morte perché non volevano sposare un uomo deciso dalla famiglia, di donne stuprate dal prozio vecchio che le ha prese in sposa a sedici anni, di donne che devono camminare tre passi indietro per strada, a cui ci si può rivolgere in un certo modo, o che si possono lapidare per certe altre cose. In questa cornice simbolica il velo assume il significato per noi, di una cancellazione dell’identità che permette il dominio sulla libertà. Noi occidentali e noi donne occidentali abbiamo un uso quotidiano fortissimo della semantica del vestito e del corpo, ne facciamo un secondo alfabeto e linguaggio altamente funzionale, e quindi ci risulta sconvolgente che a delle donne tutto questo sia proibito. Questo nostro sofisticatissimo linguaggio è d’altra parte il lusso di un primo mondo che dispone di una larga messe di risorse economiche che possono essere utilizzate per fare operazioni di questo genere, quando le risorse diminuiscono diventa relativamente meno importante – non è che il maschio medio palestinese che ho conosciuto io ci avesse tutto sto parterre de cravatte. Tuttavia l’asimmetria, resiste e non so quanto a ragione, i vestiti delle donne ne sono per noi il segno.

Di conseguenza, la piccola ordinanza francese, è stata  un’occasione agevole per parlare di cosa fare di questa questione di genere, che ci ricorda aree del passato che abbiamo lasciato da poco – e voglio ricordare che si le abbiamo lasciate e quindi basta con questi sciocchi e ingiusti paragoni il nostro presente è diverso e va difeso nella sua diversità – e a cui tutto sommato non abbiamo gran voglia di ritornare, neanche in quanto maschi reazionari: al contrario di quel che dice Houellebeque o Adinolfi, il patriarcato è oneroso, si devono mettere al mondo molti bambini e arrivano a casa molti meno soldi, non vedere donne belle in giro la sera è noioso e insomma al di la delle battute sessiste, l’asimmetria ci piace di un certo raggio, ma non esagerato. Ci piacciono le donne che guadagnano di meno, ma non che non guadagnano affatto, che non possano lavorare full time, ma mica part time eh. E anzi, non vogliamo proprio essere confusi con questi orientali che ci ricordano antipaticamente ciò che non vogliamo essere ma siamo stati.

D’altra parte noi donne occidentali abbiamo viva e forte quest’esperienza. Siamo passate da veli simili e ricordiamo che non ci piacciono e non ci torneremmo, in mezzo ai tanti modi delle donne islamiche che portano il velo, tra le vere devote, le vere sicure della propria identità, le vere avvocatesse col velo, e le vere matriarche felici , le vere nostalgiche, noi vediamo anche quelle che invece ci stanno strette, che non lo vorrebbero, che stanno scomode, che subiscono scelte altrui, che subiscono leggi ingiuste, che subiscono poligamie, vediamo i vari gradi della felicità e della tristezza che sono stati nostri e quindi, le ragazzine che vogliono studiare e non possono, non ce la possiamo cavare alzando le mani con la storia del rispetto del mondo altro. C’è davvero un nodo – quel nodo ha a che fare con tante cose oltre alla religione, questioni di politica, di femminismo, di classe e chi sa cos’altro ma il nodo esiste e la storia del burkini ce lo ricorda.

Qualcuna allora ha esultato, come Lorella Zanardo sul provvedimento, sentendo quelle cose che tutte sentiamo. Molte hanno visto nella piccola ordinanza una soluzione radicale. Ma di fatto è una mossa falsa, che non aiuta la politica e men che mai le donne che si trovano a viverla. Perché da una parte ci può essere un modo egosintonico, deciso e sentito di mettere il burkini, lo stesso modo egosintonico deciso e sentito che può indurre una povera madre di famiglia a smazzarsi un pranzo di Natale per 35 parenti tra cui svariati maschi che non alzeranno un angolo di chiappa, e non si ha nessun diritto e ragione democratica per poter dire a chi fa delle scelte culturalmente condivise di non operare più quelle scelte. Questo è un modo per trattare le donne nel modo maschilista che si vuole contestare. D’altra parte, se le donne sono invece costrette a mettere il burkini, la risultante sarà che senza al mare non ci vanno proprio e fine della questione.

