Sulla schizofrenia

Vorrei cominciare questo post con una storia molto bella, che fu raccontata a una lezione di scuola da una mia brava collega, che poi sarebbe diventata una mia amica.
Questa mia amica, una volta si trovò ad accompagnare in gita un gruppo di pazienti – con diagnosi piuttosto solide, tipo schizofrenia per intenderci, a vedere le bellezze artistiche della città, accompagnati da una storica dell’arte che forniva spiegazioni e note storiche.Li portavano per monumenti, statue, e soprattutto chiese, e per questo buona parte delle nozioni che i componenti del gruppo appresero, riguardarono vite di Santi, e vicende della Madonna Giuseppe e Gesù Bambino.

La mia amica raccontò che a un certo punto una paziente, riferendosi a una santa che aveva avuto una visione, aveva chiesto provocatoria:
– Scusi
- Eh
- Ma perché quella vede la Madonna e le fanno una statua, io vedo la Madonna e me danno le pasticche?

L’aneddoto mi parve e mi pare prezioso, perché parrebbe che non ha una risposta decente, e invece in realtà ce l’ha, e trovarla e capire cosa sia realmente la psicoterapia è un tutt’uno. Nel primo momento in cui uno sente la domanda, cadono in testa solo due risposte possibili – quella che cercherebbe di istituire una differenza di categoria esistenziale tra la donna schizofrenica e la santa – onde proteggere la prosecuzione della cura farmacologica e non, e farle intendere che sta sottovalutando i propri problemi, e quella che invece annullerebbe la differenza onde premiare l’esame di realtà della paziente magari mettendo in scacco la cura farmacologica, e non solo quella. Ma le due risposte alla domanda sono molto pregnanti perché coinvolgono il modo di pensare il paziente psichiatrico, e la griglia di categorie mentali con cui la cultura, e il nostro veicolo privilegiato la tassonomia psichiatrica, pensa il soggetto in cura. La domanda porta infatti alla coscienza di due ordini ideologici diversi, accomunati da un valore positivo condiviso, che legittima entrambi, è che è una ragione in più per mettere un clinico all’angolo.

Siamo cattoliche tutte e due Dottoressa. Tutte e due, decidiamo che la Madonna fece un figlio senza aver avuto rapporti sessuali. Tutte e due dottoressa afferiamo a un mondo ideologico di miracoli e di salto nella fede. Allora, perché dottoressa se quella salta nella fede è santa, e se lo faccio io sono pazza? Dove è l’errore?

Forse dottoressa, era pazza anche la santa in questione?
O forse sono io che sono una santa, e non l’ha capito nessuno?

E noi potremmo aggiungere:

E se la santa era pazza, forse anche la religione è una follia 
O, se io sono una santa, e voi mi impasticcate la psichiatria è una religione.

Non se ne esce facilmente, men che mai, decidendo che bisogna avere consapevolezza della relativizzazione storica, del fatto che la nostra è una cultura medicalizzata mentre quella di prima non lo era, che la nostra è una cultura che punisce e ingabbia l’elemento eversivo mentre questo prima non accadeva. Queste cose sono carine, ma non bastano, e sono anche riduttive, perché la società non è così monolitica e ci sono larghe o strette aree di essa – che da sempre variano con gli ondeggiamenti della storia, ma che non spariscono mai – abbastanza articolate da saper digerire l’eversione sofisticata. In ogni caso, non se ne esce tenendo la base dello sguardo sul contesto sociale e sulla sua reazione, sul giudizio di appropriatezza e di inappropriatezza del comportamento.

Tentazione che salta alla gola, spiegazione facile.

Alla santa fanno la statua perché all’epoca la visione era un comportamento appropriato, mentre oggi ti danno le pasticche perché la visione è inappropriata e perciò penalizzata.

Cioè si finisce col pensare che la cura – sia essa farmacologica che psicologica – sia un mezzo per adattare qualcosa di diseguale, a qualcosa di uguale.

In questo corto circuito tutto ideologico, c’è un fraintendimento di fondo sulla questione del malessere psichico. Del quale si coglie sempre la disomogeneità rispetto al canone, ritenendo che l’eventuale sofferenza posto che ci sia, sia da imputare alla disomogeneità. Dire alla paziente che lei è come la santa, ci fa sentire a noi persone perbenino dell’era post Basaglia, eticamente a posto, e aperti di vedute, ci regala una solidarietà magnifica e una grande lungimiranza, proteggendoci simultaneamente dall’assumere la responsabilità di capire esattamente a cosa combacia l’esistenza di quella donna e di prendere atto del suo eventuale bisogno di aiuto. Ci viene in contro un profluvio di retorica e di banalizzazione, che epura la schizofrenia dal dolore, dalla difficoltà, dall’esperienza non di rado tragica di avere dei sentimenti senza che ci siano le parole, di avere delle parole che dicono delle cose diverse dei sentimenti, dalla difficoltà di scavalcare lo spinoso muro della comunicazione.

La vera questione è che tra quella signora e quella santa c’è un abisso e l’abisso sta nella forza necessaria a sostenere il peso di una narrazione.

La vera questione è che la signora non è curata per via delle allucinazioni. La nostra signora è curata per un problema di linguaggio, e l’uso che ella fa delle allucinazioni è il sintomo di questo problema.
Sicché, la nostra dottoressa poteva rispondere.
A parer mio, non prendi le pasticche per le visioni. Non sei curata a causa delle visioni.

La mia idea delle allucinazioni e dei deliri, è che esse sono scorciatoie che la psiche adotta per comunicare delle vicende sue, in un regime di economia e di risparmio. L’allucinazione è la parola di un animo in inverno, senza tanta legna per il camino, che deve sopravvivere a una vita che pare tutta di notte. Gli altri – con le loro case illuminate, piene di volti che sorridono, di candele accese di profumi di cose buone, possono permettersi di far passare alla parola psichica i numerosi trattamenti che la fanno diventare pensiero. Gli altri, i ricchi di amore, possono cucinare i sentimenti per ore e per ore, fino a farne un buon sugo, una gustosa crema, un dolce raffinato. L’allucinazione è invece un piatto tiepido, l’immagine a mala pena scaldata su un tegame, e subito servita su un piatto. Cruda, indigesta, neanche si riesce a tagliare. E siccome è così cruda e indigesta, continua a girare e a riproporsi nella stanza vuota e buia dell’inverno psichico, senza dare il tempo di fare niente. Senza dare il tempo di trovare una soluzione. Senza che si riesca a digerirla.Il problema non è il bisogno della parola psichica, il problema non è mai il testo. Il problema è che non c’è una narrazione che lo renda vitale, linfatico, comunicativo, vivo.

Dunque, in realtà la signora non era esattamente la santa, perché la santa come quella statua dimostrava, aveva trasformato l’orrendo piatto indigesto in narrazione, aveva elaborato l’immagine che essa stessa aveva avuto prima fredda e pericolosa, aveva conferito un senso. Non gli altri per lei, ma lei da se. Quando si costruiscono i significati piano piano il dolore si scioglie, ecco il senso della psicoterapia.
Ossia – il senso è in un certo modo: non trasformare il dato eversivo nell’oggettività del senso comune, ma nella soggettività dell’arte.

Perciò, la vera questione, non è tanto fare una scuola di dizione – che però bisogna dire in più di un caso ha la sua ineliminabile utilità – la vera questione è riscaldare la casa al punto tale, per cui elaborare significati torni ad essere possibile. Una buona psicoterapia lavora sul clima interno della psiche, prima ancora che sulle cose che in quel clima vengono prodotte. Lavora perché il clima diventi caldo e ospitale, che il se stesso segreto diventi un porto talmente sicuro, da poter fare delle incursioni fuori nella neve, e prendere altra legna, portarla dentro bruciarla e cucinare. Poi si può vedere insieme cosa cucinare e come e quali cose vengono meglio e quali peggio. Questa cosa del clima psichico, e di quante cose permette di fare il clima psichico, poi i clinici lo traducono in forza e debolezza dell’io.

creare, qualche volta ci è bisogno di spazio.

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Andare in terapia – appunti.

 

Se c’è una domanda quanto banale quanto ricorrente, che è capace di mettere il dito su questioni ampie e persino esistenziali e filosofiche, è quella che riguarda la necessità della psicoterapia. Quando, si chiede spesso all’addetto ai lavori, ci si deve accorgere che bisogna chiedere un consulto? E a questa domanda potrebbero seguirne altre, perché è così più facile con le questioni di salute che riguardano il corpo? E un’altra, che invece mi pongo io, perché ci sono molti pazienti che dicono – beh, la psicoterapia fa bene a tutti e altri che dicono che no, non serve a nessuno?

La questione dell’opportunità della cura psicologica o addirittura della sua necessità, mette l’indice su nodi filosofici, o addirittura bioetici, che legittimamente io credo riguardino tutti, e non è una riflessione sui mezzi di cura, o l’agnizione dell’avanzamento delle ricerche a poterne eludere la portata. Questi nodi hanno infatti a che fare: con la soggettività, il libero arbitrio, la legittima differenza che sussiste tra modi di stare al mondo, la sfera delle decisioni possibili e di come esse si producono quando si entra in relazione con qualcuno e lo si include nel panorama. In questo senso, imparentata con questa classe di domande ce ne è un altra, che riguarda il timore del potere: un terapeuta può condizionare la vita di un paziente in un senso come nell’altro? Le persone che sono in contatto con un assistito, possono temere che i pensieri di quel clinico condizionino le scelte del paziente, e lo portino dove altrimenti non andrebbe? Quanto contano i valori del terapeuta? Quanto conta il suo dna sociale, di religione, sesso, classe, censo, politica? Sono neutralizzabili questi codici di provenienza o sono neutralizzabili solo in parte?

