Questioni di metodo sulle cronache di viaggio

 

 

Vorrei lavorare su una metafora per capire bene, io per prima le implicazioni che riguardano la ricerca e la speculazione sui temi della psicologia dinamica, e più specificatamente, ma quasi accidentalmente sui temi che riguardano genere e psicologia dinamica.
Dunque vediamo.
Un signore decide di andare in vacanza in un certo posto.
Ci sono diverse cose da considerare:

  1. Il carattere del signore, il tipo di fisico che ha e tutto quello che possiamo sapere sul suo luogo di partenza.
  2. I mezzi materiali di cui dispone per affrontare il suo viaggio
  3. Cosa gli dicevano del suo viaggio.
  4. Gli interessi che ha quando decide di programmarlo
  5. Con che mezzo fa il viaggio, e con quali compagni di viaggio
  6. Se durante il viaggio incontra delle disavventure e di quale entità
  7. Se durante il viaggio incontra delle tappe che lo seducono, per cui devia il percorso
  8. Se quando arriva a destinazione la destinazione lo fa essere felice li dove è.
  9. Cosa vuol dire essere felice di una destinazione?
  10. Se torna indietro è perché lo richiama un dovere o un’impotenza? O?
  11. Se torna indietro perché una delle tappe era più interessante
  12. Se rimane per un po’ e poi decide di spostarsi.

Poi abbiamo altre cose da considerare.

  1. Come consideriamo noi il carattere del signore
  2. Cosa pensiamo della sua meta
  3. Cosa pensiamo delle persone che si fermano nelle tappe intermedie
  4. Cosa dice la stampa sui viaggi

E facciamo conto che noi, alla fine di mestiere siamo quelli a cui il signore si rivolge quando arrivato a destinazione, dice: io qui sto male. Noi siamo quelli che si pongono degli interrogativi, inerenti l’origine del malessere. E gli interrogativi a ben vedere, ricalcano tutti i primi dieci punti del viaggio del signore. E’ partito con poche attrezzature per la destinazione? Durante il viaggio qualcuno lo ha ferito? Per esempio menomato? Durante il viaggio ha visto un luogo che rimpiange? Ha scelto male la meta del suo viaggio? In questo periodo tutte le persone scelgono questa meta, è una caratteristica di questo periodo, o questa metà offre molto sempre alle persone?

Se il lavoro della psicoterapia è quello di ragionare con il signore, seduta per seduta sulla storia del suo viaggio in modo da decidere se andarsene rimanendo com’è, o rimanere cambiando qualcosa dentro di se, se accettare certe cicatrici oppure affrontare delle guarigioni possibili, poi esiste un lavoro, che è la riflessione sulle ricorrenze nei racconti di viaggio e di mete, i racconti nelle stanze e fuori dalle stanze. Allora la psicologia diventa la mappatura logica dei viaggi e degli itinerari – la psicopatologia invece l’inventario di quando i viaggi, qualunque sia la destinazione, non vanno come dovrebbero.

Ne consegue che, per parlare di viaggi che vanno bene e che vanno male: può essere d’aiuto aver viaggiato, aver fallito una destinazione e averne trovata un’altra, aver ascoltato molti viaggi, aver trovato molte soluzioni, e aver letto molte teorie di viaggi che parlano di mondi dove si viaggia in modo diverso dal proprio. Come si viaggia in mediooriente? Come si viaggiava nel trecento? Come soprattutto altri, che fanno lo stesso mestiere, parlano di viaggi? Quando noi parliamo di viaggi, parliamo come ne parlano le persone comuni, o come ne parlano i tour operetor? E quando parliamo alle persone di viaggi, dobbiamo fare capo al loro modo di intendere i viaggi o al nostro? I viaggi delle persone hanno una qualche incidenza negli interessi della collettività? Viaggi diversi sono in un conflitto tra loro?

Le questioni di genere per la psicologia sono particolarmente interessanti e in una certa misura divertenti, appassionanti – perché mettono per bene in luce le criticità delle costruzioni teoriche sulla salubrità dei comportamenti e delle scelte, e rivelano problemi costanti che ha la psicologia con la comunicazione pubblica. Per ognuno dei punti che riguardavano il signore che parte infatti, c’è una trappola in cui può cadere il discorso psicologico quando affronta una generalizzazione, e questa successione di trappole è particolarmente evidente con gli studi di genere.  Quello che qui ho chiamato il signore, è per me il genoma del soggetto che viene al mondo, il suo primigenio nucleo identitario a cui si profila davanti la realizzazione di un destino individuale, quello che gli junghiani chiamano processo di individuazione. Questo genoma ha in dotazione un corpo, che è il suo primo ambiente culturale, per altro il più potente di quelli a venire, e di poi altri ambienti importanti la famiglia è un altro importante ambiente,  che specie all’inizio lo connotano profondamente – e anche biologicamente: i neurologi parlano di plasticità neurale,. Ma poi il nostro signore continua la sua vita, muovendosi tra esempi, affetti, illusioni e ambizioni, grandi seconde occasioni, e spezzature che non lasciano scampo.  E allora troveremo studiosi che diranno che tutto il potere è nel genoma, altri nel primo ambiente del corpo, altri ancora in quello che succede durante le tappe del viaggio. Quelli più bravi, quelli che hanno davvero un pensiero complesso e articolato e anche una discreta esperienza come terapeuti, cercheranno invece di fornire una visione dei viaggi che tenga in considerazione le diverse questioni.

Prendiamo in esame un viaggio standard affidato alle donne. La donna deve piacere all’uomo, sedurlo, sposarlo e diventare madre, facendosi ingravidare. Quando la psicologia più o meno velatamente dice che questo è il viaggio di ordinanza della psiche femminile, fa una generalizzazione che ha una serie di importanti, e inemendabili punti di forza: infatti molte donne condividono questo viaggio, come il loro processo di individuazione più importante, e direi anzi che ancora sono la vasta maggioranza. Sono quelle donne per prime a dire, si è vero, si è così per me. Il fatto è che spesso i dibattiti sugli studi di genere vengono gestiti da quelle minoranze per cui quel viaggio può essere messo in discussione, nella totale ignoranza o anche svalutazione  di contesti e storie di vita per cui si quel viaggio è importante. Il secondo importante punto di forza di quella generalizzazione concerne l’enorme potere del corpo, come primo oggetto capace di determinarci. Ora avere il ciclo e uno spazio cavo che è adatto a farci stare dentro un bambino è una stringa concettuale offerta dal corpo, che martella di poi continuamente e quindi è comprensibile che la gravidanza entri nel campo del processo di individuazione del soggetto. Per una questione direi posta dal corpo.
Poi ci saranno altre cose, come l’importanza di quel viaggio che ha per il gruppo sociale. L’esistenza in vita di quel gruppo sociale, lo sfuggire alla morte e all’estinzione dipende dal fatto che alcuni suoi membri ne mettano al mondo altri, per cui, ci saranno non solo le voci delle viaggiatrici a insistere su questo aspetto, fai i bambini è il mio viaggio, sarà anche il tuo, ma di tutti gli altri che diranno, solo tu puoi portare a termine questa missione per noi, fai i bambini! Se non li fai che sarà di noi?

Quando arriva la psicologia spesso si ritrova implicitamente assoldata dal suo contesto culturale, e le si chiede di ribadire quelli che sono ritenuti gli interessi di quel gruppo sociale. Allora si chiederà allo psicologo di dire che le donne devono fare i bambini, ma anche per esempio che un certo ritratto della salute psichica combaci con una certa produttività economica, oppure che il soggetto eversivo, non sintentizzabile sia ipso facto disturbato, titolare di una diagnosi. Sono perciò mediaticamente popolari e culturalmente preferiti, psicologi con visioni piuttosto reazionarie, psicologi cioè che rappresentano i viaggi dei soggetti, dei caratteri, delle donne nel nostro caso, tarati sulle richieste del gruppo culturale – anche se a ben vedere, specie se sono psicologi con gli occhi aperti, o psicologi che lavorano tanto, se la stanno facendo facile, stanno aggiustando le cose. Forse stanno mentendo.

L’esperienza materiale di cura, l’ascoltare cosa succede con i propri pazienti e i racconti dei colleghi, dovrebbe dare una vigorosa sterzata filosofica ai clinici che parlano di viaggi, perché non c’è esperienza epistemologica più dura e importante del vedere la resistenza delle scelte soggettive di un genoma di una storia, di una soluzione, a un trattamento psicoterapico, o a una sua successione. Quella esperienza – ridefinisce il concetto stesso di diagnosi e di psicopatologia, e procura una specie di invecchiamento all’interno delle storie professionali. Cominci dicendo che chi non fa tutta una serie di cose è malato nella apollinea convinzione che arrivi te e lo porterai dove pensi sia giusto che vada, poi siccome uno ci va, l’altro non ci va, l’altro è in un momento di vita diverso che propone altre mete, l’altro se ci andasse farebbe la fine della madre allora davvero è meglio di no, ti fai delle domande, devi fartele. Ti dici: ma è proprio vero che quella meta deve essere la stessa per tutti? Posso io, che dopo cinque anni di trattamento  con la paziente ics, avendo visto che ha imparato a essere serena in un certo arredamento della vita – con quel lavoro ma senza figli, oppure senza partner, posso io dire, che quella soluzione non è sana? Sta bene, non fa male a nessuno. Perché non dovrebbe essere sana?
Ho avuto in terapia donne che sono rimaste incinte durante il trattamento e donne con cui abbiamo lavorato a lungo  – e più o meno dolorosamente – sul fatto che era molto importante per la loro sopravvivenza psichica, e forse materiale, che non diventassero madri. Io stessa ricordo come un insegnamento sul tema del presunto istinto materno delle donne, quando discussi con la mia seconda analista, l’eventualità che mi specializzassi in psicoterapia infantile.
LEI CON I BAMBINI???? Mi disse essa affettuosamente incredula. Ma non è proprio il caso! Continuò – forte di un percorso che ne legittimava una certa assertività, e so che aveva ragione.

