Su Mad Men

Nella mia personale accezione di capolavoro, il merito va a quei testi che siano in grado di saturare tre domande, che io pongo come fruitrice. Un testo deve: descrivere un mondo, inventare un linguaggio, proporre una visione del mondo. 
Nel mio ozioso spazio di fruitore, il cui unico potere è fare un personale gioco delle gerarchie, constato che quando un prodotto estetico si ferma sulle prime due domande, non trascende mai il momento storico in cui è concepito – mentre se satura bene solo la terza, è un oggetto filosofico che smette di essere un oggetto artistico. Quando un oggetto estetico invece risponde bene a tutte e tre le domande, ha le carte per entrare in una dimensione di complessità per cui dall’ottimo lavoro slitta al capolavoro.  
Ora, io penso che la serie Mad Men soddisfi tutte e tre le domande. Ha descritto e reinventato un mondo, ha codificato un’estetica, e ha una costruzione della trama che è capace di dire delle cose simboliche, allegoriche che vogliono dire qualcosa di meta. In Mad Men la sceneggiatura ha una visione del mondo, la trama porta un messaggio che fa filosofia della storia, metafisica delle vicende umane.
 Voglio scriverne qui, soprattutto per quel che concerne i meriti riferiti alla terza domanda, mentre tralascio gli indubbi meriti che riguardano le altre due: è vero Mad Men reinventa un mondo costellato intorno ai pubblicitari newyorkesi degli anni sessanta, è vero Mad Men ricostruisce un’epoca con una correttezza filologica commovente, ma a me interessa qui dare una delle letture possibili su cosa ha di filosofico, su cosa dice dell’umano quella serie di trame. 

La mia lettura della serie parte da una osservazione. Non ho visto niente prima d’ora di più esplicitamente consapevole, di più autocosciente, di più lucido nella descrizione dei rapporti di genere, degli squilibri di forza, e del campionario di sofferenze che elicita un certo modo di abitare il mondo e il sesso. Mi è sembrato un enorme, magnifico, lavoro sulla fatica che ha fatto l’uomo del novecento nella sua transumanza dal mondo dei padri al mondo di oggi, nel suo passaggio attraverso gli Urali, o se volete attraverso l’atlantico, tra vecchio mondo e nuovo mondo, dove gli Urali, o l’Atlantico sono in primo luogo il femminismo, ma in secondo luogo anche altri movimenti politici che hanno costellato la nostra mutazione antropologica, per altro non ancora portata a termine: l’ingresso del proletariato nel dibattito pubblico, l’ingresso delle minoranze etniche nella piattaforma dei diritti civili. In ogni caso, le altre questioni storiche che puntellano il passaggio agli urali sono tutte secondarie, rispetto alla rivoluzione dei rapporti di forza tra i sessi. Le due coste della transumanza sono infatti una prima puntata dove le donne sono molte, sono carine, sono tutte segretarie che portano il caffè a cui si dedicano manate sul culo, proposte di matrimonio e varie forme di gerarchia dall’amorevole subordinazione matrimoniale al disprezzo della mercificazione sessuale, mentre nell’ultima puntata – dieci anni dopo –  ci sono le copyright, ci sono donne imprenditrici, ci sono storie di convivenza. Gli eroi e le eroine di questa transumanza  sono dei pubblicitari, e tutta la serie parla anche di storia della pubblicità. Una scelta narrativa molto felice, perché parlare di pubblicitari permette di mettere in campo vicende private di esseri umani come altri, romanzi e intrecci affettivi come ci sono in tutte le comunità professionali e non, ma prendere gente che lavora nella pubblicità vuol dire parlare di quella parte di gruppo sociale che costantemente esplora i limiti dei cambiamenti ideologici che sono appena avvenuti. La pubblicità è quella cosa che infatti aiuta a portare profitto sondando i modi di sentire e di pensare delle persone, ed è sempre la prima a testimoniare quando qualche cambiamento è avvenuto o sta avvvenendo.  Quindi nei passaggi della serie avremo sempre questa specie di controcanto: cambiamenti dei rapporti di genere e non solo, nelle trame private delle vite private, identificabili nella dimensione individuale, e cambiamenti dei rapporti di genere e non solo nelle campagne pubblicitarie e in come sono recepite dalla committenza – quindi identificabili nella dimensione sociale e collettiva. 
Gli eroi principali di questa transumanza – anche se Mad Men è un romanzo corale pieno di coprotagonisti, sono Don Driper e Peggy Olson. Il maschio simbolico e la femmina simbolica che incarnano a modo loro le fatiche di tutti gli uomini e tutte le donne nella traversata degli urali.


La maschera Draper è un uomo bellissimo, la cui estetica, i cui movimenti, gesti, galanterie e virilità vengono dal cinema dei due decenni precedenti. Draper arriva dai film con Rita Haiworth, cita nelle espressioni certi modi di Hamprhey Bogart, è corpacciuto, sornione, e misterioso come tutti gli immortali e tormentati eroi del noir. E’ il maschio così come è consegnato dalla spuma delle onde del primo dopoguerra. Grandi spalle, ottimi pensieri, la radiosa luce del successo . E’ il maschio alfa dell’erotismo metropolitano, che se le scopa tutte, che piace a tutti,  con la moglie scintillante e le amanti che si sdraiano a un cenno. Ma anche il maschio alfa rispetto agli altri maschi, il capobranco senza contratto, la lingua sottile e carismatica che quando si pronuncia dirà la cosa più intelligente di tutti. E’ l’idea di virilità secondo Holliwood e l’occidente tutto in piena industrializzazione: non tanto armi, clave, muscoli e sangue – ma frasi brillanti in una sala riunioni da cui deriveranno molti quattrini. 

Tuttavia Don Draper è anche tormentato, e titolare di un grave conflitto interno.  Don infatti non si chiama davvero Don, il suo vero nome è Dick. E’ stato Dick fino alla guerra in Corea, durante la quale alla morte di un commilitone ne ha preso l’identità per abbandonare la guerra e rifarsi una vita. A quel vero nome di Dick è legato  una identità traumatica, dissociata  – di miseria, abbandono abuso e misoginia, che Don ricorda, e riporta alla coscienza in certe puntate, un pezzo per volta. Nato da una prostituta, cresciuto in un bordello di campagna, povero, maltrattato e non amato. Sicché la serie è da una parte la storia del pubblicitario sciupafemmine, eccentrico e di successo, Donald che tra ondeggiamenti e seduzioni veleggia verso la postmodernità, riconoscendo il valore di donne come Peggy, accettando una segretaria nera che porta il suo nome, lasciando prima una faticosa e bellissima casalinga frustrata e sposando poi una donna magnetica e intelligente come l’attrice Megan, ma allo stesso tempo la serie è anche la storia della impossibile integrazione tra logiche di genere e di dolore della modernità nel mondo della post modernità. Dick versus Don è il vecchio uomo, contro il nuovo, il vecchio che funziona in un modo, contro il nuovo a cui si chiede di funzionare in un altro. La terribile infanzia di Dick, del maschio che è figlio di una madre mercificata e ridotta a merce, e cresciuta da un manipolo di femmine rancorose per la loro posizione di desoggettificazione, e depersonalizzazione rispetto al proprio corpo, è l’incubo di una serie di generazioni di maschi, la storia di una patologia individuale e culturale, la patologia di tutti maschi figli di donne senza diritti, senza lavoro, senza soggettività politica, esposte alla loro stessa violenza,  il cui riflesso è nella lunga successione di azioni irriflesse variamente misogine, scopate senza senso, matrimoni falliti, seduzioni a perdere, in una celebrazione del sesso che ha qualcosa di vitalistico e tragico insieme, e il cui gigantesco costo psichico è anestetizzato e alleggerito dal ricorso al fumo e all’alcool, pervasivi nella serie come nell’epoca in cui era girata, dispositivi di ammortizzazione della depressione e del panico. 

Non c’è paio di corna, decisione difficile, fallimento latente, frustrazione da dover far digerire, che a Medison Avenue non sia attutita, ammortizzata da un bicchiere di Whisky, o da una provvidenziale sigaretta.  La regia non risparmia decodifiche feroci su questi anestetici della nevrosi, e senza pietà ne mette in risalto, puntata su puntata l’esplicito effetto collaterale, e dunque l’implicito significato segreto di aggressione al corpo, di anestesia come autodistruzione. Si comincia a parlare di fumo come causa di cancro, cancro di cui morirà la gran fumatrice Betty Draper, si continua con episodi di grande umiliazione di se, come il pubblicitario che si piscia nei calzoni, o lo stesso Draper che al bussare della memoria dissociata alla coscienza, beve sempre di più rivela incautamente la sua storia, a una riunione di facoltosi clienti.  Bere e fumare, sono gli unici modi che Dick/Don ha per sopportare l’attrito causato dalla compresenza delle sue due identità, mentre la serie illustra come, le costose e faticose metamorfosi sociali che portano le gonne ad accorciarsi, le donne a lavorare, i neri a essere riconosciuti, cominciano a liberare il corpo dall’aggressione delle dipendenze e nel corso delle puntate si fuma e si beve sempre di meno, cominciano a comparire bevande alternative e modelli maschili diversi. Mentre Don Fatica a mettere insieme patriarcato e femminismo, prostituzione ed erotismo potere del corpo e potere sul corpo, nella serie fioccano nuovi maschi, che sanno trovare nuove soluzioni come il collega choo, o anche quel personaggio così ben cesellato che è Stan e che diventerà il compagno dell’altra grandissima e stupenda protagonista della serie – Peggy Olson.

Peggy è il femminile che attraversa gli Urali, per diversi aspetti è il simmetrico opposto di Don. Compare come piccola segretaria periferica nel grande ufficio, né molto aggraziata, né molto bella, men che mai ricca. E’ sfocata, poco interessante. Nei film dove il divo hollywoodiano come Draper avrebbe imperversato, sarebbe stata un personaggio di contorno, sbiadita e inconsistente rispetto alle scintillanti fidanzate d’America, come la bellissima Betty moglie di Don, ma anche come tante delle colleghe segretarie che disperatamente cercano marito, irretendo questo o quel chief executive.  Ma quel tipo di donne, come spiega la parabola di Betty Draper, si ammala perché non scavalca gli urali. Si tormenta di noia, di dimenticanza di se, di periferia della vita, di materno non sufficientemente materno per intrattenersi. Sono le figlie che si intossicano della patologia delle madri, perché il patriarcato non ha offerto vie di salvezza. E’ molto interessante e sofisticata la lettura psicologica di Betty: che va da un’analista perché ha un rapporto con la madre patologico, e a sua volta è una madre patogena, ma ugualmente Betty è anche una che senza lavoro rimane da sola con le sue nevrosi. 

 Invece, la meno bella Peggy, piano piano tira fuori un suo talento, una cocente ambizione e una forte personalità, e che dunque diventa piano piano più bella, più interessante, attraversa il decennio, con dolori costi e fatiche, relazioni funzionali e disfunzionali, amori che non reggono la transizione culturale, ma alla fine trova l’equilibrio, il compromesso, l’evoluzione. E forse tra tutti è quella che meglio approda alla costa simbolica del nuovo mondo, con un amorevole relazione con un collega. Tuttavia, anche lei,  ha una vicenda di conflitto fra due identità, che è lo speculare simmetrico al conflitto di Don. All’inizio della serie infatti scopriamo che Peggy, è rimasta incinta di Pete, che però sta per sposarsi, e neanche sa della sua gravidanza. Quando partorisce, decide di dare il figlio in adozione. Dunque  quel parto, rappresenta anche li, la faglia simbolica di due identità che fanno attrito, quella della donna figlia del patriarcato cattolico, la donna che prima di tutto doveva essere madre e sposa, a far contenta la tirannia della famiglia di provenienza e del prete di quartiere, e la Peggy che lavora, e che diviene la prima donna copy della sua agenzia, di talento, stimata e con un ufficio. Anche per Peggy le due identità non si sciolgono con agio una nell’altra, anche a Peggy il passato salta addosso a ritmi regolari, mentre lei con testardaggine e fatica attraversa gli Urali del femminismo. 

Intorno a questi due grandi personaggi che scavalcano il dorso di un cambiamento epocale, c’è una costellazione di vicende in cui si indaga come altre psicologie e altre personalità percorrano traiettorie parallele, c’è la fantastica Joan che fa carriera desiderando il nuovo mondo ma conquistandoselo con le armi del vecchio, e pagando, paradossalmente più di Peggy, che invece cerca di giocare con le nuove regole.  La magnifica Joan fa carriera ma i maschi non glielo perdonano e rimane sola, Peggy fa carriera, forse più lentamente, ma alla fine si risolve in un amore molto autentico per un collega. Roger, il capo di Don, veleggia tra passato e futuro dolore e nevrosi, e alla fine approda a una relazione non più con una splendida ventenne, opportunista e magnifica, ma alla fine si sceglie una donna matura, piuttosto folle, ma molto molto soggettificata, paritaria. Già sposa e madre. 
Tuttavia la storia secondaria, periferica volendo, ma nevralgica, che segna il punto di attrito storico culturale, il punto di frattura, il centro della traversata, è quella che riguarda il pubblicitario italoamericano Salvatore, il quale nella terza serie, perde il posto di lavoro, per aver resistito a una proposta sessuale. 


Si tratta di un episodio come dire, filosoficamente interessante: Sal è un italoamericano, che ha un matrimonio bianco, ed è omosessuale, anche se dati i tempi, non lo dice a nessuno, e solo moderatamente a se stesso. Si permette poche relazioni sessuali, clandestine e improvvise, mentre tende a sottrarsi dinnanzi a occasioni che potrebbero coinvolgerlo ma fargli accettare esplicitamente il suo orientamento. A un certo punto, un grosso cliente dell’agenzia pubblicitaria gli si offre sessualmente, ma Salvatore lo respinge. Il cliente si risente moltissimo, e fa sapere che vuole il pubblicitario licenziato. 
Salvatore ne parla con Don Draper, il protagonista, che ha già intuito il fatto che è omosessuale. Lo aveva colto quasi in flagrante, in un comune viaggio di lavoro. Nel momento in cui parlano è interessante una genuina divergenza in termini di aspettative rispetto al sesso e al ruolo di genere. Don non ha problemi di omofobia, non è scandalizzato dall’orientamento di Salvatore, è stupito però che non abbia accettato di andare a letto con il cliente. E’ stupito perché è un uomo, è un uomo del vecchio mondo, è un uomo dell’aldilà dell’atlantico, quindi si aspetta che un altro maschio, possa tranquillamente farsi una scopata con uno che non lo entusiasmi, se c’è un importante interesse in gioco, cioè per Don è curioso che Salvatore non percepisca un desiderio, che non abbia quell’uso materiale del corpo come cosa. Quando invece una situazione simile capiterà a Joan, egli sarà empatico con la difficoltà di Joan, e sarà stupito dal fatto che invece Joan, per far decollare la carriera  – che le è costantemente ostacolata per gli strascichi maschilisti del vecchio mondo – accetterà di andare a letto con il cliente. Per parte sua Salvatore come dire, rivendica un’accezione di corpo, di relazione sessuale, che oggi anche molti maschi eterosessuali si prenderebbero per se, ma che un tempo sarebbe stato inconcepibile. Davvero rinunci a del sesso per una questione di principio? Dice incredulo Don. 
Così come guarderà incredulo Joan: davvero accetti il sesso senza soffrire una questione di principio? Nel vecchio mondo l’eticità del corpo è delle donne, esse tuttalpiù vendono la necessità di subire. Nel nuovo l’eticità del corpo arriva agli uomini, mentre le donne possono decidere di abbandonarla. Come scelta di potere nel mondo dei maschi.
Credo che quell’episodio, sia il centro ideale della serie.