Soprattutto, quando queste cose si affrontano con la dovuta serietà, l’ultima cosa da toccare sono i simboli estetici, i simboli culturali che afferiscono alla condivisione di un retroterra. Non si devono proibire né burqa, né turbanti, né crocifissi, né stelle di David. Questi sono oggetti simbolici che possono essere continuamente riiscritti in un orizzonte culturale postmoderno e reinterpretati, rivisti in modo diverso. Lasciarli vuol dire mettere in scena una terra di mezzo della negoziazione e della contaminazione. Le cose importanti sono altre: sono le occasioni di istruzione e di lavoro, sono le possibilità di lavoro e di sostegno giuridico in caso di aggressione, sono i centri antiviolenza e le opzioni di rifugio, sono le borse di studio e i convegni, le cose da fare sono quelle che implicano la possibilità di una libera esplorazione culturale autonoma e autodeterminata. Dialoghi tra donne per esempio, e forse, altrettanto importante, dialoghi tra uomini. Ma dialoghi, appunto.

Il nuovo quarto potere e il genere. Un post ottimista

 

In questi giorni nella mia fetta di torta social almeno, siamo tutti impazziti, io per prima, in una serie di acceserrime discussioni su questioni di genere, rappresentazioni sulla stampa, considerazioni limitrofe. Nell’ordine prima ci siamo tutti incazzati con degli scarpari di Frascati, che a pubblicizzare delle cioce ci hanno messo l’artistica evocazia di una struprata, a seguire ci siamo incazzaterrimi col resto del Carlino perché dice trio di Cicciottelle, poi è stata la volta della vignetta di Mannelli sul fatto, e in tutto questo alcuni lunghissimi dibattiti sulle pagine di questo e di quello perché uno ha fatto un certo tipo di battuta, uno un altro. E giù – adorabili – pippe.
Io, detto per inciso, amo molto questo genere di discussioni – incrociano un’istanza politica che sento importante, a temi che trovo sempre antropologicamente e filosoficamente interessanti – mi piace addentrarmi in queste cose su diversi livelli e ne sono perciò uscita devo dire, tramortita, e contenta – contenta a questo giro, per altre ragioni.

Nella mia fetta di mondo i protagonisti erano: poche donne impegnate come me e più di me in questo ordine di questioni perché facendolo come lavoro, ora si percepiscono in vacanza per cui hanno si e no scritto una cosa ma poco, una ragguardevole falange di donne che invece non fanno queste cose per lavoro ma si sono molto addentrate e molto hanno scritto contro tutti i casi dichiarati sessisti – una percentuale importante di uomini, minoritaria ma più consistente ed esplicita del passato che hanno detto le stesse cose – una percentuale consistente di donne e uomini che hanno considerato alcuni casi sessisti, e altri no sulla scorta di argomentazioni specifiche – un’altra percentuale di donne e uomini che non si considerano sessisti, ma che detestano l’aggettivazione sessista a proposito di comunicazione, alcuni temono una forma di forcaiolismo gratuito, o di censura. Nella mia fetta di mondo – sono per lo più scrittori, o gente che scrive. Poi c’è una piccola percentuale di persone che ancora, fondamentalmente non capisce di che si parla.
Altre fette di mondo avranno sicuramente altra antropologia.

