la velina di Schroedinger. Sessismo, capitale e democrazia.

In questi giorni il dibattito pubblico si è infervorato nuovamente – era un po’ che non accadeva – per questioni di sessismo – La rete si è incendiata – per due episodi.
Il primo episodio ha riguardato la campagna pubblicitaria per la lotta all’alcolismo che è uscita in Sicilia ed è durata un giorno. Vi si vedeva una donna disegnata molto graziosa, il cui seno abbondante combaciava con due calici di vino. Per dei motivi arcani si doveva intuire che il vino che combacia con il seno piacevole di una donna, e che è considerato piacevole bere doveva procurare degli effetti sgradevoli, impossibili bisogna dire da evincere dalla campagna pubblicitaria essendo che un bel seno piace agli uomini da toccare, e alle donne da avere. La campagna poi è stata subito ritirata, subissata dalle critiche. Il pressappochismo della committenza era caduto nella trappola del sessismo: nei confusi desiderata del progetto bisognava far capire che bere alcolici allattando fa passare la tossicità dell’alcool al latte per i bambini, ma all’idea del seno, la prospettiva sessista – quella per cui una donna è solo ed esclusivamente oggetto erotico – si era cannibalizzata il progetto pubblicitario. La graziosa ragazza del disegno, non è una consumatrice a rischio che perde la salute, non è una madre di cui si veda un figlio in pericolo, non è un soggetto acquirente di alcolici, è invece una ragazza felicemente disponibile sessualmente. Il che come dire, va nella direzione ostinata e contraria ai presunti intenti della campagna pubblicitaria.

Qualche giorno dopo, Amedeus in conferenza stampa comunica la ratio della scelta delle donne che saranno insieme a lui sul palco di San Remo, e precisa continuamente che le ha scelte perché sono molto belle. Di una di loro dice che invece l’ha scelta, oltre per il fatto che è molto bella, perché sa stare un passo indietro rispetto al suo fidanzato, Valentino Rossi, che è un grande uomo. Non credo che Amedeus si fosse preparato molto alla conferenza stampa, non credo che lo ritenesse importante, e ha detto con semplicità la prima cosa che gli è venuta in mente – e che io ho personalmente decodificato con, io vorrei essere io il fico che sta sul palco, e non voglio rotture di coglioni, per questo mi sono preso sta mandria di femmine che mi decorano, ma delle cui competenze non me ne può fregare di meno e manco a loro . Anche Amedeus è stato subissato di critiche, ha cercato di ritrattare nei limiti ideologici e intellettuali che lo connotano – non abbiamo memoria di dichiarazioni particolarmente intelligenti di Amedeus, men che mai di conduzioni particolarmente brillanti e insomma se era sessista in conferenza stampa e piuttosto rozzo in conduzione, non si capisce come possa fare a smettere il giorno dopo – ma di fatto il problema è lo stesso della campagna pubblicitaria per l’alcolismo: il sessismo cannibalizza la professionalità del prodotto. In questo caso arrivando a affermazioni paradossali: Metto sulla scena donne, che dunque devono sapersi far ammirare da tutti e ma non tenere la scena, donne che apprezzo perché stanno un passo indietro e non si prendono la scena, nonostante debbano andare in scena.
Abbiamo insomma la velina di Schroedinger.

Se il sessismo cioè è quella cosa per cui una donna non deve essere soggetto erotico solo nella sua identità privata e relazionale – cosa necessaria buona e giusta – ma in tutti gli altri campi dello scibile – cioè quando è madre quando beve alcolici quando lavora e quando è soggetto pubblico, il sessismo è quella cosa che mette a repentaglio i campi in cui si applica, perché la dove si deve parlare di prevenzione parla di sesso, dove deve parlare di competenza parla di sesso, dove deve parlare di convenienza parla di sesso.
Se le presentatrici con Amedeus devono cioè solo essere belle e tenere un passo indietro, quindi no techne, no curriculum, no competenze ma chi ci avremo?
A dirvela franca io con questi criteri, ho paura che all’Ariston quest’anno ci siano tutte mezze seghe.

Qualche anno fa Houellebecq aveva fatto un romanzo che aveva suscitato più scalpore per la trama onirica che per la prosa brillante. In Sottomissione, lo stancante regime del capitalismo avanzato e prestazionale,  collassava in un dominio islamico dove in occidente le donne finalmente stavano a casa e basta correre, e basta andare di qua e di la, basta plastiche e seduzione coatte, i maschi si prendevano il pubblico e tutti parevano un molto più depressi falliti, ma riposati. Houellebecq viene spesso descritto come sessista e io trovo che invece sia largamente frainteso –è capace di individuare alcuni vettori psicologici importanti perché l’aspetto prestazionale del capitalismo avanzato esiste e per le donne assume vette parossistiche – il passo indietro infatti con figli lavoro lontano da casa genitori anziani a volte è una chimera seducente. Sottomissione era il sogno di una collettività in difficoltà più che una distopia credibile, perché anzi questo ribaltamento non è in scena affatto e non è probabile che si materializzi. Per quanto noi si abiti un paese profondamente maschilista la partecipazione delle donne alla cittadinanza attiva e alla strutturazione del capitale è una questione assodata, e da cui credo si può moderatamente tornare indietro – se lo si fa, ciò ha dei gravi costi economici e politici. Per il nostro capitalismo infatti, le donne sono un soggetto a cui non si può rinunciare: perché lavorando lo sostengono, perché comprando merce lo sostengono, perché oggi in una coppia una moglie casalinga è un lusso che spesso non ci si può permettere, basta un mutuo o un affitto che nella coppia uno paga la casa e l’altro la pagnotta.

Una mia informazione aggiuntiva. Gli indici Istat dell’occupazione in Italia, attestano l’occupazione femminile intorno al 50 per cento della popolazione globale (dati del 2018). Ho fatto personalmente in passato le ricerche per Istat per questo tipo di indagine e ho avuto la netta impressione che per la sua struttura – Istat si presenta come un organo giuridico alle famiglie, per cui se non rispondono incorrono in una sanzione, non potesse rilevare il lavoro nero. Quello che voglio dire, è che in una economia sessista con una larga evasione fiscale, è probabile che le donne che lavorino in modo non contrattualizzato siano molte e che se quel lavoro nero entrasse negli indici la distribuzione statistica sarebbe diversa)

