Obesità come assenza di fantasia

 

Vorrei cominciare questo post con una lista, che probabilmente è anche incompleta e che cerca di raccogliere un insieme di oggetti culturali, comportamenti, pratiche, ma anche oggetti materiali, che ruotano insieme alla nutrizione, alle prassi sanitarie, ma anche alla sua estetica.

  • allattamento
    – discorsi sull’allattamento: teorie, suggerimenti medici, teorie psicologiche, laiche legue, pagine facebook, dibattiti tra madri, libri in tema.
  • dieta
  • discorsi sulle diete: pagine sulla dieta, esperti della dieta, dieta e oms, teoresi di colesterolo, glicemia, strumenti per le diete. Libri
  • intolleranze alimentari importanti, fondate, emergenti o presunte: la celiachia, l’intolleranza al lattosio, e via di seguito.
  • marketing: cibi per la celiachia
  • teoresi dell’ideologia del cibo: vegetariani e vegani. Anche qui dibatitto, libri, libri di ricette, dibattiti, marketing
  • Moltiplicazione dei ristoranti nei centri urbani.
  • Siti dedicati alle recensioni dei ristoranti
  • Siti dedicati alla prenotazione dei ristoranti, e alla consegna a domicilio di cibo di ristoranti o di supermercati
  • Apertura di supermercati h/24
  • Scuole di cucina
  • Il cibo come rito culturale fotograto: foto dei piatti sui social.
  • La preparazione del cibo, come prodotto culturale appetibile: trasmissioni sulla cucina, trasmissioni che sono gare di cuochi, trasmissioni con ristrutturazioni di ristoranti, trasmissioni con valutazioni dei ristoranti
  • Emergere di un nuovo mitologema, lo chef, suo uso nelle pubblicità.

Questo elenco parziale mette insieme le occasioni in cui l’argomento cibo diventa centrale nelle nostre prassi quotidiane. A ben vedere sono veramente moltissime: diventa centrale per la cura della prima infanzia (allattamento), centrale per la cura della persona (le diete) , centrale per la sua vita sociale nel mondo reale e in quello virtuale (ristoranti e loro foto sui social), centrale per le scelte politiche (veganesimo si o no) centrale per la gestione dell’ansia (supermercato aperto h/24) centrale come rappresentazione del potere e dell’estetica (il mitologema dello chef) . E’ un elenco che desta almeno a me, una certa preoccupazione perché mi ricorda la mia personale definizione di psicopatologia, secondo cui uno dei primi elementi che considero diagnosticamente rilevanti quando valuto la necessità di un trattamento per un paziente: quello di chi in occasioni diverse, problemi diversi, necessità adattive diverse, risponde sempre con la stessa strategia difensiva, senza cambiarla mai. Disponiamo infatti di tanti meccanismi di difesa e di strategie e comportamenti, e di temi e pensieri, e tutti sono utili, tutti possono essere funzionali. Ma se siamo sempre ansiosi: sia durante una sfida che durante un’occasione di gioia, sia per nostri problemi che per quelli altrui, beh non stiamo funzionando al meglio, non stiamo al meglio di noi stessi – perché possediamo altre strategie e comportamenti che sono più adatti che non usiamo mai. E col cibo io vedo questo stesso comportamento, al livello di psicologia sociale: usiamo il cibo per dimostrare di essere buoni genitori, usiamo il cibo per prenderci cura di noi stessi, usiamo il cibo per procurarci piacere, usiamo il cibo per sedare l’angoscia ma anche per definirci in termini narcisistici e identitari – e per assecondare degli status di classe. Il mercato del cibo è uno dei pochi settori che in questo momento di crisi economica non recede ma anzi dilaga fino al collasso: si può dire anche che infatti il cibo viene usato come anestetico per sedare qualsiasi iniziativa politica.

Mc donald’s e circense.

Questa particolare risposta adattiva, rigida e pervasiva, è socialmente e politicamente incoraggiata. L’occidente è infatti in mezzo a un paradossale incrocio. Da una parte abbiamo l’industrializzazione delle risorse alimentari che permette la diffusione di cibo per tutti a costi competitivi, con ricadute pericolose però sulla qualità e la nocività, e dall’altra abbiamo la crisi non solo dell’industria che sostiene altri beni di consumo, ma anche del wellfare, e delle ideologie politiche che lo sostengono. Le economie occidentali stanno facendo fatica non solo a mantenere lo stato sociale, ma anche una media degli stipendi pro capite che aiuti a un discreto tenore di vita in autonomia. La risultante, nei centri urbani in particolare, è che la gente fa una cosa sola: mangia, o al limite – pensa a mangiare. I ventenni e trentenni cominciano carriere professionali che non riescono a portare a una casa in proprio, perché viaggiano su stipendi intorno ai 1000 al mese, quando sono fortunati, e quindi, alla fine non hanno abbastanza soldi per staccarsi dalle famiglie, ma ne hanno in abbondanza rimanendoci per cui alla fine, spendono nella vita sociale: spendono negli innumerevoli ristoranti delle loro città. Alla proposta rutilante di cibo, e alla sua estetica culturale, corrisponde una pervasiva anestesia della progettualità politica, dell’edonismo, e del progetto per se. Le persone abdicano ai propri bisogni di autonomia e mangiano, abdicano al pensiero collettivo e alla constatazione delle mancanze di servizi e mangiano, e infine, duole dirlo, ma non di rado nell’atto di mangiare, in realtà non concettualizzano spesso quello che consumano, non provano un vero godimento estetico, non si informano su cosa consumano. Perché il cibo è una nuova sostanza psicotropa, uno psicofarmaco come un altro. In tanti casi, il sapore non conta – e questo purtroppo è tanto più vero, cattivo e pericoloso quanto più si scende nelle fasce di reddito: perché questa è la nuova stratificazione di classe in fatto di cibo, prima il ricco mangiava e il povero no. Oggi in occidente mangiano tutti, ma il ricco mangia cose più sane e controllate che sono molto più care, e il povero è assalito da cibo industriale, accessibile quanto tossico. Come aveva tristemente già mostrato l’esempio americano, che ci fa sempre vedere come potremmo diventare nel bene e nel male, la nuova prova della caporetto in fatto di lotta di classe è l’obesità.

Questo post però l’ho scritto pensando ai problemi di sovrappeso dei bambini italiani, che recentemente sono risultati in aumento. Ci sono delle questioni mediche e sanitarie che incidono molto nel problema (per esempio la questione del latte artificiale che è correlato con l’insorgenza di obesità, ma ci sono anche altre questioni biologiche, e che investono la genetica che sono importanti) ma io qui vorrei riflettere su cosa può suggerire di utile una prospettiva psicologica. Sono perciò partita dall’osservazione della psicologia sociale del cibo, perché noto che nel piccolo della gestione dei bambini, quell’uso dell’alimentazione come risposta a qualsiasi problema è un dato ricorrente. E questo per me è un problema non solo per una questione sanitaria, ma anche per una questione di una più generica salute psicologica.

Quello che si vede infatti sugli adulti, si osserva anche su molti bambini, soprattutto perché il dare cibo goloso, appagante, è un comportamento su cui si appoggia frequentemente il problema della genitorialità di oggi, che è la difficoltà a somministrare la frustrazione. Molti genitori oggi, non sanno affrontare il dispiacere del bambino sotto tanti aspetti, sia quello legato alla semplice negazione di qualcosa che il bambino desidera (per esempio una seconda merenda di cui è goloso) sia il dispiacere provato dal bambino quando ha un problema che non sa risolvere, in particolare la gestione del suo tempo vuoto.   I genitori oggi sembrano dividersi tra: quelli che somministrano attività a spron battuto ai bambini, e quelli che passano molto tempo con i loro bambini, oppure pagano qualcuno perché li intrattenga attivamente. L’opzione per cui un bambino se la deve cavare da solo a inventarsi cose nel suo tempo libero è sempre più raramente presa in considerazione. E questo secondo me è un grave danno, perché quella cosa del tempo vuoto, dove tu devi inventarti qualcosa che ti piace, che tu possa trovare avvincente, quella cosa di un tempo vuoto con qualcuno che sta vicino a te rendendoti sicuro, senza essere sempre con te rendendosi intrusivo, è una cosa preziosa, che fa crescere il cervello, la progettualità, il desiderio. Così come, trovo sano e utile far capire a un bambino che il cibo può essere una cosa bella, piacevole, interessante, da godere anche con la testa, per esempio riflettendo insieme a lui sulla storia e sulla natura degli ingredienti che consuma con le sue merende, sia però ragionando insieme sul fatto che ci sono altre fonti di appagamento di piacere di benessere.

Si possono suggerire allora degli esempi pratici. Può essere bello riflettere insieme su cosa è un gelato, informarsi su quali sono le sostanze che lo compongono, la differenza tra gusti fatti con la crema o il fior di latte, e gusti alla frutta con base di acqua. Invitare a mangiarlo piano, mettendo insieme le informazioni. Così come, una volta appurato che a scuola viene già somministrata una merenda, è opportuno rinunciare alla seconda, e in caso regalare al bambino il costo della merenda con la promessa che lo metta da parte, ogni giorno per arrivare a comprarsi un gioco bello, qualcosa che gli interessi e lo coinvolga. Il primo di questi comportamenti genitoriali, mira a considerare il cibo come qualcosa di consumato e goduto con cognizione di causa, e costruendo un uso individualizzato dell’oggetto. Mira a dire, quando mangi, mangia con la consapevolezza di una scelta di persona libera, non come risposta a un bisogno indifferenziato di intrattenimento e di anestesia. Attraverso quel sapere, e una riflessione sui propri gusti, passa la possibilità di un modo meno nevrotico e che neanche demonizzi il cibo e il piacere che può produrre, di mangiare. Infine, prepara anche il terreno a difendersi dall’offensiva di mercato del cibo spazzatura.

Il secondo comportamento aiuta ad evitare l’uso del cibo come sostanza psicotropa indifferenziata, che diventi nel tempo assimilabile alle droghe, portando il bambino a un disturbo alimentare. Fa spostare l’attenzione, fa capire che ci sono altre cose, non solo il cibo, come soluzione al bisogno. Ma ci possono essere altre cose, degli interessi, dei giochi, delle attività.

Tutto questo è molto difficile per diversi genitori perché a loro volta devono fronteggiare una domanda che viene dal contesto culturale (i bambini oggi sono SOMMERSI DI CIBO sono LEGITTIMATI A PRETENDERLO) e essendo figli e nipoti di una società che con la somministrazione ossessiva della frustrazione aveva provocato tanta infelicità e tanti errori, ora non sanno emotivamente vederne il buono, ne sono terrorizzati. Se il loro bambino piange per noia, piange per frustrazione, quel pianto risulta intollerabile e li fa sentire genitori non empatici. D’altra parte fanno anche pochi figli, li fanno tardi, e non hanno neanche quella grande legittimazione a un comportamento apparentemente deludente, che era fornita dalla famiglia numerosa e la scarsezza di tempo e di risorse. Ci si sente, in assenza di questo contrappeso egoisti, cattivi. Ma si deve tenere a mente che questo tipo di divieto, o di spostamento specie se portato avanti con fermezza e gentilezza – io trovo pertinente anche l’uso di un solidale umorismo – è un regalo che si fa alla prove, perché è il regalo di una sua maggiore libertà dal bisogno, non solo di cibo.