Dunque quando un analista parla di viaggi, e di identità di genere, per quanto possa avere a mente alcune maggioranze relative, alcune determinanti più forti di altre, deve stare molto attento perché il modo con cui restituirà l’organizzazione del discorso su quell’argomento dovrà essere in grado di includere delle seconde opzioni, delle minoranze nutrite, dei cambiamenti di contesto, e dovrà anche stare attento a proteggere o a lavorare quantomeno criticamente la sua posizione rispetto al gruppo sociale in cui è iscritto. Dovrà lavorare insomma su quale è veramente il suo committente.  Quella della committenza, non è una domanda scontata. A chi rendiamo conto quando teorizziamo? Chi facciamo contenti? Un gruppo dominante? Il senso comune? I pazienti che si hanno o che si avrebbero? I santi padri della storia della clinica?
Pensarci, aiuta a puntellare meglio la propria posizione, e a includere più soluzioni possibili quando si propone una teoria critica del viaggio.

Dieta di worms

La donna è una di quelle con una loro disordinata piacevolezza, per quanto sovrappeso, per quanto anche troppo pigra per il caparbio rosario della giovinezza perduta – un’avemaria per la cellulite, un padre nostro per la cicatrice sul ventre, tre ancora per i colpi di sole dal parrucchiere. Non abbonda di amanti sta a dire, ma drena ancora qualche maschio di ordinanza, quando in ufficio ride – ha una risata forte che sa di levità e disincanto – e muove le mani in un certo modo, oppure incrocia le gambe nella gonna che le colleghe – donne – giudicano inopinatamente stretta (i colleghi no – sia messo agli atti, dice la donna sorniona, pensando al metro della sarta).

Il fatto, pensa la donna a proposito della (sua) carne, nei confronti della quale è clemente fin troppo, per narcisismo mal curato – secondo il suo medico di base che a ritmo regolare le minaccia mali irreversibili – il fatto è ecco, si diceva, è che mentre la fuori imperversa il canone di un eterna sottrazione della materia, l’estetica di un’eterna promessa, la perversione di qualcosa che potrebbe avvenire, il godimento come anticipazione del reale, bambine che sui giornali socchiudono gli occhi, ventri piatti e seni inesistenti che erotizzano evocando quelli che non esistono, la donna perdona se stessa, le sue analisi del sangue, il volto tondo di luna, per il fatto di sapere di immanenza, di qui ed ora, di carne fatta e finita, cucinata, commestibile.
Ama perciò le giacche di colori sgargianti strizzate sul ventre, i tacchi spilluti su cui si issa piena di erotica baldanza, le borse piccole con la catenella, che la fanno brillare di buon umore.
(Dentro ci mette la barretta pesoforma, a testimonianza di buona volontà, ascesi, e a riprova di alcuna corresponsabilità nell’ aperitivo che ha in preventivo per la serata).

Indubbiamente la donna sbaglia, e le amiche a sera, glielo diranno, le sue amiche papere e oche e vestali cocciute della ragazza che è stata, drizzeranno le code bianche e le somministreranno succo di pomodoro, sbatteranno le ali ridendo, si diverte sempre con le amiche, e piene di spumose volgarità sui letti che cigolano e sulle ambizioni della donna nel suo passato prossimo venturo, a tutela insomma del suo curriculum erotico, le prescriveranno una carriera di sedani carote, centrifughe e altre postmoderne, rarefatte diavolerie.
Il prezzo da pagare per cinque minuti in più di futuro alle spalle.
La donna le lascerà fare, materna con la loro maternità. Annuirà con serietà persino quando quelle le diranno che deve andare in palestra, con loro certamente, pazze pensa in cuor suo ma non dice,   in palestra le sue amiche atletiche che immagina volteggiare tra le spalliere e le sbarre e i tappetini dicendo sconcezze.

Ma il fatto è che è felice, e per quanto felice di una cosa piccina – con perizia la racconterà, perché alla donna è successo qualcosa, qualcosa di modesto, rarefatto ma gentile, eppure dentro di lei portentosamente efficace. La donna dirà che ha trovato qualcosa. Che anzi, ha ritrovato -bisognerebbe dire con precisione. Le sue amiche papere si avvicineranno colle seggiole al tavolo per sentirla meglio, accenderanno le sigarette, verseranno sul tavolo le noccioline per concitazione – e di poi tuberanno come colombe – un po’ per darle soddisfazione, un po’ per celare il fatto che nell’intimo si stanno dicendo – ma non dovevamo parlare di carne e di letti? Non s’era deciso così?
Tuttavia una di loro, la più silenziosa e che meglio la conosce – le sorride.

Bene, le dice allora, allisciandosi le piume scure delle ali, aggiustandosi quasi gli occhiali che non ha ma è come se avesse- conosco la luce di quel talismano tutto sommato innocente (anche se –  noi sappiamo).
State zitte papere sciocche, tu però da domani mettiti a dieta.

(qui)

 

 

Gli oggetti carismatici di una memoria simbolica. La questione Montanelli.

Al Wadsworh museum, ad Harthford dovrebbe essere ancora possibile guardare una delle bellissime shadows boxes, di Joseph Cornell. Questa esoterica e onirica  che ho messo sopra, come altre sue, contiene tra le altre cose una vecchia mappa del mondo, una testina forse di bambino, quello che credo sia un recipiente, una tazza con l’immagine di Marco Aurelio, e un altro che rappresenta Roma, mentre nel mezzo c’è una pipa di avorio. E’ una delle sue più belle, datata 1936 e ha in se la complicata simultaneità di simboli che evoca l’esotismo – c’è il viaggio, c’è il mondo lontano, e c’è l’iconografia del potere, ci sono anche come dire, l’arroganza e lo charme del vecchio mondo, negli occhi stralunati dei figli del nuovo – c’è una permanente traccia di sehnsucht, nostalgia, anche se di un viaggio mai davvero compiuto.

Comincio da Cornell, perché parlare della statua di Indro Montanelli e del dibattito che sta suscitando ci fa aprire una scatola di simboli non molto diversa da quelle venerate nei musei nordamericani. La shadow box che abbiamo qui è quasi perfettamente adatta allo scopo, anche se forse si sarebbe meglio arricchita con l’immagine di una bambina, e qualche spicciolo adagiato sul fondo. E’ la scatola di un nostro passato e anzi tutti quei colori profumati di terra e di seppia, tutti quei vetri opachi da antico laboratorio alchemico sembrano garantirci una distanza che gioca sulla possibilità della differenza genetica. Siamo informatizzati noantri, siamo nel nuovo millennio, vuoi che quella scatola polverosa con la bimba che si comprò il giovane Indro ci riguardi? Ma simultaneamente ci intenerisce, simultaneamente appare proprio, come il souvenir dell’infanzia di un nonno perduto.
A proposito di genetica.

La polemica ci è abbastanza nota.A Milano c’è una statua di Montanelli, fatta erigere nell’epoca del Sindaco Albertini, e di cui un gruppo di cittadini, ha richiesto la rimozione, dal momento che il giornalista, quando ebbe modo di partecipare alla campagna d’Africa si sposò con una ragazzina di dodici anni, comprandola dai ras locali, per poi lasciarla in Africa e tornarsene in Europa. La vicenda è sempre stata scabrosa, ha sempre attirato addosso a Montanelli molte critiche, anche se poi la maggioranza dei cittadini l’ha sempre perdonato. Questo, nonostante il fatto che, diversamente da tanti, rispetto a quella vicenda della sua giovinezza non mostrasse alcun mutamento di prospettiva, alcun mutamento intellettuale, alcun mutamento etico. Quando nel 2000, Indro Montanelli riapre la sua shadow Box con la sposa bambina – come possiamo leggere in questo suo intervento qui sotto – si può rigirare tra le mani lo stesso colonialismo, maschilismo, e disinvolta improntitudine che doveva avergli inoculato il suo contesto di appartenenza – a scanso di equivoci, non uguale per tutti già allora. Nella sua pagina di posta Montanelli avrebbe infatti scritto, che prendeva la bambina al leasing, che puzzava, che siccome c’era questa faccenda dell’infibulazione non poteva godersela sessualmente, che era in perfetto accordo con i le usanze locali, e che la ragazza lo avrebbe ricordato con affetto.

Non stupisce la successione degli eventi quando accaddero. Fermo restando che di Italie ce ne sono sempre state molte, compresa quella di chi dopo la campagna d’Africa e proprio in virtù dii quella abbandonò il fascismo, di fondo il giovane Indro veniva da un paese francamente maschilista – che poteva ragionevolmente trovarsi a suo agio a negoziare con forme di maschilismo di altri colori culturali. Il nostro, all’epoca era solo un maschilismo più ricco, le nostre donne non lavoravano, non potevano divorziare, dalla patria potestà andavano al potere del marito, appartenevano sempre a qualcun altro, poteva davvero capitare che finissero nel letto di qualcuno per accordo di terzi e in caso di famiglie numerose e povertà conclamata qualcuna poteva pure invece vederselo negato per sempre il letto, essendo stato deciso per lei che sarebbe dovuta farsi suora. Non c’è insomma da stupirsi molto se maschi di tutti i colori trovassero un accordo. E siccome i codici culturali organizzano la vita dei gruppi sociali e non solo dei maschi o delle femmine, è facile capire perché Destà avesse accettato di buon grado i doveri verso Indro e perché l’avesse accettato sua madre. Era il loro codice culturale, ma anche il codice di una necessità economica, o dovremmo dire di sussistenza. Erano le leggi che hanno sottoscritto, non tutte, ma molte delle nostre nonne e bisnonne. In effetti – fin tanto che le donne non hanno potuto scegliere di non generare – la loro posizione riguardo il potere maschile conosceva, ovunque, poche alternative. Più deboli nel corpo, responsabili di piccoli, impossibilitate a evadere generazione e responsabilità, il loro potere sulla specie costa(va) il loro potere sul mondo.