Ora capitalismo e democrazie avanzate sono macrostrutture che si reggono in piedi grazie a un sottoinsieme di azioni complesse, visioni del mondo articolate, saperi strutturati, prospettive multidisciplinari. Tradotto: noi siamo quello che siamo, abbiamo quello che abbiamo – sanità inps, film, libri, pubblicità di enciclopedie come pubblicità di mutande, stadi piedi e stadi vuoti, e in ultima analisi soldi che girano, stipendi, appalti, come assegni di invalidità grazie a questo enorme baraccone delle azioni complesse e dei saperi strutturati. Questi saperi strutturati hanno anche colonizzato – capitalizzandoli ma anche rendendoli appannaggio di un supporto statale atti, azioni, competenze, e responsabilità che nelle economie preindustriali – e in assetti culturali lontani dalle prospettive occidentali erano appannaggio delle donne. La medicina, la psicologia, l’assistenza agli anziani, l’economia domestica, l’ostetricia, la cura della prole, l’educazione e l’istruzione non sono più faccende della casa, faccende del privato, affidate all’intuito e all’estro delle femmine del branco, ma sono diventate una classe di temi e azioni che sono correlati a dei saperi e sono iscritti in un discorso pubblico e nel pubblico modo di usare il capitale. E’ una cosa che si chiama progresso – perché da questo passaggio dipendono molte libertà nostre, molte maggiori possibilità, e una protezione che arriva da più fonti, e che ci offre molte più garanzie. Questo è successo anche per una maggiore disponibilità di risorse, ma ha a sua volta creato economia e denaro. E’ un salto che ha creato l’industria, e il foraggio che all’industria è stato offerto dal colonialismo, ma che poi ha procurato altri soldi, un meccanismo che si autoalimenta generando un voltaggio diverso dell’economia. Quindi quello che possiamo dire adesso, del nostro mondo, è che donne e uomini sono transitati in un’organizzazione diversa dei ruoli di genere, perché è anche cambiata l’economia in cui sono iscritti, e le possibilità in termini di qualità di vita che essi hanno. L’abbandono della vecchia staticità dei ruoli di genere è funzionale a questo voltaggio diverso. Abbiamo bisogno di tante persone che fanno tante cose, tante persone che sanno tante cose, tante persone che offrono sul mercato tante cose, tante persone che acquistano sul mercato tante cose, e banalmente oggi, solo i maschi a fare tutto ciò non ci bastano più. Non ce lo possiamo permettere manco volendo.

Idealmente – si tratta di una polarizzazione concettuale che serve per capirsi – l’organizzazione maschilista dei ruoli di genere – quella per cui la donna è principalmente solo un oggetto sessuale, e tuttalpiù limitatamente responsabile degli aspetti domestici della vita, è di contro funzionale a contesti economici dove le risorse in ballo sono molto di meno, il voltaggio dell’economia ha circuiti più modesti, le cose da poter fare e da poter avere sono molto poche: c’è la fame, la mortalità infantile, e le risorse ridotte possono essere amministrate dalla metà della popolazione attiva, mentre capitalizzare e disciplinare facendoli diventare monete pubbliche le agenzie del privato è un costo che a bassissime risorse non sempre si riesce a sostenere – è in sostanza una economia diversa da avviare ed è temerario, spesso anche impossibile, inventare capitali da investire.

In questi termini il comportamento sessista è una specie di ponte radio con un passato dell’economia e dello stile di vita che non ci appartiene, e anche un dispositivo che in qualche modo cerca di riportarci ad esso – perché ogni volta in cui si applica comporta una cannibalizzazione del sapere e una perdita economica, in qualche modo erode il funzionamento della macchina, perché produce uno scarto un disavanzo che dissipa qualcosa, che a volte è immediatamente visibile altre meno.La regione Sicilia fa una campagna di prevenzione per la quale stanzia del denaro, se non altro per la sua diffusione, ma deve ritirarla per quanto è inadeguata – denaro perso. Anche se non l’avesse ritirata sarebbe stata ugualmente inadeguata, quindi inefficace, quindi denaro perso. Ritirata o non ritirata il sessismo ha cannibalizzato per un verso competenze (non c’è traccia di saperi di comunicazione sociale, psicologia del lavoro, marketing, si è scoperto che l’immagine della donna era anche stata trafugata) ma si cannibalizza anche l’utenza, alla quale il messaggio così congegnato non arriva (la pubblicità contro l’alcolismo è stata fraintesa da molte e molti come una pubblicità in favore del vino).

La questione di fondo, è che il sessismo costa – non è al passo con il capitalismo avanzato, il quale per macinare introiti, e benthamianamente far girare soldi per più persone possibili, deve avere come soggetti e come destinatari tutti i suoi commilitoni, senza target troppo ristretti. mentre il sessismo è quella cosa che per esempio spesso e volentieri toglie le donne dall’essere target e le fa diventare complemento di argomento per cui alla fine, banalmente, il target si restringe. Ad esempio se uno che vuole vendere caldaie, ne fotografa una e ci mette una signorina col culo sopra e con sotto scritto senti quanto è calda, si rivolge all’uomo che potrebbe comprarsi la caldaia perchè nella sua sfera onirica ci include la signorina nel pacchetto, ma dimentica il fatto che i cordoni della borsa in tema di caldaie ce l’hanno anche le signore di cinquant’anni con tre figli, che potrebbero sentirsi urtate tanto quanto i signori che sperano di portarsi a letto la caldaia con la signorina sopra – una campagna diversa avrebbe allargato il target della comunicazione pubblicitaria. Il sessismo è quella cosa per cui, se tu assumi una solo perché è simile alla signorina della caldaia, tu avrai un’incompetente che pagherai tu, per il lavoro che non fa. Ma è anche quella cosa per cui, siccome per te una donna è interessante solo perché somiglia alla signorina della caldaia, quando ce l’hai in ufficio non le fai fare le cose, la metti alla macchinetta del caffè, le cose le fai fare a un altro, tu ci hai un problema di risorse economiche perché hai del lavoro produttivo che stai sprecando. Se pure prendiamo sul serio gli indici istat sull’occupazione femminile, che per forza eludono il lavoro nero, dobbiamo comunque tenere conto del fatto che il 50 per cento delle donne italiane lavora, e quindi, il fatto che come soggetto democratico e come oggetto di democrazia, come soggetto economico o come acquirente, queste donne sono qualcosa di altro rispetto alle zinne con il vino rosso, e ogni volta che trascuri tutte le competenze che si interfacciano a loro come soggetti diversi dal paio di tette col vino dentro, tutte quelle che le prendono sul serio, tu hai una perdita economica.

Ora non è che la relazione di proporzionalità diretta tra avanzamento di una economia e lo stato in cui versa la sua popolazione femminile sia un concetto nuovo. Ma a me pare che in Italia si crei una discrasia, perché grazie alla notevole quantità di risorse di cui dispone per il momento è ancora annoverabile nel gotha delle economie avanzate e delle democrazie del primo mondo, ma tratta le sue donne sempre peggio, con modalità vicine a Stati del terzo, e lo fa oggi più di ieri, oggi molto di più che vent’anni fa, il che s è la prova di una caduta rovinosa, di una retrocessione sociale e finanziaria, che si fa incalzante. E’ come se a ogni Amedeus, a ogni pubblicità sessista, a ogni comunicazione sessista a ogni organizzazione sessista, noi assistessimo a questa cosa paradossale della velina di Schredinger per cui alle donne si chiede di stare dentro al capitale alla maniera dell’oggi e delle società moderne, ma si faccia in modo materialmente che stiano un passo dietro ricordando la società degli antichi.
Non arriveremo agli antichi. Arriveremo invece a una arrancante, modesta, asimmetrica mediocrità. La scivolata fuori del primo mondo.

ma veramente io

Il paziente guarito non può più scrivere le lettere d’amore che confezionava un tempo, anche se ne conserva la tentazione, perché è pur sempre una delle cose più belle che si possano ricamare, una lettera d’amore ben scritta, s’approfitta di una certa confusione.
Per chi è quella cura delle parole, per chi la riceve o per chi la scrive? Quale amore conta di più alla resa dei conti, quello celebrato nelle righe, lo strazio disaminato, o l’esito di ammirazione a lettura ultimata? La commozione da precisione metaforica? E se colasse del compiacimento al terzo capoverso? E se nell’industria della precisione, il destinatario si rivelasse più lo scrivente che il ricevente? E’ lecito, si chiede, far capire all’altro che lo si usa anche per capire un po’ qualcosa? Penserà che mi amo troppo?
Ma se l’analista m’ha detto che è na finta, che mi amo troppo poco. 