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Ciao Luigi (una lettera al cielo sui nostri gatti)

Ciao, come stai
E’ molto che non ci sentiamo, voglio dire molto anche nel freddo e nel silenzio. Sai che abbiamo un nuovo gatto? E’ una femmina. E’ piccinissima, ma salta di qua e di la. Ti piacerebbe molto. Il gatto Ulisse, infatti se ne è andato –  era molto vecchio e malato.
Mi sono ora ricordata di quella volta, che sei venuto a vedere casa mia, nuova nuova, e ci ero andata ad abitare da sola, senza fidanzati mi ricordo, senza mariti in vista, ero molto emozionata e c’era Ulisse che era giovane e iconoclasta – come sempre i gatti giovani – e a un certo punto, io ti avevo dato un bicchiere di succo di ananas, tu pontificavi al tuo meglio di anima e animus, e quello ti beveva dal bicchiere di succo di ananas. Io mi arrabbiai moltissimo, e tu rimanesti proprio impassibile. Ma no cara, ha ragione, hai detto una cosa del genere, è molto buono il succo di ananas.

(Un bravo analista è pure questa cosa qui. Questo mettere comodi davanti all’incontrollato, l’incongruo, uno che offre da bere a un gatto, che ti dice. Sta a te decidere se un gatto può bere del succo di ananas dal bicchiere di un’ospite. La stanza dell’analista, una wunderkammer piena di gatti e leoni e scarafaggi e farfalle e cammelli che fanno cose in quello spazio sempre lecite).

La gatta si chiama Teodora. Anche lei obbedisce alla missione esistenziale dei gatti giovani, che è sovvertire l’ordine delle cose, e costringerti a un ribaltamento di prospettive. Anche lei ti costringe a giocare per terra, sotto una sedia mentre ci sta sopra, a inseguirla nel mondo degli animali piccoli che vedono le cose nostre piccole farsi grandi. Io mi ricordo bene della tua gatta nera, di cui conservavi i baffi e con cui conversavi lungamente. Mi ricordo che anche tu sei stato uno che si sarebbe appiattito sul pavimento se un cane, un gatto un topo o un pappagallo lo avesse richiesto. (Anche questo penso faccia parte dell’arsenale di un buon analista Avere una parte del proprio mondo interno che si metta nella posizione adatta a giocare la partita con chi ha di fronte – che sia giaguaro che sia serpente, che sia la mia terribile gatta Teodora.)

Certo, dorme molto. E’ molto piccola. Vive in un’alternanza tra sogno e distruzione. Certo, ce la spupazziamo un po’ tutti. Un bambino se ne fa un colbacco, l’altra la mette in una borsetta, io per mio la addestro a farmi da collo di pelliccia, per entrare regale nelle cene. Non è ancora diventata, come quasi sempre i gatti diventano, quei pazienti e immobili ascoltatori, quei colleghi husserliani, che pare mettano in discussione qualsiasi deduzione. Ma in fondo va anche bene così. C’era quella cosa di Kohut, l’analista è uno che deve farsi usare.

Mi manchi, ciao. Scusa, mi sono scardata di dirti, che a studio ho messo una lampada particolare ecco. E’ una campana di vetro, dentro a questa campana, c’è una casetta, dentro la casetta una lucina che si può accendere.
Ciao Stai bene)

 

qui

 

Simulazione, Dissimulazione, Narrazione, Falso Se, Persona. Alcune note.

Mi trovo spesso a ragionare sui concetti di simulazione, dissimulazione, verità di se. Mi ci trovo perché da una parte sono concetti che orientano e contengono l’esperienza emotiva quotidiana e di tutti, ma che da un altro punto di vista investono in modo particolare due contesti che abito molto frequentemente, e che sono due contesti della narrazione di se, eventualmente autentica. Uno è la rete, e la comunicazione dei social, l’altro è il mio contesto professionale, il mio lavoro, che è appunto, un lavoro sul raccontarsi.

Come mi è capitato già di constatare, è ricorrente imbattersi una psicologia della diffidenza riguardo l’autenticità dell’altro. Molte persone sono inclini cioè a mettere in discussione gli atti spontanei degli altri, specie quando questi altri ottengono dal loro modo di fare una certa visibilità, un qualche tipo di ritorno sociale, anche se piuttosto modesto. Di certuni per esempio si può sentir dire quello fa l’intellettuale, quello fa quello di sinistra, ma di altri, si arriva addirittura sentir dire fa quello eccentrico, quello che soffre: si è costruito questo personaggio. Non di rado, una cosa che ho trovato interessante, la teoria del personaggio arriva ad investire psicopatologie anche gravi, persone che fanno abuso di sostanze, e che fanno scelte autodistruttive.

 

Questo tipo di argomentazioni è interessante per due aspetti. Il primo riguarda la tipologia psichica di chi le porta avanti. I veri simulatori e dissimulatori, animali rarissimi con una problematica psicopatologica molto complicata, sanno quale consistente controllo sulle proprie attività sul proprio modo di essere implichi la costruzione di un altro da se, sanno di essere invece pochi, e quindi non si aspettano mai la simulazione da parte di altri, se mai al limite la riservatezza, ma non la menzogna. In generale anzi, tendono a proiettare sugli altri una sorta di pacifica ingenuità – che d’altra parte è balsamica, una conferma della loro scaltrezza. Coloro i quali invece parlano frequentemente di costruzione artificiale del comportamento e del modo di fare di qualcun altro, da un lato proiettano sull’altro un dominio del proprio mondo interno che trascende nell’onnipotenza (saper fare quel che non si è, che cosa magnifica – e ci cadono tutti!) dall’altra usano la teoria culturale della sanzione della menzogna per vendicarsi del carisma altrui – il personaggio è forse il grande conforto a fronte il talento e il carisma di qualcuno, la sua capacità attrattiva, la considerazione che è capace di attirare.

D’altra parte, fa anche buon gioco una sorta di retorica diffusa della totale onestà per cui pare che tutti siamo gli sposi di tutti, e tutti dobbiamo agli altri una completa narrazione della propria intimità. In questo anche la dissimulazione diviene sovente perseguita socialmente, e in questi tempi di raccontarsi continuo, di ovvietà per cui il privato è reiteratamente dispiegato – con le notizie della posta elettronica che ci avverte dei divorzi altrui, o degli inimmaginati orientamenti omosessuali, uno che si faccia più che altro i fatti suoi – passa per traditore della patria.

 

In ogni caso, questo tipo di temi, non riesce mai a impressionarmi più di tanto. Né per quel che concerne la mia vita privata, né per quel che concerne la mia vita professionale. Ma questo non perché io mi ritenga così scaltra o fortunata da non poter essere la destinataria di una menzogna riuscita, ma perché in un certo senso, provocatoriamente, considero il conetto di menzogna fuorviante: quando si parla di simulazione, e dissimulazione, si da per scontato che una certa narrazione, o un certo occultamento che produce una narrazione, sia una sorta di falso alieno, una toppa malamente calzante con la relazione e il contesto, ma assolutamente svincolata dal soggetto e per quanto riguarda la relazione cucita sopra in malo modo. Nella terribile ipotesi di un tradimento, da parte di una persona a me cara, io dovrei confrontarmi con la narrativa reale che la menzogna testimonierebbe e entro cui si iscriverebbe, e mi addolorerei per una rete di eventi emotivi che si sarebbero costruiti sotto i miei occhi, e io non volevo vederlo, la menzogna sarebbe la coerenza di quella trama, e dunque non problematica di per se. Problematico sarebbe il mondo che l’ha generata. Probabilmente dovrei arrivare a capire anche la funzione psicologica che ha assunto il mio cogliere soltanto una narrazione parziale. E’ in effetti un’esperienza dolorosa.

 

Ma il fatto è che quando parliamo di simulazione, dissimulazione, verità e menzogna: noi usiamo questi concetti come categorie che qualificano i comportamenti espliciti, e la natura sempre esplicita dei soggetti. Quando diciamo che una persona simula, noi cioè tendenzialmente pensiamo che egli nasconde un modo esplicito di essere, e ne mostra un altro falso. Un’operazione di cui si dirà che viene fatta con maggiore o minore successo, a seconda delle contraddizioni che i diversi comportamenti espliciti mostreranno. (Fa quello di sinistra ma ha la barca, fa l’intellettuale ma segue il calcio, fa quello problematico ma ogni sera frequenta un locale diverso, dice di amare la moglie ma è stato visto baciarsi un’altra).

Se però si inserisce nel campo un nucleo in più che è l’identità profonda del soggetto, il suo inconscio, e si considera tutto, ma proprio tutto quello che fa e che dice un sogno o una produzione di quell’inconscio e di quella identità psichica, la nozione di simulazione si sfalda, si liquefà tra le mani. Tutto ciò che è detto è l’emanazione di un fuoco identitario che sta al di sotto dei comportamenti espliciti, e che ne restituisce il senso, oppure, se non la restituisce richiede una sospensione del giudizio, e una domanda per cui: se vuoi capire l’altro, devi risolvere quelle che per te sono contraddizioni, arrivare a vedererle come i due tasselli dei comportamenti insieme incongrui ma che non lo sono più se se ne aggiungono altri, riesumando nel discorso complessivo discorsi, frasi assunti, che prima erano assenti.

 

 

Questa cosa, in terapia torna particolarmente utile. Non sono moltissime le persone che mentono al proprio terapeuta, specie quello che hanno deciso di consultare liberamente pagando in un regime di libera professione. Alcuni a volte però mettono dei panni che ruotano il proprio modo di stare in stanza: si comportano come un cattivissimo paziente o come un ottimo paziente, in ossequio di alcune questioni psicologiche del loro passato relazionale che ora rimettono in gioco con l’analista – per quella vecchia cosa che si chiama appunto dinamica di transfert. Alcuni allora faranno “i bravi pazienti” da una parte come strategia rodata per eludere l’esplorazioni di vicende scabrose, dall’altra quella stessa strategia rodata, lo zelante che arriva sempre puntualissimo, si ricorda tutto, parla sempre per benino di mamma e papà, è essa stessa un testo, un testo che dice una verità sulla struttura psichica del paziente, sulle sue strategie di quando era bambino: la compiacenza, o anche di contro una capacità di rendersi tremendamente irritante – prima che simulazioni sono allora, strategie difensive di un bambino che ha dovuto inventare delle strade comportamentali per raggiungere o eludere dei genitori deludenti.