Non è il solo momento simbolico. Mad men è un romanzo corale, che racconta la transumanza della psicologia dei generi, in molte sfaccettature, e anche in una serie di percorsi di vita, che non fanno itinerari lineari, ma che incontrano battute e arresti, vecchi schemi psicologici e relazionali che si ripropongono forti e chiari, balzi in avanti eresistenze, e salti indietro. Né il meraviglioso finale, è privo di chiaro scuri, e assolutamente luminoso. Da una parte l’ultima puntata si chiude con lo spot della coca cola dove cantano insieme, donne e uomini, bianchi e neri, persone di tutti i tipi  – a simboleggiare l’approdo definitivo a uno stare diverso, dove le nuove istanze psichiche convivono tutti insieme. Ma Don è in un ritiro dove si fanno terapie di gruppo, si è scontrato con l’impossibilità di far convivere le sue due identità, e deve riazzerarsi da capo, ricominciare tutto, con tutti i femminili interni che ha che ha distrutto o perduto. E’ insieme a persone che in fondo, con percorsi diversi, storie diverse, sono anche loro al capolinea di un romanzo fallimentare, di un’operazione abortita, e sono anche tutti, slegati tra loro, in una comunicazione estremamente rarefatta e molto desessualizzata. Mentre Peggy si fidanza, Pete felicemente ritorna con la moglie, Joan si fa un’agenzia sua e i pubblicitari vanno avanti, Don rivela degli aspetti opachi, oscuri di questo cambiamento, io ho avuto anche la sensazione di una perdita di carne di eros, di una dolorosa fuga in una terra apollinea, non ricattatata dal potere del sesso. Non proprio insomma un happy end. 
In ogni caso, una delle cose più belle viste negli ultimi anni.

Sesso e genere: il corpo casa. Alcune note

La questione del rapporto tra identità sessuale e ruoli di genere, è un tema che continua a infiammare il nostro dibattito culturale a cicli regolari, per una serie di motivi, il primo dei quali è strettamente politico. Le differenze sessuali sono utilizzate per mettere in campo delle prescrizioni comportamentali rispetto a ciò che uomini e donne possono e devono fare nella loro vita quotidiana per tanto, l’argomento ha una rilevanza pratica enorme. 

Per quanto mi riguarda devo ammettere che c’è anche una fortissima fascinazione filosofica e scientifica intorno all’argomento. E’ un tema che ha delle questioni divertenti, intriganti, anche di sociologia, di studi culturali, ci ritorno regolarmente non tanto, o non solo, perché personalmente me ne senta toccata  quanto perché appunto mi diverte. Ci ritorno anche perché per noi analisti, è un luogo interessante di costruzione delle teorie – e una sponda a cui dobbiamo tornare spesso per lavorare in modo rigorosamente rispettoso con i nostri pazienti – i cui modi di stare male, passano quasi invariabilmente tramite l’interpretazione del proprio ruolo di genere. 
La professione che svolgo, che è quella di analista, d’altra parte mi obbliga a una doppia attenzione etica all’argomento, perché come terapeuta sono terapeuta di tutti, non per dire solo delle donne, o solo degli uomini, e perché come terapeuta ho rispetto dei contesti politici che riescano a produrre felicità anche con scelte quotidiane che non sottoscriverei. La mia vita privata in questo mi ha aiutato, e i libri di vite lontane hanno contribuito. Per quanto io sia una donna professionalmente piuttosto ambiziosa, che lavora almeno 40 ore a settimana, figlia, nipote e bisnipote di donne ambiziose e lavoratrici – non mi sconvolge per niente e capisco perfettamente quella che sta felice a casa con i bambini. Questo saper rispettare scelte di politica privata altre dalla mia,  nella gestione del ruolo di genere, è per me una conditio sine qua non della mia posizione etica professionale. 

Di solito, la questione viene posta in termini molto semplificati, per cui si collocano due poli del dibattito, quello essenzialista e quello costruttivista.  Questa dicotomia mette da una parte quelli che in base all’identità sessuale decidono che derivano tout cort dei comportamenti da prescrivere come giusti e appropriati, essenzialisti – e dall’altra quelli che invece ritengono che sia il contesto politico e culturale a costruire le immagini di genere sfruttando la materia inerte del corpo. E’ anche fascinoso notare come il potere combinatorio delle nostre abilità retoriche riesce a fare in modo che si ritrovino tutte le posizioni in tutti i partiti politici. E’ pieno di femministe gioiosamente essenzialiste, ma può capitare di assistere al curioso panorama di qualche costruttivista profondamente conservatore. In linea di massima però – La prima delle due posizioni mentali impone un vincolo, la seconda lo rifiuta. Così come noto le seguenti ricorrenze: tra le fila delle posizioni essenzialiste, abitano molti modi di pensare poco sofisticati, poco aggiornati, quanto francamente impreparati, mentre la posizione costruttivista vanta di per se competenze, riflessioni, in generale un lavoro intellettuale molto più forte. Emotivamente io sento di appartenere, come progetto politico e come modo di affrontare le cose più ai secondi. E per quanto io sia presto approdata a una posizione, con alcuni cardini essenzialisti – come sento parlare di “le donne” e “gli uomini”, metto mano alla pistola.  Siamo determinati da una grandissima quantità di essenze infatti, che si combinano tra loro. 

Nella mia personale soluzione, che non saprei bene dove collocare in questo continuum, io considero i cervelli degli uomini e delle donne troppo poco differenti perché siano contrapposti. Per quanto si trovino alcune differenze biologiche, a livello del corpo calloso, per esempio, quando si vanno a fare dei disegni di ricerca sui processi logici non arrivano mai risultati veramente apprezzabili, che portino a chi sa quali plateali differenze.  Fare questi disegni di ricerca pone problemi ermeneutici molto complicati. Anche l’accento che si mette sui diversi appannaggi ormonali – che dopo tutto sono altri mediatori come i neurotrasmettitori, mi lascia piuttosto fredda. Interpreto gli ormoni come delle macchine, quelli ce l’hanno di una marca, noi di un’altra, ma sempre macchine sono. Non mi pare che introducano variazioni dirimenti, o che possano vantare il potere di altri fattori. 
Sento molto potente invece, il resto del corpo che abitano i nostri cervelli, e sento che le differenze tra corpo degli uomini e corpo delle donne, siano un oggetto semanticamente rilevante al di la del mondo che si abita.  Questi corpi diversi, hanno connotazioni diverse con capacità diverse. Per esempio uno può portare dentro un altro corpo e l’altro no. Uno vede la propria eccitazione sessuale e l’altro no. Uno perde sangue per dei giorni al mese e l’altro no, a uno cresce la barba sotto al mento e all’altro no. Uno gode sessualmente mettendosi dentro un oggetto, l’altro mettendo il pene da qualche parte. Uno ha la forza per fare cose che mediamente l’altro non può fare, uno può partecipare alla procreazione fino a un certo punto della vita, l’altro molto più a lungo. Considero queste caratteristiche del nostro corpo ambiente, dirimenti, e questo mi fa dire, grosso molto, che è vero, siamo scritti da molte variabili intorno a noi.

Ma il corpo, è il nostro primo ambiente culturale.

Definire il corpo come primo ambiente culturale, secondo me è di grande aiuto, perché in questo modo, ne capiamo meglio la sua connotazione particolare, di essere cioè simultaneamente: un oggetto parlante, intrusivo, capace di produrre da solo significati, ma anche di essere un oggetto a sua volta riparlato, ridetto ricodificato dal mondo culturale in cui è iscritto. 
Definirci come cervelli che abitano una serie di cornici produttrici di senso, dalla prima delle quali è però è terribilmente impervio uscire, ci aiuta a capire come costruiamo i nostri modi di vivere, e di abitare i nostri corpi. Ci aiuta a capire bene la successione di discorsi, e la sovrapposizione di discorsi che implica il nostro usare il corpo, e la tensione di questioni che implica la propria interpretazione di identità sessuale, e ruolo di genere. 

Se il corpo è una specie di casa, la nostra casa, da una parte ci sarà il come noi la abitiamo, e come noi ne interpretiamo le diverse funzioni, dall’altra ci sarà indubbiamente il tema di come la città dove è situata la nostra casa interpreta le case. Il momento storico in cui sorge, etc.. Quando noi ci approprieremo della nostra casa corpo, da una parte quella avrà un significato come dire a prescindere, dall’altra ci sarà una questione di come è parlata dal suo contesto.
Il che effettivamente succede anche con le nostre case, quelle dove dormiamo. Un secolo fa l’angolo cottura era l’abominio, e il corridoio il segno di un ordine mentale e politico che testimoniava l’accesso alla borghesia. Oggi la cucina  – spazio della nutrizione e della funzione materna può essere molto contratto, e in linea di massima, si testimoniano possibilità di ordine mentali che non sprechino tutti quei metri che si mangia un corridoio, ma anche una visione dello spazio vitale che può rispecchiare una nuova gerarchia di valori. Gli ingressi stanno sparendo. Si può piovere direttamente in un salone.

Ora, la parte particolarmente problematica di questa idea di corpo come primo ambiente culturale, è che implica una sua autonoma istigazione alla produzione di significati, che prescinde dalla società in cui si vive. Il costruttivismo dice che il nostro modo di interpretare i ruoli di genere è parlato dai nostri contesti, e noi ci prendiamo quello che il contesto dice del nostro corpo: la donna casalinga è parlata cioè da una società che dice che le donne sono casalinghe, e ivi compresa la donna che fa la madre è parlata da una società che racconta le donne come figlie o come madri. Ma io penso invece che la casa corpo imponga alla mente che la abita di rispondere a delle domande. 
La casa corpo dice: io posso concepire un figlio, che fai di questa mia possibilità? Oppure
io per sollevare un mobile ci metto molto più sforzo di quell’altro il maschio

Oppure, io mi sento male fisicamente, per alcuni giorni nel mese. 

La casa corpo costringe la mente a delle decisioni che producono degli atti semantici. Anche senza contesto culturale, ci imporrebbe una nostra personale microcultura, la costruzione di un nostro micromondo.  Ma dovremmo dire, anche senza contesto familiare, perché un’altra importante agenzia della lettura del proprio ruolo di genere, riguarda la famiglia in cui cresciamo, gli uomini e le donne da cui veniamo.  Sia come loro arredano e rispondono alle domande sulla propria casa corpo: come la nostra madre ha vissuto il suo corpo di donna, come nostro padre quello di uomo, sia come interpretano, si relazionano, arredano il nostro corpo di figlie e di figli. Nella nostra costruzione della nostra microcultura individuale, su cosa fare del nostro sesso, e quindi come arredare la sua rappresentazione – il genere, questi esempi e queste relazioni sono dirimenti. In base a queste prime e fondanti esperienze, muoveremo la nostra avventura nel mondo dei codici culturali sulle case corpo degli adulti. Accetteremo, criticheremo, faremo nostre tesaurizzeremo.

Possiamo considerare come uno dei vettori fondamentali del processo di individuazione, ossia del nostro itinerario di sviluppo verso la piena identità, il trovare il nostro vero modo di vivere il nostro corpo, privatamente e socialmente. Sta a significare che, non è soltanto importante il nostro sesso, ma anche come noi lo interpretiamo nella nostra vita sociale. La nostra interpretazione del nostro ruolo di genere. Se mettiamo in campo una rappresentazione di genere che non sta bene con la nostra profonda identità noi ne soffriamo. Per questo non ci può essere teoria psicologica che sia completamente costruttivista, o completamente essenzialista. Perché buona parte delle psicoterapie deve andare a rivedere come si è andata arredando l’identità sessuale. Cosa si è deciso di fare delle domande che pone il corpo: so fare i figli, mi eccito sessualmente in questo modo,  ho questo tempo e via di seguito. Quel modo di risolvere le domande poste in quella casa,  sono state esaudite nel modo migliore per quella persona? Le strade che ha preso per via delle sue vicende familiari, sono state strade adatte? Le cose che ha messo nella casa per via dei suggerimenti culturali, sono funzionali ai suoi bisogni? E quelle che non ci ha messo, non mancheranno?

 Per questo, dicevo, come analista, da una parte non riesco mai a prendere sul serio qualsiasi siscorso generalizzante su gli uomini e le donne, dall’altra non riesco a sottovalutare del tutto il potere culturale, delle domande del corpo. Forse porre il dibattito in quell’ellisse aiuta all’inizio, ma sclerotizza un po’ la questione, eludendo il tema centrale.

La regina degli scacchi

Esiste uno specifico tipo di film o di telefilm, che per diversi aspetti mi capita di trovare deludente, come sceneggiatura, per esempio, come costruzione dei dialoghi, e anche magari come ricostruzione psicologica dei personaggi. Telefilm che funzionano per il loro aspetto di fabula, non per la ricostruzione plausibile di uno stare al mondo, di una persona, o di una serie di relazioni. La serialità televisiva, ha di contro fornito una serie di prodotti che invece hanno per me soddisfatto insieme tutte le mie domande del caso, e trovo che in giro circolino dei veri capolavori, il capostipite dei quali per me rimane i Soprano, ma da allora a oggi gli esempi, ed è una cosa bellissima, non si contano – ci sono moltissime serie ben fatte. Buona letteratura. 
La regina degli scacchi, rispetto a quei numerosi nomi, è per me decisamente inferiore. Eppure rimane un lavoro, che ha dei meriti, con un tentativo diciamo etico? Narrativo? Non lo so ben definire, che vorrei evidenziare. Al di la di un alto livello consueto nelle produzioni americane – costumi, fotografia, ambienti – ho pensato che una lettura analitica di questo film mi potesse aiutare a mettere in luce cosa mi è piaciuto.