 

Questo tipo di domande vengono in superficie per situazioni cliniche in cui il grado di malessere è di medio – basso raggio, cioè quando, le persone che si chiedono se andare in terapia sentono di poter scegliere, ritengono di potersela cavare anche in qualche altro modo. Come ho già scritto altrove, si tratta di una circostanza analoga a quella che capita di vivere quando si hanno dei malanni fisici di media entità che non implicano effetti davvero allarmanti, anche se in qualche modo hanno ugualmente un impatto sulla qualità della vita e anzi potrebbero rivelare la capacità di divenire più gravi e metterla in pericolo: molte persone possono decidere di rinviare e di aspettare. Ugualmente ci sono invece situazioni di importante gravità per le quali il tentativo di cura sembra essere ineludibile e non di rado l’ultima – forse tardiva spiaggia: depressioni paralizzanti, disturbi ossessivi compulsivi o stati ansiosi tali che paralizzano l’attività quotidiana, forme di malessere talmente conclamato da non lasciare davvero alternativa. Questo tipo di situazioni infatti, sono situazioni di libertà perduta, non di libertà a rischio – per cui il problema della soggettività confiscata dalla cura, del pericolo in cui possono correre le proprie decisioni è fuori discussione – perché soggettività e libero arbitrio, le ha già confiscate il sintomo: al contrario di quanto si ama credere, la psicopatologia è quella cosa che più è grave, più sottrae soggettività, più è grave, più deindividualizza e banalizza: se non fosse per le parti sane, non distingueremmo uno psicotico da un altro, un alcolista da un altro.

 

Chi invece può scegliere si chiede: cosa ne sarà delle cose che mi sostengono? La mentalità della persona che mi avrebbe in cura non potrebbe dire che certe cose per me importanti sono invece un altro sintomo? Questa libertà che io sento di avere rimarrà nella stanza di terapia? Finirò con il fare delle cose che non voglio fare? Le persone poi che annusano le terapie di stampo psicodinamico e che hanno esplicitamente intenzioni più globali e generali nel loro concetto di cura – non si limitano cioè a pensare di risolvere un sintomo, ma siccome il sintomo è connesso a tutta la loro persona, l’obbiettivo è un miglioramento complessivo compreso il sintomo) si chiedono se non diventeranno ciò che non sono. Ci sono diversi problemi che non aiutano a scavalcare questi dubbi e rivolgersi a un professionista – oltre quelli dovuti al gran numero di psicoterapeuti e di scuole, e al gran numero di persone incompetenti o formate in maniera insufficientemente seria – e che riguardano il modo di immaginare la terapia in primo luogo, e alcune cose che il mondo della terapia ha a sua volta paura di mettere in chiaro, oppure ci riesce ma con difficoltà.

Le persone immaginano le terapie in termini di qualcuno che chiede consigli e un’altra persona che ne da. Questo perché la cosa più vicina che hanno in mente è un confessore, oppure un amico brillante, ma anche la frequente esperienza di una persona vicina e in cura che ha dichiarato “faccio così perché me l’ha detto il terapeuta”. Le terapie però non sono contesti dove il primo complemento oggetto sono le scelte positive, le terapie sono diciamo invece quei contesti in cui si cerca di lavorare al motivo per cui una certa identità non opera le scelte coerenti con la sua identità. Può succedere certamente che a fronte di circostanze di vita particolarmente gravi e pericolose per i pazienti o acclaratamente invalidanti il terapeuta si assuma il rischio di un’uscita dal ruolo e dia un consiglio, ma nella norma il funzionamento della terapia è nel ragionare sui processi che conducono alle scelte. Con estrema frequenza, quando si scoprono meccanismi e desideri propri – agli occhi dell’altro lampanti, ma che si rivelano lampanti al soggetto solo a percorso avviato – se ne ha paura, si ha paura di intitolarseli, e in seguito a processi proiettivi si mettono in bocca al clinico nei dialoghi con terzi cose che il clinico non ha mai neanche pensato, oppure ha ascoltato le ha prese sul serio ma mai di suo proposto. Non è una menzogna, è proprio un delegare al curante parti emergenti proprie, parti autorevoli, perché ancora non ci si sente autorevoli su se stessi. E’ un processo innocuo, chi sa che nella mia vita passata di analizzanda non lo abbia fatto anche io per esempio con i miei genitori, ma fa aumentare la percezione che il clinico porti dove vuole portare lui, anziché come invece succede dove vuole portarsi il paziente.

 

D’altra parte secondo me almeno, e pensando specificatamente al gruppo ristretto dei clinici di vocazione talento e tecnica, secondo i miei personali parametri, esiste una sorta di ideologia condivisa degli psicoterapeuti che deve come dire, vincere sulle ideologie e storie personali di approdo alla cura. Questo sostrato ideologico, ha da una parte un senso di familiarità e assenza di sanzione rispetto agli immaginari che all’esterno della cura sono considerati sanzionabili, e un po’ come le organizzazioni politiche democratiche, promuove i diversi processi di individuazione nel rispetto delle diverse individualità, non deve perciò sanzionare orientamenti sessuali, orientamenti religiosi, scelte politiche, e troverà che scavalcheranno nel sintomo qualora implichino gravi aggressioni a se stessi e a terzi. Qualcuno potrà dedurne che si tratta di un costrutto borghese della salute psichica, e almeno io potrò sinceramente riconoscere che è vero, borghese è il codice di provenienza, anche se è in grado di concepire poltrone abbastanza larghe per diversi tipi di corpo e vocazione sociale. Nel dettaglio, un buon psicoterapeuta è quello che indovina la linea del processo di individuazione che sta scritta nella vita di ogni paziente, e nell’aiutare il paziente a risolvere gli intoppi che lo rallentano nel suo percorso, e lo portano a deviazioni o blocchi rispetto a quella che è la sua strada psichica. Terapeuti cattivi, ma soprattutto terapeuti bravissimi non saranno mai capaci di portare un paziente dove la sua individuazione non lo porterebbe mai. Questo può forse sembrar capitare a soggetti particolarmente suggestionabili, il cui destino stesso è quella particolare suggestionabilità – ma trovo interessante, e non proprio casuale – constatare che in terapia, i soggetti molto suggestionabili non vengono mai, almeno a me non sono mai capitati. In terapia arriva chi anche se in una zona non del tutto conscia, anche se al momento è sovrastato dall’angoscia, sa che monta su una macchina che comunque guiderà. In generale comunque nella ideologia della psicoterapia c’è un motore di cambiamento, arrivare vuol dire firmare un patto in virtù del quale si condivide l’insoddisfazione verso un equilibrio presente. In questo senso, ideologicamente un terapeuta sta dalla parte della modifica degli equilibri ( per quanto sempre con un occhio fisso sull’individuazione possibile del paziente. Un buon clinico è anche quello che sa capire appunto dove un paziente potrebbe non voler o non poter arrivare, cosa in realtà non è nel suo desiderio materializzabile.)

 

Se pensiamo allora alla terapia, come quella cosa che sblocca e pulisce un processo di individuazione che è in un enpasse, qualcosa che ci rimette a camminare su una linea immaginaria che è il potenziale di vita prodotto dalla nostra e solo nostra personalità – si capisce meglio quali possono essere i campanelli che portano alla cura.

Sono tutti quei campanelli correlati a un senso di incatenamento, che sia esplicitamente collegato a un problema che non si riesce a risolvere (un esempio tipico, quando una depressione per un lutto si protrae per anni) oppure che abbia a che fare con la tendenza a notare di rispondere sempre allo stesso modo davanti a sfide diverse (per esempio persone che si arrabbiano sempre tantissimo per cose di diverso carico, e in situazioni di diversa rilevanza e che in realtà solleciterebbero sentimenti diversi) ma anche per una generica sensazione che la qualità della vita dentro cui si è calati, non ci rende soddisfatti, non ci da ritorni. Oppure ancora perché ci sono obbiettivi che si potrebbero raggiungere e però invece no, non sono raggiungibili. In generale, mi sembra opportuno considerare la terapia come il contesto dove mezzi e possibilità confiscate da sintomi o equilibri di corto raggio possono essere liberati.

Lavorare meno, lavorare tutti

C’è un bellissimo romanzo di Pamuk Istanbul, dove un marito molto innamorato, spesso si trova a chiedersi con angoscia che cosa faccia sua moglie a casa, che non lavora. Sa che legge molto, ed è questo lo rende in qualche modo geloso della libertà di lei nel campo dell’immaginifico. Il romanzo si svolgerà poi nella ricerca di questa compagna che a un certo punto scompare – ma qui lo utilizzo volentieri, perché incarna molto bene qualcosa che buona parte delle discussioni – che siano sui ruoli di genere, che siano su occupazione e disoccupazione – eludono: ossia quel che di anarchico e libertario che ha il dominio sul proprio tempo, la zona franca che rappresenta un’ora vuota senza nessuno che imponga come spenderla, quell’aspetto inquietante, destabilizzante che ha, per esempio in un sistema familiare una persona che ha molto tempo per pensare, e un margine di obbedienza ai vincoli di un sistema di obblighi e diritti piuttosto modesto.

Ripenso spesso a quelle pagine di Pamuk, come a quelle altre di Marx ( a cui invece mi rivolgo meno spesso e molto meno volentieri di altri della mia generazione e della mia parrocchia politica e intellettuale) dove spiegava con tanta lucidità quanto il Capitale, sarebbe stato capace di confiscare la libertà dei soggetti, e le fonti di godimento della loro vita privata. Marx non era uno psicoanalista, ma oggi mi viene da aggiungere – che il Capitale confiscando libertà e godimento dei soggetti, confisca anche la maturazione materiale delle relazioni, provocandone violente distorsioni, e forme di malessere successive che permetteranno ad altri psicoanalisti di incrementare il Capitale.

Questa cosa, come appunto Marx aveva individuato, succede a diverse altezze, e il regime di crisi ne aumenta il vigore, rinforzando imposizioni e accordi che eludono sempre di più le regole che la contrattazione sindacale era riuscita a erodere in tempi di maggiore consapevolezza politica delle parti in causa e di più diffuso – quanto in Italia decisamente mal gestito – benessere economico. Perciò succede che moltissimi lavoratori dipendenti si ritrovino a svolgere 40 ore settimanali retribuite sulla carta, a cui si aggiungono spesso e volentieri altre ore di straordinario non sempre retribuito, e ancora tempi di raggiungimento del luogo di lavoro che alla fine si traducono in tempo che stanca, e ancora tempo di obbedienza, e ancora tempo che bisogna togliere alla gestione delle relazioni private. Negli alti vertici della borghesia urbana, spesso e volentieri le cose vanno solo per un verso meglio -il verso che ti fa dormire la notte perché sai che il tetto è sicuro – ma per altri versi la confisca del Capitale è altrettanto potente: si vedono bambini portati a scuola dalla Tata, cani portati a spasso dalla colf, libere professioni che ritengono che, per sopravvivere al regime di concorrenza bisogna per forza stare sul pezzo 15 ore al giorno. Il capitale segue il vecchio adagio latino: dividi et impera, scatena lotte fratricide e rendi perciò tutti più sottomessi.