La mia posizione in tutte queste questioni, posizione che non nascondo di identificare come obbiettivo politico, implica lo stigmatizzare tutte le scelte linguistiche e metaforiche che cadono in un’ideologia discriminatoria per le donne, laddove la discriminazione nel nostro contesto culturale consiste nello schiacciarle esclusivamente nel loro ruolo corporeo e riproduttivo, erotico. Che naturalmente non è un ruolo inesistente del femminile né di poco conto anzi col mestiere che faccio direi ancora preponderante, come per il maschile del resto – ma a fronte in altri contesti è secondario. Quindi, siccome in Italia il sessismo si esprime nel dire a una donna come è sessualmente quando lavora, ricordarle che sarà madre quando le viene negata una promozione, che è bella o brutta quando partecipa o vince una gara, che ci ha le cosce quando è ministra, qualsiasi comunicazione che cade in questa semantica ha una marca sessista, anche nei rari casi in cui sia veramente involontaria. Le discussioni vivaci in rete, mi hanno portato alcuni casi di involontarietà – per esempio dell’onestissimo e ammirevole sul tema Marco Giacosa, che per esempio aveva parlato di una dirigente in termini di inscopabile, perché dedita esclusivamente al lavoro. Ma anche un uomo che fa così per me dovrebbe essere inscopabile! Protestava genuinamente. E questo mi è sembrato in buona fede un caso di caduta in un linguaggio che comunemente appartiene a politiche di genere discriminatorie senza averne magari la volontà. Marco poi ha riconosciuto la questione e ci ha riflettuto, e questo è interessante – è stato uno dei pochi a capire che poteva difendere il concetto che voleva esprimere, riconoscendo l’appartenenza politica e culturale che aveva un certo aggettivo. Mi ha molto interessato, quindi per parte mia, e per quel che afferisce il mio contesto culturale, che oggi a sinistra esista spesso un problema per cui si ha imparato a stare molto attenti a non essere considerati omofobi o razzisti, vanno decadendo terminologie e modi che alludono a quegli ordini ideologici e politicamente configurati, mentre il cadere ancora nel sessismo nonostante razionalmente si pensi di non volerlo condividere, non è ancora abbastanza fonte di problema. Altra cosa che noto, è una non abbastanza severa da un punto di vista logico, riflessione sulla distinzione tra mezzo, fine, concetti trasmessi. C’è ancora un gran difendere il linguaggio e la satira, istituiti come agenti ideologici a se stanti, quando sono oggetti neutri, mezzi di altro, come il tragico, come il poetico. Sono oggetti di destra, di sinistra, classisti, populisti, razzisti, sessisti, mezzi delle concezioni di chi scrive, o della cornice in cui cadono. Io non ho mai amato Mannelli, ma mi sono fatta l’idea che il problema non era affatto il suo disegno della ministra boschi, ma solo e quasi solo il testo, che magari non era manco suo.
Nessuno cioè vuole espungere dal linguaggio il termine cicciottelle, o pure anche la formula “ a bona!” perché diciamocelo, anche le femministe trombano! Ma la questione è che in rete finalmente esiste una percezione politica del concetto di “sessismo”.

Ora, quello che mi interessa rilevare, è che la rete sta dando uno spessore diverso alla questione rendendola più rilevante che in passato e in particolar modo Facebook. Io scrivo in rete oramai da 12 anni, e 10 anni fa, quando ci fu per esempio il caso Carfagna, e io e la Lipperini ce ne occupammo a forza di post continuativi, il dibattito sulla blogosfera era molto vivo ma molto più circoscritto, ai pochi che avevano un blog o li leggevano e a quelli proprio sensibili a questi argomenti. Ancora all’epoca la cittadinanza non si esprimeva granchè su queste cose, oppure, la piccola opinione non era rilevante, quella detta e non scritta. Verba Volant! Dicevano i latini con ragione – mentre Scripta Manent.
All’epoca del verba volant, le utenti femminili di qualsiasi comunicazione scritta erano ancora più volant degli altri, e i giornali erano tutto un parlare di donne e non alle donne, e se proprio discutevano di una questione di genere, ne discutevano fra loro. Molte donne si inserivano magari professionalmente in quei dibattiti, ma le lettrici semplici non facevano testo. I social non erano ancora così usati, e chi li usava non ne faceva sempre l’oggetto quotidiano che sono oggi.

Quello che invece io noto è che – la reattività dei social da diverso tempo condiziona il dibattito sulla stampa, imponendo non di rado agende di argomento, necessità di interviste – dico vent’anni fa ci sarebbe stata una polemica su Mannelli? Non credo, ma manco sulla foto del piccolo Eilan – e la reattività dei social è composta da una larga falange di utenti femminili che dicono la loro e che creano una visibilità per cui al Resto del Carlino è successo quello che è successo – (che per altro, io non ho per niente condiviso.) e questa stessa utenza femminile crea delle discussioni nei microprivati delle bacheche, immette un punto di vista che prima era associato a una linea percepita come estremista – aaargh le femministe orrore – mentre ora si tratta di donne che semplicemente hanno sempre pensato certe cose, ma mai hanno scritto una lettera, o partecipato a un corteo o che, solo esistono come soggetti culturali a cui la rete da una tridimensionalità. Sessista, diventa un aggettivo politico raramente condiviso, e anche questo diventa interessante, perché va passando il concetto per cui comunque è una sorta di onta. Mi rendo conto che presso altri mondi ideologici si leggeranno ben altre e ben più tristi discussioni, ma la mia parte di mondo in qualcosa, sta migliorando.
Grazie quindi, anche alle persone con cui ho litigato in questi giorni.