Un ricordo

 

La terza volta che andai a Parigi, fu nel 1995, e fu con i miei genitori, a ridosso della fine di un amore grande quanto modesto. Mi portarono forse per consolarmi, ma mia madre voleva andare anche a trovare la sua cara amica Liana – un tempo rossa, aristocratica e fascinosa, ma all’epoca già malata, sull’orlo della sconfitta. (Devo portare i golf rosa pallido, le diceva con disappunto, come se i colori delicati, e la cipria, quanto di più incongruo per la sua natura di broccati, e velluti pesanti, fossero l’ultimo baluardo di resistenza alla morte, o anche, lo strenuo tentativo di rimanere eleganti -sofisticate -degne) .
Era inverno, la città era bianca e splendente, la mia amicizia con lei doveva ancora arrivare. Facevo foto alle seggiole sul ghiaccio dei giardini di Lussemburgo, constatavo il pallore della tristezza poco appassionata. Sorridevo davanti ai corridoi di palazzi olimpici. Tutta quella retorica mi faceva provare la nostalgia di una nostalgia mai provata.
(La questione dei grandi amori mancati)

L’albergo era vicino alla casa dell’amica di mia madre, che per la verità conoscevo pochissimo. Aveva vissuto con mia madre quando ancora studiavano. Era stata un animale intrigante e bizzarro, dominante e sofisticato. Era sposata con un grande analista, e non avevano avuto figli – come avrei saputo più tardi, lei non ne aveva mai voluti. Il grande psicoanalista, per me all’epoca era qualcosa di prossimo a un vecchio, ma anche quel tipo di adulto, di uomo, di signore, che vive nel mondo confuso di cose non interessanti e sconosciute – avevo un’idea confusa anche del suo lavoro – e al primo pranzo a casa loro, mi parve che parlassero in toni e mondi e parole che in nulla avevano a che vedere con me, e che anzi mi escludessero, lui Liana, mia madre e mio padre. Il primo pranzo mi divisi, ricordo, tra la pena per lei, così lontana dalla sua identità, così erosa, e una noia vergognosa e non pronunciabile.
(Li sentii dei vecchi senza figli. Lui in particolare)

Ma la seconda volta che andammo a pranzo con loro – a cena non si poteva, lei si stancava presto, raccontai che nel ristorante di un museo, mi avevano rubato la borsa.
Allora il marito di Liana, Luigi, il vecchio che si occupava di cose da vecchio mi guardò con estremo interesse. Mi chiese, ma dimmi cosa c’era. E io gli dissi che c’era il mio portafoglio, la macchina fotografica e un diario, perché ho sempre avuto un gran bisogno di scrivere.
Fu molto allarmato. Il diario! Disse guardandomi negli occhi- Il diario! Ma che cosa terribile, E’ una cosa terribile.

Fu un momento magico, e non so dire bene perché. Quello che scrivevo mi pareva illegittimamente importante per me, e legittimamente inutile per gli altri, e pensavo che il ladro avrebbe cercato i soldi, e buttato il resto – era una borsa di poco conto. E invece questo vecchio che poi tanto vecchio ancora non era, diceva con gli occhi e con tutto, è una cosa importantissima! Veramente!
(Lo disse con questo trasporto fuori luogo, che parlava dell’amicizia a venire, perché passata ancora non c’era.)

E poi alla fine del secondo pranzo, dopo aver parlato con mia madre della salute di sua moglie – la sua adorata moglie, come avrei saputo dopo– fece questa cosa per me allora incredibile. Mi diede la sua carta di credito, aurea e scintillante, a me che avevo vent’anni e non mi conosceva per niente, e mi disse. Compra la borsa più bella che c’è, la più adatta a te, quella che ti piace di più e non voglio sapere quanto spendi. Te la regalo io. Vai da sola e comprala.

(La possiedo ancora, e forse dovrei cominciare a usarla. E’ una valigetta marrone, di un negozio molto bello. Ho paura che si rovini. Forse la dovrei portare a studio, e tenermela li vicino, mentre lavoro, mentre faccio il suo lavoro. Non cominciammo a chiacchierare subito. Ero troppo giovane. Diventammo davvero amici, qualche anno dopo, all’inizio perché non stavo bene io, e ne parlai con lui, poi perché volevo fare il suo mestiere, poi perché cominciavo a farlo, poi per lui anche, per la sua vita che se ne era andata, per le figlie che non aveva avuto. Mi manca come mancano queste persone che hanno occupato un posto non grande nella vita, ma l’hanno fatto in un modo tale, per cui non ci sono sostituzioni né riassorbimenti. Quell’andarsene che lascia i bordi del vuoto come bruciati)

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Lettera dal 1914

 

Considerando le furiose reazioni che ha suscitato la lettera delle donne francesi in merito al Metoo, tutto sommato mi sento piuttosto soddisfatta. La lettera è una elegante prolusione dai mondi del passato, l’elegia della sempre perfettamente abbinata tradizione francese che ha da sempre estetizzato – dall’amor cortese alla nouvelle vague – il gioco dei sessi e il presunto charme dell’eterno femminino. Alcune firmatarie sono celebri. Deneuve sulla questione dell’eterno femminino ci ha costruito una pregevole carriera, la Millet ci fece un best seller in declinazione sporcacciona, e anzi in una intervista recente, s’è trovata anche a dichiarare che insomma, considerando le sue esperienze d’orgia con uomini poco attraenti, tutte ‘ste lagne per lo stupro mica le capiva tanto. Inoltre c’è la Chiche, una psicoanalista che evidentemente si ritroverà imparentata con tutta la teoresi del desiderio, del femminile come oggetto del desiderio e di tutte le grammatiche radical chic a cui si presta la psicoanalisi, quando ha poco esercizio col servizio pubblico e con i cambiamenti sociali ed endopsichici della sua utenza.