Ora l’obbiettivo di questo post non è quello di porre uno sguardo politico o economico su questa situazione, per il quale dubito di avere i mezzi. Né la citazione di Marx deve trarre in inganno rispetto a teoresi anticapitalistiche radicali che non condivido – ma questo è un altro post, quanto piuttosto vorrei ragionare su qualcosa che comunque credo sia opportuno arginare, perché mi pare – che allo stato attuale dell’arte, siano sovradimensionato alcune categorie della vita psichica e completamente sottodimensionate altre, se non più importanti almeno altrettanto importanti, e che riguardano il tempo del privato. Dall’alto al basso si premia il ritorno narcisistico, l’idea di se come efficace, la capacità di tradurre in oggetto qualcosa che magari non c’è, ma anche l’istanza superegoica, la capacità adattiva, il valore del contenersi. Mentre ci si industria a fare tutte queste cose, e quindi a mantenere sempre buoni i rapporti con il capitale, il privato diviene un campo alieno e subappaltato – con tutta una serie di derive estreme, a cui probabilmente un cambiamento che fa fatica ad avvenire per tutti in termini di ruoli di genere, da il suo contributo. Cercherò di mettere per punti, l’elenco di queste derive, con alcune aperture a eventuali riflessioni ulteriori.

  1. In generale, si fanno pochissimi figli, che non si vedono crescere. Il che può ingenerare una serie di conseguenze importanti. I pochi figli che non si vedono crescere sono, in quanto pochi  – i depositari unici di una immortalità, di una eredità identitaria che è enorme e pesante per loro, unitamente, in quanto pochi, sono oggetto di una attenzione mentale abnorme e ipertrofica (ah la retorica del tempo di qualità!) e allo stesso tempo in quanto costantemente lontani vissuti come minacciosi, segreti, antagonisti, misteriosi, giudicanti. Lavorare tanto rende l’idea del fare i figli onerosissima, ed emotivamente insostenibile, un secondo complicato lavoro oltre il lavoro, un onere terribile, una prova insormontabile. La qualità di un essere con è sostituita con una serie di garanzie prestazionali, che renderanno il poco essere con avanzato oggetto di sinistre proiezioni. Sui figli in questo modo aumentano gli investimenti narcisistici, le richieste prestazionali, il tutto in un lessico che elude completamente le categorie del desiderio, del piacere, dello stare bene facendo bene delle cose, ma che invece si incistano sempre di più sul dimostrarsi capaci, sull’assecondare dimostrazioni di status, sul compensare con la prestazione ciò che non si ottiene per altri canali.
  2. La confisca del capitale del tempo privato, costringe a subordinare le proprie relazioni private a terzi, con una ricaduta sulla salute psichica dei soggetti. La ragione della mia moderata ostilità all’organizzazione patriarcale, è in questo senso dovuta al riconoscimento che in quel tempo di divisioni rigide, qualcuno nelle prassi – per lo più le donne – continuavano a intitolarsi oneri e onori delle relazioni intime, da cui il maschile si era autoestromesso. Ora il capitale costringe tutti a evadere il piano delle relazioni private, e quelle ora vengono date in affido a terzi, parenti per esempio o personale retribuito (altre donne, spesso   – più povere, ma sempre altre donne). Con una serie di conseguenze importanti e non sempre salubri, sul piano della percezione di se, dell’autostima, dell’efficacia e anche in certi casi dell’emancipazione verso un proprio processo di individuazione.
    Per esempio, quando per motivi di lavoro ci si trova a chiedere ai genitori, di prendersi la prole dopo scuola, con costante regolarità, viene da se che i genitori si sentano titolati a esprimere scelte educative, a dare consigli non sempre necessari. Se una madre o un padre non sono riusciti a svincolarsi dalla famiglia di origine, in questo modo la prole cementa ancora di più una situazione di invischiamento consistente per cui alla fine, chi è diventato genitore per un verso può non sentirsi tale, ma solo un figlio un po’ più cresciuto. Parimenti, delegare completamente a baby sitter o badanti il proprio ruolo relazionale, perché confiscati dal lavoro, qualora ci siano delle forme di insicurezza latenti, delle nevrosi potenziali potrebbe renderle operative, con un’immagine della baby sitter o badante o che, come capace di fare ciò che non si è capaci di fare, come titolare di una capacità relazionale che si crede di non poter avere. Non di rado questa cosa si traduce in un’esperienza di perdita di autorità, di esemplareità, per mio figlio – si dice – da retta più retta a me che a lei.
  3. Infine, le stanze degli analisti sono sempre più piene di gente senza ricordi. Naturalmente questo vuoto del ricordo è una manovra difensiva rispetto a qualcosa di vissuto come spiacevole, e ha a che fare con i dolori privati. Ma mi prendo questa formula un po’ letteraria per parlare della sensazione che lascia un magro essere con. L’assenza di una routine strutturata, foss’anche uno stare insieme pacifico di due soggetti – un piccolo e un grande? , ma anche, due grandi? – che fanno le proprie cose in uno spazio condiviso e sicuro.

(E quindi tutto questo per dire, lottare come si può per riprendersi quello spazio condiviso, e il piacere di farci le cose dentro)

Sulle molestie, con un pensiero agli uomini

Mi rendo conto che questo gran dibattito sulle molestie e i ricatti sessuali che sta infiammando media e social, e che ora potrebbe investire anche il contesto italiano, con nomi cognomi congetture e comunque riflessioni e asprezze condivise, mette gli uomini in uno stato di difficoltà e di malessere come non accadeva da tempo. Devo dire non tutti, e anzi, una delle sorprese interessanti di questa situazione è constatare nella materialità delle opinioni, quanti passi avanti abbia fatto anche un paese come il nostro. Certi ambienti non sono affatto cambiati, ma io posso dire con una certa sicurezza, che almeno il mio si, è cambiato. Se mia madre 50 anni fa, avesse avuto Facebook non avrebbe potuto leggere tra le persone a lei vicine, molto simili a quelle che oggi sono vicine a me, niente di paragonabile al parere controllato di certi miei contatti maschi.

Tuttavia, le reazioni non rimangono tutte controllate, autocoscienti e omogenee e in molti si sentono o a disagio, oppure francamente arrabbiati. Alcuni non capiscono esattamente di cosa si parli, altri si sentono invece ingiustamente attaccati, e solidarizzano magari con i nomi famosi che recentemente sono stati chiamati in causa. Io devo dire, nonostante un certo senso di contentezza, perché mi sembra importante che finalmente si parli di queste cose, solidarizzo con molti di questi uomini, pure quelli un po’ a disagio. Penso almeno ai molti che in buona fede per esempio non hanno mai fatto niente di male, e hanno giustamente volendo anche goduto di una posizione sociale che li portava a non farsi domande, perché nessuno chiedeva loro risposte diverse. Mi capita di pensare a quel tipo di maschile per cui io per esempio mi distanzio da molto femminismo militante, quello che sostiene un maschilismo politico del tutto privo di qualsivoglia forma di misoginia o di mancanza di rispetto, e che in una divisione dei ruoli rigida che io non vorrei per me, ma la loro mogli si, sono stati in grado di portare rispetto e felicità, una bella vita di relazione e una ottima genitorialità. Magari sono stati anche dei datori di lavoro meno infelici di altri con le donne, anche se spesso non ne hanno saputo sfruttare o incoraggiare le potenzialità, ma insomma.
Allora ecco, pensando anche a loro, vorrei qui riportare alcune osservazioni, in forma rapsodica, poco organizzata in un discorso. Solo per mettere in chiaro alcune questioni. Perdonatemi se risulterò troppo schematica.

  1. Io penso che sia giusto riconoscere una differenza sostanziale tra uomini e donne, anche se questo riconoscimento comporta dei rischi e va preso con le pinze. Si tratta di un rapporto diverso con l’attrazione sessuale, la quale per gli uomini si impone in maniera univoca ed esplicita. Il desiderio sessuale cambia il corpo dell’uomo, si fa esigente, e non può essere ignorato. Per alcune donne può funzionare in questo modo analogo, ma per moltissime la domanda sessuale è meno univoca e immediatamente raggiungibile. Anzi, si può dire che per molte donne la conquista del desiderio è un itinerario che va con il loro percorso di crescita, un impossessarsi del corpo per poi starci insieme. Io credo che questa impellenza del desiderio per gli uomini, una cosa anche questa che probabilmente si impara a parlarci con il tempo, crei spesso delle difficoltà nel saper pensare il femminile dimenticandosi del potere del sesso. Questo lo dico, non per giustificare l’abuso sessuale o il ricatto sessuale, su un piano giuridico o politico, ma perché credo che spieghi come invece in una prospettiva psicologica, o volendo psichiatrica, la psicopatologia maschile possa passare dall’abuso sessuale.
  2. In ogni caso in questione non è la legittimità del desiderio, per quanto possa farsi impellente. Presto, o tardi, oggi più presto di ieri, anche le donne toccano il loro diritto al mero desiderio sessuale. La questione è che su questa evidenza del desiderio si appoggiano molte storture del maschile, quanto di ordine individuale quanto di ordine sociale. Ossia succede che al desiderio si appoggi l’istinto di morte per esempio, di sopraffazione e anche, di fusione psicotica con l’oggetto, oppure sempre dietro al desiderio si nasconda una vorace e ricattatoria dipendenza dall’oggetto relazionale. Se ci pensiamo il tipo sociale di cui stiamo parlando negli articoli di cronaca è un uomo che da una parte ha potere e denaro a sufficienza senza aver bisogno di ricattare nessuno, che è in una posizione che nel nostro inconscio culturale è ipso facto erotizzata, dall’altra è qualcuno che nonostante tutto questo, sovrappone al gesto sessuale un vincolo, un dominio, un ricatto, la richiesta di un’assenza di scelta. Ossia parliamo di soggetti per i quali la libertà dell’altro è un problema, una fonte di angoscia, l’identità dell’altro qualcosa diviene allora da – a seconda della sfumatura patologica: uccidere (abuso sessuale e stupro), dominare e surclassare (ricatto sessuale) , incorporare per potere annullare qualsiasi distanza (stalking).
  3. In tutto questo la cornice di un contesto discriminante le donne in svariati ambiti – della professione, dell’apprendimento, della salute, incoraggia la strutturazione di patologie che da individuali diventano collettive, in un effetto di tacito rinforzo e di narrazione condivisa. Se in un contesto di lavoro ci saranno poche donne ai posti di vertice, se si da per assodato che oltre a un certo livello solo gli uomini possano far carriera se cioè c’è una consuetudine alle quote azzurre, le patologie del maschile sul femminile saranno più accettate, saranno anche accolte nel tessuto complessivo per quanto in realtà da molti non materialmente condivise. In altri ambiti invece dove il femminile è arruolato per il suo potere seduttivo ed estetico anche sul maschile – cinema, spettacolo, televisione, moda – ho la sensazione che il problema riguardi anche una sorta di punizione simbolica – e forse neanche troppo simbolica per quel dispiegamento di potere e anarchia che è rappresentato dalla bellezza di un corpo, per giunta fertile. Quando si parla di violenza di genere, in effetti, non bisogna mai sottovalutare l’importanza che ha nella percezione della donna, il fatto che essa sia quella che, allo stato attuale dell’arte, è depositaria della terribilmente invidiabile, capacità di generare. Le statistiche dei centri antiviolenza dimostrano che una percentuale consistente delle violenze fisiche è per esempio sulle donne incinte, e possiamo dire che tra la discriminazione di genere variamente istituzionalizzata e l’atteggiamento maschile antiabortista spesso c’è una segreta relazione: non possiamo generare senza la donna, cerchiamo di controllare quel corpo che altrimenti ci sfuggirebbe.