 

A volte cioè mi viene da pensare, il linguaggio è come il movimento: non può costitutivamente, epistemologicamente mentire mai. In questo senso, il concetto winnicottiano di falso se – che tanto ha avuto successo anche al di fuori delle stanze di analisi – mi ha lasciato sempre interdetta, con un sapore di ingiusto dentro, e di inesausto. E’ proprio l’opposizione tra vero e falso, che trovo fuorviante. Sia perché appunto – ogni atto psichico è come l’azione del corpo, sempre vero – sia perché a insistere tanto sul concetto di falso se di maschera personologica cioè compiacente fatta per essere data in pasto a un mondo relazionale difficile da gestire, che proteggerebbe in vero se, nascosto e presumibilmente tutto diverso, non fa vedere aspetti reali e identirari importanti della personalità di chi si ha davanti, di come funziona, delle difese con cui si trova lui. Né mi piace moltissimo, trovo anzi ingenua, la polarità epistemica del mondo veteropsicoanalitico per cui, l‘inconscio, il sepolto il non visibile, è più vero più nobile, del prosaico, visibile e accessibile comportamento manifesto.

A questa coppia di concetti winnicottiani – comunque grandi per la loro capacità di descrivere un certo tipo di nevrosi – preferisco quello junghiano di persona, che è meno saturo di un giudizio di valore vagamente moraleggiante, e restuisce una titolarità al soggetto di veridicità di tutte le azioni che fa, e nella sua neutralità permette di far riconoscere al soggetto il perché delle sue scelte, e dei suoi bisogni, non solo il concetto di Persona (il vestito sociale che la nostra psiche mette a disposizione della nostra vita quotidiana, il nostro modo di essere con gli altri e di apparire) permette di capire altre verità dell’altro, e di approdare a coerenze più sofisticate.

 

Un’ultima cosa. Tutto questo complicato discorso –quando ipotizziamo, vuoi una simulazione vuoi una dissimulazione – riesce meglio se non ci limitiamo a considerare solo le informazioni che abbiamo ricevuto (o non ricevuto) e lo stile del linguaggio con cui sono espressi. I contenuti che non consideriamo elusi, coperti o traditi, possono infatti essere elusi coperti e traditi nell’ambito delle informazioni date ( odio quella persona, detesto questo lavoro, non sono eterosessuale) ma sono difficile da eludere coprire e tradire, nel loro pulviscolare investire comportamenti, forme lessicali, frasi. La coerenza di certi personaggi che sembrano poco credibili, quando magari lo meriterebbero arriva da come essa ritorni anche nei modi di dire di parlare e di fare. Molto meno controllabili da parte di chi, di mestiere, non fa l’attore, o lo scrittore (oppure abbia un franco disturbo antisociale)

Novara, Cuccia, CCCP

Ha fatto giustamente scalpore, l’approvazione al consiglio comunale, del nuovo ordinamento della polizia della città di Novara. Il nuovo ordinamento prevede infatti un insieme di sanzioni, che regolamentano in modo preciso la vita dei cittadini negli spazi pubblici.
L’ordinamento infatti vieta moltissime cose – di non legare le bici ai pali, di non sostare negli spazi pubblici, di non usare in modo inappropriato le panchine, di non vestirsi in un modo che ferisca il pubblico decoro. E’ un insieme di piccole norme, che si riferiscono a piccole cose – sdraiarsi su una panchina se si è affaticati , mettersi una gonna corta se si esce la sera, fermarsi a fumare una sigaretta se si sta all’università è c’è il sabato da attraversare. Ad arrabbiarcisi, ci si fa una brutta figura, la solita brutta figura a cui sembrano destinati quelli di sinistra negli ultimi tempi: si verrà accusati di non badare al sodo, cioè la pagnotta – di perdere tempo su cose lievi e inutili come i rossetti e le panchine, oppure di prendere le difese di quei nemici del patrio popolo che ora sono gli immigrati, quelli che per l’appunto secondo la nuova retorica leghista, fanno abuso di panchine ma anche di altalene – ritenendo invece, che queste siano destinate primariamente alla popolazione autoctona e perché si dedichi  con agio alla contabilità.

Per questo probabilmente le voci dell’opposizione novarese, hanno cercato di contrattaccare l’ordinanza – così almeno dicono alcuni giornali – sullo stesso terreno ideologico della sua maggioranza, prendendo le difese degli esercizi commerciali che si vedono aggrediti da questa decisione – in effetti, se non c’è posto per la bici la gente non si ferma a comprare, se non si può sostare non si mette a bere, e via discorrendo. Tuttavia la questione è interessante invece, ma bisognerebbe dire allarmante, per un’idea di politica amministrativa che la sottende, per quel che promette: al momento abbiamo un governo gialloVERDE,  dove il giallo vacilla e il verde si impone. Il primo ministro è un personaggio di secondo ordine privo di identità, la leadership cinquestelle sembra una compagine di giovani pieni di buona volontà ma senza nerbo né esperienza politica, e accanto a questi, spicca vigoroso volitivo e savonarolesco,  Salvini, di cui Novara oggi, Lodi ieri, e alla spicciolata i comuni amministrati dalla lega sono zelanti epigoni. Questi comuni mostrano la strada che potremmo percorrere, se dovesse esserci un nuovo governo, e non avvenga un miracolo a sinistra con un leader capace che cada dal cielo. Salvini al momento è il più forte di tutti, perché è anche l’unico a vendere una visione del mondo, dell’atto politico che serve per rispettarla, e della comunità a cui è destinata.

La visione è quella di arrivare a ideali piccole cittadine di provincia, omogenee per composizione e dedizione alla produzione, dove tutti tutti siano, onesti lavoratori, sposati a composte sciure di mezza età, che vadano a blocchi compatti a messa la domenica, e al lavoro all’inizio della settimana, con valori modesti e semplici, e che abitino una città anche essa omogenea modesta e semplice, dove non ci sia traccia di malessere e povertà ma anche, di eccessivo svago o eccentricità. Devono esserci pulizia, ordine, al massimo una trattoria con rutto la domenica – ma non si deve andare oltre, Tutto, tutto tutto, deve essere sempre e comunque provincia.

Questa cosa, il provincialismo come visione del mondo, è infatti la regola base della teoresi del decoro, soprattutto quando a fronte di tanti guai e di una crisi economica ingravescente, diventa l’unico argomento di una politica pubblica. Se ci sono delle persone che dormono nelle panchine, la weltanshauung provonciale prevede che non bisogna che si vedano, non che si prenda un provvedimento perché possano avere un ricovero sicuro. Se c’è un problema di violenza di genere, alla provincia disturba la volgarità del commento e ipotizza la colpa della minigonna, non pensa a lavorare sulle cause della violenza di genere che seguirà quel commento volgare. Nella teoresi del decoro in materia di pubblica sicurezza l’amministrazione politica si permette di indossare un’idea del male che un’amministrazione pubblica non dovrebbe indossare mai, che è una rogna che riguarda altri, che è una colpa che inzacchera il panorama dell’operoso cittadino degli anni cinquanta, non qualcosa che riguarda la cittadinanza tutta per cui eventualmente prendere provvedimenti.

Ma anche in questa idea di decoro, secondo le cartoline postali del dopoguerra, anche elementi banali e vitali della vita collettiva sono visti di cattivo occhio. L’ordinanza riguarda infatti, in parte certamente i barboni e gli extracomunitari (le panchine gli spazi pubblici, forse anche i vestiti) ma molto mi pare i giovani e le donne, il fatto di divertirsi, di stare bene in autonomia, di uscire la sera in un eventuale ozio improduttivo (ohibò) di assemblarsi senza scopo preciso ecco, vestendosi in modo poco acconcio all’estetica del villino con la ghiaia, della bifamiliare col garage. Niente ricchi, niente poveri, niente intellettuali, niente puttane, niente giovani niente barboni, niente gente che se la spassa, niente gente che si annoia. Niente.
Soltanto, nell’acclarata incapacità di fare una proposta politica che risolva problemi economici concreti, quel che rimane della cultura liberale, è soltanto il loden verde oliva, l’ombrello scuro, la moglie con la spilla buona. Tutto il resto non è molto lontano dal vecchio cielo stalinista (Attendiamo l’immagine di rubizze ragazzotte padane con fasci di grano in mano. Proprio come in certi manifesti dell’URSS).

 

Sugli Intrappoletti

 

La signora Adele non era un animale facile. I capelli bianchi, gli occhi molto chiari, un vestito a fiori di nylon, troppo operosa per essere paragonata a una gatta, troppo severa per essere un castoro, un procione o uno di quegli animali casalinghi e solerti che costruiscono dighe facendo tenerezza. Men che mai era prossima agli orsi, così propensi all’aggressività materna, o al contrario a una intima rilassatezza – l’orso d’inverno lo si immagina al caldo di un sonno ristoratore, un bizantinismo lei non avrebbe mai condiviso. Non contemplava l’uso del divano, come tutta la sua generazione e il suo mondo, contadino e lavoratore, guardava con perplesso scetticismo le femminee debolezze degli hobby, una parola foresta e nemica, faticosamente riusciva a raggiungere forme di pietà umana di fronte alla malattia mentale e a quella del corpo –  peraltro solamente nei casi in cui arrivassero a eccezionali sofferenze e possibilità di morte e di disabilità, e comunque solo se seriamente acclarate. Di contro, le sofferenze di medio e piccolo taglio, non ottenevano la sua stima, e anzi qualora fossero manifestate, vi riservava un velato disprezzo il cui grado dipendeva dall’umore.
Come altre grandi vecchie della mia famiglia, amava con ardore solo alcuni individui selezionati.

Con la figlia aveva un rapporto poco lineare, anche dopo che quella era diventata madre, di un bravo e onesto ragazzo. La figlia le era nata in città, e s’era rivelata geneticamente, sociologicamente e ideologicamente tutta diversa – lontana e incomprensibile. Una donna bella, piena di sentimenti e di passioni, e che per quanto lavorasse tanto, e sodo, e o tenesse la casa nello stesso ordine specchiato di sua madre, e per quanto fosse da adulta diventata una donna attenta, che non faceva mai il passo più lungo della gamba – niente, era vanesia, attratta da cose piccine e stupide, i rossetti, le sciarpe colorate, le bomboniere. Una gazza ladra. L’armadio della figlia, Lucia, era pieno di queste cose che le davano gioia, la facevano felice, anche se spesso venivano archiviate da una seconda generazione di sciarpe, di ninnoli, di pezzi di vita più recenti. Ora nel tal negozio e anche in quell’altro, diceva lei che era commessa e sempre aggiornata, vendono questo tipo di candela! Questo tipo di tazza! Questo tipo di ciondolo! E certamente se ne sarebbe voluta procurare una copia, di ognuno di quegli oggetti, la candela, la tazza il ciondolo, che avrebbe usato poco, anzi per niente, ma erano l’ultimo modello di correlato oggettivo di felicità, l’arredo di quel momento storico della sua vita, lo sfondo di una certa cena, di una certa telefonata, di una certa amicizia. Di un certo dolore anche, senz’altro.

