Un sogno

Quella notte la donna si sognò la sua amica morta. Era pallida elegante e già malata, ma si sposava di nuovo con suo marito, ci sarebbe stata una festa elegante, che il sogno avrebbe girato nella Babele di Bruguel. La sua amica morta aveva il collo rigido e fatato dell’ultimo anno e un lungo vestito bianco e mentre lei era vestita di nero con il suo corpo di sempre, ottimista e generoso. 
Nel sogno parlano, c’è una luce dorata di festeggiamento barocco, un riverbero di broccato e stucco, forse candele – si capisce che il tema del sogno è eros ai tempi di thanatos.

La donna al risveglio vede la luce gonfiare le tende verdi, e allagare il pavimento rovinato. La casa è silenziosa, e alla donna il sogno sale nella mente come una mareggiata lenta,  che ora guarda come si è abituata a fare. Ha cominciato a sognare la sua amica solo quando se ne è andata, come se non si potesse accorgere in vita quali parti simboliche, quali pezzi di sentire e di stare al mondo incarnasse. 
(La sua amica era di natura iconoclasta carnale e dunque molto sentimentale. La malattia l’aveva costretta a una saggezza composta sua malgrado, e questo ora si sognava: il dolore della conoscenza e l’importanza di certe gerarchie sentimentali.
)

La donna pensa dunque al matrimonio che si ricelebra nel sogno, agli affetti che in vita le aveva spiato, e poi di contro – ai suoi sentimenti dell’ultimo tempo, all’uomo che si era ritrovata ad amare, a tutte le lingue con cui aveva tentato di tradurre la parola incandescente. Era grata al sogno per la capacità che aveva di mettere insieme lutto e vitalità, fine e resistenza, era grata all’atmosfera settecentesca che circolava ma anche al senso di resa sottile che aleggiava. Era uno strano sogno cinematografico e verticale, le diceva di imparare usare uno sguardo che nella sua quotidianità non aveva trovato, le insegnava  una resistenza estetica e tollerabilmente dolorosa, e una gentile comprensione di quello che si deve lasciare. 
Un sogno sopportabile sulla morte e su quello che non muore

La donna si alza, abbraccia qualcuno che era rimasto nell’ombra.

(qui)

Genitorialità a scuola. Alcune note.

Premessa:

Vorrei cominciare questo post con delle annotazioni personali.

Sono madre da 12 anni, e sono diventata madre in modo sospettoso e guardingo, figlia di una madre allergica alle retoriche sul materno, e probabilmente anche alle prassi del materno. In un intreccio fortissimo tra personale e politico mia madre aveva lottato contro l’identificazione di lei esclusivamente come genitrice, e aveva rivendicato una fiera ostilità all’estetica dell’accudimento. Quindi dicevo feci il mio primo figlio con scarsa convinzione e pensando che sarei stata assolutamente inadeguata, spesso anche indugiando in una civetteria, che ancora incontro in qualche donna, che un po’ è scaramanzia, un po’ è patto di classe. Andavo al parco a far giocare mio figlio mal volentieri – perché dicevo le mamme soffrono di dentino centrismo, e mi avrebbero annoiato con discorsi sui bambini poco interessanti – e una volta approdata a scuola guardavo con spocchia ma anche ragionevole criticismo i comportamenti degli altri genitori. Non ero nella chat delle mamme, e guardavo ai comportamenti correnti con perplessità.
Non avevo tutti i torti, come scriverò dopo. Ma neanche tutte le ragioni.

Tuttavia, nel frattempo sono successe delle cose: ho fatto un altro figlio, anzi una figlia e credo di aver trovato un modo di fare famiglia che mi sembra ragionevole e piacevole, ho cominciato a trovare questo modo sgangherato e sicuramente molto perfettibile talmente ragionevole e piacevole che ho considerato l’ipotesi di un terzo figlio, anche se poi non l’ho più fatto. Parimenti, nel frattempo mi sono fatta tra le altre mamme delle amiche, che oggi sono tra le più care. Addirittura, partecipo alla chat delle mamme con una disinvoltura spericolata: quest’anno per sbaglio tra i coniglietti pasquali, ci ho messo una foto di Hoouellebecq e Iggy Pop che bevono.

Parte prima: il mondo dove abitano i genitori

Si sente spesso dire di questi tempi: fuori i genitori dalle scuole, e nonostante questo mio cambiamento interno, continuo a pensare che  la protesta abbia diversi punti a suo favore, anche se in fondo, come invece spiegherò alla fine non sono per niente d’accordo. Oggi la genitorialità è cambiata, per moltissimi motivi, e si propone un nuovo tipo di malfunzionamento che non riguarda tutti i genitori – non so bene quantificare quanti e quante famiglie interessi, ma si osserva spesso. Abbiamo nuovi genitori molto apprensivi sul funzionamento scolastico, antagonisti nei confronti dei docenti, molto controllanti sui figli, molto partecipi rispetto alle loro attività e che alle volte si sostituiscono direttamente ai minori, salvo poi lamentarsi davanti a uno scarso rendimento che il bambino o il ragazzo  non è correttamente stimolato. Assistiamo a situazioni bizzarre di genitori che sfidano i professori e magari gli mettono le mani addosso, ma anche di genitori che una volta su due fanno i compiti al posto dei figli, e prima ancora dei compiti che si occupano di fornire stimoli intellettuali importanti ai bambini quando sono in età prescolare. Mio figlio, mi disse una madre di un bambino di 4 anni, prende lezioni di inglese tutti i giorni, perché le lingue sono molto importanti.

Questo interesse parossistico per la prestazione non si coniuga con una passione per la sanzione, che era il pane quotidiano dei nostri di genitori, e questi genitori non solo non amano che i propri figli siano sanzionati dai docenti, ma fanno un’enorme fatica a punirli in prima persona, a dar loro dei confini e delle regole, e a concepire una violazione, sono pervasi da una logica della comprensione ma si avverte tangibilmente una difficoltà emotiva reale a sopportare la rabbia o il dispiacere dei piccoli, e ancor meno la sfida degli adolescenti, e quindi quando il figlio non rispetta un dovere o un compito, non riescono a esprimere una obbligo. Per quanto tutte questi comportamenti siano attuati in buona fede e con una convinzione che è anche l’esito di una sincera riflessione, gli effetti sono piuttosto deleteri. Lo psichiatra Marco Tarantino una volta  definì queste conseguenze con una sintesi molto efficace: poco superio, molto ideale dell’io, e che qui possiamo sviluppare con: poco senso di colpa molto narcisismo. 
Ora, un dosaggio benigno di narcisismo è una cosa auspicabile in tutti, ma se manca l’esperienza di confine, di limite, di sanzione, e di responsabilità, questo narcisismo diventa molto meno salubre – e completamente svuotato dall’interno. In primo luogo i l limite crea pensiero, produce creatività, costruisce identità molto più della sua assenza, quindi diventerà probabilmente un adulto più definito consapevole di se e dei suoi desideri un bambino che abbia patito delle regole di uno che abbia avuto carta bianca –  ma in secondo luogo e forse è più importante, un bambino e un adolescente che esperiscono la regola e il confine, mutuano dall’esterno una scatola contenitiva che serve all’interno, e reggeranno meglio emozioni negative, depressioni, situazioni avverse. I bambini in effetti hanno bisogno di scatole, che non siano sempre di dolci – e forse questa esplosione di ADHD, la diagnosi che racconta cosa succede ai piccoli quando non sanno come fare per gestire depressioni intrusive che spezzano la concentrazione e i processi logici, ha anche a che fare con questa complicata questione. 


All’origine di queste nuove prassi ci sono macroscopici cambiamenti di cultura e di costume, che sono diffusi in tutto il mondo occidentale ma che trovano nella situazione italiana una particolare declinazione. Se da una parte nel mondo occidentale molte più donne lavorino, e in tutti i paesi questo si correli con una diminuzione del numero di figli per nucleo familiare, in Italia si assiste al bizzarro fenomeno della natalità più bassa unita a una forte disoccupazione femminile e uno stato sociale particolarmente lacunoso. La nostra avventura ideologica e politica nelle democrazie avanzate è infatti particolarmente soave, e siamo quelli che uniscono il peggio di tutti i mondi a disposizione: l’individualismo monadico dei capitalismi avanzati con una solida assenza di servizi per la famiglia come nei paesi del terzo e quarto mondo, accorpando a questo una ideologia sempre più condivisa a cui tutti partecipiamo con convinzione che tende a svalutare qualsiasi funzione di cura privata a discapito della prestazione pubblica. Siamo infatti contenti di non saper stirare, ci vantiamo di non saper cucinare, una volta in possesso di un reddito che ce lo permetta deleghiamo le funzioni di cura a terzi: badanti per i genitori anziani, baby sitter per i bambini, e all’occorrenza maggiordomi anche per i cani da appartamento. Tutti vogliamo fare certe cose – lavorare, guadagnare – in pochissimi vogliono farne altre.Spesso, forte è anche la componente esterna, sono molti i contesti che chiedono molte molte ore di lavoro, e la delega delle funzioni primarie diventa un fatto obbligato o quanto meno la pressione lavorativa non fa prendere sul serio il ruolo di accudimento come meriterebbe. Quanti infermieri possono chiedere di non passare la notte in ospedale? Quanti lavoratori di fabbrica possono vantare un posto di lavoro talmente vicino a casa da poter davvero dirsi di essere occupati solo le 40 ore concordate? E invece nell’angosciato mondo delle libere professioni che in Italia si moltiplicano più che in tutti gli altri paesi – quanti non vi diranno di essere costretti a lavorare moltissimo per reggere la concorrenza? Quanti sono i contesti professionali che cannibalizzano letteralmente lo spazio privato? Abbiamo idea dei costi privati che chiedono l’avvocatura, gli ospedali, o anche l’immenso ed esteso sottobosco della politica? 

Con queste premesse i nuovi genitori fanno pochissimi figli, uno se va bene due, e hanno comportamenti verso i figli in primo luogo determinati dal numero: il figlio è il nostro testimone dopo la morte, la nostra continuazione, la nostra eredità e ora la nostra eredità, il dna che cammina nel tempo, è affidata a pochissime teste. E’ normale che la quantità di fiato sul suo collo preziosissimo sia fuori misura, è una cosa psicologicamente incontrollabile. In secondo luogo se da una parte molti contesti lavorato esigono una quota esagerata di ore, dall’altra molte madri di questi figli, in un paese tra i più maschilisti in Europa, lavorano meno che in altri paesi, quando lavorano spesso hanno meno possibilità di fare carriera, spesso lavorano poche ore durante il giorno. Come ebbe a spiegare una volta Francesco Montecchi in una lezione che mi rimasse in presso: perché una madre sia sufficientemente buona, o deve lavorare o deve fare almeno tre o quattro figli. E’ difficile che non faccia sbilanciati investimenti senza lavorare con un figlio solo. A quel punto abbiamo dei genitori con pochi figli, uno – due – e i pochi figli sono molto complicati da gestire emotivamente. Sgridare un sindacato di bambini è molto più facile emotivamente che sgridarne uno, che è da solo. Essere una coppia di genitori solidali con un bambino piccolo è infinitamente più difficile che esserlo con due piccoli. Ci si sente molto in colpa. 

Tutto questo infine va iscritto nel passaggio di costume che hanno implicato le nuove tecnologie tra smartphone e uso dei social. Tutti oggi siamo molto più collegati gli uni agli altri più presenti alle nostre comunità di appartenenza, e più riconoscibili nelle nostre identità private, non è tanto una nuova epidemia di funzionamento narcisistico ma si tratta proprio di una mutazione di sistema esistenziale e comunicativo, tutti siamo adesso iscritti in una logica di branding della personalità che suggerisce di raccontare pubblicamente una identità privata, e di usare il privato come piattaforma pubblica, quello che siamo nel nostro privato non è più un fatto personale ma una definizione di se  continuamente riscritta e riproposta – con le nostre foto profilo, con i racconti che facciamo alla nostra bolla di contatti, con i pareri che dichiariamo di avere nelle numerose chat di gruppo che sono fiorite con la nascita di whatsup e di cui quella delle mamme è in fondo solo una delle tante, hanno la loro chat i figli che vanno a scuola, le hanno gli amanti e le amiche, le hanno i dipendenti e i vertici di azienda. Perché questi sono anni in cui alla teoresi della rappresentazione di se vanno insieme alle collettivizzazioni delle esperienze ai gruppi di interesse per qualsiasi cosa. E’ un nuovo funzionamento sociale, che possiamo pure stigmatizzare, ma che ha anche degli oggettivi vantaggi: i nuovi microcircuiti offerti da questi gruppi permettono infatti: un aumento di circolazione di informazioni, un aumento degli scambi tra persone, un aumento delle forme intermedie di sostegno emotivo. Svolgono un ruolo di notevole aiuto quando chiunque in qualsiasi ruolo attraversa una fase di difficoltà: vale per i gruppi di neomadri che affrontano neonati difficili,  vale per per i gruppi di malati di tumore che affrontano effetti collaterali della chemio, vale per gli psicologi che cercano lavoro e magari sbagliano un colloquio importante in una onlus, vale per i genitori che hanno un problema con il figlio che non vuole andare a scuola. Tutti siamo un po’ più pubblicamente di quanto siamo mai stati.  E in questa nuova declinazione esistenziale tutti siamo sostenuti nella nostra identità costellata al gruppo: Psicologi. Genitori. Calcetto. 