Ho trovato la lettera vecchia e sfasata. La difesa di un vecchio mondo elegante che non sa capire dove c’è una domanda di cambiamento sociale nelle regole del gioco, o forse dovremmo dire dei giochi, quello dell’eros e quello del potere, e che non ha i mezzi per cogliere – anche se la saggezza dell’età raggiunta dovrebbe poterli vantare – il senso delle diverse denunce convogliate dal caso Weinstein. La lettera è infatti coerente alla sintassi di un mondo che evidentemente molte persone non vogliono più, e che è quello delle nonne europee e borghesi. Ci sono le belle signore che come missione psichica hanno il narcisismo delle rose e del saggio di Freud del 1914, secondo cui una donna deve come prima cosa, per la sua intima felicità e quella dell’altro, pensarsi come stupenda e attraente, in modo che l’altro veda la rosa che lui non è – e la colga. Questa stessa donna è quella che a un certo punto intuisce che esser rose è bello, ma dirigenti di comparto in un’industria alimentare forse è meglio, ma non potendo avere per costituzione il mezzo per diventare dirigente – ah il complesso di castrazione! – ripiegherebbe sul fare un figlio, che è tanto una bella soddisfazione. In alternativa, siccome fare la rosa è più bello che diventare un’ortensia affettuosa e casalinga, ci si intratterrebbe sulla soglia tra ruoli di appetibile bella di giorno, o  di domatrice  di plurimi simultanei & sbarazzini amanti dei salottini.
Ora niente in contrario – se son vite felici, son vite bellissime. L’Europa sarebbe meno adorabile senza L’ultimo metrò, e meno divertente senza la smandrappata vita di Caterina M. –  ma queste vite non sono La Vita, e non possono più sperare di rubricare sotto la propria scala di valori le vicende di un mondo che percorre altre strade.

La lettera cade dopo una serie di dichiarazioni e denunce che hanno sfondi diversi e un unico elemento in comune: ossia il problema della soggettività femminile rispetto al maschile quando si avvantaggia di una sperequazione di potere – il che, purtroppo, avviene troppo spesso. Il caso Weinstein, il metoo e tutte le diverse declinazioni nazionali hanno messo in luce non solo il desiderio di un cambiamento sociale, ma il fatto che c’è già stato un cambiamento endopsichico. Il cambiamento riguarda una serie di nuovi modi del femminile (nuovi relativamente eh) di relazionarsi al maschile e di pensarsi con l’altro. Quando per esempio questo femminile è sul luogo di lavoro, oggi, anche se si candida per interpretare la pantera, la damina, la femmina attraente, non ha sempre in primo luogo l’urgenza di essere letta come oggetto narcisistico del desiderio sessuale – ergo, la parte che trovo decisamente grave e colpevole di quella lettera – politicamente in riferimento alle professioniste che la firmano – scientificamente in riferimento alla collega che si fa promotrice – è l’occultamento del problema del ricatto sessuale sul luogo di lavoro.   Reagire al metoo rivendicando il selvaggio dovere dell’eros, eludendo le numerosissime denunce di donne che o hanno avuto un posto perché hanno ceduto a una richiesta o hanno perso un posto perché si sono opposte, vuol dire sostenere che nella salubrità della psiche umana l’imposizione di potere erotico, che prescinde dall’attrazione, è normale. L’impossibilità di contenimento a fronte della risposta relazionale dell’altro non è diagnosticabile. E questa, scusatemi psicologicamente, dolente per la Chichè – è un’idiozia.

La verità è che eros violento e selvaggio, non è stato mai. Lo è per i cani barboncini e gli animaletti della foresta, ma l’eros è sempre stato cinicamente liberato e imbrogliato dal potere, dalle logiche, dalle subordinazioni ad altre funzioni psichiche a cui l’identità dei soggetti è subordinati. La contessa, se la scopano nei romanzi: nella realtà si azzardano ben pochi. E’ bello che ogni tanto lo sia, è letterario è vitale ma allo stesso tempo a volte è mortale, patologico e masochistico. Piuttosto le stanze degli analisti, come sanno di solito gli analisti – pure da parquet in mogano, sono piene di uomini affranti dell’uso che il loro inconscio fa del desiderio.  Qui si potrebbero scrivere fiumi interi, e gli esempi e le storie cliniche sono infiniti –  ma se un uomo si scopa dieci donne al giorno e fa perdere il lavoro a qualcuna di loro, il problema non è mica l’anarchia del desiderio ma la storia psichica del suo rapporto con il femminile che gli fa accedere a un godimento pubblicitario e iconografico quanto dimezzato – oltre che comportarsi in maniera non erotica ma sadica verso la partner di turno. Parimenti, la signorina che si intesta una comparizione in un film n virtù di una squisita fellazio con un signore che  non l’aggrada per niente, forse dovrebbe lavorare sullo stato dell’arte non solo del suo rapporto con il maschile e con i padri, il cui sguardo può essere ottenuto dolorosamente solo se li si prende per le palle, ma dovrebbe anche  approfondire lo stato di coma in cui versa il suo narcisismo benigno, se per pubblicizzare una buona recitazione deve garantire un pompino. Perchè appunto, almeno in una prospettiva analitica, eros non è selvaggio – eros è la moneta psichica delle nostre vicende relazionali passate e del nostro modo di giocarsi quelle presenti.