A questi oggetti soavi e sciocchi, la signora Adele riservava il meraviglioso epiteto di intrappoletti. Il termine, nasceva dal disappunto che le procurava l’accorgersi che, anche in un cuore puritano come il suo, aprire l’armadio degli intrappoletti la conduceva inevitabilmente a riaprire i ricordi ad essi correlati. Il termine, che per me conserva una rara precisione, denunciava la natura inamovibile di alcune costellazioni del proprio passato, che sono capaci di starsene nella testa dolorose e testarde, proprio come nell’armadio, e hanno questo potere feroce, che non è soltanto la banale nostalgia di un tempo passato, ma una certa lealtà per quello che si è stati e non si è più e per giunta – immorali intrappoletti – una parte leggera di godimento, di piacere di alcuna utilità. In questo senso non ottenevano mai il titolo di intrappoletto, nè la documentazione delle tasse pagate nè le analisi del sangue. Né scendeva al deprecabile rango di intrappoletto la coperta della madre o le foto del marito. Titolari di un’identità dell’affetto più che rispettabile.
Concupiscenti intrapppoletti, dionisiaci intrappoletti, pavidi e tentatori intrappoletti.

Nella scala di valori della signora Adele vi era una ulteriore entità saturnina e mefistofelica, gli impicci, ai quali l’agio economico del trasloco in città aveva persino fornito una stanza, per l’appunto la stanza degli impicci. Qui i ruoli si invertivano tra madre e figlia si invertivano. Gli impicci infatti erano per lo più oggetti di uso quotidiano la cui utilità era stata surclassata dall’ingresso trionfante di altri oggetto, facente medesima funzione ma più nuovi e meglio congegnati. La signora Adele, una gerarca feroce che non tollerava alcun intrappoletto nella sua dimora, era invece insolitamente tenera con gli impicci, nei confronti dei quali conservava una oscura e inspiegabile dipendenza. La figlia brandiva un ferro da stiro dal filo coperto di lana ma tutto sfilacciato e ammoniva la mamma, che ci fai con questo! E osservava la madre farsi prendere da un senso di imbarazzo tra ragione e desiderio, nevrosi e progresso, tempo futuro e tempo passato, per via del fatto che tendeva a fidarsi del secondo e non del primo. La stanza degli impicci, era un luogo dove entrava di rado, ma che l’anziana considerava confortevole mentre la giovane più asfittico, e si sapeva che si potevano trovare oggetti utili, non belli, ancora funzionanti, o parti di essi.   Ho sempre trovato curioso il fatto, che la signora Adele avesse bisogno di questa veste estetica (la tanica da benzina di plastica diventata oramai grigio sporco, le latte da cinque litri per l’olio mai più uilizzate, i vetri pieni di calcare) per permettersi un commercio con la memoria.

(qui )

 

Sul treno

(Sto tornando da Vibo Valentia, sto sul treno e ascolto due persone davanti a me che parlano. Parlano un italiano corretto, con alcune inflessioni dialettali, soprattutto in termini di suoni, e pronunce più che di forme lessicali. Di queste persone credo di poter indovinare i volti, pur non avendoli ancora visti, e penso che siano volti di misurate borghesie lavoratrici e contegnose, con ogni probabilità piene di un certo reazionario buon senso. Lei una giovane donna che potrebbe portare delle unghie laccate ma non troppo lunghe, lui sicuramente anziano, da situare nell’affettuosa collocabilità dei cari amici del padre, o degli zii mai persi di vista. Non so bene di cosa parlino, forse una persona di conoscenza comune che ha fatto delle scelte azzardate, ma quello che penso di loro, del loro parlare, è lo scivolo linguistico su cui poggiano le parole, lo scivolo che va dall’olimpo lingua pulita che probabilmente non hanno mai raggiunto fino alle dionisiache profondità del dialetto stretto segreto ed esoterico, che invece io sono sicura hanno raggiunto in certi momenti di grande passione, in ispecie odio e dolore, alle volte commozione estrema. Quando si soffre, infatti, lo scivolo del dialetto porta sempre in basso. Per esprimere la felicità capita di riuscirsi a dare il tempo di risalire controcorrente.

Amo questa cosa particolarmente italiana dei dialetti. Amo pure il mio di dialetto, per quanto sia ignobile e sgraziato. Il romanesco è un italiano brutto, di facile comprensione perché per lo più costituito da un’odissea di storpiature, greve nel suono, dissacrante nella vocazione, qualche volta idoneo alla malinconia e al tragico, ma è un dialettuccio, per quanto da me molto amato e rigorosamente praticato. Non vanta, per questioni storiche irredimibili, la fantasiosa ricchezza di altri dialetti, frutto di altre dominanze e altre vicinanze, impastati da altre ricette e altri ingredienti, cresciuti ad altre temperature naturali e politiche. Il napoletano, il siculo, il veneto – per fare alcuni esempi -dialetti che hanno parole proprie che vengono da lontano, etimologie che sono storie di famiglie nobili, contaminazioni radicali meticciati garibaldini, oggetti e sentimenti che non possono che esser spiegati che tramite perifrasi.
La napoletana buàtta, è una visione del mondo.

Tuttavia nel parlare dialettale, che sui treni raccolgo avida come adesso, forse mi piace più di tutto un toccare qualcosa che mi intenerisce – (un sentimento di cui quasi mi vergogno). Infatti, per via di quella cosa dello scivolo, e della consapevolezza di chi riesce a salire e fare su e giù e chi no, quando sento il dialetto, mi pare che chi lo parli si metta a nudo, sia più autentico, vulnerabile, se stesso suo malgrado, in un modo a cui sovente non pensa. Come quando vediamo un bambina di spalle, i capelli raccolti in una cipolla, in due ciuffetti, e ne vediamo il collo e le orecchie, e pensiamo a quella parte del corpo che non sa mai quand’è guardata, osservata, non può anticipare l’atto con cui potrebbe essere colpita.
L’innocente esserci di un collo scoperto di bambina. Questo mi ricordano i signori davanti che ora, criticando con severità la persona che li accomuna e che è stata davvero intemperante biasimano con tanta convinzione.)

Abuso di impotenza

 

Il rumore della vecchiaia, gli era capitato di pensare, aumenta con il sonno della notte. Per esempio sua madre quando dorme, tira fuori questo ritmo del respiro e del corpo, cavernoso e lontano, con riverberi di maleodoranze e malattie.
Se la sentissi per la prima volta senza averla mai vista, si era detto quella volta dopo la fine della sera, capirei i suoi capelli bianchi dalla tosse piena di catarro, le lenti bifocali dalla lentezza con cui sposta il corpo nel letto.

Il giorno dopo quel pensiero era andato in ospedale, come tutti i giorni dopo. Era un medico scrupoloso, attento, appassionato di cose insignificanti e estraneo all’ambizione. Si metteva il camice bianco la mattina, con una lentezza che in molti trovavano irritante, aveva buoni rapporti con tutti, ma nessuna amicizia, e modeste ammirazioni.  Riusciva a incastrarsi con fatica in certe soavità dei maschi, su quelle del calcio e degli stipendi era diventato discretamente competente. Disastroso, invece, quando si parlava di gambe, di occhi, di donne tutte intere.
In ogni caso, le colleghe, tutte, lo gettavano in uno stato di apprendistato permanente.
(Aveva avuto tuttavia una moglie. Per un breve e opaco periodo)

Teneva uno di quei volti che sembrano stare tutti appesi al naso, come una giacca su un chiodo al muro. Aveva mani grandi e molto pallide, e portava una serie di completi marroni, di fattura antiquata – molto diversi dagli esili pantaloni dei suoi colleghi, dalle loro giacche  leggere. Quel continuo profumo di amanti e barca a vela che gli pareva emanassero proprio gli sfuggiva –  e anche quell’altro odore scuro e potente di vino prezioso, quell’odore di potere avvinghiato al loden dei primari d’annata, non l’avrebbe davvero mai indossato.
Stava comodo con pochi. Anzi, forse solo con l’anziana signora Marcella, caposala provava qualcosa di simile al riposo. Condividevano una certa stanchezza, una certa distanza dalle cose, un modo di sfregarsi le mani di inverno, una imprecisa malinconia.

Quel mattino comunque successe un niente di nuovo, che proprio per questo lo amareggiò non poco. Doveva fare un esame a una donna giovane, che gli arrivò nella stanza decisa e in carne, senza fede – come notò subito – senza particolare charme, ma armata di una garibaldina allegria, un piglio, una decisione. Si era spogliata senza indugio, in una franchezza militaresca, e mentre lui era abbagliato da tutto quel corpo – largamente imperfetto e per questo tanto più vitale – aveva obbedito agli ordini.
Si giri su un fianco che controlliamo i cavi ascellari.

I cavi ascellari nel loro candore si rivelarono perfetti, di onestà specchiata, innocenti come i capelli della donna,  che erano di un biondo liscio e ordinario quanto poco luminoso, stretti e composti nell’elastico di spugna (il dottore pensò al mattino a quando lei si sarebbe fatta coda davanti allo specchio).Per quelli forse indugiò nel tranquillizzarla lasciando la mano un minuto di troppo sul fianco –  anzi forse due di minuti. Fornì  alla donna una spiegazione a dire il vero esauriente sul perché potessero dolerle quegli onesti linfonodi, il ciclo, signora mia, ma anche sa accadono cose,  la mano rimaneva sul fianco largo della donna.
(La donna lo ascoltava grata, poi perplessa, poi materna. Questo è un figlio pensava, poveruomo non sa ancora dove si comincia a scavalcare la generazione, il desiderio lo maltratta. Dovrei arrabbiarmi per questa mano inappropriata, eppure in questa permanenza inutile e incapace, io sento qualcosa di tragico)

Dopo un poco si era alzata, mi scusi dottore continui a spiegarmi, mi perdoni se le do le spalle mentre mi vesto.
Quello era allora uscito, ma certo faccia con comodo, ritrovando una professionale compostezza, rincogiungendosi ad essa odiosamente 

(La donna mise con aggraziata malagrazia una giacca di jeans, se ne andò piuttosto serena pur scuotendo la testa)

 

(qui)

Donne tra donne nei luoghi di lavoro

Qualche giorno fa è uscito sul Sole 24 h questo articolo di Francesca Contardi. Un articolo deludente bisogna dire considerando la serietà della testata e la consueta preparazione dei collaboratori di cui si avvale. Magari sarà sicuramente anche questo il caso, ma il pezzo, leggetelo non va oltre lo scambio tra massaie pettorute al bar, e la chiamata in causa dell’esperienza professionale dell’autrice, un tentativo di blasonare qualcosa che non rileva alcuna attinenza con il mondo che dichiara di conoscere e dominare. Il titolo infatti recita: i team di sole donne: perché spesso non funzionano? E poi dice che non funzionano sostanzialmente perché le donne dovrebbero essere solidali fra loro e non lo sono! E anche che entrano in competizione invece i maschi no e anche che non parlano apertamente ma sostanzialmente alle spalle. Poi conclude regalandoci un barlume di ottimismo: io quando lavoro con donne me le scelgo con un carattere forte che mi ci trovo meglio– perché di solito so timidine e non parlan chiaro.