 

Più problematici sono stati gli interventi successivi, in cui Montanelli – da persona schietta quale è sempre stata – ha ritenuto coerente, e questo probabilmente è un merito, non ritrattare, non pentirsi. Destà se l’è comprata, è capitato, doveva essere piccoletta perché sapete la sifilide, puzzava, era infibulata e quindi non provava niente che tanto e tanto, ma io manco me la sono potuta godere per un po’. Ossia, la sua posizione di maschio bianco, che approfitta di una disparità di potere, che compie un atto misogino e pedofilo, non è realmente disconfermata. Le accuse di razzismo, di pedofilia, di abuso, non sono in fondo per Montanelli accuse infamanti, sono accuse puerili, perché in fondo, riportano un codice culturale che lui non ha mai disconfermato. Non è mai stato indignato per un onta feroce-tuttalpiù. Per un certo verso aveva le sue ragioni: nel gioco oscuro e sporco del colonialismo – ma questo è spesso il gioco oscuro e sporco delle guerre – negli incontri tra usurpatori e usurpati si verificano regolarmente disincantanti accordi tra coloro i quali hanno il coltello dalla parte del manico.

Quando la statua fu eretta, la questione non fu forse sentita, era fresca la militanza antiberlusconiana del nostro, che metteva d’accordo sciure di ogni colore, e nostalgici sovranisti di ogni risma. Ora però che Berlusconi non è più un attore importante della scena politica, l’antiberlusconismo non è più una medaglia al valore militare, alcuni milanesi hanno chiesto la rimozione della statua, altri ci hanno tirato sopra una secchiata di vernice. Questo anche perché magari, mentre Indro rimaneva fieramente coerente con un’idea di relazioni di potere e di genere ottocentesca, intanto diverse cose erano cambiate per esempio per le donne italiane: ora potevano divorziare, ora potevano lavorare, ora lo stupro era un reato contro la persona e non contro la morale, ora non dovendo fare figli e basta, erano meno ricattabili per questioni di mera forza. Ora votavano. Ai colleghi di Montanelli per esempio oggi, non viene molto spontaneo pensare che la propria figlia debba sposarsi a vent’anni o farsi suora. Ugualmente anche la propria posizione – per quanto il razzismo non si sia affatto sopito – nei confronti delle donne africane è decisamente mutata.

Dopo di che si constata che nel dibattito pubblico, la stampa pressoché per ogni dove, si è schierata a favore della statua, e quindi implicitamente a favore della scatola simbolica che conteneva i segni del colonialismo, della pedofilia, e della violenza di genere. Non è che si dica che queste cose siano belle o condivisibili, o che non rappresentino un peccato o una cosa sanzionabile. Si è detto che sono il neo di un passato lontano, che è andato e che non si può riscrivere, oppure si è insistito sul valore del giornalista che renderebbe quel neo trascurabile. A sinistra si è invece detto che non è questo il modo di fare azione politica, che abbattere le statue è un atto iconoclasta e pericoloso per un verso, oppure assolutamente inutile per un altro. E bisogna dire, nella stragrande maggioranza dei casi, queste cose le dicono solo uomini, ma la cosa interessante è che la dicono violentemente, e a gran voce. Editoriali del corriere della sera, deliranti articoli sul Fatto, proclami sulle trasmissioni televisive. Poche le voci femminili, sparute.
Come si spiega comunque questa levata di scudi?

Sullo sfondo abbiamo un primo tema e che riguarda la posizione sempre imbarazzata di un paese che scimmiotta la recita del potere e della ricchezza senza essere mai stato culturalmente capace di esercitarlo. La severità e l’attenzione che il mondo anglofono dedica agli studi postcoloniali, rispecchia la necessaria autocoscienza di un esame storico e identitario di chi ha avuto un grande potere e ora può mostrare di disprezzarlo. Non c’è convegno indignato nelle aule di Cambridge che possa cancellare il fascinoso prestigio del Commonwelth. Noi invece scimmiottiamo: le nostre vicende coloniali sono di basso lignaggio e scarsa durevolezza, tentativi transitori che di shadow boxes ne hanno portate davvero pochine, e ci viene da conservarle come reliquie. Ma meno male che c’è Indro, almeno uno via! A restituirci una gioiosa immagine fallica di maschio bianco che una volta tanto fa le cose per bene, col cazzo duro, anziché finire dentro al pentolone dei selvaggi – cosa che spontaneamente ci viene da pensare è molto più congrua all’italico destino, nel suo intimo più portato alla poesia e all’umorismo che a rompere le palle al prossimo. Un maschio uno come si deve almeno, ce l’abbiamo.
Poi certo gli aerei di Mussolini, erano tutti rotti.

Sempre per questa questione dello scimmiottare la dialettica storica senza riuscire a viverla del tutto, anche sulle questioni di genere, la dove c’è serietà, qui c’è approssimazione, la dove si macina dibattito pubblico qui ci si ferma al benaltrismo. In Italia, ogni volta che si sollevano le questioni di genere, da destra a sinistra, la reazione standard rimanda al ben altro. E se a destra il tema della discriminazione – sessuale ma anche razziale – è negato tout court a sinistra il disinteresse si manifesta con l’alibi supponente della critica dei modi. Ah care e cari non si fa così. Non è abbattendo le statue che cambierai le cose. Non è scrivendo sui social che. Non è scrivendo di cronaca che. Non è parlando di femminismo che. Non è manifestando che. Nell’ottanta per cento dei casi in cui una donna si prova in un contesto colto, intellettuale a proporre tematiche di genere – discriminazione sul lavoro, violenza di genere, etc – invariabilmente arriverà il fronte maschile che con molta gentilezza ti spiegherà che. Questa cosa capita con minore regolarità anche sui temi della discriminazione razziale. Il dubbio che viene è: c’è ben altro di cui parlare perché ci sono cose davvero più importanti, oppure è meglio che ci sia ben altro di cui parlare perché c’è – mi vergogno a dirlo per il mio paese – una gestione del potere che non deve essere cambiata?

E questo spiega bene la levata di scudi. Quanto è cambiata L’Italia da quando Indro a vent’anni faceva con le nere povere quello che avrebbe avuto in animo di fare con le bianche ricche?
E’ cambiata discretamente.
Ma vogliamo davvero che cambi di più?

 

La levata di scudi c’è, perché una parte del paese è cambiata mentre un’altra non vuole che cambi. Difendere Montanelli, statua abbattuta o meno – significa ritenere emendabile la scatola simbolica per cui in un lontano patto tra dominanti e dominati ci si mette d’accordo su una gerarchia dei generi. Il che risulta ancora funzionale a un cambiamento rimasto a mezza altezza, con le donne che possono lavorare ma sono poche, che possono votare ma ce ne sono poche in politica, con i rapporti numerici di donne che firmano articoli sui giornali rispetto agli uomini. Ma significa anche rimanere fermi in un generico post sessantotto, in un generico rimpianto di qualcosa che non c’è e fuori da qualcosa che ancora non arriva, in una bolla di incertezza politica che è anche arretratezza culturale, che ha un odore di stantio e che è un po’ anche disprezzo per le proprie potenzialità. Nel pensare a tutta questa vicenda, mi è un po’ tornato in mente un amaro commento, che certo era più una trovata letteraria che altro, che Toni Morrison in Tar Baby fa a proposito dei bianchi. I bianchi dice (cito a braccio) hanno l’abitudine di fare i propri bisogni nella stesso luogo dove dormono.

Non vanno cioè lontano, non proteggono la casa da ciò di cui si liberano, che disprezzano di se, che può infettare l’ambiente. Si tengono tutto dentro le mura.

Non riusciamo a liberarci delle nostre parti tossiche, simboliche o materiali che siano – differenza che, quando si parla di vita pubblica – è sempre piuttosto sfumata.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Note disordinate sullo smart working

In questi mesi di pandemia, tutti abbiamo capito che saremmo andati incontro a una serie di modificazioni importanti del nostro stile di vita, e del nostro comportamento, ma esattamente che cosa sarebbe cambiato, non lo sapevamo ancora e ancora non lo sappiamo adesso. Navighiamo nell’incertezza – perché non possiamo prevedere con precisione, cosa farà il Covid: l’estate lo fermerà? Questo inverno tornerà? Né abbiamo una idea definitiva e univoca per tutti della risposta medica al virus. L’unica cosa che sappiamo con certezza, dalle alpi alle piramidi, dal Manzanarre al Reno, è che la migliore forma di protezione è il distanziamento sociale – e questa consapevolezza, sta producendo come risultato che molte, moltissime aziende, abbiano attivato forme di smart working, telelavoro, alcune come decisione provvisoria e d’emergenza, altre, soddisfatte dal risultato come decisione che si protrae oltre i confini dell’epidemia -con una proposta che per diversi dipendenti sta diventando duratura

Per moltissimi, datori di lavoro e lavoratori, il telelavoro presenta consistenti vantaggi materiali. Il lavoratore risparmia in primo luogo il tempo del viaggio per arrivare in ufficio che può essere anche molto lungo, e potendo fare per esempio una pausa pranzo a casa,  percepirà una minore stanchezza. Lavorare a casa, solo tenendo conto di questo comporta: risparmio di tempo, di denaro, di energia. Per le lavoratrici madri – specie di bimbi molto piccoli – la rivoluzione è copernicana. Al di la delle circostanze attuali – i bambini piccoli spesso sono a casa, vuoi perché si ammalano con frequenza vuoi perché spesso non c’è la maestra, c’è lo sciopero delle bidelle, c’è il ponte deciso dalla scuola – e trovare una soluzione di cura per loro è complicato. Hai voglia a dire, che dovrebbero pensarci i padri, che è una sacrosanta verità, ma un maxi sistema culturale cambia con tempi molto lenti, e dunque il problema rimane. Anche considerando che pure i padri, comunque avrebbero il problema del lavoro. Dunque lo smart working è di fatto un aiuto alle famiglie.
In aggiunta, quando l’organizzazione aziendale lo consente, le persone sentono di avere un pacchetto di cose da fare, che possono fare negli orari che più si adattano al loro stile di vita e al loro funzionamento mentale. Possono occuparsi di genitori malati se c’è una certa visita a metà giornata, possono lavorare la sera se è la fascia oraria in cui sono più produttivi.