Infine, banalmente, tutte queste cose, sono curiosamente ovattate anche da una prospettiva di classe, che nell’elegiaca celebrazione dell’eleganza dell’erotismo (si parla di eros per dire, mica di porno che è molto più cheap Mon Dieu) non ha cognizione delle ricadute sulle signore qualsiasi, che, in provincia, o si tengono la mano sul culo o si giocano il posto di barista per mantenere una famiglia da madre separata.

esperienze traumatiche atteggiamenti ermeneutici

 

Premessa.
Questo post prende le mosse da un libro molto bello e interessante – si tratta di Trauma e Perdono, di Clara Mucci, uscito per i tipi di Raffaello Cortina. Mi è servito: mi ha aiutata a mettere ordine nelle cose che so, ad aggiunge conoscenze e infine ci ho ho fortemente discusso. Queste cose – conoscenze nuove, ordine delle conoscenze vecchie, discussioni e diverbi interiori con le tesi esposte, sono per me gli ingredienti fondamentali di un testo di clinica – mi sono trovata a controargomentare internamente il perché di certe mie convinzioni che a mia volta avevo espresso nel mio libro sulle psicoterapie. Nel complesso quindi mi pare un testo utile.

Per gli psicoanalisti, e in generale per tutti gli psicoterapeuti di formazione psicodinamica, il concetto di trauma e la sua funzione logica nella eziopatologia dei disturbi, ha un ruolo fondamentale, le diverse lettura arrivano a svolgere una funzione identitaria. L’edificio psicoanalitico si è infatti fondato per rispondere alla domanda: qual è la causa di un certo comportamento patologico e di un grave malessere denunciato? E la prima risposta che Freud trovo fu nell’idea del trauma: un episodio in età infantile, di violenza di abuso, o di incesto – che poi poteva essere stato dimenticato ma i cui effetti potevano rimanere attivi nell’inconscio. In un secondo momento della sua ricerca poi Freud avrebbe cambiato idea ritenendo che in realtà che il trauma ci sia stato o meno, è secondario, e anzi spesso non c’è stato affatto, e si ha a che fare con una fantasia di trauma, che svolge una funzione narrativa nella vita del soggetto. Questa tensione, tra trauma reale e fantasia inconscia è una polarità interna che in psicoterapia si presenta frequentemente, e vede i clinici sottolineare l’importanza di questa o quella prospettiva. Cosa deve succedere nella stanza con un paziente: bisogna ricostruire un passato reale, o bisogna trattare il ricordo come una narrazione soggettiva? L’emergere di una narrazione di trauma ma presa e in quanto tale iscritta in un discorso o interpretata come una narrazione? La questione del trauma diviene un organizzazione simbolica della questione più vasta dello stare in terapia come analisti. Come ci relazioniamo con il materiale che arriva?

La questione attualmente si fa più complicata per due ordini di motivi. Il primo è che il grande trauma in età infantile non fa danno solo per il dolore a cui espone nell’hic et nunc la persona traumatizzata, ma perché ne determina in modo a volte irreversibile a volte non facilmente correggibile una serie di modalità problematiche di stare al mondo, che rimangono: nello stile delle relazioni, del pensare, del fare le cose, dell’essere con gli altri, in una prospettiva più pulviscolare nelle difese adottate, nei modi di processare le informazioni. La seconda è che spesso, purtroppo molto spesso anzi nella maggioranza dei casi – a determinare l’emergere di una psicopatologia grave non è un singolo episodio traumatico, ma una costellazione di episodi traumatici, l’essere immersi fin da piccoli a stili di accudimento abusanti o fortemente deficitarii – per cui i clinici parlano di Trauma Cumulato. La ricerca più recente ha molto contribuito a sistematizzare gli esiti dei comportamenti abusanti in età infantile, specie se provenienti da figure di riferimento, in particolare grazie agli studi sugli stili di attaccamento – dimostrando come, ad accudimenti fortemente deficitari, abusanti, dove bambini sono esposti a violenze o al vedere le proprie figure più importanti fortemente aggrediti, elaboreranno uno stile di attaccamento per esempio disorganizzato oppure insicuro vicino allo stile disorganizzato che a sua volta li renderanno più vulnerabili alle patologie.

