Caro Luigi -un anello

 

 

 

Caro Luigi, non lo so cosa vedi dal cielo.
Forse che mi sono dimenticata di sentire la tua mancanza, e mi sono lasciata invischiare in un inverno privato e minimale, a cercare di risolvere questioni vecchie – vecchie il tempo che ci siamo conosciuti, e ho dovuto dirmi, in questo inverno di conteggi, che non c’eri, perché non t’avrei potuto telefonare, non m’avresti risposto. Ora che mi sono rassegnata a sopportare errori che mi rimangono aperti, e che comunque mi sono stati vitali e necessari, che me li tengo dentro così, e pazienza, ora che sto a casa con le cose che ho azzeccato, le strade giuste, sono fortunata, mi manchi il doppio.
(Ho fatto molti sogni questo inverno. Dicono di non buttare via tutto.)

Ero in uno spicchio di sole che entrava dal vetro per esempio, stavo come la tua gatta nera sul tavolo di legno, sai quando si radunava dentro se stessa, per non avere neanche un pezzo di coda che cada nell’ombra, in una lotta cinica ed estrema per il bicchiere mezzo pieno, mentre fuori infuria una primavera che nessuno si può godere. Nessun gatto Luigi a salire sugli alberi, nessun bacio fuori programma in angoli clandestini.
Comunque – ecco me ne stavo così e pensavo a quando sono corsa al tuo funerale e al pomeriggio che seguì. (Cioè il fatto è, che mi manchi in questi giorni in cui, noi si lavora molto, il cuore si deve allargare per forza, le case piccole dei nostri pazienti si riempiono dei loro dolori – anche loro hanno i loro errori di cui devono imparare a non pentirsi- che poi, cosa mai avremo da insegnare noi su questo tema.
Non ti ho mai sognato, me ne dispiace).

In quel pomeriggio stetti insieme ad altre donne, tue nipoti. Ero l’unica non nipote.   Eravamo quattro mi pare. Furono gentili e affettuose, e parlarono di te. Vidi il tuo modo di voler bene sulle loro vite, non esattamente il tuo modo di volerne a me, piuttosto il tuo modo di teorizzarne con me. Io ero un corpo estraneo, e parzialmente frainteso – in rappresentanza si disse, della mia famiglia. Non sentivo molto invece questa cosa della famiglia, ammetto. Tu e mia madre, non vi siete mai capiti neanche blandamente, tu e mio padre manco ci provavate. Siete stati a volte nelle stesse stanze, uniti dall’unico meraviglioso domatore di leoni, che era tua moglie.

Comunque dicevo fu un pomeriggio dolce, ognuna di queste tue nipoti si teneva stretto un filo e ne faceva un’atmosfera. Erano sicure del tuo sguardo, erano al caldo di qualcosa che è anteriore alle cose che si fanno, erano al caldo di un attributo dell’anima ecco, e e mi è venuto da pensare, questo calore devono aver sentito le donne che hai amato, i pazienti che hai avuto. E forse anche gli errori che hai fatto. Quell’attributo dell’anima è un’energia costosa per noi.
(Ecco dicevo, di cosa avrei voluto parlarti in questi lunghi pomeriggi . Stai bene e guardaci tutti .)

 

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Dopo che

Quando finirà ci vedremo in un caldo che ignoreremo, speriamo davvero, gli alberi saranno forti rigogliosi e lucenti della caligine che non avranno bevuto, le case ci sembreranno brillare, per quanto le vetrine saranno vuote, e le persiane accostate, ma quando finirà ti dicevo, le strade saranno pulite perché ancora nessuno avrà buttato niente per terra, forse luccicheranno le code dei topi che scappano nei tombini, ma a noi non importerà e tu, questo volevo dirti, mi dovrai abbracciare per diversi minuti.

Non dirai che sono troppo pallida, spero bene, non metterai il dito sull’orlo delle occhiaie, soprassiederai su fianchi, non testimonierai dell’accelerare del tempo sul corpo, mi scaccerai invece la cupezza appiccicata ai capelli, che toccherai, e forse farai altre cose, che ti lascerò fare, per via di tutta quella vita che avremo addosso, e che ci cascherà da tutte le parti. Ma la cosa importante dicevo, è che mi dovrai abbracciare per diversi minuti

Non ci sederemo da nessuna parte, te lo prometto, anche se forse potrebbe essere bello, pensa un prato, pensa l’erba alta, il prato ci mangerebbe e ci arrotolerebbe sono sicura, forse non è il caso, forse non è il punto, vorrai parlarmi invece, farmi sentire bene la voce, la cosalità della voce, mi vorrai raccontare tutto quello che c’è davanti, un’operazione un po’ priva di senso, questa cosa di raccontare quello che ancora non è accaduto, eppure, mi vorrai raccontare il futuro – e io ti ascolterò certamente. Tuttavia la cosa importante
è che mi dovrai abbracciare per diversi minuti.

E quando mi avrai abbracciata per diversi minuti, lungamente e con metodo si può dire, affondando il naso sull’orlo della mia schiena per esempio, potremo ricominciare il mondo dove l’abbiamo lasciato, aggiusteremo i nostri sentieri interrotti, addirittura ci potremmo volgere le spalle, chini sui ciottoli delle nostre cose, sazi finalmente di questo bisogno illegale, naturalmente non abbastanza per essere felici, ma diciamo in quello stato che supera la necessità e fa lottare per la sufficienza.

(I gabbiani saranno pure diventati grandi come falchi, l’ortica spaccherà certi muri delle case, qua e la irromperanno cespugli inediti e secchi, per terra desideri abbandonati, e speranze mezze morte, ma quando mi avrai abbracciata per diversi minuti, noi ci riprenderemo la città).

 

(qui)

Che fare del cielo

Si aggira nel crepuscolo come una iena, un cane che sta diventando lupo, la città è tiepida e neanche tanto stanca, gli alberi non riescono a farsi opachi, l’asfalto è pulito, non c’è traccia di lacrime o di sangue – sebbene.
Le vie sono vuote, ma le finestre hanno le persiane aperte.
Lei si sente la giacca addosso, in mancanza di quel corpo – vorrebbe avere almeno del vento,.

(Potrei raggiungerti adesso, pensa. Potrei rompere la coerenza di vetro della tua vita privata, rompere il vetro con una mano senza guanti, metterti quella mano sulla bocca cacciare via tutto quello che hai intorno. Tutte quelle inutili carte che non sono carne. Potrei contagiarti).

L’uomo che passando evita di sfiorare, cammina rasente i muri, guarda le cornacchie e i merli, ora si discosta, va invece scappando con una scusa dalla casa stretta, corre verso l’improrogabile dovere in farmacia, il latte che manca. Ma in verità vuole telefonare, forse a un altro uomo, sta decidendo se approfittare della clandestinità di un momento, per moltiplicarla, farla diventare una doppia clandestinità, e per correre il rischio di una delusione, quello starà pieno di inedia e di sonno, troppo pigro per la seduzione figurarsi per la nostalgia.
L’epidemia pensa ora, è una mannaia per le passioni di basso lignaggio.