Questa è una mia sintesi ma andate a leggere voi.
Articoli come questo sono in blanda diminuzione, perché per fortuna ci si sta rendendo conto anche nelle roccaforti di una cultura conservatrice e che fa fatica a stare al passo con i cambiamenti del tempo e dei modi di fare divulgazione, che i gender studies sono una cosa complessa, che deve tenere in conto di tante variabili, e certe sciatterie almeno sui giornali considerati punti di riferimento sono davvero molto più rare. Ma come si può constatare ogni tanto, capita.

Intanto. Il mondo del lavoro è pieno di “team di sole donne” che invece funzionano normalmente – specie in certi comparti, anche di team che funzionano benissimo e altri mediocri – il genere non fa una particolare differenza. Io ho avuto spesso a che fare con team di sole donne, e ho avuto superiori donne e non ho mai raccolto particolari problemi – per esempio quando ho lavorato quasi due anni con Istat violenza di genere, solo intervistatrici solo direttrici donne, quando sono stata nei centri antiviolenza, gestiti solo da donne, quando ho lavorato in equipe di psicologhe – presso il servizio pubblico dei consultori o centri di psicoterapia – un contesto professionale dominato dalle donne. Sono anche figlia di un dirigente donna, una direttrice di biblioteca, che aveva quasi solo donne come dipendenti– come spesso capita nel sistema bibliotecario, e ad oggi dall’anno in cui mia mamma andò in pensione ogni anno le sue dipendenti di un tempo vengono a salutarla e le fanno un regalo, passano un pomeriggio insieme e si divertono.

Quindi io non credo che si possa dire che i team di sole donne siano meno produttivi di altri, o funzionino peggio – ho esperienze di ritmi di lavoro sostenuti, obbiettivi da raggiungere, coordinamenti efficaci o nella norma. Riconosco però a una caratteristica omogenea nella composizione di un gruppo, la possibilità che si creino problemi particolari – che con i vantaggi particolari potrebbero compensare vantaggi e problemi di gruppi dominati da altre omogeneità. Preliminarmente però mi preme sottolineare che la questione che stupisce la Contardi, per cui le donne non solidarizzano quando hanno gli stessi problemi condivisi (figli, famiglia) riguarda non tanto il genere di per se, ma il problema della pressione del capitale che è identico per tutti e non può diminuire se un capo è femmina o lo sono le sue dipendenti. Il problema riguarda il conflitto tra logica di sistema e logica del privato, che quasi ovunque viene risolto a discapito del secondo. Se un certo ufficio deve produrre un certo numero di pratiche entro una certa data, io capo femmina non è che posso accordare a tutte un permesso perché sono femmine. Il problema arriverà dal doppio ruolo delle dipendenti femmine che non potranno in quella specifica circostanza allungare l’orario di lavoro specie quando sono madri, questo anche perché c’è una più antica questione collettiva e culturale sulla genitorialità e sulla cura delle relazioni private (che semplicemente dovrebbe riguardare: se tutti lavorano tutti dovrebbero curare le relazioni private, e invece questo non sta andando come dovrebbe). Fatto sta che allo stato attuale dell’arte, la richiesta di permessi, o di contro, di tempi aggiuntivi sul lavoro genererà problemi con le dipendenti o anche rivalità tra dipendenti che non hanno urgenze da rivendicare perché non hanno figli, e dipendenti che hanno figli. (qualora invece ci fossero uomini tra i dipendenti, o una dice addio alla famiglia, oppure il dipendente uomo farà i suoi straordinari e si aggiudicherà le prospettive di carriera). Quando il contesto dove si lavora consente una mobilità di orari molti di questi conflitti si attutiscono, così come quando gli orari sono più ridotti delle 35/ 40 ore minime di prestazione – tutto questo però non ha molto a che vedere con la psicologia intrinseca dei soggetti. Non è una questione delle donne come tali. O tuttalpiù riguarda la curiosa aspettativa verso le donne quando sono in posizione di potere. Devono rimanere cioè, non si sa bene per quale motivo, in una posizione diversa rispetto al potere, e al capitale in quanto donne, e non in quanto per esempio soggetti con le loro storie, psicologie meriti e demeriti.

Con il lavoro che faccio – sono psicoterapeuta – raccolgo storie professionali di tutti i contesti, storie di rapporti di lavoro, di sofferenze, di sensazioni di ingiustizia, di enormi competizioni e rivalità. Di lotte aspre e senza sconti e anche di caratteri difficili e introversi che si schiacciano al margine della lotta. Quando la Contardi scrive “con un uomo è molto difficile entrare in competizione” viene da chiedersi: ma dove li forma questa i team, su Marte? Dove vive? Di quali maschi e femmine parla? A cosa allude? Al fatto che i maschi non entrino in competizione tra loro? (ma LOL speriamo di no) al fatto che non entrano in competizione con le donne? (anche qui ma davvero?) e ancora, è proprio grave essere in competizione sul lavoro? Siamo sicuri che la competizione non sia una cosa buona per un contesto lavorativo?

La competizione è un ottimo ingrediente in un contesto professionale. A giusti dosaggi, temperata da altre caratteristiche del gruppo e delle singole personalità che lo compongono aiuta a velocizzare il lavoro e a migliorarne la qualità, aiuta anche a divertirsi di più, specie quando magari a inizio carriera le mansioni di cui si è incaricati non sono davvero entusiasmanti. Anche se certo non per tutti, e certo non per tutte le fasi di vita. Ci sono caratteri non competitivi, ma ci sono anche caratteri competitivi che in certe fasi possono avere un’altra priorità. Quando mi mantenevo in un call center, e dovevo chiamare camionisti a iosa per sapere come si trovavano nelle officine, non proprio devo dire un argomento che mi appassionasse ecco – la competizione – il numero delle interviste fatte, il numero di persone difficili che riuscivo ad agganciare, mi aiutava a passare il tempo serenamente, a divertirmi di più, ossia a eludere il suicidio per un lavoro mediocre quanto necessario. Tutti i generi sono suscettibili di competizione, perché come si può dedurre senza scomodare Freud, è la versione adulta della lotta fra fratelli per l’attenzione genitoriale, ed è abbastanza facile da intuire quanto frequentemente sul capo di un ufficio sia proiettato un genitore. Come sarà gestita questa occasione di transfert – per usare un termine del gergo analitico – dipenderà molto dalla storia personale del dipendente, da quanto ci ha lavorato sopra e certo, da quanto il detto superiore è in grado di anticipare la questione e risolvere il complicato problema delle proiezioni che gli vengono messe addosso, e delle identificazioni proiettive che possono portare i meno accorti a fare azioni anche coercitive che non vorrebbero fare.

Se si tiene in mente la questione delle proiezioni che la combinazione di generi tra dipendenti e capi possono suscitare, ci si rende conto di quanto possa essere vasto il campo delle variabili. All’origine per tutte le parti in causa, c’è un ‘infanzia in cui c’è un bambino con una madre e un padre, o una bambina con una madre e un padre (più l’infinita varietà delle altre crescenti oggi possibili combinazioni che per comodità non citiamo) . Questo quadro originario si declinerà con le vicissitudini individuali, le singole storie familiari, in moltissimi romanzi possibili, che ritorneranno nel modo di considerare le figure di adulti che ricordano quelle importanti di quando si era bambini e bambine. Bambine con madri protettive ma forti, potrebbero rivivere con le loro cape donne rapporti conflittuali come a giocarsi una seconda adolescenza e una seconda individuazione e separazione dalla madre, mentre con i loro capi uomini rapporti idilliaci di compiacenza anche eccessiva come le brave figlie che ancora si provano a scippare il papà alla mamma. Bimbe che si sono invece giocate l’adolescenza a tempo debito e magari essendo diventate madri, si sono riconciliate con la propria, che magari le ha anche amate, potrebbero andare a gonfie vele con un capo donna sul luogo di lavoro. Ma le combinazioni sono tante si diceva, tante come i romanzi familiari.

Forse quello di cui si può parlare, e che secondo me ha un’importante base psicologica, è la propensione delle donne, spesso dominata e ben amministrata nell’età adulta, con l’esperienza di vita, a instaurare relazioni che sono nella simpatia o nell’antipatia, fortemente emotive ed intime, in ragione delle quali si possono creare potenti sodalizi, ma anche contrasti altrettanto forti, dominati da grande aggressività e risentimento. Questa differenza la vediamo anche nel modo diverso di gestire le amicizie di uomini e donne, tutti capaci di stare tra amici, ma in termini di frequenze statistiche, perché poi tutto si da, è più frequente vedere uomini passare volentieri del tempo assieme condividendo interessi in comune, mentre è più frequente vedere donne passare del tempo a parlare della propria vita privata. Io credo che ci siano echi della storia di accudimento e di identificazione diversi che al momento concernono almeno la nostra cultura e i nostri sistemi familiari. Bambini e bambine nascono da una d donna e sono per i primi anni prevalentemente accuditi da una donna, pur appartenendo a sessi diversi. Il rapporto con la madre per il maschietto, passa da una fase di disidentificazione profonda, ma agile, perché presto lui vede e sa di essere differente, di essere altro da lei. La bimba ha una crescita diversa, perché nell’identificazione forte dei corpi, delle funzioni corporee con il megafono che non aiuta dell’esasperazione culturale che amplifica la differenza di genere, beh la bambina deve affrontare una complicato processo di indentificazione e violenta disidentificazione, che spesso si traduce in adolescenze complicate, e rapporti burrascosi con la madre. Le figlie con le loro madri, partono infatti da un’identità della funzione corporea, da una profonda somiglianza, da un gioco di rispecchiamenti anche inconsci, che nel rapporto con il piccolo maschietto non c’è. Quindi il compito di trovare una giusta distanza della figlia dalla madre ha bisogno di molto gas emotivo, molto lavoro, molte lotte, e insomma spesso, anche se non sempre ha costi alti.