Ora, io non credo che tutti gli uomini debbano sentirsi chiamati in causa. A essere precisi siamo tutti chiamati in causa nella tacita connivenza di organizzazioni sociali, microcosmi che a vario titolo, mischiano il potere con il sesso, quando dovrebbero essere distinti e distinguibili. Ora, emergono dichiarazioni che disvelano questo sistema, e capisco che l’insieme possa essere destabilizzante. Anche la dinamica, con queste confessioni in assenza di prove (che d’altra parte per la natura dei reati, non sono mai disponibili) ha qualcosa che può lasciare perplessi. Tuttavia si tratta di un passaggio che può avere una sua utilità perché alla fine forse, quelle distorsioni potrebbero essere più facilmente isolabili e meno sostenute socialmente, questo bisogna dire, anche a prescindere dallo stile con cui si voglia condurre la propria vita privata.

Quanto vicini quanto lontani

Cari tutti –
Ho deciso di riprendere questo vecchio post, che all’epoca – 8 ani fa suscitò un gran dibattito. Riguarda gli stili di accudimento e l’eventuale vulnerabilità a psicopatologie future dei bambini. E’ un lavoro che spero sia utile, in questi anni di fatto – le mie posizioni non sono cambiate, e anzi sono state rinforzate dall’esperienza privata  e professionale. Perciò le modifiche apportate saranno molto modeste.
Buona lettura.

lQuesto post sarà lungo  perché mi sforzerò di sintetizzare malamente e con molte ingiustizie i punti salienti della psicologia evolutiva degli ultimi decenni – che mi pare, al di la delle ondivaghe mode pediatriche, si vada strutturando in maniera sempre più coerente e relativamente omogenea. Come premessa però chiedo di dare per assunta la serietà metodologica con cui le ricerche attualmente sono portate avanti in questo settore e chiedo di non sottovalutare il livello con cui le variabili ambientali e i difetti di ordine psicometrico sono calcolati nei processi di ricerca. Lo dico perché questa è la prima osservazione che viene fatta, non di rado con grande arroganza e ignoranza del lavoro psicometrico che c’è – matematicamente anche piuttosto difficile – e di controllo delle variabili. Dal mio punto di vista – la serietà statistica oggi è talmente avanzata, per cui la ricerca è amputata del suo potenziale visionario. A tal punto la psicologia si sente ricattata dalla critica sociale, che oramai è difficilissimo trovare un teorico che sia in grado di inventare mondi, ma tutti coltivano orticelli piccolini di piccole azioni e reazioni, controllabili in laboratorio, replicabili in contesti diversi. Molte di queste ricerche tuttavia, campano dell’ispirazione dei grandi padri fondatori della disciplina. Qui intanto, pParleremo un bel po’ di teoria dell’attaccamento, perché mi pare che di questi tempi chi si occupa di bambini in particolare, ma anche di adulti non può evitare di farci i conti se non proprio sottenderla come punto di partenza per andare altrove.

Quando parliamo di prima infanzia, noi dobbiamo sempre considerare due soggetti – che sono un piccolo e il suo caregiver, che nelle culture come la nostra spesso e volentieri è rappresentato dalla madre. Il piccolo che approda nel mondo con la nascita, dobbiamo considerare – non è una tabula rasa ma un libro diciamo ancora da scrivere, ma che è programmato biologicamente per essere scritto con un certo numero di variabili a seconda di come l’ambiente interagirà con lui. Abbiamo cioè una materia che è biologica e un’altra materia l’espressione comunicativa di quel dato biologico, e le forze con cui essa entra in contatto, che sono il contesto culturale e le sue relazioni primarie. La materia prima comunque – il dato biologico – è la prima grande differenza saliente e sicuramente la più importante. E’ il genoma, è quello che noi chiamiamo maggiore vulnerabilità a certe forze ambientali e relazionali, sono le carte che ci danno quando comincia la partita.
In linea di massima questo piccolo possiede un primo programma che gli psicologi evolutivi chiamano regolazione di stato – e concerne l’amministrazione del sonno e della veglia, prima di tutto, e la conquista del comportamento alimentare nella sua ciclicità. La facilità o difficoltà nell’amministrare questo programma deriva prima di tutto dalle carte biologiche di cui il piccolo è in possesso, ma in linea di massima ne ha a sufficienza per cui, con un caregiver sufficientemente attento approda da solo a una buona esperienza.

Nella media generale delle esperienze, le madri ci mettono un po’ a sintonizzarsi con i figli e dopo una serie di legittime prove ed errori, trovano una modulazione di frequenza nell’interazione con i bambini. Daniel Stern e soci, il gruppo dell’Infant Research, ha filmato centinaia di bambini con le mamme codificando questa strutturazione della comunicazione, campionando momenti di addormentamento e momenti di nutrizione, o momenti di gioco. Stern e soci hanno quindi approfondito il concetto di Bowlby – quelli di Modello Operativo Interno, usato per indicare la traccia mestica, il ricordo, di quello schema di interazione che essendosi ripetuto spesso per il bambino fa da orientamento, da recipiente mentale per vivere le situazioni simili che si ripropongono. Egli sa che la mamma quando deve mangiare farà in un certo modo, e risponderà al suo solito modo. Egli interiorizza un se con la mamma, un se nella relazione. I modelli operativi interni della primissima infanzia, andranno poi a confluire negli stili di attaccamento – cioè nei modi con cui i bambini organizzano la loro relazione con la loro – o le loro figure di riferimento. (Sono molto belle le ricerche che mettono in relazione modi di interazione tra mamma e bambino nei primi mesi, e stili di attaccamento dopo) La variabilità di questi funzionamenti delle coppie è immensa e le risorse degli adulti per gestire i piccoli non mancano mai di affascinare i ricercatori, tuttavia – esistono delle classi di comportamenti generali che coincidono con gli estremi – io credo quello che si dice alto contatto e basso contatto – che si rivelano problematiche, non nel senso comune di immediata garanzia di una psicopatologia, ma senza dubbio di una maggiore vulnerabilità alla psicopatologia – che emergerà con più facilità se insieme a un accudimento non funzionale ci saranno altri fattori di rischio.

Ripensiamo infatti a questo concetto dell’autoregolazione di stato. Il bambino si trova nella necessità di trovare dentro di se qualcosa che ha già, ma è pur sempre un bambino molto piccolo con poca esperienza di se stesso. Il genitore, è allora nella posizione di garantire assistenza, senza però mettersi al posto del piccolo. Quando il contatto è molto basso – per esempio un bambino non riesce a dormire, piange a squarcia gola e nessuno va da lui, il bambino diventerà terrorizzato dal suo stesso bisogno, acquisirà un modello operativo interno di abbandono sciagura debolezza e rabbia, che alla lunga possono diventare pattern stabili della struttura caratteriale, pattern che incoraggiano gli interlocutori a confermare il vissuto di abbandono e di inefficacia della prima infanzia. Se questi vissuti sono molto gravi e intensi potrebbe certo diventare un adulto terrorizzato dalla relazione, dai suoi sentimenti esperiti nel bisogno frustrato della relazione, a cui le dipendenze possono offrire un valido strumento vicario. Quando però il contatto è troppo alto, per esempio si tiene sempre il bambino in braccio finchè non si addormenta, il bambino quasi ugualmente non riuscirà ad accedere alla sua capacità di autoregolazione, perché c’è qualcun altro che fa le sue veci, c’è l’io vicario che lo culla per l’eternità, e questo lo renderà dipendente, ed incapace di accedere autonomamente alle proprie risorse, approdando a quella stessa convinzione di debolezza e inefficacia che connotava il suo fratello invece abbandonato, solo con una marca di difficoltà diversa. Spesso in casi in cui questa dipendenza è prolungata in una costellazione di comportamenti – allattamento prolungato, dormire nel lettone, non permettere al bambino di piangere o di avere sentimenti negativi – l’adulto che ne verrà fuori farà molta più fatica dei suoi coetanei a disimpegnarsi dal nucleo familiare, a separarsi dalle identificazioni genitoriali, a ristrutturarsi in una vita propria e a sopportare le relazioni di dipendenza – proprio per il suo comportamento troppo dipendente. (Alcune ricerche poi – mettono in luce la correlazione tra patologie della sfera alimentare e allattamento prolungato. Non è difficile da capire, l’anoressia interviene spesso in quadri familiari in cui la fusione con la madre è molto alta, e il padre è satellitare. L’allattamento prolungato può essere il cemento precursore, il mezzo con cui fissare i confini di una simbiosi – che poi simbolicamente e paradossalmente si mantiene e si rifiuta con il cibo).

