Acqua Alta

Dovremo smettere di piangere Venezia mia, e lasciar andare le poltrone vecchie su cui ci siamo accucciate la sera, le cose che abbiamo amato, far finta che si siano usurate, tenerci quello che ci rimane, ricordarci che la bellezza non finisce, spazzare via il mare nella cucina e nel salotto, ridere che pure di questo siamo capaci, oltre che di tramonti.

Certamente il tramonto è una specialità come negarlo. Non si contano le dichiarazioni d’amore sul canale della Giudecca, ma anche a Vallaresso l’amore non scherza, vicino a casa mia, Venezia mia, è un profluvio di turisti che si baciano alle sette di sera, di donne che si sentono più belle per via della Salute e della luce obliqua prima della notte.
Il tramonto è una cosa nobile ed elegante, certo più dell’affogare – e dunque qualcosa pur dobbiam fare.

Si potrebbe, Venezia cara, inventare passerelle più alte, che ci facciano fare colazione sulle cime degli alberi, per poi guardare lontano, con il caffè da una parte e il cannocchiale dall’altra, le grandi navi finalmente alla deriva. Si potrebbero costruire paratie di ottone luccicante, ma pure d’oro che ci importa, a tutelare le porte dei nostri secondi piani, potremmo inventare palafitte per i libri delle nostre biblioteche, e trampoli per i nostri librai preferiti.  Per esempio, chi sa come sta il titolare del mio covo preferito, agli Assassini. 

Dopo un po’ di colazioni sulla cima degli alberi, io ambirei a quello di Santa Margherita, la marea si sarà ritirata, nelle calli troveremo i resti di questa passione non richiesta, ma il sole sarà alto, non si può stare sempre a tramontare, non ti pare, le cose ricominceranno, nuove poltrone per il soggiorno la sera, nuovi tappeti per i gatti di inverno, nuove finestre aperte. Tutto passa Venezia mia, ne abbiamo viste di peggio.

( su, ora ascolta qui )

 

Come stai?

 

Caro Luigi
(uffa)
Sai che spesso mia madre ti prendeva in giro? Adesso non più perché la nostalgia dei morti prevale sui sorrisi che ci hanno portato da vivi, ma insomma mia madre ti prendeva in giro, perché quando è nata mia sorella, e pure quando sono nata io, tu le telefonavi e le dicevi. Ma cara dimmi, come sta la sua anima? E mia madre, ti rispondeva sgomenta qualcosa, in preda a un transitorio riconoscimento del potere sociale della psicoanalisi ufficiale, ma poi mi sa attaccava il telefono e rideva come una pazza, forse diceva anche qualche parolaccia, perché con l’anima mia madre, lo sappiamo, non è mai stata domestica, e manco coi pannolini e le pappe va detto, sua probabile battaglia in quel frangente. Il corpo delle figlie insomma, il corpo dell’antipatico ruolo di genere.
(E la tua? Mi manchi tanto)

E invece questo mi sa era un tuo modo, anarchico e pervicace, di mettere l’accento su qualcosa di importante, sulla genesi del sentimento, del provare dolore o gioia, dell’essere felice o infelice. Questa cosa che hai messo al mondo, chiedevi a mia madre, è felice o infelice? Devi sapere cioè che non piangerà solo per fame o solo per sonno, devi sapere, che alle persone a cui tieni devi chiedere, come sta la tua anima?
E poi a me al telefono avresti chiesto, anni e anni dopo: figlietta, come sta la tua anima?

(La mia, se la cava, ogni tanto cade)
Quando alle persone care mi viene da chiedere come stai? E quelle mi rispondono, che hanno l’influenza, che c’è tanto lavoro, che bene grazie te, a me mi viene voglia di tirare fuori il tuo eccentrico coraggio, sopportare il rischio di essere derisa, mi viene voglia di dire loro si va bene, ma come sta la tua anima, l’hai guardata? Te ne occupi? Quello sguardo fuori luogo, la natura impertinente dell’affetto. Perché quando lo chiedevi a me, bastava quello, per avviare un discorso, una responsabilità.

Certo non si può fare con tutti non è vero? Perché poi, se ce la fanno a starci dentro, ti danno il cuore, e quanti cuori possiamo portare tutti insieme, di quante anime si può sorvegliare la cura?
(quando sei morto ho visto alcuni di questi cuori al tuo funerale, oltre al mio naturalmente. C’era una tua paziente anche, una che devi aver tenuto per mano a lungo, mi ha detto delle cose con le lacrime agli occhi, era grata e sperduta. D’altra parte, non riusciamo a concludere niente, possiamo fare solo domande sensate. )

 

(qui)

Complesso edipico

 

Lei sta seduta al telefono come una gatta da appartamento, gioca con i capelli, si aggiusta le calze, la vede muovere il viso in molte espressioni, ma davvero? Dice a un certo punto, e allora perché scusa non sei voluto venire? Ha un’ipotesi di broncio, un’ombra di tristezza che poi ingoia con la saliva.
Ma allora partiamo il prossimo fine settimana? – dice adesso – io credevo che tu avessi da fare, che non potevamo farla questa cosa! Poi si tace di nuovo, fa le fusa evidentemente, lui sta spiegando punti di vista, la questione del davvero, la ragione emotiva di certi suoi impedimenti.
Il padre ascolta la telefonata, e si siede davanti a lei.

-Non gli importa niente di te
– ma papà

Era stato a volteggiare per la casa, intorno alla figlia per tutto il tempo della conversazione, sistemava cose, cercava carte, ah le chiavi dove ho messo le chiavi. E’ stato sempre un uomo discreto, riservato, non ha mai messo bocca nella vita della figlia, per la verità non ha mai messo bocca nella vita di nessuno. Eppure adesso è insolitamente nervoso, insolitamente indaffarato. Lei non pare farci caso.
Si siede davanti a lei e aspetta la fine della telefonata.
Niente di niente Lascialo perdere
Ma papà, tu non capisci.