Nuove patologie del sistema familiare

Dunque questa è la piattaforma di fondo che spiega gli estremi di una nuova genitorialità in cui spesso e volentieri i docenti si confrontano con genitori intrusivi, sfidanti la classe docente, iperprotettivi verso i figli, deresponsabilizzanti, che spesso e volentieri si sostituiscono ai figli. Non tutti i genitori sono così va detto, ma in parte ci sono dei comportamenti diffusi a cui i docenti non sanno letteralmente come opporsi, in parte ci sono nuovi comportamenti particolarmente gravi, che sono relativamente nuovi, e che statisticamente ce ne è almeno un paio per classe di minori. 
Per quanto riguarda il primo fenomeno gli insegnanti, non riescono – a quel che mi è dato di osservare – ad arginare la tendenza per esempio diffusissima alle elementari e sto osservando permanente anche nelle scuole medie – di assumersi responsabilità che dovrebbero essere dei figli: è abbastanza normale cioè che i genitori oggi: sappiano al posto dei figli che compiti ci devono essere, sappiano al posto dei figli che materie devono portare a scuola, è piuttosto diffuso che facciano i compiti con i figli – qualche volta al posto dei figli. Ci sono anche genitori che organizzano i giochi dei figli. Questa cosa è pedagogicamente e psicologicamente negativa perché va in direzione ostinata e contraria all’apprendimento, ma è l’esito del dispositivo delle chat di classe messe in mano a persone che hanno pochi bambini e spesso molto tempo – e questo tempo non è sotto controllo di una classe docente – a sua volta gravemente svalutata e non sostenuta invece nel suo ruolo, per cui o un genitore ha la fortuna di incappare in quel tipo di insegnante  – grazie a Dio ce ne è – che ha la forza di assumersi un carisma, che se ne sbatte e li cazzia a dovere, oppure fa la voce grossa in presenza o in assenza e non si accorge di cucinare un nevrotico che un domani farà molta fatica a fare un qualsiasi lavoro. 

Per quanto riguarda la seconda questione invece, il problema non è particolarmente di questo tempo, perché è il problema del dispiacere dell’incertezza e della sofferenza e in sostanza della mancanza di salute psichica per cui: non è che i genitori di oggi siano più nevrotici e infelici e sbaglino di più di quelli del passato. Purtroppo il dolore l’inadeguatezza e l’infelicità e le storie di vita tristi sono un dato immanente all’umano, ogni momento storico sceglie il vocabolario con cui esprimere queste cose, ogni momento storico indica gli errori più adatti a se e il linguaggio con cui esprimere le psicopatologie. Traqnuillizziamoci: i nostri padri e le nostre madri facevano altrettante stronzate, solo diverse erano infelici come noi, solo in modo diverso. In passato le patologie della genitorialità erano sulla coartazione, il disinvestimento, la castrazione attiva, l’irrisione. Patologie frequenti  per fare un esempio, ma ce ne sarebbero altri, erano padri che allo scopo di non avere concorrenti potenti eviravano simbolicamente i figli col disprezzo. Non era più bello era il vassoio di quel tempo. Oggi abbiamo altri vassoi

Quando si dice, fuori i genitori dalle scuole – benché si reagisca a un problema nuovo e oggettivo Si fanno due operazioni. La prima è quella di occultare completamente il valore politico della istituzione scolastica e della partecipazione all’istituzione scolastica. Fuori i genitori della scuola è molto più parente della dilagante impolitica, del fatto che non si trovi uno che voglia fare il sindaco di Roma, dei genitori che invece vogliono sapere cosa succede nella classe dove mettono i bambini. La civetteria con cui si maltrattano istituti come la rappresentanza dei genitori o i consigli di classe è una civetteria che teoricamente crede di avere a mente cose molto più importanti, ma che in realtà combacia con una nevrosi dell’azione politica. Non credo che sia davvero intelligente sperare che i genitori non entrino a scuola, non sappiano cosa facciano gli insegnanti, non si interfaccino con la classe docente, non parlino tra loro. Non credo che se molte piante hanno la cocciniglia il vero rimedio sia estirpare le piante. Non penso che sia davvero intellettualmente serio colpevolizzare le piante per via della cocciniglia, mi pare un atto poco responsabile e davvero ponderato. Nella difficile situazione collettiva di una numericamente povera eredità generazionale, prendere le distanze dall’identificazione col padre ansioso fa assumere le vesti del figlio adolescenziale e riottoso, con il che non si va molto lontano.

 Io non ho particolari ricette per un problema che esiste. Che il problema esista lo vedo e lo vedono tutti i miei colleghi che cominciano a vedere sempre di più gli effetti di questa tendenza sui giovani adulti che arrivano in terapia, con una nuova fenomenologia dei sintomi che appare quanto meno molto più frequente di un tempo.  Ora in realtà siamo ai primi effetti di un cambiamento in atto, e se ne potrà parlare meglio fra qualche anno, con molto più dati e un passaggio che sarà consolidato – ma per fare un esempio, ora ci si confronta con un nuovo tipo di giovane paziente che ha queste due caratteristiche: fallisce in una serie di obbiettivi, i quali però hanno tutti, invariabilmente, la caratteristica di non essere molto investiti libidicamente, non lavorano, non studiano, hanno degli amici e delle relazioni anche esse dal sapore annacquato, e una violenta resistenza a qualsiasi progettualità. Conoscono divertimenti, in diversi casi divertimenti da sostanze, ma hai sempre la sensazione di una libido a mezzo servizio. Ora se questi sono pazienti, è evidente che la questione non può essere sociologica e culturale ma è come se nelle in cui ci sono delle pregresse problematiche di vario ordine e grado – genitori satellitari, lutti, depressioni, scarse sintonizzazioni emotive le tristi vicende con cui tutti combattiamo – venisse a mancare quell’ancora di salvezza che è la sollecitazione all’investimento libidico fuori dalla scatola della casa, e quella sollecitazione è sempre provenuta da scatole un po’ troppo rigide per le richieste dell’infanzia e dell’adolescenza. Quando le cose vanno bene in casa, sufficientemente bene anche in questo sistema, i bambini e i giovani adulti trovano le loro strade, quando le cose vanno male, e il confine non è rigido, non c’è sanzione, quale motivo ha il figlio per uscirsene? L’assenza di sanzione scoraggia la maturazione. Se quando si prende 4 il professore ha torto, non c’è motivo di prendere 6, men che mai di prendere 7 diventare professore è fuori discussione.

Il problema è grave e complicato perché si innesta nelle sfere private, e si correla a comportamenti che sono deficitari in maniera controintuitiva, e che sono come dire il contrario di altri che però sono lesivi per i giovani in maniera più plateale: la mancanza di accudimento e l’aggressività sono chiaramente per tutti qualcosa che fa male ai piccoli. Ma come si fa a intervenire nel privato per un eccesso di accudimento? E’ difficilissimo che i genitori si percepiscano come deficitari nel fare queste cose,    perché sentono in buona fede di cercare di fare il meglio possibile – sono nella maggior parte dei casi, decisamente meno virulenti di quelli .  Come fanno i poveri docenti così angariati nella percezione collettiva, così svalutati, a intervenire su qualcosa che tecnicamente non è di loro pertinenza, come la ridondanza delle chat delle mamme? 

Per il momento mi vengono in mente solo due possibilità. La prima riguarda i contributi che possono fornire i miei colleghi – soprattutto quelli che lavorano come sistemici relazionali e quelli invece che lavorano come psicologi dell’età evolutiva – e che dovrebbero parlare sulla stampa e sui media di questo fenomeno in maniera competente e non ridicolizzante e svalutante, in modo da rendere il più fruibile possibile all’opinione pubblica il problema di questo cambiamento di paradigma. La seconda riguarda una riflessione collettiva sui ruoli e sui poteri della classe docente, e forse una riflessione e un’azione all’interno della stessa classe docente, che deve trovare il modo di riuscire a far passare nel privato che questo comportamento deve essere modificato. Altro onestamente per ora non mi viene in mente. Sono diciamo degli appunti.

la saldatura tra psicopatologia e razzismo

Per spiegare come si saldino, razzismo e psicopatologie personali, facciamo un gioco, prendiamo un bambino figlio di immigrati e valutiamo una serie di trame, confrontando soprattutto due ipotesi paradigmatiche – tra le mille che si possono immaginare.

IPOTESI UNO:

Un bambino nasce come terzo figlio di una famiglia dove: c’è un relativamente buon matrimonio, una madre che ha un buon rapporto con la sua funzione materna, e anche con la sua identità di donna e di madre, e tutta la famiglia vive in una comunità in cui è ben inserita. Anche il padre del bambino sta bene: ha un lavoro, è contento di aver portato la famiglia in una situazione di maggior benessere.  Immaginiamo che siano in un paese del nord est per esempio, che sono arrivati in Italia con altri del loro paese, e anche che per una lungimirante politica delle amministrazioni locali ci sia una relativa integrazione. 

Questo bambino crescerà felice e anche con un importante bagaglio di competenze, come capita a tutti i bambini che tengono addosso due culture, avrà rispetto ad altri: due vocabolari, due modi di pensare, si abituerà presto a edificare un ponte interno tra questi due mondi. Purtroppo – questa è anche in un paese come il nostro una funzione matematica dell’immigrazione, più ce ne è, più lavora bene, più va incontro a feroci forme di discriminazione e di aggressione – la vita del nostro bambino sarà spesso segnata da episodi di razzismo che lo faranno soffrire. Così come la sua infanzia sarà costellata della rabbia del papà quando è aggredito per il colore della pelle, o della mamma quando le capitano queste stesse cose. Tutta la sua infanzia sarà costellata da questi problemi.  

A queste sfide il nostro bambino reagirà costruendo un carattere reattivo, e affinando un particolare talento nella selezione delle persone importanti. Col tempo dovrà imparare di chi fidarsi. Qualcuno potrà trovarlo una persona irosa per esempio, perché in certe occasioni reagisce con molta veemenza. 

Tuttavia, questo bambino ha ottime probabilità di diventare un adulto capace e con talento per la vita. La sua infanzia rassicurante gli ha dato delle risorse: nella scuola dove va si fa degli amici anche italiani a cui si lega, si fa una fidanzatina. Può anche essere un un gran secchione – come capita spesso e fortunatamente a coloro i quali sentono di dover portare a termine il mandato di padri che stanno lavorando sodo. Quando incontrerà, e lo incontrerà spesso, qualcuno che lo aggredisce per il fatto che è nero, dopo una serie di situazioni dolorose e umilianti –  tirerà fuori una serie di reazioni che lo metteranno nel campo relazionale con la persona razzista, in una posizione di forza: rimarrà imperturbabile in un caso, ma con un volto molto altero, successivamente imparerà a reagire con sarcasmo, se invece è un altro tipo di maschio convocherà i suoi pari e organizzerà una ritorsione. A seconda della equazione personale, soffrirà, ma psicologicamente non soccomberà. Il razzismo per lui, come per la sua famiglia, sarà sempre un grave problema politico, non un problema psichico. Il suo essere soggetto nel mondo, il suo avere diritto ad abitare il mondo, non sarà mai messo in discussione dall’aggressione razzista. L’aggressione razzista gli toglie delle libertà fuori di lui, contingenta il suo spazio pubblico, non toglie mattoni dal privato. Non traumatizza. Che vuol dire: non diventa gli occhiali con cui vedere tutta l’esperienza e l’identità.  

Questo per diverse questioni, che dividiamo in due gruppi. Un gruppo di questioni riguarda la vita di questo nostro bambino quando viene al mondo, e un secondo gruppo riguarda la vita del clan di questo bambino quando diviene adolescente e adulto. 


Quando era molto piccolo la mamma lo ha allattato con piacere, ma occupandosi di lui moderatamente avendo altri due figli con poca differenza di età. Il padre è stato presente e lui ha potuto sentirsi sicuro di se quando per esempio lo mettevano a dormire, e quando ha cominciato a camminare. I suoi genitori sono stati per lui una base sicura da cui potersi allontanare e a cui poter ritornare. La mamma è una donna allegra e piena di risorse, che si è fatta delle amiche in questo paese, e che gli ha intimato di essere gentile in qualsiasi circostanza: per questo bambino, la gentilezza è uno stile spendibile derivato da un sottotesto che più o meno suona come: “noi siamo forti abbastanza, noi ce lo possiamo permettere”.  Tendenzialmente il suo mondo sufficientemente buono della prima infanzia, è diventato un mondo sufficientemente buono dentro di lui, e anche  una generale proiezione di fondo sul mondo circostante. Soffrirà molto questo bambino quando le aggressioni razziste strapperanno questa aspettativa ottimista del suo mondo interno, tuttavia siccome il suo marchio di fabbrica è nella salute psichica e nel moderato equilibrio, l’atto razzista sarà sempre vissuto come l’irruzione di un negativo, non come la conferma di una logica psichica. Il razzismo per questo bambino sarà: un suo importante problema politico e un importante problema psichico del razzista. A un certo punto capirà che mentre lui ha un mondo che spesso qualcuno cerca di sporcare procurando rogne, qualcun altro ha un mondo sporco dove le rogne sono un problema addirittura secondario. 

Questa sensazione di forza, che renderà la sua reattività spesso meno teatrale quando viene discriminato, sarà tanto più forte, qualora la sua famiglia mantenga nel tempo solide relazioni con il contesto o con una comunità di appartenenza. Se il ragazzo sarà aggredito durante il lavoro estivo per esempio, da una persona razzista, l’essere iscritti in una rete sociale dei suoi, il potervi fare ricorso, il saperlo più che il farlo, renderanno ancora una volta l’aggressione meno potente, meno capace di metterlo in discussione nella sua intimità. Si arrabbierà, sarà per lui una croce. Sarà per sempre per lui un problema. Non sarà un problema psicologico. Non investirà la sua capacità emotiva progettuale, non metterà in discussione il suo talento, la sua capacità di amare e di avere relazioni. Nella sua crescita avrà sempre un contraltare in una serie di piccoli quadri. Il papà che scherza con il collega banconista del bar e lo chiama sporco negro e ridono insieme, sarà uno di quei quadri interni, la mamma con un contratto regolarmente retribuito  sarà uno di quei quadri interni. I pic nic della comunità nel parco dietro la chiesa sarà un altro di quei quadri interni. L’amico che l’ha difeso da ragazzino, e quello che gli ha chiesto scusa etc. etc. etc. Tutti questi quadri interni, di piccolo benessere ceselleranno la sua identità, e la possibilità di essere orgoglioso di cose sue: interessi, talenti. Potrebbe diventare un uomo introverso – ma se la biologia del carattere lo assiste oltre allo sguardo della madre, niente gli vieta di diventare un soggetto carismatico.

IPOTESI DUE

Ora prendiamo questo nostro bambino, e vediamo cosa succede se emergono delle criticità a diverse altezze –  ce ne possono essere un’infinità ma noi ne proviamo alcune.

