Le terapie a orientamento analitico 2. guarire, in che senso?

Forse l’esperienza del Covid ci aiuterà ameno in questo, a entrare in un modello di cura medica un po’ meno ingenuo. Ma sostanzialmente la nostra aspettativa quando abbiamo un problema fisico, si attiene al modello del dentista: dottore, mi fa male un dente, me lo tolga. 
Il sogno di tutti noi, è che ci fanno le analisi, ci vedono il problema, ce lo eliminano. Anche se i nostri organi sono interconnessi gli uni con gli altri, anche se non si possono sempre levare con disinvoltura, anche se sono iscritti nell’esperienza storica del nostro corpo, dottore mi levi questo dente.
Questo modello mentale di cura, torna ancora relativamente spesso nelle domande di psicoterapia. Magari non è esplicitato, però è spesso silenziosamente implicito nella testa del paziente.

Viene da pensare che si tratti di una posizione ingenua – ma in realtà ha intrecci politici da non sottovalutare. In certi termini abbiamo infatti un fronte che ha un sapere per le mani vissuto come capace di liberare, e un fronte di chi ha un problema da cui sente di aver bisogno di essere liberato per il quale diviene subalterno e dipendente da chi ha quel sapere. Fare una diagnosi e togliere il dente subito, è una garanzia del fatto che quell’asimmetria tra i due soggetti è molto modesta, non ci sono abusi, durerà poco, c’è chiarezza. Ma se il titolare del sapere dice che la diagnosi non è formulabile immediatamente, che il rimedio lo vediamo in itinere, che quanto ci si metterà non si sa, e come sarà dopo manco, c’è quanto meno un rischio fortissimo che salti un piano di accordo e che arrivi anche a torto, un concetto semplice, l’abuso del potere la dilatazione del potere. 

Per questo per quanto mi concerne, ma è una pratica che oramai è condivisa dalla maggior parte dei terapeuti anche a orientamento psicodinamico, io dopo un piccolo numero di sedute, cerco di restituire una diagnosi, di dire alla persona assistita quali sono le aree di intervento almeno iniziale e di spiegare il perché teorico del come mai c’è questa incertezza. Faccio cioè un noioso discorso di come è un sapere da vicino quando si avvicina a un problema complesso e multifattoriale, e questa mi sembra una buona base di partenza. In questo modo, anche se non posso togliere il dente subito, lavoreremo insieme con più profitto e senza quella sgradevole sensazione dell’analista che sa cose che io non so. All’uopo faccio delle specifiche per cui ricordo cosa vuol dire, aver scelto una analista junghiana piuttosto che un cognitivista o un sistemico relazionale. 

Una seconda cosa che fanno molti psicoterapeuti a indirizzo psicodinamico, è restringere il più possibile la diagnosi psichiatrica, che è una diagnosi sui deficit e sui malfunzionamenti per allargarsi invece sulla diagnosi delle risorse. La diagnosi psichiatrica per un verso è per l’appunto democratica, afferisce a un linguaggio universale e condiviso, in uso anche presso tribunali e sedi giudiziarie, ma ha il difetto di indicare la porta di una gabbia che poi tende a chiudersi dietro le spalle. Ci si appiccica a una etichetta di malfunzionamento che diventa stigma e alibi e impedisce i miglioramenti, sono depresso. Lo stesso terapeuta non può tenersi solo quella, e deve fare, anche per se stesso una diagnosi sulle doti del paziente, e su quello che vede di positivo e che spesso è anche coartato. 
La diagnosi sulle risorse indica cioè che c’è una gabbia ma indica la porta aperta.

Con questa doppia diagnosi in mente – sui sintomi e sulle capacità – ci si può chiedere lucidamente dove porti l’intervento migliorativo delle psicoterapie psicodinamiche.

Nella mia esperienza le persone si orientano su due grandi classi di risposte. Alcuni fanno pernio su un cambiamento nella loro percezione di se e della vita. Non mi accetto e imparo ad accettarmi, altri pensano ancora più in grande e semplicemente e romanticamente dicono: voglio avere una vita felice, voglio essere in armonia con le cose.

Questo tipo di immaginario è pratico e orientativo e fa capo a delle cose per un certo verso realistiche. E’ vero che si va in terapia con dei problemi concreti, è vero che si arriva con una percezione distorta di se e della vita, ed è vero che le varie psicopatologie costringono a un certo tipo specifico di infelicità. Questa polarità però genera secondo me delle pericolose confusioni perché in realtà è scollata da quello che è la vita per davvero. Siamo sicuri che accettarsi come siamo equivalga a stare bene? Accettarsi in termini estremi, non può voler dire anche abdicare? Non imparare più? Non è messa così anche un atto estremo di resa, o di presunzione rispetto alle possibilità di continua metamorfosi che la vita ci pone? E il corpo altrettanto? Siamo sicuri poi che stare bene vuol dire essere felici? In terapia capitano spessissimo invece persone che in fondo soffrono perché non riescono a dolersi quando devono. Soffrono del non soffrire. 
La vita è una merda per il semplice fatto che finisce, e finisce male. Muoiono le persone intorno a noi, loro malgrado, siamo esposti alla vertigine della fortuna. Lavori che se ne vanno, matrimoni che devono rompersi, malattie che incalzano. Anche quando a noi ci va bene, davvero stare bene vuol dire essere felici? Non dobbiamo per ricordare Freud, imparare a sopportare di essere infelici?

Nel dettaglio la questione assume coloriture particolari pensando agli assetti valoriali. Tutti sono convinti che la psicoterapia debba servire, ad accettarsi, o appunto a essere felici. Ma con quali azioni e pensieri deve combaciare questo? Sottili questioni culturali e ideologiche si insinuano in questo ordine di ipotesi. Se uno non si sposa e continua a fare il muratore nonostante la laurea prestigiosa, sta bene, o per noi stava bene se si sposava finalmente metteva su famiglia e ci aveva un impieg?. O al contrario, è liberata la casalinga devota al marito che rimane a casa? E ancora. Quanto nella nostra idea di miglioramento psichico c’è il benessere e la capacità di stare con gli altri, e quanto la compiacenza e l’incastro con le patologie degli altri? Si è molto ben disposti a vedere la patologia in chi non funziona socialmente, mentre il leader carismatico della cui angoscia di morte e di abbandono beneficiano le masse, se finalmente decide di curarsi è un narcisista che vive nel lusso, nel senso deteriore del termine. E ancora scelte ideologiche, religiose di campo, incidono nell’idea di benessere?

In realtà un buon psicoterapeuta, di qualsiasi orientamento, e quindi anche psicodinamico – in primo luogo si è allenato duramente, a suon di lezioni e supervisioni su una prospettiva laica. La prospettiva laica è quella cosa per cui il tuo obbiettivo è far funzionare meglio quella persona, liberando quelle risorse che hai individuato, nell’esercizio identitario e culturale di se, e che sarà moderatamente instabile, e relativamente vulnerabile alle aggressioni della vita, ma di tuo non sanzioni niente, non ti scandalizzi di niente, tutto quel che ti è raccontato ha un senso in quel contesto. Soprattutto moralmente e politicamente. Ci potranno anche essere delle scelte secondarie dovute a certi importanti insight – cambiare lavoro, allontanarsi da un certo tipo di frequentazioni – ma di fondo è come se si volesse il più possibile lavorare sulla viabilità dei percorsi a prescindere dalle città.  La tua ideale idea di miglioramento è che il traffico psichico di questa persona debba viaggiare fluidamente a prescindere dagli arredi urbani. Se cambieranno gli arredi urbani sarà l’esito di sue esigenze, non di tuoi pensieri a monte. E anche se tendenzialmente per via dell’esperienza che si accumula e delle situazioni che ritornano il terapeuta immagina possibili alcuni cambiamenti negli oggetti e non negli stili, quelli non stanno a priori nella sua testa, o non sono presi sul serio. Al terapeuta interessa prima di tutto migliorare il modo di vivere le cose e operare le scelte.

La metafora della viabilità negli arredi mentali, la metafora della mente come città di ricordi e di progetti, ci aiuta a capire lo specifico di una diagnosi psicoanalitica e di un’idea di miglioramento e di guarigione ideale nel contesto della psicologia dinamica. Questa metafora è adatta a tutti gli orientamenti psicoterapeutici, a tutte le scuole, solo che ogni orientamento privilegerà un certo tipo di ostacoli e intoppi nel traffico della città della mente. O ne penserà una diversa soluzione. Gli psicologi di marca cognitivista lavorano molto sui processi logici della coscienza, e liberano il traffico lavorando sulla viabilità di certe sezioni del pensiero che vengono analizzate da vicino volta per volta, anche con successo. I sistemico relazionali lavorano sugli intoppi del traffico nei sistemi familiari, nei giochi di equilibri, e nei funzionamenti relazionali. Le diverse scuole a orientamento psicodinamico ritengono che molti di questi incidenti e crolli che impediscono la viabilità del traffico della mente, dei ricordi dei progetti e degli scambi relazionali, abbiano però cause da collocare in luoghi non immediatamente riconoscibili cioè non proprio sulle strade, ma in parti secondarie, nel passato dei loro pazienti e nell’inconscio dei loro pazienti. Possiamo visualizzare l’inconscio dei pazienti come l’interno degli appartamenti che stanno nei palazzi delle vie in cui circola il nostro traffico mentale.

A questo punto se io ora scrivo che la diagnosi psicoanalitica equivale a cercare di capire cosa c’è negli appartamenti e a farlo uscire per poi rimetterlo dentro un po’ più fruibile e ordinato e meno patologico, cominciamo a capire come lavora la psicoterapia a orientamento analitico. I sogni e le associazioni di primo grado, come molte cose che racconta il paziente a questo tipo di terapeuta sono finestre aperte dentro quelle case, sono in qualche caso portoni aperti dove si riesce a entrare. Questo vuol dire che dopo un po’ di tempo, alla diagnosi sulle risorse e alla diagnosi psichiatrica si aggiunge una terza diagnosi, che è una diagnosi analitica e che tiene in considerazione cosa si riesce a vedere negli appartamenti. Di solito prima che l’analista la formuli  – almeno a se stesso – servono diversi mesi. Non basta un sogno, e manco due – servono delle ricorrenze, nei sogni e nei racconti e negli incidenti stradali che racconta il paziente. Servono molti molti racconti, che vengono poi come messi su un pentagramma, del passato del paziente.  Nell’idea della terapia a orientamento analitico, il passato dalle retrovie dell’inconscio agisce sul modo di funzionare del presente, provocando in vari modi degli incidenti. 

Quando la diagnosi analitica è possibile, quella viene comunicata al paziente che per altro l’ha cocostruita insieme al suo terapeuta e si comincia a lavorare riconoscendo i meccanismi che sono l’epifenomeno di vecchi modelli relazionali, soluzioni di compromesso a fantasmi persecutori – la casistica è infinita. Migliorare e guarire vuol dire allora analiticamente molte cose: per un verso, quello classico, vuol dire riconoscere le vecchie dinamiche per cambiarle, come dire cambiare strada e sceglierne un’altra, ma anche chiudere quella finestra da cui una donna sta vociando distraendo gli automobilisti e provocando l’incidente. Ma a volte vuol dire anche vedersele sparire da dentro senza uno specifico sforzo della volontà – può voler anche dire scoprire delle cose belle in altri palazzi che mai si credeva di avere, e utilizzarle per muoversi nel traffico della vita e della mente. Se analisti e cognitivisti o analisti e sistemico relazionali concordano quindi su una diagnosi funzionale, o una diagnosi psichiatrica, possono avere pareri diversi su questa diagnosi diversa e quindi interpretare in modo diverso il concetto di guarigione o di benessere. Personalmente, io mantengo molto il mio arsenale analitico per sentire il sapore di un grande miglioramento, di una guarigione e di una possibile conclusione di terapia: lo stato di salute della città mentale dei miei pazienti mi arriva non solo da come funzionano, ma sempre da come sono cambiati i loro sogni – perché un’analisi che funziona, cambia l’arredo delle case, cambia i sogni.   Non solo da quello che fanno ma anche da una serie di cose che dicono, non solo dal modo di raccontare il futuro, ma moltissimo dal modo di raccontare il passato. Cambia il modo di pensare le strade psichiche e di progettarle.