Ci vorrebbero delle nuvole pensano entrambi, delle nuvole cariche di pioggia e di catarsi, delle nuvole che facciano piovere il mondo e tutti i desideri sulla terra, ci vorrebbero dei lampi che ci bruciassero per sempre le fantasie storte e disinfettassero le pietre, i microbi, i batteri, e le righe d’erba agli angoli dei palazzi, ci vorrebbe una tempesta che ci facesse risorgere tutti più timidi e meno affamati, più disciplinati e meno mordaci.
Diventeremmo angelici- pensano sentendosi le rughe sul volto e le vene sul dorso delle mani – poi ci fermeremmo sui bordi delle cose, fatati e guariti, e con queste ali non ci faremmo niente.

 

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Per una gestione emotiva del Coronavirus

 

L’epidemia da Coronavirus, ci sta mettendo di fronte a una situazione per diversi motivi inedita, e certamente molto preoccupante. Le scuole rimarranno chiuse almeno fino al 5 aprile, la nostra libertà di movimento è drasticamente ridotta, accendiamo la televisione e vediamo spettacoli senza pubblico, i leader politici stessi si rivelano positivi al virus , locali che alle diciotto devono chiudere. Intorno poi abbiamo il grande allarme per la tenuta del sistema sanitario nazionale, per i posti di rianimazione che sono troppo pochi, per i rischi che corrono le regioni meno attrezzate dal punto di vista ospedaliero.
Siamo divisi tra diversi ordini di angoscia – una per la salute fisica nostra e delle persone che ci sono care, una per le pesanti ricadute economiche che hanno le norme restrittive per il paese e per le persone,– e una per il senso di oppressione e di minaccia democratica che procurano una serie di norme emergenziali, che ci limitano nelle nostre libertà.

Tutte queste preoccupazioni hanno un fondamento oggettivo, e quindi un ancoraggio molto poco emotivo ma con solide aderenze sul piano di realtà: se non fermiamo il contagio potrebbero esserci delle persone che non possono essere intubate, e i morti potrebbero essere molti di più anche per patologie diverse dal coronavirus e sicuramente per fasce di età più basse rispetto a quelle che oggi sono maggiormente coinvolte nelle complicanze più gravi.. Di contro la contrazione economica sta da subito assumendo proporzioni molto preoccupanti, gravi indebitamenti serie preoccupazioni per come andare avanti, come sfamare le bocche dei figli. Non è solo una questione di turismo che si ferma, che è una parte della questione per un paese come l’Italia, ma di filiere produttive che si interrompono, di un gran numero di persone licenziate, di tutti quelli che lavoravano al nero o contratti a tempo determinato che ora stanno col problema della cena. Infine, il decreto di Conte ieri, mette in campo una restrizione democratica che la pacatezza di questo presidente del consiglio – che personalmente apprezzo – solo parzialmente attutisce. Di fatto le misure estreme odorano di regime – anche se personalmente le trovo purtroppo davvero necessarie. Ma cosa sarebbe stato, viene da chiedersi, se avessimo avuto un’altra compagine governativa, e cosa succede se questa non dovesse reggere? Chi ci garantisce dall’abuso di potere? In un momento in cui non possiamo manifestare? Anche qui, c’è davvero di che preoccuparsi.

Non posso dire niente, sulla dimensione oggettiva di queste angosce, e dei problemi concreti a cui sono collegate. Né posso dire molto sui punti nevralgici che coinvolgono oggettivamente assetti identitari: non solo è ovvio che si preoccupi la persona immunodepressa o anziana più di altri, o che sia particolarmente angosciato il ristoratore che deve decidere cosa fare del suo esercizio, ma è anche altrettanto ovvio che per esempio un attivista politico di lungo corso guardi alle restrizioni governative con maggiore perplessità, e che un virologo si accalori in una discussione con persone che sono già abbastanza prudenti senza le sue prediche. Posso però come primo suggerimento, per aiutarci a contenere le reazioni, suggerire di far caso a come le storie personali e identitarie rendano inevitabile la diversificazione delle reazioni, il diverso equilibrio delle priorità.
E poi, possiamo ragionare sugli stati emotivi che si ingenerano quando nel proprio pensiero e nel proprio modo di abitare la situazione arrivano quelle emozioni che come dire si gonfiano, gonfiano le nostre reazioni, sconfinano in qualcosa che non è tanto razionale e che intossica il piano relazionale e il piano privato. Quando ci accorgiamo che insomma siamo abitati da una specie di paura magmatica e indifferenziata, che ha in qualche modo a che fare con il coronavirus, le situazioni in corso, ma ci accorgiamo che c’è un che di più, un che di oltre, che esonda la valutazione del dato reale.

Per far questo vorrei proporre di far caso a questa cosa, che tutti noi abbiamo già constatato quando abbiamo parlato per esempio con amici di un film che ha avuto molto successo. Quando abbiamo parlato con questi amici di questo film, che era uguale per tutti era lo stesso in tutte le sale, abbiamo spesso constatato che il modo di raccontarlo dei nostri interlocutori era molto diverso l’uno dall’altro. La narrazione del film condiviso variava di tanto: variava per toni della voce, giudizi di valore, per un verso, ma anche per ordine di comparizione dei personaggi, e per scelta dei riflettori sui personaggi principali. Abbiamo constatato che i buoni e i cattivi nei discorsi dei nostri amici, non sono una categoria stabile, una variabile fissa, e qualche volta ci siamo divertiti a capire il perché di certe furiose antipatie altrui – dimenticandoci magari di ispezionare la razio delle nostre. Spessissimo abbiamo discusso calorosamente, per difendere le nostre prospettive contro le loro.
Ora a proposito del film distopico che ci troviamo a vivere abbiamo dei motivi ancora più validi della presunta corretta interpretazione – quelle ricadute realistiche che ci sono e di cui abbiamo parlato sopra. Dunque in questo frangente, al problema reale, e all’angoscia simbolica, si somma anche la carica conflittuale che è appannaggio costante di ogni crisi e ogni distopia.