Il paziente che si scopre innamorato, si mette allora li a lavorare sul suo strazio, e studia il cosa dire, e il cosa fare, cancellando le ridondanze, asciugando le teatralità, gli hanno spiegato che quello che conta alla fine è la genuinità del sentimento, pare che quello basti, che alle persone degli aggettivi non importi proprio niente, madonna che palle, ma che davero, ma che gliene dovrà fregare dell’amore mio così spoglio? Che dovrei fare io, secondo costoro, scrivere una frase sola, soggetto verbo complemento oggetto, a esagerare un avverbio, moltissimo, per dire, una parafrasi modesta, senza di te sono morto, e quella la che lo legge, pensa il paziente guarito, ma forse a metà, ma vedrai che muore invece lei, ma di noia, senza orpelli, senza specchietti, senza neanche un mazzo di fiori.
Come fanno a sentirsi amati questi che ricevono biglietti da un rigo solo.
Tutto quel silenzio intorno.

S’atterra mesto. Guarito ma solo un po’. Ha lasciato tutti gli scudi e tutte le spade. Non è più plateale, non è più brillante, non è più niente di niente. C’è stato un momento in cui ha creduto che quel che rimaneva potesse essere meritevole di una qualche attenzione, ma boh rimane quel senso di truffa di un tempo, quel sapore di impostura, anzi è caduto in una impostura svelata, mentre l’oggetto del suo amore, gli pare di una perfezione languida e inaccessibile, e se anche sa, perché lo sa, che c’è una porta aperta che lo aspetta, una porta dolcissima e paziente, non riesce a raggiungerla.

E’ guarito troppo poco, si gira, sospira, accende una sigaretta. Rimanda.

 

(qui)

Sulla moda per le donne

Se c’è un’area che in occidente per le donne, e in questo momento storico più che in altri, rappresenta un incrocio di espressione di se interessante, di codifiche della personalità e dei modi di essere, ma anche di gravi contraddizioni e di questioni sia negative che positive, è l’area dell’estetica, del vestirsi, delle scarpe che si portano. E’ un tema secondo me, particolarmente incisivo in Italia, perché l’Italia è stata una regione dove un certo artigianato della moda ha portato a risultati così importanti, così apprezzati sul mercato estero per cui credo, che una certa affezione al concetto di eleganza, anche se poi si traduce in mille rivoli, è qualcosa che ha a che fare con il carattere nazionale, qualcosa che ha a che vedere anche con una percezione dell’identità. Anzi, la cura nel vestire dell’italiano, era oggetto di umorismo per non dire sarcasmo nell’America della prima metà del novecento, dove veniva indicata spesso come una caratteristica tipica dell’Italia – e irrisa come segno di vacuità e vanità. In altri termini invece era una peculiarità considerata tipica del Vecchio Mondo, come sintomo della sua passione per la dimostrazione del potere e delle gerarchie di classe, che la cultura nordamericana ha spesso desiderato occultare.

I vestiti e le scarpe delle donne, dove naturalmente si usano e si possono usare, sono a tutte le latitudini comunque, il foglio bianco dove si esprime una visione del mondo, una collocazione di se, un ruolo di classe, un’ambizione politica, sociale, emotiva. Gli uomini si sono spesso vestiti con codici molto più semplificati, dal momento che nel sistema sesso genere, liberati dalla livella che metteva le donne a casa a guardare alla prole hanno spesso potuto fare cose, che definissero al posto loro le logiche di status e di rappresentazione di se. L’uomo è sempre stato prima di tutto  quello che fa, e quello fa, è diverso da un uomo a un altro. Il suo abitare il mondo è sempre stato definito dal suo habitus professionale. La donna invece è sempre stata livellata nella democraticissima gestione del privato, che da un certo punto di vista potrebbe  pure essere sempre uguale per tutte: il focolare, i bambini, la cena. Poi basta. Di scrivere non se ne parla. Di lavorare no. Di votare manco. L’unico terreno su cui poter dire le cose era la stoffa degli abiti e la foggia delle scarpe. Dichiarare un’appartenenza, un umore, un potere. Ma anche un modo di interpretare il proprio modo di essere donna  – perciò uno  dei pochi linguaggi accessibili anche per dire delle cose ad altre donne, anche per stabilire delle gerarchie tra femmine di branco era rappresentato proprio dall’abbigliarsi. . L’abito è stato il primo atto politico possibile delle donne.
Questo linguaggio , con la rivoluzione industriale, l’energia economica garantita dal colonialismo, per un verso, ma anche il sessantotto per un altro, e la liberazione sessuale, fino al lavoro e alla compartecipazione nella sfera pubblica – votare, lavorare, scrivere, esserci è andata pontenziandosi anziché riducendosi, e oggi raggiunge in occidente livelli altissimi, perché in questo momento storico della moda, si è aperta una stagione di citazionismi che vengono utilizzati come tanti armadi possibili di tante modalità di essere diverse. Fino a qualche anno fa – forse un decennio? Forse fino a tutta la fine del novecento? Non saprei dire – c’erano delle mode dominanti che interpretavano l’idea dominante del femminile secondo un certo momento storico con poche aree alternative o eccentriche. Il vitino di vespa della gentile signorina che negli anni 50 metteva la gonna a ruota, oppure i pantaloni a zampa di elefante della ragazza scanzonata degli anni settanta, fino alle giacche con le grandi spalline degli anni 80’ dove si cominciava a proporre un femminile competitivo e nerboruto che si radicava nel mondo del lavoro. Tanti vestiti per tanti ruoli sociali percorribili. Oggi, in realtà si possono pescare tutte queste cose simultaneamente, perché le donne si vanno diversificando, e trovi tutto: i vestitini con la ruota, i tailleur anni 40, la scarpa stondata degli anni trenta, una vastissima congerie di visioni del mondo, ruoli sociali, modi di vivere l’identità e la relazione, e che combinino insieme modo di percepirsi, cose da dire agli altri, cose da dire di se. Si cita spessissimo perchè ci sono mode, icone, simboli che si portano appresso qualcosa di nostro. Ognuna ha il suo piccolo pantheon di riferimento.