Questo perché la psicopatologia, non è soltanto un problema delle azioni, anche se è giustamente considerato in primo luogo un problema delle azioni, la psicopatologia è un problema degli assetti emotivi e mentali che guardano a ciò che è avvenuto e a ciò che avverrà, è una patologia cioè dell’interpretazione. Tanto più la patologia è grave, tanto più le possibilità di interpretazione del reale sono modeste, vincolate a esperienze passate, scollegate dalle potenzialità del reale, dalla sua molteplicità. Più si sta male più si uniforma l’esperienza del reale, e questo produce problemi. 

Come questo cambiamento avvenga, ossia come cura nel dettaglio la terapia psicoanalitica, è oggetto del prossimo post.

Riflessioni post Palombelli

Quando lavoravo nei centri antiviolenza mi confrontavo con uno spettro relativamente ampio di combinazioni di coppia nella violenza di genere. Quello che in testa aveva la Palombelli, e che è tipico di chi vuole farsi domandi psicologiche senza approfondire gli argomenti di cui parla, riguarda penso il modello di relazione che chiameremo “guerra dei roses” dove a una violenza fisica maschile corrisponde una violenza verbale femminile. Dove lei dice cose affilate, cattive, sfidanti e lui alla fine alza le mani. Questo tipo di coppia che spesso è molto disfunzionale quanto duratura, solo però in minima parte porta al femminicidio. Per una questione di funzionamento psicologico della relazione: quel tipo di diadi mettono l’uno nell’altro un’eredità cattiva e la fanno agire, in un campo che è fortemente sessualizzato. Sono vite complicate, dolorose, che espongono i figli a traumi duraturi, ma che intrecciano a qualcosa di mortifero qualcosa di tremendamente vitale e erotizzato. Si rimpallano qualcosa di perverso. Non vogliono ucciderlo, e quando dico non vogliono, affondo fino alla determinazione inconscia, piuttosto vogliono torturarlo.

Quando invece nei centri arrivava la donna a rischio di femminicidio, noi ce ne accorgevamo immediatamente. La maggior parte delle donne che vi si rivolgeva aveva subito episodi di aggressione fisica, ma il rischio di morte si segnalava per diverse vie. Come struttura caratteriale le donne in quell’area di pericolo non mostravano una particolare psicologia provocatoria e sfidante, tutt’altro. Sottomesse per una necessità conservativa a una serie di minacce vivevano in una modalità come a velocità ridotta per non sollecitare la determinazione all’annientamento del nucleo psicotico del partner – parlare a voce bassa, uscire solo quando lo dice lui, fare quello che dice lui. Sia il partner che chiamiamo guerra dei roses che quello potenziale femminicida dicono  io ti ammazzo  ma nel primo rimane qualcosa di perverso ed erotico che nel secondo è invece totalmente thanatos e morte. Nelle vicende della potenziale vittima di violenza si avvertono i segni della promessa di morte, di una volontà psicotica di annientamento che ha qualcosa di delirante e di allucinato – che nel controluce dello sguardo analitico combacia con un desiderio di incorporazione, di divoramento. Per quanto le strutture logiche del potenziale omicida siano intatte, tralucono le allucinazioni quasi di marca psicotica. Quando riuscivamo a trovare posto nel centro per ospitare queste donne, e malauguratamente capitava che le rintracciassero – poteva capitare, se la Palombelli volesse un esempio edificante, che ci venisse recapitata la foto di un gattino sgozzato, a significare cosa il partner voleva fare alla donna. 

Va anche segnalato, che questi nuclei patologici non esplodono con queste famose donne indipendenti e provocatorie, perché vogliono fare le cose tipiche delle donne della società emancipata. Questi nuclei patologici esplodono quando le donne fanno le cose delle donne, in maniera libera e ordinaria: per esempio fare un bambino. La violenza di genere con questa connotazione mortifera emerge spesso alla prima gravidanza. Oppure sono come dire vitali nel modo sereno delle donne ordinarie. Mi colpiva nei racconti delle donne che dovevamo proteggere, questa determinazione a uccidere un vitalismo semplice e ordinario. Non la minigonna provocatoria, ma il caffè con la vicina di casa. Non l’uscire e tornare alle due di notte, ma l’andare a pulire i cessi per pagare la bolletta.  

Così come mi colpiva a riprova della potente radice patologica dell’intenzione omicida, l’impermeabilità alle leggi dell’uomo. Le ordinanze non vengono rispettate, le decisioni dei tribunali sono carta straccia, e se c’è una cosa pericolosa che ci trovavamo a spiegare alle donne, mai andare alla polizia per fare denuncia e tornare a casa, la polizia è antagonista, e per il maschio violento sapere della denuncia un acceleratore del climax di morte. A una donna che seguivo fu ficcato un coltello da cucina nel naso, per essere andata. 
Magari anche questo rientra nel campo dell’esasperazione della Palombelli.

Personalmente, da clinico, avverto un forte gradiente psichiatrico nei soggetti che compiono questi reati. Questo gradiente psichiatrico però è un oggetto strano, non è una grandezza fissa – e si allarga e si restringe a seconda delle circostanze contestuali. In certi contesti di ceto classe e geografia, il sostegno culturale è relativamente basso, e quindi il caso è poco sollecitato. Il femminicidio nell’alta borghesia persino colta si da, io pure ho avuto a che fare con una situazione del genere, ma è statisticamente più raro dei casi in cui c’è un potente rinforzo culturale nella cornice socio economica: per esempio media o piccola borghesia, se non proprio situazioni di povertà in zone a bassa istruzione dove il comportamento maschilista aperto e plateale è più incoraggiato socialmente, e diventa anche una valvola di sfogo per frustrazioni e depressioni di vario ordine e grado. Questo avviene anche perché esiste una specie di rinforzo sociologico alle situazioni patologiche secondo la psicologia dinamica: maschi borderline oggi hanno avuto madri che ieri avevano per esempio: un marito disoccupato, soltanto un nido privato, nessun centro di igene mentale nelle vicinanze, nessun assegno familiare, nessuna rete familiare, e magari al posto di queste cose – una dipendenza da sostanze. La psicopatologia è un dono cattivo che si tramanda per generazioni con l’ausilio del contesto.  Questo vale naturalmente in modo ancora più pervasivo per il primo caso che di cui ho parlato delle coppie dove c’è violenza di genere senza che esiti in femminicidio.

La questione culturale però rimane nella decodifica degli eventi. Esiste una psicodinamica delle reazioni violente che è fondamentalmente laica rispetto alle costruzioni culturali, ma lo sguardo delle persone e quindi le risorse pratiche a cui si può attingere sono cognitivamente distorte dalla cornice ideologica sessista. Palombelli è solo l’ultima di una lunga fila di signore con la gonna a pieghe, uomini o donne che siano, che apre bocca in totale buona fede e dice le frescacce che avrebbe detto qualsiasi tassinaro e qualsiasi casalinga della bassa, ma che li per li si ammantano dell’autorevolezza giornalistica e soprattutto di classe. Per quanto mi concerne, si tratta della versione sciura dei Gramellini e dei Serra. Garantiti da una competenza lessicale, e da una performance di elite anche politica, che esprimono opinioni senza che venga il bizzarro pensiero di approfondire l’argomento trattato, e che siccome hanno visto i belli film di Kieslowski, o una volta hanno fatto tre domande a un condannato all’ergastolo, si sentono titolati a farneticare stereotipi culturali su temi che invece hanno delle connotazioni specifiche. In effetti, Palombelli dibatte più raramente sui reati concussione, fateci caso. 

Questa questione non so quanto è grave, e non so se sia lecito l’esposto all’ordine dei giornalisti nei suoi confronti. Mi importa poco di Palombelli. E’ un signora che va in tivvu per mettersi i vestiti carini. Il mio problema è che la cornice ideologica con cascami maschilisti, avvelena la possibilità delle risorse pratiche: i soldi ai centri antiviolenza, gli spazi materiali per i centri antiviolenza, i progetti di screening nelle scuole per individuare precocemente le patologie a rischio, i concorsi per gli addetti ai lavori che dovrebbero offrire copertura nei servizi territoriali, e via di seguito. Ogni volta che si minimizza l’omicidio considerandolo la normale reazione a un comportamento disturbante, al di la dell’incongruenza logica e della plateale castroneria psicologica, si dice che non ha alcun senso sostenere una politica attenta alla violenza di genere con provvedimenti ad hoc, perché si incastrano gli episodi in una distorsione banalizzata del reale, il cui assunto di fondo è che la signora per evitare di essere ammazzata deve chiedere alla Palombelli come serve il marito a tavola a cena.

Ci penserei.

Le terapie a orientamento analitico. 1 le premesse generali

Le persone che lavorano nella vasta galassia delle psicoterapie, o nella comunque vasta galassia delle psicoterapie a orientamento analitico, si cimentano con un mondo di utenti che per un verso è molto progredito in termini di cultura psicologica, ma al cui interno ancora sopravvivono preconcetti e teorie che rispondono molto poco al mondo materiale delle cure, non solo mondo delle teorie, delle prassi, dei metodi, ma anche mondo dei contesti sociali e di classe.  Certamente per un verso il bisogno di cura psicologica è stato sdoganato e legittimato, così come la lettura psicologica dei fatti sociali e quotidiani una chiave decisamente più adottata oggi di quanto accadesse un tempo, ma forse per il ruolo che hanno le narrazioni culturali  su questi argomenti – dalle vignette ai film, dalle serie agli articoli sulle riviste – vige ancora una confusione molto datata. Mi accorgo per esempio che nell’opinione pubblica anche colta esiste “la psicoanalisi” e poi una serie di psicoterapie non meglio specificate. A volte ci si spinge a sapere l’esistenza dei cognitivisti, quando ci si va con tutta la famiglia si scoprono i familiaristi in particolare sistemico relazionali, dopo di che il nulla. Permane la fascinosa distinzione tra junghiani e freudiani, e per molti  – anche se la formazione junghiana è in realtà la più lunga di tutte e la più severa di tutte per ore di formazione personale addizionali alla didattica – gli junghiani sono i pazzerelli poetici dell’inconscio collettivo.
Questa distinzione in genere è operata pensando ai costrutti. Freud e i suoi sono quelli che ci hanno la fissa del sesso,  e dell’edipo. Jung invece appunto gli archetipi e le cose esoteriche e misteriose. 
Per quanto riguarda i metodi più che altro nella percezione collettiva comunque sono tutti psicoanalisti e bisogna andarci spesso, tipo due volte a settimana, e ci si stende sul lettino.