Il fatto è che ogni trama è un ricettacolo di proiezioni personali, e la nostra epidemia da coronavirus potrebbe benissimo essere trattata da un analista come un sogno. Il sogno condiviso potrebbe essere: che ci troviamo un bel giorno a fronteggiare un male non molto identificato, moderatamente letale ma comunque pericoloso, del quale ci parla qualcuno con una voce minacciosa, e per combattere il quale qualcun altro ci dice che dobbiamo rimanere a casa, e non vedere più nessuno. Nel nostro sogno compariranno anche diverse categorie di persone, i medici, i politici, i diversi tipi di obbedienti, e i diversi tipi di disubbidienti – tra i quali segnaliamo anziani impuniti, adolescenti resistenti – famiglie amorali. Ci si offre l’occasione di vedere rappresentate una innumerevole quantità di questioni problematiche che ci portiamo dentro da diverso tempo. Penso che una cosa buona, che ci può aiutare, è cercare di capire per bene che cosa di nostro rappresenta questa storia. Indubbiamente, chi in questo momento dovesse essere in terapia, avrebbe nella stanza di cura il contesto più adatto per farsi delle domande del genere. Però farsele ugualmente – eventualmente da soli – e trovare degli indirizzi può essere di aiuto, perché se si riesce a indovinare la chiave di lettura emotiva, un po’ la percezione degli eventi cambia. E l’angoscia si potrebbe attutire. Noi toglieremmo infatti diciamo, l’acceleratore delle nostre vicende personali. Potremmo sentirci più lucidi.
Io qui posso fare alcuni esempi.

In primo luogo ogni grande malattia endemica è una buona rappresentazione simbolica di parti psichiche malate proprie di cui si teme di non avere il controllo e che si teme in continuazione che ci possano fagocitare oppure che possano intaccare le nostre risorse, o anche altre parti relazionali sacre e vulnerabili. Se si mette in campo questa organizzazione simbolica, e non viene riconosciuta, è facile che ci si svegli nella notte molto agitati risognandosi il coronavirus. Se si mantiene lo sguardo fisso sul film e non ci si occupa di cosa evoca il film l’angoscia potrebbe rimanere costante a un livello molto alto. E’ un po’ quello che succede quando ci si risognano certe scene di film horror: l’immagine ha agganciato il mondo interno.   In un certo modo, focalizzandoci solo sull’immagine condivisa fuori della pandemia, e non su cosa evoca di noi, sulla nostra paura di una epidemia interna, facciamo un pop’ come quelle amministrazioni pubbliche che stanno ignorando un problema, mentre dilaga, e diventiamo insomma il Trump del nostro inconscio. Forse ci sono delle aree turbolente che dovremmo cominciare a guardare e a prendere in considerazione. Se il vissuto di angoscia è davvero intollerabile, allora questa vicenda ha slatentizzato una questione problematica importante che passata la nottata del contagio occorrerà prendere sul serio in considerazione – magari contattando uno specialista.

In secondo luogo, siccome sovente Lo Stato con le sue norme e leggi è un buon ricettacolo di proiezioni genitoriali, (pensiamo a formule come la “madre patria”)   credo che il subire delle regole restrittive possa in più soggetti evocare fantasmi di parziale disidentificazione con la famiglia di provenienza, ed evocazioni di una mancata autonomia per cui scattano dei vissuti di risentimento, di passivizzazione, di subire delle regole che non si condividono, fino ai casi di azioni per me scellerate di rottura delle prescrizioni di questa normativa eccezionale. Persone che si vantano di fare una vita sociale, degli aperitivi, che organizzano incontri, e che nell’atto di minimizzare la prescrizione in campo fanno una specie di rievocazione del processo di contestazione adolescenziale. Questo tipo di azioni mette da una parte il soggetto in pericolo, lui e i suoi cari – perché appunto ci sono dei rischi materiali sul piano di realtà – e dall’altra parte non fa diminuire di un grammo la sensazione di essere prigionieri di una serie di eventi. Secondo me in questi casi, acquisire informazioni da una parte e ritirare le proiezioni dall’altra – no lo stato non è la tua mamma, forse devi vederti delle cose su quel piano – aiuta a sentirsi maggiormente partecipi, maggiormente cives, maggiormente adulti nel contesto in questione.

A volte l’angoscia si focalizza – lo noto molto sui social – individuando dei capri espiatori in gruppi sociali che invece rompono le regole. Ora non è che io dica che i ragazzini che si vedono tutti insieme o le famiglie che scendono nel meridione non costituiscano un problema materiale, dico che se uno scrive quattordici status in un giorno sul tema dei ragazzini che escono o degli anziani che escono, diventa evidente che questi gruppi sociali nel nostro sogno condiviso stanno svolgendo un ruolo, e di ruoli ce ne possono essere molti. Per esempio possono essere oggetto di invidia, nella loro capacità di prendere decisioni autonome e sfidare le proiezioni genitoriali di cui sopra, oppure al contrario ricordare quella libertà tragica e depressiva del non avere più niente da perdere, che forse certi anziani incarnano quando dicono di voler uscire lo stesso, o infine la forza di certi legami che si ricompattano a qualcuno può risultare dolorosa. Il punto comunque di queste osservazioni, non è tanto ribaltare le ragioni, ma capire perché delle ragioni risultano così incandescenti.

Un’altra cosa che rende l’atmosfera pesante – soprattutto negli scambi relazionali, sono le qualificazioni emotive, i toni che vengono adottati nel parlare della questione. Un’epidemia che procura morte e senso di pericolo mette in difficoltà e ognuno usa le difese di cui dispone. Alcuni tendono a essere molto razionali e svalutanti per esempio. E questo può risultare molto sgradevole perché le persone che parlano con loro possono sentirsi a loro volta svalutate. Ma questo è il loro modo per prendersi tempo per avvicinare una cosa che li allarma, o per mantenere una distanza di sicurezza. Altri invece saranno pervasi da un’ansia incontenibile e si industrieranno a procurare allarme nell’altro. Sembrano non avere sazietà finché non hanno la loro angoscia – è una specie di tentativo di colonizzazione della psiche per delle parti aggressive in esubero, ma a volte mi pare anche una scivolata regressiva che cerca nell’altro una risposta rabbiosa che faccia da contenitore, che aiuti a contenere il senso di caos. Se si riesce a fare caso allo stile delle proprie risposte emotive, si trae qualche beneficio, il senso di ansia si attutisce. Parimenti, secondo me siccome siamo stratificati nelle difese che abbiamo e nei pensieri che abbiamo riconoscere all’altro un margine di sgradevolezza, un margine di comportamento che non ci piace, è un po’ come concedere a noi lo stesso diritto, è un po’ come perdonarci a noi. Dire, quello è il suo modo di evadere la preoccupazione, aiuta a rendere dentro noi stessi il clima emotivo più gestibile
Una conclusione.
Questo è il primo di una serie di post che voglio fare sul vivere con il Coronavirus, valutando una serie di difficoltà che si pongono. Successivamente ne vorrei riuscire a fare altri – sulla gestione dei figli – sullo stare confinati a casa – sullo scacco economico e come sopportarlo, almeno per quello che posso offrire io in questo contesto. Non voglio però essere disonesta, e non voglio dire che secondo me non c’è una lettura meno nevrotica di altre. Io credo di non sbagliarmi se dico che quelle tre diverse cause di angoscia, quelle tre cause materiali, la malattia, il collasso economico, e la restrizione politica hanno un reale ordine di grandezza e di gravità per quanto siano tutte e tre molto serie. Penso che davvero la minaccia del contagio sia ancora più grave di quella del collasso economico, e che specie considerando chi c’è ora al governo, la restrizione delle libertà un male minore. Penso davvero che se finiscono i posti in terapia intensiva il paese entra in un’area di malattia morte e crisi che non voglio neanche ipotizzare, e che investirebbe egualmente l’economia anche senza misure restrittive. Per questo, voglio le misure restrittive – e cerco di ragionare su come tollerare il danno economico, perché almeno su una cosa posso cercare di lottare, ed è la salute delle persone che ho intorno. Una chiara distribuzione delle priorità mi fa stare moderatamente più tranquilla.
Lo dico per chiarezza. Daje.