Il discorso si fa molto complicato anche perché spessissimo invece, nella stanza della terapia arriva un uso narrativo di narrazioni di trauma, che sono nell’ordine: a volte narrazioni false, a volte narrazioni vere e amplificate, a volte narrazioni vere ma che sono tese a occultarne altre ancora più gravi. Narrazioni parzialmente veritiere non denotano un’assenza di patologia, ma denotano un uso della narrazione patologica che è messa in mano a organizzazioni psichiche difensive, o relazionali salienti che possono avere un significato importante nel contesto di un sistema familiare, o nel contesto di una relazione clinica. Bambini poco visti, o premiati solo quando erano in grande difficoltà dell’attenzione genitoriali, possono dilatare una narrazione traumatica per manipolare l’attenzione dell’analista per esempio – il che deve far capire non tanto quanto è stato brutto l’episodio raccontato, o al limite non solo – ma che cosa dolorosa deve essere ritenere di essere amabili soltanto dipingendosi come vittime. Invece, come mi è capitato di osservare lavorando nei centri antiviolenza o nei reparti di psicopatologia di infanzia e adolescenza, non è così insolito che una bambina alluda con zelo e scandalo all’abuso incestuale di un padre, che non è realmente avvenuto, e che invece è narrato per compiacere una madre sofferente e soddisfare una fantasia edipica. Quando arrivano narrazioni traumatiche allora, un orecchio analitico deve stare molto attento usando le sue conoscenze pregresse e le sue corde emotive – narrazioni coerenti, che hanno una precoce organizzazione monovalente e risolta sono più frequentemente oggetti narrativi tesi a proteggere qualcosa di davvero doloroso, e ad attrarre l’attenzione nella modalità che il paziente conosce. Ci sarà ossia un trauma vero, un trauma cumulato di qualche natura, ma potrebbe non essere quello narrato: le esperienze di abuso e di incesto per esempio, squadernano le capacità narrative spesso e volentieri, lasciano organizzazioni dissociate, non riescono facilmente ad arrivare a un orecchio clinico come un film di cui si conosce l’inizio, la fine e la morale – eppure siccome sono come dire, un piatto notoriamente succulento per i palati analitici – il trauma il trauma! – può capitare che vengano come offerti in dono.

In tempi più recenti poi, per un cambiamento non tanto o non solo di paradigma ma diciamo di sociologia della professione, che dalle stanze della nobiltà e della borghesia ha giustamente colonizzato le aree del servizio pubblico, e la cura di vite ed esperienze molto lontane dai damaschi e dalle poltone di velluto, la psicologia dinamica e la stessa psicoanalisi si sono confrontate con i traumi massivi, le esperienze psichiche devastanti delle aggressioni umane – i campi di concentramento, le guerre, gli stupri di massa, ma anche con i traumi occorsi per via di grandi catastrofi naturali, e dal DSM fino alla trattatistica specializzata è arrivato il disturbo post traumatico da stress ossia, quello che succede nell’esperienza psichica e interpersonale di una persona che abbia subito gravi aggressioni alla propria incolumità e lesioni al proprio corpo, o abbia assistito ad aggressione o morte di altri esseri umani con cui aveva una relazione importante e significativa. La resilienza dei soggetti, gli stili di attaccamento pregressi per esempio, la qualità delle relazioni con cui sono cresciuti, potranno essere determinanti per la pervasività del disturbo, e la possibilità che una buona psicoterapia riesca a ristrutturare in buona parte quello che era il funzionamento prima del trama, per approdare a quello che Mucci chiama perdono – ossia più che una comminazione di colpa al persecutore, una sua reiscrizione nell’umano, una sua rinarrazione e infine, un potersi riprendere la trama della propria vicenda esistenziale e svincolarla dalla vicenda traumatizzante.

Tutte queste cose non sono operazioni facili: perché il trauma massivo, è una specie di aggressione materiale alla rete affettiva del soggetto, qualcosa che brucia le immagini degli oggetti interni che di solito sono un implicito sostegno e un implicito codice identirario, ma anche – in un certo senso – un’effrazione del magazzino linguistico della vittima, che perde metafore, rimandi, strutture retoriche . Il grave trauma è quello che si impone come immagine congelata e non narrata costante e perenne, che scorpora dalla dimensione psichica le dimensioni consuete. La persona che ne è oggetto, rimane – questo Mucci lo spiega molto bene – in una sorta di ostaggio della riproposizione di qualcosa di perennemente indigeribile. Il topos del traumatizzato, che si sveglia nella notte con le immagini del suo tragico, che ricorda reiteratamente e ossessivamente il momento o i momenti in cui ha visto la morte di qualcuno o di se stesso, ricorda l’esperienza di quei pazienti che hanno un incubo ricorrente e reiteratamente lo ripropongono in terapia: c’è qualcosa che la psiche non riesce a digerire, linguisticamente ed emotivamente e che chiede ossessivamente di essere compreso, scisso, metabolizzato. Parlato.

Tutte queste cose, sono spiegate molto bene nel libro di Clara Mucci, che per me a essere precisi, sono quasi due libri. Uno che spiega molto bene la storia della psicoanalisi e della sua relazione con la narrazione del trauma più snello, il secondo corposo e centrale che spiega molto bene cosa fa il trauma massivo al soggetto che ne diviene vittima, ai suoi figli e ai suoi nipoti, da molte indicazioni importanti su come trattare questi pazienti e ha una bibliografia colta, vasta e ben orchestrata che include, preziosamente, un Primo Levi o una Judith Buttler oltre ai clinici di riferimento. Il problema per me è nella congiunzione dei due libri, e negli effetti che ha alla fine per uno psicoanalista che non si occupa solo di Disturbo Post Traumatico Da Stress, sul piano pratico e teorico, il mettere insieme questi due ambiti, il teorizzare una continuità che invece è tutto sommato forzata, e in virtù di questa forzata continuità, portare avanti una critica alla prospettiva ermeneutica in psicoanalisi che nella pratica clinica secondo me invece, una chiave di approccio semplicemente ineludibile, indistricabile dalla prassi di cura. Che non a caso è cura della parola.