Per esempio quando nasce – la sua mamma è sola, perché il padre lavora in un’altra città e non conosce molte persone, ha si una sorella c’è una piccola comunità ma piuttosto disgregata, non ci sono servizi sociali adeguati di riferimento per lei. E’ molto spaventata per i soldi che non bastano, ed è sovraffatta dall’essere sola nel dover gestire tre bambini di cui uno è un lattante. Forse ha una depressione post partum. Forse è depressa da prima della nascita del nostro protagonista. Questa mamma, come tante mamme in difficoltà, né più né meno, potrebbe non essere accessibile. Può succedere che il bambino debba essere allattato e pianga a squarciagola, e la mamma stia piangendo, oppure stia guardando un punto fisso nel vuoto, oppure stia litigando al telefono con qualcuno, ma non gli da da mangiare, né va da lui,  né subito, né dopo dieci minuti.  Non lo sente. Forse quella mamma potrebbe essere stata una bambina non sentita a sua volta, e le urla del piccolo le potrebbero ricordare il dolore che ha provato lei inascoltata, un ricordo analogico, non verbalizzabile, provato quando non c’era la memoria, quasi un ricordo del corpo più che della testa. Magari questa mamma viene da una zona dove c’è stata la guerra, per esempio.  Nessuno è d’altra parte di aiuto a questa mamma, che in questo momento è isolata. I figli crescono intorno a lei fortunosamente e come funghi carichi di rabbia. Questo bambino crescerà in questa situazione di una mamma che non sente quando lui la chiama, che arriva tardi, che fa una cosa per un’altra. 

(Se osservate i bambini che piangono tanto e finalmente arriva la mamma ad allattarli spesso si nota che non riescono a mangiare mordono il seno materno e lo prendono a piccoli pugni. Non riescono a nutrirsi tanto sono risentiti e disperati. Melanie Klein ha genialmente cortocircuitato questa esperienza di primaria deprivazione con la struttura psichica dell’invidia. Se il seno materno, il correlato oggettivo del bene e del desiderio, ciò che contiene ciò che riempie si nega sovente, se la cura diviene un oggetto buono costantemente desiderato che fa diventare rabbiosi e cattivi quasi sempre, questa cosa diventa un modo di abitare il pensare: l’altro ha il potere delle cose buone e belle e io sono pieno di cose orribili brutte e cattive, e lo invidio tremendamente. L’altro ha il potere che io non ho)

Ora, immaginiamo una biforcazione socioeconomica: il caso in cui esiste un nido a cui il nostro bambino può accedere, dei servizi sociali a cui la mamma può fare riferimento, delle scuole materne ed elementari con il tempo prolungato, e una comunità di immigrati che magari vengano dallo stesso paese della donna,  e che facciano da rete, e il caso in cui invece non esista niente di tutto questo.

Se esiste un nido, una materna con il tempo prolungato, uno psicologo del servizio pubblico, un operatore sociale che venga a casa alcune ore a settimana, un paio di zie e un cognato, il nostro bambino potrebbe sperimentare delle esperienze correttive. Potrebbe capire che ci sono persone che ti danno da mangiare se lo chiedi, che ti accudiscono quando cadi e ti fai male. Rapporti prolungati con queste figure rappresentano dispositivi protettivi che con il tempo vengono interiorizzati, e metteranno il nostro bambino nella posizione di sapere che ci sono persone buone, ci sono persone accessibili, e che quando è saziato e ascoltato subito anche lui può essere una persona buona che esperisce se stesso sereno e non pieno di rabbia. 
A sua volta anche la sua mamma potrebbe essere una mamma migliore con questi dispositivi, con i bambini a scuola o al nido fino alle 4 può lavorare, può prendersi cura di se stessa, può anche perdonarsi il fatto di non essere sempre molto accessibile e quando va a prendere i bambini essere più responsiva, più adeguata, più efficace. In un mondo ideale,  chi sa che non possa fare lei una psicoterapia per se, pagando un ticket che l’aiuti a fronteggiare il suo disagio. Con tutte queste risorse dispiegate la ferita originaria del nostro protagonista potrebbe notevolmente rimarginarsi, forse gli rimarrebbero delle tracce  – probabile – che lo renderebbero un paziente nevrotico di domani, forse un domani potrebbe diventare un adulto ombroso, polemico, risentito, in qualche occasione sgradevole, provocatore petulante, ma anche un uomo capace di attivare delle risorse, di riparare il passato: un buon lavoratore, un buon padre, un marito affettuoso anche se di faticosa gestione.  In questa seconda ipotesi –  anche un uomo che patisce l’aggressione razzista con vissuti più esasperati e più marcati, vivendo magari  il rapporto con la comunità ospitante in maniera più gravemente sofferente. Quella cosa originaria del seno kleiniano con tutti questi stronzi bianchi ricchi che ti trattano male e ti fanno sentire una merda potrebbe tornare. Così come altre cose: per esempio, pensieri autoconsolatori che suonano come: mia mamma è una persona buonissima era una madre perfetta,  però questi stronzi non l’hanno mai aiutata. Il nostro ragazzo starebbe spesso a combattere una certa propensione al manicheismo, e gli potremmo ritrovare un’adolescenza turbolenta.

Ma se disgrazia vuole che: il padre non raggiunge la madre, e la madre per la sua depressione perde i contatti con il contesto, non contatta la sua comunità, il bambino rimane senza figure secondarie. Immaginiamo inoltre l’eventualità per cui non c’è uno straccio di servizio sociale sul territorio, non ci sono nidi, materne ed elementari solo fino alle 12’30.  il nostro ragazzino è esposto a un dilatarsi dell’assetto patologico, è più difficile per lui accedere a dei fattori protettivi, a delle figure riparative, le credenze terribili che si sono cominciate a formare nella sua primissima infanzia si potrebbero fare molta più strada e cristallizzarsi in comportamenti, per esempio, precocemente antisociali, in alternativa o unitamente a comportamenti in cui lui si sente la vittima oltraggiata e bullizzata. Gli psicoterapeuti infantili sanno infatti che in generale quando ci si trova di fronte a vittime di bullismo, c’è molto da lavorare su una serie di comportamenti che tendono a generare il bullismo nel prossimo: precoci e sottili assegnazioni di ruolo, dichiarazioni fatte con lo scopo non sempre così inconscio di elicitare l’aggressione del prossimo, comportamenti volti a diventare stigmatizzabili. La base di questi itinerari relazionali è l’identificazione proiettiva: vissuti di forte aggressività vengono tenuti sotto controllo sollecitandoli nel prossimo. Un meccanismo che ha per esempio un suo ruolo in anche in alcune coppie dove emerge una violenza di genere – ma anche in molti casi di mobbing.  
Per capire bene dobbiamo considerare cosa succede psicologicamente quando tutte quelle risorse positive della prima ipotesi vengono a mancare. Se la madre e il padre non sono stati una base sicura, non è che manca semplicemente qualcosa, ma quella mancanza diviene un costrutto negativo: il bambino senza una cura orientativa e affidabile interiorizzata è qualcuno condannato a un’eterna precarietà, qualcuno condannato a un problema semovente. Un bambino senza un padre affidabile in circolazione a fargli da modello maschile declinato nei rapporti e nelle sfide, è un bambino che dovrà rifarsi a modelli collettivi che per diventare attraenti sono gonfiati nella direzione del potere dell’aggressività e della forza. Un bambino a cui è negata la sicurezza identitaria di una permanenza dei suoi codici culturali in un paese ospitante – investirà simbolicamente in maniera dilatata e distorta il significato della provenienza geografica dei suoi genitori. 

Nelle situazioni più critiche cosa può finire col succedere? che la psicopatologia pregressa si saldi con la psicopatologia sociale del razzismo, e trovi nella discriminazione una narrazione formidabile, formidabile per il manicheismo tipico delle organizzazioni borderline di personalità –  che funzionano per scissione idealizzazioni e svalutazioni estreme – tutti sono razzisti e cattivi io e la mia famiglia siamo poveri e buoni – formidabile per una profonda svalutazione di se delle organizzazioni depressive: io non sono adeguato al mondo, sono brutto e nero e faccio schifo, formidabile come strumento che smette di essere grave questione politica ma diventa oggetto di frattura e diffidenza di qualsiasi piano delle relazioni. Quando la saldatura tra psicopatologia sociale e psicopatologia individuale avviene si aprono le strade per i suicidi, cosa relativamente rara anche per le culture di provenienza di molti immigrati – e per le invece più frequenti  per la discese agli inferi della criminalità, una criminalità di chi spesso finisce per essere pedina e non testa di serie e che comunque condanna a una vita ai margini e dominata dal livore – come quella che abbiamo visto baluginare nelle storie di diversi protagonisti dell’arruolamento ISIS.

Ritorno sulla PAS

A ritmo regolare torna nel dibattito pubblico il tema della PAS, la sindrome di alienazione parentale teorizzata da Gardner, su cui ho scritto altre volte, in questo blog . Ora per esempio se ne parla perché la cassazione ha fermato l’iter di un processo che ha separato una bimba dalla madre, e perché la sottosegretaria all’economia Maria Cecilia Guerra si è dichiarata soddisfatta della decisione del tribunale, come potete leggere qui.
Il tema è incandescente perché intreccia diverse questioni e mutamenti culturali, e la questione diventa ancora più incandescente per questa complicata circostanza di fronte a cui si trovano gli addetti ai lavori, i quali da una parte rilevano che la PAS si riferisce a un comportamento che a loro è capitato di osservare e neanche troppo raramente, ma lo strumento teorico con cui attualmente è descritta è assolutamente inadeguato, vergognoso, antiscientifico, e ideologicamente orientato. E’ come aver bisogno di una macchina e averne in dotazione una rotta. Ma per questioni culturali a molti la macchina rotta fa comodo. Altri sono costretti invece, in buona fede, a servirsi di quella che c’è.

Intanto che cosa è la PAS?
Grossolanamente si inferisce l’esistenza della sindrome di alienazione parentale, quando si ritiene che un minore si rifiuta di avere contatti con uno dei due genitori, perché manipolato dall’altro, e non per dei sentimenti e decisioni sue. A pensarci bene, questo tipo di circostanza non dovrebbe stupirci molto – perché tutti siamo consapevoli del fatto che esistono a tutti livelli forme di manipolazione a cui ci è capitato di assistere, anche senza che di mezzo ci sia un minorenne, svariati campi relazionali dove una persona che esercita un’influenza su un’altra, maggiore rispetto ad altre eventualmente presenti in quel dato contesto e che è capace di determinarne le opinioni. Ancora meno stupisce se pensiamo a cosa mediamente sappiamo delle separazioni con minori. La separazione con minori  rappresenta un evento doloroso per qualsiasi sistema familiare, la rottura di qualcosa che era cominciato insieme, di un progetto che si era incarnato nei figli, e che non ha funzionato. Rappresenta anche, in seconda battuta, un cambiamento nell’organizzazione economica della vita molto costosa, costosa empiricamente per entrambe le parti in causa, perché prima c’era una casa e ora ce ne devono essere due. Rappresenta infine, in terza battuta, un cambiamento emotivamente doloroso, empiricamente costoso dove si presenteranno di nuovo le modalità della divisione dei ruoli nella coppia, e bisognerà pensare a questa divisione dei ruoli – senza il vecchio appoggio reciproco della casa condivisa. Ora nella mia esperienza quotidiana constato come per esempio, questa successione di eventi porti il reiterato comportamento maschile per cui, vuoi per necessità oggettive, vuoi per questioni emotive e soggettive: spesso il padre non passa i giusti alimenti alla partner, non osserva i piani concordati del tribunale, sovente neanche per quel che concerne le visite. Questi sono i comportamenti patogeni a carico della coppia più frequentemente imputati ai padri – e che io mi trovo reiteratamente a osservare. Hanno per conto mio una forte ricaduta psicologica, sono sintomo di qualcosa, e hanno capacità patogena. 
Non li ritengo però meritevoli di diagnosi psichiatrica, quanto invece di sacrosanta attenzione giuridica.

Parimenti, il comportamento del genitore che parla sempre male al figlio dell’altro genitore, o che si mostra sempre arrabbiata e sofferente per i comportamenti del padre dinnanzi gli occhi del figlio, mi pare un comportamento frequente, maggiormente a carico delle madri, nella maggior parte dei casi non scientemente pensato e voluto, ma comunque capace di aggravare una situazione psicologica per un minore che giudico sintomatico e che genera delle strategie adattive, a loro volta problematiche per il minore, ma che non possono meritare, da sole, il titolo di diagnosi.
La Pas cioè è per me: il comportamento di risposta di un minore come reazione a un sistema familiare compromesso a diverse altezze e in diversi comportamenti, che per quanto mini il benessere del bambino – ma bisogna vedere da che punto di vista – non può vantare il titolo di diagnosi psichiatrica, mentre dovrebbe essere giustamente preso in considerazione e operazionalizzato sotto il profilo giuridico, senza però scomodare la psichiatria.

La questione oggi, nel nostro paese, è molto problematica perché cade in un momento di trasformazione rallentata della famiglia italiana, sulla quale gravano sguardi politici. Da una parte abbiamo un cambiamento che io considero un miglioramento: i padri sono molto più coinvolti nella vita dei figli, sentono identitario il loro doversi occupare di loro, e rivendicano dei diritti emotivi. Non è sempre stato così, e se il maschilismo è quello sguardo politico che assume che le donne sono le regine delle relazioni nella casa e gli uomini i sovrani delle relazioni fuori della casa, l’incrinarsi del maschilismo va con le donne che vanno a lavorare e gli uomini che cominciano a voler avere titolo sulle relazioni domestiche, più di quanto accadesse in passato. Quello che però rende tutto molto difficile è che non esiste alcun provvedimento politico serio che aiuti le famiglie e che riconosca queste difficoltà, per cui di fatto sti figli sono ancora molto sulle spalle delle madri, da un punto di vista economico e gestionale – buttate un occhio sui costi del nido per fare un esempio. Dall’altra però il vecchio sguardo maschilista in certi processi e in certi tribunali ci mette un suo carico, e considera la gestione dei figli in certi processi una battaglia di posizionamento, che si fa strumentalizzare dalle patologie dei due separati, e a questo fine si cerca di spacciare per PAS ciò che PAS non è -ammesso e non concesso che sia lecito chiamarla in causa. Per esempio un minore che abbia assistito a comportamenti gravemente violenti del padre verso la madre – qui i clinici parlano di “violenza assistita” che per un bambino è un abuso altrettanto grave della violenza subita – decide di non voler vedere più il padre, di averne paura, e il tentativo dei periti di parte è quello di spacciare questa decisione per l’esito di una manipolazione, quando magari ci sono stati degli schiaffoni, o delle litigate molto violente. E dunque non è che il minore ha cambiato idea sull’altro genitore sulla scorta di quello che la madre gli ha detto il minore ha quell’idea di quel genitore sulla scorta di quello che il padre gli ha fatto.