Non ti offendere se ti ho pensato

Sai, avevo un fidanzato lungo lungo e molto fragile, uno di quei ragazzi che non sanno stare sulle poltrone, e che guardano il padre di sottecchi, e il padre invece, era uno di quei maschi felici di se stessi, pieni di sorriso nel pensarsi – per altro ti dirò anche a buon diritto. Allora volevo dirti, il mio fidanzato lungo e fragile, non ci riusciva mai a stare seduto vicino al padre, senza voglio dire starci male.
A te ti ho conosciuto in un viaggio di pomeriggio, io stavo dietro questa lunga macchina di potere e vanteria, fuori infuriava la primavera in certi prati, il mio fidanzato era seduto davanti, c’era aguaplano nell’autoradio, e loro cantavano insieme, felici.

(Mi raccomando, esci presto al mattino, quando c’è il sole e poca gente. Sii prudente)

Una volta sono venuta nella tua città, mi sono messa ad annusare i posti che potevano averti arredato le tenerezze e i romanticismi. Ero con un uomo che mi piaceva moltissimo, te l’avrei presentato, occhi bellissimi e per il resto un ginepraio, passammo con una macchina davanti a un locale in disarmo, c’era la scritta dancing angariata dall’edera e dalla vite americana, anche da certi bicchieri di plastica. Mi fermai a fare una foto che ho ancora, mettemmo la tua canzone nell’autoradio, dancing, dico proprio – e quest’uomo che mi piaceva moltissimo mi disse che ti preferiva tuo fratello Giorgio, che per carità molta stima, ma lo capisci da te, non poteva durare.

(Dice che non ci si deve spostare inutilmente, uno va a fare un week end da una parte poi capace che arriva un decreto e manco può tornare indietro, poi mi rimani prigioniero in un tinello maron. Non fare cose stupide.)

Poi lo sai che sono stata a Parigi un mucchio di volte? Quando andavo a Parigi, stavo in questa mansarda bellissima di una signora che ti amava molto, oh Paolo Conte uiuiui diceva tutto d’un fiato, e sparava a manetta le canzoni tue sui tetti di Parigi, io per parte mia pensavo a un altro grande amore, il più grande di tutti mi sa – questo manco Giorgio Conte, devo dirti, proprio refrattario al genere e infatti non ci ho compicciato niente, per quanto ci volessimo un gran bene, purtroppo ancora un po’ me ne dispiaccio – ma questo te lo dico per dovere di cronaca.   A Parigi gironzolavo, questo forse dovrei dirti, con nelle orecchie un copione estetico  che era un po’ il tuo – per il quale temo di non aver mai avuto il fisico adatto ma,  ecco ti ringrazio per la proposta.

(Usavo la cipria – consideravo le piume, ho comprato le mie prime scarpe nere col tacco largo e il cinturino, sono stata una donna d’inverno segreta e sola.
Sai che la vitamina C aiuta il sistema immunitario? Potresti farti delle spremute d’arancia, per esempio. O prendere degli integratori)

E poi, comunque ci sono ancora cose belle da fare. Ci sono le persone con cui suonare. O da ascoltare suonare, o da ascoltare raccontar cose, ci sono le poesie da leggere, l’amore non so, te lo auguro comunque. Non offenderti, perdonami se ti ho pensato.

 

(qui)

 

 

virus, spillover, ecologia, politica

In questi giorni, stiamo tutti combattendo con una esperienza nuova, che ci fa confrontare con qualcosa di ignoto che non è solo il virus Covid-19, in se – quello che fa, come è in grado di mutare, se ci farà ammalare e quanto, ma anche con la gestione pubblica di questo fenomeno, l’epidemia di un virus con grandi capacità di contagio, gestione che implica delle decisioni per noi stranianti e incredibili – figli a casa per due settimane, molti luoghi di lavoro chiusi – e siccome tutto questo poi si riverbera anche su centri, decisioni e attività anche di soggetti non inclusi in quei provvedimenti, eccoci che ci troviamo a subire anche il turismo in crisi, settori produttivi che si fermano, una contrazione del lavoro che è gravemente incisiva. Siamo spaventati, molti vanno incontro a problemi importanti – e per quanto mi è dato capire, questa situazione potrebbe durare ancora: io non credo che bastino due settimane di controllo delle attività per arginare il peggio. Sarà necessario fermare tutto per ancora del tempo. E’ veramente una prova difficile, materialmente e psicologicamente per tutti noi.

Una cosa che si può cercare di fare, per sopportare meglio tutti questi eventi è informarsi, e ragionare.Leggere, cercare di capire per bene – per esempio la matematica esponenziale dei contagi, i modelli matematici che stanno dietro all’interpretazione delle epidemie – è un ‘operazione che ha psicologicamente un significato forte, perché ci fa smettere un po’ di essere figli di un genitore – Stato che ci impone regole insensate, ma ci fa trasformare in soggetti consapevoli che possono abitare quelle regole e in caso accettarle – come fanno i figli meno patologici in regime di emergenza – compartecipando al gruppo sociale. Perché un’epidemia, è un regime di emergenza.
Per questo ora io vorrei parlare del bellissimo libro di David Quammen Spillover (Adelphi 2014. Tra.it L.Civalleri) e vorrei condividere l’esperienza di una lettura che è una storia delle scoperte dei biologi in merito a virus e pandemie, che mi ha procurato una serie di importanti agnizioni politiche, un libro cioè che ha la curiosa caratteristica di essere un piacevole excursus sui virus, su come funzionano, e sugli strumenti che scientificamente si utilizzano per decodificarli, ma che ti lascia dentro un pensiero invece politico sullo stare al mondo, su come il non sapere ci renda strumenti di ideologie altrui, su farsi comunità, sull’abitare la terra con gli altri animali. Il volume – con una nobile bibliografia e 560 pagine di vicende e acquisizioni, non è certo sintetizzabile in un post – ma qui metterò in osservanza ai 4 punti di sopra, le cose che mi hanno colpita. Mi dispiace per lo spoiler e per l’elevato grado di approssimazione.