Il primo clichè di cui dobbiamo occuparci è questo: Freud è l’archeologia, la base di un albero di teorie della grande famiglia psicodinamica, di cui lo junghismo è un ramo certamente tra i più frondosi, ma non l’unico. Dopo di lui sono venuti molti clinici che hanno prodotto nuove teorie e nuove modalità di intervento che oggi sono utilizzati dagli psicoanalisti e dagli psicoterapeuti a orientamento analitico – per fare alcuni esempi, io credo che non esista analista di qualsiasi orientamento che non abbia ben chiaro in testa tutto il pensiero di Melanie Klein, non credo che ci sia analista che per esempio lavori con gli adolescenti che non pensi a Erikson o a un Winnicott. Tuttavia è bene specificare: quando noi parliamo di psicoanalisi il riferimento preciso è un setting di minimo tre volte a settimana, sul lettino, secondo un impianto teorico preciso con un’analista per esempio molto silenzioso per una scelta di metodo che ha profonde radici deontologiche ed epistemologiche, con conseguenze importanti e non meramente “atmosferiche”. Per noi analisti junghiani – che ci chiamiamo psicologi analisti – un’analisi junghiana prevede due sedute a settimana, volendo anche tre ma soprattutto per situazioni specifiche. Dopo di che esiste una vasta congerie di modalità di intervento molto valide anche a una volta a settimana, che però non potranno essere definite analisi, anche se fatte da psicoanalisti o psicologi analisti, o psicoanalisti post freudiani, ma psicoterapie – tuttalpiù analiticamente orientate, o come diciamo ora psicodinamicamente orientate.
L’orientamento psicoanalitico e quello psicodinamico si differenzia dagli altri per l’importanza devoluta al lavoro dell’inconscio, e a tutto ciò che accade al di fuori della coscienza, che arriva al presente da un passato remoto. Quando la terapia è a una volta a settimana questo riferimento all’inconscio è certamente ben presente attivo e funzionale, ma il lavoro è molto meno analitico: si ricordano i sogni con meno facilità, si parla dell’antico passato con minore frequenza, si lavora molto di più sul tempo presente, ossia psicoterapeuticamente. Quando ci si vede più spesso, e magari si usa il lettino – la postura e la maggiore disponibilità di tempo favorisce il ricordo dei sogni, e l’uso di un tempo a parlare di qualcosa che non è quello che è successo ieri.  Non è tanto una questione di profitto, quanto una differenza di metodo.

Le persone invece, specie di una certa estrazione culturale e sociale, tendono a dire che vanno in analisi a prescindere da tecniche e setting. Un po’ per una confusione che circola sugli approcci ma anche perché l’analisi mantiene ancora un notevole charme elitaristico, le stimmate di una appartenenza di classe, si ha come l’impressione che se uno dice: vado in analisi è titolare di una sofferenza connessa anche alla sensibilità e all’intelligenza, forse a una certa cultura, se va in terapia è un po’ più sfortunato, forse ha un problema più vero ma è più banalotto. Lo charme è legato anche ad altri miti per esempio che è molto cara, questo anche a proposito di setting che si mantengono a due sedute a settimana. Questa cosa del prezzo un po’ ha a che fare con lo storico problema che hanno le persone con la tassazione e i costi di tutte le libere professioni. Quando vanno presso il servizio pubblico non hanno chiaro che lo stato sta pagando per loro non solo la retribuzione lavorativa ma anche una quota importante di quello che costa il servizio di cui fruiscono, non pensano alle tasse decurtate dalla busta paga, i contributi pensionistici, e il costo degli spazi che utilizzano per fare i loro incontri medici, per cui rimangono sempre un po’ stupefatti. Molto invece ha a che fare con il mancato riconoscimento di un radicale cambiamento antropologico tra gli psicoterapeuti anche a orientamento analitico perché di fatto l’offerta tariffaria oggi è molto cambiata dal momento che è cambiata non solo l’utenza  – in termini socioeconomici – ma anche l’antropologia dei curanti.

Quando c’era Freud i primi analisti erano per lo più: figli di grandi borghesi capaci nel commercio, abbienti, o nobili con ancora molti beni al sole.  Questi erano i curanti e i loro curati altri elementi dell’altrettanto buona borghesia per quanto in difficoltà. La teoresi delle molte sedute a settimana in realtà corrispondeva a periodi di cura molto più brevi ma comunque per mondi di utenza con altri ritmi di vita e altre possibilità economiche. Erano gli anni dei divani di broccato. Gli analisti di oggi nascono spesso e volentieri come studenti fuori sede che per portare avanti una formazione comunque molto onerosa fanno notevoli sacrifici. Magari vengono da piccoli paesi della provincia, magari abitano lande di classe molto lontane dai divani di broccato. Imparano l’arsenale analitico all’università e alle scuole di specializzazione, aprono i loro studi, ma molti lavorano – anche con grande passione – presso case famiglia, comunità di recupero, servizi sociali – istituzioni del pubblico o del privato sociale dove ci si impegna molte ore, si fanno le notti e si hanno stipendi veramente modesti. Sono calati in mondi esistenziali a loro volta – amici partner pazienti – in cui la situazione economica è spesso precaria, o se è in sicurezza comunque nella diffusa situazione di una contrazione di stipendi e salari, che certo non vale per tutti ma sicuramente vale per molti. Sono dunque spesso e volentieri potentemente scollati dalle fantasiose teorie aristocratiche di cui si sente parlare anche se poi devono mediare con il costo della libera professione. Di fatto oggi circola anche un’offerta che in qualche modo è proporzionale agli stipendi che circolano. Le terapie di fatto si fanno, anche a due volte a settimana, e le fanno oggi – dipendenti di scuola pubblica, operai, bidelle e via di seguito – anche grazie a recenti proposte legislative in materia fiscale.

Alla percezione esoterica del costo esoso, c’è la percezione collettiva di una pratica fantasiosa, letteraria, non regolata, creativa e persino artistica. In fondo negli anni in cui il mondo conosceva i gli studi sull’Isteria di Freud Thorstein Veblen pubblicava il suo meraviglioso teoria della classe agiata, dove i ricchi, ossia i potenziali pazienti sul lettino, erano ritratti come eccentrici bizzarri, desiderosi di esprimere la propria leadership sociale tramite oggetti status connotati da una originalità assoluta. I ricchi di Veblen, e dell’immaginario sociale di ognuno fino a tutto il dopoguerra, erano soggetti eccentrici, capaci cioè di pagarsi lo straordinario il bizzarro, l’inconsueto, il raro, l’inaccessibile. La psicoanalisi dei pionieri era adattissima a questa domanda dell’elite, a questa epistemologia del meglio: un pensiero originale, eversivo, controintuitivo che faceva riferimento alla sessualità e all’infanzia, era davvero adatto al concetto di prestigio di un momento storico

L’istituzione della facoltà di psicologia, più ancora degli iter curriculari delle specializzazioni in psichiatria, unitamente allo sviluppo di presidii pubblici per la salute mentale, anche se oggi purtroppo versano in una grave crisi, hanno modificato la pratica analitica, portando le terapie psicodinamicamente orientate verso uno standard direi quasi un protocollo di intervento che rappresenta anche una protezione per l’utenza. L’università ha svolto nei decenni la funzione di polo laico rispetto le singole scuole di formazione, così come il confronto con colleghi di formazione diversa ha creato delle aree di convergenza. Il giustamente criticato DSM, il manuale delle diagnosi psichiatriche attualmente in uso in tutti i presidi, con tutti i suoi limiti ha costituito nel tempo la base di un lessico condiviso. Ora non è che tutte le associazioni analitiche abbiano lo stesso rapporto con i contesti istituzionali – ancor meno questo si può dire di tutti gli analisti, psicologi analisti o psicoterapeuti a orientamento dinamico, ma insomma oggi, specie per quelli che si sono formati diciamo negli ultimi trent’anni, l’iter di cura implica dei momenti specifici che tutti tra noi riconosciamo come necessari, e che quindi sono molto meno bizzarri esoterici e originali di quanto potesse apparire un tempo: per esempio siamo abituati a formulare un’analisi della domanda.  Dopo di che formuliamo una prima diagnosi. Dopo di che questa prima diagnosi, dopo mesi di colloqui, viene tradotta in  una seconda diagnosi. E via discorrendo verso una serie di parametri che fanno il mestiere, e che servono a valutare l’andamento delle terapie.
Le quali, si constata – è un dato non un pregiudizio – sembrano essere piuttosto lunghe.

Questo non capita davvero sempre, perché ci sono persone che vanno, anche da un’analista per questioni transitorie, per elaborare problemi di piccolo cablaggio, rispetto a un funzionamento nel complesso positivo, efficace. Magari hanno un piccolo problema, oppure sono in un particolare frangente del proprio ciclo di vita che li ha messi in difficoltà. E’ una cosa moderatamente frequente, perché di fatto è vero, le terapie sono lunghe – e spesso sono lunghe anche quelle di altri orientamenti. Personalmente anzi la tendenza a fare terapie lunghe e strutturate per me è una prova di affidabilità – posso inviare pazienti a colleghi cognitivisti – come ce ne sono – che lavorano per qualche anno con i loro pazienti, e lavorare in sinergia con familiaristi e sistemici relazionali, che portano avanti i loro colloqui altrettanto a lungo, rimango perplessa su trattamenti troppo brevi nel tempo.

La ragione della necessità di una lunghezza degli interventi, è nella necessità di procurare cambiamenti che siano profondi e stabili. Noi siamo molto meno facili al cambiamento mediante colloquio di quanto siamo disposti a ritenere, e questo resistenza al cambiamento è una condizione importante della nostra libertà. Se per estinguere un tratto patologico, una coazione a ripetere una serie di abitudini gravemente disfunzionali bastassero poche parole per quanto ben assestate, quanto potremmo considerarci liberi? Quanto saremmo suggestionabili? La resistenza biologica al cambiamento è una prova della nostra identità, e del fatto che per far si che si modifichi abbiamo bisogno di un lento lavoro.

Secondo messaggio nella bottiglia

Ciao Silvana torno a casa.

(Sai che è morto Charlie Watts? Te ne fregava a te di Charlie Watts? Dei Rolling Stones? Non parlavamo mai tantissimo di musica perché io sentivo che era uno dei territori in cui maggiormente si ispessivano le distanze. Eri stata una ragazzina scalmanata e tempestosa, con gli occhi severi, il fumo e il sonno sulla sabbia, eppure avevi della campagna quella diffidenza ruvida verso le ritualistiche urbane, la musica andava bene per ballare ma non doveva trascendere nel culto. Niente altari né preghiere, niente santi sporcaccioni.  Men che mai sfioravi le cose che ascolto io, che commuovono me e che mi servono per capirmi. 
Ma dicevo, ti ho pensato perché i Rolling Stones a settembre faranno il tour lo stesso. Tu non li avresti giudicati, ho pensato, la campagna sa accettare la crudezza della morte).

Ci siamo visti tutti insieme e abbiamo fatto quelli che stanno bene e ridono e fanno le cose.
Per questo ti ho pensato, quando è morto Charlie Watts, e ho pensato agli amici della vita che suonano tutti insieme, e poi uno se ne va e che fai smetti? E che è onorare l’amicizia quello? Non si smette. Per quello credo che suoneranno a settembre i Rolling Stones, di cui avremmo riso insieme in modo volgare decidendo se i membri sono del tipo del vino, o del tipo che no  – il tipo aceto, questo al massimo avremmo concesso alla devozione, e poi ho pensato che noi a modo nostro abbiamo fatto uguale, noi amici ancora vivi, chi sa per quanto, non me ne volere Silvana mia speriamo ancora per un po’, e insomma dicevo, ci siamo visti abbiamo bevuto, abbiamo riso. Io ammetto che a un certo punto, senza di te, non è cattiveria eh, mi rompo i coglioni. Ma te lo giuro solo dopo un certo punto.)

I nostri maschi stanno bene. Tuo marito fa cose con i tuoi figli. Sono tutti belli e rigogliosi, volevo tranquillizzarti su questa cosa.  A questi incontri, hanno detto cretinerie tutto il tempo, le femmine hanno nascosto la grappa oltre una certa ora, si sono fatti caldo l’un l’altro con il loro modo, gli amici hanno raccontato vecchi aneddoti, noi femmine ogni tanto fissavamo il vuoto un po’ perse. (Io non ascoltavo i Rolling Stones. Non so bene che animale fosse Charlie Watts, ma in generale mi sembravano un’orchestra di narcisi, che Dio li benedica non saremo mai abbastanza grati a questi eroi generosi di se, ho pensato che in una certa data di ottobre che ne so, un pomeriggio a Mick Jegger – (vino). – gli potrebbe venire il magone, si potrebbe mettere a spegnere cicche con violenza dicendo cose e un altro (aceto) dire, eh dai Mick, su proviamo, lascia stare, NON SI PIANGE QUI CAPITO? Come ci disse quell’amica tua all’ospedale, e qualche altra intigna ancora, ognuno si difende a modo suo).