Per conto suo l’azienda annovera per se alcuni consistenti vantaggi, il primo dei quali riguarda un importante risparmio economico: un dipendente a casa non vuole riscaldamento, non vuole luce accesa, non utilizza carta e mezzi informatici dell’azienda, non va al bagno, non mangia, produrrà sporco, insomma non consumerà. Inoltre – la posizione di potere del datore di lavoro sarà indubbiamente potenziata. Nello smart working, l’azienda fa qualcosa per il dipendente lasciandolo a casa e iscrivendolo in una posizione di gratitudine, e inoltre fa qualcosa a qualcuno che diviene più manipolabile e dominabile.
Questa nuova circostanza però implica un cambiamento di assetto relazionale che ha diverse caratteristiche nuove.

Il primo punto nodale è nella perdita di contatti obbligati di persona con i colleghi di lavoro. Le persone a casa non vanno in ufficio non condividono stanze. Stanno dunque nel loro campo relazionale extralavorativo. Questo rende felici alcuni mentre mette in difficoltà altri, perché la valutazione degli scambi con i colleghi cambia a seconda delle personalità e delle valutazioni. Un ufficio può avere un’atmosfera molto piacevole, possono esserci colleghi con cui si ha un intimità gradevole, o una qualche forma di complicità.   Dunque per qualcuno rinunciarvi potrebbe essere triste. Altri, che fuori dal lavoro hanno relazioni modeste, conducono una vita solitaria o noiosa e frustrante potrebbero sentirsi gravemente deprivati. Un conto per esempio è lavorare da casa con un bimbo piccolo, che è ancora immerso in una grande dipendenza e in un amore sterminato per il genitore, un conto è lavorare da casa con un figlio diciassettenne, che può essere faticosamente riottoso, e gentilmente autarchico. Un conto è lavorare da casa con un partner in una relazione funzionante, un conto con un matrimonio in crisi dove si litiga tutto il tempo. E ancora un conto è stare a casa da guardinghi introversi e diffidenti, per cui si è ben contenti di non dover ingaggiare delle complicate relazioni, un conto da estroversi e narcisisti per cui, rimanere a casa senza pubblico a cui raccontare delle barzellette può essere faticoso. Lo smart working si adatta a certe vite e a certi caratteri, mentre  mette in difficoltà altre vite e altri caratteri.
Girando le cose in un altro modo, possiamo anche dire: lo smart working aiuta a migliorare certe situazioni psicologiche problematiche – le personalità ipomaniacali che fanno troppe cose e conducono una vita stressante possono imparare a decomprimere il tempo e a essere più calmi – ma può anche dare un senso di benessere maligno perché collude con delle parti nevrotiche – persone che tendono al ritiro sociale, e che esitano a ingaggiare relazioni, si ritireranno ancora di più ed eviteranno ancora di più di mettersi in gioco.

Il secondo aspetto per cui lo smart working genera cambiamento, riguarda la quasi totale scomparsa dell’incontro casuale sostituito quasi sempre, dall’azione intenzionale. Non ci si vede più casualmente in un corridoio, andando in altre stanze, non si chiederà più come stai, solo per il fatto che in quel momento viene in mente, ma per le relazioni occorreranno sempre gesti intenzionali. Telefonare. Mandare una mail, videochiamare, per quanto possano esserci situazioni virtuali collettive – un gruppo watzapp una riunione su bsmrt o zoom, la levità della casualità è preclusa. E questo ha moltissime conseguenze, in primo luogo psicologiche: le persone sicure di se, estroverse reggeranno con facilità il costante essere soggetto e oggetto di atti relazionali – decideranno con agio di telefonare, di invitare e reggeranno con altrettanto agio inviti, ordini, sollecitazioni. Psicologie più introverse, che tendono a sovrainvestire l’atto comunicativo, che già nella spontaneità provavano più di una segreta difficoltà, potranno sentirsi a disagio nel dover fare queste cose, e si potrebbero sentire in grande difficoltà nel reagire a degli ordini imposti.

Queste grandi differenze per me, producono una serie di effetti, psicologici per un verso, ma  politici in senso lato, per un altro. Se i pregi dello smart working saltano agli occhi, i difetti soprattutto per i lavoratori, mi sembrano meno facilmente intercettati. Indubbiamente, in una società fortemente competitiva, una forma di lavoro che riduca il tempo da dedicare al lavoro, sottraendo quello degli spostamenti mi sembra sempre un grande passo avanti, e siccome noi psicologi troviamo che uno dei grandi motori della psicopatologia dalla rivoluzione industriale in poi è la scarsità del tempo dedicato al privato, è difficile che almeno io non consideri questo come un vantaggio oggettivo. Tuttavia, di contro, ci vedo un inaridimento delle relazioni, una confisca nel privato, che inchioda il soggetto alla sedia della sua casa, e solo della sua casa, e che implica un rischio e un impoverimento – perché il posto di lavoro è un posto di occasioni, di risorse, di confronti, e anche di occasioni per andare proprio dove il carattere non ci porterebbe, è una piattaforma di cambiamento con cui il privato raramente può competere. Se siamo aggressivi dobbiamo imparare a non esserlo, se siamo troppo introversi ci dobbiamo sforzare di fare qualcosa che non faremmo. Lavorare sempre a casa ci abbandona alle nostre nevrosi. Per questo io penso che lo smart working sia una cosa buona al 100 per cento per certe situazioni di vita (figli piccoli per esempio ma forse anche per quelle persone che vivono a grandissima distanza dalla sede dell’azienda) ma in generale trovo che l’ideale sia una forma mista: per esempio tre giorni di smartworking e due giorni di lavoro in presenza.

In secondo luogo i penso che le conseguenze per i diritti dei lavoratori siano ancora più gravi. Dalle impressioni che ho raccolto in questi due mesi, ho capito che infatti: l’impoverimento del campo relazionale, e la perdita di occasioni spontanee di relazione, lascino il lavoratore più solo e più manipolabile dall’azienda. Soltanto i forti di spirito  riescono a contenere richieste di prestazione illimitate, telefonate fuori orario di lavoro, ingaggi straordinari e la tendenza non di rado è quella di abusare del tempo dell’altro e della sua esitazione. In secondo luogo, l’intenzionalità formale   – che passa spesso per forme scritte, che possono essere in certi ambiti pure problematiche – disincentiva gli accordi tra lavoratori, li rende non impossibili, ma sempre molto seri, sempre molto importanti, sempre ipso facto carichi di conseguenze. Quel brusio di fondo, i mormorii di insoddisfazione, che preludono a un’azione di sciopero dovranno essere sempre tradotti in azioni concrete e delimitate, e quindi non è che non si fa niente, ma tutto è un po’ disincentivato. Anche l’azione estetica, creativa dal basso, progettuale, ha una marcia in meno. Tutti si è insomma più soli sotto a quelli che hanno il potere in una forma di lavoro che ha delle vaste aree di cui ancora  temo che il sindacato non si sia spesso occupato.
Quindi, un altro buon motivo, per non cedere alla sirena dello smart working full time, è l’esattezza di quel vecchio adagio che riguarda il potere: Dividi ed Impera.
Se c il lavoratore è più solo, in primo luogo è più solo davanti alla gerarchia.

Dentro al ring

C’è questa cosa su cui mi trovo a riflettere a diverse altezze, le altezza del privato nel mio lavoro, e quelle del pubblico nella riflessione politica, e riguarda l’intreccio tra affetto e potere, altruismo e assunzione di responsabilità, per cui alla fine voler bene al prossimo spesso sconfina in un abuso, occuparsi del prossimo in una tendenza a cercarlo di capire, in una comprensione dai sapori materni. Se pensiamo a un ring immaginario, abbiamo allora un lato corto che è costituito da ben volere e usurpazione, e all’opposto l’ altro lato corto i cui angoli sono il rispetto per la libertà dell’altro, e il disimpegno ossia – una certa pacifica tolleranza che sfuma in un non vedere l’altro, un dare per scontato le sue organizzazioni mentali, i suoi desideri le sue difficoltà, come simili ai propri quando potrebbero essere molto diversi. In altri termini potremmo dire, per fare un po’ di folclore, che in questo ring c’è un lato dei comunisti invasori, e all’ opposto quello dei liberali emotivamente mediocri.

Dunque si può dire che un obbittivo della vita, sia quello di riuscire a muoversi nel mezzo di ring, a cercare il meglio dei due lati corti giocando su quelli lunghi. Ma questo intermezzo magico si abita bene nel profluvio di risorse materiali ed emotive, senza che ci siano grandi cataclismi e minacce e senza grandi mancanze pregresse. Non è un caso che le democrazie fioriscano nella cintura geografica dei climi più favorevoli e delle ricchezze territoriali più generose, perché per fare quella spola, quella tessitura tra bene pubblico e rispetto delle soggettività occorrono molte risorse. Questa cosa delle risorse io la vedo bene anche guardando le famiglie che sono intorno ai pazienti. Le risorse in psicologia sono altre cose, sono soluzioni creative, capacità visionarie, patrimoni del sapere e del saper stare in relazione. Sono il saper fare delle favole diverse rispetto a quelle che verrebbero tramandate dalle colpe dei padri, e anche bizzarre scelte relazionali che aprono il campo, mettono cose nuove. Le famiglie che riescono a costellare intorno a se ponti affettivi, con altri soggetti che sanno allestire diverse metafore non saranno quelle prive di patologie, che non esistono, ma saranno quelle in cui le patologie saranno trattenute in una rete, sopra la soglia di un abisso. Famiglie cioè allegramente nevrotiche.