La storia è nota a molti. C’è questa bimba intelligentissima che non ha un papà e perde la mamma in un incidente, mamma che l’ha già esposta a una vita di abusi, e che finisce in un orfanotrofio. E’ molto infelice, e molto incapace di gestire le relazioni, ma è li che impara a giocare a scacchi diventando un vero portento, così come è li che comincia la sua dipendenza dagli psicofarmaci, a cui seguirà la dipendenza da alcool. La miniserie è la storia della sua carriera da piccola orfanella con questo talento brillante, a bellissima campionessa del mondo, incapace di relazioni durature, dipendente gravemente da alcool e droghe, ma unica donna  – fascinosa ed elegante – in un mondo di uomini. Un romanzo di formazione.
 

La cosa che fa riflettere della serie, come scelta narrativa, è che Beth, in linea di massima incontra: o persone che non hanno una reale connotazione negativa, o persone che hanno invece una forte connotazione positiva. E questa scelta narrativa, probabilmente voluta, da una parte è l’aspetto fortemente debole della sceneggiatura, l’aspetto psicologicamente anche, purtroppo, poco credibile. Persone torturate da un mondo interno persecutorio, come quello che perseguita Beth per tutte le puntate, solitamente ingaggiano relazioni con oggetti persecutori, con persone che insomma si rivelino adatte per personalità a reificare profezie di sventura. E’ difficile che persone gravemente maltrattate, non riescano a fare in modo di continuare a essere maltrattate. E invece Beth: ha all’orfanotrofio un’amica eccezionale, trova nella madre adottiva (a 15 anni! Gli esperti di adozione osserveranno la cosa con perplessità) una relazione facile e piacevole, incontra sulla strada uomini che per lo più la amano, le vogliono bene, sono gentili, vince nemici che la guardano con ammirazione.  Con una serie di elementi francamente inverosimili. Non si fila nessuno, non si caga nessuno, mai che faccia una telefonata a sapere ciao stronzo come stai? 
E però l’amichetta dell’orfanotrofio le da tremila dollari, così sull’unghia per andare in Russia.  Gli ex innamorati si consociano insieme, nonostante il due di picche trasversale, per aiutarla a vincere il campione in carica.
Siamo nel regno Disney.

Tuttavia questo forzato tentativo favolistico alla fine, mi è piaciuto molto. Esce da una serie di stereotipi, e riesce a restituire qualcosa di molto vero, che forse ben rappresenta certi animaletti che hanno un grandissimo talento per la vita, e che hanno magari un grandissimo talento in qualche cosa.  In fondo, c’è una verità nel dire che in casi di trauma e abuso prolungato il vero campo di battaglia è una scacchiera interna, e che certe scelte, certe ossessioni  – sono l’isola in cui si controlla ciò che altrimenti non è controllabile. Ho trovato psicologicamente intelligente quel passaggio in cui la giornalista la intervista, e fa della psicoanalisi selvaggia dicendo – sua mamma e sua papà potrebbero essere il re e la regina? E la povera Beth giustamente risponde, ma veramente sono pezzi di legno. No a me piace il fatto di poter prevedere tutto, tutto quel che succede. E infatti gioca assai bene a scacchi, mentre non riesce a mettersi in gioco con gli uomini. 

Così come, se prendiamo il telefilm come una fotografia del mondo interno, e le relazioni che mette in campo, il correlato oggettivo di certe sue competenze interne, di certe sue potenzialità – io trovo l’idea di questa poverina comunque amata sua malgrado, una metafora gentile, poetica, della capacità di coltivarsi, di avere delle cose buone dentro, in cui credono le persone fuori, che le riconoscono e le coltivano e che incarnano i suoi talenti. Sul piano di realtà di Beth ce ne è pochine, le Beth fanno in modo avere guai, per ogni brava persona si incastrano con due stronzi, e per ogni brava persona ce ne è un’altra che esasperata si libera di loro, non va loro così liscia e di lusso, con questi sbruffoni campioni mondiali che invariabilmente si inteneriscono – succede, ma ogni tanto ecco. Una densità così alta di brave e amabili persone è piuttosto rara. Però mi sono detta, e finzione. Non è bello che la finzione ci provi? Anche la rappresentazione del conflitto USA URSS in questa chiave mi è molto piaciuta. Non è molto puerile quella retorica in cui siamo cresciuti, cattivi certi buoni altri e viceversa? Non è bello che si metta in campo un mondo etico dove tutto è possibile, dove si possa rappresentare questa unione etica dei mondi, con Beth che dice ai cattolici che le avrebbero dato i soldi per partire, io queste cose non le scrivo, e quella scena – oggettivamente meravigliosa della fine del film, di lei che scende dalla macchina e va a giocare  a scacchi con i vecchini al parco.

E anche, il film è la storia di una donna che fa carriera in maniera piuttosto incredibile, in un mondo di maschi. E’ edulcorato, è falso, perché non c’è una mano sul culo fuori programma, non c’è uno che la umili, non succedono mai le piccole cose tremende che sono successe alle nostre madri, più che mai quando sono state brillanti: (un esempio, mia madre, in quegli anni, un 110 e lode in storia moderna a Pisa, andò a un colloquio alla Gregoriana: la fecero aspettare nell’armadio delle scope), non ci sono le esclusioni programmatiche che c’erano di defoult all’epoca. Però ho trovato sano, utile, quel che di dato di realtà incolpevole, quel che di sapete allora funzionava così, non è che erano stronzi, era proprio il mondo che funzionava ocsì, per cui alla fine il film – puntellato da maschi gentili e generosi, e ragazze che dicono tu fai qualcosa per noi, grazie – beh è un film di grande carica femminista, con una potente equanimità, e secondo me una decisiva forza comunicativa. E’ un film femminista senza l’acrimonia – giustificatissima, ma a volte mi chiedo quanto efficace – in cui spesso il femminismo cade.

Non so bene perciò se riesco a restituire questa strana cosa per cui, mi è piaciuto qualcosa che nel complesso mi piace meno di altre. L’ho trovata benefica. Credo che abbia a che fare con la funzione psicologica delle favole, che è diversa dalla funzione psicologica della narrazione realistica. La regina degli scacchi non è un telefilm realistico, ma è una favola, una favola che ti fa vedere come possono andarti bene le cose se guardi al tuo mondo interno con la stessa gentilezza con cui la regia del telefilm ha guardato al mondo della protagonista. E’ una specie di film credo, sulla gentilezza, più che sull’intelligenza. 

La metamorfosi della nostra posizione nel mondo. Su scienza, storia, cultura e divulgazione scientifica

  1. Da dove veniamo

Vorrei cominciare con alcune date.

1796 Jenner introduce il vaccino contro il vaiolo, primo vaccino della storia
1867 Lister pubblica su Lancet un articolo sull’antisepsi (la necessità di sterilizzare gli strumenti dei medici ospedalieri, e delle loro mani)
1928 nascita della penicillina e dei primi antibiotici

Ma ancora:

1886  Benz Patent Motoreagen mette la prima auto su strada.
1907 Alva Fisher inventa la lavatrice
1908 primo brevetto per l’aspirapolvere

Ma ancora

1877 la legge Casati impone in Italia la scuola dell’obbligo
1946 prima volta che in Italia si vota a suffragio universale
1970 legge sul divorzio in Italia
1978 legge sull’aborto
1978 istituzione definitiva del sistema sanitario nazionale.

Quando penso a quanto siamo cambiati, incredibilmente cambiati, nel giro di un paio di secoli – un secolo e mezzo, non mi stanco mai di provare una esagerata meraviglia. Soprattutto in quanto donna, e in quanto madre, sono esterrefatta di questo enorme cambiamento, e anzi quando posso, lo richiamo alla mente, perché questa manciata di decenni di privilegi, per me quasi cinquantenne occidentale, sono una bazzecola, un’inezia, rispetto alla distesa infinita di secoli, durante i quali a questa medesima età: o sarei senz’altro morta, o avrei svariati figli morti, e diversi figli malati, o sarei senz’altro malata io, e comunque malata e serenamente convinta di dover schiattare da un momento all’altro, malata di povertà, di fatica, di lavori, e del fatto che non contavo niente. Malata di assenza di ruolo giuridico, e di diritto politico. Malata dell’assenza di elettrodomestici e di giornali. Malata dell’assenza di automobili, e di vetture per salvare di corsa i miei figli malati. Malata di fidati di chi passa il convento e quindi malata di magie e di guaritori. Malata anche di ospedali dove non avevano per esempio ancora capito che se non disinfetti i bisturi ti muore il paziente. E infatti era più sicuro partorire a casa che in un ospedale. Dove ci rimanevi secca una volta su due per un’infezione contratta dalle mani del medico. Malata di assenza di anestesia fino ai primi del novecento. Malata di gente che scopre se ci hai un tumore, tastandoti la pancia. Tumore insomma, avanzato. Malata anche di acqua contaminata, che ti ammazza di colera dal rubinetto di casa, come accadde a Londra, nel 1854.

 Malata dell’oscura e filosofica corrispondenza dell’insignificanza dell’umano rispetto al grande potere del divino, che da sempre si correla con l’insignificanza del potere della scienza rispetto al disumano potere del fato. Guardo il passato, leggo di storia,  e dico, che tempo feroce ho scampato, il tempo dove la morte vince subito sopra ogni cosa. Dove battezzare i figli è onestamente, la più intelligente forma di prudenza. Dove pregare è più assennato che rivolgersi a un medico. Guardo il passato e penso: scampata a secoli in cui l’unica democrazia, non era quella politica, non era quella del sapere –  era quella della miseria. 

Oggi viviamo invece in quest’epoca meravigliosa e fortunata, almeno in questo cocuzzolo dell’occidente, e anche essere poverissimi, nel nostro beato cocuzzolo ha delle chance che duecento anni fa non erano pensabili, ma forse neanche cento. Dopotutto, anche nullatenenti se siamo portati in un pronto soccorso ci curano, e magari se ci devono operare ci fanno l’anestesia e si, prima disinfettano i bisturi. Non è che ora si stia tutti una favola, abbiamo ottimi motivi per arrabbiarci, ma ecco possiamo farlo, crediamo che ci spetti di diritto, e lottiamo, votiamo, combattiamo. Combattiamo per le case popolari, combattiamo per i posti in terapia intensiva, combattiamo per una nuova costellazione del possibile – in cui il ruolo di Dio è sospeso, rimandato, Dio tu per cortesia vieni dopo, ora dobbiamo pensare alla scuola pubblica.

Questo nuovo mondo, che abitiamo da poco prevede allora per sintetizzare, una serie di rivoluzioni: 
1. Che abbiamo un diritto all’istruzione
2. Che abbiamo un diritto di voto
3. Che dobbiamo lottare per un diritto alla casa 
4.(cosa molto sottovalutata) che abbiamo diritto a una libera vita privata. 
E correlato a doppio filo con questi diritti, nella genesi, nella storia e nelle prospettive possibili:

5. Che abbiamo un diritto alla salute.

Questo poter pensare al meglio, è germogliato da  tutte quelle date, ad altre ancora non citate,  e alle risorse economiche (parti delle quali dovute a una posizione geograficamente fortunata, metereologicamente fortunata, ma parte delle quali allo spietato colonialismo che ci ha fatto ingrassare) che hanno fatto da sostrato perché quelle scoperte, quei passaggi e quindi quei lussi del potere democratico fossero possibili.  Dovevamo passare tramite quella trasformazione economica e sociale per poter approdare al mondo di oggi e alla sua ambiziosa critica politica. Se fossi nata prima di questi due secoli magici, privilegiati e brillanti, dunque – non avrei pensato, questo volevo dire: né a contattare un medico, né a valutare la sua cura, men che mai a scegliere un medico, ancora meno a fare col bilancino la critica del metodo del medico. Prima di quei due secoli magici, sarei stata né più né meno, un’altra eroina di Ernesto De Martino.

Invece, l’insieme di questi nuovi meravigliosi diritti, prevede un nuovo modo di stare al mondo, elettrizzante, quanto enormemente faticoso, che riguarda la libertà d’azione e la consapevolezza giuridica inerente le nostre scelte.  Siamo costretti, per esercitare tutti i nostri diritti, a essere molto molto competenti e molto molto informati. Siamo molto più liberi e molto più responsabili, ma in aggiunta a questo dobbiamo essere mediamente, molto istruiti. Dobbiamo sapere un’infinità di cose. Questi infiniti saperi da tenere a mente, sono in primo luogo presenti alla madre, che diversamente da duecento anni fa, deve sapere cosa è bene per la salute psicologica del suo bambino, deve sapere molte cose di medicina quando interloquisce con i pediatri, deve firmare per esempio dei consensi informati, quando il minore subisce un trattamento.  Ma anche se la madre per dire compra una casa, è una valanga la quantità di cose che deve sapere, di edilizia, di giurisprudenza, di economia, sventare per esempio falle nel terreno, o ipoteche nascoste. E anche ad abitare la cosa pubblica, c’è anche una enormità di cose  che la madre, elettrice, deve sapere. Parlo della madre perché prima, essa in quanto donna non aveva, né sapere, né titolarità giuridica, e per quanto si sentisse responsabile dei suoi figli, aveva come principale mandato quello di affidarsi. Parlo di lei perché secondo me è la madre quella che dimostra in maniera più calzante la rotazione a cui siamo andati incontro. Ma è per efficacia retorica perché, madre o non madre, più si sanno cose, più si scopre che questi saperi non sono mai univoci, non sono mai un campo del tutto o nulla. Madre o non madre, padre o non padre, figlio o genitore, siamo dovuti entrare nel grande mondo dei saperi strutturati, nostro malgrado, delle ipotesi contrastanti, e del nuovo complicato regno della logica probabilistica, la grande regina del ventunesimo secolo.

 Oggi cioè essere adulti vuol dire: puoi pareggiare la battaglia della sfiga, calcolando le conseguenze con gli strumenti che ti offre il sapere. Più sai, più conseguenze calcoli. Non è come prima che non contavi un cazzo, morivi a 50 anni nella migliore delle ipotesi, e l’alternativa era tra pregare o meno. Ora è diverso: tuttavia le conseguenze sono molte e bisogna vedere quella che è probabilisticamente più conveniente per te, anticipare. La lotta alla sfiga per esempio nel campo della salute, il posticipare la morte, è diventato un compito complicatissimo, imparentato, correlato, per stile, e tecniche, ad altre lotte come quella al sopruso sul lavoro, come quella per l’affitto di una casa, come quella dell’azione politica: stiamo sempre a cercare informazioni per giocare d’anticipo.