E certamente incidono nell’uso di questo linguaggio, le cose da dire agli uomini.
L’idea dell’estetica delle donne come un effetto del patriarcato, è stata un dirompente, e per un certo momento storico indubbiamente salutare, portato del femminismo. Ma anche della critica della moda e del costume. Molti vestiti in molte culture hanno costretto le donne a grandi sacrifici, i bustini strettissimi per esempio, le pesantissime crinoline, in generale le lunghe gonne che impedivano i movimenti, certe scarpette deliziose con cui riuscire a muovere pochi passi, vestiti che plasmavano il corpo delle donne, per portarlo all’ideale estetico di un momento culturale –cosa tra le cose nelle mani del maschile. Le donne come mezzo del piacere dell’uomo. Secondo quello sguardo critico, tutto l’essere delle donne quando si vestiva, si identificava con l’essere il mezzo di piacere, e si sforzava di saturare l’ideale erotico di una parte maschile. Il vestirsi in modo eroticamente provocante, il mettere delle scarpe con un gran tacco, erano modi per farsi parlare dagli uomini, a discapito della propria comodità e individualità.
Questa critica, andava pronunciata e messa sul tavolo, e per un certo verso penso che abbia fatto del bene. Va a cadere però in una zona complessa, in un intreccio complicato e fascinoso, dove l’uso dell’abito come semantica do potere, di identità, e di personalità, è parte del gioco benché importante, ma dove c’è anche un complicato groviglio di vettori per cui: ci sono donne a cui piace piacere agli uomini, donne a cui piace piacersi, donne che identificano le due cose insieme, donne che si sentono soggetto nel sedurre. Questo modo di stare nel mondo delle relazioni non riguarda tutte le donne, ci sono quelle che non vogliono piacere affatto, poi ci sono quelle che per esempio vogliono piacere ad altre donne, e insomma quando c’è democrazia c’è anche democrazia esistenziale, ma di fatto cal centro di tutto abbiamo la zona incandescente dell’erotismo, e del desiderio desiderio dello stare in relazione, e di essere apprezzate, e persino eroticamente apprezzate,  da quei maschi che di quel desiderio e del proprio hanno fatto un atto di subordinazione politica.  Qui sta la questione – siccome c’è stato e latenetemente rimane, una gerarchizzazione del potere sociale, che è passata dal vincolo della relazione sessuale, che bisogna fare qualora piaccia comunque la relazione sessuale?

Non credo che la soluzione percorribile sia la negazione del piacere seduttivo, così radicato in tante persone, e così sano, vitale, libertario, men che mai nella negazione di un linguaggio parlato da tante, le scarpe alte basse strette o larghe, le gonne corte o lunghe. Penso che invece giovi il diritto politico alla soggettività sessuale nella democrazia, e il diritto a essere come si vuole come identità scorporabile dal ruolo pubblico. Questo è il privilegio che molte – purtroppo non tutte forse manco la metà di noi, ma insomma molte hanno rispetto alle nostre madri. Possiamo parlare ancora un linguaggio che è anche relazionale e privato, il femminile vanesio che è un po’ come la margherita che chiama l’ape, senza che questo intacchi i nuovi linguaggi conquistati e che definiscono altri aspetti dell’identità. La margherita deve poter andare a lavorare, e parlare di lavoro, a prescindere dal suo essere margherita. Fuori dal suo contesto professionale, e in virtù del suo consenso, qualcuno potrà anche invitarla a cena proprio per quei petali e per come li ha scelti, per le cose che dicono di lei come margherita.

Un buon anno di realismo magico

Ai nati di gennaio, venuti al mondo col freddo e nell’incertezza degli oroscopi, vorrei far trovare un letto matrimoniale radiocomandato, con piumone ma anche lo scaldasonno de longhi, le ruote e il telecomando, possibilmente king size, con cui portare trafelatamente i bambini a scuola la mattina, sfrecciando per i viali alberati, con addosso ancora appiccicati i sogni e le favole della sera prima. Davanti a scuola si potrebbero spiumacciare i figli insieme ai cuscini, poi i nati di gennaio potrebbero infilarsi un mantello e correre al bar vicino, un caffè doppio grazie, la giornata sarà lunga.

Per quelli di febbraio, che nessun prende sul serio, quelli che son nati a carnevale per cui ogni scherzo vale, questi potrebbero avere un comitato elettorale che si materializza in ogni discussione, rendendoli imbattibili, per esempio quando ad una cena di lavoro, dovessero ritrovarsi in una discussione in cui estremi e romantici, sono gli stessi del mese di san valentino daltronde, dovessero difendere una tesi irrazionale e insostenibile, il ritorno del soviet come organo decisionale, l’obbligo di legge della panna cotta nei ristoranti – oggi pericolosamente sostituita dal tortino al cioccolato, e mentre tutti parlano di democrazia e scuole di cucina, gli ostili alla panna cotta si levassero nella discussione come gendarmi, all’improvviso spunterebbe l’intiero organigramma del più gajardo ristorante di Nuova Yorke, a dire che no, oggi senza panna cotta non si va da nessuna parte.

Quelli di marzo cocciuti come la primavera che torna, un pianeta di riserva magari anche con gli atolli, fanno più pianeta gli atolli, che li possa aiutare nei momenti di scacco, infondere calma per esempio, capacità di discernimento, saggezza financo filosofica, quando arrivasse il pirata della strada a soffiargli il parcheggio, l’impiegato di sportello a non rilasciare il documento, la prova dell’esistenza kafkiana a cui siamo comunque condannati.
(Ma anche, mi rendo conto, sarebbe bello anche un’arma caricata a salve, una baionetta da guerra di indipendenza, qualora i salubri influssi del pianeta personale non dovessero fare effetto. Bang farebbe la baionetta malignazza facendo paventare uno scoppio atomico a cui il maleducato capirebbe di essere sopravvissuto per sbaglio)

Per i nati di aprile, che magari sono stati sciatti negli affetti, un’onirica cabina armadio, che dal sogno aiuti a essere più precisi ed eleganti, meno stupidi e cattivi, come spesso fanno essere le scarpe sbagliate. Prima di un nuovo appuntamento questi nati scellerati e sanguigni, potrebbero impegnarsi nel lavoro onirico, trovare una giacca affettuosa, che li faccia sentire magri e generosi, e potrebbero lasciar perdere quei completini da difesa e da battaglia solitamente ispirati a Paco Rabanne, che non servono a nessuno, sono di cattivo gusto e fanno fare moltissime gaffes. La giacca potrebbe essere del loro colore preferito, ma con un taglio di armanesca e seduttiva sobrietà – anche se per quest’ultima, i nati di aprile hanno bisogno di esercizio – quanto meno nella mia esperienza.