Lei pensa che il padre abbia torto, per quell’istinto di cerbiatta, di capra e di civetta che hanno le bambine, perché, pensa, non si è mica innamorata di un furbastro, di una persona poco perbene, di qualcuno che si approfitta. Non le piacciono i seduttori e men che mai la gente di teatro. Si è invece innamorata, pensa, di un cane buono ma guardingo, di un animale difficile che tiene spesso le orecchie basse. Si è innamorata pensa, di uno che sta rasente i muri e si discosta con difficoltà.
Il padre lo detesta. Lo detesta come si odiano i propri simili. E’ un infelice del suo stesso stampo, gli riconosce addosso le orme dei suoi stessi errori, dei suoi stessi dispiaceri, di tutte le sue esitazioni, e le sue ritrosie. Come lui era stato, è un altro che si farà scegliere dalla determinazione di una ragazza testarda quanto insicura.

Voleva la figlia simile alla sua amante, esoterica e cattiva, pensava che ne avesse tutte le possibilità, le gambe lunghe e gli occhi magnetici. E invece, è tutta sua madre, materna, generosa, per tutta la vita non abbastanza femmina da imparare a graffiare chi non si inginocchia. Come fa a spiegarle che non si fanno stanze felici in questo modo? Come fa a dirle che pure se arrivasse alle tende della cucina ricamate, e alla collezione di caraffe nel salotto, non sarà abbastanza? Il padre lo sa che il fidanzato di sua figlia a modo suo le vuole bene, non è uno sciocco. Quando non si arrabbia, perché lui non la chiama tutte le volte che lei lo desidera, perché per il compleanno non si è svenato con un anello, perché se la porta a letto e poi ha subito da fare, vede come la guarda, coglie l’altra costa della loro somiglianza, ha un lampo di paternità anche per lui, alla fine si dice, vorrei salvarli entrambi come nessuno ha fatto con me )

 

(qui )

love letter

La donna si siede al bar tutte le mattine, ha i capelli biondi che le scappano dal cappello, una bambina a scuola, le gambe accavallate – scrupolosamente – fuori dal tavolino, certe volte un libro certe volte una telefonata, quando il cameriere arriva dice con labbra senza rossetto e molto annoiate, il solito grazie.
Il cameriere raccoglie l’informazione, ma neanche la raccoglie che lui già la sa, guarda il cielo con in testa un pensiero, pulisce il tavolo velocemente, e tornando al bancone saluta qualcuno con un sorriso plateale, un sorriso politico, saluta cioè qualcuno che la mattina se entra al bar gli dice, ciao Mario come stai, ciao Mario hai visto la partita ieri, ciao bello, ciao, il tempo, il governo, la vita qualsiasi.

La donna che si siede al bar è una bella donna, di quelle che dalla loro ci hanno solo la superbia e per il resto nella vita non ne azzeccano una, neanche a fare le principesse son capaci, che i maschi subito si annoiano, pure per la maternità ci hanno poco talento, figuriamoci per una carriera, non sono state amate abbastanza per amare con costanza. Dunque anche lei naviga a vista, intossicata e insofferente, la prima sigaretta sempre più presto, un certo modo di guardare oltre le spalle degli altri, che diventerà sempre più difficile curare.

Il cameriere, da parte sua è convinto di disprezzarla con asprezza. Ha cominciato a lavorare bambino, ha messo una ragazza incinta poco dopo e si è messo ad amarla con caparbietà, ci ha fatto dei figli e tre lavori per farli studiare, monogamo per etica e mancanza di tempo, moralista per reazione alla terra immorale a cui è scampato – detesta la libertà di classe che si gode la nevrosi di lei, detesta la  sua sciatta maleducazione. Almeno buongiorno vaffanculo, non dico altro, signora destocazzo.
Indugia in insulti, ma diciamo pure puttana diciamo, questo anche perché lei nell’esercizio di questa libertà randagia, dispiega un non trascurabile corpo.
Il cameriere per esempio, ne vede sempre le mani con dita lunghissime.

Poi la mattina si apre, come la cerniera di una  tuta, entra il sole nella strada grigia, gli uffici si riempiono, il barista comincia a essere sempre più indaffarato, ci sono le madri innamorate e i bancari che parlano di macchine, le barzellette volgari e le canzoni di provincia, io il caffè lo voglio lungo, io ristretto, un bicchier d’acqua per favore, ma non in quel bicchiere, ah scusa aspetto qui, si oggi ho un cerchio alla testa.
La sera rimane lontana, la donna si è aggiustata la giacca e se ne è andata, naturalmente senza lasciare la mancia, che con gli alimenti dell’ex marito campa a stento
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(qui )

Sale

 

(Raccontatemi storie allegre, di pirati e di puttane, che si baciano sul bordo di un’isola, che non hanno case, non hanno famiglie, non hanno rimpianti, non hanno futuro, raccontatemi di come stanno costoro sotto al cielo nero, di come fanno scintillare le bottiglie vuote, di come ridono abbracciandosi loro che sono capaci. Raccontatemi le pacche sul culo, le battute volgari, le fisarmoniche, i rossetti sbafati.

Raccontatemi di come faranno poi a lasciarsi, dopo essersi rovinati gli ultimi vestiti nel ventre di una barca, o sotto un muro di cinta, ditemi del modo di lui di riallacciarle la collana con la sigaretta in bocca, e se dovesse rivelarsi necessaria una finzione, per sedare un inappropriato sentimentalismo, o se lei invece dovesse piangere e chiedergli di non andarsene per cortesia, di non lasciarla (Io vorrei che lo facesse, vorrei che lui la vedesse,)

Ditemi se poi si sentiranno, più giovani o più vecchi, se lo chiameranno amore, o passatempo, se lui le lascerà un tesoro per risarcimento. Sarebbe bello uno di quei forzieri smaltati e puntuti, che stavano nelle mappe dei bambini, aperto e pieno di corone, e di diamanti.
Oppure cambiatemi il finale, rivestiteli mentre ridono, fate che si siano ritrovati un tal numero di volte da non aver più paura di perdersi, raccontatemi un amore di corpi vecchi e liberi, di capelli che il mare ha fatto di stoppa.