  • Gerarchia del potere, necessità dei saperi avvento di internet. 

Prima dunque era tutta fortuna, oppure tutta religione. All’arrivo del potere e dei saperi,   abbiamo imparato ad affidarci alle gerarchie, nel lungo cinquantennio della piramide dei prestigi che è stato il primo segmento del ventesimo secolo, poi, con la critica di quelle gerarchie – quelle per cui per esempio se la madre era in ospedale, il medico parlava con il marito non con lei, sul da farsi del suo corpo– siamo entrati in questo nuovo e faticosissimo regno della titolarità del sapere, e dell’orientamento nelle probabilità delle diverse logiche che si mettono in campo. Oggi, anche quando ci affidiamo a dei tecnici – dallo psichiatra al gastroenterologo, dal commercialista all’avvocato – non riusciamo più neanche volendo, a delegarlo della pratica che ci riguarda, ma dobbiamo sapere, dobbiamo farci spiegare cosa farà del  corpo privato della nostra vita. E questo ci mette in crisi, e ci impone a nostra volta di avere delle competenze: quale psichiatra? Quale avvocato? Di cosa si occupa quello? E quell’altro?  Fino all’illuminismo, la culla intellettuale di questo nostro destino, eravamo incatenati a Dio. 
Ora siamo quelli incatenati al sapere.

L’incatenamento al sapere ha avuto poi un ulteriore e formidabile giro di vite con l’avvento di internet che ha saturato una domanda personale e una domanda culturale di competenze con una circolazione di informazioni, e una gratuità mai viste fino ad ora. Le bibliografie sono condivise, i saperi tecnici sono accessibili, così come le loro forme grottesche e difettuali. Tutto in una maxi piattaforma che è simultaneamente domestica ma sottilmente maligna, dal momento che non offre nessun dispositivo di aiuto per gerarchizzare le informazioni.  Nella decodifica delle fonti dell’utente, o esiste un beckground culturale – spesso purtroppo di classe – che aiuti a fare delle gerarchie oppure per l’utente finale non ì che ci sia molta differenza tra wikipedia e treccani. Non esiste ancora nelle scuole pubbliche una educazione alla valutazione delle fonti telematiche, alla pretesa di competenza, e internet è il posto in cui la democratizzazione delle informazioni mischia vantaggi e svantaggi per l’utente. 

In aggiunta a questo,  a margine, noto come, su internet la completa scotomizzazione del valore emotivo di certe scelte lessicali, del suo potere seduttivo, giochi a sfavore dei cittadini. E’ straniante constatare come l’uso dell’indicativo, l’uso di scelte lessicali incisive, l’esclusione di dubbi, un certo margine di indignazione, toni scandalizzati emotivamente carichi – siano emotivamente più attraenti, rassicuranti di modalità dubbiose, possibiliste, che tengano in conto di probabilità diverse. I primi sono più seduttivi, rassicuranti, avvertiti come caldi e conquistano un largo pubblico, salvo poi mettere l’utenza di fronte alla delusione dal momento che sistematicamente, qualsiasi sapere complesso, dalla medicina alla legge, dalla psicologia alle meteorologia, perfino l’ingegneria, tutto si gioca sulla valutazione di evenienze diverse. Per ogni indicativo garantito da un esperto in rete, ci sono molti ecco vedi? E ci si trova con utenti Tranquillizzati il giorno uno – che poi saranno delusi e sconfortati il giorno due.

 Vivere in ogni caso  – è diventato difficile. La democrazia è bellissima, ma è anche una specie di giungla, dove tutti sono a caccia di dati e di prognosi per la sussistenza.  E dove, per quanto ci sia questa rutilante ed egualitaria offerta di informazioni, non è altrettanto egualitaria la situazione del destinatario di quelle informazioni.  E questo delinea un nuovo problema. Tra gli anni cinquanta e la fine del novecento sapevamo almeno riconoscere chi meritava di avere prestigio e potere, era l’unica arma in dotazione quando si era poveri e fuori dai giochi. Oggi quella capacità sembra spesso perduta – il sapere è appiattito, e un criminale come Vannoni può fare quello che ha potuto fare.

  • Lo tzunami della pandemia, il deus ex machina del vaccino

In questa desolata maturità coattaè arrivato lo tzunami della pandemia, che ci ha esposto a tutti, nessuno escluso, a una nuova inedita esperienza per l’umanità, che non è certo quella della malattia, e manco della malattia globalizzata, ma l’esperienza di assistere tutti, in contemporanea, alla umana troppa umana vicenda della costruzione di quel sapere, che noi siamo oramai coartati a procurarci – e che il rischio di contagio ci ordina con veemenza. Da una parte ci avevamo il virus che a diverso titolo ci ha terrorizzati, dall’altra ci avevamo il comando – su procurati le informazioni su cosa la medicina dice di fare…. ma al momento di obbedire al nostro nuovo scintillante comando, scoprivamo in mondo visione che il comportamento di un virus non è una cosa che si stabilisce nel tempo in cui si legge un articolo, che ci sono diverse competenze in campo, che i medici sono umani, e possono essere vanitosi, che esiste un gradiente politico che nella gestione della medicina gioca un peso decisamente sottovalutato , che esistono addetti ai lavori che hanno un nevrotico bisogno di ottimismo, e altri che hanno un altrettanto nevrotico bisogno di catastrofe. Che esistono anche i medici famosi ma banalmente -cretini. La cosa comunque più spossante a cui tutti mi sono sembrati poco addestratiè stata scoprire che gli scienziati, o i medici, o i più competenti erano quelli che profilavano risposte diverse, diversi gradi di incertezza, diversi panorami. La scienza rivelava, contro ogni retorica autoritaria e seduttiva, la sua profonda natura democratica, il fatto di costruirsi per confronti e processi decisionali, , e per quanto noi ci fossimo allenati a recuperare saperi, e a destreggiarci tra autorevoli opinioni avverse, lo sciock è stato enorme – perché fino ad ora avevamo cercato e trovato il già conquistato, e quello è reperibile, mentre ora dovevamo stare a guardare la conquista: in pochi sapevamo che tutte le cose su cui abbiamo imparato a contare si erano sviluppate con gli stessi diverbi, le stesse lentezze, le stesse prove ed errori. Ma come, tuonavano persone anche piuttosto istruite sui social, ma prima l’oms dice una cosa poi cambia idea? Ma come il primario Ciccio Pasticcio dice una cosa, e il noto epidemiologo ne dice un’altra?? Come sono vanitosiii, come sono poco serii.
Ma erano solo umani, ed erano gli stessi umani di sempre.  La scienza la fanno gli uomini, e arriva a dei risultati che sono sempre transitori, disconfermabili, e ci arrivano con duelli, con errori anche, con strade fulminee ma spesso con fortunate strade sbagliate, con esperimenti da ripetere e con esperimenti da sprecare, a dirsi le cose e a negarsele. E in più questa situazione, scivolava nella epidemiologia, e nella medicina sociale: e dunque questi addetti ai lavori poi si trovavano a dire cose che rivelavano, le loro (in)competenze in tema di psicologia sociale, e la loro percezione dei diritti privati nelle cornici democratiche. Dobbiamo chiudere tutto – o non dobbiamo chiudere tutto, era una classe di proposte che per esempio teneva dentro di se un gradiente politico, eventualmente un gradiente di psicologia sociale, molto più potente del tema virologico. Eppure i virologi si sono spesso scatenati.
Chi avesse letto una buona storia della medicina, o di qualsiasi disciplina dalla psicologia alla chimica, dalla fisica alla matematica, potrebbe aver vissuto questa esperienza come un niente di nuovo.  Ma per moltissimi lo stupore e il biasimo è stato notevole.

In rapida successione, a medici, addetti ai lavori, epidemiologi che dicevano cose diverse l’uno dall’altro, è arrivato, in quattro e quattr’otto il vaccino, che mi pare sia caduto addosso alle persone come una sorta di doccia scozzese, che con la sua pazzesca rapidità ha polarizzato le reazioni. Le persone  – estenuate da un anno intero di malattia e paura della malattia, di guai di salute e conoscenti scomparsi, di economia falciata dalla pandemia, si sono divise tra coloro i quali vivono il vaccino con una sorta di fiducia messianica e coloro i quali, l’hanno guardato con prevenuto scetticismo. Una diversità di atteggiamenti che sarebbe interessante esplorare, e che penso affondi più che nelle competenze delle persone, nelle loro organizzazioni psicologiche e in ciò che maggiormente li tranquillizza. La mia bacheca facebook è stata popolata quanto da genti che dopo aver cazziato esperti di ogni foggia ha finalmente potuto dire evvivaaa mi fido della scienzaaa, se la scienza dice cosiii è verooo, a altri che invece dicevano, cazzo ve siete scannati fino a mo? Lilli lilli lalli lalli ora il vaccino? E io vi dovrei credere? Se ho appena esperito la democratica litigiosità delle competenze, come faccio a fidarmi del vaccino? Se ho appena esperito il cortocircuito tra economia, sguardo politico e medicina sociale, come posso essere sicuro che questo circuito non abbia forzato i tempi?

Il problema però è che la diffidenza verso il vaccino potrebbe diventare un importante questione di politica nazionale. E questo problema nazionale, potrebbe essere la prima edizione di altri problemi nazionali prossimi venturi, dal momento che questa epidemia di larga scala, è come è stato ampiamente spiegato un effetto dei cambiamenti dell’ecosistema provocati dall’uomo in congiuntura con la globalizzazione, e la mobilità sul pianeta. Presto o tardi dovremmo affrontare altre epidemie, da fronteggiare con procedimenti politici collettivi, non individualizzati.
Abbiamo bisogno di buoni scienziati, ma anche abbiamo bisogno di una solida cultura scientifica.

  • Ritorniamo alla nostra storia.

Nei giorni scorsi io, che mi mostravo attendista sul nuovo vaccino, ho cercato di raccogliere più informazioni possibili su cosa contenesse, come funzionasse, quali questioni rimanessero aperte, fisiologicamente legate ai brevissimi tempi di sperimentazione. La rete mi ha aiutata, ho trovato molte indicazioni interessanti. Ho consultato giornalisti scientifici, ho trovato schemi e raffigurazioni, e ho anche saputo che questo vaccino comunque è stato già inoculato a una enorme quantità di persone. Mi sono sentita incoraggiata e mi sento oggi più disponibile emotivamente a riceverlo. Le giornaliste che ho contattato Daniela Ovadia e Roberta Villa, che si occupano di comunicazione scientifica da tanto tempo mi hanno tranquillizzata proprio comunicandomi delle aperture e delle incertezze. Non ho avuto la sensazione di un sapere che mi nascondesse delle cose da temere, e di un piano di parità nella gestione di rischi che mi sono stati spiegati, nel dettaglio, come in linea di massima tollerabili. Mi sono avvantaggiata di una serie di particolari esoterici. Le mie interlocutrici sono state molto capaci e io le ringrazio. Ma ho potuto approfittarne anche perché la formazione di psicologo, prepara a una cultura scientifica molto di più di quanto si tenda a credere. Mai come in questo complicato 2020, sono stata grata ai miei esami di medicina, di genetica, di statistica, di analisi dei dati. Mi hanno dato un vocabolario con cui decodificare il reale. Quelle informazioni avute per obbligo, quasi per caso – faccio la psicoanalista, dopo tutto con la metodologia della ricerca scientifica ci faccio pochetto, figuriamoci con la composizione di una cellula – mi hanno messa nella posizione di potere stare dentro a un discorso pubblico sulla salute. Di poter capire che mrna, è una cosa e dna è un’altra. Di comprendere perchè il vaccino scovid19 poteva prendere le mosse dalla sars o dalla lotta ai tumori. Anche di capire perché potrebbe essere un rischio per me che ho una blanda patologia autoimmune, o perché potrebbe offrire una copertura inferiore alle aspettative. Anche tutti quei libri di storia della medicina che mi ero letta per il libro che stavo scrivendo, mi sono stati di aiuto. Non ho una grande cultura scientifica, me la sto facendo adesso perché mi sta appassionando e ne sento il potere politico – ma ecco, è come se mi fossi resa conto ora della sua enorme necessità.

La nostra coazione a procurarci sapere oggi, fisiologica al sofisticato grado di responsabilità che implica l’abitare in una democrazia ancora opulenta, si scontra infatti con una serie di problemi. Quanto siamo educati a procurarci quel sapere? Quanto siamo istruiti all’atto di diventare istruiti? Che peso ha nelle nostre scuole pubbliche l’istruzione scientifica? E ancora quanto quando studiamo scienze a scuola, o come dice saggiamente Chiara Valerio, matematica, studiamo la storia di quelle discipline? La storia di come la democrazia del sapere produce faticosamente i suoi assunti? La matematica è politica, dice Valerio nel suo piccolo bel libro, e tutta la scienza lo è, ma noi quanto siamo consapevoli di queste cose? A quanti di noi spiegano queste cose nella scuola dell’obbligo? Quanto siamo preparati, ad affrontare la nostra vita di pazienti di medici, di genitori di bambini che devono avere delle cure, di cittadini che devono valutare un progetto di medicina sociale? Quanti di quelli che smetteranno le medie e andranno a lavorare, oppure si laureeranno in legge, o in economia, o in storia dell’arte? Quanti commessi dei negozi dove compriamo le cose, iscritti come noi nel momento storico del dover sapere le cose, sono stati messi nelle condizioni di procurarsele?  E che ne so, i camerieri nei ristoranti? Il discorso è forte per chi ha smesso di studiare presto, dopo le scuole dell’obbligo e gli istituti commerciali – ma a dialogare con diversi avvocati o commercialisti non è che va tanto meglio. Io per esempio, se mi fermavo alla laurea in filosofia, con tutte le scuole per bene, e la famiglia borghese intellettuale – non so se sarei stata in grado. E anche con il dopo, mi sono messa a cercare.