Per i nati di maggio, mi piacerebbe un mese intero di primi maggio, un’orgia di stelle rosse e colbacchi e feste di quartiere, tavolate intere di pecorino con le pere. Dove passerebbero questi nati festosi fiorirebbero rose e mimose, che sarebbero tipiche del loro mese, se non ci fosse questo clima stralunato, e quando loro decidessero di attivare questo loro mese personale, il mese di maggio dei primi di maggio, azionabile con un interruttore segreto posto sull retro del loro comodino, la loro casa si aprirebbe come quella con cui giocano le loro bambine si riempirebbe di gagliardi ferrovieri e capi mastri, massaje pettorute porterebbero crostate di fragole e casseruole di crema pasticcera, il che io penso, in certe mattine di diverbio con le mogli arrabbiate, potrebbe tornare utile.

A quelli di giugno, che poveracci oramai stanno pieni di estate, e già cominciano a sudare da marzo, mi piacerebbe recapitare una macchina del caffè – moka – capace di leggere nel pensiero, semovente, empatica, che porterebbe di sua sponte il caffè scekerato pure, in ogni tempo e in ogni luogo, dando anche ai nati di giugno in questo modo un alone di inconfondibile prestigio, anche di fachiresco superpotere, per esempio i nati di giugno galanti che volessero intraprendere una lieson con la segretaria del direttore, potrebbero coglierla piacevolmente di sorpresa quando all’ennesima angheria del di lei capo, volessero colpirla dicendo so cosa desideri, una volta nella vita, e vicino alla bionda e affranta signorina si materializzasse la caffettiera, con anche una tazzina di ginori, e un bricchetto di latte ( e a quel punto, tocca sperare che se la signorina fosse una nata di aprile, che si metta la giacchetta giusta, se no sono guai)

Giacché i nati di luglio non difettano di fantasia, ma sono spesso funestati o dalla ubris o dal super io, per cui alla fine sono più capaci che bizzarri, malgrado il talento inespresso, avrei pensato a un tappeto di questi arabi che vennero al mondo nostro con le Mille e una Notte, dove poter andare dove di solito non vanno, volare nel cielo, saggiare cosmogonie lontane, sopra ci metteremmo un’odalisca e un vaso di pandora, e pure un saggio di Edward Seid, che di questi realismi magici spiegherà la razio tranquillizzandoli per i nuovi voli ardimentosi, da cui poi però potrebbero trarre cronache gustose, con cui intrattenere gli amici, su cui scrivere sui giornali e chi sa cos’altro di mirabolante.

Per i nati di agosto, provando io una malinconia infinita, giacché l’estate ormai anche loro li perseguita da mesi e ancora imperverserà nei mesi a venire, e osservando come rischino di vedersi il compleanno infangato da indecorosi concertoni con musichine tremende, e anche gelati malamente incartati e di già sciolti, vorrei regalare una lampada d’aladino che produca con un mero strofinamento un compostissimo salotto di Ralph Lauren, bouisaerie per ogni dove, signore in tartaran e fili di perle a schiovere, un dolce tepore garantito da un gajardo caminetto, simbolo di passione sempre frequentabile per quanto nel buon gusto e nell’ordine, e in questo salotto i nati di agosto potrebbero bere brandy e parlare con i loro amici del cuore, alle bisogna improntare anche una scena di sesso sopra una pelle d’orso, come nella migliore tradizione delle soap opera americane, di cui tutto sommato Ralph Lauren ha interpretato negli anni l’onirico sogno di classe. ( E pure nostro che se le guardamo)

Purtroppo ho avuto recentemente un diverbio acceso con dei nati di settembre, ma ugualmente converrete che una crema per il viso che moltiplichi i neuroni, o che li renda improvvisamente argutissimi e lesti, possa essere d’aiuto a tutti anche ai più sagaci, anche ai più gagliardi, mentre quelli invece che si sono rivelati più tonti potrebbero trarne un improvviso beneficio. Si consiglierebbe di mettere questa crema per il viso mattina e sera, per cinque giorni prima delle elezioni politiche e amministrative, prima dei ballottaggi, quando si comincia a pensare come ottenere una richiesta di matrimonio, e altre cose importanti della vita. Tipo incontrare delle nate in aprile al bar che però hanno studiato.

Per i nati di ottobre, che sono i grandi martiri del rientro dalle ferie, un moto di solidarietà ai festeggiamenti per il loro genetliaco regolarmente segati a causa del carovita, ho pensato di far trovare sul tavolino dell’ingresso, quello dove tengono le chiavi e lo svuota tasche, e quindi anche la posta eh, la tremendissima posta, un azzeratore di bollette e pagamenti. Sarebbe una specie di lampadina che emana una luce bronzea, sotto la quale mettere qualsivoglia ordine di pagamento, le cui cifre si trasformeranno tutte in zeri – immantinente. Per garantire l’efficacia di questo magico dispositivo, metterei una boccia di cognac con un bicchiere subito accanto, in modo che i nati di ottobre PRIMA bevano il cognac, POI aprano la posta, infine usino correttamente il dispositivo.

Ai nati di novembre, tipi solitamente ansiosi e pessimisti, quindi bisogna dire anche ai loro congiunti di primo grado, regalerei un supereroe a piacimento, da azionare in caso di qualsivoglia catastrofe imminente, scadenza di contratto di lavoro, ma anche catastrofe naturale a seguito del cambiamento climatico. Un superman che dia una volta per tutte una sgrullata al capufficio che ha espresso perplessità, gettando il nato di novembre nello sconforto e mostrando così che anche lui ha amici molto in alto, ma anche un incredibile hulk che sistemi una diga ammodino dove si deve, questo un pensiero per i nati in novembre siti nelle Venezie.

Infine, per i nati in dicembre, così consapevoli del passare del tempo, un calendario magico, che li riporti a piacimento in certi momenti incantati della vita ma di qualcun altro, di qualcuno che sta loro antipatico, per far scoprire che anche questi antipatici possono aver provato amore, tenerezza e struggimento, quando sono nati i loro bambini, quando quello li di cui erano innamorate le ha guardate in quel modo che fa lui, e solo lui e loro si son sciolte. Scoprire, va la che disdetta che quelli la nati in settembre ci hanno un cuore, per esempio, una memoria, e vedrai cosa faranno con la crema per il viso che moltiplica i neuroni.

Buon anno  qui .

la virtù dei forti

Da grande sarebbe diventato un personaggio di Carver
(Avrebbe cioè lavorato con malinconica saggezza in una provincia metafisica, avrebbe amato con pazienza una ragazza piena di lentiggini irruenta e traditrice, sarebbe stato un padre che fa rane di carta la domenica pomeriggio, forse avrebbe perso il lavoro, forse non avrebbe bevuto, sicuramente avrebbe molto fumato. Sarebbe stato, come molti eroi di quei racconti amari, abbastanza onesto da dirsi di non capire il senso delle cose.
Poi lo avrebbero assunto di nuovo, come commesso in una concessionaria.)
Ora però è un bambino.