La persistenza e continuità dei modelli operativi interni dall’infanzia fino all’età adulta, specie nelle psicopatologie, è stata dimostrata dal voluminoso corpus di ricerche basate sull’impiego dell’Adult Attachment Interwiew, una intervista con domande chiuse e aperte che è stata implementata da Mary Main e che si ripropone di rintracciare lo stile di attaccamento di un adulto interiorizzato nella sua infanzia e come questo stile di attaccamento sia ancora presente nel suo sistema comportamentale, con le figure importanti della sua vita relazionale – così c’è una consistente mole di ricerche che mette in relazione i modelli operativi interni strutturatisi nella prima infanzia con i modelli operativi che i soggetti applicano nella vita di coppia, e nelle situazioni di innamoramento, e un’altrettanto fiorente ricerca sulla genitorialità e sul modo con cui i genitori tendono a riprodurre con i figli i modelli operativi interni che hanno interiorizzato. Molte poi sono le ricerche che invece correlano certi stili di attaccamento a situazione francamente psicopatologiche. Da tutte queste ricerche emerge che non è infrequente il caso in cui le persone nella vita possano cambiare stile di attaccamento dall’insicuro al sicuro – ma è molto più infrequente che accada il contrario. Riportare qui gli esiti di queste ricerche è semplicemente impossibile, tanta è la mole, ma quello che si può dire con certezza è che i modelli operativi interni sono connotati da una buona stabilità anche se nel corso della vita ci sono fattori di protezione e fattori di rischio che possono relativamente modificarli (una buona psicoterapia ha questo tra i suoi scopi, e altro esempio, qualche volta quando gli schemi mentali ed emotivi interiorizzati non sabotano l’esperienza, i modelli operativi possono essere virati verso la sicurezza da delle buone relazioni)

Torniamo allora all’antinomia tra alto contatto e basso contatto. Quando il contatto è molto molto basso l’esito patologico è pressocchè certo, in un range di possibilità che dalla ridotta crescita fisiologica arriva al disturbo di personalità, o di dipendenza da sostanze. Il basso contatto di cui parliamo qui però, è difficile che sia ascrivibile a direttive di tipo culturale, ma a cause a loro volta psicopatologiche. Una grave depressione nella madre, o a sua volta un suo disturbo psicopatologico franco, la rendono così scarsamente recettiva da indurre una patologia grave. Una madre inaccessibile per una psicosi post partum, una madre tossicodipendente per esempio possono ritrovarsi a stare in una stanza con un figlio che piange le ore di seguito, e naturalmente il contesto sociale ha una sua forte incidenza – fasce sociali più deboli, in ambienti di povertà e alta criminalità sono più esposte. Ma non c’è cultura che possa suggerire questo basso contatto – per il semplice fatto che è troppo antievoluzionistico, e antieconomico per il gruppo sociale – men che mai i società in cui i figli sono così pochi, come la nostra. Una cultura trasmette ai genitori i valori che richiede dai piccoli cittadini che mettono al mondo, ma non può volere che questi piccoli cittadini muoiano o elaborino stili di vita pericolosi per se o per gli altri. Può – in contesti in cui ci sono molti bambini – desiderare che resistano solo i più forti, ma non tollera che i più forti vadano perduti. (In questo senso è interessante ricordare la reazione che ebbe Margareth Mead, antropologa, davanti al costrutto dell’attaccamento. Attaccò la sua prima formulazione come ingenua – ma da subito si rese conto della sua applicabilità trasversale ai più svariati contesti culturali – come di fatto è accaduto).

Il polo opposto dell’alto contatto genera psicopatologie relativamente più tollerabili e che permettono una funzionalità sociale, ma in compenso è un rischio più frequente nella famiglia media anche se – pure in questo caso è molto più probabile che l’eccesso di alto contatto sia dovuto a motivazioni psichiche individuali o della coppia che a direttive di ordine socioculturale. Il sistema diadico che mette insieme madre e bambino infatti è uno strano dispositivo che per funzionare deve implicare uno sforzo relativo per entrambi. Un elevato contatto – cullare sempre il bambino finchè non si addormenta, allattarlo finchè non è lui stesso a chiedere che si smetta, dargli nel mondo non un posto che è il suo ma che è al posto del proprio non è autoconservativo, è funzionale a una malessere della madre o della coppia genitoriale. Il figlio prende il posto del padre, con una valanga di effetti negativi per tutti. La madre struttura la sua vita in funzione di un altro, usandolo per evitare di prendere contatto con parti depressive proprie da cui si sente minacciata, e per trovare una forma di gratificazione. Regala al bambino la propria paura del dolore negandogli l’esperienza del dolore o della difficoltà. Il processo evolutivo del figlio viene compromesso – frenato, perché la sua capacità di raggiungere l’omeostasi da solo è scoraggiata e non trova un terreno per focalizzarsi. Inoltre il bambino – per usare una parola dei sistemici, viene triangolato. Essendo posto al posto del padre diventa il canale di comunicazione emotiva tra i due coniugi – diviene strumentalizzato dalla coppia. La coppia viene messa in una posizione di grandissimo rischio: il padre non riesce a ritrovare il rapporto con la madre e quindi cercherà il rapporto erotico altrove, spezzando la famiglia, oppure (cosa che mi è capitato di osservare frequentemente nel centro clinico dove collaboro ora) sessualizzando il suo rapporto con il figlio – nella sinistra atmosfera dell’incestuale.

In tutto questo – sinceramente – non so quanto possano incidere le direttive culturali in entrambi i casi, specie nelle loro derive psicopatologiche gravi. Quando una cattiva psicologia attecchisce è soprattutto perché il malessere psichico la usa come pane, come alibi, come risorsa – la struttura sana sente dove non si deve fidare. Ma forse esistono delle zone intermedie, di incapacità di toccare le proprie buone risorse, e di essere per questo buoni caregiver, per le quali una buona psicologia potrebbe fare un buon servizio. Non credo neanche che questo buon servizio sia da destinare solo alle madri e alla genitorialità – mi sono fatta l’idea – assolutamente personale e non comprovata da niente – che l’istinto vero è quello del grande verso il piccolo della sua specie. Tutti siamo portati quando siamo ragionevolmente sani, o se vogliamo tollerabilmente imperfetti, a saperci sintonizzare con un piccolo e a dover sentire per un piccolo in difficoltà un senso di protezione. Quando questo senso di protezione manca – figlio o no – la psicopatologia è franca.

 

Farfalline e poltrone

 

 

E’ interessante come la vicenda Weinstein e il dibattito che ne è conseguito, fotografino lo stato dell’arte in merito alle consapevolezze culturali sulle questioni di genere. Intanto, accogliamo come una buona notizia – per questo caso e per alcuni altri dell’immediato recente – che la questione del ricatto sessuale è diventata una notizia rilevante considerata capace non tanto di generare scandalo – che per la verità, lo ha sempre fatto – quanto indignazione.
In secondo luogo, se c’è un contesto dove almeno io constato una certa utilità della rete, è proprio il contesto delle questioni di genere, e forse di questo specifico range di questioni, che toccano il privato ma non troppo, che alludono a momenti della vita che stanno in una zona intermedia tra pubblico e privato. E insomma in questi giorni ho assistito a scambi interessanti.

Il dibattito si è agganciato infatti, sulla parte dello scandalo che ha riguardato Asia Argento, che ha dichiarato di essere sentita costretta ad avere rapporti con lui quando era più giovane, e di esserci sottostata temendo di non avere scelta. Asia ha avuto successo, e alle spalle aveva un padre noto regista, e queste stimmate poco adatte al ruolo di vittima hanno fatto perdere a diversi commentatori l’attenzione sulla natura del reato e hanno spostato astio e giudizi severi sul comportamento della vittima di ricatto sessuale. E’ una cosa interessante, che mi ha sollecitato diverse riflessioni. Siccome questo è un post un po’ frettoloso perdonatemi se schematicamente le enumererò una per una.

  1. La questione dei ricatti sessuali si iscrive sempre in un contesto dove al vertice non c’è mai il potere del sesso, ma il potere politico – ossia il potere di determinare cambiamenti materiali, che a sua volta è correlato al potere economico, il potere cioè dei soldi di muovere cose e altri soldi. Il potere del sesso è invece un potere sempre povero, sempre di corto raggio, in qualche raro fortunato caso può essere un potere strategico, ma di solito, siccome è insieme risultato e infamia, non porta a granché di buono. D’altra parte, bisogna dire, scopare è una cosa che sappiamo fare tutti, per questo al di la del valore della carrozzeria, il sesso rimane una prestazione viziata dal suo essere sostituibile. Invece il potere politico non è sostituibile con la stessa agilità, e non ha mai il marchio dell’infamia.

A questo aggiungiamo un secondo tassello: partiamo da un orizzonte culturale per cui il potere maschile è – spesso anche se non sempre – tendenzialmente quello tradizionale rispetto al quale il potere femminile è – spesso anche se non sempre – subalterno a esso. Spesso, questa subalternità è garantita dall’uso suggerito o imposto, della moneta del potere sessuale. Quel potere sessuale, che è in realtà fuori dal mondo della monetizzazione e della gerarchia il gigantesco della prosecuzione della specie –ma che dentro vale poco, e si autodenuncia ipso facto come un potere misero. Se non nullo.

2. Il grande mito di questi scambi da Berlusconi a Weinstein è che la donna che cede allo scambio fa carriera per quello scambio. Questo mito culturale è molto interessante. Da una parte aggancia qualcosa di vero, ma una parte molto minima – come in generale accade quando ci si concentra con troppo incantato livore sulla carriera per raccomandazione. In generale infatti vale la triste regola per cui, quando non si hanno capacità di nessun tipo è difficile che si faccia carriera perché non si è capaci di gestire nessun tipo di potere.   Ci si può forse assicurare uno stipendio, ma non ci si assicura una scalata.
La questione è allora diversa: la questione è che ci sono diverse persone in grado di assolvere un ruolo, o una scalata di ruoli, ma i criteri per farcele arrivare possono essere onesti e disonesti, sessisti o non sessisti. La raccomandazione e la corruzione sono criteri che ammettono l’accesso alla scalata tipici dei contesti semplicemente disonesti. Poi però ci sono contesti onesti e disonesti, che vincolano l’accesso in base a un’appartenenza di genere, e in questi ambiti le donne possono avere due tipi di chance: essere migliori di molto rispetto ad altri, oppure essere brave quanto altri, sottostando però a un ricatto sessuale. Le grandi attrici, o le attrici che per una qualche magia tipica della loro professione hanno avuto successo – e con questo intendo la misteriosa capacità di un volto e di un modo di usare il corpo di incarnare immagini dell’inconscio culturale – che avessero dichiarato di aver soddisfatto Weinstein si sono adeguate prob ob torto collo – alla regola ferrea del sistema sessista, che chiede il dazio dell’abuso di potere. Ora lo possono dichiarare perché a voja a rosicare nessuno potrà dire che un film ha incassato milioni di dollari per un pompino a Weinstein. Tra tanti pompini, ha fatto carriera quella che aveva delle cose in più ossia un’altra forma di potere.
(In questo senso, uno dei tanti termometri che misura il grado di sessismo di un contesto culturale potrebbe essere determinato dalle frequenza con cui si sommano scambi sessuali in contesti economici e possibilità per le donne di poter usare lo scambio sessuale come accesso al potere. Regimi poco sessisti, condannano lo scambio sessuale e l’ostacolo sessista. Regimi molto sessisti impongono a prescindere il dazio sessuale come obbligo da tributare al maschile, e poi ci sono le democrazie intermedie, dove i dispositivi funzionano insieme, poco o molto, quando si quando no – in gradazioni diverse).