Clara Mucci mette insieme, il disturbo post traumatico da stress con i trami infantili che possono presiedere agli sviluppi di psicopatologie successive. Chiaramente, trattandosi in entrambi i casi di traumi, l’operazione ha una sua logica, ma i rischi per me di creare confusione è molto alto, e l’idea di usare l’epistemologia per la cura del disturbo post traumatico da stress per invalidare l’arsenale che si utilizza per la psicoanalisi delle altre patologie almeno sul piano dell’ermeneutica mi crea delle perplessità. E’ molto bello il passaggio del libro del testo per cui è vero, che il clinico deve essere testimone di un evento, e per una sua missione etica e politica deve contribuire in qualche modo a ricostruire ciò che è veramente successo;  nella situazione del disturbo post traumatico da stress però questo è ben diverso da quello che capita nelle altre aree della psicopatologia, soprattutto se si considera vero secondo me fattore discriminante, che è l’età in cui il paziente subisce il trauma. Le diverse età infatti daranno al trauma una funzione diversa, e pervasiva in modo diverso, e il fatto che uno possa avere in stanza due pazienti coetanei adulti, uno che ha rischiato la morte per tortura cinque anni prima, e uno che è invece stato vittima di abusi nell’età preedipica non deve far pensare che si proporranno nello stesso modo, o che la famosa verità – venga alla luce con la stessa irruenza, e con lo stesso itinerario. Soprattutto l’azione del trauma è stata diversa . Più l’esperienza traumatica è precoce, cumulata più intesse drammaticamente e sfalda gli stilemi comunicativi e la grammatica linguistiche che connota il soggetto Da adulti il trauma brucia e paralizza, da piccoli struttura e crea. Né il sacrosanto dovere di accogliere la verità, può eludere l’aspetto squisitamente ermeneutico della cura della parola, dal momento che in campo non ci sono solo le storie raccontate dai pazienti, e la necessità di arrivare alla storia più fedele nei fatti. Infatti, e forse questo vale davvero per tutti,  la terapia deve anche aiutare una persona a trovare il suo modo di raccontare quella storia, e quelle future,  e se la verità traumatica può pure essere una, molte saranno invece le scelte della sintassi psichica che possono condurre a quella, e molti possono essere gli usi che una persona fa in terapia, come accennavo all’inizio, di frammenti esperienziali portati in stanza come verità fattuale.
L’antipatica epochè dell’atteggiamento ermeneutico allora, quella cosa che dice per ora non so se quello che mi dici è vero, ma cerco di capire perché me lo stai dicendo, sarà anche deontologicamente rischiosa, e comunicativamente scomoda, ma è davvero un ingrediente ineludibile per la maggior parte dei trattamenti.

L’oroscopo dei dieci segni

 

Per i nati sotto il segno del tormento, la luna smetterà di essere opaca e languida sul finire del mese di gennaio, a marzo sgocciolerà sulla terra asciutta, e ad aprile, farà germogliare selvatici ranuncoli privi di buon senso, fiori di malva di impavido ottimismo, pratoline di sregolato sentimentalismo. A luglio le costellazioni della cupezza s’attarderanno ai confini del cielo, s’affacceranno comete timide che porteranno, loro malgrado, rosee aspettative, miglior auspici, e tutte le modeste opinioni che tanto sfigurano davanti all’eleganza dei profeti di sventura. A novembre potrebbero tornar antiche angosce, di poi la neve della quiete.

I figli della vanagloria, segno astrale fatiscente e affaticato, dovranno stare attenti alla congiuntura che nei cieli di inizio primavera vedrà insieme le rese dei conti dei puntigliosi e gli esami guardinghi delle vecchie. Faranno bene, dicono gli astri, a nascondersi sotto alle coperte come cuccioli di cane che tengono l’osso, come formiche quando rotolano le olive nella sera. L’estate sarà severa con i nati dell’ultima decade: pioveranno specchi per ogni strada, bambini racconteranno impietosi ritratti non richiesti, sulle coste dei laghi e dei fiumi, le acque diranno verità scomode. Deve passare la nottata per i narcisi di questo segno.

Invece la successione di Marte, Giove e Plutone, porta buone notizie per i nati nel segno del perdono. L’anno esordirà con la luce di soli assennati e noiosi, e le speranze potrebbero incrinarsi con i modesti fasti del carnevale. Proprio  con l’arrivo della quaresima però, stagione cara ai nati di questo segno, arriveranno finalmente bancarotte fraudolente, furti con scasso e, per i nati dell’ultima decade, persino un omicidio colposo. A settembre addirittura potrebbe arrivare l’amore. Gli astri dicono, che dovrebbero baluginare delle suore impunite con la veste nelle ortiche, e per le nate della seconda decade, sotto casa un militante disincantato, un eroe senza eroismo, uno spartano senza armatura e neanche cimiero.

In ogni caso, questo sarà l’anno romantico dei cuori di tenebra, gli evitanti e pessimisti e scontrosi, nati sotto il segno della diffidenza. Subito a gennaio Saturno li scoverà dai loro nascondigli, imporrà di togliere occhiali da sole, ventagli settecenteschi, travestimenti istrionici di ogni ordine e grado, per costringerli – implacabile Saturno – a erotismi trascinanti e sofisticati, con schiave del desiderio prone ai loro piedi, maliarde materne per le quali ogni diffida è una forma di carezza, gatte persiane bizantine e sagaci, esperte di timore e tremore, che non si sposteranno dal cuscino di damasco, e faranno rumorose e incontrovertibili fusa di elezione e devozione.
I nati della seconda decade di questo segno allora, verso maggio potrebbero volere addirittura un nuovo appartamento con una finestra che da sui tetti della città.