La prima cosa che ho imparato da questo libro, è la relazione tra emergere dei virus e disturbo dell’ecosistema. Ho capito che molti virus sono zoonosi, ossia patologie che provengono dal regno animale, e che hanno fatto uno spillover cioè sono passati da una specie animale a un’altra, in particolare la nostra. Questo sbarco nell’umano è dovuto a due questioni: la prima riguarda la variazione degli ecosistemi, la seconda l’aumento degli esseri umani. La variazione degli ecosistemi passa da diversi cambiamenti importanti che noi abbiamo imposto diciamo, alle abitudini del nostro pianeta. Ci sono le deforestazioni in primo luogo, ma anche gli spostamenti di animali in territori che non gli appartenevano, e anche le nuove forme di promiscuità che prima non erano così ovvie. I virus ci sono sempre stati, ma spesso erano silenti e come dire, in un gradiente diffuso nel regno animale, mentre questi nostri interventi, hanno attaccato gli ambienti in cui i virus vivevano, o meglio in cui vivevano i loro ospiti, e rendendoli inospitali per gli ospiti, hanno fatto in modo che diventassero spesso più nocivi, e si trasferissero in noi. Da una parte cioè i virus vengono sfrattati dal loro territorio, perché sono manomesse le abitudini e i territori degli animali che tradizionalmente li hanno sempre ospitati, dall’altra cercando loro una casa, ed essendo noi diventati circa 7 miliardi solo nell’ultimo secolo, la trovano nei nostri corpi, e le occasioni per cercarla sono state fornite da quei cambiamenti per cui oggi molti animali vivono vicino alle nostre città. Se infatti l’animale che è abitato da un certo virus -“l’animale serbatoio” . prima aveva una foresta come casa che ora non ha più va a cercare la casa nella prossimità dei nostri nuclei urbani – quindi per esempio: mangerà la nostra spazzatura espleterà i suoi bisogni sui frutti della nostra agricoltura – il virus in queste occasioni, non le uniche, tenterà lo spillover, cioè il salto in un’altra specie. Questo avviene nei momenti di contatto interspecie, anche indiretti: se per esempio un dato uccello, o un dato pipistrello che ha il virus mangia dei frutti che noi coltiviamo, oppure se cominciamo a catturare quegli uccelli per farne allevamenti o venderli al mercato – insomma si creano occasioni di passaggio del virus. Lo spillover, riesce di rado, la stragrande maggioranza delle volte fallisce, ma le occasioni sono diventate tantissime.
La parte interessante del libro, è che mentre io ve la racconto discorsivamente e con molte imprecisioni, la spiegazione del passaggio transita per la statistica, il calcolo delle probabilità, e i modelli matematici, per cui se si segue la lettura, non si ha più quella vaga percezione di possibilità che è tipica di chi costeggia le problematiche ecologiche, ma si capisce esattamente la ratio del perché certe cose succedono.

La seconda cosa che ho imparato, riguarda la lunga storia che c’è dietro l’esplosione di un virus importante, e quanto l’ignorare quella storia ci renda manipolabili da ideologie culturali. E’ esemplare in questo senso la storia dell’AIDS, e di come si sia scoperta la lunga strada che ha fatto prima di diventare la pandemia terribile che ancora è in corso. Nel mondo occidentale l’AIDS è arrivato nei primi anni 80, ed è stato pensato come una patologia destinata al mondo omosessuale, o in alternativa al mondo che faceva consumo di stupefacenti, ed è stata spesso anche concettualizzata come vendetta divina per i peccatori umani, e altre terrificanti assurdità, quando invece l’aids ha storia antichissima, è tra noi dal lontano 1908, anno in cui avvenne il primo spillover, in Camerun, e Africa, dove ha continuato a crescere e a diffondersi anche perché all’epoca le condizioni di vita erano molto critiche, il ciclo di vita delle persone molto breve, e in generale le prime vittime non facevano a tempo a morire della diagnosi di immunodeficienza, morivano di altro. E’ sbarcato in occidente ben prima degli anni ottanta, e spesso ha riguardato persone che non erano necessariamente omosessuali. Un altro esempio mi ha molto interessata, e riguarda lo spillover che ha portato tra noi la – terribile SARS. Mi ha interessato perché mi ha ricordato le fandonie che ha dichiaro recentemente l’inopportuno Zaja a proposito dei cinesi che si mangerebbero topi vivi come quindi evidenti untori e responsabili del Corona virus. Zaja ha fatto una teoria dello spillover tutta sua, ha pensato correttamente a una zoonosi, ma l’ha messa al servizio di una idea discriminatoria e razzista di orientale, come animale che mangia altri animali, non come noi genti evolute che maceriamo il cinghiale tre giorni prima di farlo al ginepro. C’è anche una proiezione classista segreta nelle sue parole, c’è proprio il clichet, la scorciatoia – a cui tutti spesso inconsapevolmente aderiamo – che la povertà tout court generi quel che di selvaggio e pericoloso che porta le malattie.

Invece la storia dello spillover della Sars – che ricordiamo è un coronavirus – è limitrofa e più complicata. Ha a che fare con l’idea di lusso, e la domanda di lusso degli occidentali in estremo oriente, per cui tra le tante cose cool da chiedere agli alberghi e ai ristoranti extra lusso, c’è il fatto di mangiare specie esotiche, animali strani, cose mai viste, in piatti che presumibilmente costano molti soldi, fatti di bestie che poi sono ricercate e vendute in grandi mercati, in una promiscuità che genera costanti occasioni di spillover. Non sono i poveri cinesi rozzi e ignoranti che si magnano i topi quindi a metterci in pericolo: è il nostro modo di interpretare il capitalismo, l’inglobare il cibo, qualsiasi cibo, in logiche di status a metterci in pericolo. In altri termini, Zaja caro, siamo noi a mangiarci i ratti – e naturalmente a chiedere di cucinarceli. Ma che ti credi.

Allo stesso tempo è il capitale, e le sue esigenze, a generare nuove occasioni di vulnerabilità al virus, come per esempio, terza cosa che mi ha spiegato per bene questo il libro, l’esigenza del capitale di togliere animali da un contesto e metterli in un altro che non gli appartiene affatto. Diverse nostre gravi epidemie hanno a che fare con questa usanza del capitale: perché la mucca dove non abitava, il cavallo che non ha mai avuto a che fare con le interazioni di un certo ecosistema, una volta trasportati in contesti molto lontani che non li hanno mai ospitati – come è successo in Australia, diventano territori vergini per i virus, candidati elettivi per colonizzazioni virali che li possono far ammalare, e far diventare cinghie di trasmissione per le epidemie che ci riguardano.