E’ dunque opportuno in questi casi che i periti di parte facciano una diagnosi precisa sul minore – e su tutto il sistema familiare.

Ma è vero che esiste il caso di una famiglia dove, non ci sono stati comportamenti davvero violenti, non c’è davvero una grave incuria paterna, ma il minore non vuole comunque avere rapporti con il padre. Può esistere il caso di un minore che racconti anche di aver subito violenze che invece non ha subito, è una situazione moderatamente frequente – mi è capitato di occuparmene in diverse occasioni. In tutte queste occasioni un accurata anamnesi sul giovane, una certa attenzione alle sue modalità relazionali mi ha aiutata a farmi un’idea, ossia: a formulare una diagnosi differenziale, o meglio a spostarmi da una falsa diagnosi. Purtroppo infatti quando i bambini subiscono abusi e assistono a gravi violenze non è tanto quello che raccontano a essere dirimente, ma il come lo fanno, come funzionano. Uno zelante racconto che accusa il papà non è probante di niente – la diangosi si formula in base ad altre variabili che riguardano i meccanismi difensivi che utilizza, la coerenza del racconto, e altre questioni che ci porterebbero lontano, perché quando la violenza entra connota in modo stabile purtroppo il comportamento. 

Il fatto però che il minore dichiari di non voler vedere il padre, perché influenzato dal parere della madre, o dall’aver visto le emozioni negative della madre parlando del padre, non è secondo me una diagnosi a se stante. Quando in psichiatria decidiamo infatti di formulare una diagnosi noi ci riferiamo a un insieme di comportamenti, duraturo, disfunzionale, applicato a diversi contesti, e che coinvolge l’intera personalità del soggetto preso in esame.  Una diangosi non riguarda il comportamento verso UNA persona.  Verso UNA circostanza. Una diagnosi riguarda un comportamento che ritorna in svariate circostanze. In psicologia tutte i comportamenti che osserviamo hanno una funzione, diventano sintomo quando sono reiterati in diversi contesti. Per capirci: è psichiatricamente rilevante un bambino che mente sempre, un bambino che asseconda il parere di tutti, un bambino che è oppositivo con tutti. Non capisco perché debba essere psichiatricamente meritevole di diagnosi un comportamento che invece è adattivo a un contesto, dal momento che per esempio, il bambino in questione magari vive con la madre, la madre è importante per lui, e quindi per lui è importante non entrare in conflitto anche dentro di se con lei. Alla lunga questo può portare per il minore, ad altri problemi – a una costellazione diagnostica di comportamenti cioè disfunzionali, anche fuori dal nucleo familiare, ma non è che il comportamento in quella specifica circostanza possa di già erigersi al livello di diagnosi stabile.
Altrimenti, avete idea di quante cose potremmo chiamare patologia? Quanti microcomportamenti oppositivi?

Quello che si chiama PAS, è per me la risposta adattiva di un minore a una patologia di un sistema familiare, per cui quello che si dovrebbe fare, probabilmente inventando un etichetta diagnostica più calzante e molto meglio circostanziata, è fare una diagnosi del sistema familiare compromesso con espliciti criteri di diagnosi differenziale dalle famiglie in cui c’è stato abuso, o abuso assistito. Forse si può pensare, in ambito forense di utilizzare il costrutto in termini giuridici – non so come – volendo circoscrivere un comportamento che determina uno squilibrio. Ma trovo davvero fuori luogo, antiscientifico, e inappropriato inventare una diagnosi a carico del minore, sfruttando il potere stigmatizzante che di fatto hanno da sempre le diagnosi, e sottovalutando il potere che può avere nella vita futura del ragazzo o della ragazza l’etichetta di menzogna psichiatrica nella sua carriera esistenziale.  Molto più utile fare un discorso a carico dell’intero sistema familiare. Se è vero che la PAS è una risposta, infatti, bisogna vedere a quali domande risponde.


Scrittori impegnati contro l’impegno. Su Walter Siti.


Ho appena finito di leggere un lungo e come al solito bello e ricco libro di Walter Siti, che raccoglie una serie di saggi sulla scrittura e sul romanzo negli ultimi vent’anni. E’ un libro che preliminarmente ha due meriti di metodo: mette insieme un’analisi di come la crisi del sistema editoriale abbia portato a una involuzione delle nostre complessità linguistiche a tutte le altezze, assolutamente condivisibile, e mette in pratica quel modo di scrivere di persone e in questo caso di autori che è sempre gentile, rispettoso anche quando in questo caso pone loro delle critiche – il che rende la lettura più fruibile in profondità e più distensiva. 

Questo post nasce dalla bizzarra esperienza di condividere un libro in buona parte dei passaggi interni, in un discorso di metodo e di critica letteraria come dell’industria culturale, per contestarne premesse e conseguenze, sentendo però come tutto il bellissimo discorso nasca da una prospettiva monca, troppo centrata su un piatto della bilancia. 
Il libro si chiama Contro l’impegno e spiega con dovizia di esempi come funziona la letteratura per illuminare quanto l’impegno eventualmente la intossichi. Sulle urgenze dell’impegno invece c’è totale assenza di consapevolezza, di riflessione, di pensiero. E questa è la perdita di una occasione. Oltre che un assist clamoroso a tutti i reazionari dell’industria culturale che troveranno in Siti un prestigioso commilitone. 

La tesi portante del libro riguarda la crisi dell’industria culturale. Siti spiega molto bene come l’avvento di internet per un verso, l’evoluzione del linguaggio dei media  per un altro il tutto calato nelle vicende stanche e deludenti delle nostre democrazie occidentali, sotto scacco per un verso ma con poca energia reattiva dal basso per un altro, abbiano portato a un impoverimento del tipo di proposte editoriali che vediamo circolare, impoverimento che però Siti circostanzia in modo molto puntuale, e di cui ricostruisce una precisa genealogia. Sono molto avvincenti i passaggi di sociologia culturale con cui si racconta questa metamorfosi linguistica e di come sia arrivata a investire la produzione letteraria. 
In primo luogo, spiega Siti l’avvento di internet e dei social ha imposto una nuovo stile nello scambio tra soggetti e nell’acquisizione delle informazioni, che è divenuto dilagante per la sua gratuità e per la sua pervasività – tutti oggi abbiamo uno smartphone, e concorrenziale rispetto la vecchia trasmissione dei contenuti,  per cui le vecchie agenzie, stampa, media editoria hanno cominciato ad adeguarsi ai nuovi sistemi linguistici di comunicazione, premiando sempre di più la capacità di arrivare, l’efficacia a discapito della capacità di interpretare conferire senso. Per ottenere l’efficacia si deve ridurre la polisemia, e rinunciando alla ricerca di senso, si cade nella perdita di ambivalenza. 

In secondo luogo – ma poi i rivoli concettuali abbondano –  Siti racconta di come sia nato un proficuo flirt tra giornalismo e romanzo, e di come nella mutua frequentazione e attrazione questi due oggetti culturali queste due modalità di trasmissione di contenuto abbiano generato una sorta di figlio ibrido che è il reportage narrativizzato, o anche il romanzo che si costruisce su una serie di dati acquisiti drenati dall’esperienza del giornalismo di inchiesta. Ne nasce diciamo un oggetto terzo, non di rado intriso di un ingaggio morale di cui Siti riconosce e loda anche l’autenticità, ma che capisce per me parzialmente, e che ritiene responsabile dell’impoverimento delle narrazioni proposte. La tesi del libro sta in questo passaggio ma anche la sua debolezza concettuale. Il libro critica la nuova letteratura impegnata, considerando l’impegno come un sintomo dell’impoverimento del linguaggio. (“Temo che il neoimpegno sia soltanto il sintomo di una mutazione genetica che sta proprio cambiando il rapporto con le parole”)  – ossia arriva forte e chiaro il fatto che Siti non coglie l’esistenza di una agenzia psichica e sociale concorrenziale alla letteratura, concorrenziale alla logica estetica, che ha (per me crede di avere, ma lo vedremo dopo) una sua agenda di priorità autonoma dalle urgenze della  scrittura letteraria, e dove in cima c’è l’urgenza è l’agire politico. L’agire politico non è un sintomo dell’azione della scrittura. Piuttosto, per le persone che hanno forte dentro di se l’urgenza dell’atto politico, la scrittura è uno dei mezzi possibili da utilizzare.  Uno come Christian Raimo, che fa l’assessore municipale, va in televisione a sbattersi per gli immigrati, in piazza per l’inceneritore della spazzatura che impesta l’aria delle periferie, che lavora come professore di lettere, quando scrive riparare il mondo, ha in testa delle urgenze di azione politica che non possono essere ricondotte alla trasformazione in atto del meccanismo editoriale. Forse quella trasformazione ha performato il suo atto linguistico? Non lo so, non ne sono sicura – ho la sensazione che Siti non perdoni certi entusiasmi politici ai contemporanei che invece sono sempre stati presenti nella logica manichea del pamphlet, le cui regole retoriche non sono state inventate da Murgia e soci. Ma quand’anche la statura polisemica del pamphlet fosse radicalmente peggiorata in questi ultimi vent’anni, rimane il fatto che di solito chi li scrive ha tante altre cose per la testa, cose politiche desideri radicali di azione su persone e cose, che affiancano e non germogliano dal lavoro di scrittura. Nascono fuori dalla scrittura.

Questo totale disconoscimento dell’agenzia politica come movente intorno all’oggetto libro, fa perdere di vista, completamente,  la ratio della questione dell’impegno, la ratio di quel pulviscolo di eventi dal basso che oggi il dibattito pubblico costella sotto l’etichetta di cancel culture, altro fenomeno che Siti costella qui in maniera per me piuttosto sbrigativa e deludente rispetto ai suoi standard diagnostici, come affiliato al tema della semplificazione concettuale. Probabilmente questo deriva anche a causa delle critiche ingenue che hanno subito i suoi libri, e che io stessa non ho sottoscritto – ma da cui sento che lui si difende in modo inappropriato. Siti rimprovera alla nuova generazione di lettori, ed eventualmente di detrattori di cercare nella letteratura argomenti confortanti, che legittimino la necessità di lavorare per un mondo migliore, ma questa necessità, secondo lui non può essere assecondata da una letteratura che si incarichi di portare alla luce degli aspetti d’ombra, le ambivalenze, le aree del negativo, dove c’è il bene e dove c’è il male.  E’ come se si Siti pensasse davvero che la ricerca di senso e di polisemia che è il suo mandato culturale faccia finire di perdere un piano etico e politico, ottunda una gerarchia valoriale in un testo prodotto.  Ma soprattutto appare evidente che per Siti, le persone leggano i libri solo per piacere della lettura, per la sacra istanza di quel tipo di esplorazione che garantisce la conoscenza tramite forma letteraria – e qui secondo me lui, e buona parte dei critici che reagiscono a lui,  e alla cancel culture, si perde qualcosa di importante.

Esiste un modo di guardare i prodotti culturali assolutamente laico, e fortemente impermeabile alla qualità dei testi sotto il profilo letterario, questo è per esempio il modo dello sguardo politico. Lo sguardo politico non ha sovrani, non ha totem da proteggere, se ne frega delle lettere maiuscole sulla testa dei poeti: lo sguardo politico prende gli oggetti che hanno un’efficacia simbolica, politica a loro volta, e li esamina per la gerarchia valoriale che da essi traluce. Per questo sguardo un pezzo di Vittorio Feltri e i passaggi di un Celine -anche se bisogna riconoscere a Feltri consistenti doti di mestiere – sono la stessa zuppa. Oggetti simbolici che si possono guardare principalmente per l’orizzonte etico che propongono e per l’effetto politico che hanno.  Specie in nord America, dove ancora fioccano i motivi per guardare avanti e con soddisfazione anziché santificare i lari del passato con rimpianto, è fortissimo questo atteggiamento laico verso il mondo intellettuale, forse di più attraversato da una sorta di rivalsa edipica verso gli eroi del vecchio mondo da detronizzare. Mentre ai nostri intellettuali criticare un oggetto culturale del passato per delle questioni ideologiche è emotivamente sacrilego, e sempre ringraziamo i numi della correttezza filologica e della storicizzazione delle idee, è almeno dagli anni 60’ del secolo scorso che genti come Harold Bloom  – il Siti del novecento – si stracciano le vesti per quanta dissacrazione politica neri, femministe e quant’altro hanno portato nel dibattito della critica letteraria.  Oggi quel tipo di critica, tutta politica e molto poco estetica, ha ripreso quota, e se vogliamo chiederci perché, forse parlando di impegno come sintomo del linguaggio impoverito non rispondiamo in modo accurato.


A un certo punto del libro Siti allude al costrutto di lettore implicito di Wolfang Iser. Il lettore implicito, è cioè quel tipo di lettore che ogni scrittore ha in mente leggerà le sue cose. Siti racconta che se una sua amica professoressa dovesse spiegare dei versi largamente misogini di Leopardi alla sua classe di studenti spiegherebbe il concetto di lettore implicito. Al tempo di Leopardi tutti pensavano queste cose, Leopardi compreso, e quindi implicitamente aveva in testa quel modo di pensare.