Dopo di che c’è un secondo problema che arriva con internet. Internet si diceva democratizza il sapere, e non offre discrimini su ciò che affidabile e ciò che non lo è, e anche a proposito di questo la scuola ancora latita. Lo disse Umberto Eco, e mi pare che stiamo ancora li: non si insegna a gerarchizzare le fonti. Ma c’è un altro sinistro problema, che è stato l’effetto di internet sui media e sulla carta stampata.  Internet ha tolto potere e soldi e priorità alla carta stampata mettendo in crisi la filiera tradizionale dell’informazione. L’immediata accessibilità a dei dati, anche se spesso e volentieri non validati, la gratuità, ha scalzato la stampa e la televisione dalla centralità di cui hanno goduto per tutto il novecento. (Resiste forse meglio la radio, questo è fascinoso, perché la radio vince sugli altri e persino sulla rete, per un piano di praticità, la puoi ascoltare lavorando con le mani e con gli occhi). La risposta dell’informazione è stata allora tarata su una competizione incardinata sulla brevità e sulla accessibilità. Crisanti fa un’ intervista di poche righe, tutti capiscono che è contro il vaccino, se magari l’intervista era di due pagine, le persone capivano qualcosa di meglio. Un settimanale di utilità sociale pazzesca come Specchio, che è uscito con La Stampa dal 1996 al 2009, e che riusciva a fare una divulgazione intelligente, dettagliata, quasi con dei tentativi di fare dei numeri monotematici di un tabloid generalista, quella cosa li non si vede più. 
Abbiamo cioè imparato a chiedere, ma trovare le risposte è arduo, spesso non sappiamo chiedere bene, spesso l’atto di chiedere è demonizzato, e insomma abbiamo un sacco di problemi. Qualcuno, nel casino, si convince anche di cose sbagliate.

Nel miscuglio della rete, arrivano anche delle soluzioni. Internet e i social soprattutto, hanno spinto avanti una comunicazione circolare tra soggetti competenti, e fruitori competenti, interlocutoria, dialogica, democratica. Trovare quelli più bravi non è facile, e c’è quel vizio di partenza dell’essere poco addestrati a individuare le competenze, ma non è raro il caso di imbattersi in uno stilema divulgativo nuovo, lessicalmente più accessibile delle produzioni per addetti ai lavoro, ma di un livello più alto, di quello che mediamente si considera opportuno per le persone che si vogliono informare. Quel tipo di divulgazione sta portando a una serie di prodotti editoriali di qualità che sono molto utili, e politicamente più efficaci della demonizzazione delle domande anche mal poste. Io penso che quel tipo di divulgazione, sia una strada da perseguire, per ogni dove, mentre credo che la demonizzazione dell’assenza di strumenti, delle domande lecite, anche delle posizioni avverse, così come la pretesa che le persone tornino ad affidarsi alle autorità sia una posizione controproducente. 
Siamo incatenati al sapere, ma politicamente dobbiamo porci il problema di sapercelo conquistare

Messaggio nella bottiglia

A un certo punto, quando ho capito che te ne saresti andata Silvana, ho pensato che non sarei riuscita a scrivere niente. Non avrei messo sul blog nessun saluto, come ho fatto da poco quando se ne è andato il Secco, come quando se ne è andata la mia amica Lucia, come quando se ne è andato mio padre – pure. Pensavo che non sarei riuscita perché con nessuna di queste persone parlavo come con te, uno dice tu’ padre, ma mi padre non parlava con nessuno Silvana, con me comunque no di sicuro, è facile fare letteratura con chi si sente moderatamente vicino, mica che è una letteratura disonesta, affatto, che poi letteratura che esagerazione, vabbeh se semo capite, pensavo queste cose, di quando scrivo perché le strade sono percorribili, o scrivo perché sono ancora da percorrere. Mio padre, o, gli amori inesausti o. 
Mio padre era vecchio, e molto malato, il Secco era il secco, si poteva fare. 

Sai a cosa penso sempre questi giorni?
A quella volta che eravamo in macchina tua, abbiamo visto la macchina di Francesco, e l’abbiamo inseguita per la campagna, per il paese, ammazza quanto corre e che ci ha il fuoco al culo, giù a strombazzare col clacson,  dai raggiungiamolo! Dai! E poi la macchina era arrivata sulla piazzola ed è uscita una povera donna inviperita, MA CHE VOLETEEEEE, IO NON HO CAPITO CHE VOLETEE e noi ci siamo avvedute che era una signora incontrovertibilmente signora, i capelli lisci lunghi, gli occhiali con gli strass, lei urlava, e noi piegate in due dal ridere, NOOO NON E’ FRANCESCOOO, ahò ma non l’hai vista che ci aveva i capelli lunghi pure te, e giù a ridere – mbeh ma mora era mora.  Che esaggerata comunque eh e mamma mia, e di nuovo ridere.
Il cancro se ne era andato per qualche tempo.

Oppure all’ombrellone quando andavamo insieme al lago.
L’ombrellone nostro: arcipelago, costellazione, galassia, ideologia.  Stavamo spalmate sulle sdraio, spalmate e accessoriate e disordinate, molti tipi di pizzette – tu portavi sempre un parterre di pizzette, sai mai che le creature nevvero, anche qualche pietanza leggera, adatta alla circostanza, che so una rigatoni col sugo di lepre, molti teli, molte sciarpe, molti costumi, su questi teli e i costumi facevamo dei concistori, i giornali, creme solari, barbie sirena, pallone da calcio,  molti libri anche, perché questa era la cosa figa Silvana, che noi leggevamo le stesse cose, ci scambiavamo i titoli, ci giravamo i romanzi.

 Una cosa che un po’ mi allevia queste ore, è che all’ospedale ti avevo mandato dei libri che facevano ridere, non come quei tremendi mattoni che una già sta come sta,   che non ci ha un rene, ci ha la trachea tagliata, non se tiene in piedi, Diomadonna almeno i libri che fanno ridere.
(Quella strana miscela di umorismo nero, umorismo volgare, umorismo gentile, quel potere della franchezza. Venni in ospedale dopo i libri, quella volta, poi sei uscita eh abbiamo fatto tante cose, però dico quella volta abbiamo pianto insieme un po’, c’era questa tua gentilissima amica, QUI E’ PROIBITO PIANGERE mi disse, e provai tenerezza per lei.
 Noi ci guardammo, non siamo gente che si dice cazzate –ci potevamo ben permettere di essere amare. 
Era tornato, era cattivo.)

Un’altra cosa che penso, è il fatto che dovunque andassimo, dovunque porca mignotta, ci stava gente che te saltava al collo. Succedevano queste cose.  Che ne so vai al bar ci sta n’amico de tuo figlio che dice aaaaah c’è Silvana, e ti paga il caffè. Vai al lago e ci sta un altro non si sa bene che, collega, operaio romeno, baby sitter di vent’anni prima, che dice, ti riporto a casa, ti porto questo ti faccio quello. In ospedale, ci avevi una turnazione di amiche che ho sospettato superasse le trenta unità. C’era una tabella eh l’ho vista: coi quadratini e gli orari. In vent’anni che ti conosco, ho passato più tempo a conoscere amiche tue che  a bere caffè. Amiche tue parrucchiere, amiche tue colleghe, amiche tue daa forestale, amiche tue che fanno la tv, amiche tue cor fratello al gabbio. Plotoni di amiche e amici tuoi – a cena nei ristoranti, a cena nelle pizzerie, a cena a casa tua.  O promesse amiche tue. Devo farti conoscere st’amica mia, fa delle borse bellissime.
Mi hai regalato diversi vestiti, per il fatto che ci piacevano le stesse cose. 

(E sapevi che per me questa cosa dei libri, dei vestiti, del ridere in quel modo anarchico, sguaiato, questa cosa dell’ombrellone dico per me, la tua amica psicanalista ebrea in mezzo ai contadini,  era un porto in una terra straniera. ) 

Non ce lo dicevamo mai, di questa convergenza estetica in una terra straniera, la tigna vanitosa e anarchica sopra i doveri quotidiani, del supermercato con le ciabatte, dell’alimentari e del benzinaro, delle olive e dei funghi di tuo marito – di cui ti giuro, avremo cura – o anzi ce lo dicevamo, per esempio quando studiavamo cosa metterci, elegantissime SIAMAAAAI, vestitini multistrato blu ottanio e grigio perla, rigorose collane lunghe e nere, scarpe con tacchi grossi e incomprensibili, andavamo così alla sagra della salsiccia, a quella della nocciola,  ovunque si potesse  mangiare e fare gestacci, andavamo noi bardate come per un concerto, per un vernissage, per la presentazione di un libro – posti la cui spocchia avremmo preso a iconoclastiche fucilate. Dove in effetti no, non siamo mai andate.
Che cojoni.

(E mi pento, di non essere venuta al primo ospedale, al primo intervento, all’esordio del cancro, quando piratesca e leggendaria giravi per le corsie con la nuova camicia da notte verde, la vestaglia verde, lo smalto verde  – verde è il colore della speranza professore  –
E un romanzo di Houellebecq.
Dovevamo dar retta al romanzo di Houellebecq? Oggi saremmo meno tristi?  Trattavamo questi nostri scrittori preferiti come i figli difficili, i figli sfortunati della vita altrui, noi invece ci saremmo ancora divertite un sacco, dopo quel primo ricovero. Meno male che li stimiamo tanto, questi scrittori dolorosi,  ma con l’intelligenza del senso materno, non li prendiamo troppo sul serio.)

In ogni caso, adesso Silvana mia, ci sarà sto problema complicato di tutto sto amore che hai lasciato, tutte ste tavolate vuote, tutti sti amici che mi guarderanno cogli occhi lucidi, non so come si farà davvero.  Uno dice, eh sono stato fortunato a conoscerla. Facile a dirsi, so stato fortunato a conoscerla. Mi lasci ste gatte da pelare Silvana mia, per non parlare dei miei bambini, i miei bambini che dovevano fare ogni compleanno con te, zia Silvanaaa, e mandarti i video a te, e  che ancora raccontano con il senso dell’epopea e del magico, quando sono venuti a casa tua, a dormire. La tenda in giardino! Lo zainetto con  le palme! E naturalmente, le pizzette. 

(Dei tuoi, non ti devi preoccupare, son due bronzi di Riace belli forti con il tuo senso del bene del male e del piacere.  Li  lasci pronti per il mondo.
Ci vediamo tipo in macchina, che andiamo da qualche parte. )

Su: “La città dei vivi”

Nei giorni scorsi, alcuni amici che stimo mi hanno esortata a leggere La Città dei vivi, il libro che Nicola Lagioia ha scritto sul caso Varani. Ne erano rimasti favorevolmente impressionati, e pensavano giustamente che mi potesse interessare, per via del tema trattato.  Anche su internet, alcuni contatti ne avevano parlato bene, come un libro coraggioso, che ti porta dove non avresti piacere di andare, e ad avere un’idea dell’umano meno semplice di quanto vorresti. 
Ora il libro l’ho letto, e posso dire di essere arrivata alla fine per diversi pregi oggettivi: la città dei vivi è un libro scrupoloso, attento, frutto di un lavoro molto accurato, e scritto da qualcuno che – non so dire meglio – mi sembra, nel senso migliore del termine una brava persona, una persona capace di dolcezza, con quel tipo di attenzione verso le persone che spesso mi piace ritrovare negli scrittori – mentre vorrei che fosse inderogabile nei miei colleghi. 
Però devo anche dire, si sono arrivata in fondo, si mi ha presa, ma il libro non mi è piaciuto. In qualche misura mi ha fatta arrabbiare- suscitandomi riflessioni in diverse direzioni, che vorrei riportare qui, in modo schematico.

Un libro del genere, entra nel grande filone dei libri che si interrogano sull’espressione del male. Si prende una vicenda di cronaca, la si potrebbe anche inventare, e la si iscrive in una rete di racconti e suggestioni che cerchino di dare una interpretazione del reale, una lettura degli eventi, ne restituisca la complessità. Il male è sempre molto erotico, attraente, e questa rappresentazione del male, particolarmente adatta ai grandi numeri della distribuzione editoriale: Lagioia non ha dovuto fare particolari sforzi creativi, il feuilletton gli era stato servito sul piatto d’argento dei media, e ora aveva a disposizione tutto: giovinotti equivoci, marchettari di periferia, casa dell’orrore, commissario della polizia integerrimo, fidanzata addolorata, sesso e cocaina. Mica è come riscrivere il male, tramite la corruzione presso gli uffici pubblici dell’ama. Mi rendevo conto che lo leggevo con lo stesso meccanismo per cui mi sono cibata dieci anni di Beautiful – non è stata la qualità della rappresentazione, ma la tossicomania del plot a trattenermi sulle pagine. La cronaca fa spesso questo effetto. 
Però in questo caso, mi dicevo, diversamente da Beautiful qui ho un romanziere, un intellettuale e una persona gentile. A questo sordido plot sarà in grado di affiancare una visione del mondo. Una costruzione mentale. Pensavo per esempio a uno dei miei scrittori preferiti, Walter Siti, e a cosa aveva fatto nei suoi libri i quali – per buona parte, cronaca o meno, si pongono gli stessi scopi. 

Ecco sono rimasta delusa, perché andando avanti che andando avanti, mi vedevo sciorinate le frattaglie tragiche dei percorsi esistenziali – senza che questa secondaria esposizione mediatica e lucrosa portasse a un minimo valore aggiunto. Esattamente perché stavo leggendo la lettera d’amore di Luca Varani a Marta Gaia? Perché era stata pubblicata in un romanzo di modo che Marta Gaia, sopravvissuta al tragico dovesse sapere che era pubblicata? Per quale motivo dovevo sapere che alla madre di Foffo non si disse immediatamente che il figlio aveva un morto in casa? Perché dovevo leggere, di nuovo, di come esattamente si offrì sessualmente Luca Varani a Foffo e Prato, perché dovevo sapere che anche i genitori di Luca Varani avrebbero riletto quelle pagine? 
Per una degna ricostruzione, per un degno pensiero che  però non sono mai arrivati.

Certo c’è quel – francamente imbarazzante – tentativo di cadere nella solita questione della cattiveria come potenziale inespresso di tutti gli umani – quando Lagioia allude a un suo periodo difficile durante l’adolescenza, quando lanciava bottiglie di vetro da una casa del settimo piano, o quando ammaccava ubriaco le macchine, ma quel tentativo a me è risultato inopportuno, con un rapporto di grandezze che mi lasciava interdetta, e che mi chiedeva qualcosa che non potevo sottoscrivere. L’accostamento di Lagioia adolescente che non accetta la separazione dei genitori, e fa sciocchezze con due che si ammazzano di cocaina valutando ipotesi di prostituzione stupro e sodomizzazione, mi ha fatto fare delle congetture che spaziavano tra il trucchetto editoriale per dare un po’ di ciccia al libro e renderlo diverso da un collage dei giornali, e a essere un po’ più gentili la tendenza a cui non scappa neanche Lagioia, che dovrebbe essere un uomo avvertito, a proiettare su questioni psichiatricamente complesse e di ben altro voltaggio vicissitudini personali. Quel passaggio, ha incrementato le mie perplessità.