Scrivo queste cose, perché penso che l’emergenza Covid, e la sua immanenza nel tessuto sociale, è una situazione emergenziale che ci sta mettendo alla prova, nel nostro ring politico in mezzo a cui tra mille difficoltà ce la siamo sempre giostrata in maniera nevrotica ma comunque ben più sopportabile di quel che possono vivere i cittadini di luoghi come l’Iran, la Siria, o il Congo. E anzi la nostra situazione di relativo privilegio -siamo il paese più sgangherato tra quelli seduti sul cocuzzolo del mondo – ci ha impedito di vedere i bordi del ring. Per questo succede ora per esempio che l’intelligente epidemiologo Vespignani nell’intervista di Telese, non veda neanche lui bene i bordi del ring. Vespignani infatti spiega la sua oggettivamente intelligente strategia di lotta all’epidemia teorizzando serenamente che bisognerebbe ficcare tutte le persone contagiate e che sono venute in contatto con un contagiato in un bell’albergo, dicendo: Va la, siamo riusciti a farlo in Congo, vuoi che non ci riesca in Italia? Alludendo alla disparità delle risorse economiche, ma eludendo completamente il problema di una democrazia matura, ricca, con una solida tradizione liberale, dove di poteri costituiti e consorterie ce ne sono a mazzi, m anche cittadini borghesi e misurati che non accettano di essere coartati a delle azioni per quanto per il bene comune.
Così come anche l’idea di una app che controlli e tracci l’iter dei cittadini, scotomizza un problema di natura politica, che in democrazie meno mature, o dove la cittadinanza è talmente ricattata dall’assenza di denaro e di beni di prima necessità è certamente meno pressante, ma che in Italia potrebbe suscitare preoccupazione e opposizione. Su questo per esempio ha ben argomentato Andrea Iannuzzi, in un suo intervento su La Repubblica: un conto è l’affidamento delle nostre informazioni a società private, un conto è affidarle direttamente allo Stato senza cautele giuridiche rigorose,quind darle a leadership politiche che in astratto potrebbero pure  in un secondo momento rivelare  ambizioni totalitarie, anche se  magari l’attuale governo onestamente non le dimostra. Servono dunque garanzie – Iannuzzi faceva l’esempio dell’autorizzazione a procedere dei magistrati nelle indagini di polizia – ma quelle stesse garanzie giuridiche, aggiungiamo noi, rendono il dispositivo probabilmente meno efficace sotto il profilo epidemiologico.

In altri termini, per quanto una pandemia metta in campo l’urgenza di competenze scientifiche prestate alla collettività, per quanto ci servano virologi, epidemiologi, ed esperti di medicina sociale, il ring tutto politico dell’amministrazione pubblica rimane tale, i lati corti che determinano le proposte nell’amministrazione collettiva rimangono di colore politico, il sapere scientifico che viene chiamato a dire la sua, è comunque un mezzo dell’azione politica, e mezzo del colore politico. E questo in particolare diventa tanto più vero in una fase in cui le scienze sono ancora in fase di costruzione di risposte, una fase che deve – per il nostro bene – durare molto: perché i vaccini non si fanno in un giorno, i protocolli di cura non si stabiliscono in poche ore, e la ricerca scientifica è quella cosa che da risultati affidabili e poco rischiosi per noi quando sono rispettati e tempi tecnici dell’iter sperimentale, della replica di un certo esperimento in condizioni diverse. Per esempio ci si dovrà chiedere:  quel certo farmaco va bene su un paziente iperteso, e ipoteso? Quanto influiscono delle variabili di età e di sesso nell’efficacia di una terapia o nel numero e tipo di effetti collaterali?
La scienza per aiutarci  ha insomma ancora bisogno di errori, di scambi, di pareri e di aggiustamento del tiro. Dunque al momento  ha ancora meno possibilità di dirci cosa fare, e di essere usata politicamente. Per ora ci ha detto una sola cosa veramente importante: ed è la massima cautela: dobbiamo essere distanziati l’un l’altro, dobbiamo portare le mascherine e disinfettare le superfici, e sopra ogni cosa, dobbiamo lavarci le mani molto molto spesso.

Piuttosto,  queste cose che ci dice la scienza purtroppo ci tolgono molte delle risorse che da sempre ci hanno tenuto in mezzo al ring, e ce le toglierà in futuro, sia che le obbedisca lo Stato che le obbediscano i cittadini spontaneamente. Perché la protezione da coronavirus è necessaria quanto nemica dell’economia. Dimezza gli introiti, rallenta le filiere produttive, scoraggia i consumi. In mezzo al ring con tutte queste cose rallentate è molto più difficile stare perché si può dire, più ci si sente poveri minacciati e insicuri, più tenderemo a buttarci nel lato lungo formato dagli angoli più cattivi, la parte disfattista del liberalismo, la sfumatura dittatoriale dello stato etico. E questo è tanto più pericoloso, perché quel lato del ring sconfina in un burrone. Finisce male per tutti.

Se manteniamo però la consapevolezza di dover proteggere quanto più possibile del nostro funzionamento e del nostro benessere psicologico e civile, forse la metafora ci aiuta, a proteggerci come cittadini in questo momento e ad attivare delle risorse creative – proprio come  quelle delle famiglie che salvano dal collasso psicotico. Nella grande fatica che si profila all’orizzonte, stretti tra una crisi economica di cui non abbiamo memoria, e una minaccia sanitaria di cui non abbiamo esperienza, una cosa che ci può aiutare è recuperare un po’ di pensiero progettuale e politico, per tutelarci un po’ tutti, riconoscendo il gradiente totalitario o disfattista delle proposte che ci vengono fatte, disvelando sempre la misura politica, ma cercando anche di mantenere attivi i due angoli buoni del nostro ring, quello della protezione di altri che non siamo noi, del rispetto per le sue peculiarità, e quello dell’assunzione di responsabilità nei suoi confronti, nei confronti del suo benessere e della sua salute. In fondo l’azione politica è un po’ quel terreno in cui tutti ci candidiamo simultaneamente a essere i figli adolescenti di qualcuno  e che chiedono di essere rispettati, e i genitori illuminati di qualcun altro che ha bisogno di essere protetto .

Ogni promessa è debito

 

L’ultima volta in cui si erano incontrati, la donna aveva abbracciato l’uomo con un trasporto fuori programma, una sbavatura del contenimento formale, su cui poi entrambi avevano ragionato in modi diversi, separati i corpi, lontani dal luogo un po’ borioso – dove si erano trovati. Un presunto pranzo di lavoro.
Lui si era sentito percorrere da qualcosa dentro, la mano sul collo, dovrebbero avvertire prima quando vogliono salutarti toccandoti il collo – ed era un maschio dopo tutto, la cravatta la camicia, il completo, ma pur sempre un maschio che una donna sta stringendo a se prendendolo per la testa.

(Lei ci aveva pensato, non sono cose da farsi, eppure bisognerà far sapere che si sta in attesa di qualcosa, mi è capitato così per caso, che fortunata sono stata, la promessa di un bacio in un contratto di collaborazione, ci sarà un modo di sbottonare il cappotto e la giacca, come si può fare, non è cosa di parole, mi offri un caffè per favore? E poi come si continua.
Che cosa complicata il desiderio)

Lui ci aveva pensato precisamente il mattino dopo mettendosi la cravatta, era uno di questi che si mettono la cravatta, uno che vive un film del secolo scorso, e mettendo la cravatta si era trovato più gradevole del solito, pure facendosi la barba, ma questo anche perché la donna del ristorante, la candidata collega bisognerebbe dire, aveva detto – metà mondana metà melanconica sono contenta di rivederti, così aveva detto – rivederti! E l’uomo che avrebbe messo la cravatta si scoprì lusingato, non credeva di poter essere mai ricordato.
Lei aveva una camicia scollata.

(Alla stessa ora, lei contemplava la sottoveste, lei per la verità il secolo scorso lo cercava con dedizione, e coartazione. La sottoveste faceva parte di un programma di riti e assicurazioni contro la consolazione dei farmaci. Alla cura del contorno occhi, devolveva un valore apotropaico, al rossetto una funzione messianica. Nella sintassi della costruzione di un bacio, la donna organizzava una resistenza.
Lui aveva a un certo punto spiegato qualcosa di molto noioso, toccandole un braccio)

(qui)

 

 

Psicologia spicciola nella pandemia

A. INTRO: pandemia versus economia

Dunque da lunedì andiamo incontro verso un tentativo di graduale riapertura in cui si procede con molta incertezza e difficoltà. A questo senso di incertezza reagiamo ognuno con le proprie difese e risorse. Ci sono persone che si sentono maggiormente spaventate, persone che invece si sentono maggiormente irritate, persone che approfondiscono le loro competenze, persone che indugiano nel disfattismo. Poi ci sono le reazioni alle variabili materiali. In molti vedono la propria attività lavorativa messa in crisi, in una posizione cioè in cui il margine di profitto diventa nullo, o sparisce del tutto, e questo oggettivamente preoccupa molto o pone davanti a problemi materiali. In altri ancora interviene per me, un uso opportunistico delle preoccupazioni altrui – non sono pochi quelli, in queste ore, che stanno continuando a lavorare mettendo i dipendenti in cassa integrazione chiedendo di cioè di produrre come sempre, traendo i profitti di sempre, ma mettendo i dipendenti in condizioni peggiori. Non sarà il coronavirus – e questa è una delle mie preoccupazioni – a cambiare certe patologie nazionali. Altri – come è capitato di vedere nelle fasi acute della recessione economica – non vedono la sopravvivenza immediatamente minacciata, ma assistono a una consistente riduzione del proprio potere d’acquisto.