Mi pare che allora frequentemente, i rapporti tra donne in particolare in quella lunga età della post adolescenza che in certi termini combacia anche con la grande produttività professionale, tra i 25 e i 40, rievochino sia le proiezioni di intimità col materno che le lotte per la disidentificazione, e le ragazze tra loro spendono molte faticose energie nel dire sono come te, non sono affatto come te, caricando le interazioni di emozioni importanti. In questo senso nei contesti di lavoro tra donne, possono davvero sorgere emozioni accese, attriti, questioni, convivenze penose. Ma anche nel lavoro, si sottovaluta molto, come si è fatto nella cultura, il potenziale della matrilinearità, il timo di comunanza che tra ragazze può instaurarsi sulla lunga durata. Ogni dirigente donna dovrebbe saper tenere a mente cioè la banale verità per cui se esistono amiche care di lunga durata, reti di rapporti familiari funzionali, esiste un modo da parte dei gruppi di aiutare i soggetti a dominare i loro attriti interni e le proiezioni in campo.  Una buona psicologia del lavoro aiuta a ragionare su questi enpasse, come su quelli che possono crearsi tra colleghi uomini. Non riesce invece da sola a risolvere un grande problema sociale e culturale di conflitto tra capitale e privato che si scarica su chi sostanzialmente a causa di un doppio ruolo e di un doppio reale coinvolgimento, non riesce a prendere partito.

 

Sulla PAS una prospettiva alternativa e molto allargata

In conseguenza del DDL Dillon, nel dibattito pubblico si è tornato a parlare della PAS, la sindrome di alienazione parentale proposta da Gardner. Un argomento che mette spesso i colleghi in una situazione imbarazzante. Capita infatti regolarmente, di cadere in questa successione di osservazioni: la prima è che il fenomeno esiste, e lo si osserva con relativa regolarità, nei contesti della vita e soprattutto del nostro lavoro, la seconda è che, riconosciuta l’esistenza del fenomeno, quando andiamo a vedere la descrizione proposta da Gardner, unita all’insieme dei sintomi che sarebbero considerati rilevanti per effettuare la diagnosi, ci rendiamo conto che quel costrutto così come è, non sta né in cielo né in terra, i sintomi proposti nel clouster non sono in realtà considerabili come indici di una psicopatologia ma tuttalpiù di un comportamento adattivo, e ci appaiono stilati con una presunzione di malafede verso il minore che non è compatibile con la deontologia professionale.  Anzi, viene persino lecito chiedersi se il comportamento in oggetto non sia una stato tipico di un soggetto ricorrente in certe circostanze, ma nient’affatto qualcosa ascrivibile al campo delle diagnosi e delle psicopatologie, le quali si connotano per una assimilabilità a delle malattie, a delle disfunzioni dell’organismo. E possiamo dire questo di un bambino, che in accordo con un genitore, non vuole vederne un altro? Possiamo considerare questo comportamento specifico, paragonabile a stati per cui l’esame di realtà è compromesso (le psicosi) o per cui un grave senso di malessere impedisce le attività quotidiane, inchioda a letto e non fa fare niente (le depressioni?). La sensazione dei clinici, o almeno la mia è che si sia inquadrato qualcosa che danneggia i sistemi familiari e incrementa le singole psicopatologie, ma lo si faccia male, e si insista per iscriverlo in un campo diagnostico non a scopo di cura (d’altra parte anche questo deve far riflettere: il DSM nasce per la psichiatria e la cura farmacologica. E’ pensabile una cura farmacologica per la pas?) ma a scopo politico, e di una politica che è essa stessa il sintomo del malessere di chi la promuove. La Pas -così come è pensata: ossia un’accusa di malafede verso donne e minori – sembrerebbe piuttosto il progetto di una mentalità tarata sull’ostilità e il conflitto.
Qui i sintomi secondo Gardner.

  1. Campagna di denigrazione (nei confronti del genitore)
  2. Razionalizzazioni deboli, superficiali, assurde
  3. Mancanza di ambivalenza
  4. Fenomeno del pensatore indipendente
  5. Mancanza di sostegno al genitore alienato
  6. Mancanza di sensi di colpa
  7. Scenari presi in prestito
  8. Estensione dell’ostilità (famiglia allargata)
  9. Difficoltà di transizione durante le visite
  10. Comportamento durante le visita
  11. Legame con il genitore alienante (precedente)
  12. Legame con il genitore alienato

 

D’altra parte però si ha la sensazione che il fenomeno esista, anche se forse non è corretto inquadrarlo come diagnosi. La ricerca psicologica, le grandi teorie sono piene di costrutti e osservazioni che aiutano a circoscrivere e identificare organizzazioni psicologiche, strategie del comportamento, sistemi complessi di interazione, a carico dei singoli come delle famiglie come dei gruppi sociali, l’individuazione di questi costrutti oscilla tra la neutralità e la sfumatura verso dei giudizi di valore, qualche volta per l’orientamento ideologico di chi formula le osservazioni cliniche, ma spesso anche perché si constata come quel tipo di comportamento identificato spesso vada a preludere a una serie di altri che sono francamente problematici e forieri di sofferenza. Di altri costrutti che in psicologia si individuano si constata invece che la loro presenza rigida e costante è correlabile a una diagnosi psichiatrica, ma possono essere funzionali a stati transitori, essere organizzazioni protettive per la vita dei soggetti avere una funzione omeostatica.

 

Piuttosto, io credo che sia più utile considerare la Pas come un funzionamento dei sistemi familiari irrigiditi.
Se osserviamo le famiglie in maniera laica, al di fuori cioè delle prospettive politiche di un conflitto nelle visioni di genere e di coppia, noi constatiamo che ci sono famiglie in cui a volte – a ben vedere anche prima di una separazione materiale della coppia genitoriale – ci sono alleanze forti tra un genitore e uno dei figli mentre l’altro è completamente estromesso dalla relazione tra loro, oppure ci sono sistemi familiari in cui un membro è molto aggressivo con un altro e la prole che assiste tende a essere solidale con il membro palesemente aggredito, terzi in cui invece un soggetto periferico al contesto costruisce reti fuori dalla relazione con il nucleo familiare per poi essere definitivamente espulso. Di tutte queste cose scrive da più di settant’ la psicologia familiare e sistemico relazionale, considerata colpevolmente troppo poco nel dibattito giuridico su questi temi, e considerata da sempre troppo poco chic negli ambienti colti, o che si presumono tali pur ignorando gli sviluppi dell’ultimo secolo di ricerca clinica. Se fossero interpellati questi colleghi, essi spiegherebbero come la PAS è il nome sbagliato di una evoluzione specifica della frattura dei sistemi familiari, una specifica forma di triangolazione, ossia, termine con cui in psicologia sistemica relazionale si intende l’uso di un terzo per spendere un conflitto e scaricarlo su di lui, includendocelo dentro. E se si tenessero in conto i convegni e i confronti in cui si sono spesi gli psicoterapeuti di formazione analitica, si scorprirebbero i numerosi intrecci profondi, che traggono linfa dalle storie originarie di tutti i membri implicati. Perché quando questo tipo di triangolazioni estreme avvengono, non è solo il bambino a mettere in atto un assetto psicologico particolare, ma tutti e tre, e non certo dal momento del divorzio.
Non molto nel dettaglio, possiamo per esempio dire qui.
Un figlio può sentire un bisogno fortissimo di essere vicino alla madre per molti motivi lontani e profondi, per esempio perché è un modo di uscire vittorioso dalla concorrenza edipica col padre, specie se la separazione è avvenuta quando era piccolo, e non ha avuto tempo di digerire la presenza di un altro uomo nella vita della madre. Oppure può sentire il bisogno, avendo visto sua madre depressa e infelice di proteggerla, questo anche perché è un suo modo personale di tenere a bada sentimenti di abbandono depressione e infelicità che quella madre depressa e infelice nella sua purtroppo incontrollabile infelicità non ha potuto intercettare e lenire. Non è raro che figli di donne con diagnosi importanti siano estremamente protettivi verso di loro. Può avere anche una sorta di ritorno identitario, per esempio nella fase preadolescenziale e adolescenziale, sentirsi riconosciuto come maschio, come uomo, come adulto, perché degno rivale del padre. Ugualmente, una bambina ha altrettanti motivi per proteggere la madre che vive come attaccata, per esempio per via di una identificazione profonda il cui scioglimento non è affatto aiutato dalla lontananza del padre, per cui meno lo vedrà più sentirà che le sofferenze della madre sono le sue: l’adolescenza delle femmine dopo tutto è questo, scoprire di essere donne diverse dalla mamma. Sia figli che figlie poi possono arrivare all’ostilità con una figura genitoriale come capolinea di una mancanza di relazione che è cominciata molto prima della rottura del sistema familiare.

Allo stesso tempo, quello che i sistemico relazionali chiamano triangolazione, potrebbe essere interpretato dagli psicoterapeuti di scuola analitica come il meccanismo psicologico per cui alcuni sentimenti emozioni contenuti mentali vengono subappaltati nei figli, spostati su di loro. La cosiddetta madre alienante cioè potrebbe attuare un’identificazione proiettiva sul figlio – facendogli vivere cose che non sempre lei ammette alla coscienza – potrebbe includerlo in un meccanismo di scissione – figlio mio noi siamo i buoni le vittime, le persone gentili, mentre il padre che ci ha lasciato il male il cattivo la mala fede.   Azioni psichiche queste che possono anche essere più inconsce che consce, e che rappresentano una partita della psicopatologia familiare che comincia molto molto prima. A essere anzi più precisi e disincantati, si potrebbe anche dire che quel modo di condurre le partite relazionali era scritto nelle storie dei soggetti che compongono ora la coppia genitoriale disfunzionale, ben prima che quella coppia si formasse. Ognuno di quei membri ha infatti un padre e una madre, un romanzo familiare, problemi e soluzioni ereditati da quella prima vicenda che ora ritorneranno nel proseguire la loro vita. Ognuno di loro ha scelto il partner adatto a rafforzare la propria patologia più che a scioglierla. E si è andato costruendo un sistema malato e sofferente.

Un’area problematica pregressa naturalmente potrebbe riguardare anche i padri, e io trovo che – nonostante molte situazioni giustifichino certamente un senso di dolore e rabbia – quando arrivano quei toni fortemente svalutanti, carichi di odio verso la ex partner che si abbinano alla disinvoltura con cui si è disposti a utilizzare una diagnosi psichiatrica ( che ancora oggi ha un potere sociale screditante) nella lotta per il potere sui figli – beh sia piuttosto evidente. Anche il padre “alienato” si potrebbe rivelare cioè una persona che da sempre vive con grandi difficoltà, antiche sofferenze mai risolte e difese rigide e disfunzionali: sono le stesse della partner, io sono buono vittima e frainteso, lei è quella cattiva persecutoria controllante, io sono quello sempre in buona fede, lei quella sempre in cattiva fede. Anche se magari indubbiamente possa esserci il contributo esasperante di una situazione che peggiora nel tempo. Ma quanto più sono rigidi questi meccanismi difensivi, tanto più si ha la sensazione che siano entrati in scena molto prima della separazione, e ora proprio quel modo di vedere la situazione impedisce di considerare dove si ha contribuito a creare lo stallo attuale e le cause che portano i figli a svolgere quel ruolo e a scegliere la comunicazione ostile verso il genitore con cui non vivono.