Una storia di confine e di maniera).

 

(qui)

Narcisismo, la diagnosi

Dunque, nei precedenti post ho cercato di sottolineare la differenza tra l’uso dell’aggettivo narcisista in termini colloquiali, e l’uso in termini clinici. Il punto di saldatura è che i comportamenti che socialmente sono considerati “narcisisti” coincidono con alcuni di quelli indicati dalla clinica, escludendone però la causa. Per senso comune e per le discipline psicologiche, narcisisti sono spesso coloro che: parlano di se, portano l’attenzione su di se, che hanno comportamenti svalutanti, che non si occupano mai degli altri, che fanno sentire inutili, ma da cui cercano di avere spesso elogi. Per molte persone narcisisti sono soprattutto quelli che mantengono la centralità in modo molto sgradevole e plateale. Narcisisti sono i boriosi, gli antipatici, i traditori seriali. Sono tutti meno disposti a rilevare un tratto narcisistico quando certe operazioni sono fatte da persone che sanno rendersi simpatiche o amabili– non si accorgono cioè che quella simpatia che loro provano, è l’effetto di un narcisismo altrettanto potente ma sofisticato. L’autoironia, è un potente mezzo del narcisismo, l’ambizione è il braccio armato del narcisismo. Per questo spesso, provocatoriamente mi sono trovata a ricordare – fate attenzione a parlare male dei narcisisti, sono spesso i vostri comici preferiti, gli scrittori che amate, i direttori d’orchestra che apprezzate, i politici che votate, perfino i mattoni dello stato sociale che vi dovrebbe garantire. Dietro le arringhe che hanno portato all’istituzione di un qualsiasi servizio pubblico, c’è sempre uno o più narcisisti. Il narcisismo è un grande motore di azione. E naturalmente molti ottimi e accoglienti analisti hanno un vigoroso tratto narcisista.

Il termine come è noto, si fonda sul mito di Narciso, colui il quale si innamora della sua immagine riflessa nell’acqua –e fa riferimento a qualcuno che ha bisogno di mantenere viva un’immagine di se e di ricordarsi sempre di apprezzarla. Se teniamo a mente il mito che sta dietro il termine, capiamo perché poi siano state individuate diverse tipologie di narcisismo, diversi gradi di tossicità e malessere. Io colgo tre ambiti di variazione del disturbo che afferiscono a diversi tipi di narcisismo: uno riguarda la fragilità del soggetto, un’altra la variabilità dell’immagine che si costruisce e il suo grado di trasparenza, il terzo riguarda il continuum del suo uso degli altri. Se pensiamo alla prima distinzione possiamo capire lo schema di Rosenfeld (1987) che distingue tra narcisisti della pelle sottile e narcisisti dalla pelle dura. Il primo tipo mantiene almeno un contatto anche se filtrato con il suo mondo interno e contemporaneamente tiene un occhio ipervigile sull’altro, di cui sorveglia giudizi e reazioni, per cui succede che sia facile a grandi malesseri, grandi malinconie, grandi offese, e si spenda in grandi rimproveri. L’altro si impone un filtraggio con il proprio mondo interno molto più efficace e così come la trasformazione in mezzo anziché fine degli altri gli permette di usarli come pubblico pagante, disinnescando la loro possibilità di ferirlo. E’ sempre grandioso, e non si risente mai. Su un estremo c’è il rancore, sull’altro c’è la boria. Ma in mezzo molte persone non così facilmente individuabili.

Se pensiamo alla seconda distinzione facciamo caso alle diverse difese che il narcisista adotta, in che grado le applica, a seconda della sua struttura di personalità ed eventualmente vediamo il suo grado di mentalizzazione. La mentalizzazione è quel costrutto individuato da Peter Fonagy  e Bateman (2006) con cui si intende la capacità di percepire e individuare stati emotivi che attraversano la mente altrui. Come per tutte le problematiche che arrivano in consultazione, vale anche per questo gruppo l’intensità delle risposte sintomatiche. Avremo narcisisti più gravi, che fanno un uso massiccio di risposte difensive anche di spettro superiore – molta intellettualizzazione, molta razionalizzazione, persino troppo umorismo per quanto piaccia – e narcisisti che saranno molto presi dalla costruzione dell’immagine di se da non vedere per niente gli altri, perciò con un bassissimo grado di mentalizzazione, così come ci saranno narcisisti quelli per esempio che si sono fatti curare che riusciranno a tollerare difese diverse, che assottiglieranno l’immagine di se da tenere viva, e che riusciranno ad avere una notevole capacità di sentire gli stati emotivi degli altri. Il bisogno di centralità e di affetto che sta dietro al narcisismo spiega come la carriera psicoterapeutica sia una soluzione per molti grandi narcisisti analizzati. Capiscono l’urgenza di una domanda emotiva, capiscono che non devono più schernirsi dall’altro, la domanda emotiva non si seda mai del tutto, una buona soluzione è fare della mentalizzazione la via utile per una guarigione degli altri che magicamente, provocherà perciò gratitudine, colludendo con l’antico sintomo, la domanda di affetto e centralità.

L’ultimo punto di vista, quello su come vengono utilizzati gli altri,  vede una scala di intensità del disturbo narcisistico che va da una forma lieve, con comportamenti che non soddisfano completamente la diagnosi, passa da una forma intermedia dove ci sono il narcisismo dalla pelle sottile e quello dalla pelle più dura, fino alle forme franche del disturbo antisociale e della psicopatia. Questi ultimi in fondo, – quelli che si intestano il narcisismo maligno di Kernberg arrivano a livelli estremi da fare un mondo a se. L’altro è diventato mero mezzo, il mondo interno dell’altro è anche compreso razionalmente ma assolutamente non intercettato emotivamente, e in fondo va a scemare persino la centralità – l’uso dell’altro come pubblico pagante – con usi meramente strumentali, ossia genuinamente perversi. Nella direzione estrema del narcisismo, quando diviene tratto antisociale, l’altro è oggetto vuoto, e diviene l’effrazione della regola kantiana. Non sarà mai usato come fine, ma servirà sempre a qualcosa. Non di rado anche a qualcosa di aggressivo, di antisociale, fino all’atto criminoso.