Io penso però che il lettore implicito di Leopardi era, un uomo. Lo era perché gli uomini leggevano di più delle donne all’epoca, e lo era perché le donne non avevano voce in capitolo nella sfera produttiva e politica del paese. Quando nei testi ci sono passaggi discriminatori a proposito di donne o migranti, o omosessuali, o neri o ebrei, il lettore implicito di chi scrive non appartiene mai a nessuno di questi gruppi, e per molto tempo, questo è accaduto perché tutte queste categorie non avevano rilevanza prima giuridica e poi economica nella piattaforma pubblica. Ora la questione non è solo come dice Simonetti, su Tuttolibri che oggi devi ricordarti che il grosso dei lettori sono donne, ma ricordarti il fatto che se sono donne è anche perché il loro statuto giuridico è cambiato dai tempi di Leopardi, e anche la loro partecipazione alla vita pubblica. Vale per le donne, vale per i neri, vale per gli omosessuali e per tutti gli altri. Questo vuol dire che essi devono per forza diventare un lettore implicito di qualcuno, essendo diventati i lettori materiali, devono smettere di essere complemento di argomento ma chiedono di essere destinatari. Non sono più quello di cui si parla con i lettori forti, sono i lettori forti. Quello che voglio dire è che ci sono parti sociali che prima erano fuori delle logiche produttive, ora ci sono dentro, hanno un titolo hanno segreterie di Stato e presidenti degli stati uniti, non ti puoi stupire se a processo avviato e parità però non conseguita non si incazzino, e non ti usino a te Siti, come può capitare a chiunque altro scrittore di essere usato, esclusivamente come oggetto politico. Fino a che si parla dei fenomeni intorno alla cancel culture, soltanto in termini di onta per le sacre lettere, si perderanno punti, e si faranno figure deludenti, e Siti – come capiterà nei prossimi giorni – farà la gioia di tutti i recensori più reazionari che abbiamo sulla piazza.
Purtroppo dobbiamo poter parlare male dei froci – è la ricerca di senso che ce lo chiede!

In realtà io penso che si possano e debbano dire altre cose.
All’inizio del libro, Siti dice una cosa che mi piace molto. Dice: la letteratura è un modo di conoscere la realtà non surrogabile ad altri tipi di conoscenza. E’ una cosa molto giusta e ci fa tifare per il vecchio partito della ricerca di senso, contro il nuovo partito dell’efficacia. Ci fa dire che hai ragione tu Siti, è più importante capire le cose in fondo mettendo in campo le antipatiche ambivalenze, l’ombra dove c’è la luce, e la luce dove c’è l’ombra. Le Lolite di Nabokov ci servono come il pane, così come ci servono i libri tuoi quando parli di pedofili e di cronaca nera, o di periferie. Ora esiste un godimento puramente spirituale, e conoscitivo e fine a stesso molto bello, nella fruizione letteraria, ma io devo dire che l’uso politico dell’oggetto libro, o l’uso edificante dell’oggetto libro per me è una cosa assolutamente pacifica. Da soggetto politico nel mondo – soggetto politico che per esempio sogna di implementare una certa rete di servizi in aree meno servite della città, da soggetto politico che insegna a scuola e cerca di mettere i suoi studenti nella condizione di saper pensare criticamente alle cose, per non parlare del soggetto politico psicoanalista che usa, si usa, i libri per lavorare a un atto di emancipazione dei suoi assistiti, tutti questi soggetti, cosa se ne fanno dei libricini consolatori degli ultimi vent’anni? Delle storie edificanti? Come lavoriamo nei servizi sociali Siti, se ci raccontano che gli immigrati sono tutti buoni? Come lavoro io con i miei pazienti Siti, se non sopporto che Lolita vuole sedurre Humbert Humbert? Come guariscono i pazienti, se non sopportano questa cosa di Lolita? 

L’ambivalenza, la ricerca di senso sono atti politici, passaggi necessari da attraversare per concepire una qualsiasi azione trasformativa al di fuori dei libri. E i libri di Siti tra i più militanti di cui mi sia servita nella mia vita di cives. 

Sull’empatia

Mi affascina molto la potenza emotiva e simbolica che il termine empatia ha tesaurizzato negli ultimi anni. Per un verso sono affascinata dalla sociologia del suo successo – è interessante chiedersi come mai va tanto di moda oggi mentre in passato era categoria assolutamente priva di allure e prestigio, ma siccome un suo buon dosaggio è evidentemente abbastanza utile diciamo a occhio nudo, sono colpita sia dalla necessità della sua enfasi, che dalla parrocchia politica ed emotiva di chi la osteggia. Forse per il fatto che di mestiere sono psicologa è come se mi capitasse di sentire ogni due per tre: devi buttare la pasta quando l’acqua bolle! E dall’altra persone che dicono: questa cosa del buttare la pasta quando l’acqua bolle è una faciloneria sopravvalutata! Il valore della pasta è composto da molte cose! Tipo il sugo

Siamo in effetti in un momento storico di istigazione all’empatia, questa istigazione all’empatia è la spuma di due lunghe ondate che si sfrangiano sul presente. L’empatia, messa nei termini in cui la conosciamo, come capacità di immedesimarsi emotivamente con vicende personali lontane dalla propria esperienza, esplode in primo luogo come lusso del capitalismo avanzato, che ambisce a guarire completamente se stesso, sostituendo vecchi dispositivi di solidarietà di classe, o di genere: le antiche comunanze di sventura contro nemici comuni, l’antica stessa barca dove tra operai ci si accomodava, ma anche tra mogli vessate, o tra malati senza catarsi. Paventa una immediatezza, ma in realtà allude a un processo molto mediato e sofisticato, che quelle vecchie comunanze di sventura – una merce questa democraticamente elargita nei secoli – non toccavano necessariamente. L’empatia implica un processo di costruzione dei processi logici ed emotivi dell’altro, molto articolato per il quale non di rado ci vuole il cuore libero dai ricatti della sussistenza primaria. E’ un dispositivo virtuoso, perché ha la possibilità, magari unito a un non troppo ingenuo bilancio di costi benefici, di farci valutare progetti politici per esempio di ampio raggio, che includano ma non esauriscano interessi particolari di questo o quel gruppo sociale. 
I nemici dell’empatia però – come per esempio il simpaticissimo Paul Bloom che ci ha dedicato una gustosa monografia – mettono in guardia dal fatto che, tarandosi quella esclusivamente su elementi di tipo emotivo, potrebbe garantire solidarietà e quindi protezione morale, e quindi progetto politico anche ad azioni che sono pericolose e antidemocratiche. In fondo, il successo di movimenti politici basici, carichi di risentimento, capaci di istituire la pena di morte, o di far avallare logiche vendicative e punitive, devono molto alla nobilitade dell’empatia. Pareri accoglienti rispetto alla pena di morte per esempio, spesso si incardinano sull’empatia nei confronti del genitore di una vittima – l’empatia per l’umano troppo umano desiderio di vendetta.

Secondo motivo di grande presenza scenica oggi dell’empatia, deriva dall’importante modificazione che ha impresso alla nostra quotidianità l’arrivo di internet, e degli smartphone. Si è molto parlato di quanto sia cambiata l’informazione e la sua fruizione, ma una cosa veramente interessante è che ora,  siamo tutti capillarmente esposti a sfide emotive che prima neanche ci sfioravano. Per fare un esempio, mia suocera buon’anima, non aveva mai visto un ebreo prima di me. La sua relazione con le leggi razziali, era molto molto blanda – per quanto avesse l’età di mio padre, che ne era stato vittima. Mia suocera non leggeva i giornali, faceva una vita di paese in un paese in cui un ebreo non si è mai visto manco dipinto, forse mia suocera può aver incontrato qualche film sull’Olocausto ma credo che abbia cambiato velocemente canale. Le suocere di oggi invece, diciamo le suocere di quelli che si sposano adesso, molto più raramente possono sottrarsi alla prova emotiva della discriminazione raccontata: sono tutte continuamente sollecitate, fino a percepire la cosa come un imbarazzo emotivo, un toccare il limite.

 Questo limite è stato ben illuminato dal dibattito recente a cui è andata incontro la fotografia e il reportage di guerra. Il corpo morto con il rivolo di sangue, un tempo era nobilitato da una sua funzione politica ed esperienziale, guarda, diceva la foto della bambina vietnamita nuda che corre verso l’obbiettivo, guarda cosa devi sapere. Piangi per questa bambina, piangi per cosa deve pensare la sua mamma, piangi di quello che nella tua lontananza non puoi sapere.  D’altra parte tu quella immagine della bambina te la andavi a prendere, uscendo di casa, spendendo dei soldi e comprando il giornale, in un’azione che era una dichiarazione di intenti sul tuo modo politico di stare al mondo, e sulla tua disponibilità a mettere in gioco delle emozioni. Ma oggi, siccome piangi ce lo possono dire una quarantina di volte al giorno, giacchè le bambine arrivano sullo smartphone appena lo accendi, abbiamo elaborato una serie di argomentazioni difensive anche piuttosto interessanti e non scontate. Quella bambina dicono queste argomentazioni, ti ha dato il permesso di usare il suo tragico? Non stai facendo un atto di imperialismo coloniale, o un atto di classe, ad appropriartene? Non sapevi raccontare di quella bambina a parole? Sicuramente dietro queste argomentazioni c’è la maturazione di un dibattito pubblico sui diritti civili, sulle identità, e sul potere – ma molto contribuisce  l’overbooking di empatia e ora  abbiamo anche imparato a trovare delle soluzioni brillanti – come per esempio il capolavoro della vignetta di Makkox quando tutti noi siamo rimasti angosciati e impotenti di fronte alla storia del quattordicenne morto per arrivare in Europa, e che nella tasca aveva i voti della pagella a scuola. La vignetta bellissima, e che mi fa commuovere solo al ricordo, ha il pregio di citare il corpo senza mostrare il corpo, di evocarne lo strazio senza mostrarne lo strazio. Il bambino in fondo al mare è bellissimo, ma ci obbliga a scappare dall’associoazione che ci viene molto forte, noi sappiamo che quando è stato trovato, quel corpo era per l’appunto straziato.  In effetti, l’arte serve anche a fare di queste operazioni.

In ogni caso, per una vignetta di Makkox azzeccata, c’è una pattuglia di sfide emotive a cui siamo chiamati a partecipare senza mediazioni. Quella cosa che faceva mio padre, di un autolesionismo squisitamente semita, per cui si andava a leggere su internazionale il calendario di tutti i conflitti in corso nel mondo, oggi viene imposto dai media come atto dell’etica minimo sindacale, non ci sfugge un maremoto, non ci sfugge un bombardamento, siamo immediatamente istigati alla morale dalle immagini del telefonino. Mi affascina per esempio l’uso che l’unicef fa della mia bacheca facebook, dove mi si mostra un bambino gravemente malnutrito e mi si chiedono dei soldi in beneficienza, per cui  io, o do i soldi in beneficienza, o non do i soldi ma ho il memento mori del bambino ogni giorno, oppure decido di chiedere a facebook di togliermi la pubblicità di unicef, il che potrebbe procurarmi un senso di vergogna di me lancinante, per cui no non lo faccio. Operazione credo con una sua consistente quota di efficacia. Anche se con una forse non trascurabile sequela di effetti collaterali.  Così come siamo tutti sovraffatti dalla acquisita capacità delle parti deboli delle nostre gerarchie sociali di usare i nuovi media per sollecitare una domanda morale, che a sua volta si incardini su una sollecitazione emotiva e una richiesta di empatia. Prima tu potevi eludere le conseguenze del tuo ruolo nel mondo, adesso ti si chiede di non farlo più.  Che è un po’ per esempio la questione che chiede alla media dei maschi bianchi occidentali, la foto di Erdogan che è per esempio circolata ieri. Ce la fai a empatizzare con Von der Leyen? Maschio bianco europeo? E qualche volta quello di sinistra – poco incline a riconoscere il sessismo di casa sua – ha trovato una scappatoia nell’altro canale di empatia disponibile: la questione dei curdi. Due empatie insieme e probabilmente collegabili erano una sfida troppo estrema.

Nonostante anche io senta forte l’istigazione all’empatia, e come dire empatizzi quasi con le difese che sollecita, rimango una ammiratrice dello strumento, a cui però vorrei sostituire il più articolato concetto di mentalizzazione.  L’empatia non ha concettualizzazioni molto sofisticate, è un generico mettersi nei panni degli altri e così come ci viene retoricamente raccontata è una specie di tutto o nulla, ce l’hai o non ce l’hai, e sembra a torto, una dote del cuore, il nome carino dell’essere più o meno buoni, più o meno capaci di accedere a un modo sentimentale con cui avvicinarci al reale, nella sua costruzione diciamo mediatica e generalizzata essa appare rosa, femminile, persino adolescenziale. Fa venire voglia, di calcoli, progetti, pensieri. Matematiche. Dopo dieci richiami social all’empatia, ti viene una inarrestabile voglia di ingegnere.

Peter Fonagy è un rigoroso analista postfreudiano che ha introdotto il concetto di mentalizzazione,  definendola come la capacità di immaginare e provare gli stati emotivi dell’altro, ha concettualizzato l’ipotesi che gravi esperienze di abuso possono inibire la capacità di mentalizzare gli stati emotivi dell’altro, e di conseguenza ha introdotto una scala di misurazione della mentalizzazione che può essere usata con le psicoterapie, perché a questo punto, concettualizza Fonagy, la psicoterapia per questi pazienti può essere pensata anche come un dispositivo che tra i diversi scopi ha il compito di potenziare la capacità di mentalizzare stati emotivi altrui il che ha anche molto a che fare con la capacità di mettere a fuoco i propri. Questa scala della mentalizzazione a me affascina molto, concettualizza anche livelli molto alti di capacità di mentalizzare che non sono quelli diffusi e necessari per tutti, sono quelli diciamo a cui si attestano i più allenati, ministri di culto in teoria, naturalmente psicologi, che ci fanno un mestiere, molti scrittori, ma che illustra anche delle grandezze intermedie. Mi interessa perché a livelli alti la mentalizzazione non deve semplicemente contattare stati emotivi, ma iscriverli in successioni narrative ed esperienziali, e quindi deve, come dire istituire anche dei processi logici. A livelli molto alti di mentalizzazione si deve diventare anche capaci di empatizzare con i partiti della minoranza emotiva dell’altro, saperli tenere nel campo,. Questa capacità da analista è fondamentale e quando i pazienti per esempio ci parlano male di qualcuno, noi dobbiamo valutare bene l’opportunità di accodarsi al suo parere, perchè quel paziente sta anche ritraendo una parte di se che rifiuta e che ora ha messo addosso a un altro. Questo lavoro analitico per me, è su piccola scala una metafora dello sguardo mentalizzante che devo mettere in campo quando do le mie valutazioni su fenomeni di larga scala, dominati da conflitti importanti per esempio. Mi pare, questa cosa qui che hanno gli analisti e gli scrittori, un dispositivo a cui dovremmo mirare un po’ tutti, per approdare a dei giudizi di valore e a delle azioni politiche. 

trama secondaria

La donna lo incontra in un momento di enorme confusione. Va a letto con chi non ama, mentre non riesce a prendersi chi, per quanto intriso di una difficile adorazione, lei vuole davvero per se. Sta divisa cioè tra amanti prossimi e agili, e un grande amore difficile e lontano. Precisamente lei ora, splende di una nevrosi dolorosa che le fa mettere il corpo e il cuore in posti separati l’uno dall’altro. 
Lo incontra dunque. Un hidalgo siderale e magnetico, uno squotter di eleganza sottile, cavaliere, cane sciolto, principe decaduto, ladro, tossico, profugo, ma anche quel tipo di intellettuale, quel tipo di biblioteca in testa, che la donna avrebbe poi avuto nella sua. 
In certe notti bianche di neve e di silenzio, la mette sulla canna di una bici rubata, ne tollera l’isteria nervosa, stai calma le dice, non ti succederà niente – e tra le altre cose le insegna una leggerezza perduta)


Di questa cosa della biblioteca di domani nella testa dell’uomo, la donna si accorge  subito, una delle prime volte che escono insieme. Parlano di bellezza, ciondolando per strada,  di cosa è bello e cosa no, di cosa è arte e cosa no, un tema che la donna sa, è il tribunale d’elezione della seduzione. E mentre discutono di cose eleganti, di quadri, di libri, l’uomo indica la commessa di un supermercato, che porta in mano la parte inferiore di un manichino. Vedi, le dice, quella donna in quel momento, con quelle gambe di plastica è una cosa bella, noi ci mettiamo dei significati.
Sono giovani, ma la donna intuisce che in quello sguardo ci sono: i libri di fotografia che avrebbe comprato, le mostre che avrebbe visto, i libri di estetica che avrebbe sottolineato. 
Molte delle cose che avrebbe voluto scrivere.