Ora ci troviamo davanti a una nuova epidemia, una esperienza che ci pare nuova e il cui impatto ci riesce difficile da capire, perché ha un tasso di mortalità relativamente basso, per cui ci viene da dire che forse le misure contenitive sono ingiuste ed esagerate, dal momento che alla fine ci sembra che i sacrifici superino i benefici. Credo che molto di questa percezione derivi dalla difficoltà di capire la matematica dell’epidemiologia, la matematica del contenimento – e anche la matematica di queste cose con il servizio sanitario nazionale. E indubbiamente c’è da ammettere che la comunicazione politica in questo momento fa trasparire nella sua contraddittorietà tutte le difficoltà gestionali che la sfida comporta per cui nessuno ha la sensazione di essere in mano a una scelta autorevole, nonostante i provvedimenti siano in realtà – almeno per me – appropriati e ineludibili. Tuttavia un’altra cosa che ho capito è che c’è questa strana relazione di proporzionalità inversa tra contagiosità e letalità di un virus: più un virus è cattivo meno persone contagia, in base al principio piuttosto cinico per cui il virus cattivo mette le persone nelle condizioni di non poter andare in giro a seminar disgrazia, mentre quello più blando in compenso infetta molte più persone anche se miete meno vittime per n contagiati. Questo vuol dire però che quando i contagiati sono tanti, anche le persone che ne muoiono o quelli che invece attraversano una grave criticità diventano tanti e la differenza tra i due, in termini epidemiologici si assottiglia. A questo punto conviene riflettere sul fatto che questi numeri possono variare a seconda della situazione della sanità nella data regione in cui c’è un’epidemia in corso – perché anche i presidi sanitari hanno dei numeri, quei numeri – i posti in terapia intensiva – possono far variare la letalità di un dato virus: se i contagiati diventano tanti, e i contagiati in situazioni critiche sono di più dei posti disponibili in terapia intensiva, che già deve fare posto alle criticità di altre patologie, avremmo delle situazioni tali per cui banalmente le persone potrebbero morire non potendo essere sostenute nella fase critica della patologia. Più morti.

Tutte queste cose le scrivo, non tanto o non solo per reggere meglio un momento difficile per me, ma anche per riflettere su cosa fare politicamente di questo momento difficile. Fino a poco fa eravamo tutti presi da Greta Thurnberg e da quello che è riuscita a insegnarci in merito all’inquinamento, ai rischi per il pianeta, mettendoci in un certo senso anche in una prospettiva transnazionale, per cui abbiamo un problema grave sul groppone come soggetti appartenenti a diverse nazioni, che condividono un rischio collettivo, per cui tutti abbiamo cominciato a porci l’interrogativo di un comportamento più responsabile e anche possibilmente un consumo più responsabile. Con i virus ci troviamo a una conferma che viene da un altro contesto della necessità di una prospettiva ecologica come prospettiva politica. Perché anche le nostre epidemie, che a questo punto si paventano come più frequenti, sono un altro sgradevole esito della crisi ecologica, del nostro modo di stare al mondo. E forse, dobbiamo come possiamo cominciare a pensare a questa cosa dell’ecologia come un problema politico.

Infine dobbiamo ripensare a delle questioni che riguardano la cosa pubblica. Il corona virus è una complicata prova generale, di fronte a sfide che si riproporranno: perché siamo tanti, siamo diversi, per il momento la tendenza procede verso l’autolesionismo globale, forse anche noi siamo bruchi programmati a erodere l’erodibile, e quindi c’è anche un pensiero da fare sull’arginare le conseguenze di questo nostro problematico stare al mondo. Rispetto ai bruchi, noi abbiamo una consistente capacità di variare e programmare i nostri comportamenti, non solo come soggetti singoli ma anche come soggetti collettivi. La nostra corteccia frontale è la ragione del nostro successo perché ci permette un calcolo strategico delle conseguenze, un cambio di rotta dei nostri comportamenti, dei progetti molto stratificati per proteggerci come gruppi. Siamo stati convinti e con diverse ragioni, che la mano invisibile che ci ha portato al progresso, fosse la nostra intelligenza individuale. La competizione, l’interesse personale, il desiderio di avere di più. Mi sembra allora che l’occasione di questo contagio – molto pericoloso e cattivo ma forse meno di altri che potrebbero arrivare – nelle complicate prove che ci mette davanti, ci offra pure l’occasione di rivalutare la nostra capacità di azione collettiva, di azione mirata al gruppo, sia in una prospettiva vasta – il pianeta, il mondo, le specie, la sostenibilità, che in una prospettiva ristretta, lo Stato, le strutture sanitarie, le tutele per i cittadini.
Daje, passerà.

Groove

E’ sera e l’uomo stanco, padre di due bambine, incontra la donna che ha smesso di amare e verso la quale non ha alcuna intenzione di ripresa, in un bar di periferia.
Le bambine gli gracidano attorno, come ranocchie nella laguna d’estate, intorno al pantano dei tavoli d’alluminio, le tazzine sporche, le bottiglie di plastica, mentre la donna che ha smesso di amare lo riconosce e non esita a travolgerlo.
Ehi, gli dice, abbracciandolo con disinvoltura.

L’uomo stanco la sente come lei è sempre stata, energica e setosa, più tardi ripenserà alla fatica che gli faceva provare, con tutto quel rumore che faceva, le labbra forti, il rossetto, e tutte quelle cose di lei che lo fiaccavano e lo facevano sentire vivo, lo rimettevano nel mondo – ma anche al bordo del mondo. Ne era stato davvero molto innamorato, per il senso che può aver la parola. Se lo sarebbe chiesto dopo cena, avendo messo le figlie a dormire, che vuol dire essere stati innamorati, oltre a quella cosa del corpo – un corpo dove tuffarsi, – nel dettaglio, una donna di fianchi ampi .

Vuol dire pensare che una cosa propria che non si credeva di poter avere mai, sta nella pelle di qualcun altro.
Per esempio un modo di spostare le sedie con un solo gesto, oppure, di fare una crocchia di lunghi capelli solo con l’ausilio delle mani, o anche di toccarti il ginocchio con tutto il palmo.
Tutte cose che mentre parla, lui constata, la donna sa ancora fare.

Tuttavia in quel frangente –  la piccola intanto si è messa a piangere, piange sempre che bambina complicata – con tutto quel lavoro della giornata sulle spalle, in quel posto dimenticato da Dio e dal buon gusto, non è contento di incontrarla. L’aveva lasciata andare con dolore, anzi l’aveva sospinta via dalla sua modesta riva, sicuro che – a ragione – non ci avrebbe messo molto a trovare un  altro satellite, mentre lui poi avrebbe ancorato  la donna che la sera più tardi lo avrebbe  invece guardato,  cercando di indovinare la ragione di un silenzio prolungato. Quella ha un corpo più esile, i capelli corti, altro colore e altro temperamento. 
 Ed è capace di porre delle domande.