Insomma stiamo tutti insieme, ancora chiusi in casa, a scambiarci tra noi le nostre congetture, e a cercare di anticipare gli eventi, per vedere come cavarsela al meglio. Ci sentiamo un po’ stretti tra due minacce – da una parte quella del coronavirus, dall’altra quella del crollo economico – il quale poi, ha due versanti un timore sul proprio lavoro, sulle proprie possibilità di sostentamento, e l’altro che riguarda la tenuta collettiva, i comparti sociali. Personalmente, il che è particolarmente cupo, trovo che questa sia una falsa antinomia – determinata dalla tendenza a concentrarsi sui primi effetti immediati di entrambi i fuochi del problema: se ci sono tanti contagiati allora ci saranno tanti problemi (con il mito di – se ci sono pochi contagiati non ci saranno tanti problemi) se si ferma il lavoro adesso ho molti problemi (se non si ferma ne avremo molti di meno). E questi miti funzionano meglio al netto di una serie di vizi capitali di questo paese che rendono le iniziative anche virtuose sempre vane, perché quei vizi capitali – come cercherò di spiegare qui, tenderanno a vanificare le manovre precauzionali intermedie.

Le trappole di questa antinomia – si spiegano molto bene con un intervento che ha fatto Angela Merkel parlando ai tedeschi – dove spiega come il comportamento collettivo deve essere guidato dallo scopo di mantenere un tasso di contagio basso: ossia se R0 è uguale a 1 o sotto all’uno, si può continuare a navigare a vista (cioè non liberi – ma a vista, per esempio in Germania, scuole chiuse) ma se sale si deve ragionare in un altro modo, aumentando cioè le misure restrittive che incidono nell’attività economica. Questo discorso della Merkel aiuta a capire perché le misure prudenziali sono sensate in regioni Italiane che non sono la Lombardia o il Piemonte dal momento che fanno riferimento a una società dove la pandemia è più controllata. Il virus infatti non ha abbassato il suo tasso di contagiosità per una mutazione genica, né perché noi abbiamo trovato un antidoto, ma solo perché il lockdown ha funzionato. E se continua a imperversare in alcune zone – ospedali e case di riposo è anche perché di fatto, sono alcuni dei luoghi di aggregazione rimasti tali e aperti al pubblico, e luoghi dove poi vengono fatti regolari tamponi. Ma è l’aggregazione il problema, non questa o quella professione, questo o quel luogo.

Ora, seguitemi che faccio fatica pure io a seguire me stessa. Noi abbiamo un problema importante adesso di psicologia sociale. Quando Merkel dice, dobbiamo essere prudenti e non arroganti, perché camminiamo sul ghiaccio sottile, si riferisce esplicitamente al numero dei posti letto del sistema sanitario nazionale, spiegando per bene che se aumenta il ritmo di contagio, si saturano prima i posti letto delle terapie intensive. Io invece vorrei che noi ragionassimo sul fatto che quando sale il ritmo di contagio, e il numero di morti, i comportamenti a cui ci hanno costretti le leggi di Conte verranno dal basso, e lo stallo economico a cui Conte ha costretto potrebbe arrivare dai comportamenti dei singoli. Quello che voglio dire è: che se si alza di nuovo di molto il tasso di contagio: a voja ad aprire le frontiere, a mandare la gente al mare, o nei ristoranti, la gente non ci va. Se il titolare di una fabbrica costringe i suoi dipendenti ad andare a lavorare, con la pandemia che imperversa, e magari comincia un focolaio nella filiera, gli operai si incazzano. L’enorme contributo del lavoro al nero e retribuito in maniera ridicola, ma che contribuisce in maniera determinante su quello che noi consumiamo diciamo nel nostro mondo legale e apollineo – si sfalda. E siccome – questo bisognerà pur dirlo – la tassazione per i datori di lavoro in Italia è improba – questa crisi del lavoro nero, porterà al collasso di altrettante attività. Quello che voglio dire è che, le manovre restrittive di Conte – così come di altre dirigenze pubbliche sono reazioni di psicologia sociale che evocano molto di quello che capiterebbe senza una direttiva dall’alto, in un regime di caos. Quello che voglio dire, molto antipaticamente è ricordiamoci tutti: la lotta alla pandemia è più importante della lotta per l’economia. Non perché non sia gravissima la crisi economica o prioritaria. Ma perché nell’ordine del potere sulle cose: la pandemia alimenta la crisi economica molto più rapidamente ed efficacemente dell’inverso – perché il virus attaccando i corpi, attacca i comportamenti economici. I comportamenti economici purtroppo allo stato attuale delle conoscenze, hanno meno potere sul virus.

 

B. TRE VERTICI

Quindi la domanda che ci si deve porre è – come facciamo a proteggere il nostro italico ghiaccio sottile? Su cosa possiamo contare? Che cosa possiamo tenere a mente? Io qui propongo tre vertici di osservazione.

  1. Vertice scientifico

Da un punto di vista scientifico, noi dobbiamo tenere in considerazione le cose che sappiamo, e le cose che non sappiamo. E in primo luogo finirla di protestare perché la scienza non ha una risposta immediata. Il sapere scientifico si costruisce per gradi, per dibattiti, per tentativi, per personalismi, per tempi tecnici, per itinerari sperimentali, per itinerari di conferme. La scienza ha bisogno di tempo, e la prima cosa da fare è dare per scontato che questo tempo va abitato. Questa cosa andrebbe comunicata chiaramente dalla leadership, però io credo che le aree più istruite della popolazione, dovrebbero fare lo sforzo – nel loro ruolo nel loro piccolo stare quotidiano – di rendere evidente questa cosa divulgarla, e mostrare che si può tollerare. Protestare contro la mancata risposta immediata vuol dire mettersi immediatamente in una posizione regressiva di attesa, che fa sottostimare le possibilità creative di azione in ognuno di noi. Stacce è così, fai prima al momento a pensare che il vaccino non ci sarà.
Sempre da un punto di vista scientifico, sappiamo alcune cose che contrastano il contagio: e in primo luogo sono il distanziamento sociale, e il mantenere le mani pulite. Noi non siamo stati a casa perché ce l’hanno imposto semplicemente. Noi siamo in casa per fare un massivo distanziamento sociale che faccia retrocedere il virus. Quando si aprirà dobbiamo in primo luogo portare il lockdown con noi, quando è possibile per come è possibile, perché questo è un modo di proteggere la nostra salute, e sulla lunga durata (questo è ostico) la nostra economia. Questa norma va interiorizzata in tutti modi, e bisogna avere l’ardire di rivendicarla tutte le volte che un datore di lavoro ci dovesse chiedere di aggirarla.

Sarebbe certamente intelligente, da parte dello Stato – non solo calmierare e distribuire le mascherine, ma trovare il modo rendere accessibili, i tamponi o i test degli anticorpi, per un uso pratico all’interno della vita civile. Ammetto però di non avere ancora chiari quali sono i motivi per cui in Italia si fanno pochi tamponi, e sia così complicato per le persone che ne fanno richiesta ottenerne uno. Questa difficoltà ha esiti pratici molto gravi, ma anche quelli psicologici non sono da sottovalutare. La mancanza di tamponi rinforza – comprensibilmente – nei cittadini, la sensazione di navigare al buio, di essere in una indeterminatezza totale, in qualche caso le persone si sentiranno spiaggiate e abbandonate (e forse non del tutto a torto) perché avvertono dei sintomi per i quali è fornita una diagnosi congetturale. E tutto questo, nel parlare fitto tra persone di questi giorni, alimenterà comportamenti irresponsabili, abbandono delle norme, socializzazione di attività che vanno in direzione ostinata e contraria al mantenimento dell’ordine pubblico.

 

  1. Vertice dello Stato.
    Se pensiamo infatti a quale è l’interesse dello Stato – torniamo da Angela Merkel e capiamo che l’interesse dello stato è – mantenere R0 < 1 cioè una contagiosità del virus per cui ogni contagiato ne contagia al massimo un altro, e allo stesso tempo mantenerlo facendo ripartire comportamenti sociali e attività produttive. Ci sono moltissime cose che lo Stato può fare, e sulla maggior parte di queste cose io non posso dire niente perché non ne ho le competenze. Quello che posso dire, è quali sono le cose che possono essere fatte per non alimentare stati psicologici che esitino in comportamenti controproducenti per i singoli e per la collettività.