Tempestoso si profila l’anno per i nati sotto il segno dell’ossessione. Se già a febbraio non basteranno le scale dei grattacieli, i clienti dell’ufficio postale, le code dei gatti e i sorrisi del diavolo, ad aprile sarà una strage di petali di margherita, e in particolare i nati della terza decade spasimeranno per un’archivistica stucchevole e smielata delle spine delle rose e delle stirpi di gardenie. L’estate sarà il turno delle camelie tragiche e mortali, finché un pianeta misterioso e sconosciuto non transiterà nel segno, e gli ultimi nati si incrosteranno sulla pelle del mare, a far ingegneristiche piramidi di conchiglie, pagode di alghe abbandonate, ponti levatoi per meduse e polipi e granchi stanchi di vivere. Per questi nati, sarà un anno malinconico.

Addirittura soltanto da giugno, il cielo sarà clemente per i bizzarri gli eccentrici e gli sconclusionati. Urano Gea e una mistura capricciosa di pianeti e divinità, sosteranno nel segno dell’anarchia per i primi mesi dell’anno, costringendo i nati di questo segno a una estenuante sequenza di prove che potrebbero costar loro casa e lavoro: a febbraio una cena con dei pubblicitari reazionari per i nati della seconda decade, ad aprile la visita di una drappello di zie per quelli della prima, a maggio i poveretti della terza dovranno compiacere una vedova cattiva e conformista piegando la testa, guardando per ore la televisione. Con l’estate però il cielo tornerà a essere il cappotto della madre dove sostare da bambini, dalle stelle cadranno cavallette fatte con i fili d’erba, origami che nascondono una candela, scarpe di raso da appendere alle finestre, palloni di cuoio coll’autografo di un divo.

Forse il cielo più gentile è quello – dicono gli astri – dei nobili decaduti, dei santi dissacrati di quelli nati nel segno dell’eternamente appena spento scintillio. Dai castelli col tetto sfondato scenderanno usignoli , pettirossi e ara macao. Si disporranno sopra i manti di velluto bordati di ermellino, sui grandi tavoli intarsiati di legno e porteranno calici di vino, piatti di frutta e lamentose consolazioni, carezze e scuotimenti di testa con il becco al cielo. A luglio, i nati della terza decade notoriamente più malinconici degli altri, potranno radunarsi tutti insieme in una valle fiorita e, vicino a un lago, raccontare favole meravigliose dal passato che credono ancora di aver avuto, a bambini generosi e clementi, che batteranno le mani e grideranno pieni di gentile compassione. I pianeti in autunno diventeranno però severi, e gli imperatori che hanno perso lo scettro dovranno considerare di non averlo mai avuto. A dicembre cadrà la neve, e comunque verranno le fate.

Gli atolli di saturno tutti quanti, dicono gli esperti, si impegneranno a partire da febbraio ad aiutare i permalosi e bellicosi da sempre loro assistiti, a trovare l’amore, sfideranno a duello una ricca ereditiera in una cena mondana, ci litigheranno forsennatamente, lei lancerà addosso al loro pastrano una coppa di champagne, e di poi se la luna lo permetterà si baceranno con ardore. I nati della seconda si dovranno invece portare al centro del mare a mezzanotte, in un giorno del mese di maggio, per poter litigare con sirene e tritoni puntigliosi e precisi, in una gara di erotica ed estenuante petulanza ma che potrebbe finire nel migliore dei modi – ossia in un letto improvvisato nella barca. Gli ultimi nati quelli della terza decade, suscettibili all’influenza di astri limitrofi alla loro sventurata costellazione, potranno limitarsi a invitare una signora a cena in modo urbano, discuterci pacatamente dinnanzi a uno sformatino di noci e parmigiano, di questioni inerenti la pubblica amministrazione, complimentarsi infine per i loro discreti orecchini e lasciar di poi che faccia lei, una donna decisa.

Invece, duole dirlo ma la verità non si nega, i pianeti saranno terribili ed esigenti con i nati sotto il segno del margine e dell’umiltà, di norma impiegati di serie C nelle pubbliche biblioteche, casalinghe esperte nelle crostate di visciole e nella pasta di zucchero e anche netturbini che si proclamano senza qualità alcuna. Per questi poeti che si ostinano a farsi dimenticare, già a febbraio gli astri preparano scranni tempestati di diamanti, poltrone da amministratore delegato, e per le signore nate nella seconda decade un improvviso quanto terrorizzante giro d’affari in fatto di catering per principesse. Le signore timide della terza decade si troveranno costrette a indossare abiti da sera pieni di toulle e gigli ricamati, a portare guanti di velluto fino al gomito, a tenere foglie di seta nei capelli improvvisamente morbidi e lunghi. L’avvento di Marte nel segno a novembre inasprirà la situazione: il successo fiorirà intorno a questi introversi spaventati, le loro gesta saranno quotate in borsa e a dicembre dovranno persino far visita al presidente della Repubblica che tuttavia, a causa della sua proverbiale ritrosia, potrebbe offrir loro un cappuccino.