3.Scrivo tutte queste cose, piuttosto rarefatte e forse noiose, perché vedo che forze psichiche oscure e lontane anche da parte di persone oneste e di buona volontà, in buona fede alla ricerca di un’opinione moralmente corretta, perdono l’occasione politica, perdono lo sguardo di insieme, non pensano a di cosa è sintomo questa vicenda, e si fanno imbrigliare da altri oggetti simbolici, marginali all’abuso di potere. Weinstein non lo conosce nessuno qui, diciamocelo Asia Argento si! Angelina Jolie si! Sono potenti! Ricche! Belle e famose! Come mai non hanno in primo luogo respinto le avance? E come mai non hanno fatto denuncia subito dopo? Dietro questa cosa c’è in parte l’idealizzazione del potere estetico e sessuale, e la supposizione di una costante contentezza in merito ad esso – per cui alla fine, aleggia l’accusa sottile che una che viene scritturata come comparsa deve esser contentissima e orgogliosa di questa gran fica che è, mentre del fatto che si è impegnata per imparare a far bene una determinata cosa non deve importare un bel niente. E’ bona e incantatrice deh, sta mignotta! E siccome quel tipo di incantamento è molto incisivo su un’altra economia che è quella della ita privata e tutti noi vorremmo esserne titolari, si fa il corto circuito tra il potere che ha nel privato la seduzione e la trappola che rappresenta nel pubblico quella medesima seduzione.Soprattutto però, si perde la visione di insieme

 

Diagnosi in psicoterapia. Una breve nota.

Molto spesso le persone che arrivano in terapia, fanno una esplicita richiesta di una diagnosi. Qualche volta si aspettano, alla fine delle sedute di consultazione – quelle prime che si fanno allo scopo di verificare la trattabilità di un caso – che il terapeuta dica a chiare lettere di cosa soffre il paziente.
Quelle chiare lettere non di rado, corrispondo all’alfabeto della psichiatria che si ritiene – per certi versi neanche a torto – che la psicoterapia condivida senza esitazione. E’ una domanda per diversi aspetti più che lecita. Una persona arriva, non sa che cos’ha ma non sta bene, vuole sapere come definirsi e cosa deve fare, viene da un mondo dove le parole sono l’inizio di ogni soluzione e stare fuori dalle parole lo fa sentire fuori dalle soluzioni possibili. Inoltre una diagnosi precisa da la sensazione secondo me più che giustificata, di una riduzione dell’asimmetria di ruolo, in particolare se a quella diagnosi segue una decodifica: l’esperto da al suo assistito un vocabolo del suo gergo, e gli spiega con cosa esattamente corrisponde e questo atto, lo fa sedere al suo tavolo, lo fa diventare medico anch’esso – di se stesso.

In psichiatria la diagnosi ha oltre che una funzione comunicativa importante, una improcrastinabile funzione procedurale. La diagnosi è infatti una costellazione di segni, che corrispondono invariabilmente a delle disfunzioni da correggere. Se si vede come è strutturato il DSM V (come del resto anche i DSM delle precedenti edizioni) si osserva che appunto le diagnosi sono costruite tutte nello stesso modo: esiste un insieme di sintomi disfunzionali, e un minimo numero di esse compresenti costituisce l’etichetta da proporre e soprattutto da proporsi, per decidere come procedere.
Quelle disfunzioni infatti sono la parte fenomenica di un noumeno materiale in cui c’è qualcosa che non va. Una carenza di una sostanza, l’eccesso di un’altra, un neurotrasmettitore che sta troppo poco in circolo, etc. etc. biologia e mondo astratto si parlano in termini di carenza, di meno, di inadeguatezze.
Invece tutto ciò che funziona è per questo tipo di diagnosi, un intoccato da proteggere, niente su cui contare, se non per un vantaggio di risulta.

Nel contesto psicoterapico la diagnosi psichiatrica ha invece una valenza molto più insidiosa, pericolosa. Se da una parte è infatti, pacificante, tranquillizzante, quella tranquillità è pericolosa, perché ha il potere di accorciare una tensione linguistica, fa correre il rischio di usare la diagnosi come un verdetto a cui reagire come adattandosi. Sono fatto così ergo – oppure ho questo problema dunque. Ci si identifica con la diagnosi, la si può ipostatizzare, trasformare in cosa, e questa cosa in cui ci si trasforma non include i nostri pregi e le nostre risorse, che sono i mezzi con cui lo psicoterapia lavora – diversamente dalla farmacoterapia. Ne consegue che il clinico che come primo pensiero cerca la diagnosi psichiatrica tradizionale si mette in una brutta posizione mentale, perché non diagnostica le risorse. Non le mette nel pacchetto unico.

In realtà in psicoterapia, la costruzione della diagnosi è una parte del percorso di cura che quasi combacia con una prima, molto consistente sezione, della terapia. Per come lavoro io la diagnosi combacia con un primo numero molto consistente di sedute in cui il paziente racconta la sua realtà psichica, la sua storia e il suo modo di stare nel mondo e in quella stessa narrazione si drenano gli aspetti psichiatrici in senso tradizionale e quelli invece evolutivi che aiuteranno i primi a evolversi. La costruzione della diagnosi insieme al paziente è essa stessa passaggio successivo alla diagnosi, quasi una situazione paradossale, perché nell’atto di acquisire quell’insieme complesso di mondo interno e modo di usarlo verso l’esterno in quel mondo interno si mette qualcosa in più di discriminante, ossia la possibilità di isolare indicare e riconoscere aspetti del proprio stare al mondo e questo come dire è un altro funzionamento in più che quando il paziente era arrivato non c’era, ora c’è e ha la possibilità di modificare l’insieme.

Questo tipo di acquisizione non può naturalmente coincidere con le sedute preliminari, le quali tuttalpiù riescono a indicare in linea di massima delle aree di difficoltà e delle aree di funzionamento un dove bisogna cominciare a lavorare e un cosa c’è di buono da sfruttare. Si può decidere, qualora un paziente ne faccia una richiesta – di dare una diagnosi nell’immediato. A volte quando la situazione è critica e c’è bisogno di lavorare in tandem con uno psichiatra quella diagnosi può avere un valore ancora più dirimente. Ma non può essere mai l’unica cosa da dire. E se anzi si elude, per quanto comprensibilmente frustrante, è per rispondere a una necessità di lavoro.

Identificazione proiettiva, Self disclosure, come delicati strumenti di lavoro.

C’è stato un tempo lungo e importante in cui il modello della terapia analiticamente orientata era quello della psicoanalisi freudiana di prima maniera. Con l’analista seduto dietro al lettino, silenzioso, accogliente, non giudicante, del quale in linea teorica doveva essere noto il meno possibile.   In realtà molte cose dell’analista sono note, malgrado le sue migliori intenzioni. A volte l’arredamento di uno studio parla chiaro, ma altre volte, sono spie insindacabili i modi di vestire, le posture, i segni del volto, le inflessioni dialettali. Il corpo dell’analista cioè rivela sua malgrado età, posizione sociale, stato civile, stato di salute, qualche volta orientamento sessuale e religioso.
Di queste denunce identitarie, la psicoanalisi è certamente sempre stata consapevole, così come gli analisti sono sempre stati consapevoli di vivere dei pensieri, delle suggestioni emotive che erano indotte dai racconti dei pazienti. Tuttavia per molto tempo il cosiddetto controtransfert – l’insieme di tutto ciò che prova sente l’analista rispetto al suo paziente, ivi compreso ciò che si ritrova a proiettare su di lui è stato considerato una fonte di problema se non di sciagura, da osteggiare, da sciogliere. Come se le percezioni emotive del clinico fossero sempre uno spessore che impedisce di vedere l’altro, una nebbia egotica ed egocentrica che ostacola la linda decodifica del racconto.

Col tempo il controtransfert è diventato un prezioso dispositivo, utile a capire moltissime cose un ampliamento delle strumentazioni razionali e intellettuali, e ascoltarlo è diventato per molti clinici la via regia per procedere nella cura (Jung diceva, bisogna ammettere in tempi non sospetti, che il transfert è l’alfa e l’omega della terapia – alludendo però anche a quello che provava l’analista in merito al paziente e a quello che gli metteva addosso) . Questo è accaduto per molti motivi – parlarne qui ci porterebbe troppo lontano, ma in generale c’è stato un grande cambiamento epistemologico che ha riguardato l’oggetto di sguardo nella cura – che dal singolo si è sposato sulle sue relazioni, e il giudizio di valore sulle dinamiche inconsce che da vessillo della patologia sono diventate simbolo di logiche funzionali, oltre che disfunzionali. Ma sono stati enucleati anche nuovi meccanismi psichici, che hanno messo in luce l’utilità dell’uso del proprio controtransfert. Per esempio l’introduzione del concetto di identificazione proiettiva di Melanie Klein ha dato alla lettura delle reazioni dell’analista una nuova gamma si sfumature, aiutandolo a capire in maniera più distinta quando si trovasse a essere manovrato dalle dinamiche inconsce del suo paziente. L’identificazione proiettiva è infatti quel meccanismo difensivo che induce nell’altro stati d’animo che si tengono scissi in se stessi e che si controllano meglio nell’altro. E’ una sorta di induzione a provare delle cose che non si tollerano, di cui non ci si vuole appropriare, che al terapeuta può essere molto utile far entrare nella propria consapevolezza. Tenendo a mente il concetto di identificazione proiettiva infatti, può capitare che in seduta ci si chieda se quel paziente ci sta facendo arrabbiare perché ci proiettiamo delle nostre vicende personali sopra – perché elicita dei nostri aspetti ombra, per dirla con Jung, o perché in qualche modo la sua psiche vuole che noi ci arrabbiamo, per esempio subappaltando delle funzioni superegoiche che il paziente crede di non considerare importanti per tutelare un’immagine narcisistica di se per esempio come cinico, oppure per far sentire il terapeuta male come il paziente si sente, arrabbiato come il paziente è arrabbiato, per punirlo di una percezione di equilibro di cui si vorrebbe appropriare, un materno fuori da se.
Tenendo a mente l’identificazione proiettiva il terapeuta potrà allora da una parte rendersi conto di parti scisse del paziente subappaltate, ma dall’altra anche di cosa capita nelle sue dinamiche relazionali – perché quella situazione che lui sta vivendo con il suo assistito non deve essere tanto diversa da certe che ricorrono nella sua vita quotidiana: in terapia si è gli stessi di fuori, si funziona come fuori, e chi sa quante volte il nostro paziente che ci fa arrabbiare per amministrare un bisogno di aggressione, ha fatto arrabbiare qualcuno: colleghi, compagni di scuola, una moglie.