I bambini dicono che ti pensano, soprattutto la piccola. Ti farebbe molto ridere. Mentre il maschio prende le orme dei maschi del mio casato: obliquo, umoristico, incerto, gentile, ansioso, lei è una piratessa fatta e finita come siamo state noi, impavida e iconoclasta. Dice che ti porta nel cuore e che se prendiamo un altro gatto lo chiamiamo Silvana, un’ipotesi che non mi sento di accantonare. 
Quando ci vediamo con tuo marito giocano insieme, si picchiano, si sfidano a duello, smontano il ristorante facendo cadere le sedie, lui la lega coi tovaglioli, io faccio ste foto pensando che tu le possa vedere. 
(Tutti stanno comunque più o meno dolorosamente dritti, riescono anche ridere, so che lo desideri del resto,  come desiderano le persone che vogliono bene.
Ciao cara)

Milf

La donna seduta al tavolo guarda l’orlo del mare, grosse navi grigie, minime allo sguardo, stanno ricamate all’orizzonte, il cielo una melma di smalto sulle cose, porta degli occhiali da sole la donna, una lunga gonna a fiori, un marito, due figlie e un’amante che l’ha lasciata, perché troppo turbolenta. A questo amante ora lei pensa, cercando di annichilire la mancanza coll’arma spuntata dei vecchi, che è il buon senso. (L’amore sottile di certe retrovie, amore di ossa lunghe, di dolcezze preoccupate, un modo distinto di prenderle il braccio, il volto, il corpo. L’amore urbano che ha la giacca, gli occhiali, il giradischi, un raro modo di sorridere, un frequente modo di essere infelice.)

Il ragazzo non sa precisamente l’età della donna. Senza dubbio deve avere almeno l’età di sua madre, si può ipotizzarne qualcuno in più. La guarda e ne sente qualcosa, non sa neanche bene come fa a sentire, è un animale giovane, una bestia veloce, di pelo corto, sente coll’olfatto uno sguardo, e pensa che gli sia destinato. Dunque la fissa con un’insolenza cinematografica e datata, come a  frugarle nel corpo scuro, e pensa con una sorta di invidiosa ambivalenza verso il potere della carne e quello dell’età, che dovrebbe cimentarsi con la pelle sgranata, e le gambe troppo lasche. Si siede davanti a lei.  “Posso offrirti qualcosa”, le dice.

(La donna stava districando gli errori dalle forme di lealtà, stava misurando il tenore degli sguardi e delle ultime terribili parole. E’ meglio che non ci vediamo, le aveva detto l’uomo di cui era gravemente innamorata, non perché non ne abbia desiderio o addirittura bisogno, ma non possiamo rompere niente, è meglio allora che non ci vediamo, e la donna si strugge per tutte quelle negazioni. Pensa al richiamo del corpo vecchio dell’uomo amato, delle sue spalle esili, della sua voce, che le vibra fin dentro lo sterno.
  Sicché – quando il ragazzo giovane, si rivolge a lei, è come se sentisse il guinzaglio dal mondo dei vivi richiamarla, una corda, un ritorno alle cose dei mortali. Lo guarda come per la prima volta, gli indovina tutto, prova tenerezza e disprezzo).

“Offrirle”.
Corregge lei, per niente lusingata, scivolando in qualcosa di austero e cattedratico e sentendosi dentro una rabbia sleale. Dov’è la madre che sei normalmente, si chiede mentre muove la bocca con sarcasmo, questo è una cane innocente, uno che sa a stento di scopate e di pompini, tutta una verginità dal dolore e dalla morte gli sta sulle guance e negli occhi. Gli guarda il mento appuntito, le pieghe agli angoli della bocca.  

Chi sa che si pensa di fare, dice fra se e se, distratta di malavoglia dal dolore. 

(Lui non capisce niente, in effetti. Era un gioco ma già si è annoiato. La vita gli è ancora immensa e oscura. Tra un paio d’anni una sera, una ragazzina difficile tergiverserà sulla sua pelle, e comincerà la lunga strada che la donna ritiene, probabilmente a torto, di aver finito di percorrere. Si alza.
“Mi scusi”, le dice)
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qui

Oggi questo solo possiam dirti: ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

In questi giorni ferve il dibattito intorno alla lettera congiunta a firma di Cacciari e Agamben, a cui è seguito un intervento di Cacciari atto a spiegare meglio la sua posizione. Il secondo intervento di Cacciari è un po’ meno mediocre della lettera, che nel complesso è sgangherata e confusiva, ma entrambi mi sembra hanno il merito bizzarro di far reagire altri esponenti di spicco della nostra classe intellettuale, aiutandoci tutti a costruire una riflessione condivisa su come pensare politicamente questo momento della vita pubblica, mettendo insieme per il bene della collettività il binario della fruizione sociale della medicina e della scienza e l’andamento di una democrazia matura. In questa loro funzione mi hanno ricordato il monito di un mio maestro – Francesco Montecchi – che all’esordio della mia formazione di analista disse a me e ai miei futuri amici e compagni di strada: guardate tutti gli analisti più grandi: da tutti imparerete qualcosa, compreso capire tutto ciò che non vorrete mai fare.

Non voglio riprendere qui i contenuti dei due interventi, noti ai più. Ne sintetizzo solo i punti per me salienti. Nella lettera i due filosofi sostengono che imporre il green pass è una minaccia per la democrazia, perché è un atto discriminatorio che ricorda scelte pericolose fatte da governi totalitari, che minacciano la democrazia matura. Lamentano una eventuale preoccupazione per una sorta di ipostatizzazione del green pass, per una sua trasformazione simbolica e provano a mettere in guardia l’opinione pubblica così. In secondo luogo,  e in particolare nel secondo intervento di Cacciari, la resistenza al green pass viene sustanziata mettendo in discussione l’efficienza dei vaccini, la loro utilità pubblica e indicando la presenza di molteplici posizioni nel dibattito scientifico, che è secondo Cacciari troppo aperto per legittimare un obbligo, stante il fatto che le sperimentazioni sono ancora in corso e molte cose non si sanno, i cittadini devono essere liberi di operare un consenso informato che non dovrebbe essere obbligatorio.Questa coppia di questioni, mi pone una coppia di problemi.


1. Il problema del rapporto con la scienza.

Se c’è una cosa di cui abbiamo sentito un bisogno vitale in questi due anni è una classe intellettuale che ci aiutasse a capire la costruzione di un sapere scientifico dal momento che per la prima volta anziché esserne i fortunati beneficiari eravamo gli inermi e spaventati testimoni. Sotto la lente di ingrandimento della comunicazione globalizzata ci siamo infatti trovati a osservare quello che gli storici delle idee hanno studiato sui banchi di scuola: ossia che il sapere da sempre si costruisce piano, con ribaltamenti successi casuali, conquiste territoriali graduali, luminari che dicono sciocchezze e fortunati soggetti periferici che azzeccano qualche formula. Abbiamo dovuto imparare che la soggettività del linguaggio, il situazionismo di genere, di storia, di classe di politica, di storia nazionale influenza la politica della medicina e la medicina sociale, a volte persino la scienza stessa. I laureati in filosofia di solito hanno letto Gadamer, hanno letto due sciocchezze di Popper, hanno un’infarinata sommaria di un Carnap e via di seguito per tutta la storia del pensiero novecentesco che tanto servirebbe a comprendere capire come mai sto covid non lo abbiamo risolto in due mesi, come mai sono state dette delle cose  e poi si è corretto il tiro, come mai ci sono delle contraddizioni che sono apparenti, come mai come mai, e io mi aspetto dai filosofi studiati, che se le ripassino quelle quattro sciocchezze e ci aiutino a sopportare una circostanza organizzando le informazioni. Mi aspetto  da un accademico, pensa due, che non si citino soltanto fonti rapsodiche utili a uno scopo, e manco si frigni che il dibattito è aperto  ma giura, non te se po’ nasconne gnente,  io mi aspetto che le informazioni siano gerarchizzate. Quali pareri si stanno coagulando di più rispetto ad altri nella costruzione di questo sapere? E quali sguardi situati politici e sociali stanno influenzando questi pareri? Per fare un esempio: la Capua fa bene a dire che chi non si vaccina deve pagare la spesa sanitaria pubblica? Lo storico delle idee che ha cognizione di causa delle competenze della Capua, del fatto che questo parere politico esula dalle sue competenze, del fatto che da mo’ che per questioni bioetiche il sistema sanitario nazionale copre i più scriteriati e pazzi, salva i tossicomani avanzati, quelli che si buttano in mare senza nuotare, persino i terroristi salvano,  dico potevano dire qualcosa di intelligente su di lei o su uno Zangrillo? E su tutti gli scienziati che fanno politica usando una posizione professionale che non li legittima affatto? E di contro, è leale corretto ed etico dire, il vaccino non protegge dal virus e non evita di rendere contagiosi, eludendo la plateale questione della riduzione del danno? Il vaccino diminuisce la portata dei sintomi, e protegge parzialmente, ci saranno dei morti ma di meno, dei malati ma di meno, per questo la comunità scientifica ha oramai una maggioranza ben più che risicata nel sostenerne la necessità, e per questo direi le politiche nazionali insistono sui vaccini. 

2. Il problema della questione politica.

Mi colpisce il fatto che Agamben e Cacciari si sentano profondamente minacciati, io credo perché commerciano oramai molto poco con il mondo che abitano. Quando nella lettera ho letto del concetto di discriminazione associato al pass ho avuto un moto di irritazione, ma facevo fatica a concettualizzare perché. Siamo pieni di restrizioni che non interpretiamo come discriminanti, men che mai se di professione mastichiamo la storia delle idee. Se la discriminazione è un’azione del potere che limita la vita dei singoli in base a criteri normativi, anche la patente di guida è una discriminazione, e lo è anche l’esame di laurea per tante professioni, e via di seguito. Forse pure la dimostrazione di un reddito nullo per avere un sussidio e forse anche l’aver scritto un libro per averlo pubblicato. Mi rendevo conto che Cacciari e Agamben giocavano sull’ambivalenza linguistica di un termine che ha un valore neutrale in un certo contesto ma possiede una capacità ricattatoria per le evocazioni di più ampio spettro che porta addosso. Discriminante è l’azione che rinvia io credo a un potere che non solo è esplicito giuridicamente parlando, ma ha degli agganci nei modi di pensare delle persone e in una serie di norme non scritte. Le discriminazioni antisemite, le discriminazioni omofobiche, le discriminazioni razziste, e via di seguito, non riguardano mai solamente il  mondo delle regole scritte, ma anche quello delle regole non scritte, e sono potenti e pericolose nella misura in cui precludono pesantemente l’accesso al potere alle decisioni in modo permanente. Ma il green pass  – per tutti quelli che non vogliono farlo può essere agevolmente sostituito da un tampone che in molte città sta addirittura diventando gratuito e accessibile -grazie ai presidi della croce rossa. Mi aspetto allora che due intellettuali di sinistra, ancora una volta anziché frignare, si occupino dell’accessibilità ai dispositivi sanitari  – per esempio i tamponi non sono ancora gratuiti per tutti, men che mai i molecolari, che costano la bella cifretta di 60 euro. Ma in Italia è da lunga pezza che gli intellettuali di sinistra non trovano abbastanza di sinistra occuparsi della frastagliata e tragica situazione del nostro sistema sanitario nazionale – è poco foucaultianamente cool, noi siamo liberi eh.