I sognatori e i parolieri e gli scribacchini tutti, nati sotto il segno della prosa, vivacchieranno invece come sempre, appendendosi selvatici a questo o a quell’astro, chiacchierando scostumati con questo o quel pianeta. A Marzo i nati della prima decade, specialisti in fatto di spionaggio stragi e mortammazzati avranno un concistoro con le volpi, a Giugno quelli della seconda, fissati con le cose zuccherose e romantiche prenderanno lezioni da una scuola di cicale, e gli ultimi i fantasiosi e sconclusionati si attarderanno con gli animali più strani. Gli astri promettono un seminario con le giraffe, uno con gli elefanti, un terzo con i serpenti.( Per me probabilmente un corso con un millepiedi che ha bisogno di molte scarpe, per correre da tutte le parti).
Buon anno (qui).

Sulla schizofrenia

Vorrei cominciare questo post con una storia molto bella, che fu raccontata a una lezione di scuola da una mia brava collega, che poi sarebbe diventata una mia amica.
Questa mia amica, una volta si trovò ad accompagnare in gita un gruppo di pazienti – con diagnosi piuttosto solide, tipo schizofrenia per intenderci, a vedere le bellezze artistiche della città, accompagnati da una storica dell’arte che forniva spiegazioni e note storiche.Li portavano per monumenti, statue, e soprattutto chiese, e per questo buona parte delle nozioni che i componenti del gruppo appresero, riguardarono vite di Santi, e vicende della Madonna Giuseppe e Gesù Bambino.

La mia amica raccontò che a un certo punto una paziente, riferendosi a una santa che aveva avuto una visione, aveva chiesto provocatoria:
– Scusi
- Eh
- Ma perché quella vede la Madonna e le fanno una statua, io vedo la Madonna e me danno le pasticche?

L’aneddoto mi parve e mi pare prezioso, perché parrebbe che non ha una risposta decente, e invece in realtà ce l’ha, e trovarla e capire cosa sia realmente la psicoterapia è un tutt’uno. Nel primo momento in cui uno sente la domanda, cadono in testa solo due risposte possibili – quella che cercherebbe di istituire una differenza di categoria esistenziale tra la donna schizofrenica e la santa – onde proteggere la prosecuzione della cura farmacologica e non, e farle intendere che sta sottovalutando i propri problemi, e quella che invece annullerebbe la differenza onde premiare l’esame di realtà della paziente magari mettendo in scacco la cura farmacologica, e non solo quella. Ma le due risposte alla domanda sono molto pregnanti perché coinvolgono il modo di pensare il paziente psichiatrico, e la griglia di categorie mentali con cui la cultura, e il nostro veicolo privilegiato la tassonomia psichiatrica, pensa il soggetto in cura. La domanda porta infatti alla coscienza di due ordini ideologici diversi, accomunati da un valore positivo condiviso, che legittima entrambi, è che è una ragione in più per mettere un clinico all’angolo.

Siamo cattoliche tutte e due Dottoressa. Tutte e due, decidiamo che la Madonna fece un figlio senza aver avuto rapporti sessuali. Tutte e due dottoressa afferiamo a un mondo ideologico di miracoli e di salto nella fede. Allora, perché dottoressa se quella salta nella fede è santa, e se lo faccio io sono pazza? Dove è l’errore?

Forse dottoressa, era pazza anche la santa in questione?
O forse sono io che sono una santa, e non l’ha capito nessuno?

E noi potremmo aggiungere:

E se la santa era pazza, forse anche la religione è una follia 
O, se io sono una santa, e voi mi impasticcate la psichiatria è una religione.

Non se ne esce facilmente, men che mai, decidendo che bisogna avere consapevolezza della relativizzazione storica, del fatto che la nostra è una cultura medicalizzata mentre quella di prima non lo era, che la nostra è una cultura che punisce e ingabbia l’elemento eversivo mentre questo prima non accadeva. Queste cose sono carine, ma non bastano, e sono anche riduttive, perché la società non è così monolitica e ci sono larghe o strette aree di essa – che da sempre variano con gli ondeggiamenti della storia, ma che non spariscono mai – abbastanza articolate da saper digerire l’eversione sofisticata. In ogni caso, non se ne esce tenendo la base dello sguardo sul contesto sociale e sulla sua reazione, sul giudizio di appropriatezza e di inappropriatezza del comportamento.

Tentazione che salta alla gola, spiegazione facile.

Alla santa fanno la statua perché all’epoca la visione era un comportamento appropriato, mentre oggi ti danno le pasticche perché la visione è inappropriata e perciò penalizzata.

Cioè si finisce col pensare che la cura – sia essa farmacologica che psicologica – sia un mezzo per adattare qualcosa di diseguale, a qualcosa di uguale.

In questo corto circuito tutto ideologico, c’è un fraintendimento di fondo sulla questione del malessere psichico. Del quale si coglie sempre la disomogeneità rispetto al canone, ritenendo che l’eventuale sofferenza posto che ci sia, sia da imputare alla disomogeneità. Dire alla paziente che lei è come la santa, ci fa sentire a noi persone perbenino dell’era post Basaglia, eticamente a posto, e aperti di vedute, ci regala una solidarietà magnifica e una grande lungimiranza, proteggendoci simultaneamente dall’assumere la responsabilità di capire esattamente a cosa combacia l’esistenza di quella donna e di prendere atto del suo eventuale bisogno di aiuto. Ci viene in contro un profluvio di retorica e di banalizzazione, che epura la schizofrenia dal dolore, dalla difficoltà, dall’esperienza non di rado tragica di avere dei sentimenti senza che ci siano le parole, di avere delle parole che dicono delle cose diverse dei sentimenti, dalla difficoltà di scavalcare lo spinoso muro della comunicazione.