Ora comunque, l’uomo stanco si vorrebbe  eclissare. Mentre lei lo guarda allegra, le dice che sta bene serrando le labbra, continua dicendo che certo dovrebbero rivedersi con più calma, non le dice che non vede l’ora che se ne vada, le dice ah si belle le bambine sono la mia vita, e tuo figlio invece?  Ossia le dona giusto, un po’ di cortesia – Ora addirittura alle medie, continua.
E’ indeciso se dissimulare o meno il fastidio e la distanza, ma in effetti dissimula poco, si alza di scatto scusami devo andare, Porta via le bambine,  muove persino le mani con una volgare impazienza.

E’ incredibile come cambiano le cose, si dice.
Sapendo esattamente cosa non avrebbe sognato.

 

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pesci

Sono due pesci di razze diverse, che stanno immersi nell’acqua di uno stesso affetto, di una stessa attrazione, di uno stesso desiderio, di una temperatura tiepida ma che arriva raramente alla freddezza. Certo ci sono anche i coralli, e le conchiglie del fondo del mare, e le grotte dove ci si può nascondere, ma per il resto sono loro, si girano intorno, si mandano messaggi in codice, silenzi e boccheggi.

Ma sono due pesci di razze diverse, e per questo non si capiscono. Quando l’uno si strugge l’altra si tace, quando lei avanza l’altro si frena. Sono anche pavidi, è una questione che forse hanno in comune, e anche gentili, un’altra questione che hanno in comune. Di lei per la verità no – di lei si dice che è irruenta – ma è apparenza e lui lo sa.
Di lui che è molto elegante- e lei ne è convinta.

Talvolta riescono a farsi più prossimi, e all’uno e all’altra arriva il riverbero di un’angoscia, o anche il sapore di un voler bene profondo e tenace, che riconoscono, e se ne rimangono perciò stupefatti e sorpresi, a volte persino felici, ma allo stesso tempo, per via di quel problema delle razze diverse, e delle lingue diverse, si rigirano le loro percezioni dentro e intorno al corpo al loro corpo di pesci che fluttuano e non sanno prendersi l’un l’altra.
E poi niente è un attimo. Tutto si sfila nell’acqua della notte.

Ogni tanto, uno chiede aiuto all’altra, più spesso il contrario. La voce è troppo flebile, la lingua sconosciuta, le parole troppo poche, qualcuno dovrebbe spiegar loro i trucchi di tutte le altre bestie del creato, per liberarli dalla gabbia in cui stanno imprigionati e separati, e che ha ancora maglie molto larghe.Il fatto è che si stancano. Si annoiano del loro stesso dispiacere. Eppure basterebbe un colpo di coda.
Ma forse uno dei due ora si andrà ad annidare in una grotta. Forse entrambi.

 

(qui )

Coronavirus e comunicazione scientifica

 

In linea di massima sono portata ritenere che la divulgazione, di qualsiasi argomento, abbia sempre una funzione politica La divulgazione infatti è l’emissario di una democratizzazione del sapere, e la si fa – o si dovrebbe fare – nella convinzione che sapere le cose, implichi potere, autonomia, maturità rispetto agli interlocutori, risorse nella gestione della vita.
In alcune materie, come la medicina, e in alcuni frangenti, come la gestione di pandemie, o di questioni come i vaccini o le cure ancora non sperimentate, questi aspetti politici diventano preminenti, perché la comunicazione scientifica, non ha più la funzione della ridistribuzione di un sapere, della comprensione di una logica, ma anche lo scopo di cambiare i comportamenti di chi la recepisce. Ossia, chi scrive da divulgatore sul coronavirus, non deve ottenere solamente che chi legge il suo articolo sappia quanto è importante lavarsi le mani spesso, ma che lo faccia. Che arrivi a lavarsi le mani spesso. Non deve dire solo quali sono i sintomi per cui una persona non deve contattare il medico, ma ora diventa davvero importante che la persona non lo faccia. Lo scopo della comunicazione in certi frangenti e in certi argomenti è davvero molto diverso che in altri, l’economia delle reazioni ha altri fattori: se certe forme irrazionali sono funzionali per esempio alle fasi di una campagna elettorale, nella gestione di una epidemia non lo sono affatto. Diversamente che la rabbia e l’eccitazione per un leader infatti, che muovono voti e creano vantaggi materiali, rabbia angoscia e stati emotivi largamente irrazionali generano effetti negativi per tutti: intasano i pronto soccorso, non incoraggiano azioni logiche.
Invece l’obbiettivo della comunicazione scientifica in questo momento, è incoraggiare azioni logiche.

Le azioni logiche, si incoraggiano quando l’interlocutore – ossia il lettore o il telespettatore, ma anche l’utente di un social network che segua la pagina di un divulgatore – si sente preso sul serio – quindi non svalutato. Tutti noi sulle nostre bacheche possiamo in quanto privati cittadini fare le nostre battute sul virus, o sul panico per il virus, e su quanto sono sceme le persone con la mascherina etc, ma chi invece è un referente su questi argomenti, deve sempre mantenere un basso profilo e mostrare di non svalutare mai le persone impaurite, e il loro timore. Si deve ricordare che il suo scopo non è avere ragione teoricamente, ma modificare i comportamenti materialmente, e qui comportamenti non si modificano facendo sentire gli altri svalutati e i loro sentimenti sciocchi. Anzi. Non serve dire cretini, guardate che da mo’ si schiatta di influenza, né a scemi la mascherina non serve. Non serve prendere in giro chi non vuole prendere mezzi pubblici. Fare queste cose in termini di comunicazione emotiva infatti manda i seguenti messaggi: il primo è io che ti parlo e che so le cose, sono potente e migliore di te, che non le sai e conti meno di me. Il secondo è che della tua paura non so che farmene, e te la puoi tenere. La recezione psicologica di questo messaggio che nove volte su dieci è preso sul serio è: hai ragione io non conto niente, quindi se faccio o non faccio le cose che tu dici io debba fare, non cambierà niente, perché per te è già deciso che io non conto. In compenso sono terrorizzato come prima, tu non mi aiuti me la devo spicciare da solo, le cose che tu dici non mi servono.

Dal versante opposto – e vedo che la stampa in Italia è letteralmente impazzita – non bisogna emotivamente colludere colla paura dicendo all’interlocutore che lui è solo la sua paura, ha ragione di averne. La paura, è un sentimento potentissimo, ed effettivamente mette mano al portafoglio volentieri, ama essere rinfrancata e capisco che questa cosa per i mass media in crisi sia una manna, ossia abbia qualcosa di economico. I giornali con il panico si vendono di più  – gli sponsor sui banner saranno maggiormente intercettati. Ma siccome la pandemia riguarda anche i giornalisti e magari un po’ di eticità nella professione potrebbe giovare, forse sarebbe più opportuna una comunicazione diversa dalle promesse di angoscia che circolano sulla stampa, con titoli roboanti. Il titolone roboante in prima pagina con VIRUS a caratteri cubitale che occupa la metà dello spazio disponibile, è un dialogo tra profeti di sventura e amigdala e ippocampo dei lettori. Ossia tra spacciatori di panico e aree cerebrali che si attivano per il panico, e che saltano a piè pari o quanto meno sorvolano le capacità riflessive della corteccia frontale. Spaventati, siete sufficientemente spaventati? A quel punto, mettere poi nel trafiletto il povero virologo che dica che i tassi di mortalità sono piuttosto bassi e comunque è prudente lavarsi le mani spesso, sarà altamente depotenziato.
C’è il VIRUS, a centro pagina.