Ho però anche pensato che se Agamben e Cacciari sono tanto agitati, e non capiscono perché non lo siamo noi, è perché la loro distanza mentale dal mondo presente, impedisce di capire che di fatto la circolazione di idee nel bene e nel male si è spostata dai luoghi fisici. Le manifestazioni pubbliche vanno perdendo senso, le cellule di partito invecchiano e spariscono, e gli scambi si spostano nell’area del virtuale, della comunicazione scritta, di altre modalità di comunicazione – per le quali invece, occorre tenere gli occhi ben aperti, perché rendono i soggetti pubblici vulnerabili ricattabili, isolabili.
Mi angoscia doverlo dire, perché è un film di qualità infima, che esprimeva in un linguaggio grossolano  e semplificatorio fino al ridicolo questioni che ci si stanno ponendo sempre più frequentemente –  ma forse le lettere pubbliche le dovrebbero firmare gli autori di The Social Dilemma.
In mancanza di meglio.

Un sogno

Quella notte la donna si sognò la sua amica morta. Era pallida elegante e già malata, ma si sposava di nuovo con suo marito, ci sarebbe stata una festa elegante, che il sogno avrebbe girato nella Babele di Bruguel. La sua amica morta aveva il collo rigido e fatato dell’ultimo anno e un lungo vestito bianco e mentre lei era vestita di nero con il suo corpo di sempre, ottimista e generoso. 
Nel sogno parlano, c’è una luce dorata di festeggiamento barocco, un riverbero di broccato e stucco, forse candele – si capisce che il tema del sogno è eros ai tempi di thanatos.

La donna al risveglio vede la luce gonfiare le tende verdi, e allagare il pavimento rovinato. La casa è silenziosa, e alla donna il sogno sale nella mente come una mareggiata lenta,  che ora guarda come si è abituata a fare. Ha cominciato a sognare la sua amica solo quando se ne è andata, come se non si potesse accorgere in vita quali parti simboliche, quali pezzi di sentire e di stare al mondo incarnasse. 
(La sua amica era di natura iconoclasta carnale e dunque molto sentimentale. La malattia l’aveva costretta a una saggezza composta sua malgrado, e questo ora si sognava: il dolore della conoscenza e l’importanza di certe gerarchie sentimentali.
)

La donna pensa dunque al matrimonio che si ricelebra nel sogno, agli affetti che in vita le aveva spiato, e poi di contro – ai suoi sentimenti dell’ultimo tempo, all’uomo che si era ritrovata ad amare, a tutte le lingue con cui aveva tentato di tradurre la parola incandescente. Era grata al sogno per la capacità che aveva di mettere insieme lutto e vitalità, fine e resistenza, era grata all’atmosfera settecentesca che circolava ma anche al senso di resa sottile che aleggiava. Era uno strano sogno cinematografico e verticale, le diceva di imparare usare uno sguardo che nella sua quotidianità non aveva trovato, le insegnava  una resistenza estetica e tollerabilmente dolorosa, e una gentile comprensione di quello che si deve lasciare. 
Un sogno sopportabile sulla morte e su quello che non muore

La donna si alza, abbraccia qualcuno che era rimasto nell’ombra.

(qui)

Genitorialità a scuola. Alcune note.

Premessa:

Vorrei cominciare questo post con delle annotazioni personali.

Sono madre da 12 anni, e sono diventata madre in modo sospettoso e guardingo, figlia di una madre allergica alle retoriche sul materno, e probabilmente anche alle prassi del materno. In un intreccio fortissimo tra personale e politico mia madre aveva lottato contro l’identificazione di lei esclusivamente come genitrice, e aveva rivendicato una fiera ostilità all’estetica dell’accudimento. Quindi dicevo feci il mio primo figlio con scarsa convinzione e pensando che sarei stata assolutamente inadeguata, spesso anche indugiando in una civetteria, che ancora incontro in qualche donna, che un po’ è scaramanzia, un po’ è patto di classe. Andavo al parco a far giocare mio figlio mal volentieri – perché dicevo le mamme soffrono di dentino centrismo, e mi avrebbero annoiato con discorsi sui bambini poco interessanti – e una volta approdata a scuola guardavo con spocchia ma anche ragionevole criticismo i comportamenti degli altri genitori. Non ero nella chat delle mamme, e guardavo ai comportamenti correnti con perplessità.
Non avevo tutti i torti, come scriverò dopo. Ma neanche tutte le ragioni.

Tuttavia, nel frattempo sono successe delle cose: ho fatto un altro figlio, anzi una figlia e credo di aver trovato un modo di fare famiglia che mi sembra ragionevole e piacevole, ho cominciato a trovare questo modo sgangherato e sicuramente molto perfettibile talmente ragionevole e piacevole che ho considerato l’ipotesi di un terzo figlio, anche se poi non l’ho più fatto. Parimenti, nel frattempo mi sono fatta tra le altre mamme delle amiche, che oggi sono tra le più care. Addirittura, partecipo alla chat delle mamme con una disinvoltura spericolata: quest’anno per sbaglio tra i coniglietti pasquali, ci ho messo una foto di Hoouellebecq e Iggy Pop che bevono.

Parte prima: il mondo dove abitano i genitori

Si sente spesso dire di questi tempi: fuori i genitori dalle scuole, e nonostante questo mio cambiamento interno, continuo a pensare che  la protesta abbia diversi punti a suo favore, anche se in fondo, come invece spiegherò alla fine non sono per niente d’accordo. Oggi la genitorialità è cambiata, per moltissimi motivi, e si propone un nuovo tipo di malfunzionamento che non riguarda tutti i genitori – non so bene quantificare quanti e quante famiglie interessi, ma si osserva spesso. Abbiamo nuovi genitori molto apprensivi sul funzionamento scolastico, antagonisti nei confronti dei docenti, molto controllanti sui figli, molto partecipi rispetto alle loro attività e che alle volte si sostituiscono direttamente ai minori, salvo poi lamentarsi davanti a uno scarso rendimento che il bambino o il ragazzo  non è correttamente stimolato. Assistiamo a situazioni bizzarre di genitori che sfidano i professori e magari gli mettono le mani addosso, ma anche di genitori che una volta su due fanno i compiti al posto dei figli, e prima ancora dei compiti che si occupano di fornire stimoli intellettuali importanti ai bambini quando sono in età prescolare. Mio figlio, mi disse una madre di un bambino di 4 anni, prende lezioni di inglese tutti i giorni, perché le lingue sono molto importanti.

Questo interesse parossistico per la prestazione non si coniuga con una passione per la sanzione, che era il pane quotidiano dei nostri di genitori, e questi genitori non solo non amano che i propri figli siano sanzionati dai docenti, ma fanno un’enorme fatica a punirli in prima persona, a dar loro dei confini e delle regole, e a concepire una violazione, sono pervasi da una logica della comprensione ma si avverte tangibilmente una difficoltà emotiva reale a sopportare la rabbia o il dispiacere dei piccoli, e ancor meno la sfida degli adolescenti, e quindi quando il figlio non rispetta un dovere o un compito, non riescono a esprimere una obbligo. Per quanto tutte questi comportamenti siano attuati in buona fede e con una convinzione che è anche l’esito di una sincera riflessione, gli effetti sono piuttosto deleteri. Lo psichiatra Marco Tarantino una volta  definì queste conseguenze con una sintesi molto efficace: poco superio, molto ideale dell’io, e che qui possiamo sviluppare con: poco senso di colpa molto narcisismo. 
Ora, un dosaggio benigno di narcisismo è una cosa auspicabile in tutti, ma se manca l’esperienza di confine, di limite, di sanzione, e di responsabilità, questo narcisismo diventa molto meno salubre – e completamente svuotato dall’interno. In primo luogo i l limite crea pensiero, produce creatività, costruisce identità molto più della sua assenza, quindi diventerà probabilmente un adulto più definito consapevole di se e dei suoi desideri un bambino che abbia patito delle regole di uno che abbia avuto carta bianca –  ma in secondo luogo e forse è più importante, un bambino e un adolescente che esperiscono la regola e il confine, mutuano dall’esterno una scatola contenitiva che serve all’interno, e reggeranno meglio emozioni negative, depressioni, situazioni avverse. I bambini in effetti hanno bisogno di scatole, che non siano sempre di dolci – e forse questa esplosione di ADHD, la diagnosi che racconta cosa succede ai piccoli quando non sanno come fare per gestire depressioni intrusive che spezzano la concentrazione e i processi logici, ha anche a che fare con questa complicata questione. 


All’origine di queste nuove prassi ci sono macroscopici cambiamenti di cultura e di costume, che sono diffusi in tutto il mondo occidentale ma che trovano nella situazione italiana una particolare declinazione. Se da una parte nel mondo occidentale molte più donne lavorino, e in tutti i paesi questo si correli con una diminuzione del numero di figli per nucleo familiare, in Italia si assiste al bizzarro fenomeno della natalità più bassa unita a una forte disoccupazione femminile e uno stato sociale particolarmente lacunoso. La nostra avventura ideologica e politica nelle democrazie avanzate è infatti particolarmente soave, e siamo quelli che uniscono il peggio di tutti i mondi a disposizione: l’individualismo monadico dei capitalismi avanzati con una solida assenza di servizi per la famiglia come nei paesi del terzo e quarto mondo, accorpando a questo una ideologia sempre più condivisa a cui tutti partecipiamo con convinzione che tende a svalutare qualsiasi funzione di cura privata a discapito della prestazione pubblica. Siamo infatti contenti di non saper stirare, ci vantiamo di non saper cucinare, una volta in possesso di un reddito che ce lo permetta deleghiamo le funzioni di cura a terzi: badanti per i genitori anziani, baby sitter per i bambini, e all’occorrenza maggiordomi anche per i cani da appartamento. Tutti vogliamo fare certe cose – lavorare, guadagnare – in pochissimi vogliono farne altre.Spesso, forte è anche la componente esterna, sono molti i contesti che chiedono molte molte ore di lavoro, e la delega delle funzioni primarie diventa un fatto obbligato o quanto meno la pressione lavorativa non fa prendere sul serio il ruolo di accudimento come meriterebbe. Quanti infermieri possono chiedere di non passare la notte in ospedale? Quanti lavoratori di fabbrica possono vantare un posto di lavoro talmente vicino a casa da poter davvero dirsi di essere occupati solo le 40 ore concordate? E invece nell’angosciato mondo delle libere professioni che in Italia si moltiplicano più che in tutti gli altri paesi – quanti non vi diranno di essere costretti a lavorare moltissimo per reggere la concorrenza? Quanti sono i contesti professionali che cannibalizzano letteralmente lo spazio privato? Abbiamo idea dei costi privati che chiedono l’avvocatura, gli ospedali, o anche l’immenso ed esteso sottobosco della politica? 

Con queste premesse i nuovi genitori fanno pochissimi figli, uno se va bene due, e hanno comportamenti verso i figli in primo luogo determinati dal numero: il figlio è il nostro testimone dopo la morte, la nostra continuazione, la nostra eredità e ora la nostra eredità, il dna che cammina nel tempo, è affidata a pochissime teste. E’ normale che la quantità di fiato sul suo collo preziosissimo sia fuori misura, è una cosa psicologicamente incontrollabile. In secondo luogo se da una parte molti contesti lavorato esigono una quota esagerata di ore, dall’altra molte madri di questi figli, in un paese tra i più maschilisti in Europa, lavorano meno che in altri paesi, quando lavorano spesso hanno meno possibilità di fare carriera, spesso lavorano poche ore durante il giorno. Come ebbe a spiegare una volta Francesco Montecchi in una lezione che mi rimasse in presso: perché una madre sia sufficientemente buona, o deve lavorare o deve fare almeno tre o quattro figli. E’ difficile che non faccia sbilanciati investimenti senza lavorare con un figlio solo. A quel punto abbiamo dei genitori con pochi figli, uno – due – e i pochi figli sono molto complicati da gestire emotivamente. Sgridare un sindacato di bambini è molto più facile emotivamente che sgridarne uno, che è da solo. Essere una coppia di genitori solidali con un bambino piccolo è infinitamente più difficile che esserlo con due piccoli. Ci si sente molto in colpa. 