Lui la fa sentire ottocentesca e calligrafica, si diverte molto a portarla, lei così giudaica e klimtiana, in certe cantine perse sotto la ferrovia, in mezzo ad altri come lui, animali forti e opachi, lunghi secchi e brillanti nella notte, maschi di leone e di pantera, bestie esotiche che sopravvivono alla meglio, colla cerniera lampo e gli scarponi, che bevono con gesti decisi e luccichii negli occhi, che ridono di amarezze politiche e di un idealismo vitale e disperato, e che lei, non avrebbe più reincontrato – figli di storie cattive che non hanno finito di scorrere. 
(Si vedono spesso per pranzo.  
Lui compare dall’orlo di una lunga fila di alberi. La sua prima reazione è una grande felicità: stringe gli occhi e sorride. Poi, ogni volta, mano mano che si avvicina a lei, recupera compostezza, fino a manifestare una sottile noncuranza. Dormivo fino a poco fa, le dice. 
Lei allora prova tenerezza, ma non la manifesta: non vuole disturbare quello che le sembra un delicato equilibrio).

La porta spesso in posti casualmente sentimentali, accidentalmente romantici, con candele che si accendono per caso sui tavoli della sera, con tramonti sui mobili per strada, e quando lei gli vede le mani, prima di sentirle, nota che sono molto belle. Tuttavia è un giovane maschio che ancora sta imparando a dirsi senza ritegno, ancora non ha capito che non succederà niente di terribile – e siccome lei, in quel preciso frangente si sente abbandonata da quello che sente di amare, non vuole correre il rischio due volte. 

(Talora però, nel buio, e solo quando è molto buio, stanno stretti da qualche parte, lui le dice. Perché non vieni a vivere qui. Ti metti a scrivere qui, a studiare qui. Perché non vieni a stare qui, con me, non sarebbe bello? E’ una bella proposta, è in effetti quello di cui ha bisogno, e di cui sempre avrebbe avuto bisogno: un uomo che le dica, vieni qui ti do un tavolo una sedia, non me ne andrò, non ti metterò al freddo. Così tu potrai stare al tuo tavolo, alla tua sedia, a scrivere le tue cose.  Vieni qui, le dice il suo squotter, guarda che lo so cos’è una casa, non lo vedi che potresti stare bene con me? )

Tuttavia lei se ne va. Torna da dove è venuta – a cercare di risolvere quello che ha lasciato aperto.  Siccome lui non può farle ricomporre il suo divorzio interno, non riesce a farle spostare i sentimenti che ha messo altrove -è lei a lasciarlo al freddo, ma li per li non lo capisce.

(qui)

Note su Sanremo ’21 (un paziente diverso sul lettino)

Premessa di rito. Mi piace guardare il festival di Sanremo, per un motivo celebrale, e per un motivo di semplice piacere. Il semplice piacere, dello spettacolo, della canzonetta, del rito familiare – vederlo davanti alla tivvù sbracati per terra, con i piatti sparsi sul tappeto commentando tra noi e con gli amici – è il motivo principale, ma insieme c’è anche la sensazione di avere davanti un prodotto culturale importante, un sogno collettivo, una narrazione privata della nazione, che mi da il termometro delle cose, che mi da l’idea di come stiamo noi tutti, che risorse abbiamo e quali sintomi. Allo sguardo dell’antropologo e dello psicologo sociale Sanremo è un ‘occasione di diagnosi. E per questo guardo sempre con perplessità la supponenza intellettuale con cui è liquidato. Chi parla male del festival di Sanremo sempre e comunque, è un po’ come quelli che parlano male degli insegnanti, dei medici, e insomma le varie forme di nevrosi qualunquista che ci avvelenano il dibattito pubblico, ma che se vengono dall’alto sono meno decodificabili. (Va beh cose note queste, ma che mi andava di dire).

Sanremo, allora per me è come avere il paese sulla poltrona davanti a me, la poltrona delle prime sedute, e mi riporta all’obbligo per cui, anche quando sento la depressione forte, i sintomi pervasivi, come è stato quest’anno, mi sento di dover rilevare anche le risorse e le cose belle, e i significati buoni, che ci sono stati anche quest’anno.

Questo Festival arriva in un momento di grave crisi. La pandemia ancora infuria, e nel suo lungo perdurare, che porta per un verso malattie e lutti, per un altro preoccupazioni economiche e di sussistenza, per un altro ancora la preclusione a molti piaceri e consolazioni, è attraversata da collettive speranze catartiche regolarmente disattese. Il sogno di catarsi dell’estate scorsa si è infranto contro la delusione di settembre, la catarsi dei vaccini si sta scontrando con la fatica materiale di produrne a sufficienza per un pianeta intero, e nel nostro piccolo nazionale, già l’eburneo Draghi sta rivelando la sua natura mortale e troppo mortale – e liberale troppo liberale – rivelandosi costretto a fare molte delle stesse cose del governo precedente. Qualcuno va su Marte, si spera che torni con l’elisir di salvezza, ma non succede, non succede: e stiamo qui a volte in cassaintegrazione, a volte in permesso non retribuito con i figli insofferenti che fanno la didattica a distanza, spesso con un parente in terapia intensiva, spesso con un lutto che non si è potuto neanche celebrare, un morto che non si è potuto salutare.

Nonostante la mia modestissima stima nei confronti di Amadeus, ho provato una certa empatia perfino una sorta di tenerezza, nel constatare quanto lui stesso si sentisse sopraffatto dalla situazione del paese, quanto lui stesso mi sembrasse sapere di non avere le energie per dare una risposta emotiva e carismatica a questa situazione, men che mai una risposta creativa. Amadeus è stato il direttore sbagliato al momento sbagliato, anche se ci ha messo tutto il suo impegno e tutta la sua indubbia professionalità: è un uomo di spettacolo, che sa rispettare tempi scenici, che sa gestire le emergenze, che sa fare quelle cose di mestiere che bisogna saper apprezzare e ricercare, ma che non sono sufficienti. Perché allo stesso tempo, invece ha due carenze strutturali, una grave nella circostanza e l’altra grave in assoluto. 
Amadeus non è neanche blandamente carismatico, non è un domatore di folle. Volendo è una cosa buona perché in tempi di pace potrebbe essere il ritratto del presentatore che mette i riflettori sui cantanti, anziché su di se, che illumina chi ha accanto anziché se stesso. Ma senza platea, con il paese così, ci voleva una voce più forte, più seduttiva, e mettere la rotazione delle conduzioni, in modo da relativizzare chi gli stava accanto e farlo spiccare un po’ di più – una scelta di narcisismo poraccista – non è servito a molto. Anche prendersi Fiorello accanto per lo humour, non ha funzionato granché, la maggior parte delle gag che hanno fatto erano state ampiamente sfruttate in altri programmi, le conoscevamo tutte, ma proprio tutte, e ci hanno tristemente annoiato: Fiorello aveva già fatto lo show sul sesso degli animali, aveva anche spesso ironizzato sui bambini e i genitori, tutto era triste e super visto.

Ma la cosa che ho trovato più autolesionista e patologica è stata l’ideologia reazionaria e provinciale di fondo che ha permeato tutta la parte non musicale del festival: Amadeus è stato come l’anno scorso serenamente maschilista, ha invitato donne che confermassero quel maschilismo e che si sono prestate in modo imbarazzante – la Palombelli mi ha ricordato un po’ quei lavoratori neri che si fanno fotografare con Salvini – la Venezi povera donna non ne parliamo, una direttrice d’orchestra che si presta a fare la vallettina da cabaret  – e a rendere la situazione ancora più deprimente, l’autoironia da vecchi fuori del bar sport in paesotto di provincia sulle critiche da parte delle eventuali minoranze, o sulle intemperanze di Achille Lauro. Questa cosa doveva essere simpatica ma è stata la vera mazzata finale: era come se Amadeus e Fiorello dicessero in continuazione, siamo vecchi, siamo du poracci, che ci volete fa ste cose non le capiamo.

In quel momento però erano sul palcoscenico simbolico del paese. Era come se ci dicessero che al nostro meglio noi abbiamo nient’altro che due pensionatucci provinciali privi di fantasia, due nonnetti che hanno i nipoti che non capiscono e non possono aiutare. Davvero, insostenibile. La gag di loro che cantano con la parrucca siamo donne, per dire, è stata una delle cose più tristi e desolanti che la televisione italiana abbia mai prodotto. Per me è stato un po’ come quando sentendo di Maio ti scoprivi a piangere pensando ad Andreotti: io in qualche serata mi sono ritrovata a concepire pensieri impuri su Baudo e Bonolis

(Cose piccole da Sehnsucht baudiana: Baudo che allarga le braccia grandi ed è come se abbracciasse il pubblico da casa, lo incoraggiasse. Baudo che si bacia a Benigni e fa la gag con Benigni, non ride del gioco di confusione di genere, e delgioco sull’orientamento sessuale. Ride con  il gioco. 
Baudo il nostro Achille Lauro, l’avrebbe retto molto meglio. Baudo la corona di spine per non farsi sbaciucchiare, non l’avrebbe messa.) 

In compenso ho trovato il podio e i vertici della classifica una semantica piena di risorse. Il grosso della selezione dei cantanti in gara ha previsto: giovani trapper, di modesta ambizione con canzoncine che miravano a una onesta orecchiabilità, alcune variamente ben fatte, poche voci femminili di grandissimo valore sacrificate in brani di cortissimo raggio: così Arisa, così Madame, così Annalisa, e poi un drappello di formazioni in duo o in gruppo che invece portavano una differenza sostanziale, energetica, simbolica, creativa, erotica. Hanno vinto i Maneskin, e questa cosa mi ha fatto molto piacere, perché insomma è stato davvero un po’ come vedere questo paziente in consultazione per una diagnosi, che mi dice tutte quelle cose tristone e vecchie e appannate della conduzione e poi tira fuori questa cosa di se rifulgente – la canzone zitti e buoni, la sua performance: energetica, brillante, e con il coraggio di tenere la scena, di dire IO POSSO, IO VOGLIO, di suonare bene, di cantare forte, di arrangiare bene, di non usare l’autotune che Dio lo fulmini a tutti una volta per sempre, il coraggio di una carnalità esibita vivaddio dei ragazzini di cui puoi sperare che fuori Sanremo non mangino sedani e yogourt magri, ragazzini che a vent’anni ci hanno voglia di urlare e di scopare, una boccata di vita in questo oceano pandemico costretto alla deerotizzazione dei rapporti, alle distanze obbligate, alle mascherine, e alla diffidenza. Così come sono stata contenta di vedere in alto Fedez e Michelin (anche se non mi hanno entusiasmato) e al quarto posto Di Martino e Colapesce (che invece ho trovato elegantissimi e fantastici) perché entrambi incarnavano un progetto complesso, un tenere la scena, un fare spettacolo. Facevano coreografie azzeccate, provavano a portare in scena un mondo, un fare qualcosa che andasse un po’ oltre il frignare impotente che invece diverse canzoni in solitaria mi hanno sostanzialmente evocato. Ho trovato esteticamente azzeccatissima oltre la stessa canzone, l’idea di Colapesce e Di Martino di portare la pattinatrice a rotelle, così divertente, vitale, e filologicamente corretta, Ho trovato i contrappunti di Fedez e Michelin qualcosa di più pensato oltre che sentito, qualcosa che avesse voglia di comunicare un si può fare vero, non come quella farsa di se stesso che ha messo in campo max gazzè.  Infine, questa cosa che ha rimesso in scena Lauro, sulla semantica del femminile addosso al maschile provocatorio, che passa dalle rose nella pancia e arriva ai Maneskin che si abbracciano teneroni Fedez e Michelin, mi ha dato un innegabile botta di ottimismo.

Dunque il festival di quest’anno mi ha dato questa diagnosi del paese. Abbiamo un grande problema perché affidiamo la leadership morale della nostra industria culturale e del nostro pensare collettivo a qualcosa che riconosciamo e che si riconosce come vecchio, stanco, superato, inadeguato, e questa roba è alla guida del festival come del resto del paese. E’ nei punti nevralgici di tre quarti (giudizio a spanne) della nostra industria culturale, è nelle leadership dei nostri partiti. E una cosa grave nella pandemia, ma non è nata con la pandemia, è nata prima già il festival precedente ne aveva dato dolorosi segnali. Scivoliamo in questa desolazione da una ventina d’anni, sempre più. Tuttavia questa leadership mesta e provinciale, non arriva a soffocare le risorse possibili, non ha come dire quella testarda cattiveria, quella forza distruttiva, non sempre e sicuramente non su questo palco: è inadeguata forse, ma leale, in un certo modo onesta. Non capisce, ma da spazio. Prende in giro Achille Lauro – l’alfiere di questa generazione della riflessione sul genere, ogni generazione ci ha la sua, e la reductio ad nonno lascia il tempo che trova – ma lo ospita cinque sere, non ci capisce niente ma arruola i Maneskin e quelli vincono. Quello che voglio dire è, stiamo nella merda, ma abbiamo spazio energia erotismo e progetto per fare cose belle. Viva viva viva il festival di Sanremo e tutti tutti quelli che ce lo tengono in vita, e che con i loro mezzi, con i loro errori, con la loro buona fede lo tengono in piedi. Compreso Amadeus.