Queste note rimandano a contenitori orientativi per capirsi quando si fa riferimento a una classe di comportamenti. Quello che però in clinica si tiene a mente è che questi comportamenti hanno una causa che è anteriore alle situazioni relazionali che i narcisisti vivono, in un insieme di stati d’animo che è spesso e volentieri, scarsamente accessibile e che è assolutamente controintuitivo rispetto all’immagine compensatoria che il narcisista da di se. Quell’immagine infatti serve da contraltare, a un mondo interno fortemente svalutato, pieno di oggetti penosi, che la persona narcisista avverte come inavvicinabili e indegni, che percepisce continuativamente ma a cui riesce spesso a non pensare, in una contraddizione in termini che è difficile da descrivere. Una specie di immanenza dell’angoscia a cui fa da controcanto rumoroso un io grandioso. Ci si trova davanti a persone che si convincono di essere pienamente soddisfatte di se, ma che da qualche parte sentono il rumore di una profonda infelicità, svalutazione, dispiacere. I narcisismi sono di diverso tipo e la variazione dipenderà sia dall’intensità di questi vissuti di abiezione, sia dall’efficacia della struttura falso se compensatoria. In conseguenza di questo, anche la qualità delle relazione è obbligatoriamente costretta a una superficialità, perché la profondità relazionale è avvertita come minacciosa. I narcisisti più gravi non riescono a tollerare emotivamente la vulnerabilità che implica la dipendenza dall’altro, una relazione coinvolgente li costringerebbe a mettere in gioco quelle parti emotive indegne, e quindi a farli sentire non attrezzati, profondamente sgradevoli. Questo tipo di narcisista sta nella contraddittoria posizione di chi si mostra capace di dominare il reale, e al contempo lo vuole eludere, riesce a risultare molto attraente ma rimane segretamente convinto di non esserlo affatto e nelle sue intime profondità si disprezza. Molti poi trovano nel conforto delle prestazioni professionali, la gratificazione di una relazione oggettuale che non scomoderà quel mondo interno ignominoso. Moltissimi trovano nelle dipendenze da sostanze ma anche nei disturbi alimentari che ne hanno la medesima struttura, un valido supporto per riuscire a tollerare e a mettere a tacere quel torturante mondo interno.

Questo esercizio del narcisista ha una storia molto antica, e spesso comincia con esperienze di accudimento dove, a fronte di un materno e una genitorialità poco affettiva, distanziante, scarsamente sintonizzata sui bisogni del bambini, corrisponderà un elogio, un riconoscimento delle sue capacità prestazionali. Bambini che non si sentono amati nella loro semplice infanzia, nel loro essere come sono, che non sono stati magari accuditi in momenti topici e di grande difficoltà, e che si vedono finalmente riconosciuti quando per esempio dicono cose brillanti, o portano buoni risultati a scuola, o per il loro aspetto fisico, o la loro capacità di rispondere a degli standard sociali, sono ottimi candidati per diventare narcisisti da grandi. Da piccoli elaboreranno la convinzione che soltanto in quel modo saranno visibili, mentre tutto quello che non rientra nella performance sociale non risulterà degno di amore e di attenzione. Sono bambini che non si sono sentiti amati nella loro semplicità di essere bambini e l’esperienza di solitudine e di mancanza di affetto o attenzione, rimarrà una stanza scissa e permanente, in cui kleinianamente verranno riversati gli oggetti cattivi di una vita intera, che saranno il senso della propria identità più profonda. In molti casi, queste difese narcisistiche si potranno intrecciare ad altre sintomatologie, e spessissimo i disturbi di spettro narcisistico avranno insieme una diagnosi di altro segno – sono frequentissime si diceva, le dipendenze da sostanze, i disturbi alimentari, come anche, i disturbi dell’umore, gli stati ansiosi, fino ai persino benefici attacchi di panico – che nella loro pervasività possono portare un inconsapevole infelice ad avviare una terapia. In generale, accade spesso che il narcisista venga in terapia, per un secondo nucleo di sintomi che lo preoccupa.

Si dice spesso che i narcisisti siano pazienti difficili, e spesso in effetti lo sono. Perché faranno con il terapeuta quello che fanno con tutti, e anzi, dovesse procedere la terapia e ingranare, avranno ancora più motivi di ribellarsi a una dipendenza emotiva che li preoccupa, unendo a comportamenti svalutanti, dinamiche subdole sul pagamento, sulla frequentazione delle sedute, resistenze ben cesellate da quella stessa intelligenza che il narcisismo ha allenato e ha reso brillante. Ma bisogna dire, sono anche pazienti molto seduttivi, che fanno di tutto per piacere all’analista, che sanno spesso essere interessanti e divertenti bravi pazienti, in modo eccessivo. La miscela di questi due aspetti rende i primi segmenti delle terapie con questi pazienti particolarmente ardimentosi, e spesso motivo di frustrazione nel clinico. Tuttavia – quando la terapia tiene, e il terapeuta sa tenere il fuoco dello sguardo sul mondo interno del suo paziente, più ancora che sul pavone del falso se che mette in campo (con un complicato gioco di equilibrismo quando il suo paziente si vanta e chiede lodi) riuscendo piano piano a intercettare quegli affetti frustrati e blindati e gli stati d’animo penosi a quelli collegati, con questi pazienti ci sono buone possibilità di costruire buone terapie, di più di avere genuini momenti di insight, momenti di onesta e dolorosa verità. Quando questo succede, da terapeuta capita di vivere percorsi di cura, coinvolgenti, dolorosi, ma che possono portare a miglioramenti significativi. Quando si apre il contatto con il mondo interno, questi pazienti impareranno a sopportare quello interno altrui, e potrebbero cominciare ad ascoltare gli altri e a smettere di svalutarli. In alcuni fortunati casi, riescono ad accedere a contatti relazionali duraturi, senza mettere un partner alla porta ogni pochi mesi. Qualche volta addirittura, imparano a riposarsi e a scoprire come si sta bene ad apprezzare altri al centro della scena. Potranno diventare da quei grandi narcisisti che erano dei piacevoli egocentrici, che mantengono un’organizzazione di fondo, ma che ora hanno accresciuta una capacità di mentalizzare gli stati emotivi propri e degli altri, perché emotivamente possono sopportarlo. Allo scopo hanno bisogno di terapie lunghe, strutturate e per me di larga ispirazione kohuttiana: devono in qualche modo esperire uno spazio in cui si sentano apprezzati e riconosciuti per la banalità dei bambini che sono stati e che tutti siamo stati. Stanze di gioco larghe dove un terapeuta sufficientemente buono lascia porte aperte dove far uscire cose e brutte e abbiette e vergognose e indegne, per riconfigurarle e togliere loro l’antico stigma.