Tutto questo infine va iscritto nel passaggio di costume che hanno implicato le nuove tecnologie tra smartphone e uso dei social. Tutti oggi siamo molto più collegati gli uni agli altri più presenti alle nostre comunità di appartenenza, e più riconoscibili nelle nostre identità private, non è tanto una nuova epidemia di funzionamento narcisistico ma si tratta proprio di una mutazione di sistema esistenziale e comunicativo, tutti siamo adesso iscritti in una logica di branding della personalità che suggerisce di raccontare pubblicamente una identità privata, e di usare il privato come piattaforma pubblica, quello che siamo nel nostro privato non è più un fatto personale ma una definizione di se  continuamente riscritta e riproposta – con le nostre foto profilo, con i racconti che facciamo alla nostra bolla di contatti, con i pareri che dichiariamo di avere nelle numerose chat di gruppo che sono fiorite con la nascita di whatsup e di cui quella delle mamme è in fondo solo una delle tante, hanno la loro chat i figli che vanno a scuola, le hanno gli amanti e le amiche, le hanno i dipendenti e i vertici di azienda. Perché questi sono anni in cui alla teoresi della rappresentazione di se vanno insieme alle collettivizzazioni delle esperienze ai gruppi di interesse per qualsiasi cosa. E’ un nuovo funzionamento sociale, che possiamo pure stigmatizzare, ma che ha anche degli oggettivi vantaggi: i nuovi microcircuiti offerti da questi gruppi permettono infatti: un aumento di circolazione di informazioni, un aumento degli scambi tra persone, un aumento delle forme intermedie di sostegno emotivo. Svolgono un ruolo di notevole aiuto quando chiunque in qualsiasi ruolo attraversa una fase di difficoltà: vale per i gruppi di neomadri che affrontano neonati difficili,  vale per per i gruppi di malati di tumore che affrontano effetti collaterali della chemio, vale per gli psicologi che cercano lavoro e magari sbagliano un colloquio importante in una onlus, vale per i genitori che hanno un problema con il figlio che non vuole andare a scuola. Tutti siamo un po’ più pubblicamente di quanto siamo mai stati.  E in questa nuova declinazione esistenziale tutti siamo sostenuti nella nostra identità costellata al gruppo: Psicologi. Genitori. Calcetto. 

Nuove patologie del sistema familiare

Dunque questa è la piattaforma di fondo che spiega gli estremi di una nuova genitorialità in cui spesso e volentieri i docenti si confrontano con genitori intrusivi, sfidanti la classe docente, iperprotettivi verso i figli, deresponsabilizzanti, che spesso e volentieri si sostituiscono ai figli. Non tutti i genitori sono così va detto, ma in parte ci sono dei comportamenti diffusi a cui i docenti non sanno letteralmente come opporsi, in parte ci sono nuovi comportamenti particolarmente gravi, che sono relativamente nuovi, e che statisticamente ce ne è almeno un paio per classe di minori. 
Per quanto riguarda il primo fenomeno gli insegnanti, non riescono – a quel che mi è dato di osservare – ad arginare la tendenza per esempio diffusissima alle elementari e sto osservando permanente anche nelle scuole medie – di assumersi responsabilità che dovrebbero essere dei figli: è abbastanza normale cioè che i genitori oggi: sappiano al posto dei figli che compiti ci devono essere, sappiano al posto dei figli che materie devono portare a scuola, è piuttosto diffuso che facciano i compiti con i figli – qualche volta al posto dei figli. Ci sono anche genitori che organizzano i giochi dei figli. Questa cosa è pedagogicamente e psicologicamente negativa perché va in direzione ostinata e contraria all’apprendimento, ma è l’esito del dispositivo delle chat di classe messe in mano a persone che hanno pochi bambini e spesso molto tempo – e questo tempo non è sotto controllo di una classe docente – a sua volta gravemente svalutata e non sostenuta invece nel suo ruolo, per cui o un genitore ha la fortuna di incappare in quel tipo di insegnante  – grazie a Dio ce ne è – che ha la forza di assumersi un carisma, che se ne sbatte e li cazzia a dovere, oppure fa la voce grossa in presenza o in assenza e non si accorge di cucinare un nevrotico che un domani farà molta fatica a fare un qualsiasi lavoro. 

Per quanto riguarda la seconda questione invece, il problema non è particolarmente di questo tempo, perché è il problema del dispiacere dell’incertezza e della sofferenza e in sostanza della mancanza di salute psichica per cui: non è che i genitori di oggi siano più nevrotici e infelici e sbaglino di più di quelli del passato. Purtroppo il dolore l’inadeguatezza e l’infelicità e le storie di vita tristi sono un dato immanente all’umano, ogni momento storico sceglie il vocabolario con cui esprimere queste cose, ogni momento storico indica gli errori più adatti a se e il linguaggio con cui esprimere le psicopatologie. Traqnuillizziamoci: i nostri padri e le nostre madri facevano altrettante stronzate, solo diverse erano infelici come noi, solo in modo diverso. In passato le patologie della genitorialità erano sulla coartazione, il disinvestimento, la castrazione attiva, l’irrisione. Patologie frequenti  per fare un esempio, ma ce ne sarebbero altri, erano padri che allo scopo di non avere concorrenti potenti eviravano simbolicamente i figli col disprezzo. Non era più bello era il vassoio di quel tempo. Oggi abbiamo altri vassoi

Quando si dice, fuori i genitori dalle scuole – benché si reagisca a un problema nuovo e oggettivo Si fanno due operazioni. La prima è quella di occultare completamente il valore politico della istituzione scolastica e della partecipazione all’istituzione scolastica. Fuori i genitori della scuola è molto più parente della dilagante impolitica, del fatto che non si trovi uno che voglia fare il sindaco di Roma, dei genitori che invece vogliono sapere cosa succede nella classe dove mettono i bambini. La civetteria con cui si maltrattano istituti come la rappresentanza dei genitori o i consigli di classe è una civetteria che teoricamente crede di avere a mente cose molto più importanti, ma che in realtà combacia con una nevrosi dell’azione politica. Non credo che sia davvero intelligente sperare che i genitori non entrino a scuola, non sappiano cosa facciano gli insegnanti, non si interfaccino con la classe docente, non parlino tra loro. Non credo che se molte piante hanno la cocciniglia il vero rimedio sia estirpare le piante. Non penso che sia davvero intellettualmente serio colpevolizzare le piante per via della cocciniglia, mi pare un atto poco responsabile e davvero ponderato. Nella difficile situazione collettiva di una numericamente povera eredità generazionale, prendere le distanze dall’identificazione col padre ansioso fa assumere le vesti del figlio adolescenziale e riottoso, con il che non si va molto lontano.

 Io non ho particolari ricette per un problema che esiste. Che il problema esista lo vedo e lo vedono tutti i miei colleghi che cominciano a vedere sempre di più gli effetti di questa tendenza sui giovani adulti che arrivano in terapia, con una nuova fenomenologia dei sintomi che appare quanto meno molto più frequente di un tempo.  Ora in realtà siamo ai primi effetti di un cambiamento in atto, e se ne potrà parlare meglio fra qualche anno, con molto più dati e un passaggio che sarà consolidato – ma per fare un esempio, ora ci si confronta con un nuovo tipo di giovane paziente che ha queste due caratteristiche: fallisce in una serie di obbiettivi, i quali però hanno tutti, invariabilmente, la caratteristica di non essere molto investiti libidicamente, non lavorano, non studiano, hanno degli amici e delle relazioni anche esse dal sapore annacquato, e una violenta resistenza a qualsiasi progettualità. Conoscono divertimenti, in diversi casi divertimenti da sostanze, ma hai sempre la sensazione di una libido a mezzo servizio. Ora se questi sono pazienti, è evidente che la questione non può essere sociologica e culturale ma è come se nelle in cui ci sono delle pregresse problematiche di vario ordine e grado – genitori satellitari, lutti, depressioni, scarse sintonizzazioni emotive le tristi vicende con cui tutti combattiamo – venisse a mancare quell’ancora di salvezza che è la sollecitazione all’investimento libidico fuori dalla scatola della casa, e quella sollecitazione è sempre provenuta da scatole un po’ troppo rigide per le richieste dell’infanzia e dell’adolescenza. Quando le cose vanno bene in casa, sufficientemente bene anche in questo sistema, i bambini e i giovani adulti trovano le loro strade, quando le cose vanno male, e il confine non è rigido, non c’è sanzione, quale motivo ha il figlio per uscirsene? L’assenza di sanzione scoraggia la maturazione. Se quando si prende 4 il professore ha torto, non c’è motivo di prendere 6, men che mai di prendere 7 diventare professore è fuori discussione.

Il problema è grave e complicato perché si innesta nelle sfere private, e si correla a comportamenti che sono deficitari in maniera controintuitiva, e che sono come dire il contrario di altri che però sono lesivi per i giovani in maniera più plateale: la mancanza di accudimento e l’aggressività sono chiaramente per tutti qualcosa che fa male ai piccoli. Ma come si fa a intervenire nel privato per un eccesso di accudimento? E’ difficilissimo che i genitori si percepiscano come deficitari nel fare queste cose,    perché sentono in buona fede di cercare di fare il meglio possibile – sono nella maggior parte dei casi, decisamente meno virulenti di quelli .  Come fanno i poveri docenti così angariati nella percezione collettiva, così svalutati, a intervenire su qualcosa che tecnicamente non è di loro pertinenza, come la ridondanza delle chat delle mamme? 

Per il momento mi vengono in mente solo due possibilità. La prima riguarda i contributi che possono fornire i miei colleghi – soprattutto quelli che lavorano come sistemici relazionali e quelli invece che lavorano come psicologi dell’età evolutiva – e che dovrebbero parlare sulla stampa e sui media di questo fenomeno in maniera competente e non ridicolizzante e svalutante, in modo da rendere il più fruibile possibile all’opinione pubblica il problema di questo cambiamento di paradigma. La seconda riguarda una riflessione collettiva sui ruoli e sui poteri della classe docente, e forse una riflessione e un’azione all’interno della stessa classe docente, che deve trovare il modo di riuscire a far passare nel privato che questo comportamento deve essere modificato. Altro onestamente per ora non mi viene in mente. Sono diciamo degli appunti.

la saldatura tra psicopatologia e razzismo

Per spiegare come si saldino, razzismo e psicopatologie personali, facciamo un gioco, prendiamo un bambino figlio di immigrati e valutiamo una serie di trame, confrontando soprattutto due ipotesi paradigmatiche – tra le mille che si possono immaginare.

IPOTESI UNO:

Un bambino nasce come terzo figlio di una famiglia dove: c’è un relativamente buon matrimonio, una madre che ha un buon rapporto con la sua funzione materna, e anche con la sua identità di donna e di madre, e tutta la famiglia vive in una comunità in cui è ben inserita. Anche il padre del bambino sta bene: ha un lavoro, è contento di aver portato la famiglia in una situazione di maggior benessere.  Immaginiamo che siano in un paese del nord est per esempio, che sono arrivati in Italia con altri del loro paese, e anche che per una lungimirante politica delle amministrazioni locali ci sia una relativa integrazione. 

Questo bambino crescerà felice e anche con un importante bagaglio di competenze, come capita a tutti i bambini che tengono addosso due culture, avrà rispetto ad altri: due vocabolari, due modi di pensare, si abituerà presto a edificare un ponte interno tra questi due mondi. Purtroppo – questa è anche in un paese come il nostro una funzione matematica dell’immigrazione, più ce ne è, più lavora bene, più va incontro a feroci forme di discriminazione e di aggressione – la vita del nostro bambino sarà spesso segnata da episodi di razzismo che lo faranno soffrire. Così come la sua infanzia sarà costellata della rabbia del papà quando è aggredito per il colore della pelle, o della mamma quando le capitano queste stesse cose. Tutta la sua infanzia sarà costellata da questi problemi.  

A queste sfide il nostro bambino reagirà costruendo un carattere reattivo, e affinando un particolare talento nella selezione delle persone importanti. Col tempo dovrà imparare di chi fidarsi. Qualcuno potrà trovarlo una persona irosa per esempio, perché in certe occasioni reagisce con molta veemenza. 