Su Mad Men

Nella mia personale accezione di capolavoro, il merito va a quei testi che siano in grado di saturare tre domande, che io pongo come fruitrice. Un testo deve: descrivere un mondo, inventare un linguaggio, proporre una visione del mondo. 
Nel mio ozioso spazio di fruitore, il cui unico potere è fare un personale gioco delle gerarchie, constato che quando un prodotto estetico si ferma sulle prime due domande, non trascende mai il momento storico in cui è concepito – mentre se satura bene solo la terza, è un oggetto filosofico che smette di essere un oggetto artistico. Quando un oggetto estetico invece risponde bene a tutte e tre le domande, ha le carte per entrare in una dimensione di complessità per cui dall’ottimo lavoro slitta al capolavoro.  
Ora, io penso che la serie Mad Men soddisfi tutte e tre le domande. Ha descritto e reinventato un mondo, ha codificato un’estetica, e ha una costruzione della trama che è capace di dire delle cose simboliche, allegoriche che vogliono dire qualcosa di meta. In Mad Men la sceneggiatura ha una visione del mondo, la trama porta un messaggio che fa filosofia della storia, metafisica delle vicende umane.
 Voglio scriverne qui, soprattutto per quel che concerne i meriti riferiti alla terza domanda, mentre tralascio gli indubbi meriti che riguardano le altre due: è vero Mad Men reinventa un mondo costellato intorno ai pubblicitari newyorkesi degli anni sessanta, è vero Mad Men ricostruisce un’epoca con una correttezza filologica commovente, ma a me interessa qui dare una delle letture possibili su cosa ha di filosofico, su cosa dice dell’umano quella serie di trame. 

La mia lettura della serie parte da una osservazione. Non ho visto niente prima d’ora di più esplicitamente consapevole, di più autocosciente, di più lucido nella descrizione dei rapporti di genere, degli squilibri di forza, e del campionario di sofferenze che elicita un certo modo di abitare il mondo e il sesso. Mi è sembrato un enorme, magnifico, lavoro sulla fatica che ha fatto l’uomo del novecento nella sua transumanza dal mondo dei padri al mondo di oggi, nel suo passaggio attraverso gli Urali, o se volete attraverso l’atlantico, tra vecchio mondo e nuovo mondo, dove gli Urali, o l’Atlantico sono in primo luogo il femminismo, ma in secondo luogo anche altri movimenti politici che hanno costellato la nostra mutazione antropologica, per altro non ancora portata a termine: l’ingresso del proletariato nel dibattito pubblico, l’ingresso delle minoranze etniche nella piattaforma dei diritti civili. In ogni caso, le altre questioni storiche che puntellano il passaggio agli urali sono tutte secondarie, rispetto alla rivoluzione dei rapporti di forza tra i sessi. Le due coste della transumanza sono infatti una prima puntata dove le donne sono molte, sono carine, sono tutte segretarie che portano il caffè a cui si dedicano manate sul culo, proposte di matrimonio e varie forme di gerarchia dall’amorevole subordinazione matrimoniale al disprezzo della mercificazione sessuale, mentre nell’ultima puntata – dieci anni dopo –  ci sono le copyright, ci sono donne imprenditrici, ci sono storie di convivenza. Gli eroi e le eroine di questa transumanza  sono dei pubblicitari, e tutta la serie parla anche di storia della pubblicità. Una scelta narrativa molto felice, perché parlare di pubblicitari permette di mettere in campo vicende private di esseri umani come altri, romanzi e intrecci affettivi come ci sono in tutte le comunità professionali e non, ma prendere gente che lavora nella pubblicità vuol dire parlare di quella parte di gruppo sociale che costantemente esplora i limiti dei cambiamenti ideologici che sono appena avvenuti. La pubblicità è quella cosa che infatti aiuta a portare profitto sondando i modi di sentire e di pensare delle persone, ed è sempre la prima a testimoniare quando qualche cambiamento è avvenuto o sta avvvenendo.  Quindi nei passaggi della serie avremo sempre questa specie di controcanto: cambiamenti dei rapporti di genere e non solo, nelle trame private delle vite private, identificabili nella dimensione individuale, e cambiamenti dei rapporti di genere e non solo nelle campagne pubblicitarie e in come sono recepite dalla committenza – quindi identificabili nella dimensione sociale e collettiva. 
Gli eroi principali di questa transumanza – anche se Mad Men è un romanzo corale pieno di coprotagonisti, sono Don Driper e Peggy Olson. Il maschio simbolico e la femmina simbolica che incarnano a modo loro le fatiche di tutti gli uomini e tutte le donne nella traversata degli urali.


La maschera Draper è un uomo bellissimo, la cui estetica, i cui movimenti, gesti, galanterie e virilità vengono dal cinema dei due decenni precedenti. Draper arriva dai film con Rita Haiworth, cita nelle espressioni certi modi di Hamprhey Bogart, è corpacciuto, sornione, e misterioso come tutti gli immortali e tormentati eroi del noir. E’ il maschio così come è consegnato dalla spuma delle onde del primo dopoguerra. Grandi spalle, ottimi pensieri, la radiosa luce del successo . E’ il maschio alfa dell’erotismo metropolitano, che se le scopa tutte, che piace a tutti,  con la moglie scintillante e le amanti che si sdraiano a un cenno. Ma anche il maschio alfa rispetto agli altri maschi, il capobranco senza contratto, la lingua sottile e carismatica che quando si pronuncia dirà la cosa più intelligente di tutti. E’ l’idea di virilità secondo Holliwood e l’occidente tutto in piena industrializzazione: non tanto armi, clave, muscoli e sangue – ma frasi brillanti in una sala riunioni da cui deriveranno molti quattrini. 

Tuttavia Don Draper è anche tormentato, e titolare di un grave conflitto interno.  Don infatti non si chiama davvero Don, il suo vero nome è Dick. E’ stato Dick fino alla guerra in Corea, durante la quale alla morte di un commilitone ne ha preso l’identità per abbandonare la guerra e rifarsi una vita. A quel vero nome di Dick è legato  una identità traumatica, dissociata  – di miseria, abbandono abuso e misoginia, che Don ricorda, e riporta alla coscienza in certe puntate, un pezzo per volta. Nato da una prostituta, cresciuto in un bordello di campagna, povero, maltrattato e non amato. Sicché la serie è da una parte la storia del pubblicitario sciupafemmine, eccentrico e di successo, Donald che tra ondeggiamenti e seduzioni veleggia verso la postmodernità, riconoscendo il valore di donne come Peggy, accettando una segretaria nera che porta il suo nome, lasciando prima una faticosa e bellissima casalinga frustrata e sposando poi una donna magnetica e intelligente come l’attrice Megan, ma allo stesso tempo la serie è anche la storia della impossibile integrazione tra logiche di genere e di dolore della modernità nel mondo della post modernità. Dick versus Don è il vecchio uomo, contro il nuovo, il vecchio che funziona in un modo, contro il nuovo a cui si chiede di funzionare in un altro. La terribile infanzia di Dick, del maschio che è figlio di una madre mercificata e ridotta a merce, e cresciuta da un manipolo di femmine rancorose per la loro posizione di desoggettificazione, e depersonalizzazione rispetto al proprio corpo, è l’incubo di una serie di generazioni di maschi, la storia di una patologia individuale e culturale, la patologia di tutti maschi figli di donne senza diritti, senza lavoro, senza soggettività politica, esposte alla loro stessa violenza,  il cui riflesso è nella lunga successione di azioni irriflesse variamente misogine, scopate senza senso, matrimoni falliti, seduzioni a perdere, in una celebrazione del sesso che ha qualcosa di vitalistico e tragico insieme, e il cui gigantesco costo psichico è anestetizzato e alleggerito dal ricorso al fumo e all’alcool, pervasivi nella serie come nell’epoca in cui era girata, dispositivi di ammortizzazione della depressione e del panico. 

Non c’è paio di corna, decisione difficile, fallimento latente, frustrazione da dover far digerire, che a Medison Avenue non sia attutita, ammortizzata da un bicchiere di Whisky, o da una provvidenziale sigaretta.  La regia non risparmia decodifiche feroci su questi anestetici della nevrosi, e senza pietà ne mette in risalto, puntata su puntata l’esplicito effetto collaterale, e dunque l’implicito significato segreto di aggressione al corpo, di anestesia come autodistruzione. Si comincia a parlare di fumo come causa di cancro, cancro di cui morirà la gran fumatrice Betty Draper, si continua con episodi di grande umiliazione di se, come il pubblicitario che si piscia nei calzoni, o lo stesso Draper che al bussare della memoria dissociata alla coscienza, beve sempre di più rivela incautamente la sua storia, a una riunione di facoltosi clienti.  Bere e fumare, sono gli unici modi che Dick/Don ha per sopportare l’attrito causato dalla compresenza delle sue due identità, mentre la serie illustra come, le costose e faticose metamorfosi sociali che portano le gonne ad accorciarsi, le donne a lavorare, i neri a essere riconosciuti, cominciano a liberare il corpo dall’aggressione delle dipendenze e nel corso delle puntate si fuma e si beve sempre di meno, cominciano a comparire bevande alternative e modelli maschili diversi. Mentre Don Fatica a mettere insieme patriarcato e femminismo, prostituzione ed erotismo potere del corpo e potere sul corpo, nella serie fioccano nuovi maschi, che sanno trovare nuove soluzioni come il collega choo, o anche quel personaggio così ben cesellato che è Stan e che diventerà il compagno dell’altra grandissima e stupenda protagonista della serie – Peggy Olson.

Peggy è il femminile che attraversa gli Urali, per diversi aspetti è il simmetrico opposto di Don. Compare come piccola segretaria periferica nel grande ufficio, né molto aggraziata, né molto bella, men che mai ricca. E’ sfocata, poco interessante. Nei film dove il divo hollywoodiano come Draper avrebbe imperversato, sarebbe stata un personaggio di contorno, sbiadita e inconsistente rispetto alle scintillanti fidanzate d’America, come la bellissima Betty moglie di Don, ma anche come tante delle colleghe segretarie che disperatamente cercano marito, irretendo questo o quel chief executive.  Ma quel tipo di donne, come spiega la parabola di Betty Draper, si ammala perché non scavalca gli urali. Si tormenta di noia, di dimenticanza di se, di periferia della vita, di materno non sufficientemente materno per intrattenersi. Sono le figlie che si intossicano della patologia delle madri, perché il patriarcato non ha offerto vie di salvezza. E’ molto interessante e sofisticata la lettura psicologica di Betty: che va da un’analista perché ha un rapporto con la madre patologico, e a sua volta è una madre patogena, ma ugualmente Betty è anche una che senza lavoro rimane da sola con le sue nevrosi. 

 Invece, la meno bella Peggy, piano piano tira fuori un suo talento, una cocente ambizione e una forte personalità, e che dunque diventa piano piano più bella, più interessante, attraversa il decennio, con dolori costi e fatiche, relazioni funzionali e disfunzionali, amori che non reggono la transizione culturale, ma alla fine trova l’equilibrio, il compromesso, l’evoluzione. E forse tra tutti è quella che meglio approda alla costa simbolica del nuovo mondo, con un amorevole relazione con un collega. Tuttavia, anche lei,  ha una vicenda di conflitto fra due identità, che è lo speculare simmetrico al conflitto di Don. All’inizio della serie infatti scopriamo che Peggy, è rimasta incinta di Pete, che però sta per sposarsi, e neanche sa della sua gravidanza. Quando partorisce, decide di dare il figlio in adozione. Dunque  quel parto, rappresenta anche li, la faglia simbolica di due identità che fanno attrito, quella della donna figlia del patriarcato cattolico, la donna che prima di tutto doveva essere madre e sposa, a far contenta la tirannia della famiglia di provenienza e del prete di quartiere, e la Peggy che lavora, e che diviene la prima donna copy della sua agenzia, di talento, stimata e con un ufficio. Anche per Peggy le due identità non si sciolgono con agio una nell’altra, anche a Peggy il passato salta addosso a ritmi regolari, mentre lei con testardaggine e fatica attraversa gli Urali del femminismo. 

Intorno a questi due grandi personaggi che scavalcano il dorso di un cambiamento epocale, c’è una costellazione di vicende in cui si indaga come altre psicologie e altre personalità percorrano traiettorie parallele, c’è la fantastica Joan che fa carriera desiderando il nuovo mondo ma conquistandoselo con le armi del vecchio, e pagando, paradossalmente più di Peggy, che invece cerca di giocare con le nuove regole.  La magnifica Joan fa carriera ma i maschi non glielo perdonano e rimane sola, Peggy fa carriera, forse più lentamente, ma alla fine si risolve in un amore molto autentico per un collega. Roger, il capo di Don, veleggia tra passato e futuro dolore e nevrosi, e alla fine approda a una relazione non più con una splendida ventenne, opportunista e magnifica, ma alla fine si sceglie una donna matura, piuttosto folle, ma molto molto soggettificata, paritaria. Già sposa e madre. 
Tuttavia la storia secondaria, periferica volendo, ma nevralgica, che segna il punto di attrito storico culturale, il punto di frattura, il centro della traversata, è quella che riguarda il pubblicitario italoamericano Salvatore, il quale nella terza serie, perde il posto di lavoro, per aver resistito a una proposta sessuale. 