E’ un po’ sovrappeso, e ama molto pescare. Ha dieci anni, e negli occhi l’anatomia del carattere è già destino. Singolarmente paziente, singolarmente caparbio, con un certo intuito per gli animaleschi istinti altrui, ha già la specifica saggezza di certi combattenti stanziati alla periferia dell’impero, un tono di dolcezza negli occhi. Gli altri bambini lo adorano,  le bambine se lo ciancicano,  i grandi lo guardano interrogativi perchè ci riconoscono un’autarchia.

(Carver.
La madre è un’operaia a turni, una gazzella infuocata e atletica, addominali scolpiti, le labbra sottili, le mani sui fianchi, capace di sfasciare due famiglie in nome di una scopata, fece rotolare a valle suo padre un mattino di inverno, ringhiò come una pantera alla imbelle moglie del suo amante, spiegò al bambino che quando si arriva quel tipo di sguardo, quando succede quella cosa di letto, si diventa cattive per forza, è una questione di vita o di morte. Si materializza un ordine etico segreto e prima purtroppo, impensabile.
Capisci tesoro?)

Il bambino aveva annuito, come primo gesto di soldato, ma anche nel timore di perderla, questa madre complicata e irrequieta. Introdotto precocemente alle gerarchie della carne, e sentendo di appartenere pericolosamente alla fragile schiatta del padre, scomparso nelle brume di uno sfasciacarrozze, si era detto disposto a convivere con l’impossibile pure di non perdere il suo letto vicino alla cucina, e la colazione con le brioche, e poi la mamma l’avrebbe portato comunque a pesca al laghetto artificiale, lui sarebbe stato il più bravo di tutti, lei avrebbe telefonato tutto il tempo, e il mondo sarebbe rimasto compatto – o diciamo almeno mezzo compatto, per un altro anno ancora.

( Ehi vieni! L’avrebbe chiamato la moglie una sera che era rimasto in giardino ad aspettare il buio, e lui avrebbe temuto che la rogna di un fallimento è un testimone che passa per generazioni, vieni che ti devo dire quanto non sono felice, vieni che ti devo dire esattamente come stanno le cose con il tabaccaio, vieni che dobbiamo decidere cosa fare della macchina, la casa no rimane a me.
E invece no, gli dice solo di venire a cena.

Non sarebbe mai successo, neanche quando gli avrebbero ridotto lo stipendio al suo nuovo lavoro – quello in concessionaria).

 

(qui🙂

Avec le temps

La mattina passano sempre in un viale alberato, la madre con i suoi due bambini, camminano in modo scomposto e irruento, hanno molti colori addosso, e un momento della vita che non parrebbe serbare tradimenti.
Quando sono in ritardo, la prova del ritardo la da l’assenza dell’amico cinese. Perché a un punto esatto del tragitto, tra le ore 8’20 e le 8’25 incontrano sempre un signore, cinese per l’appunto, impeccabile e vestito di nero, di fronte a una macchina impeccabile e nera, in attesa, si è scoperto, di un altro signore cinese ancora più impeccabile, questo anche con un loden e una ventiquattrore.
Un diplomatico, pensa la madre.

L’amico cinese, dunque, è l’autista del diplomatico. I bambini non sono concordi con questa spiegazione, e invece congetturano che l’amico cinese minor e l’amico cinese major siano degli importanti poliziotti che vanno cercando nel mondo importanti criminali, o in alternativa – suggerisce la figlia piccola, una stupenda fidanzata cinese che si ritrae.
Si sono tutti comunque ripromessi di fare amicizia con l’amico cinese minor, il maior è irraggiungibile e comunque meno simpatico, e dopo una lunga fase di tacita osservazione, a cui è susseguita quella di un circospetto cenno del capo, ora sono approdati al salve, i bambini si sbracciano e l’amico cinese sorride loro con calore.

Con la madre invece, si scambiano uno sguardo di vecchi.
L’amico cinese ha studiato infatti la madre e i bambini, il grado di rossetto che porta, l’ombra che trattiene in quel cipiglio femminile tutto europeo. Le trova tutte stanche, queste femmine scintillanti della mattina, tutte addolorate da qualche parte.
Dunque la guarda dopo essersi anche lui sbracciato a salutare i piccoli, e le riserva un ossequio saggio, mentre lei gli risponde tra pari –  una cosa a cui rimane comunque poco abituato.

(A modo loro si dicono cose sull’andare del tempo, sul senso di malinconia che danno i figli che crescono, sulle fatiche che a loro sono provvisoriamente risparmiate, ma si dicono anche che arriveranno pure per loro, le ambizioni da ossequiare e forse tradire. gli amori da ritrovarsi a dimenticare.
Anche l’amico cinese, pensa la madre, oltre che un seduttore del secolo scorso, deve essere un padre).

 

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L’amore ai tempi del colera

La chiede in sposa davanti al parlamento tutto, le regala il crepuscolo e il ridicolo, la penombra dello Stato e del Maschio, mostra l’anello ai parlamentari, le deputate retrocedono al rango di signore, uno starnazzare dalle poltrone rosse, gli altri a far fremere la grisaglia e gli occhiali con battute volgari.
Sposami, ti prometto il declino di un paese.

Deve amarla, senza dubbio. Speriamo sia giovane e bella, speriamo abbia i capelli lisci scalati dietro, e la pelliccia sintetica e molto cuore per questo amante zelante, che si inginocchia davanti a lei con un mazzo di terremotati, con un bocciolo di disoccupati. Speriamo che gli accarezzi il volto liscio, dal momento che lui al mattino, per via del favore delle telecamere, si deve esser fatto la barba coll’ultimo mortammazzato.

Speriamo che duri questo amore roboante e sinistro, che quando il tempo la renderà una signora piena di spilli, lui continui a portarle la colazione in camera, le baci le mani che dovessero essere morbide di crema, ma ossute per il tempo, speriamo che questo costume da mignotta insomma, sia un fatto isolato, che questo sia un uomo onesto quanto sciocco, chi sa cosa deve averlo stordito ci si chiede, se il potere o la sua assenza, o financo l’impotenza. 

Certo declino per declino, deriva per deriva – speriamo che costui non sia mai padre.

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Roma/Milano (più Roma forse)

 

Recentemente c’è stato un intervento accorato del ministro delle politiche del Sud, da cui è scaturita una piccola polemica, anche se poi Provenzano sembrerebbe aver ritrattato. Il ministro aveva infatti espresso alcuni giudizi aspri su Milano, che per un verso sembra davvero un nuovo modello economico che gira e che fa funzionare le cose, ma lamentando il forte contrasto con il paese, e quasi facendo tralucere dalle parole quella aspettativa meridionalista che mette a disagio. Milano prende e non da! Il che fa pensare che Milano sia in obbligo di dare qualcosa oltre quello che normalmente deriva dalle sue attività. Provenzano comunque è poi intervenuto, ragionando sui toni, nessuna polemica con il sindaco Sala. Ha detto. E la cosa dovrebbe finire qui.