Due parole infine, sulle persone che ingaggiano relazioni con persone narcisiste. In rete fioccano articoli di dubbia deontologia che parlano della relazione con il narcisista tout court come una pericolosa da cui sfuggire, usando la diagnosi come una clava sociale. In realtà la patogenicità della relazione con la personalità narcisista, sta in un sistema condiviso di questioni problematiche, perché ogni relazione è una logica combinatoria di questioni endopsichiche delle parti – come ho spiegato in questo vecchio post. Se esiste un manipolatore che ha delle tossicità che lo costringono a manipolare, il suo partner manipolato ne deve avere altrettante per andarsi a cercare un persecutore. Se si rimane insieme a un traditore seriale con comportamenti gravemente svalutanti, si sta espiando qualcosa, si sta mantenendo un antico equilibrio patologico di cui il narcisista di turno è il valente mezzo. Questo tipo di relazioni, quand’anche dovessero durare, non portano a moto di buono per le parti, perché nonostante le apparenze logiche e le trappole del linguaggio – si fondano su un rispecchiamento profondo di nevrosi, e non mettono in discussioni equilibri pregressi. Qualche volta capitano incontri, con personalità particolarmente notevoli per sguardo e tenuta, io credo con una corposa componente materna ma anche di tenuta psichica importante, che riescono a portare a cambiamenti notevoli, succede – ma sono episodi piuttosto rari. Conviene tenerlo presente.

 

 

Viviamo in una società narcisistica?

Anche per il narcisismo possiamo dire, che occorre distinguere un piano del discorso pubblico, e un piano del discorso clinico. E’ una distinzione molto meno ovvia di quel che si crede, perché la sua confusione è particolarmente confortante per chi ne è autore.   Tra i tanti aggettivi vicini alla clinica che vengono usati con disinvoltura, il termine narcisista mette insieme diagnosi e accusa, patologia e sanzione, e di conseguenza procura un inestimabile senso di riscatto, che la fortifica e l’incoraggia, anche in colleghi prestigiosi e veramente stimabili. I due usi diversi, rimanderebbero infatti spesso a due considerazioni emotive diverse. Quando si usa l’aggettivo narcisista in termini comuni e colloquiali in mente si ha la sanzione per un comportamento egoista, quando invece si usa il termine clinico si hanno in mente le cause e le sofferenze, perciò si tende a mantenere uno sguardo come dire, più affettivo e comprensivo. Il narcisista è uno che combatte come noi, con altri mezzi. Tuttavia, il sapore clinico e psichiatrico della parola nell’uso colloquiale, si avvantaggia anche di una difficile modificabilità, e quindi regala una segreta punizione: vedete questo stronzo, pare dire, è un caso psichiatrico, un cattivo irredimibile, per lui ci vuole uno bravo.

Sono sempre molto perplessa quando si parla con disinvoltura di società narcisistica nei libri di nomi famosi della ricerca analitica. Perché alla fine, noto che anche i migliori – contestualizzano il disturbo narcisistico di personalità che ha una serie caratteristiche sue proprie in una società narcisisticamente orientata che però è definita tale in virtù dell’uso colloquiale del termine, non in virtù di quello clinico e questo attrito, restituisce la sensazione di una operazione strana, emotiva, verso un certo contesto culturale, piuttosto che un’analisi stringente di un fenomeno.

Per esempio nella esaustiva trattazione di Gabbard sulla diagnosi in questione (il disagio del narcisismo, 2019), si sostiene una teoria del narcisismo per la società in base all’ingresso dei social e degli smartphone nel vivere civile. Dove Gabbard dice cose come, per tutti è più importante farsi vedere fotografati fare una cosa che fare quella certa cosa! Per i giovani è più importante l’immagine che hanno di se che quello che veramente sono sul piano relazionale! Contano più i like che riceve una signora del suo marito! Su venti pagine di capitolo sulla società narcisistica di oggi, pare che l’unica cosa da dire sia: con tutte queste diavolerie, questi brutti telefonini che la gente si porta in giro, non è più come una volta sono tutti narcisisti ah i giovani d’oggi. Vogliono tutti essere premiati per l’idea che danno di se.

Però, come vedremo meglio, il narcisismo non è tout court semplicemente il comportamento di chi vuole essere riconosciuto, e apprezzato ossessivamente – questa è la ricorrenza clinica del comportamento agito, che si aggancia con l’uso comune del termine. In ogni caso da una parte è una ricorrenza di comportamento che risponde a una necessità nevrotica profonda – dall’altra chi veramente abita il contesto dei social attivamente constata quanto l’uso narcisistico dello spazio social è ristretto a una fetta ristretta di persone: io che sono molto nei social constato che della mia bolla di contatti privati compresi quelli fuori dai social, tra amici e parenti, solo una ristretta percentuale usa facebook twitter snapchat o instagram, di questa ristretta percentuale, molti sono sui social ma ci scrivono raramente, o non ci scrivono affatto, e le persone che fanno un uso narcisistico del social – come me per esempio che scrivo per essere letta, ogni tanto metto una foto, ogni tanto piazzo una battuta di spirito che richiede l’apprezzamento altrui, sono veramente pochissime. Chi sta nei social sa in realtà, che solo una ristretta minoranza, li usa in modo narcisistico – la ristretta minoranza che trova corrispondenza a una precedente struttura psico(pato)logica. Anzi, capita spesso di parlare con persone che capiscono il vantaggio professionale e relazionale che potrebbe derivare da un uso narcisistico dei social, ma essendo quell’uso la traduzione di un comportamento psicologico, non riescono, non gli viene spontaneo, ne soffrono – per loro è estremamente faticoso.
Gli introversi non sono in estinzione – semplicemente, rimangono introversi.