Una serie di strumenti – i tamponi, i test sierologici, sono anche messaggi di contenimento che è di aiuto alla popolazione.
In secondo luogo una comunicazione assertiva – più assertiva per me, e anche dettagliata, più dettagliata, dello stato attuale dell’arte. Mi accorgo che a ogni conferenza stampa di Conte – un mezzo che io ho trovato congruo in questo momento – le allusioni alla commissione tecnica sono poche e confusive, e anche quando ho ascoltato le conferenze stampa di Borrelli, non ho assistito mai a una informazione limpida sul perché della precarietà dello stato dell’arte. E sulla razio economica della necessità di un controllo del coefficiente di contagio.
In terzo luogo, sarebbe intelligente credo – ma forse entro in un campo che non mi compete – cominciare a giocare di anticipo sulle gravi difficoltà economica che implicano le manovre preventive alla stragrande maggioranza delle attività – perché i soldi si fanno con i numeri di soggetti, che lavorano e che consumano, grandi numeri abbattono i costi, pochi numeri alzano i costi.   E quindi sono molte le attività che entreranno in grande difficoltà a costi abbattuti- che senso ha per un ristorante tenere aperto servendo pochi tavoli? Quando le utenze sono le stesse, i fornelli sono gli stessi? E per una compagnia aerea? E per un banco di ortofrutta? E quanto una azienda che produce un certo bene, riesce a mantenere tutta la baracca che riguarda quella parte della filiera produttiva, se le richieste di distanziamento sono destinate a abbassare drasticamente la media dei pezzi finiti da immettere sul mercato? Quindi, quello che immagino debba essere incentivato – è la suddivisone spaziale delle attività e l’incoraggiamento delle consegne domiciliari. Sono cose che non mi competono – non so bene come si potrebbe fare, Ma penso che la questione riguardi moltissimo per esempio la dotazione degli spazi, e la possibilità di parcellizzare le attività oltre che incoraggiare con strumenti economici forme di lavoro sostenibili. Quello che posso dire, è che nella gestione dei gruppi, la collettività reagisce alla sensazione di essere pensata, di essere iscritta in un processo, diventa meno irrequeieta quando vede che c’è un pensiero politico che intercetta le domande che si pone. E’ il segreto delle grandi leadership carismatiche, e con un certo cinismo dico, si certi storici dispotismi. E’ quella cosa che manca storicamente alla sinistra è che è nel dna della storia politica di destra: avere l’ardire di intercettare dei bisogni e proporre delle soluzioni ideologicamente determinate. Quello che sta facendo sentire la cittadinanza allo sbando, è la percezione di una politica debole, bucherellata, annacquata. Proprio nella situazione di emergenza che – come ho scritto altrove – scatena proiezioni genitoriali sulla classe politica governativa, i cittadini si trovano a viversi dei genitori che i medici li ascoltano ma non sanno dirti esattamente cosa consigliano, hanno un’idea di compito di dovere e di libertà che però è confusiva e instabile, ricattabile dai pareri della zia arrogante. Questa cosa genera reazioni regressive.

 

3. VERTICE DEI SINGOLI

  1. Accettare come dato costituito del panorama: dover convivere con il covid, dover aspettare delle soluzioni scientifiche che arriveranno con lentezza, dover sopportare delle restrizioni nel comportamento come un dato di fatto. Poi è cosa buona e giusta approfondire tutte queste cose, e anche magari muoversi per modificarle. Un medico che nella sua esperienza ha incontrato un farmaco che elude la terapia intensiva fa bene a informare, facciamo bene noi a cercare di procurarci il farmaco, facciamo bene tutti a chiedere che sia iscritto in un protocollo di cura da fornire ai medici di base. Facciamo anche bene a segnalare delle cose che ci rendono la vita impraticabile – ma psicologicamente, accettare lo status quo da adulti, anziché da figli deprivati ci aiuta a trovare delle risorse per fronteggiare i grandi problemi materiali che ci si pongono davanti. Per esempio organizzare un’attività economica nel caso in cui la pandemia abbia reso impossibile quella che prima ci sosteneva. Diamo per scontato il casino e muoviamoci dentro. Potremmo inventare delle cose. Potremmo trovare soluzioni che altrimenti ci sono negate.
  2. Bisogna anche fare un pensiero molto molto approfondito sulle nostre priorità, e sui valori che organizzano i nostri assetti esistenziali – come soggetti ma anche come microcosmi relazionali – famiglie coppie forme di convivenza – con un occhio particolarmente attento alle coppie eterosessuali con figli, perché se c’è una cosa su cui questa pandemia ha messo il dito erano le diverse organizzazioni dei ruoli di genere e la gestione della prole, e credo che la gestione dei bambini aumenti di molto le difficoltà. C’è proprio un pensiero da fare, dove è possibile, dove c’è margine di manovra su come pensarsi come famiglia e su cosa si vuole per il meglio per se. C’è proprio un pensiero da fare dal basso, pensando a uno status quo dato per scontato, entro cui muoversi.
  3. Poi adesso dirò una cosa, cercherò di dirla per bene. C’è una soglia che riguarda molti per cui la pandemia ha messo in crisi la sussistenza. Questo punto non riguarda loro, perché la sussistenza è una priorità assodata e non c’è molto da dire.
    Dopo la sussistenza però la pandemia intacca la qualità di vita, per cui si sopravvive certo ma a livelli diversi con una qualità più bassa di prima: si contraggono gli introiti, si devono ridurre i consumi, a diverse altezze. Qualcuno prima comprava magliette da zara a 8 euro, qualcuno a 80 da un’altra parte, entrambi potrebbero dover rinunciare a beni secondari, che intessono la nostra qualità di vita di paese occidentale ricco anche a redditi medio bassi. Diversamente da altri, io non ho mai condiviso le rampogne sul consumismo su base psicologica – perché ho amato nella vita cercare le cose belle e non sarò così ipocrita da non pensare che sia bello che lo facciano anche altri a tutte le altezze di classe, secondo la loro estetica. Anzi lo trovo salubre per molti aspetti. Caso mai, la questione intacca un piano etico o politico, ma non ho mai condiviso la balla per cui ah il consumismo orrore. Tuttavia questo complemento oggetto ora ci potrebbe essere precluso. Dobbiamo darlo per scontato. Quelle cose che ci piaceva acquisire perché ci esprimevano, tridimensionalizzavano fuori da noi, la nostra identità, non possiamo permettercele come prima, o affatto. Io penso che l’acquisto di beni abbia molto a che fare con l’espressione di identità, e la rappresentazione di se, a tutte le altezze per questo sono meno ostile al consumismo di altri. Allora arriva il momento di dirsi, bene è così, sti cazzi, stamoce. Io cosa altro sono, oltre quello che compro? Cosa posso fare con quello che ho? Come posso materializzare l’idea di bello per me? Senza spendere i soldi che non ho più? Che posso fare di questa mia casa per renderla più piacevole? Di questa tavola? Di questo mio mondo privato? Meno pensiamo a quello che ci spetta e che ci viene tolto, più mettiamo l’accento sull’io e sulle nostre risorse.
    Daje, passerà.

Scuola forse caso mai

 

Premessa.

Il presidente del consiglio Conte, ha già fatto sapere che le scuole riapriranno a settembre, mentre da parte sua la ministra Azzolina ha fatto sapere che non prevede turnazioni tra gli studenti, e non sembra escludere un possibile rientro nuovamente affidato all’apprendimento a distanza – poi pare abbia nominato una commissione di persone competenti che decida come fare le cose al meglio – il che bisogna dire ci getta di già nello sconforto dal momento che – ingenuamente – credevamo che nei ministeri ci lavorassero le persone competenti. Invece si vede di no.
Comunque il problema è come sappiamo, che le scuole sono state chiuse i primi di marzo a causa dell’epidemia da corona virus, come misura precauzionale per evitare un dilagare dell’epidemia. I più piccoli infatti sono quelli che presentano più frequentemente sintomatologie lievi o del tutto assenti, ma ciò non toglie che siano tra i soggetti più capaci di distribuire il contagio. I più piccoli sono inoltre portati ad aggregarsi, a stare insieme e anche a fare resistenza per le più svariate ragioni, alla imposizione di regole, per cui la decisione, almeno a me, è parsa sostanzialmente sensata. Si contavano moltissimi morti al giorno – soprattutto in certe regioni, ma bisognava anche proteggere le regioni con pochi contagi. I molti morti al giorno sono stati infatti – e sono purtroppo a tutt’oggi, concentrati nelle zone dove il sistema sanitario è più funzionante e con un maggior numero di presidi. Cosa sarebbe successo se avessimo avuto i numeri della Lombardia in Campania o in Puglia? Il lockdown scuole incluse ha avuto una profonda ragion d’essere epidemiologica e credo che abbia funzionato persino in regioni dove la situazione sembra ancora fuori controllo.

Ora comunque ci si trova a dibattere sull’apertura della scuola – alcuni paesi non hanno mai chiuso le scuole – come Svezia Germania e Olanda, altri hanno già aperto come la Danimarca-, altri apriranno a breve come l’11 maggio la Francia. Noi apriremo forse a settembre, ma quel che appare inquietante è un certo aroma probabilistico sull’argomento, una progettualità nebulosa e un dibattito pubblico sconfortante quanto la commissione ministeriale che nomina una commissione ministeriale che forse magari chi lo vieta, nomina un’altra commissione ministeriale.

Il fatto è che la pandemia e la scuola sono, due grandi pettini su cui si inceppano una serie di nodi politici e sociali del paese, talmente tanti, che ci sentiamo disorientati e temiamo, con sbigottimento che in questo groviglio di questioni pregresse irrisolte e arretrate, non ne caveremo le gambe. Siamo infatti nella curiosa situazione di avere un’epidemia a due velocità diverse, dove le regioni più in difficoltà sono quelle più produttive – con maggior ascendente politico sul governo, e che forniscono carburante ricattatorio a confindustria. Regioni in cui i vertici politici per questa vocazione produttiva insistono a volere fare esattamente quello che non dovrebbero cioè riaprire tutto subito, mettendo in pericolo la cittadinanza (il che spiega molte cose, qualora ce ne fosse bisogno) esse mal tollerano l’idea che il governo stabilisca riaperture diverse a seconda della quantità di contagi e di decessi. Dunque queste regioni impongono a tutti una riapertura delle zone produttive, e quindi per controbilanciare il rientro, si posticipa quello delle scuole. Quello che io sospetto è cioè che se non ci fosse il disastro della Lombardia, forse anche l’Italia arriverebbe a pensare di far tornare i bambini a scuola a metà maggio. Per i numeri di regioni come il Lazio, o la Sicilia, forse si potrebbe pensare a qualcosa di diverso, mentre far tornare ai banchi di scuola i bambini di Bergamo o Brescia in questo momento potrebbe essere davvero ancora pericoloso per la comunità. Ma non si fa, perché il governo non ha una linea progettuale forte, non l’aveva prima della pandemia non ce l’ha adesso, naviga a vista, nomina commissioni in mancanza di meglio, abdica completamente cioè a tutto ciò che c’è di inevitabilmente politico in ogni processo decisionale. Spera cioè di cavarsela colla techne. Ma non sente dentro di se un’idea di giusto di importante per la collettività abbastanza forte da poter fare la voce grossa con i ras delle amministrazioni regionali.