Parlo qui dell’identificazione proiettiva perché è uno dei concetti che tengo maggiormente in considerazione quando penso al mio uso della Self Disclosure, strumento clinico entrato in auge da poco nelle terapie analiticamente orientate, e che presenta per un verso consistenti margini di rischio, per un altro consistenti vantaggi. Per una trattazione estesa di questo concetto, rimando all’articolo di Annamaria Loiacono che mi ha ispirato questo post e mi ha suggerito queste riflessioni, qui sintetizzeremo grossolanamente definendo la Self disclosure un’apertura che l’analista fa al paziente rivelando cose di se stesso con lo scopo di fornire qualcosa di utile alla terapia.
Si tratta di uno strumento oggettivamente pericoloso. L’analista che dice qualcosa di se, anche se quel qualcosa riguarda il suo paziente, mette in campo un oggetto che non è quello principale, una grandezza che potrebbe essere un ingombro, in un certo senso è come se nello spazio della stanza dilatasse la sua fisicità psichica, in un modo che – se non c’è accortezza – può usurpare uno spazio che è sacro, ma che anche può coprire comodamente aree vulnerabili del paziente. Questi magari è ben contento di non parlare tanto di aree scabrose della sua vita, ma che si faccia finta di fare terapia (quando in realtà si soddisfa il narcisismo del curante).

Più in generale, se intendiamo l’analizzando come un complesso di parti psichiche, alcune delle quali agiscono in direzione ostinata e contraria al suo benessere ma che anzi hanno lo scopodi mantenere e foraggiare assetti patologici, è sempre opportuno chiedersi quale parte del nostro paziente si servirà della nostra self disclosure- se quella che lo porta in cura o una di quelle che gli fa saltare le sedute, bisogna chiedersi se un piccolo aneddoto la rivelazione di uno stato d’animo non saranno cioè manipolate per attaccare la terapia anziché per aiutarla. Può succedere.
Infine bisogna sempre sapere quello che si sta facendo. Mi sono accorta per esempio che la mia percezione della self disclosure è spesso una sorta di superstrada tramite cui far arrivare dei concetti, saltando una serie di passaggi intermedi che ne garantiscano una più autentica acquisizione, e questo può essere un peccato perché le migliori acquisizioni in terapia, sono delle costruzioni individuali di cui il clinico è principalmente testimone. Dire qualcosa di se, offrendosi come esempio può allora implicare che il paziente capisca un’esperienza in maniera passiva, come complemento oggetto della narrazione e non come soggetto, e magari l’acquisizione diventa parziale, di facciata, alle volte ancora una volta testimonianza di un ego ipertrofico, di fronte all’ego dell’assistito che si autopercepisce in fase di costruzione e qualche volta – come invaso.
Tutte queste considerazioni, non mi fanno pensare però che la self disclosure sia una prassi da evitare, e con una certa attenzione e sicuramente un dosaggio modesto – da calibrare da paziente a paziente, e da occasione a occasione, qualcosa che può essere utile a vario titolo.

Alcune self disclosure – sono su temi diciamo innocui almeno per me, o tuttalpiù forireri di riflessioni da dipanare insieme al paziente riguardano per esempio alcuni gusti personali, opinioni personali – in fatto di estetica o di politica (come avevo scritto nel post precedente). L’ammettere un gusto estetico, una passione veniale, un orientamento politico è un mezzo che utilizzo per costruire alleanze terapeutiche, ma anche per offrire una costa umanizzata, limitata, non onnipotente della mia persona di analista, e anche un modo per confermare le percezioni che potrebbe avanzare questo o quel paziente. Mi guida anche il ricordo della mia esperienza quando sono stata al posto di quelli che oggi assisto, e la sensazione di fastidioso gioco di potere che posso aver provato all’idea che qualcuno fosse evasivo su certi dati collettivi e storicamente determinanti. Trovo opportuno quindi non tirarsi indietro davanti a certi quesiti, anche se il fatto che vengano posti non deve sfuggire alla disamina delle parti, perché la possibilità di rispondere in maniera onesta, non deve occultare i bisogni che la richiesta di disclousure o il suo implicito suggerimento – può sostenere: questa persona mi sta chiedendo se ho figli. Perché ? cosa significa? A cosa le serve sapere questa cosa? Perché questa persona pone queste domande mentre altri no? Si fida di meno? Vuole controllarmi di più? Vuole rispecchiarsi narcisisticamente? Non lo vuole affatto? Vuole spostare il campo del discorso? Ancora una volta, quale parte del mio analizzando, mi sta facendo questa domanda?
Di fatto il fornire informazione ha lo svantaggio di far cadere una possibilità immaginativa saturandola di dato di realtà. E’ per esempio interessante constatare di cosa i pazienti si fanno convinti a proposito della vita dei loro terapeuti, perché spesso quelle supposizioni che scivolano in granitiche convinzioni dicono molte cose importanti che riguardano la loro storia personale – ma si tratta soltanto della perdita di una via di accesso a fronte di molte altre possibili, e forse anche questa questione non andrebbe esasperata.

A prescindere da questo, personalmente io metto in campo anche un uso della self disclosure diverso, che è atto a mettere in luce le dinamiche relazionali che un paziente mette in atto. Per esempio può capitare che un paziente mi racconti qualcosa che mi induce un potente stato d’animo, oppure che mi aggredisca in modo tale da farmi sentire ferita oppure mi faccia arrabbiare, o mi scandalizzi, o anche mi trasformi in una madre che vuole spiegare cosa è giusto fare. Allora può capitare che io espliciti lo stato d’animo che provo, e cerchi però di riflettere insieme all’analizzando su cosa sta succedendo. La mia self disclousure sul mio stato d’animo   – es sa cosa mi è successo? Mi accorgo che mi sento arrabbiata per questa cosa che le è successa, ma lei invece mi appare tranquillo, è vero? – solitamente va di pari passo a una esplicitazione degli stati d’animo dell’altro e di poi alla riflessione sulla dinamica relazionale che una certa modalità mette in campo. Spesso lo scopo è il disvelamento di proiezioni e identificazioni proiettive. Si tratta di una cosa interessante e utile nella clinica perché spessissimo, quello che accade in stanza accade anche fuori, ma spesso e volentieri quel che succede porta a risultati spiacevoli per il paziente, perché non di rado sono i risultati che vuole ottenere l’organizzazione patologica, né più né meno ingranaggi di faticose e frustranti coazioni a ripetere. La self disclosure del terapeuta può essere utile a smascherarle.

Infine, esiste un vantaggio come dire di risulta, da questo tipo di scelta operativa, che di norma va detto è particolarmente efficace perché cade o forse crea, un momento di forte tensione tra i membri della coppia analitica, qualcosa che spesso capiterà di ricordarsi ad analisi conclusa e anche dopo. Si tratta infatti di un momento, di solito, di grande verità e vicinanza emotiva, un passaggio che di solito lascia svuotati anche a fine seduta. Io personalmente, ho un’esperienza molto intensa, in queste circostanze – credo che spesso questa intensità arrivi e venga intesa come dedizione, come un atto di onesto mettersi in gioco da parte del clinico. Ma uno dei motivi per cui molte persone vengono in terapia è proprio questa sensazione dolorosa esperita con diverse metafore diverse storie di vita, di non essere stati degni di una dedizione totale, di non essere stati degni di un’onestà che sfidasse le gerarchie di ruolo, o anche al contrario di un’attenzione che era invece invasiva e stravolgente e scardinante le separazioni. Queste piccole rivelazioni del gioco della relazione, sono cioè una prova emotiva che si può stare in relazione avendo del bene, senza farsi del male, sono prove emotive del fatto che – se ne è degni.

Di nuovo, sullo psicologo nella rete.

 

Tra psicologi, psicoterapeuti di vario ordine e grado, c’è sempre un grande dibattito su come la professione è percepita nell’immaginario collettivo. Spesso ci si rammarica del fatto che la disciplina non è presa sul serio, che sui giornali o in televisione vengano chiamati a discutere di questioni genuinamente psicologiche persone con competenze disparate ma non psicologi, e che sia diffusa nell’opinione pubblica l’idea che la disciplina non sia tanto rigorosa.
La psicologia, per un verso infatti rappresenta un campo terribilmente attraente, dove si osano schematizzazioni avvertite però come fluttuanti e incerte per cui, a volte ci si identifica in un gruppo di osservazioni quasi come per magia, altre invece se ne scappa come se fosse stregoneria. La psicologia è una disciplina del quotidiano emotivo, e in quanto tale genera  – per me più che legittimi – sentimenti di seduzione e antagonismo, inoltre fa molta fatica a promuovere una conoscenza complessa delle sue categorie interne, delle ricerche che producono delle convinzioni condivise tra colleghi –  il suo rapporto con l’opinione pubblica è sempre piuttosto accidentato. A ciò si deve aggiungere che l’offerta formativa è discontinua, che gli istituti che generano psicologi e psicoterapeuti sono tanti e molti non abbastanza seri, che un lavoro sulla qualità delle motivazioni e sulle capacità artigianali dei singoli di usarsi come clinici è portato avanti solo da alcuni e soprattutto in Italia  – ci sono tantissimi psicologi, e quindi, per quanto sia antipatico da dire, moltissimi sono dei professionisti mediocri – è una conseguenza di origine statistica.
Anche questo, purtroppo all’opinione pubblica, è noto.