Quello che serve è che chi legge, o ascolta o si connette a internet, si senta una persona adulta responsabile di se e del prossimo, presa sul serio, con cui si sta parlando di cose serie tra pari. Il che avviene scegliendo con cura le parole nel dire cosa è opportuno fare e mostrando di prendere sul serio i timori di cui è eventualmente portatore.   Fornire dei perché quando è possibile non è peregrino. La capacità delle mani di toccare tante superfici e la nostra tendenza a toccarci il viso, la bocca con gesti automatici e irriflessi le rende per esempio un medium molto potente per il contagio, un medium più potente della nostra bocca: ed ecco perché lavarle spesso e a lungo è più protettivo di indossale una mascherina. Spiegare serve non solo a far capire – ma serveanche  a dire all’altro: io so che tu capisci perchè sei come me, che dici, ci conviene agire di conseguenza?.

Infine, due cose. La prima è che secondo me prendere in giro il panico in questo momento storico è una difesa da quel panico stesso che probabilmente potrebbe persino essere condivisa in qualche remota zona della coscienza, ma che funziona moderatamente perché il panico oggi ha una sua ragione oggettiva. Abbiamo vite più lunghe, facciamo pochissimi figli, questa unica vita che è la nostra non si perde per eredi e ora sappiamo che vale moltissimo. Rispetto a cento anni fa, centocinquanta, oggi è tutto diverso. Ai primi del novecento era un miracolo ancora arrivare all’età adulta, e insomma le probabilità di schiattare una consapevolezza amara continua e pervasiva, per cui insomma il panico non aveva ragione di essere. Nei libri di storia delle malattie si spiega per benino il perché l’atto più importante per i genitori era battezzare i bambini, perché si considerava probabile che i figli morissero presto. Non c’era la possibilità di fare altro. E’ comprensibile perciò che ora, che si ha la possibilità di controllare così tante cose, si abbia il terrore di non controllarne qualcuna, o che siccome non morire per problemi di salute è una possibilità concreta, se arriva una pandemia generi angoscia. E’ sciocco non prendere sul serio le ovvie conseguenze di cambiamenti socioeconomici così epocali.

In secondo luogo, se c’è una cosa che è complicata da un punto di vista cognitivo ed emotivo, è la gestione della media preoccupazione e del medio rischio, come è il caso del coronavirus. La normale influenza non ammazza nessuno, Ebola ammazza quasi tutti quelli che gli capitano a tiro, qui abbiamo un virus che ne ammazza pochi dei tanti che si prende, ma siccome se ne prende tantissimi non è proprio una sciocchezza. Dobbiamo saper stare quindi in una media preoccupazione. Non possiamo quindi né schiacciarci nella preoccupazione zero – fare come se niente fosse – né in quella del massimo pericolo fidandoci cioè del panico – il quale, ci è stato fornito non a caso. Dobbiamo saper stare nel mezzo anche se implica una sorveglianza emotiva importante – e un certo controllo cognitivo su quello che facciamo.
Mi sembra importante tenere conto di queste cose.

Diaristica

A mio padre piacevano poche delle cose che piacevano a me. Per esempio ascoltava della musica che non capivo. Ma il problema anche con mio padre, era che per l’esattezza avrebbe voluto ascoltare delle cose che non capivo, né io né nessuno, ma non trovava mai lo spazio, non sapeva prenderselo. Sicché queste cose che piacevano a mio padre, Luigi Nono, Husserl, erano per via della sua ritrosia, l’a priori della non comprensibilità, l’estetica non estetica per antonomasia, l’antimondo dell’esperienza.

(Mio padre aveva una vita segreta, circa un paio d’ore al giorno al mattino presto, prima che ci svegliasse a noi e ci facesse la colazione, in questa vita segreta leggeva cose che io poi avrei cercato di capire, di amarle, leggeva di filosofia della scienza mio padre, fino alle sette e mezzo, l’ora in cui cioè diventava mio padre e contribuente, e libero professionista di modesto talento, perché è difficile che lavori bene quando non sei te.
Penso che stesse anche con la gatta, in quelle ore del mattino. Forse una delle poche linee di continuità. )

Mio padre poi la sera si lamentava che per strada la gente non sorridesse affatto, e delle persone aveva un modo stralunato di parlare, di descriverle, come se avesse la consapevolezza di fare un ritratto inevitabilmente incompiuto. Amavo il suo modo di usare la parola “matto” – e anche il termine suo amato, “medico dei matti”. C’era nell’uso così premoderno del termine, e nelle facce buffe che faceva, la consapevolezza di un mistero e una forma di rispetto. Diceva matto, in un modo gentile, antigerarchico, orizzontale, forse ammirato del potere della bizzarria, ma con la consapevolezza della spina dolorosa. Mio padre certo sapeva)

(Nella vita ti cerchi maschi che si avvicinino a quella testa li, all’inizio, ma poi corri verso quelli che ci si si discostino pure, perché se no metteranno il meglio di se nelle ore prima delle sette e mezzo, tutto quello che sono prima della colazione con te, e allora dici no – meglio uno che ci ascolto le stesse cose che ci parlo degli stessi romanzi. Meglio un maschio diverso. Ma recentemente mi è capitato un amico che ha usato la parola matto allo stesso modo, parlava di chi sa che cosa di lavoro, ha detto “quello è matto sai”, poi si è mosso nervoso sulla sedia, ha girato il caffè, si è toccato gli occhiali , mi venuto da accarezzargli i capelli. Anche se non l’ho fatto).

Poi mio padre, a volte sembrava abitare su un’isola di quelle vicine a riva, che pensi, ma sai a nuoto ci arrivi presto, ma poi capisci presto un corno affogo a metà strada, allora ti metti a parlare co st’isola vicina che ti dice cose che capisci e non capisci, che boh chi sa che dice veramente. Per esempio qualche volta mi ha mandato delle lettere, parlavano di politica, e non ho mai saputo bene, se volevano dirmi qualcos’altro col pretesto del conflitto.
(Certe volte mi dico, ho fatto filosofia per prendermi quello che mi riusciva di capire di lui, poi mi dico, poi ho fatto il mestiere che ho fatto per capire quello che mi rimaneva di non capito).

 

(per una convergenza – qui)