Tuttavia, questo bambino ha ottime probabilità di diventare un adulto capace e con talento per la vita. La sua infanzia rassicurante gli ha dato delle risorse: nella scuola dove va si fa degli amici anche italiani a cui si lega, si fa una fidanzatina. Può anche essere un un gran secchione – come capita spesso e fortunatamente a coloro i quali sentono di dover portare a termine il mandato di padri che stanno lavorando sodo. Quando incontrerà, e lo incontrerà spesso, qualcuno che lo aggredisce per il fatto che è nero, dopo una serie di situazioni dolorose e umilianti –  tirerà fuori una serie di reazioni che lo metteranno nel campo relazionale con la persona razzista, in una posizione di forza: rimarrà imperturbabile in un caso, ma con un volto molto altero, successivamente imparerà a reagire con sarcasmo, se invece è un altro tipo di maschio convocherà i suoi pari e organizzerà una ritorsione. A seconda della equazione personale, soffrirà, ma psicologicamente non soccomberà. Il razzismo per lui, come per la sua famiglia, sarà sempre un grave problema politico, non un problema psichico. Il suo essere soggetto nel mondo, il suo avere diritto ad abitare il mondo, non sarà mai messo in discussione dall’aggressione razzista. L’aggressione razzista gli toglie delle libertà fuori di lui, contingenta il suo spazio pubblico, non toglie mattoni dal privato. Non traumatizza. Che vuol dire: non diventa gli occhiali con cui vedere tutta l’esperienza e l’identità.  

Questo per diverse questioni, che dividiamo in due gruppi. Un gruppo di questioni riguarda la vita di questo nostro bambino quando viene al mondo, e un secondo gruppo riguarda la vita del clan di questo bambino quando diviene adolescente e adulto. 


Quando era molto piccolo la mamma lo ha allattato con piacere, ma occupandosi di lui moderatamente avendo altri due figli con poca differenza di età. Il padre è stato presente e lui ha potuto sentirsi sicuro di se quando per esempio lo mettevano a dormire, e quando ha cominciato a camminare. I suoi genitori sono stati per lui una base sicura da cui potersi allontanare e a cui poter ritornare. La mamma è una donna allegra e piena di risorse, che si è fatta delle amiche in questo paese, e che gli ha intimato di essere gentile in qualsiasi circostanza: per questo bambino, la gentilezza è uno stile spendibile derivato da un sottotesto che più o meno suona come: “noi siamo forti abbastanza, noi ce lo possiamo permettere”.  Tendenzialmente il suo mondo sufficientemente buono della prima infanzia, è diventato un mondo sufficientemente buono dentro di lui, e anche  una generale proiezione di fondo sul mondo circostante. Soffrirà molto questo bambino quando le aggressioni razziste strapperanno questa aspettativa ottimista del suo mondo interno, tuttavia siccome il suo marchio di fabbrica è nella salute psichica e nel moderato equilibrio, l’atto razzista sarà sempre vissuto come l’irruzione di un negativo, non come la conferma di una logica psichica. Il razzismo per questo bambino sarà: un suo importante problema politico e un importante problema psichico del razzista. A un certo punto capirà che mentre lui ha un mondo che spesso qualcuno cerca di sporcare procurando rogne, qualcun altro ha un mondo sporco dove le rogne sono un problema addirittura secondario. 

Questa sensazione di forza, che renderà la sua reattività spesso meno teatrale quando viene discriminato, sarà tanto più forte, qualora la sua famiglia mantenga nel tempo solide relazioni con il contesto o con una comunità di appartenenza. Se il ragazzo sarà aggredito durante il lavoro estivo per esempio, da una persona razzista, l’essere iscritti in una rete sociale dei suoi, il potervi fare ricorso, il saperlo più che il farlo, renderanno ancora una volta l’aggressione meno potente, meno capace di metterlo in discussione nella sua intimità. Si arrabbierà, sarà per lui una croce. Sarà per sempre per lui un problema. Non sarà un problema psicologico. Non investirà la sua capacità emotiva progettuale, non metterà in discussione il suo talento, la sua capacità di amare e di avere relazioni. Nella sua crescita avrà sempre un contraltare in una serie di piccoli quadri. Il papà che scherza con il collega banconista del bar e lo chiama sporco negro e ridono insieme, sarà uno di quei quadri interni, la mamma con un contratto regolarmente retribuito  sarà uno di quei quadri interni. I pic nic della comunità nel parco dietro la chiesa sarà un altro di quei quadri interni. L’amico che l’ha difeso da ragazzino, e quello che gli ha chiesto scusa etc. etc. etc. Tutti questi quadri interni, di piccolo benessere ceselleranno la sua identità, e la possibilità di essere orgoglioso di cose sue: interessi, talenti. Potrebbe diventare un uomo introverso – ma se la biologia del carattere lo assiste oltre allo sguardo della madre, niente gli vieta di diventare un soggetto carismatico.

IPOTESI DUE

Ora prendiamo questo nostro bambino, e vediamo cosa succede se emergono delle criticità a diverse altezze –  ce ne possono essere un’infinità ma noi ne proviamo alcune.

Per esempio quando nasce – la sua mamma è sola, perché il padre lavora in un’altra città e non conosce molte persone, ha si una sorella c’è una piccola comunità ma piuttosto disgregata, non ci sono servizi sociali adeguati di riferimento per lei. E’ molto spaventata per i soldi che non bastano, ed è sovraffatta dall’essere sola nel dover gestire tre bambini di cui uno è un lattante. Forse ha una depressione post partum. Forse è depressa da prima della nascita del nostro protagonista. Questa mamma, come tante mamme in difficoltà, né più né meno, potrebbe non essere accessibile. Può succedere che il bambino debba essere allattato e pianga a squarciagola, e la mamma stia piangendo, oppure stia guardando un punto fisso nel vuoto, oppure stia litigando al telefono con qualcuno, ma non gli da da mangiare, né va da lui,  né subito, né dopo dieci minuti.  Non lo sente. Forse quella mamma potrebbe essere stata una bambina non sentita a sua volta, e le urla del piccolo le potrebbero ricordare il dolore che ha provato lei inascoltata, un ricordo analogico, non verbalizzabile, provato quando non c’era la memoria, quasi un ricordo del corpo più che della testa. Magari questa mamma viene da una zona dove c’è stata la guerra, per esempio.  Nessuno è d’altra parte di aiuto a questa mamma, che in questo momento è isolata. I figli crescono intorno a lei fortunosamente e come funghi carichi di rabbia. Questo bambino crescerà in questa situazione di una mamma che non sente quando lui la chiama, che arriva tardi, che fa una cosa per un’altra. 

(Se osservate i bambini che piangono tanto e finalmente arriva la mamma ad allattarli spesso si nota che non riescono a mangiare mordono il seno materno e lo prendono a piccoli pugni. Non riescono a nutrirsi tanto sono risentiti e disperati. Melanie Klein ha genialmente cortocircuitato questa esperienza di primaria deprivazione con la struttura psichica dell’invidia. Se il seno materno, il correlato oggettivo del bene e del desiderio, ciò che contiene ciò che riempie si nega sovente, se la cura diviene un oggetto buono costantemente desiderato che fa diventare rabbiosi e cattivi quasi sempre, questa cosa diventa un modo di abitare il pensare: l’altro ha il potere delle cose buone e belle e io sono pieno di cose orribili brutte e cattive, e lo invidio tremendamente. L’altro ha il potere che io non ho)

Ora, immaginiamo una biforcazione socioeconomica: il caso in cui esiste un nido a cui il nostro bambino può accedere, dei servizi sociali a cui la mamma può fare riferimento, delle scuole materne ed elementari con il tempo prolungato, e una comunità di immigrati che magari vengano dallo stesso paese della donna,  e che facciano da rete, e il caso in cui invece non esista niente di tutto questo.

Se esiste un nido, una materna con il tempo prolungato, uno psicologo del servizio pubblico, un operatore sociale che venga a casa alcune ore a settimana, un paio di zie e un cognato, il nostro bambino potrebbe sperimentare delle esperienze correttive. Potrebbe capire che ci sono persone che ti danno da mangiare se lo chiedi, che ti accudiscono quando cadi e ti fai male. Rapporti prolungati con queste figure rappresentano dispositivi protettivi che con il tempo vengono interiorizzati, e metteranno il nostro bambino nella posizione di sapere che ci sono persone buone, ci sono persone accessibili, e che quando è saziato e ascoltato subito anche lui può essere una persona buona che esperisce se stesso sereno e non pieno di rabbia. 
A sua volta anche la sua mamma potrebbe essere una mamma migliore con questi dispositivi, con i bambini a scuola o al nido fino alle 4 può lavorare, può prendersi cura di se stessa, può anche perdonarsi il fatto di non essere sempre molto accessibile e quando va a prendere i bambini essere più responsiva, più adeguata, più efficace. In un mondo ideale,  chi sa che non possa fare lei una psicoterapia per se, pagando un ticket che l’aiuti a fronteggiare il suo disagio. Con tutte queste risorse dispiegate la ferita originaria del nostro protagonista potrebbe notevolmente rimarginarsi, forse gli rimarrebbero delle tracce  – probabile – che lo renderebbero un paziente nevrotico di domani, forse un domani potrebbe diventare un adulto ombroso, polemico, risentito, in qualche occasione sgradevole, provocatore petulante, ma anche un uomo capace di attivare delle risorse, di riparare il passato: un buon lavoratore, un buon padre, un marito affettuoso anche se di faticosa gestione.  In questa seconda ipotesi –  anche un uomo che patisce l’aggressione razzista con vissuti più esasperati e più marcati, vivendo magari  il rapporto con la comunità ospitante in maniera più gravemente sofferente. Quella cosa originaria del seno kleiniano con tutti questi stronzi bianchi ricchi che ti trattano male e ti fanno sentire una merda potrebbe tornare. Così come altre cose: per esempio, pensieri autoconsolatori che suonano come: mia mamma è una persona buonissima era una madre perfetta,  però questi stronzi non l’hanno mai aiutata. Il nostro ragazzo starebbe spesso a combattere una certa propensione al manicheismo, e gli potremmo ritrovare un’adolescenza turbolenta.

Ma se disgrazia vuole che: il padre non raggiunge la madre, e la madre per la sua depressione perde i contatti con il contesto, non contatta la sua comunità, il bambino rimane senza figure secondarie. Immaginiamo inoltre l’eventualità per cui non c’è uno straccio di servizio sociale sul territorio, non ci sono nidi, materne ed elementari solo fino alle 12’30.  il nostro ragazzino è esposto a un dilatarsi dell’assetto patologico, è più difficile per lui accedere a dei fattori protettivi, a delle figure riparative, le credenze terribili che si sono cominciate a formare nella sua primissima infanzia si potrebbero fare molta più strada e cristallizzarsi in comportamenti, per esempio, precocemente antisociali, in alternativa o unitamente a comportamenti in cui lui si sente la vittima oltraggiata e bullizzata. Gli psicoterapeuti infantili sanno infatti che in generale quando ci si trova di fronte a vittime di bullismo, c’è molto da lavorare su una serie di comportamenti che tendono a generare il bullismo nel prossimo: precoci e sottili assegnazioni di ruolo, dichiarazioni fatte con lo scopo non sempre così inconscio di elicitare l’aggressione del prossimo, comportamenti volti a diventare stigmatizzabili. La base di questi itinerari relazionali è l’identificazione proiettiva: vissuti di forte aggressività vengono tenuti sotto controllo sollecitandoli nel prossimo. Un meccanismo che ha per esempio un suo ruolo in anche in alcune coppie dove emerge una violenza di genere – ma anche in molti casi di mobbing.  
Per capire bene dobbiamo considerare cosa succede psicologicamente quando tutte quelle risorse positive della prima ipotesi vengono a mancare. Se la madre e il padre non sono stati una base sicura, non è che manca semplicemente qualcosa, ma quella mancanza diviene un costrutto negativo: il bambino senza una cura orientativa e affidabile interiorizzata è qualcuno condannato a un’eterna precarietà, qualcuno condannato a un problema semovente. Un bambino senza un padre affidabile in circolazione a fargli da modello maschile declinato nei rapporti e nelle sfide, è un bambino che dovrà rifarsi a modelli collettivi che per diventare attraenti sono gonfiati nella direzione del potere dell’aggressività e della forza. Un bambino a cui è negata la sicurezza identitaria di una permanenza dei suoi codici culturali in un paese ospitante – investirà simbolicamente in maniera dilatata e distorta il significato della provenienza geografica dei suoi genitori. 