C’è stato poi un articolo sul Foglio, di Michele Masneri, che è girato moltissimo nella mia bolla, e che ha agitato il coltello nella piaga fornendo grande sostegno a Provenzano. L’articolo ha il pregio di essere scritto molto bene, e questo ha contribuito a innescare sui social la reazione di molti, romani che facevano le fusa soddisfatti, romani che invece si vantavano di mantenere una certa distanza da quelli che facevano le fusa, milanesi che ridevano, moltissimi milanesi che invece reagivano risentiti. L’articolo comunque, non nasceva dal nulla, ed è un po’ che almeno dalle mie parti social, le punzecchiature sulle rivalità tra le due città sono tornate in auge. E’ una faccenda che ammetto, mi diverte molto – un divertimento malinconico, e ho deciso di scrivere della cosa, in teoria come parte terza, ma in pratica come soggetto partecipante. Sono romana, ho scritto in passato diverse cose che riflettevano sull’essenza del carattere romano, e trovo nel partito dei romani che si divertono a partecipare al duello, con un misto di intelligenza e calembour, una riedizione di quel carattere che mi piace.
D’altra parte – poco altro ci rimane.

Partiamo da una prima considerazione realistica. Il campanilismo in Italia ha una ragione storica, che affonda nella tardiva formazione dell’unità d’Italia, e nella frastagliata convivenza di domini che ha connotato la sua storia. E’ un paese bello il nostro, ma è formato da molti luoghi diversi, con storie loro, lingue loro, culture proprie, rivalità cittadine inestinguibili. Nel florilegio di queste diverse istanze culturali, è fiorita questa decennale polarità tra capitale politica e capitale economica, tra capitale di uno stare al mondo e capitale di un altro, ma che ora sta assumendo una dimensione complicata. Milano era da bere gli anni successivi agli eroici furori di Via Veneto, e c’è stato un lungo periodo in cui a fronteggiarsi erano due modi di fare i soldi, due modi di far girare il potere, due modi di godersi la vita, e due modi di concepire il classismo – marginalizzare la povertà e capitalizzare la corruzione. Lavorare lavoravano tutti, ma quelli erano efficienti e questi erano scaltri, quelli ambiziosi e questi smargiassi, ladri per ogni dove ma con stili diversi.
A puttane e aperitivi, fino ai tempi di tangentopoli non si è risparmiato nessuno.

Negli ultimi quindici anni, Milano ha inanellato una serie di amministrazioni fortunate, che hanno mantenuto il capitale della città e che anzi, l’hanno molto migliorata, ricordo l’emozione dei miei amici milanesi, con la riqualificazione della Darsena. E la mia di emozione, a vedere piazza Gae Aulenti – ossia guardare con i miei occhi la capacità di una città di inventarsi uno spazio nuovo, una ideologia, una possibilità esistenziale ora. Invece Roma è andata incontro a una sequela di amministrazioni imbarazzanti, durante le quali non sono mancati gravi scandali, fino all’attuale situazione dell’amministrazione Raggi, nella quale la città appare completamente squadernata, rovinata, indifendibile. I due fuochi dell’ellisse ora, sembrano collocarsi agli antipodi del bene e del male. Da una parte c’è Milano che non solo è ricca, ma in quanto ricca è anche civile, in quanto civile è anche buona: a Milano si vendono più libri che nel resto del paese, Milano è gay friendly, Milano è attenta agli immigrati. Ma Milano fa anche belle cose, Milano fa la moda, fa il salone del mobile, fa il design. E ha un sindaco che fa una comunicazione supercool tramite i social, coi calzini arcobaleno, e abbraccicato alla moglie la mattina. Soldi, bei vestiti, belle cose, amministrazione che funziona, e l’orizzonte politico che molti di noi vorremmo. A Roma invece, l’ideologia cinque stelle, con la notoria competenza dei suoi vertici si innesta su una città già alla deriva, per cui non solo non vi è ombra di bei vestiti e belle cose che girano, ma lo straordinario potenziale creativo della città è angariato dal pedante legalitarismo dell’amministrazione che chiude per ripristinare senza però avere i soldi per ripristinare, per cui: chiudono spazi creativi dai centri sociali ai negozi di artigianato, dalle case famiglia ai centri antiviolenza, non si vedono risorse per nuove possibilità cittadine, la città soffre economicamente, aumenta la criminalità, la disfunzione amministrativa è plateale. Alle famiglie romane con figli di meno di sei anni, l’anno scorso è arrivata una lettera per cui non si garantiva il funzionamento delle scuole materne, perché la sindaca non s’era messa d’accordo con il personale scolastico – angariato da contratti iniqui.

E su tutto questo, sugli autobus che non passano, la scuola che non si sa se apre, la carta di identità che fa solo se hai un santo in paradiso, i negozi sfitti nelle strade, e i centri sociali chiusi, oceani, oceani, oceani, di spazzatura, strade sporche, puzza, cittadini tristi. E per quanto riguarda la campagna della nostra sindaca, ora ci sono dei brillanti fumetti dove dice ai bimbi di non imbrattare i muri e non rovistare nei cassonetti, qualora a casa non ci fosse da mangiare.
Come a dire che la nuova rifulgente ambizione della capitale d’Italia è il decoro piccoloborghese e la sua ideologia di riferimento.

Non abbiamo soldi noi romani per avere una morale, capite. Questo dice la nuova amministrazione. Noi a stento dobbiamo vestirci ammodino, e non far vedere che i poveri aumentano. Il talento di questa città, il suo immenso talento estetico, non può essere valorizzato, costa troppo e forse odora troppo per la contraddittoria compagine grillina di quel potere che volevano abbattere. Dovete romani, sembrano dirci, rosicare, essere tristi, essere polverosi. Raffaele Aberto Ventura dice ne’ La guerra di tutti (Minimum Fax 2019)  che in fondo i cinque stelle nella loro zelante vulnerabilità ad accattarsi qualsiasi proposta ideologica assomigliano alla vecchia D.C. io vedendo la mia città, trovo nella frustrazione di qualsiasi entusiasmo creativo, ulteriori prove di un moralismo veterocattolico. Statevene a casa con le vostre famiglie.

Ho chiesto nella mia bolla cosa associano a Milano e a Roma i miei contatti. Mi hanno risposto in 200 e più. Fornendomi un interessante ritratto, nel complesso affettuoso verso entrambe le città, ma che mantiene uno stilema di fondo e anzi lo allarga, lo inasprisce. Milano ha il tram, è produttiva, è frenetica, pensa ai soldi, e a un certo divertimento spesso percepito come prestazionale, è ordinata. Roma è bella da morire, è la capitale del passato, ha qualcosa di aereo (un numero esorbitante di persone simboleggia Roma con i pini marittimi) ma è caotica e puzzolente, e ha i san pietrini altro topos sulla romanitas che combacia col tram milanese. I san pietrini belli, che fanno molta atmosfera, che restituiscono un che di pittoresco, ma che sono assolutamente illogici. Ci cammini male, e ci guidi peggio. I miei contatti, gente in genere affettuosa, premia una città per l’efficienza e l’altra per il pittoresco, una per l’ambizione e l’altra per la sua confortevole caricatura. La movida! Dice qualcuno di Milano. Le tovagliette a quadrucci bianche e rosse, dice qualcun altro di Roma.
Una contatta, particolarmente lucida,Elena Sarati, non a caso antropologa, dice a dispetto dell’ineffabile sindaca: Roma potere maschile.