E si può magari non a torto considerare come ci siano dei rinforzi sociologici e culturali – a dare cemento alla posizione aggressiva del padre, un certo maschilismo per un verso, ma anche il patire gli effetti di quello stesso maschilismo per cui oggi non si sentono giuridicamente incoraggiati a esercitare un ruolo affettivo, e forse in qualche singola vicenda si potrà vedere un certo femminismo come ostacolo al miglioramento della vita della famiglia e della coppia – ma io non trovo davvero utile e insistere sull’aspetto politico della vicenda, perché vederla in questo modo, maschilismo cioè contro femminismo, è un altro viatico per incrementare quella conflittualità che fa male a tutti.

Vorrei fare piuttosto una riflessione sulla responsabilità che hanno i periti di parte e soprattutto gli avvocati di parte quando si trovino a imbattersi in separazioni giudiziarie in cui sembra esserci in mezzo questo fenomeno, che chiameremo PAS – sindrome di alienazione parentale, anche se come è evidente qui è intesa in tutt’altro modo – ossia come un irrigidimento patogeno del sistema familiare anziché come una presunta diagnosi psichiatrica a carico del minore e della madre.

Gli avvocati di parte vivono un’occasione professionale terribilmente delicata per il ruolo emotivo a cui sono chiamati. In questo genere di occasioni sono chiamati a lavorare in una situazione di conflitto, e viene richiesto loro esplicitamente ed emotivamente di assumere una posizione parziale – anche la dicitura lo sottolinea: sono avvocati di parte. Sentono di lavorare bene, spesso in buona fede, con una profonda sintonizzazione emotiva con i loro assistiti, a volte quella sintonizzazione emotiva risuona forte anche di quelle cornici ideologiche di cui ho parlato nel capoverso precedente. La donna che vuole allontanare il bambino si riterrà sostenuta da un avvocato femminista, l’uomo da uno maschilista, entrambi da qualcuno che si accorderà con loro nell’usare una diagnosi solo per il partner da cui ci si separa e per la prole. In questo modo si cade in una cattiva infinità: perché in realtà ci sarebbero tanti vie, tante parti psichiche dell’assistito con cui sintonizzarsi ma tante volte l’avvocato ( e in qualche sciagurato caso, il giudice) sceglie quella più evidente, più raggiungibile nell’immediato, più facile per lui emotivamente e professionalmente, a discapito alla fine di quello sistema familiare per il quale è chiamato a trovare una soluzione. E non bisogna essere troppo severi con questi periti di parte per tantissimi motivi. Il primo è perché davvero da vicino si vedono vicende estremamente gravi e dolorose con cui è estremamente difficile non identificarsi – anche gli avvocati sono mogli, mariti, padri, madri, traditori, traditi- per non parlare della richiesta esplicita dell’assistito che paga per essere sostenuto in una sorta di tifoseria. Il secondo è anche dovuto al terribile disincanto che i familiaristi devono condividere con altri professionisti che lavorano con le famiglie sul fatto che davvero, certi sistemi familiari sono così patologici da così lungo tempo, raccogliendo patologie a loro volta così antiche, che un linea attenta e sorvegliata spesso si scontra contro il muro di gomma della parte opposta, per cui alla fine capisco che ci senta sollecitati a una estrema durezza. Davvero, sono buoni tutti a essere comprensivi senza confrontarsi con certe controparti che fan venire il sangue alle mani.

Tuttavia dobbiamo cominciarci a chiedere quanta responsabilità abbiano le modalità dei contesti che si relazionano a una famiglia rotta, nell’aumentare in modo ineludibile la rottura di quella famiglia, e di impedirne la sua trasformazione in una coppia di nuclei separati e uniti da un terzo che deve essere una genitorialità rimasta ancora viva ed efficace come coppia. Utilizzare la Pas per come è stata formulata da Gardner in sede processuale, con tutte le conseguenze che può avere – come abbiamo visto in alcuni tristi fatti di cronaca – o come il DDl Pillon vuol dire improntare un modo di intervenire che è il proseguo della storica conflittualità della coppia, esasperandola e cronicizzandola. E’ una sorta di conferma dei meccanismi patologici che hanno portato a quella separazione e anche a quegli effetti ossia, l’allontanamento di un figlio dal proprio padre. Il padre potrà pur ottenere una vittoria materiale sulla carta, ma il prezzo potrebbe essere altissimo, inemendabile, perché sarà proprio il figlio a far pagare il fatto di essere utilizzato come capro espiatorio e non essere preso per niente sul serio, e se questa protesta dovesse essere ignorata, e il minore costretto a una frequentazione che non ha scelto emotivamente, fino a portarlo a una compiacenza e un’accettazione che non rispondono a un’elaborazione reale, beh, altri problemi psichiatrici alle porte potrebbero arrivare, e i rimproveri verso la madre cattiva e cattivissima un alibi di scarso successo.
Forse allora sarebbe opportuno cominciare a considerare questo fenomeno, nella sua doppia peculiarità: come ultimo irrigidimento di disfunzioni problematiche di lunga data, che si organizzano con le emozioni e i modi di percepire la realtà, per cui non possono essere cancellate con un provvedimento veloce, che imponga cambiamenti subitanei, e come un fenomeno che riguarda un intero nucleo familiare in tutte le sue parti. Questa prospettiva permetterebbe a tutti i professionisti coinvolti (e io penso che in molti in realtà già lo facciano) di lavorare in questi difficili frangenti in un modo più sarealmente utile per tutti.

Sul ddl Pillon

Comincia ora la discussione del ddl Pillon, un disegno di legge teso a riformulare le norme della separazione tra coniugi in particolare in presenza di figli. Il disegno di legge prevede alcuni cambiamenti salienti che qui vorrei sintetizzare

– obbligo della mediazione familiare, in presenza degli avvocati di parte per avviare la separazione
– abolizione dell’assegno di mantenimento, con divisione delle spese fatte in base al riscontro delle prove di pagamento
– divisione rigorosa a metà del tempo passato con i figli.
– Un indennizzo per il genitore che lascia all’altro la casa di proprietà

 

E nel dettaglio si riscontra:
– cambiamento dell’accordo solo previo accordo della coppia
– nessuna osservazione aggiuntiva o casistica particolare quando i figli in questione dovessero essere molto piccoli, per esempio sotto i tre anni
– nessuna rilevanza rispetto i desideri espressi dai minori
– nessuna possibilità di ricorrere al tribunale di fronte all’inadempienza di un genitore.

Sulla carta, può giustamente sembrare a molti, un notevole passo avanti giuridico. L’attuale diritto di famiglia protegge molto le mogli e le madri, e spesso questa protezione in sede di tribunale diventa l’arma con cui ex partner vengono messi in grave difficoltà economica, in primo luogo, ma anche spesso resi protagonisti di vicende familiari in cui sono loro malgrado, allontanati dai figli. Oggi davvero molti padri, hanno un sincero desiderio di passare più tempo con i propri figli, e un sincero desiderio di sorvegliarne la crescita e sono davvero tante le vicende amare per cui ci sono uomini allontanati dalla famiglia perché le ex compagne fanno in modo che i figli non vogliano incontrarli.   Inoltre, quando le associazioni di padri separati sottolineano l’enorme onere economico a cui vanno incontro, denunciano il vero specie se si pensa alla questione dell’assegnazione della casa, che viene stabilita in base a quale genitore vivrà con il figlio, per cui può accadere che un padre, titolare di una casa di proprietà ne perda completamente la titolarità e si trovi a dover pagare un affitto e anche un assegno con degli alimenti. Per molte persone è davvero oneroso e complicato. Non è tema di questo post, ma una correzione della legge attualmente in vigore che allevi la situazione del genitore a cui non è assegnata la casa – stabilendo un indennizzo, risarcendolo con delle esenzioni fiscali? Sono ipotesi – potrebbe essere una cosa intelligente, così come aiutare questi nuovi padri ad essere tutelati nel loro voler essere più presenti nella vita dei figli – per esempio alzando l’asticella del minimo di cura necessario. Da psicologa, per me per esempio: l’attuale giorno a settimana più i due fine settimana al mese sono davvero troppo pochi. Almeno un altro giorno infrasettimanale, sarebbe una cosa auspicabile per il benessere dei bambini. La famiglia cambia, i padri cambiano, ed è giusto che cambi la legge che ne regolamenta la vita quotidiana. MA sono blande ipotesi – ci sarebbe molto da fermarsi e pensare.

Tuttavia, questo ddl rappresenta la risposta mal strutturata e peggiorativa di una domanda anche lecita, e lascia basiti, al di la del banale conflitto di interessi, considerare il fatto che a proporlo è un professionista – il presidente di un’associazione di mediazione familiare – che dovrebbe avere (si presuppone, evidentemente a torto) qualche rudimento di esperienza materiale in fatto di separazioni. Lascia basiti perché per gli addetti ai lavori, che siano mediatori, che siano avvocati, che siano psicologi, constatano che per come è scritto questo ddl 1. Incrementa la conflittualità genitoriale, dilatandola e procurando alla coppia una moltiplicazione di occasioni di lite 2.   Lede gravemente, davvero gravemente, gli interessi dei bambini. 3. E’ particolarmente delirante nei casi in cui ci sia violenza di genere, per la diffidenza che mostra verso le denunce in questo ambito, e i poveri bambini siano vittime di violenza reale o assistita.
Vediamo i singoli punti.