In fondo quello che ho profondamente sofferto di questo libro, è avere una gran messe di dati privati gratuiti, su persone che sono ancora in circolazione e ne sono ancora una volta più espropriati, senza che ci fosse almeno uno straccio di lavoro e di tesi. Niente approfondimenti sociologici, niente letture di classe, nessuna lettura psicologica o psicodinamica. Giusto qua e la una rappresentazione del male, pescata dai protagonisti di Ernesto De Martino, ma senza la profondità e gli studi di Ernesto De Martino.  Il male si affaccia così improvviso e imponderabile, e ci possiamo cascare tutti. Ci voleva Lagioia, per questo trito, e profondamente antipolitico luogo comune che impesta l’industria culturale da Carolina Invernizio in poi? Come mai Varani si prostituiva? Come mai uno comincia a pensare di drogare uno e poi farne sevizie? Davvero per gli stessi motivi per cui si va a sbattere con la macchina quando ci si ricorda di dover andare a prendere la fidanzata? Non mi sembra sottoscrivibile.

Io credo che questo libro, poteva avere senso che ne so, sessant’anni fa? Quando non c’erano state tante serie televisive di grande spessore, quando non c’erano stati ancora tanti scrittori che si fossero sforzati di fornire un intreccio – magari anche studiando discipline estranee ai loro curricula, quando non erano nati gli Houellebecq, i Carrère i Walter Siti, quando anche i reportage erano di meno. Ora questo libro risulta titillante, ma poi ti accorgi che è al di sotto della domanda di complessità a cui ci siamo abituati, occulta degli scarti, che molte persone mediamente colte, mediamente intelligenti, vedono e d cui chiedono conto. Rendere ragione di quegli scarti proponendo delle tesi, è un’operazione politica, perché quelle tesi, suggeriscono degli atti politici. Anche Jonathan Bazzi, con il suo Febbre, per quanto acerbo, con la sua ricostruzione di uno smarcamento dal male, dovuto all’imprinting periferico, benché  il romanzo sia imperfetto, fa un atto politico con più spessore di questa comoda carrellata di tragico ripresa da una poltrona di sana nevrosi borghese. 

Una postilla conclusiva per quel che pertiene il mio vertice di osservazione.

Esiste una zona del tragico, che forse la lingua italiana restituiva con l’aggettivo tristo. Il tristo della nostra prosa polverosa era una persona cattiva, efferata, ma la radice della parola rinviava appunto alla tristezza, al dolore. Era una parola bellissima dunque perché incrociava il dolore con la necessità dell’ostilità psichica, dell’aggressione.

Esiste una specifica patologia della cattiveria, che si intreccia con il dolore, e che affonda nell’infanzia. Questa patologia della cattiveria, io credo che agisca con una percezione di costante mancanza e desiderio di revanche, che affonda in anni lontani e segreti, ben oltre i padri svalutanti a cui in questo libro si dedica molto spazio. Questa percezione funziona come punto di trazione, ed è un punto di trazione, come una specie di calamita che riporta indietro, che ti fa rincorrere uno stato emotivo regressivo. Ma è anche un funzionamento mentale, una decodifica dell’esperienza che introduce una frattura qualitativa tra la mente di Lagioia e quella di Prato, non meramente quantitativa. 
 Una serie di scabrosi eventi di cronaca, vedono i protagonisti accomunati da questo punto di trazione, e le droghe che assumono il facilitatore che permette di tornare in quello stato di angoscia infantile e desiderio di vendetta che non si deve essere mai estinto e che nella vita apollinea e diuturna della sobrietà è molto faticoso tollerare. Qualcosa accomuna Foffo e Prato con gli stupratori in branco, per esempio, ma anche con altri personaggi che arrivano alle nostre consultazioni, che non uccidono nessuno ma cercano di fare del male in vario modo, sotto l’effetto di sostanze, senza superare la linea della morte, ma corteggiandola insistentemente. Così come corteggiano insistentemente la propria autodistruzione e la propria umiliazione.  Di contro esiste anche una disciplina, la vittimologia, sotto branca della criminologia, che dice cose interessanti sul perché certi profili di personalità si ritrovano implicati con maggiore ricorrenza in aggressioni. E uno sguardo psicoanalitico e psicodinamico avrebbe saputo dire diverse cose sulla struggente figura di un ragazzino esile, giovane, abbandonato dal contesto politico e sociale alla sua organizzazione dissociativa della personalità – che per buona parte del tempo era figlio, lavoratore, e ottimo fidanzato, poi entrava in una zona buia di se, e per un po’ di soldi si prostituiva, con persone sconosciute e con soggetti da cui altri, con un funzionamento psichico meno autodistruttivo si sarebbero rapidamente difesi ( e qui un passaggio interessante del libro, è il comportamento di Alex Tiburtina esempio di un funzionamento nevrotico in questo panorama francamente borderlinee).  

Io non penso che per occuparsi di queste cose, si debba per forza ricostruire nel dettaglio fatti veramente avvenuti, con nomi e vicende citate di nuovo. Ho trovato in questo accanimento sul reale, un’operazione di classe, o forse dovrei dire meglio un’operazione foucaultiana, dove il mondo apollineo diuturno, fa stracci ancora una volta dell’irredimibile, dell’altro irriducibile, approfittando di una posizione di potere.  Se si fa, desidero una messa in gioco di se, uno sporcarsi le mani intimo, approfondito, paritario, che in questo caso non ho avvertito. In linea di massima alla letteratura chiedo produzione di metafore, e penso che sia intelligente produrre romanzi che parlino di questo cono intermedio che riporta bambini abbandonati dallo sguardo dei genitori, bambini resi pazzi da bisogni inesauditi, bambini esposti ad abusi e violenze, a diventare adulti non adulti, che tornano indietro tramite sostanze  – ma a volte senza neanche quel tramite – ad agire con le cose, e i corpi e le relazioni di adulti le disperate fantasie da cui sono venuti al mondo. Per queste fantasie i clinici hanno ancora poche soluzioni-  come potrebbe scoprire La Gioia a leggere la letteratura su disturbi antisociali, – però ci potrebbe essere uno sguardo politico, uno sguardo sullo stato sull’economia e le istituzioni, su quanto il collettivo intervenga per proteggere i piccoli della specie.  

(Un ulteriore pensiero arrabbiato mi è arrivato quando Lagioia racconta di se fuori del negozio di animali, che parla con una bambina. E’ un passaggio bellissimo, così come ce ne sono altri nel libro – quando parla per esempio di Donnarumma, mi viene in mente, o in altri momenti ancora. Perché una persona capace di questa gentilezza d’animo, di questa prosa, migliore delle sue prove precedenti, si è fermato? Perché è rimasto sulla soglia delle cose? Fin dall’inizio questo libro mi ha colpito e mi ha tenuta con se perché sentivo questo assetto emotivo. Sono questi gli assetti emotivi con cui bisogna parlare agli altri del male. Però davvero Lagioia, la prossima volta, non ti fermare.)

Note a margine (sesso, bambini, madri, maestri) .

L’anno scorso in classe di mio figlio, che faceva la quinta elementare, arrivò un aitante supplente. Accadde che una madre della classe, si mettesse a cercare informazioni su di lui, e trovasse il suo profilo instagram aperto e che conteneva alcune immagini porno soft, o zone limitrofe. Nella chat delle mamme, girarono le foto di questo maestro che si metteva le mani nelle mutande guardando concupiscente in camera, o che si specchiava al bagno, mostrando le marmoree terga. Fu molto buffo e la chat fu divisa tra scandalo e valutazione oggettiva del nostro. Io, naturalmente, mi divertii molto. 

Il partito dello scandalo però tumultuò moltissimo e molti insistettero perché il maestro fosse cacciato dalla scuola. Io provai a prenderne le difese, perché nella mia visione del mondo, l’importante è ravanarsi nelle mutande fuori dalla classe – non dentro la classe – ma fui poco incisiva, perché questo maestro passava tutte le ore di lavoro al telefono, non faceva fare niente ai bambini, ed era insomma indifendibile. Fu cacciato e fui piuttosto contrariata nel constatare questo fatto che se uno fa cazzate a iosa in classe è difficile prendere provvedimenti, ma se fa l’errore di farsi delle foto fuori scuola con vista pacco si corre subito ai ripari. Qualcuna mi disse: e se i bambini vanno su internet? E se vanno su instagram? 
e io mi trovai a ricordare che se un bambino di nove anni, va su internet, il problema è più della madre che del maestro zuzzurellone. Ma dicevo fui  -debole.

Cito questo aneddoto per riflettere al latere sull’episodio della maestra cacciata per il video messo in circolazione dall’ex fidanzato, e per il comportamento che appare decisamente poco professionale, e deontologicamente scorretto da parte della preside. Se per me era concepibile un maestro elementare protagonista di un romanzo di Walter Siti, che per regia fotografica posture etc, mi sembrava rincorrere l’obbiettivo curriculare del porno omosessuale più che del podio di Vigevano, figuriamoci se una povera maestra non può riprendersi mentre fa sesso more uxorio col proprio legittimo fidanzato facendosi un video casalingo. 

Ora, siccome sulla liceità di quell’azione, si sono espressi in tanti, così come si sono espressi in tanto contro la preside che non l’ha cacciata da scuola, io volevo riflettere su altro.

Porto i miei bambini in una scuola che  i cui genitori ricalcano fedelmente la mia bolla di facebook. Persone cioè con cui ho di norma una serie di affinità, tra cui ho anche drenato delle amicizie stabili – come mi è successo cioè tra i commentatori indignati della rete. Eppure quando ci fu la storia del maestro, alcune madri erano d’accordo con me e con il mio medesimo divertimento e leggerezza, altre erano d’accordo con me, ma con un senso di imbarazzo,e dicevano, hai ragione anche se non mi fa piacere che –  e un cospicuo drappello era, fortemente scandalizzato. Se fai il maestro dicevano, queste foto non le devi pubblicare. 
E se le vedono i bambini?

Mi sono tornate in mente queste cose, perchè in quest’epoca curiosa, i bambini stanno tra la scilla dell’ipertrofia del materno, e la cariddi dell’ipertrofia della comunicazione privata di tutti. Le madri, poco apprezzate come donne sul lavoro, si occupano ossessivamente dei bambini, pochi troppo pochi che fanno, e si infilano in un mondo che comunica ossessivamente tutto. La povera maestra, che oltretutto era giovanissima si è infatti ritrovata a perdere il lavoro, da un certo punto di vista, per una sorta di nuova regola comunicativa dei fatti privati, che ha preso, non tanto lei, incolpevole, quanto il partner, gli amici, e tutta una catena di comari 3.0. In questo contesto di parossismo del dire e valutare, del far sapere e comunicare, dove in tutti i piani si annacquano i confini, e dove il privato diviene sempre più senza alcuna cura e rispetto materia di dibattito pubblico, soggetto narrativo costante,  le madri si trovano a valutare quelle circostanze in cui l’infanzia si incontra col sesso, come scontro ancora semplice di sfere semantiche, bambini da una parte maestri che in certi momenti della vita svolgono attività sessuali dall’altra, e hanno una specie di cortocircuito emotivo, che io ho visto in quella occasione che ho raccontato. 

Per la mente adulta, spesso mettere insieme sesso e infanzia è un problema. E’ un problema non razionale, ma irrazionale, immediato e istintivo.  Io stessa, per mettere le due cose insieme – per esempio quando ho portato i miei bambini a vedere una mostra fotografica di La Chapelle – ho dovuto formulare un pensiero prima di varcare la soglia, mi sono trovata di fronte a un interrogativo. È corretto far vedere a dei bambini le foto di un uomo nudo in mezzo ai fiori, o di una donna?  Ho pensato che delle singole immagini non fossero particolarmente turbolente, e anzi mi davano l’occasione per introdurre in modo agile contenuti dirimenti per la loro vita futura, il corpo ragazzi miei esiste – è bello e potente. Anche la scena di un film dove due persone fanno sesso non mi pare particolarmente incisiva: tutti noi veniamo da quella cosa li bambini, e anche auspicabilmente, tutti noi sappiamo che quella cosa li è molto piacevole e divertente. Non sono grandi traumi. Ma per esempio una specie di voce istintuale, anteriore al mio sapere analitico, mi fa sospettare che la sovraesposizione dei bambini ai comportamenti sessuati e ai corpi nudi, non è una cosa che fa loro bene. Mentre un passaggio transitorio apre gli stessi spiragli evolutivi, di un sano e auspicabile buco della serratura, la sovraesposizione alla comunicazione sessuale, alla pornografia all’erotismo rientra per me nell’abuso del minore, perché un campo linguistico e mentale che si sta sviluppando viene invaso da qualcosa verso cui si tende e non si può capire, che crea un oggettivo disagio. E di questo disagio purtroppo molto sanno le poltrone degli analisti e degli psicoterapeuti.

Perciò credo che quando le madri cominciano ad allarmarsi perché il docente rivela fuori dalla classe di avere una qualche attività sessuale di qualche tipo, scatti in primo luogo un riflesso mentale per il fatto che la stessa persona che si occupa dei bambini porta la semantica del sesso, mette loro in difficoltà. Se lui non le separa – ci si chiede – ci posso riuscire io?
A quel punto tutta la retorica bigotta e sessuofobica del contesto culturale viene incontro alle madri, e i maestri vengono licenziati.

Ma il punto, care colleghe madri, non sono le scopate dei maestri, i loro video amatoriali, le loro ambiziose carriere  con i culi di fuori. Il punto è fare le madri nell’ipertrofia comunicativa del sesso e del privato, ci si trova di fronte a una nuova sfida rispetto alla quale i maestri licenziati sono un mediocre capro espiatorio. Quello che succede ora per esempio è che una si distrae e si ritrova la bambina di nove anni che guarda i video porno con le amichette, e quello che deve chiedersi, non è come faccio a far passare un guaio a quell’uomo col cazzo di fuori, ma come devo comportarmi con la mia bambina che guarda l’uomo col cazzo di fuori? Cosa devo dirle? Come devo valutare il suo comportamento? Come calibrare il mio?

Come cioè io genitore mi devo comportare con le informazioni sessuali che provengono dalla rete?
altro che la povera maestra.

La curiosità in fatto di sesso, dei piccoli è una curiosità sana e lecita. Il sesso è stato il nostro futuro di animali, e ora è il loro futuro di cuccioli. Già senza che se ne rendano conto intesse il loro comportamento, essi hanno già un corpo e quel corpo ha già delle funzioni sono tesi al sesso, ed è una cosa sana. Spesso fanno cose, per prenderci contatto che noi grandi non conosciamo. I divieti che noi grandi mettiamo sulle conoscenze di queste cose esoteriche e segrete sono un buon modo per permettere che le strutture psichiche dei piccoli facciano a tempo a crescere per bene insieme alla loro tensione, insieme  –  se ci pensiamo –  al loro corpo che cambia. Possiamo ogni tanto far cadere delle cose – che ci vedano mentre ci si bacia, che vedano dei corpi nudi in una foto, che sappiano un po’ dove si andrà – ma certo non dobbiamo dire loro che è normale che un certo linguaggio entri quotidianamente nella loro infanzia. Non permettere a un piccolo di sette anni di vedere un video porno non è prouderie, è funzione protettiva di specie, dei grandi con i piccoli.