La teoresi della società fondata sul narcisismo comunque è anteriore alla lettura di Gabbard, e per me, provocatoriamente, ha anche a che fare con una reazione di classe per un verso, e diciamo di aspetti ombra per un altro, di fronte all’emergere di una nuova categoria di individui che si sono potuti rendere visibili, grazie a una stagione di democratizzazione dei beni, e dell’accesso all’ascensore sociale e alla vita pubblica. Non sono sicura che i narcisisti siano aumentati per una diffusione della diagnosi, sono diventati visibili quelli che prima invece morivano di parto alla quinta gravidanza, finivano a fare gli operai in fabbrica, e le loro vite non erano scritte da nessuna parte.  Questi narcisismi  si esercitavano a mensa o alla riunione sindacale, ma non potevano arrivare a nessuno fuori da quegli ambiti e quindi non è che se ne occupassero i vari Recalcati, stavano fuori da dispositivi di immagine, di linguaggio che li rendessero soggetti visibili nel discorso culturale. Sono allora aumentate le occasioni di diritto alla visibilità e indubbiamente la visibilità innesca dei dispositivi relazionali e collettivi, per cui insieme alle modalità narcisistiche, sono cambiati i processi di socializzazione, si sono velocizzati i ritmi nella creazione di gruppi di affini, che i social ora rendono vorticosi. Sono aumentate tantissimo le persone che hanno il potere di una visibilità esistenziale. Diventano particolarmente notabili, a soggetti che ne condividono l’impianto di personalità, alla sorpresa di classe, per cui vecchi baroni di elite altoborghesi rimangono sbigottiti da quanti nuovi soggetti salgano sul palco della visibilità sociale, si aggiunge la sorpresa dell’ombra – carriere sostenute da bisogni narcisistici come quelle dei grandi analisti e analisti sociali rimangono sbigottite dalla concorrenza di quelli che con una certa fatica potrebbero essere definiti loro simili.

Il fatto è che quando chiamiamo in causa una diagnosi per utilizzarla nel suo potere metaforico, nel descrivere delle caratteristiche sociali, dovremmo smettere di usare solo la costa dei sintomi tipici della diagnosi, ma dovremmo pensare alla causa ma anche allo stato emotivo predominante in quella diagnosi. Una società depressa, non è solo una società che non muove passi, ferma, addormentata, disfattista, ma anche che ne so, biologicamente condannata a un tono dell’umore doloroso, e anche condannata da un desiderio di autoaggressione, e via a ritroso a scavare nell’infelicità che connota la depressione. Una società narcisisticamente orientata, non è solo una società che utilizza comportamente propri delle difese narcisistiche, ma deve essere popolata da una consistente, maggioritaria schiera di soggetti che utilizzino quelle difese per controagire una depressione e un malessere cogenti ma blindati, scissi, che sono lo stato permanente delle sindromi narcisistiche, e bisogna offrire una spiegazione culturale politica sociale ed economica perché la metafora rimanga calzante.

Quello che forse si può dire adesso è che, il capitalismo avanzato, con o senza network, e specie in un regime di contrazione delle risorse sta chiedendo sempre di più un piano della competizione che includa oltre alle competenze le connotazioni soggettive della personalità, una tendenza che trascende i social, e riguarda anche altri contesti. Esiste una specie di brandizzazione del modo privato di essere delle persone, del loro carattere, della loro biografia, del loro modo di fare. C’è una specie di vento che soffia e incoraggia a vendersi come un pacchetto sul mercato dello scambio esperienzale. Lo si vede nelle scelte dell’editoria, Lo si vede nel successo dei reality, lo si vede nel crescente peso della psicologia del lavoro, ma anche nella nascita di questi nuovi personaggi che sono i coach, e che tendenzialmente sono degli allenatori della psiche intesa come business. Se metaforizziamo questa tendenza come un vento, e tratteniamo la metafora, possiamo allora riflettere sul fatto che: ci saranno aree sociali dove soffia in modo meno forte, o addirittura per niente, dove invece va a forza dieci – e dovremmo riflettere sulle diverse psicologie che abitano il territorio dove soffia questo vento, tenendo bene a mente che sono diverse hanno storie diverse, strutturazioni diverse. Alcune proveranno un grande disagio, e un senso di dolore e di fatica, qualcuna si piegherà fino a non farsi vedere. Alcuni fortunati, narcisisti di medio basso lignaggio, o narcisisti curati da psicoterapie, sapranno veleggiare sapendo giostrare la barca per toccare la riva e lasciarla, riuscendo ad andare dove vogliono. I narcisisti più gravi, gravi per delle questioni loro completamente indipendenti dal vento che soffia, potrebbero finire alla deriva.

sulla diagnosi

 

Premessa. Vorrei scrivere un post sul disturbo narcisistico di personalità, mettendoci in mezzo anche testi che sto leggendo in questi giorni, e anche certamente la mia esperienza con la diagnosi. Mi preme però fare un discorso generale sulla questione diagnostica, e sull’uso delle parole che combaciano con le parole della diagnosi -perciò ne faccio un post a parte, che potrà essere utile non solo a quello sul narcisismo ma in generale alla complicata questione dell’uso dei concetti che che sono del gergo psichiatrico e psicologico.