Nelle situazioni più critiche cosa può finire col succedere? che la psicopatologia pregressa si saldi con la psicopatologia sociale del razzismo, e trovi nella discriminazione una narrazione formidabile, formidabile per il manicheismo tipico delle organizzazioni borderline di personalità –  che funzionano per scissione idealizzazioni e svalutazioni estreme – tutti sono razzisti e cattivi io e la mia famiglia siamo poveri e buoni – formidabile per una profonda svalutazione di se delle organizzazioni depressive: io non sono adeguato al mondo, sono brutto e nero e faccio schifo, formidabile come strumento che smette di essere grave questione politica ma diventa oggetto di frattura e diffidenza di qualsiasi piano delle relazioni. Quando la saldatura tra psicopatologia sociale e psicopatologia individuale avviene si aprono le strade per i suicidi, cosa relativamente rara anche per le culture di provenienza di molti immigrati – e per le invece più frequenti  per la discese agli inferi della criminalità, una criminalità di chi spesso finisce per essere pedina e non testa di serie e che comunque condanna a una vita ai margini e dominata dal livore – come quella che abbiamo visto baluginare nelle storie di diversi protagonisti dell’arruolamento ISIS.

Ritorno sulla PAS

A ritmo regolare torna nel dibattito pubblico il tema della PAS, la sindrome di alienazione parentale teorizzata da Gardner, su cui ho scritto altre volte, in questo blog . Ora per esempio se ne parla perché la cassazione ha fermato l’iter di un processo che ha separato una bimba dalla madre, e perché la sottosegretaria all’economia Maria Cecilia Guerra si è dichiarata soddisfatta della decisione del tribunale, come potete leggere qui.
Il tema è incandescente perché intreccia diverse questioni e mutamenti culturali, e la questione diventa ancora più incandescente per questa complicata circostanza di fronte a cui si trovano gli addetti ai lavori, i quali da una parte rilevano che la PAS si riferisce a un comportamento che a loro è capitato di osservare e neanche troppo raramente, ma lo strumento teorico con cui attualmente è descritta è assolutamente inadeguato, vergognoso, antiscientifico, e ideologicamente orientato. E’ come aver bisogno di una macchina e averne in dotazione una rotta. Ma per questioni culturali a molti la macchina rotta fa comodo. Altri sono costretti invece, in buona fede, a servirsi di quella che c’è.

Intanto che cosa è la PAS?
Grossolanamente si inferisce l’esistenza della sindrome di alienazione parentale, quando si ritiene che un minore si rifiuta di avere contatti con uno dei due genitori, perché manipolato dall’altro, e non per dei sentimenti e decisioni sue. A pensarci bene, questo tipo di circostanza non dovrebbe stupirci molto – perché tutti siamo consapevoli del fatto che esistono a tutti livelli forme di manipolazione a cui ci è capitato di assistere, anche senza che di mezzo ci sia un minorenne, svariati campi relazionali dove una persona che esercita un’influenza su un’altra, maggiore rispetto ad altre eventualmente presenti in quel dato contesto e che è capace di determinarne le opinioni. Ancora meno stupisce se pensiamo a cosa mediamente sappiamo delle separazioni con minori. La separazione con minori  rappresenta un evento doloroso per qualsiasi sistema familiare, la rottura di qualcosa che era cominciato insieme, di un progetto che si era incarnato nei figli, e che non ha funzionato. Rappresenta anche, in seconda battuta, un cambiamento nell’organizzazione economica della vita molto costosa, costosa empiricamente per entrambe le parti in causa, perché prima c’era una casa e ora ce ne devono essere due. Rappresenta infine, in terza battuta, un cambiamento emotivamente doloroso, empiricamente costoso dove si presenteranno di nuovo le modalità della divisione dei ruoli nella coppia, e bisognerà pensare a questa divisione dei ruoli – senza il vecchio appoggio reciproco della casa condivisa. Ora nella mia esperienza quotidiana constato come per esempio, questa successione di eventi porti il reiterato comportamento maschile per cui, vuoi per necessità oggettive, vuoi per questioni emotive e soggettive: spesso il padre non passa i giusti alimenti alla partner, non osserva i piani concordati del tribunale, sovente neanche per quel che concerne le visite. Questi sono i comportamenti patogeni a carico della coppia più frequentemente imputati ai padri – e che io mi trovo reiteratamente a osservare. Hanno per conto mio una forte ricaduta psicologica, sono sintomo di qualcosa, e hanno capacità patogena. 
Non li ritengo però meritevoli di diagnosi psichiatrica, quanto invece di sacrosanta attenzione giuridica.

Parimenti, il comportamento del genitore che parla sempre male al figlio dell’altro genitore, o che si mostra sempre arrabbiata e sofferente per i comportamenti del padre dinnanzi gli occhi del figlio, mi pare un comportamento frequente, maggiormente a carico delle madri, nella maggior parte dei casi non scientemente pensato e voluto, ma comunque capace di aggravare una situazione psicologica per un minore che giudico sintomatico e che genera delle strategie adattive, a loro volta problematiche per il minore, ma che non possono meritare, da sole, il titolo di diagnosi.
La Pas cioè è per me: il comportamento di risposta di un minore come reazione a un sistema familiare compromesso a diverse altezze e in diversi comportamenti, che per quanto mini il benessere del bambino – ma bisogna vedere da che punto di vista – non può vantare il titolo di diagnosi psichiatrica, mentre dovrebbe essere giustamente preso in considerazione e operazionalizzato sotto il profilo giuridico, senza però scomodare la psichiatria.

La questione oggi, nel nostro paese, è molto problematica perché cade in un momento di trasformazione rallentata della famiglia italiana, sulla quale gravano sguardi politici. Da una parte abbiamo un cambiamento che io considero un miglioramento: i padri sono molto più coinvolti nella vita dei figli, sentono identitario il loro doversi occupare di loro, e rivendicano dei diritti emotivi. Non è sempre stato così, e se il maschilismo è quello sguardo politico che assume che le donne sono le regine delle relazioni nella casa e gli uomini i sovrani delle relazioni fuori della casa, l’incrinarsi del maschilismo va con le donne che vanno a lavorare e gli uomini che cominciano a voler avere titolo sulle relazioni domestiche, più di quanto accadesse in passato. Quello che però rende tutto molto difficile è che non esiste alcun provvedimento politico serio che aiuti le famiglie e che riconosca queste difficoltà, per cui di fatto sti figli sono ancora molto sulle spalle delle madri, da un punto di vista economico e gestionale – buttate un occhio sui costi del nido per fare un esempio. Dall’altra però il vecchio sguardo maschilista in certi processi e in certi tribunali ci mette un suo carico, e considera la gestione dei figli in certi processi una battaglia di posizionamento, che si fa strumentalizzare dalle patologie dei due separati, e a questo fine si cerca di spacciare per PAS ciò che PAS non è -ammesso e non concesso che sia lecito chiamarla in causa. Per esempio un minore che abbia assistito a comportamenti gravemente violenti del padre verso la madre – qui i clinici parlano di “violenza assistita” che per un bambino è un abuso altrettanto grave della violenza subita – decide di non voler vedere più il padre, di averne paura, e il tentativo dei periti di parte è quello di spacciare questa decisione per l’esito di una manipolazione, quando magari ci sono stati degli schiaffoni, o delle litigate molto violente. E dunque non è che il minore ha cambiato idea sull’altro genitore sulla scorta di quello che la madre gli ha detto il minore ha quell’idea di quel genitore sulla scorta di quello che il padre gli ha fatto.

E’ dunque opportuno in questi casi che i periti di parte facciano una diagnosi precisa sul minore – e su tutto il sistema familiare.

Ma è vero che esiste il caso di una famiglia dove, non ci sono stati comportamenti davvero violenti, non c’è davvero una grave incuria paterna, ma il minore non vuole comunque avere rapporti con il padre. Può esistere il caso di un minore che racconti anche di aver subito violenze che invece non ha subito, è una situazione moderatamente frequente – mi è capitato di occuparmene in diverse occasioni. In tutte queste occasioni un accurata anamnesi sul giovane, una certa attenzione alle sue modalità relazionali mi ha aiutata a farmi un’idea, ossia: a formulare una diagnosi differenziale, o meglio a spostarmi da una falsa diagnosi. Purtroppo infatti quando i bambini subiscono abusi e assistono a gravi violenze non è tanto quello che raccontano a essere dirimente, ma il come lo fanno, come funzionano. Uno zelante racconto che accusa il papà non è probante di niente – la diangosi si formula in base ad altre variabili che riguardano i meccanismi difensivi che utilizza, la coerenza del racconto, e altre questioni che ci porterebbero lontano, perché quando la violenza entra connota in modo stabile purtroppo il comportamento. 

Il fatto però che il minore dichiari di non voler vedere il padre, perché influenzato dal parere della madre, o dall’aver visto le emozioni negative della madre parlando del padre, non è secondo me una diagnosi a se stante. Quando in psichiatria decidiamo infatti di formulare una diagnosi noi ci riferiamo a un insieme di comportamenti, duraturo, disfunzionale, applicato a diversi contesti, e che coinvolge l’intera personalità del soggetto preso in esame.  Una diangosi non riguarda il comportamento verso UNA persona.  Verso UNA circostanza. Una diagnosi riguarda un comportamento che ritorna in svariate circostanze. In psicologia tutte i comportamenti che osserviamo hanno una funzione, diventano sintomo quando sono reiterati in diversi contesti. Per capirci: è psichiatricamente rilevante un bambino che mente sempre, un bambino che asseconda il parere di tutti, un bambino che è oppositivo con tutti. Non capisco perché debba essere psichiatricamente meritevole di diagnosi un comportamento che invece è adattivo a un contesto, dal momento che per esempio, il bambino in questione magari vive con la madre, la madre è importante per lui, e quindi per lui è importante non entrare in conflitto anche dentro di se con lei. Alla lunga questo può portare per il minore, ad altri problemi – a una costellazione diagnostica di comportamenti cioè disfunzionali, anche fuori dal nucleo familiare, ma non è che il comportamento in quella specifica circostanza possa di già erigersi al livello di diagnosi stabile.
Altrimenti, avete idea di quante cose potremmo chiamare patologia? Quanti microcomportamenti oppositivi?

Quello che si chiama PAS, è per me la risposta adattiva di un minore a una patologia di un sistema familiare, per cui quello che si dovrebbe fare, probabilmente inventando un etichetta diagnostica più calzante e molto meglio circostanziata, è fare una diagnosi del sistema familiare compromesso con espliciti criteri di diagnosi differenziale dalle famiglie in cui c’è stato abuso, o abuso assistito. Forse si può pensare, in ambito forense di utilizzare il costrutto in termini giuridici – non so come – volendo circoscrivere un comportamento che determina uno squilibrio. Ma trovo davvero fuori luogo, antiscientifico, e inappropriato inventare una diagnosi a carico del minore, sfruttando il potere stigmatizzante che di fatto hanno da sempre le diagnosi, e sottovalutando il potere che può avere nella vita futura del ragazzo o della ragazza l’etichetta di menzogna psichiatrica nella sua carriera esistenziale.  Molto più utile fare un discorso a carico dell’intero sistema familiare. Se è vero che la PAS è una risposta, infatti, bisogna vedere a quali domande risponde.