Ho fatto questa premessa un po’ scontata, perché volevo ritornare a riflettere un po’ sull’uso della rete da parte degli psicologi, e in particolare di Facebook. Mi ci ha fatto pensare una mia amica la quale, in virtù del suo uso dei social, si è ritrovata recapitata per iscritto, tra i commenti dei suoi molteplici contatti, una diagnosi clinica su di lei. La mia amica, un’intellettuale raffinata con una cultura psicologica e psicodinamica insolita per i più – anche colleghi – si è giustamente risentita, e ha furbamente attaccato il collega, non tanto sulla qualità della diagnosi, quanto sulla sua serietà professionale, perché le diagnosi non dovrebbero potersi formulare in questo modo, non dovrebbero essere comunicate agli occhi di molti non coinvolti con la persona, il medium e la circostanza erano certamente fuori luogo, e insomma diciamolo, se la mia amica si è messa a sparare sulla croce rossa, bisogna ammettere che lui aveva proprio la carrozzeria adatta.

Facebook è per la nostra professione, uno strano territorio, presenta la stessa miscela di occasione e trappola che vi riscontrano le altre libere professioni, ma per lo psicologo quella miscela è esplosiva. Su Facebook, come su tutti i social convivono gli echi dell’informazione blasonata, ritornano le stimmate dei saperi strutturati, e insieme i segni delle identità private, quotidiane, minimali – è anche questo il bello della rete, perché avvicina in qualche modo le grandezze, e si fa amicizia con il grande esperto di questa o quella disciplina, e simultaneamente si scopre che tifa una squadra di calcio. Ancora di più simultaneamente si toccano aspetti salienti della sua personalità intima, non sempre controllata. Se il professionista contattato ha un uso disinvolto della rete, lascerà necessariamente trasparire, suoi tic, suoi difetti, il suo umano stare al mondo quotidiano – anzi, si può dire che la rete, con la sua fedele trascrizione scritta di esperienze altrimenti volatili come i dialoghi e le discussioni, offre un resoconto spietato e duraturo di ciascuno, prima di tutto ai propri occhi. Questo può essere pericoloso magari per un ingegnere, un avvocato, un dentista, un architetto: pareri per esempio forniti con arroganza, sicumera, e aggressività possono respingere eventuali clienti, mentre al contrario eccessive timidezze ed esitazioni rimandano anche senza che chi legge se ne accorga, l’impressione di qualcuno non davvero preparato – (perché non credendosi preparato fa in modo che i suoi interlocutori lo interpretino nello stesso modo).
Siccome tutto questo può essere moltiplicato per un incredibile numero di interazioni potenziali, si capisce come in termini di mero marketing professionale, un passo falso possa essere un disastro, una mossa ben azzeccata l’inizio di un nuovo percorso di lavoro.

Per gli psicologi tutto ciò è doppiamente vero, e triplamente complicato. In primo luogo – differentemente da avvocati, architetti, medici – non sono gli araldi di una disciplina blasonata, prestigiosa, solida. La psicologia è giovane appare come una costellazione di teorie affidabili, ma la sua storia recente insieme alla pluralità di approcci spesso antagonisti tra di loro, non fa da garante. Ci sono clinici pregevoli noti all’opinione pubblica ma sono molto di più quelli che sono noti ma hanno deciso di diventarlo per una divulgazione ciarlatana.
In questo senso, è una disciplina frequentemente attaccabile, e spesso da chi proviene da formazioni rigorose.

In secondo luogo, la psicologia e in particolare la psicoterapia, sono discipline che si esercitano mettendo in campo le proprie risorse emotive private e caratteriali, che secondo l’utenza spesso e volentieri devono rispondere a uno stereotipo di calma, gentilezza, accoglienza, 24 ore su 24. Per tanto, il tipo di reattività che si dimostra in rete, può essere considerato un esempio delle modalità relazionali dello psicologo in questione e quindi, anche qui un passo falso può essere pericoloso.
Ma la trappola peggiore – in cui spesso cadono anche fuori della rete soprattutto colleghi giovani – è che le interazioni della rete avvengono spesso su temi intimi e privati, che possono portare anche a dei vissuti emotivi forti, a cui lo psicologo, differentemente da altre figure professionali, può essere tentato di rispondere usando il suo sapere di riferimento, come nel caso della mia amica, sentirsi quindi in diritto di ribattere formulando diagnosi su chi non si è visto mai.

In questo senso mi è capitato di vedere spesso comportamenti inappropriati: la disciplina che viene usata come arma difensiva perché si ha la peggio in una discussione – tu alla fine sei un narcisista patologico, non puoi capire – o in altre circostanze come arma seduttiva, con consigli magari non richiesti pericolosamente mischiati a osservazioni di banale senso comune. La disciplina usata come podio su cui issarsi psicologicamente per essere ammirati, per non sentire l’amara equivalenza rispetto agli altri, per non sentire la sfida emotiva delle frustrazioni e degli innamoramenti paritari. Chi adotta questi comportamenti va incontro a conseguenze, per la propria immagine in rete, decisamente più pericolose di chi magari utilizza un linguaggio sciocco, informale persino volgare, ma è capace di contenersi anche in situazioni emotivamente critiche, sapendo tenere separato sapere professionale e interazione comune. Un linguaggio disinvolto può essere forse poco elegante, ma da l’idea di una autenticità per la maggior parte delle persone rassicurante, una capacità di vicinanza e di immediatezza, che abbatte molte resistenze sulla disciplina, forse non farà sembrare questo o quel collega particolarmente aristocratico, ma questo in realtà – specie se è davvero competente, farà buon gioco, e a fronte della citazione opportuna, della consapevolezza di un lavoro scientifico svolto nelle sedi deputate – offrirà l’idea di un professionista che sa usare registri linguistici diversi (una competenza per me imprescindibile per chi fa il nostro lavoro). Ma l’uso delle proprie competenze per le interazioni private, rinvierà inderogabilmente a un’idea di debolezza, scarsa tenuta emotiva per un verso (quello che riguarda solo il clinico) e un’idea di ciarlataneria, grossolanità (per quello che riguarda lui ma anche il suo orizzonte professionale – andando a contribuire l’immagine diffusa di una disciplina praticata da gente poco seria.
Occorre quindi farci un pensiero.

Oggi sarebbe stato il suo compleanno

Mia madre amava dire di lei che era una donna molto vanitosa.
Lo diceva esagerando il tono di voce, teatralizzando la cosa. Per esempio amava raccontare che apriva l’armadio ed esclamava –
 non ho niente da mettermi! e che il marito il giorno stesso l’avrebbe portata a comprare un vestito. In questa narrazione mitica c’era tutta la sua dolorosa oligarchia di pensieri, il gotha dei suoi miti scellerati, l’uomo schiavo del capriccio di un’ape regina, la vanità come mezzo di espressione del potere, lo stilema della civetteria che solo si potrebbero permettere le donne veramente belle – ma che alla fine esercitano sempre quelle che non lo sono del tutto.
Mia madre diceva anche che l’armadio era di ciliegio – e invece è di compensato.

Lo so, perché ora quell’armadio è il mio, e me lo ha detto un falegname sorridendo indulgente. Ma non ricordo mai di aver visto mia nonna aprire teatralmente l’anta dello specchio e dire, non ho niente da mettermi. Né mi ricordo in lei una vanità particolarmente ostentata. Non aveva il rapporto simbiotico che mia madre ha con l’estetica, con le cose belle – e che bisogna dire, ho anche io. In certe stanze il parquet era coperto di un terribile linoleum – che a sua volta simulava il disegno del parquet e che qua e la aveva i buchi della cenere delle sue sigarette. E potendo scegliere tra una scrivania quasi dignitosa, e il tavolo del tinello in truciolato, di uno squallore sconfortante, preferiva scrivere al secondo – pieno di vocabolari, di macchie di unto, e con un piccolo e scalcagnato drago in ferro battuto, pieno di mozziconi di sigarette. Il suo secondo marito era più giovane di lei, un uomo forte e grande, partigiano insieme a lei durante la guerra (questo che anche lei aveva fatto la resistenza l’ho saputo solo quando è morta.)
Lui spesso alzava la voce, e lei gli diceva
 di non urlare.
Un flirt tra due arieti. 

Non capiva anzi la frivolezza – e la guardava con la moderata curiosità che avrebbe riservato alla lingua di un paese lontano. Ma guarda, in cinese salve si dice così. Si era trovata un posto nelle cose, un taglio di capelli che non cambiava, un modello di vestito che trovava inossidabile. E quando si paventava un’occasione speciale, apriva l’armadio che doveva essere di ciliegio e invece era di compensato, e tirava fuori un vestito. Lo indossava in maniera piuttosto goffa e sgraziata – era stata davvero bella, ma doveva essersene accorta molto di rado – tirandosi su la cerniera senza risparmiare un gran batter di spigoli di gomito, e mettendosi le scarpe faticosamente, sui piedi scolpiti dall’artrosi.
Si guardava allo specchio e provava una sapida soddisfazione. Il vestito aveva una cintura sottile che ora si allacciava per poi aggiustarsi la gonna – sopra la sottoveste. In testa aveva qualcosa come un vago piacere attutito ma soprattutto qualcosa che aveva a che vedere con un il rispetto di un canone – verso cui non aveva un senso di inferiorità ma di superiorità.
Allora cominciava a tessere le lodi, dell
’intramontabile chemisier. Che chiamava sempre cos – con la qualifica di eternità. E’ sempre adatto l’intramontabile chemisier affermava soddisfatta, con l’aria di chi li avesse fregati tutti. Oppure – non passa mai di moda, l’intramontabile chemisier!
L’armadio di ciliegio che però era di compensato, era in effetti pieno di intramontabili chemisier, tutti uguali ma di colori diversi, tutti con lo scollo uguale, i bottoncini, la cinturina e la gonna dritta. Non so se il marito gliene abbia regalato qualcuno. Mi è sempre sembrato che viaggiassero su un altro binario.

(il cancro gliel’aveva portato via in un giorno di inverno. Da ragazzina certi pomeriggi sull’autobus mia nonna mi indicava due persone anziane sedute vicine, distratte, polverose – e mi diceva. Cosa ci sarebbe stato di male? Saremmo stati come quei due vecchi la’.  Non risparmiava nella voce la feroce mediocrità della vecchiaia, ma si capiva lo spessore di una felicità perduta.)