Capita spesso nel nostro parlare, di utilizzare lemmi che hanno una doppia evocazione: una che riguarda l’uso comune di quella parola, il significato che ha nella vita quotidiana, e l’altra che riguarda un lessico scientifico di riferimento – nel nostro caso specifico: psichiatrico. Per esempio se diciamo che una certa persona è depressa, possiamo pensare al fatto che appare spesso sotto tono, con un volto che sembra tenere a mente delle preoccupazioni, che è poco incline a fare delle proposte e a prendere delle iniziative. Ma se parliamo psichiatricamente di depressione invece, potremmo trattenere alcune di quelle frasi, per esempio anche psichiatricamente diciamo che quella persona appare sottotono, ma aggiungeremmo molte altre cose, anche considerando che ci sono diversi tipi di depressione, alcuni dei quali  non escludono affatto che una persona prenda delle iniziative. Ci faremo delle domande sull’intensità di un certo disturbo, sulla durata di quel sintomo, e sulle occasioni in cui è emerso. Constateremo dei punti di contatto con l’uso quotidiano della parola e delle divergenze.

A queste divergenze, il senso comune non di rado riesce ad arrivare. Tuttavia, soprattutto quando si entra nell’ambito della psicoterapia, la diagnosi corretta diventa un processo lungo con altre articolazioni per cui quella singola parola da sola non basta, e fare una diagnosi vuol dire interrogarsi su altre cose. In primo luogo si terrà a mente per esempio c’è una scala di intensità del sintomo, in secondo luogo si esaminerà  la quantità di risorse di cui dispone un paziente,  e in terzo luogo ci si interrogherà sulla presenza di altre sintomatologie che si intreccino alla diagnosi principale.

La questione dell’intensità e delle risorse è importante e riserva delle sorprese rispetto a ricorrenti semplificazioni culturali per cui spesso nell’arte, nel cinema, nella letteratura  si tende a vedere nei sintomi i segni di una creatività per un verso, di una ribellione per un altro, di una impossibilità di riduzione della soggettività per un terzo. In realtà più un sintomo è pervasivo, intenso e magari di remota insorgenza, quindi cronicizzato, più funziona come l’allagamento in una casa, che rende le stanze inagibili e in casi estremi fa saltare l’impianto elettrico. Sintomatologie gravi ottundono la capacità di rappresentazione di se, di espressione della soggettività, di espressione della creatività. Quando queste caratteristiche invece  permangono, vale l’esempio della casa allagata,vuol dire che ci sono dentro casa delle risorse che arginano l’allagamento, si prendono provvedimenti, rimangono alcuni spazi liberi ed agibili dove la soggettività si estrinseca. Questo porta a considerazioni che devono essere realistiche e che sono politicamente rilevanti per quanto possano essere con grande fraintendimento, giudicate politicamente scorrette. Una schizofrenia grave e pervasiva non fa diventare nessuno né genio del bene né genio del male, fa diventare ripetitivi e fondamentalmente noiosi per non dire respingenti. Quando una persona con una diagnosi di schizofrenia ha delle aree creative, quelle sono le parti sane della sua soggettività non un fantastico parto libertario del suo malessere. Quando una persona gravemente depressa scrive un bel libro sulla depressione, quella persona ha una parte sana che sta leggendo la sua parte depressa, e lavora e lotta. E’ una cosa importante questa, perché ha conseguenze politiche importanti e anche pratiche: lo psicoterapeuta infatti lavora con quelle parti sane, si allea con quelle parti sane, si mette nelle stanze non allagate della casa e dice, vediamo che possiamo fare di quelle allagate. Di contro dire che tutti ci hanno degli spazi di manovra (vedi mancato adempimento della legge 180 per delle strutture adeguate all’utenza) vuol dire mettere delle persone nella desolata situazione di non poter fare niente, di non poter essere sostenute.
La gravità di un sintomo non la da mai il nome di una diagnosi possiamo aggiungere, la da la flessibilità con cui si propone. Se una persona va in ansia solo quando il figlio esce e non sa quando torna è un conto. Se va in ansia quando il figlio esce e non sa quando torna, quando deve parlare con un collega, quando deve preparare le valige, quando deve invitare i genitori a cena e via di seguito – è un altro. Perchè quella persona non farà molte di queste cose.

In secondo luogo, queste diagnosi non stanno mai da sole, e la fermezza di un’etichetta diagnostica è una comodità comunicativa, piuttosto che una verità materiale. In fondo, i sintomi sono strategie imperfette di adattamento a occasioni che mettono in crisi, ed è facile comprendere come ce ne possa essere più d’una nella stessa personalità. Una persona con un organizzazione narcisistica di personalità può avere per esempio un disturbo alimentare, ma anche un disturbo ossessivo, oppure può avere una dipendenza di qualche tipo, può anche – anzi, è più frequente di quanto si creda – avere due delle precedenti caratteristiche sintomatologiche unite a una profonda depressione. Sono batterie di risposte diverse, a fronte di una difficoltà di stare al mondo.

Infine, una osservazione analitica. Mi ricordo con un sorriso, ma mi fece anche molto riflettere, una scena di habelus Papam, dove lo psicoanalista Nanni Moretti prende in giro la sua ex moglie e collega. Dice di lei che per lei tutti i pazienti avevano come problema scatenante e originario la deprivazione materna. Ma può essere tutto sempre la deprivazione materna? Questa cosa mi fece molto ridere, perché metteva l’indice su quella che certamente è una semplificazione che tenta le formazioni analitiche, un sempre andare a parare li, un risolverla così, che uno dice è anche un po’ furbo perché la madre oramai ha fatto quello che ha fatto si fa quel che si può non resta che scuotere il capo mestamente.

Eppure, più lavoro, più devo dire, mi impressiona coma alla fine la costruzione della nevrosi cominci con un accudimento difettoso, poi inciderà la biologia dei soggetti e insieme alla biologia dei soggetti gli eventi successivi nella vita faranno la loro parte, ma l’albero delle diagnosi, diagnosi molto diverse tra loro, spesso ha questo tronco comune della genitorialità per un verso o per l’altro deprivante, vuoi che sia deprivante perché non responsiva, o perché intrusiva o perché proprio abusante. A quel punto poi a seguire la storia di una risposta sintomatica, si affonda sempre in quel tronco unico, poi si vedranno gli itinerari e le variazioni, e quegli itinerari saranno fondamentali per trovare le risorse.