Si tratta di un episodio come dire, filosoficamente interessante: Sal è un italoamericano, che ha un matrimonio bianco, ed è omosessuale, anche se dati i tempi, non lo dice a nessuno, e solo moderatamente a se stesso. Si permette poche relazioni sessuali, clandestine e improvvise, mentre tende a sottrarsi dinnanzi a occasioni che potrebbero coinvolgerlo ma fargli accettare esplicitamente il suo orientamento. A un certo punto, un grosso cliente dell’agenzia pubblicitaria gli si offre sessualmente, ma Salvatore lo respinge. Il cliente si risente moltissimo, e fa sapere che vuole il pubblicitario licenziato. 
Salvatore ne parla con Don Draper, il protagonista, che ha già intuito il fatto che è omosessuale. Lo aveva colto quasi in flagrante, in un comune viaggio di lavoro. Nel momento in cui parlano è interessante una genuina divergenza in termini di aspettative rispetto al sesso e al ruolo di genere. Don non ha problemi di omofobia, non è scandalizzato dall’orientamento di Salvatore, è stupito però che non abbia accettato di andare a letto con il cliente. E’ stupito perché è un uomo, è un uomo del vecchio mondo, è un uomo dell’aldilà dell’atlantico, quindi si aspetta che un altro maschio, possa tranquillamente farsi una scopata con uno che non lo entusiasmi, se c’è un importante interesse in gioco, cioè per Don è curioso che Salvatore non percepisca un desiderio, che non abbia quell’uso materiale del corpo come cosa. Quando invece una situazione simile capiterà a Joan, egli sarà empatico con la difficoltà di Joan, e sarà stupito dal fatto che invece Joan, per far decollare la carriera  – che le è costantemente ostacolata per gli strascichi maschilisti del vecchio mondo – accetterà di andare a letto con il cliente. Per parte sua Salvatore come dire, rivendica un’accezione di corpo, di relazione sessuale, che oggi anche molti maschi eterosessuali si prenderebbero per se, ma che un tempo sarebbe stato inconcepibile. Davvero rinunci a del sesso per una questione di principio? Dice incredulo Don. 
Così come guarderà incredulo Joan: davvero accetti il sesso senza soffrire una questione di principio? Nel vecchio mondo l’eticità del corpo è delle donne, esse tuttalpiù vendono la necessità di subire. Nel nuovo l’eticità del corpo arriva agli uomini, mentre le donne possono decidere di abbandonarla. Come scelta di potere nel mondo dei maschi.
Credo che quell’episodio, sia il centro ideale della serie.

Non è il solo momento simbolico. Mad men è un romanzo corale, che racconta la transumanza della psicologia dei generi, in molte sfaccettature, e anche in una serie di percorsi di vita, che non fanno itinerari lineari, ma che incontrano battute e arresti, vecchi schemi psicologici e relazionali che si ripropongono forti e chiari, balzi in avanti eresistenze, e salti indietro. Né il meraviglioso finale, è privo di chiaro scuri, e assolutamente luminoso. Da una parte l’ultima puntata si chiude con lo spot della coca cola dove cantano insieme, donne e uomini, bianchi e neri, persone di tutti i tipi  – a simboleggiare l’approdo definitivo a uno stare diverso, dove le nuove istanze psichiche convivono tutti insieme. Ma Don è in un ritiro dove si fanno terapie di gruppo, si è scontrato con l’impossibilità di far convivere le sue due identità, e deve riazzerarsi da capo, ricominciare tutto, con tutti i femminili interni che ha che ha distrutto o perduto. E’ insieme a persone che in fondo, con percorsi diversi, storie diverse, sono anche loro al capolinea di un romanzo fallimentare, di un’operazione abortita, e sono anche tutti, slegati tra loro, in una comunicazione estremamente rarefatta e molto desessualizzata. Mentre Peggy si fidanza, Pete felicemente ritorna con la moglie, Joan si fa un’agenzia sua e i pubblicitari vanno avanti, Don rivela degli aspetti opachi, oscuri di questo cambiamento, io ho avuto anche la sensazione di una perdita di carne di eros, di una dolorosa fuga in una terra apollinea, non ricattatata dal potere del sesso. Non proprio insomma un happy end. 
In ogni caso, una delle cose più belle viste negli ultimi anni.

Sesso e genere: il corpo casa. Alcune note

La questione del rapporto tra identità sessuale e ruoli di genere, è un tema che continua a infiammare il nostro dibattito culturale a cicli regolari, per una serie di motivi, il primo dei quali è strettamente politico. Le differenze sessuali sono utilizzate per mettere in campo delle prescrizioni comportamentali rispetto a ciò che uomini e donne possono e devono fare nella loro vita quotidiana per tanto, l’argomento ha una rilevanza pratica enorme. 

Per quanto mi riguarda devo ammettere che c’è anche una fortissima fascinazione filosofica e scientifica intorno all’argomento. E’ un tema che ha delle questioni divertenti, intriganti, anche di sociologia, di studi culturali, ci ritorno regolarmente non tanto, o non solo, perché personalmente me ne senta toccata  quanto perché appunto mi diverte. Ci ritorno anche perché per noi analisti, è un luogo interessante di costruzione delle teorie – e una sponda a cui dobbiamo tornare spesso per lavorare in modo rigorosamente rispettoso con i nostri pazienti – i cui modi di stare male, passano quasi invariabilmente tramite l’interpretazione del proprio ruolo di genere. 
La professione che svolgo, che è quella di analista, d’altra parte mi obbliga a una doppia attenzione etica all’argomento, perché come terapeuta sono terapeuta di tutti, non per dire solo delle donne, o solo degli uomini, e perché come terapeuta ho rispetto dei contesti politici che riescano a produrre felicità anche con scelte quotidiane che non sottoscriverei. La mia vita privata in questo mi ha aiutato, e i libri di vite lontane hanno contribuito. Per quanto io sia una donna professionalmente piuttosto ambiziosa, che lavora almeno 40 ore a settimana, figlia, nipote e bisnipote di donne ambiziose e lavoratrici – non mi sconvolge per niente e capisco perfettamente quella che sta felice a casa con i bambini. Questo saper rispettare scelte di politica privata altre dalla mia,  nella gestione del ruolo di genere, è per me una conditio sine qua non della mia posizione etica professionale. 

Di solito, la questione viene posta in termini molto semplificati, per cui si collocano due poli del dibattito, quello essenzialista e quello costruttivista.  Questa dicotomia mette da una parte quelli che in base all’identità sessuale decidono che derivano tout cort dei comportamenti da prescrivere come giusti e appropriati, essenzialisti – e dall’altra quelli che invece ritengono che sia il contesto politico e culturale a costruire le immagini di genere sfruttando la materia inerte del corpo. E’ anche fascinoso notare come il potere combinatorio delle nostre abilità retoriche riesce a fare in modo che si ritrovino tutte le posizioni in tutti i partiti politici. E’ pieno di femministe gioiosamente essenzialiste, ma può capitare di assistere al curioso panorama di qualche costruttivista profondamente conservatore. In linea di massima però – La prima delle due posizioni mentali impone un vincolo, la seconda lo rifiuta. Così come noto le seguenti ricorrenze: tra le fila delle posizioni essenzialiste, abitano molti modi di pensare poco sofisticati, poco aggiornati, quanto francamente impreparati, mentre la posizione costruttivista vanta di per se competenze, riflessioni, in generale un lavoro intellettuale molto più forte. Emotivamente io sento di appartenere, come progetto politico e come modo di affrontare le cose più ai secondi. E per quanto io sia presto approdata a una posizione, con alcuni cardini essenzialisti – come sento parlare di “le donne” e “gli uomini”, metto mano alla pistola.  Siamo determinati da una grandissima quantità di essenze infatti, che si combinano tra loro. 

Nella mia personale soluzione, che non saprei bene dove collocare in questo continuum, io considero i cervelli degli uomini e delle donne troppo poco differenti perché siano contrapposti. Per quanto si trovino alcune differenze biologiche, a livello del corpo calloso, per esempio, quando si vanno a fare dei disegni di ricerca sui processi logici non arrivano mai risultati veramente apprezzabili, che portino a chi sa quali plateali differenze.  Fare questi disegni di ricerca pone problemi ermeneutici molto complicati. Anche l’accento che si mette sui diversi appannaggi ormonali – che dopo tutto sono altri mediatori come i neurotrasmettitori, mi lascia piuttosto fredda. Interpreto gli ormoni come delle macchine, quelli ce l’hanno di una marca, noi di un’altra, ma sempre macchine sono. Non mi pare che introducano variazioni dirimenti, o che possano vantare il potere di altri fattori. 
Sento molto potente invece, il resto del corpo che abitano i nostri cervelli, e sento che le differenze tra corpo degli uomini e corpo delle donne, siano un oggetto semanticamente rilevante al di la del mondo che si abita.  Questi corpi diversi, hanno connotazioni diverse con capacità diverse. Per esempio uno può portare dentro un altro corpo e l’altro no. Uno vede la propria eccitazione sessuale e l’altro no. Uno perde sangue per dei giorni al mese e l’altro no, a uno cresce la barba sotto al mento e all’altro no. Uno gode sessualmente mettendosi dentro un oggetto, l’altro mettendo il pene da qualche parte. Uno ha la forza per fare cose che mediamente l’altro non può fare, uno può partecipare alla procreazione fino a un certo punto della vita, l’altro molto più a lungo. Considero queste caratteristiche del nostro corpo ambiente, dirimenti, e questo mi fa dire, grosso molto, che è vero, siamo scritti da molte variabili intorno a noi.

Ma il corpo, è il nostro primo ambiente culturale.

Definire il corpo come primo ambiente culturale, secondo me è di grande aiuto, perché in questo modo, ne capiamo meglio la sua connotazione particolare, di essere cioè simultaneamente: un oggetto parlante, intrusivo, capace di produrre da solo significati, ma anche di essere un oggetto a sua volta riparlato, ridetto ricodificato dal mondo culturale in cui è iscritto. 
Definirci come cervelli che abitano una serie di cornici produttrici di senso, dalla prima delle quali è però è terribilmente impervio uscire, ci aiuta a capire come costruiamo i nostri modi di vivere, e di abitare i nostri corpi. Ci aiuta a capire bene la successione di discorsi, e la sovrapposizione di discorsi che implica il nostro usare il corpo, e la tensione di questioni che implica la propria interpretazione di identità sessuale, e ruolo di genere. 

Se il corpo è una specie di casa, la nostra casa, da una parte ci sarà il come noi la abitiamo, e come noi ne interpretiamo le diverse funzioni, dall’altra ci sarà indubbiamente il tema di come la città dove è situata la nostra casa interpreta le case. Il momento storico in cui sorge, etc.. Quando noi ci approprieremo della nostra casa corpo, da una parte quella avrà un significato come dire a prescindere, dall’altra ci sarà una questione di come è parlata dal suo contesto.
Il che effettivamente succede anche con le nostre case, quelle dove dormiamo. Un secolo fa l’angolo cottura era l’abominio, e il corridoio il segno di un ordine mentale e politico che testimoniava l’accesso alla borghesia. Oggi la cucina  – spazio della nutrizione e della funzione materna può essere molto contratto, e in linea di massima, si testimoniano possibilità di ordine mentali che non sprechino tutti quei metri che si mangia un corridoio, ma anche una visione dello spazio vitale che può rispecchiare una nuova gerarchia di valori. Gli ingressi stanno sparendo. Si può piovere direttamente in un salone.

Ora, la parte particolarmente problematica di questa idea di corpo come primo ambiente culturale, è che implica una sua autonoma istigazione alla produzione di significati, che prescinde dalla società in cui si vive. Il costruttivismo dice che il nostro modo di interpretare i ruoli di genere è parlato dai nostri contesti, e noi ci prendiamo quello che il contesto dice del nostro corpo: la donna casalinga è parlata cioè da una società che dice che le donne sono casalinghe, e ivi compresa la donna che fa la madre è parlata da una società che racconta le donne come figlie o come madri. Ma io penso invece che la casa corpo imponga alla mente che la abita di rispondere a delle domande. 
La casa corpo dice: io posso concepire un figlio, che fai di questa mia possibilità? Oppure
io per sollevare un mobile ci metto molto più sforzo di quell’altro il maschio

Oppure, io mi sento male fisicamente, per alcuni giorni nel mese. 

La casa corpo costringe la mente a delle decisioni che producono degli atti semantici. Anche senza contesto culturale, ci imporrebbe una nostra personale microcultura, la costruzione di un nostro micromondo.  Ma dovremmo dire, anche senza contesto familiare, perché un’altra importante agenzia della lettura del proprio ruolo di genere, riguarda la famiglia in cui cresciamo, gli uomini e le donne da cui veniamo.  Sia come loro arredano e rispondono alle domande sulla propria casa corpo: come la nostra madre ha vissuto il suo corpo di donna, come nostro padre quello di uomo, sia come interpretano, si relazionano, arredano il nostro corpo di figlie e di figli. Nella nostra costruzione della nostra microcultura individuale, su cosa fare del nostro sesso, e quindi come arredare la sua rappresentazione – il genere, questi esempi e queste relazioni sono dirimenti. In base a queste prime e fondanti esperienze, muoveremo la nostra avventura nel mondo dei codici culturali sulle case corpo degli adulti. Accetteremo, criticheremo, faremo nostre tesaurizzeremo.

Possiamo considerare come uno dei vettori fondamentali del processo di individuazione, ossia del nostro itinerario di sviluppo verso la piena identità, il trovare il nostro vero modo di vivere il nostro corpo, privatamente e socialmente. Sta a significare che, non è soltanto importante il nostro sesso, ma anche come noi lo interpretiamo nella nostra vita sociale. La nostra interpretazione del nostro ruolo di genere. Se mettiamo in campo una rappresentazione di genere che non sta bene con la nostra profonda identità noi ne soffriamo. Per questo non ci può essere teoria psicologica che sia completamente costruttivista, o completamente essenzialista. Perché buona parte delle psicoterapie deve andare a rivedere come si è andata arredando l’identità sessuale. Cosa si è deciso di fare delle domande che pone il corpo: so fare i figli, mi eccito sessualmente in questo modo,  ho questo tempo e via di seguito. Quel modo di risolvere le domande poste in quella casa,  sono state esaudite nel modo migliore per quella persona? Le strade che ha preso per via delle sue vicende familiari, sono state strade adatte? Le cose che ha messo nella casa per via dei suggerimenti culturali, sono funzionali ai suoi bisogni? E quelle che non ci ha messo, non mancheranno?

 Per questo, dicevo, come analista, da una parte non riesco mai a prendere sul serio qualsiasi siscorso generalizzante su gli uomini e le donne, dall’altra non riesco a sottovalutare del tutto il potere culturale, delle domande del corpo. Forse porre il dibattito in quell’ellisse aiuta all’inizio, ma sclerotizza un po’ la questione, eludendo il tema centrale.