Ora l’esercizio di questa funzione di specie, diventa complicato, per due ordini di buoni motivi. Il primo motivo riguarda la sovrabbondanza di immagini in rete di marca sessuale, ma anche un nuovo marketing del privato che fa perdere il senso del confine. In questo senso tra grande fratello,  libro di la gioia (su cui tornerò), e maschietti del calcetto che fanno vedere il video alle mogli,  non c’è molta differenza. Il secondo motivo però riguarda la crisi della pedagogia e della genitorialità per cui, siccome i genitori fanno fatica a controllare i figli, a porre dei divieti sul loro uso della rete, a esercitare la loro funzione genitoriale, usano come capro espiatorio il maestro di turno che inopinatamente si scoprisse avere una vita sessuale fuori dalla scuola. E’ più facile per certe madri far licenziare una donna incolpevole, che esercitare faticosamente la propria funzione materna che controlla quello che guardano i piccoli su telefonino, e computer.

Forse quella preside dovrebbe farsi delle domande.

Adolescenza e covid. Prima parte

Da diversi giorni ragiono su cosa scrivere a proposito di adolescenza in  questo periodo complicato. Circola molta preoccupazione, e soprattutto genitori e insegnanti si fanno molte domande. Come impatterà questo periodo di obbligatorie restrizioni sociali sui ragazzi, lascerà in loro delle conseguenze sulla lunga durata? Toglierà loro del benessere importante? Come impatterà questo strano oscillare di questo momento storico – tra incombenza di un pericolo non visibile, e misure restrittive da rispettare che chiudono i ragazzi nelle case? 

Voglio mettere qui, le mie prime riflessioni, sicuramente perfettibili. Prendetele con il beneficio di inventario – sono ipotesi di una mappatura concettuale.

Ci sono delle premesse mentali a cui io penso dobbiamo fare  riferimento per ragionare in lucidità.

La prima è che noi prima di essere adolescenti, bambini, adulti, siamo soggetti storicizzati nella mente e nel corpo. Negli anni dell’adolescenza la nostra verginità è andata già perduta da molto. Siamo degli individui con delle connotazioni molto più dirimenti della fase che stiamo attraversando. Questa cosa, senza scomodare le tracce psicodinamiche che incidono sulla formazione di un carattere è sotto gli occhi del senso comune: è estremamente fascinoso per esempio conoscere delle persone da piccole, i nostri nipoti, i figli dei nostri amici, o i nostri stessi amici, o i nostri stessi figli, e osservare come rivelino le certe loro specifiche risorse e modalità in occasioni diverse. Quella cosa interessante che è l’anatomia del carattere, e che a volte si rivela nei primi mesi di vita di una creatura. Quella continuità tra la fermezza con cui il bimbo di un anno e mezzo prende un oggetto, sorride agli estranei, e la fermezza e il sorriso con cui farà le cose che ne so a 8 anni, o a 15.  

Un’altra questione su cui occorre riflettere riguarda il concetto di: quando pensiamo all’incidenza di eventi a noi esterni più o meno pervasivi, in che termini dobbiamo pensarli? In questi giorni si parla con una certa ricattatoria disinvoltura dell’aggettivo traumatico.  Si ipotizza che l’attuale esperienza di deprivazione sociale per le misure restrittive dei minori possa essere traumatica.

Ma l’incidenza  di un esperienza di vita, è sempre traumatica?

Come premessa a queste riflessioni io propongo di tenere a mente una sorta di scala dell’incidenza, semplificata e colloquiale ma che ci aiuta in termini orientativi. Al grado zero di questa scala troviamo le esperienze di vita che non lasciano alcuna traccia, che ci passano sopra. A un livello successivo le esperienze che incidono moderatamente, e che provocano fenomeni reversibili. Quando questo secondo livello coinvolge esperienze negative che lasciano modifiche relativamente reversibili ma comunque negative, parleremo di disagio. Riserveremo la connotazione di esperienza traumatica a quelle situazioni che lasciano al corpo psichico una ferita che non si rimargina, un frattura che non si guarisce, e che rischia di lasciare il corpo psichico azzoppato, cronicizzato in un doloroso adattamento permanente all’esperienza traumatica.

A fianco di questa scala, non dimentichiamo di tenere a mente, la scala positiva di queste incidenze. Esperienze che fanno scoprire forme di benessere transitorie, fino a situazioni che regalano la prova di una agilità psichica, che danno altre risorse adattive, prove che se si riescono a superare ci regalano un punto di forza in più. Risorse.

Stiamo attenti insomma, osservazione preliminare, a non usare lo sguardo psicologico come un insieme di categorie del senso comune asservite per un verso all’appiattimento dei soggetti – gli adolescenti bambini – e per un altro drammatizzante e ricattatorio. Il lockdown è un’esperienza traumatica! Facciamo attenzione, perché quando un’esperienza è davvero traumatica, crea un disordine che non è solo nell’emozioni, ma nelle strutture della conoscenza, e dell’adattamento, e del pensiero. Un cambiamento che è permanente e che riesci –  a suon di cicli di terapie, e sforzi e fatica, spesso psicofarmarci – a cambiare solo in parte. Stiamo attenti all’uso delle parole – perché in soldoni l’esperienza traumatica è una esperienza terribile. Una specie di condanna di cui ogni volta  si discute se c’è appello o meno. 

 Di contro pensiamo un po’ a cosa è l’adolescenza.

L’adolescenza è un momento della crescita della persona in cui si negoziano (almeno) due cambiamenti molto importanti.

Nel primo si diviene adulti dall’interno perché il corpo cambia. Arriva un corpo nuovo che detta leggi, bisogni, desideri, e si propone come antagonista a quello dei padri. Con questo corpo si possono fare dei figli, si desiderano altri corpi, si possono fronteggiare i genitori. Il nuovo corpo diventa diverso e più grande e impone una semantica diversa, una collocazione di se diversa nello stare al mondo. Bisogna reinventarsi e anche staccarsi dalle matrici di provenienza. E’ un’esperienza pazzesca,  somigliante a quella della gravidanza, e quella purtroppo della malattia: situazioni in cui arriva una modifica dell’identità che non deriva dalla volontà tua, ma dal tuo corpo. Una specie di trasloco obbligatorio in un secondo mondo con altre regole.
Donde il secondo cambiamento: le matrici di provenienza devono essere discusse, e bisogna cercare fuori dalla cuccia oggetti relazionali con cui identificarsi. Bisogna parzialmente per gradi, defiglizzarsi. Allora si cerca: il gruppo degli amici, certi adulti di riferimento che possono fare da maestri, delle idee, dei contenuti, delle azioni. Nuovi interlocutori e nuovi modelli con cui attaccare il fortino della provenienza. Bisogna anche sperimentare cose, per portare avanti quello che non è uno scacco in due mosse, ma una lunga e complicata partita dove non devono esserci troppi morti e feriti, che non deve essere troppo costosa. Ossia bisogna vincere i genitori nella costruzione dell’identità, ma non bisogna perderli del tutto, perché quello è davvero troppo doloroso e non veramente strutturante nella costruzione dell’identità. 

Sotto il profilo socioculturale però dobbiamo anche aggiungere che gli psicoterapeuti da anni si stanno sgolando su alcune criticità dell’adolescenza di oggi, perché notano che si va in una direzione che per un verso  la dilata oltre misura, la culturalizza, e dall’altro la ostacola. Per un verso abbiamo un marketing dell’adolescenza: attività per l’adolescenza, prodotti per l’adolescenza, teoresi dell’adolescenza e  quindi un protrarsi dell’adolescenza che oggi arriva a sfiorare i trent’anni, per l’altro una caduta di buona parte dei riti iniziatici, che in tutte le culture servono a celebrare il passaggio all’età adulta, o la successione di traguardi che portano alla maturità. A mala pena conserviamo tra mille dubbi gli esami scolastici, per il resto, abbiamo in orrore qualsiasi conflitto generazionale, qualsiasi proiezione della sfida edipica. Ci piacciono tantissimo i tranquillizzanti adolescenti costruttivi che fanno le cose ammodino. Eludiamo la sfida come possiamo. E quindi facciamo cose pedagogicamente discutibili come, andare a prendere in discoteca i figli all’una di notte, perché dire ai figli non ci vai, e a un certo punto ci vai ma torni da solo, non ce la facciamo.

In questo momento storico cioè – l’adolescenza è un’icona e una garanzia per le nevrosi di noi vecchi.

Mettendo insieme queste premesse allora, possiamo concludere che l’adolescenza, è una delle prime grandi prove della tenuta psicologia di una persona, e un test piuttosto affidabile sulla sua struttura psicologica e sull’eventuale presenza di questioni irrisolte . E’ anche un test sulle risorse e e le difficoltà della famiglia di provenienza di un ragazzo o di una ragazza. La vita ce ne porrà altre: quando ci si innamora, quando si diventa genitori, quando i genitori si fanno vecchi, quando si perde il lavoro o si trasloca. Ma questo dell’adolescenza è un appuntamento della psiche, un pettine dei nodi irrisolti.

Fatte queste premesse pensiamo alla pandemia e alle misure restrittive. E cosa questo implica da un punto di vista materiale e simbolico.

Da un punto di vista materiale ci si trova come collettività di adulti, a fronteggiare un grande problema, e per la risoluzione del quale non abbiamo mezzi, strumenti, anzi siamo in difficoltà enorme, perché per sintetizzare velocemente, il virus è più veloce della politica, il virus non aspetta i tempi del dibattito di una democrazia matura, il virus se ne frega e intasa gli ospedali e gli unici strumenti di cui disponiamo noi vecchi responsabili del mondo in corso, è limitare i contatti tra le persone e limitare le cose da fare.

Quindi gli adolescenti da una parte hanno un virus che minaccia i loro vecchi e solo indirettamente loro stessi, con una contezza spesso aleatoria del funzionamento della macchina pubblica, dall’altro hanno delle restrizioni molto pesanti a quelle attività che costituivano la loro dinamica adolescenziale. Gli si chiede cioè di non frequentarsi, si ventila l’ipotesi che non vadano a scuola, non devono avere attività sportive. Gli si impone una contrazione delle esplorazioni di emancipazione.

Messa in questi termini io proporrei di considerare la pandemia con relativo lockdown come una prova, un altro pettine delle pregresse situazioni familiari e psichiche, un’occasione che pone delle precise domande al ragazzino: devi crescere, devi stare bene, e non puoi usare molte delle strade che usavi di solito. Non puoi andare a scuola, non puoi fare sport. Non puoi vedere i tuoi amici, ma neanche quella professoressa di italiano che ti piaceva tanto ascoltare. Come ti senti? Dice questa prova. Cosa fai?

Non è la prima volta che all’adolescente capita una rogna del genere. Succede regolarmente con i conflitti armati per esempio,  le grandi guerre, succedono cose simili ai ragazzini appartenenti a etnie discriminate in certi contesti culturali. Non puoi fare questo e quello. Come reagisci? In realtà condizioni di grande deprivazione economica costringono a passaggi solo in parte dissimili: non hai tempo di giocare, di esplorare, di negoziare di costruirti, vai a lavorare tanto – subito, adesso.
Come reagisci? 

 Questo pettine, questa prova: procurerà un trauma? Procurerà un disagio? O addirittura attiverà delle risorse?
E noi vecchi che guardiamo i ragazzini: per esempio scendere in strada e protestare, ripensando agli obblighi dell’adolescenza, cosa dobbiamo pensare? Stanno agendo un sintomo o stanno facendo il loro lavoro?

Che da che mondo è mondo, dovrebbe essere quello di rompere i coglioni, quello di dire cose giuste ma male, quello di cominciare a muoversi in modo riottoso, goffo e grossolano, raffinando identità e pensiero per ogni spallata. 

Propongo allora di pensare la pandemia rispetto all’adolescenza su due livelli.
Il primo riguarda il fatto che siccome è una prova, che si aggiunge a quella dell’adolescenza,  non sarà ipso facto traumatica, sicuramente procurerà disagio. Però è anche, in quanto prova,  capace di slatentizzare patologie pregresse importanti, o di inasprirle – così come in realtà di mettere in luce delle risorse individuali, di farle uscire fuori. La seconda invece riguarda una lettura più globale e collettiva – la pandemia come una prova per noi generazione di più vecchi riguardo il mondo che abbiamo messo in campo. 

Per quanto riguarda il primo punto – si per me c’è davvero da preoccuparsi perché questa complicata prova toglie risorse a chi ne usa già poche – cioè se un ragazzino avrà un po’ di problemi facile che raddoppieranno – perché la pandemia chiude in gabbia. Prendiamo per esempio, un ragazzino che per sua storia personale, per la qualità dell’accudimento che ha ricevuto, tende a essere molto diffidente, a farsi pochi amici, è figlio di una coppia di genitori che a suo tempo non è stata molto sintonizzata, magari è stato un bambino che non poteva in qualche modo fidarsi di chi si prendeva cura di lui, ora era nel grande mare delle sue seconde occasioni, ci prova in modo obliquo e titubante, e questo mare delle seconde occasioni diviene improvvisamente ristretto. Non si metterà a chattare con il suo nuovo compagno di classe con troppa disinvoltura. 
Un altro invece, che già quando era alla materna era sempre oppositivo e riottoso verso la madre che lo veniva a prendere,  e tale è rimasto nel tempo, persino attraversando una psicoterapia infantile, ora ha diciassette anni, un discreto successo sociale, si ventila addirittura una fidanzata, si ritrova il mondo dei genitori che gli chiude le cose, e questo fatto gli riattiva una organizzazione riottosa e oppositiva. Si arrabbia tantissimo ed entra in una dimensione conflittuale con la famiglia molto aspra e dolorosa.