Tutte queste cose potremmo ora applicarle al narcisismo. Dovremmo perciò ricordare che esistono due modi diversi di intendere il termine, uno colloquiale e uno tecnico,  che esiste una intensità del sintomo narcisistico, che ne designa la trattabilità e i margini di manovra, che esiste una comorbidità del narcisismo con altre diagnosi, e che anche i difficili narcisisti hanno mosso i loro primi passi nel mondo con dei genitori particolarmente inadeguati.

Non tutte le passioni riescono col buco

 

Quando sono insieme, può succedere che si siedano a un bar e si guardino negli occhi per quelle che le sembrano lunghissime decine di minuti. L’operazione ha indubbiamente del magico, lui ha occhi molto belli, lei non tanto a dire il vero, la questione dovrebbe essere una chiamata alla profondità, a una comunicazione non verbale e intima, per la quale intuisce confusamente di non essere tagliata.
Il potere del carisma, poi avrebbe capito, occulta l’anatomia del carattere.

(A essere pervicacemente onesti, s’erano incontrati già anni prima, si erano seduti insieme diverse volte, e in quegli anni prima lui aveva parlato – mica era stato tanto in silenzio, aveva già allora questi occhi molto belli, in aggiunta agli occhi molto belli una voce particolarmente carezzevole, e questi due elementi, gli spiega ora dopo un bacio appassionato, l’avevano distratta da quello che lui aveva da dire, di cui insomma non le era rimasto impresso niente.
Ti ricordi quanto era bello quando ci vedevamo sul mare? – le dice ora lui – Di quante cose parlavamo.
No veramente ecco io – risponde lei – mi ricordo soprattutto dei tuoi occhi. )

Quella volta sul mare si era pensata innamorata – e ne aveva ben donde. Erano più giovani, lui si andava arrampicando in una vita di nevrosi ben scritte, un ragazzo brillante col cuore complicato per quanto generoso, gli intuiva battere col pensiero e il sentimento le strade che lei stessa avrebbe battuto, gli ammirava uno stile della vita senza sapere che un giorno, sarebbe stato il suo. (Era incantata da certi suoi dolori e certi affanni, gli esplodevano gli stessi pregi che lei ancora doveva annaffiare. In lei tutto quel male luminoso doveva ancora prendere forma, e lui si era invaghito di tutto quell’essere accennato delle ragazze giovani.)

Si tornano a guardare ora, dalla costa di due generazioni diverse, meno lontane di un tempo. Devono affrettarsi, cogliere il momento, stropicciarsi più che possono perché non possono durare, sono troppo simili, e più il tempo passerà più la distanza si accorcerà. Ora lei sta finendo di studiare, lui lavora da un po’, quando lei finirà del tutto, le analogie diventeranno troppe, entrambi nevrastenici e carnali, entrambi seduttori ma guardinghi, entrambi generosi ma difficili, diventeranno grassi, malinconici, simpatici, buoni  prosatori, amati e amanti di tuttaltre costellazioni esistenziali.

Dopo, ameranno persone magre modeste e introverse le cui parole appariranno sempre molto importanti, non avranno figli, berranno molte birre, vedranno molti medici. Per il momento, finiscono a letto insieme, regalano fiori, si scrutano seduti nei bar, lui le canta canzoni, lei muove la testa, navigano in un flirt ombroso e pieno di precauzioni.

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Il mio amico C

(Ogni tanto a pranzo  – non spesso a dire il vero – vedo il mio amico C. che è molto pazzo e instabile ma non sembra, anzi il mio amico C a pranzo sta sempre seduto composto e pensieroso, una specie di pensatore stralunato, dividiamo i cannelloni mentre si regge la testa (lato sinistro) e s’aggiusta gli occhiali, mi da della pazza a me, e questo un po’ m’aggiusta i miei di occhiali, mi ascolta in questi pranzi, mi fa prendere poi cose come salsicce e saltimbocca e mi interroga. Hai scritto almeno un paragrafo? Come va con il lavoro?  Come stanno i tuoi bambini? 

Io dico che i miei bambini sono bellissimi, i più belli di tutti, i più belli del mondo, gli faccio vedere le foto, e lui si intenerisce, perché il mio amico C è pazzo ma sentimentale, di mia figlia non vede gli occhi da strega ma vede l’infanzia, e quando gli racconto le cattivellerie sue tipiche il mio amico C ride di come si ride dei bambini, cambia posa, mangia altri saltimbocca, si tiene la testa con l’altra mano (lato destro). La testa gli pesa per il fatto che si porta sempre molti pensieri moltiplicati a loro volta, nella sua mezz’ora mi rende edotta di amori tempestosi e storia del socialismo, a volte ci mette pure tutte mescolate alcune sue ipotesi rivoluzionarie e/o religiose e anche casini che ha in casa ci ha sempre molti casini in casa, e penso che quando siamo a pranzo mette tutti questi pensieri da una parte, come farebbe l’altro mio figlio con i tappi della sua collezione.

In generale ci dividiamo il pasto nel tempo e nelle porzioni – di solito un’ora un’ora e qualcosa perché è una convergenza di pause pranzo, mezz’ora l’uno e mezz’ora l’altra, un saltimbocca lui uno io,  con alcuni inframezzi interlocutori, di solito degli anchammeèssuccesso, ma anche dei macchedavero, una patata arrosto te una io,  che siamo romani tutti e due io e il mio amico C, e ci mettiamo anche qualche battuta di smandruppata genitorialità reciproca, una strana forma di cinismo gentile. Io sono ipocondriaca  per esempio, e allora il mio amico C mi chiede, lascia stare i bambini, parlami del colera.

E io pure gli chiedo tuttecose come vi dicevo, e avrei molta voglia di entrare nel dettaglio e riferirvele, ma è una persona molto riservata,  diciamo torrenziale ma selettivo, per cui no, non posso dirvi bene tutto di quando cambia la mano con cui si regge la testa, mi dispiace).

(qui)