La conflittualità genitoriale è molto aumentata dalla perdita dell’assegno di mantenimento. L’assegno di mantenimento, è magari un accordo difficile da digerire, ma almeno impone alle parti in causa di risolvere la questione una volta per tutte, e poi di riuscire in qualche modo a organizzarsi nelle proprie vite separate. L’idea che le spese debbano essere continuamente riconteggiate e divise al millimetro, mi pare che ridia ai membri della coppia continue occasioni di dissenso, piattaforme simboliche su cui di volta in volta rimettere in campo disagi emotivi. Perché, come capita di constatare nelle liti in tema di eredità, le persone per i soldi si dilaniano, ma non per il luogo comune dell’avidità e che tutti sono brutti e cattivi, ma perché sui soldi simbolicamente si mette in campo una proiezione affettiva, sono i sostituti di primo grado da un punto di vista simbolico dell’amore, della relazione, che piaccia o meno. Sono la moneta vicaria dell’essere con. Ed è semplicemente delirante mettere dei genitori nella posizione di stare a rinegoziare la fine del loro affetto e il loro voler bene ai figli a ogni scontrino fiscale.
Ugualmente, anche partire dalla teoria del figlio diviso a metà per tempi e spazi, ripropone continue situazioni di conflitto, specie considerando l’attuale organizzazione economica e sociale delle coppie. Davvero all’atto pratico i padri italiani riusciranno a reggere tutti, questi ritmi? E quando non riuscissero e delegassero a oltranza o chiedessero al partner di riprendersi la prole è sicuro che questo non creerebbe disagio? E ancora liti?
Questo ddl riguarda gli uomini e le donne, in un momento di vita tra i peggiori e i più dolorosi, un momento di vita che li rende ammalati: ossia in difficoltà, conflittuali, intolleranti, spesso magari non sempre, ma spesso, al peggio di se. La separazione è non di rado una sorta di adolescenza cattiva, dove tutti protestano tutti piangono tutti si trovano in un cambiamento che non avrebbero voluto. Pensato in questo modo, le parti sono incoraggiate a rimanere in questo stato di aggressione permanente, con mille quotidiane occasioni di risentimento. E’ una separazione cioè, che non sembra pensata da un mediatore familiare. Da uno che deve aiutare le persone a separarsi e a negoziare. Nella realtà materiale della vita quotidiana.

  1. La disattenzione verso i minori è scandalosa e per me criminale. E mi pare che si esprima su più livelli.
    Il primo è il mancato assegno per la parte, di solito la madre, che ha i figli a carico e che non dovesse lavorare. Io capisco che i temi delle donne non sono prioritari per gli estensori di questo decreto, ma se siamo in un paese con una bassa occupazione femminile, e che ostacola in vari modi il lavoro delle madri, come si può sperare che la madre separata lavori? La verità è che siccome Pillon è un neocatecumenale reazionario, la posizione mentale è quella di dire: donna hai voluto la bicicletta? (del’emancipazione? Della separazione) Ora pedala, anche se magari la bicicletta, nell’eventuale contingenza, ossia la separazione l’ha voluta il partner, oppure è l’esito dell’aggressione alla coppia da parte del partner per esempio – per un tradimento. In ogni caso, una madre che non ha mai lavorato e che ora dovesse trovare il modo di lavorare – a cinquant’anni? Sessanta? Si troverebbe in una grave difficoltà materiale e quindi psicologica, e questa difficoltà psicologica, potrebbe ricadere piuttosto o gravemente sui bambini. E naturalmente sull’ex partner medesimo.  Un’evenienza questa, in un paese con un bassissimo tasso di occupazione femminile, tutt’altro che scontata.
    Il secondo per me riguarda l’assoluta indifferenza alla qualità della vita dei figli. L’importanza che vivano in un contesto di riferimento, continuativo e rassicurante. Io ho serie perplessità che cambiar casa ogni dieci giorni specie quando per questioni di forza maggiore la casa del partner è molto lontana da quella dove il figlio è cresciuto e ha costruito la sua quotidianità sia una cosa buona per i bambini. Può forse andar bene se le case degli ex coniugi sono molto vicine, ma soprattutto nelle grandi città mi pare raro che succeda.
    Il terzo motivo, è il mancato riferimento all’età del bambino. Se l’idea che un minore sia affidato fifty fifty in generale mi suscita qualche perplessità ma non faccio fatica a escludere coppie armoniose che riescano a risolvere la cosa per il meglio, se penso al minore di tre anni, un bambino di pochi mesi, un bambino di un anno magari ancora in allattamento, tolto alla madre, mi sale proprio una preoccupazione indigeribile, mi pare che si faccia un torto al minore gravissimo. Un bambino di meno di un anno separato dalla madre ogni due settimane????
    Non credo che ci sia molto da dire.

 

Il quarto motivo, riguarda sia la sottesa idea dell’alienazione parentale e la fantasiosa pretesa di risolverla con un atto giuridico sbrigativo, sia il caso terribilmente grave e terribilmente frequente delle separazioni che seguono a violenza sui minori, e violenza verso la madre a cui si trova ad assistere il minore. Infatti l’idea è quella di dividere il tempo dei genitori a prescindere dai desiderata dei figli contesi, perché si parte dall’assunto che se un figlio non vuole vedere uno dei due partner è sempre comunque manipolato. Questa cosa è già di per se un’aggressione, un dire al futuro cittadino che è un cretino, uno che si fa maneggiare, in caso di figli adolescenti si tratta di un parere secondo me gravemente collusivo con certe patologie che emergono in quell’età. Un ragazzino di sedici anni dice risolutamente di voler stare con la madre, e lo Stato gli dice che lui non conta niente, che non ha un parere da prendere in considerazione, che crede di avere un’identità ma si sbaglia. Scusate, sono i semi per un comportamento criminale serviti sul piatto d’argento. Se il minore ha una qualche psicopatologia pregressa, una difficoltà scolastica, una bocciatura alle spalle, un problema di immissione nel mondo degli adulti, obbligato contro la sua volontà ad andare dal padre per gruppi di quindici giorni, è proprio pronto per la deriva sociale.
Questo perché se consideriamo davvero, per esempio tutte le ricerche che sono state fatte da psicologi rigorosi, e attenti, dovremmo sapere che la PAS come costrutto esiste pure, ma non è una manipolazione che si fonda su una mera suggestione r giochi di potere, ma che si basa sull’orchestra di meccanismi difensivi che si intrecciano a emozioni reali, necessità psichiche profonde, riflessioni e osservazioni che il minore fa sul piano di realtà, e non possono essere criminalmente cancellate con un colpo di spugna. Se un figlio desidera proteggere la madre dal dolore che è convinto le abbia inferto il padre, avendola per esempio vista piangere numerose volte, sapendo nel frattempo che il padre ha un’altra relazione, non sarà di certo la la dichiarazione astratta di un tribunale che la madre ha una depressione cronica ( magari pure causa reale del suo malessere)   a fargli cambiare idea e a farlo star bene con suo padre. Il bisogno di farsi difensore di sua madre, ha radici profonde, nell’organizzazione edipica che una separazione conflittuale ha impedito di superare, per quel figlio proteggere la madre è di vitale importanza. E’ solo uno degli esempi, naturalmente, ma non è che se il tribunale dice, dal nulla dopo una vita di esperienze ed eventi guarda sei manipolato, che il minore dice ok avete ragione ora sto volentieri con papà. Il minore, per i mille romanzi familiari che qui non possiamo sintetizzare, ha molteplici motivi possibili per ritenere vitale per se, gravemente vitale proteggere la madre, o comunque il genitore alienante. E se si crede di farla facile, beh noi psicologi, noi che lavoriamo coi servizi sociali, le case famiglia, insomma, noi ci ingrassiamo, il lavoro aumenta, l’infelicità si moltiplica.

Naturalmente ancora più criminale è la casistica, malamente contemplata dal ddl, delle famiglie abusanti. Il ddl prevede la casistica delle famiglie abusanti, ma in una distorsione ideologica parte dall’assunto che le denunce di abuso siano spesso false, e quindi prima che l’eventuale parte lesa sia riconosciuta come tale dovrà affrontare un complesso iter procedurale in termini di ANNI, nel frattempo però l’affido seguirebbe le linee indicate dal disegno.
Per quanto io sia tra i colleghi che più insistono nella necessità di far avere contatti tra figli abusati, vittime di violenza assistita e genitori abusanti, perché purtroppo quello è il genitore, bisogna che ci si fa i conti e in qualche modo lo si iscriva nella propria storia, il massimo che si possa sperare in certe vicende terribili e che il padre sia curato serratamente, la coppia familiare pure, che ci sia volontà da tutte le parti in causa, e che i minori siano guidati in una serie di incontri protetti, circoscritti nello spazio e nel tempo e sorvegliati (il tutto però bisogna dire: nella consapevolezza della cronicità grave, e della difficoltà di intervento risolutivo con questo campione di pazienti e assistiti) E IL TUTTO PERO’ SUBITO, NON DOPO GLI ANNI VITALI DELLA CRESCITA ESPONENDO IL MINORE A ULTERIORI ABUSI. Ritenere con questa allucinante e irresponsabile disinvoltura che un bambino a cui un soggetto psichiatrico ha spento le sigarette addosso, che ha frustato con la cinghia, che abbia rotto il braccio di sua madre davanti a lui, che le abbia ficcato un coltello nelle narici (perché cari di queste cose si parla, è bene che si sappia) e via discorrendo ed eludendo i casi ben più gravi e frequenti , debba andare a casa sua per due settimane al mese, perché le cicatrici se le deve essere inventate causa pas, veramente fa rabbrividire, fa cascare le braccia. Il pensiero che poi questo disgraziato, non volendoci andare, debba andare in una casa famiglia – siamo proprio nel campo della follia. Ma è più corretto dire dell’incompetenza per quel che concerne la psichiatria delle coppie violente.

In conclusione io credo che questa proposta di legge, scritta in maniera abborracciata, e frettolosa, al di la della matrice ideologica che la connota, sia tarata su un umano ideale: forse sui film degli anni cinquanta? Forse sui cartoni animati? Forse sulle favole della buona notte? Perché presuppone un idilliaco e vissero tutti felici e contenti in un momento della vita in cui l’umano cade e spesso rischia di rimanere nel suo funzionamento peggiore e più difficoltoso, quando cioè non è per niente conciliante e idilliaco.  Suppone che certi cambiamenti storici e culturali che ci sono stati siano l’esito di un’ondata ideologica e non lo specchio di un cambiamento nell’esistenza materiale di tutti uomini e donne. Non tiene per niente conto delle condizioni in cui vivono le persone, delle aggressioni del quotidiano, della psicologia delle persone e delle persone durante la separazione, dei diritti dei bambini. Occulta con atarassica serenità i problemi spesso insormontabili che si creano in caso di patologie psichiatriche conclamate e marginalità sociale. E’ una proposta di legge scellerata che dovrebbe essere rifiutata da tutti, uomini, donne, destra, sinistra, cinque stelle o meno. Di cui  forse cinicamente, beneficeremmo solo  noi professionisti grazie alla moltiplicazione di perizie, percorsi obbligati mediazioni familiari fatte (secondo il decreto di fronte alla presenza di familiari, questo particolare è un ultima prova dell’incompetenza degli estensori: me li vedo i genitori a parlare del conflitto davanti agli avvocati di parte avversa. Tanta sincerità proprio) .

Tanto dolore, problemi che non si risolvono, disperazione,  e dunque tanti professionisti chiamati in causa e remunerati. Una moltiplicazione di perizie di parte, di mediazioni familiari, di interventi riparatori, per una legge che non è fatta per gli uomini, ma per gli angeli.  Non mi pare che sia giusto verso le famiglie e gli elettori tradire così tanto i bisogni che hanno manifestato.