La forbice quindi sta tra passione per il futuro e passato che non passa, borghesia rampante che cerca di inglobare più iscritti possibili, riducendo al minimo l’eventuale e disturbante accezione di proletariato, mondo operaio, disoccupazione, per inglobarli tutti in un visionario essere milanese di grandi saloni del mobile. Da quest’altra parte invece alla vocazione autenticamente egualitaria che ha attraversato una parte della genesi cinque stelle, non è corrisposto eguale talento, carisma pensiero, e l’antica cinica papalina, profonda identità gerarchica della Capitale ritorna. Nella grande recessione economica, la povertà salta all’occhio, è ostentata, visibile dominata, il gap tra centro e periferie si allarga, le signore si attaccano al loro essere signore, dal momento che rimane poco altro. A Roma non ci si vergogna di essere cattivi. E siccome non si vive per estremi, succede che i poveri a Milano continuino a esistere così come Roma continui a lavorare a produrre e a fare moltissime belle cose – ammetto di trovarci un talento estetico underground superiore a Milano, ma sarà un limite mio – ma a Milano sono contenti, a Roma quando ci lavori ti viene voglia di zoloft. Votare senza farmaci è impossibile. A Roma essere onesti è tossico.

Si viene allora alla fine, agli stati emotivi interessanti che connotano il dibattito in rete e le nuove sfumature della concorrenza tra le due città. Milano è giustamente felice e orgogliosa, ma sente anche di essere specie per la sinistra un nuovo faro economico ed emotivo che mette i suoi cittadini in una nuova complicata cornice sentimentale, sono invidiati trionfano del successo apollineo dei giusti, e un po’ se lo godono, un po’ si agitano. L’essere giustissimo non è mai stato molto cool, e tutta questa luce adamantina a volte mette in difficoltà. Anche il nuovo mitologema della cattivelleria milanese, la fantastica Miss Keta fa zozzerie solo in biancheria di Frette. Non si è mai contenti e a Roma si invidia quel che di tragico che è scomodo eh, ma fa tanto glam. I vicoli, la zozzeria, la carne.

A noantri romani, specie noantri che un sindaco Sala, che tutto quell’apollineo lo vorremmo per noi, noantri che lavoriamo ma ci chiudono il lavoro, che facciamo le file ma tre volte gli altri, che non sappiamo dove sbattere la testa, cosa ci rimane? Si lavora, sodo, si fatica, si fanno cose – si tengono a galla le vite private, si fa rete con gli amici, ci si consola con l’umorismo amaro di chi combatte una battaglia, che non si sa da dove cominciare non dico per vincere, ma almeno per pareggiare.

Un figlio

Per esempio, quando la madre gli da le patatine duchessa e i bocconcini di pollo, il bambino prima divide il piatto in due parti, idealmente, dove collocare da una parte la carne, dall’altra le patate. Poi taglia il pollo in pezzi piccoli, poi stabilisce un ordine mentale, una gerarchia di valori, per cui verrà mangiato per ultimo ciò che sarà considerato più buono, di poi s’avvia a mangiare, con metodo e lentezza, il più lento della tavola.

Per questa cosa del mangiare lentamente, per la passione per le capitali e la geografia, e infine per un precoce tratto ansioso, che gli fa tollerare poco i vuoti di conversazione, gli mette un sonno difficile già a dieci anni, gli fa guardare i telegiornali con apprensione, la madre, lo considera uguale a suo padre. Suo padre nel corpo di suo figlio.
Eh ecco, si dice la madre, è suo padre nel corpo di suo figlio pure per una certa stralunata grazia, un umorismo giudaico e sottile, di chi nasce un po’ scomodo e trova posto chiedendo permesso, con urbana gentilezza.

Sarà la genetica, si chiede, o quella strana trasmissione di profezie, che è la catena intrecciata degli amori, dei caratteri e delle angosce? Quanto somiglio, si chiede, alla madre di mio padre? Forse entrambe siamo state troppo severe e difficili nei pomeriggi di inverno? Quanto i nostri mariti, si somigliano? Anche il padre di questo mio figlio ha una precisa linea della gentilezza,e certo una teogonia del pasto, per esempio vanta notevoli competenze nell’atto di sbucciare le mele, e uno stilema dell’ansia, che passa per cervellotiche ossessioni.
Ordina i dischi per data di composizione. 

In ogni caso ora guarda il figlio. Gli ha appena regalato un libro, per il quale le sue amiche la potrebbero giudicare con perplessità. E’ un libro che parla di filosofi, quelli che suo padre abbandonò dopo due anni, con molto rimpianto, per compiacere il proprio di padre, che lo voleva economista, quelli che lei lasciò dopo una laurea intera, forse smettendo di compiacere il suo, sperando – invano, di studiare per curarlo.

(qui)

Subacquea

 

 

Si scrive sott’acqua, pagine destinate alla notte, nuotando rasente il fondale. Ci si muove piano, solo le bolle dell’aria che salgono in superficie, si simula un’innocenza, un’apnea, desideri minimali.
Intorno altri pesci guizzano, tutti senza ambizioni, senza peccato, solo con un lieve sentore di angoscia. Poi acqua e sabbia, a perdita d’occhio.

A dire il vero, la manta, dice il telegiornale, ha morso il bambino su una spiaggia tropicale, e il bambino è rimasto paralizzato. Ora è in cura in un ospedale prestigioso, e l’amore lo sorveglia e cerca di curarlo.
L’amore fa miracoli, pensa la manta pentita. Dovevo nuotare a largo, senza sfidare una vita che non mi appartiene, dovevo rimanere a scrivere dove ci sono gli scogli, io che ne so dell’amore degli altri, sono un animale cattivo e triste.

Il nastro di venere, invece, è una medusa lunga fino a quasi due metri, è dotata di piccoli pettini, che non sono urticanti, ma che raccolgono il plancton, di cui si ciba. Il nastro di venere, in questa sua diafana trasparenza, acqua nell’acqua, ha qualcosa di malinconico, di splendido e vano. Cerca il sole e non lo trova. E’ una creatura da deriva.
Non ci sono notizie del nastro di venere.
A volte fotografie blu sui portatili aperti e abbandonati.

Poi  è vero, ci sono sovrani grandi e indigesti, i più struggenti di tutti, immensi e irriducibili, sultani di un passato che non passa. I capodogli, i pesci martello e  le orche, gli spaventosi loro malgrado, che saltano immensi fuori dall’acqua in certi momenti di eroico furore, e che cercano l’altrove nell’altra metà del mondo, le rive pericolose e asciutte dove s’avventurano e qualche voltali prende la morte.
(Per fortuna, può succedere, che un uomo pietoso venga a salvarli).

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