 A peggiorare la situazione sono le condizioni di criticità in cui possono versare le famiglie di provenienza. Genitori che vedono il lavoro fermo, angosciati dal rischio sanitario ma anche da uno stipendio che salta,  come sistema familiare sono  a loro volta esposti a una prova che non sempre, nonostante le ottime intenzioni reggono brillantemente. La pandemia, con le sue ricadute nella vita quotidiana, è una spina continua di ansia, uno stimolo di sintomi, e gli adulti rispondono con i sintomi alle cose che li preoccupano, diventando senza volerlo un aggravante involontaria delle condizioni dei figli – padri alcolisti berranno di più, coppie violente si picchieranno di più, disturbi paranoidei potrebbero acquisire nuovo corpo e via di seguito. Inoltre gli adolescenti non sono funghi che crescono nel nulla, fanno parte dei sistemi familiari, prima che di sistemi collettivi, in un modo organico – non meramente affiancato. Hanno non di rado un ruolo nell’organizzazione comunicativa delle famiglie: ci sono per esempio figli maggiori che si sostituiscono a padri latitanti, ragazzine con disturbi di dipendenza che assicurano un sintomo conclamato buono per tutta la famiglia, ci sono figli che devono essere buoni per tutti e cattivi per tutti,  figli pazzi, e figli che fanno da cuscino alle liti dei genitori. La sfida pandemica sicuramente chiederà loro di assolvere più che mai il loro compito patologico nelle loro famiglie in difficoltà. 
 Lo stato di salute degli adolescenti molto ha a che fare con lo stato di salute delle famiglie di origine. L’impatto della pandemia sui minori, è molto correlato a quello sulla famiglia. Conta molto di più per i giovani come stanno i padri, che come stanno le palestre. 
Riutilizzando le categorie citate prima, la pandemia da sola non produce traumi nei giovani ma fa due cose: fa rifiorire le patologie pregresse, e mette in campo svariate forme di disagio, reversibile, non poi così grave – ma oggettivamente presente.

In questa prospettiva, da un punto di vista psicologico e non politico – punti di vista che ricordo devono rimanere rigorosamente separati – il fatto che i giovanissimi scendano in strada può essere sintomo di una criticità della situazione nazionale, ma non è certo sintomo di malessere dei giovani. E che devono fare i giovani di preciso se non dire ai vecchi dove sbagliano? Cosa devono fare se non esattamente protestare riflettendo a quel punto su come gestirebbero loro la situazione? Il che non vuol dire che poi uno debba dargli ragione – ma semplicemente da un punto di vista psicologico non allarmarci, i giovani che scendono incavolati, stanno obbedendo al loro mandato, fanno quello che devono fare. Nelle reazioni di molti, ci vedo la perdita di abitudine dinnanzi al conflitto generazionale. Si è perso l’esercizio del no, si è perso il coraggio dello scontro di mondi, e ora che una pandemia ci costringe a difendere il fortino malandato che abbiamo tra le mani, e non abbiamo certo tempo di fare diversamente, men che mai soldi, ci ritroviamo costretti a una prova a cui eravamo disabituati. Difendere un orizzonte di valori. Negoziare con delle richieste emergenti, oppure non farlo. Per quanto riguarda la salute psichica almeno, davvero questa è la parte meno grave del problema, anzi la più sana, anzi quella che riserva delle speranze. I confini generano pensiero, le opposizioni producono creatività – questo permissivismo degli ultimi decenni ha tarpato le ali ai più fragili. 

Mi preoccupano molto di più quelli che non scendono affatto in piazza, quelli che non sfidano le regole vedendo gli amici di nascosto, quelli che invece obbediscono e stanno a casa belli tranquilli perché utilizzano il telefonino e internet. Se c’è una cosa per cui vedo un cambiamento di lunga durata, che ha aspetti adattivi e aspetti pericolosi è questo. Perché internet è da una parte il medium comunicativo e professionale di domani, per cui in un certo senso la stagione covid rappresenta davvero un upgrade di competenze, di saper fare, e con questo dover stare a casa i ragazzini imparano a fare cose con i loro personal computer che domani saranno piattaforme di decollo per l’uso di programmi informatici molto più sofisticati, dall’altro di fatto internet può essere – un oggetto sostitutivo delle relazioni tra i più insidiosi che li mette a casa, li mette al riparo dalle sfide relazionali, e li porta ancora più lontano dagli obbiettivi di vita che è sano si pongano: l’amicizia, l’amore, il desiderio, il progetto identitario fuori da casa.

I videogiochi, le relazioni veicolate e disincarnate che rimangono scisse dalla realtà, possono essere una cuccia rifugio, e anche una tremendamente insidiosa area intermedia, che fa stare vicino ai genitori facendo mostra di allontanarsene, non mangiare il cibo dei padri stando vicino al cibo dei padri. La quarantena che ci si prospetta è un incoraggiamento a quella soluzione patologica. Una specie di dieta dimagrante per soggetti anoressici, la proposta di un insidioso dispositivo adattivo che per un verso è funzionale alla società di domani, per un altro alle sue patologie, e a questo dobbiamo essere particolarmente attenti.

Chiudo qui la prima parte del post. Nella seconda cercherò di ragionare su cosa possiamo fare per fronteggiare questi problemi emergenti.

Film d’autore

(E’ un pensiero contromano, selvatico e offensivo e me ne dolgo, ma come sarebbero stati i nostri vent’anni se avessero regalato a noi quest’ apocalisse  – la pelle liscia come uno scudo di bronzo, i tatuaggi come plagi di lotte altrui, vittime della vecchiaia degli altri. Non avremmo avuto paura per i nostri vecchi ancora giovani, men che mai per le nostre gole e il nostro ventre.  
Ci pensi? Ci saremmo telefonati con foga, ci saremmo arrampicati sull’emergenza come la grande montagna della vita degli altri.

Hai sentito? Ci saremmo detti, tralasciando la voglia di fare l’amore.

Tralasciando poi, chi lo sa. Se ci avessero chiuso le case oltre una certa ora, ci saremmo con dedizione ammucchiati il tempo prima, se gli alcolici fossero stati proibiti dalle quattro, noi avremmo scassinato il supermercato alle tre, ligi alla legge e previdenti, per delle scorribande istituzionalizzate.  Ci saremmo poi buttati per terra davanti a film molto noiosi, film importanti per la nostra reputazione io penso più che altro, forse avremmo sguinzagliato le mani – che il cinema in quegli anni feroci, è più che altro un invito del buio.

Avremmo poi certo discusso, in verità non so come, forse in certi comitati direttivi che avevamo promulgato- certi concistori sulle vite nostre e altrui, probabilmente sarebbero sopravvissuti. Allora ci sedevamo saputi e disincantati – fuori eh, dentro imperversava l’angoscia – intorno a tavoli tondi, fumanti tazze di caffè, libri certo molti libri –e  dicevo, avremmo certo cercato di portare avanti, quella democratica dittatura della vita privata, avremmo parlato di coloro che si baciano scelleratamente nella pandemia,  di mascherine da strappare con foga, chi sa mi chiedo, cosa avremmo detto. Certo avremmo riso, perché sapevamo ridere del potere del corpo.

Noi ci saremmo voluti bene ugualmente. Non credo saremmo rimasti feriti)

(qui)

Psichiatria e letteratura. Sul come

L’altro giorno una discussione su facebook mi aiutava a mettere a fuoco alcune cose per me interessanti. 
La discussione verteva sull’autobiografia e la persona con cui discutevo cortocircuitava l’eventuale narcisismo degli autori con la bassa qualità di quello che scrivono. 
Questa operazione – usare una diagnosi al posto di un’altra per squalificare le azioni altrui, o per sustanziare l’opinione negativa che abbiamo di quegli oggetti o di quei prodotti, è molto frequente. Naturalmente non c’è psichiatra e psicologo con una forte deontologia che la possa appoggiare, perché usare le diagnosi a scopo di giudizio, di un atto estetico o di facciamo conto una scelta o un comportamento politico è un atto che viola l’etica su due binari, il primo è il rispetto per la sofferenza e la patologia, il secondo è il rispetto per la libertà creativa e di parola. Le diagnosi hanno un enorme potere politico, sono stimmate che si incidono sul corpo, bisogna usarle con parsimonia. 
Tuttavia, capisco anche che l’operazione viene fatta da molti in buona fede, perché mettono insieme due cose che vedono: un cattivo prodotto, secondo il loro giudizio, e un’organizzazione psicologica, e magari capita persino che abbiano ragione su entrambe le questioni: quel certo libro è brutto, e quella certa persona è molto narcisista. Il problema, è nell’istituire una relazione causale: si può dire che c’è una relazione causale tra diagnosi e qualità dei prodotti estetici?

Di solito questa relazione presso molti intellettuali, è stabilita all’inverso con una serie di clichet che allo psichiatra e allo psicologo fanno ugualmente mettere mano alla pistola. L’infelicità fa bene all’arte, la relazione fra follia e creatività etc. sono tutte consolazioni che piacciono moltissimo a nevrotici di vario ordine e grado, che in parte si consolano pensando che stanno di merda ma almeno fanno grandi cose, in parte proiettano su persone che stanno malissimo, malesseri propri e missioni proprie. Anche loro comunque potrebbero avere ragione nello stabilire per esempio una schizofrenia e nella stessa persona un notevole talento pittorico – il problema serio è stabilire una relazione tra buona arte e diagnosi.

Possiamo, pensavo al di la dell’etica, sostenere che c’è una relazione di causa, tra la diagnosi e la produzione di una scrittura bella, emozionante?  
La diagnosi psichiatrica è qualcosa che indica una serie di funzionamenti della personalità e del pensare. Investe molto il tono dell’umore e una serie di funzionamenti delle persone con altre persone o con oggetti. La diagnosi psichiatrica somiglia a quei disegni di motori o di orologi che si facevano nei primi del novecento, quando con le illustrazioni si spiegavano le regole della meccanica. In certi casi spiega come alcuni movimenti meccanici siano completamente impediti, le grandi schizofrenie, ma di norma spiega i diversi funzionamenti. La diangosi psichiatrica è qualcosa cioè che riguarda moltissimo il cosa e il quanto, molto molto meno il come. Questo cosa e questo quanto incidono moltissimo sul modo di stare in relazione. Io stessa quando vedo un paziente le prime volte, mi metto ad auscultare come funziona la persona che ho davanti sul piano delle relazioni – ha amici da tanto tempo? Ha relazioni? Si? No? Di che durata?

Nella fisica meccanica della psiche allora possiamo pure stabilire la produzione estetica correlata alla diagnosi in termini di motivazione: moltissime organizzazioni di personalità possono trovare nello scrivere libri per esempio, una buona soddisfazione di propri equilibri interni.  Scrivere è per esempio una buona forma di sublimazione, di proiezione, e volendo giocare con episodi recenti del gossip letterario  – pensando al caso Carrere – di identificazione proiettiva. 

Quello che però voglio dire, è che la diagnosi spiega al limite il perché e il quanto, ma non può niente, e questo è meraviglioso, sulla magia del come. Il come è il vero mistero magnifico dell’estetica. Possiamo avere due scrittori narcisisti, ugualmente narcisisti e ugualmente megalomani – ma uno avrà scritto delle cose bellissime, e l’altro delle cagate pazzesche. Possiamo avere due scrittori molto depressi ma solo uno e Bernhard o Giuseppe Berto, l’altro è una tremenda mezza sega. Abbiamo anche storie  – molte di musicisti schizofrenici, ma solo alcuni diventano Thelonoius Monk o Tom Harrell. Di contro – dansi diversi grandi artisti e scrittori notevoli che non hanno schiodato molto in vita loro dall’onesto padre di famiglia.

Si confonde la fame di cose e soluzioni cioè che genera l’infelicità e una infanzia maltrattata, con la qualità di quelle cose e quelle soluzioni. Ma da cosa dipende quella qualità? Che cosa è invece quella precisione con cui un autore, matto, sano, narcisista o istrionico, depresso o maniacale, gli fa trovare una cosa commovente, insolita, bellissima? O anche capace di farci ridere in modo intelligente?

I comici, spesso e volentieri o sono ipomaniacali, o soffrono di una ciclotimia di un certo grado. Possiamo dire che sanno farci ridere per quella cosa li? Oppure dovremmo invece pensar emeglio a riconoscere il loro magico come?

Il come.
Il pensiero mi è andato ad Harold Bloom. Harold Bloom è il critico letterario americano che più si è battuto per distinguere piano dell’estetica e piano dell’ideologia, sostenendo che la politicizzazione dei dipartimenti di letteratura nelle università americane e negli articoli di critica pubblicati nelle riviste accademiche stava facendo perdere il senso di cosa è veramente esteticamente bello e ben fatto. Personalmente penso che avesse ragione, che il Canone Occidentale sia un bellissimo libro, anche se diversamente da lui penso che sia lecito e anzi auspicabile un uso politico dei libri, che possa scorporarsi da una valutazione estetica da quella politica, e che l’assenza di una provinciale acquiescenza all’arte possa portare avanti delle accuse di discriminazione o di contro – valorizzare prodotti estetici di minoranze. E’ la politica, e per certe persone la politica può essere più importante e urgente della qualità di una prosa.

Però su una cosa mi trovo a convergere, il come è nell’estetica l’anteriore morale del cosa, l’anteriore morale della trama, l’anteriore morale della biografia di un autore, così come Beloved di Toni Morrison è un bellissimo libro a prescindere dal fatto che è donna e nera, e a prescindere da qualsiasi tratto psicologico e psichiatrico di Toni Morrison – che a occhio e croce, anche lei, in quanto a narcisismo mi sa si faceva mancar poco. La grandezza di Toni Morrison è nei suoi fantastici come

Cosa è quel come?

Quando spiego come interpreteremo i sogni, io dico ai miei pazienti che è come se in testa avessero un regista plenipotenziario, un regista cioè che può tutto, che ha tutti gli attori, tutti i personaggi e tutti gli scenari mentre in testa ha un certo contenuto da rappresentare. Quindi avendo tutto tutto a disposizione, non esiste che scelga una persona solo perché il sognatore l’ha vista qualche giorno prima – ma perché è molto adatta, la più adatta, per vestire i panni di un simbolo, di un rimando, di una allegoria. Penso che la creazione estetica funzioni nello stesso modo, e funzioni sempre meglio quanto più vasto è il dominio degli oggetti evocabili. Il come ha a che fare con quel processo li, di selezione naturale analogica delle metafore, delle strutture linguistiche. Con cose animalesche come lo shit detector di Hamingway che suona quando scrivi delle cose brutte, che non funzionano.

Si può dire forse, che quando il talento estetico è modesto, quando un autore ha un cattivo come, oppure in un certo libro un come peggiore degli altri, rimane l’ossatura psicodinamica delle sue motivazioni, rimane solo la diagnosi, che salta all’occhio. Ma la diagnosi è la fisica meccanica di quell’orologio brutto, non esattamente la qualità dei suoi materiali. Il cattivo come ha radici di altra natura.

Questa cosa per me è importante da tenere a mente. Perché riguarda la democrazia dell’estetica, del saper fare le cose belle. Su questo ha ragione Bloom, perché Bloom è come se dicesse, non è la genealogia è il come, e anche qui possiamo dire non è la psichiatria è il come. 
Lavoriamo ai nostri preziosi come.