D’altra parte la scuola è quel comparto che in Italia, governi di ogni colore e caratura hanno simultaneamente usato come specchietto per le allodole di presunte vocazioni identitarie e come landa di saccheggio per un deficit irrecuperabile, per cui ad ogni governo c’è stata una riforma più di facciata che di sostanza, nella più totale ipocrisia perché nessuna di queste riforme ha riservato alla scuola centralità prestigio, e investimento pubblico. Gli insegnanti scarseggiano, sono mal pagati, si arriva a situazioni con famiglie che devono provvedere alla carta igenica o ai gessi per la lavagna, figuriamoci il materiale didattico, ma che ridere l’informatizzazione,e quindi l pandemia arriva in una situazione emergenziale, di edifici spesso fatiscenti, di personale scarso, figuriamoci se ci sono le risorse per fare per esempio degli ingressi alternati, delle classi dimezzate e moltiplicate. Andrebbe proposto un investimento adesso – sarebbe intelligente, ma ci vorrebbe – di nuovo – quel muscolo politico e diciamo la parola sacrilega – ideologico, che manca completamente.

E d’altra parte ancora manca la volontà perché sulla funzione della scuola, va detto non solo nella leadership politica ma anche tra i cittadini, gira molta ipocrisia e molta confusione e molta retorica. Ci si concentra astrattamente sui diritti dei minori, ma si elude completamente il ruolo che la scuola materialmente svolge nel contesto economico e sociale in cui siamo calati. L’elusione di questo tema, passa da una implicita retorica maschilista con tutta una serie di interessanti cascami nel discorso pubblico, come per esempio la formula punitiva della scuola come parcheggio per i figli – ne abbiamo già avuto esperienza tutte le volte che si è affrontato il dibattito sulle vacanze estive che in Italia durano di più che nel resto del mondo, che magari ha un calendario scolastico inframezzato da più brevi vacanze durante l’anno, ma le famiglie non si ritrovano con i figli sul groppone per tre mesi di fila. In quelle circostanze, quando un disgraziata commessa con marito operaio dice, io dove metto i figli – ma anche una disgraziata lbera professionista con marito dirigente dice dove metto i figli, perché la materna arriva al 30 giugno e le elementari al 5 scatta sempre la risposta che la scuola non è un parcheggio. Si annulla da tempo cioè invece l’evidente questione per cui in una organizzazione civile dove i genitori lavorano entrambi la scuola è quell’ente che tiene i figli facendo la formazione mentre i genitori vanno a lavorare. Senza questo ente, per una coppia pagare da mangiare e pagare un affitto potrebbe essere insostenibile.

La questione ha molto a che fare con il sessismo del paese, un’idea confusa del lavoro delle donne, che spesso è ineludibile per questioni economiche inderogabili, ma che altrettanto spesso non è riconosciuto. Come se non esistesse, come se non ci fosse una necessità. Se ora c’è la pandemia, si dice con disinvoltura i figli stanno a casa, perché ci penseranno le madri. In verità le madri non sanno che fare, perché diversamente dal solito mentre lavorano non possono chiamare le nonne che si mettono in un grave pericolo da coronavirus, ma manco le colf – ad averci i soldi – perché quelle essendo madri anche loro non possono andare a lavorare.

Ma la questione del sessismo – che non ho mai visto tornare trionfante come in quest’anno dove dalle conferenze stampa di Borrelli agli amati fratelli di propaganda live le uniche signore sono delle poverette che fanno dei segni ogni tanto – riguarda la scuola anche da un altro punto di vista. Perché in fondo, giacché questo è un paese approdato al capitalismo avanzato più in fretta di quanto la sua cultura rurale e retriva potesse permettersi, l’educazione dei figli, la psicologia dei ragazzi, i bisogni dei minori, sono cose de femmine, cosette di poca importanza, salvo pochi elementi – riconosco questo merito a Galli della Loggia, con cui non sono d’accordo quasi mai – il tema dell’educazione è molto raramente avvertito come tema collettivo, anche virile, della costruzione di una cittadinanza, della costruzione di uno strumentazione di bordo per edificare gli elettori di domani, i lavoratori del futuro. E solo ora molti giornalisti e commentatori si svegliano e gridano all’allarme. Perché la pandemia ha messo l’indice sulle nostre contraddizioni già in merito al sistema sanitario, ora lo mette sul sistema dell’istruzione. Entrambi settori di cura, entrambi voci importanti del welfare, entrambi elementi dirimenti della funzione pubblica, eppure maltrattati rispetto all’idea antiquata e superata di una società maschile che si deve occupare esclusivamente di quattrini e potere.

Sleep Safe and Warm

Buona notte all’uomo che non dorme con la testa sul palmo della mano, gli occhi aperti sui sogni che non si fanno sognare, i figli che ancora non ha ed è arrivato il tempo di avere. La compagna gli sfiora la curva della fronte e del naso, lui le sorride ma lei non può vederlo, la giornata è stata piena di inedia, di pareti, di divani troppo caldi. Forse domani farà in tempo.

Buona notte agli sposi persi nell’afrore di una lite, buona notte alle luci ancora accese che ne riorganizzano l’uggia sui volti, alle loro mani che mettono in ordine le cose in ordine. Buona notte alla voce dei due che per prima si infilerà nella riga gialla vicino allo stipite, alle serrande che verranno abbassate, alle pile di bollette di nuovo ordinate. (Buona notte ai loro bambini, che giacciono con le braccia spalancate e la bocca aperta. Buona notte anche agli orsi rovinati caduti ai piedi del letto, alle bambole senza una gamba).

Buona notte all’amante che non ci siamo potuti permettere, che splendente si guarda nello specchio della sera, un po’ rimirandosi un po’ prendendosi in giro. Buona notte alle mani che se ne allisciano il mento, a dire il vero rovinate dal fumo, buona notte ai suoi capelli lisci e spessi, agli occhiali lasciati sulla lavatrice accanto al lavandino .
(Buona notte all’umile onta che ebbe il suo senso estetico, quando arrivò questa lavatrice, e non ci fu altro posto che vicino al lavandino, a incrinare il suo fascino, con quell’aspetto materiale inderogabile e modesto.)
Buona notte al senso dell’umorismo che sempre deve avere un amore proibito

Buona notte infine, ai gatti e ai cani e bisognerà citare anche certi conigli nani, che fanno da guardiani alle passioni di questi vecchi, che leggono nel pensiero alle signore quando scrivono colla mente – falsi ragionamenti sul pudore. Buona notte alle code nervose che sbattono sulla credenza, ai baffi che si cambiano colla bella stagione. Buona notte alle ciotole nell’angolo della cucina, alle poltrone rovinate e perdonate. Buona notte alle bestie che ci proteggono e ci somigliano.

(qui)

Caro Luigi -un anello

 

 

 

Caro Luigi, non lo so cosa vedi dal cielo.
Forse che mi sono dimenticata di sentire la tua mancanza, e mi sono lasciata invischiare in un inverno privato e minimale, a cercare di risolvere questioni vecchie – vecchie il tempo che ci siamo conosciuti, e ho dovuto dirmi, in questo inverno di conteggi, che non c’eri, perché non t’avrei potuto telefonare, non m’avresti risposto. Ora che mi sono rassegnata a sopportare errori che mi rimangono aperti, e che comunque mi sono stati vitali e necessari, che me li tengo dentro così, e pazienza, ora che sto a casa con le cose che ho azzeccato, le strade giuste, sono fortunata, mi manchi il doppio.
(Ho fatto molti sogni questo inverno. Dicono di non buttare via tutto.)

Ero in uno spicchio di sole che entrava dal vetro per esempio, stavo come la tua gatta nera sul tavolo di legno, sai quando si radunava dentro se stessa, per non avere neanche un pezzo di coda che cada nell’ombra, in una lotta cinica ed estrema per il bicchiere mezzo pieno, mentre fuori infuria una primavera che nessuno si può godere. Nessun gatto Luigi a salire sugli alberi, nessun bacio fuori programma in angoli clandestini.
Comunque – ecco me ne stavo così e pensavo a quando sono corsa al tuo funerale e al pomeriggio che seguì. (Cioè il fatto è, che mi manchi in questi giorni in cui, noi si lavora molto, il cuore si deve allargare per forza, le case piccole dei nostri pazienti si riempiono dei loro dolori – anche loro hanno i loro errori di cui devono imparare a non pentirsi- che poi, cosa mai avremo da insegnare noi su questo tema.
Non ti ho mai sognato, me ne dispiace).

In quel pomeriggio stetti insieme ad altre donne, tue nipoti. Ero l’unica non nipote.   Eravamo quattro mi pare. Furono gentili e affettuose, e parlarono di te. Vidi il tuo modo di voler bene sulle loro vite, non esattamente il tuo modo di volerne a me, piuttosto il tuo modo di teorizzarne con me. Io ero un corpo estraneo, e parzialmente frainteso – in rappresentanza si disse, della mia famiglia. Non sentivo molto invece questa cosa della famiglia, ammetto. Tu e mia madre, non vi siete mai capiti neanche blandamente, tu e mio padre manco ci provavate. Siete stati a volte nelle stesse stanze, uniti dall’unico meraviglioso domatore di leoni, che era tua moglie.

Comunque dicevo fu un pomeriggio dolce, ognuna di queste tue nipoti si teneva stretto un filo e ne faceva un’atmosfera. Erano sicure del tuo sguardo, erano al caldo di qualcosa che è anteriore alle cose che si fanno, erano al caldo di un attributo dell’anima ecco, e e mi è venuto da pensare, questo calore devono aver sentito le donne che hai amato, i pazienti che hai avuto. E forse anche gli errori che hai fatto. Quell’attributo dell’anima è un’energia costosa per noi.
(Ecco dicevo, di cosa avrei voluto parlarti in questi lunghi pomeriggi . Stai bene e guardaci tutti .)

 

(qui)