La vera questione è che tra quella signora e quella santa c’è un abisso e l’abisso sta nella forza necessaria a sostenere il peso di una narrazione.

La vera questione è che la signora non è curata per via delle allucinazioni. La nostra signora è curata per un problema di linguaggio, e l’uso che ella fa delle allucinazioni è il sintomo di questo problema.
Sicché, la nostra dottoressa poteva rispondere.
A parer mio, non prendi le pasticche per le visioni. Non sei curata a causa delle visioni.

La mia idea delle allucinazioni e dei deliri, è che esse sono scorciatoie che la psiche adotta per comunicare delle vicende sue, in un regime di economia e di risparmio. L’allucinazione è la parola di un animo in inverno, senza tanta legna per il camino, che deve sopravvivere a una vita che pare tutta di notte. Gli altri – con le loro case illuminate, piene di volti che sorridono, di candele accese di profumi di cose buone, possono permettersi di far passare alla parola psichica i numerosi trattamenti che la fanno diventare pensiero. Gli altri, i ricchi di amore, possono cucinare i sentimenti per ore e per ore, fino a farne un buon sugo, una gustosa crema, un dolce raffinato. L’allucinazione è invece un piatto tiepido, l’immagine a mala pena scaldata su un tegame, e subito servita su un piatto. Cruda, indigesta, neanche si riesce a tagliare. E siccome è così cruda e indigesta, continua a girare e a riproporsi nella stanza vuota e buia dell’inverno psichico, senza dare il tempo di fare niente. Senza dare il tempo di trovare una soluzione. Senza che si riesca a digerirla.Il problema non è il bisogno della parola psichica, il problema non è mai il testo. Il problema è che non c’è una narrazione che lo renda vitale, linfatico, comunicativo, vivo.

Dunque, in realtà la signora non era esattamente la santa, perché la santa come quella statua dimostrava, aveva trasformato l’orrendo piatto indigesto in narrazione, aveva elaborato l’immagine che essa stessa aveva avuto prima fredda e pericolosa, aveva conferito un senso. Non gli altri per lei, ma lei da se. Quando si costruiscono i significati piano piano il dolore si scioglie, ecco il senso della psicoterapia.
Ossia – il senso è in un certo modo: non trasformare il dato eversivo nell’oggettività del senso comune, ma nella soggettività dell’arte.

Perciò, la vera questione, non è tanto fare una scuola di dizione – che però bisogna dire in più di un caso ha la sua ineliminabile utilità – la vera questione è riscaldare la casa al punto tale, per cui elaborare significati torni ad essere possibile. Una buona psicoterapia lavora sul clima interno della psiche, prima ancora che sulle cose che in quel clima vengono prodotte. Lavora perché il clima diventi caldo e ospitale, che il se stesso segreto diventi un porto talmente sicuro, da poter fare delle incursioni fuori nella neve, e prendere altra legna, portarla dentro bruciarla e cucinare. Poi si può vedere insieme cosa cucinare e come e quali cose vengono meglio e quali peggio. Questa cosa del clima psichico, e di quante cose permette di fare il clima psichico, poi i clinici lo traducono in forza e debolezza dell’io.

creare, qualche volta ci è bisogno di spazio.

Andare in terapia – appunti.

 

Se c’è una domanda quanto banale quanto ricorrente, che è capace di mettere il dito su questioni ampie e persino esistenziali e filosofiche, è quella che riguarda la necessità della psicoterapia. Quando, si chiede spesso all’addetto ai lavori, ci si deve accorgere che bisogna chiedere un consulto? E a questa domanda potrebbero seguirne altre, perché è così più facile con le questioni di salute che riguardano il corpo? E un’altra, che invece mi pongo io, perché ci sono molti pazienti che dicono – beh, la psicoterapia fa bene a tutti e altri che dicono che no, non serve a nessuno?

La questione dell’opportunità della cura psicologica o addirittura della sua necessità, mette l’indice su nodi filosofici, o addirittura bioetici, che legittimamente io credo riguardino tutti, e non è una riflessione sui mezzi di cura, o l’agnizione dell’avanzamento delle ricerche a poterne eludere la portata. Questi nodi hanno infatti a che fare: con la soggettività, il libero arbitrio, la legittima differenza che sussiste tra modi di stare al mondo, la sfera delle decisioni possibili e di come esse si producono quando si entra in relazione con qualcuno e lo si include nel panorama. In questo senso, imparentata con questa classe di domande ce ne è un altra, che riguarda il timore del potere: un terapeuta può condizionare la vita di un paziente in un senso come nell’altro? Le persone che sono in contatto con un assistito, possono temere che i pensieri di quel clinico condizionino le scelte del paziente, e lo portino dove altrimenti non andrebbe? Quanto contano i valori del terapeuta? Quanto conta il suo dna sociale, di religione, sesso, classe, censo, politica? Sono neutralizzabili questi codici di provenienza o sono neutralizzabili solo in parte?

 

Questo tipo di domande vengono in superficie per situazioni cliniche in cui il grado di malessere è di medio – basso raggio, cioè quando, le persone che si chiedono se andare in terapia sentono di poter scegliere, ritengono di potersela cavare anche in qualche altro modo. Come ho già scritto altrove, si tratta di una circostanza analoga a quella che capita di vivere quando si hanno dei malanni fisici di media entità che non implicano effetti davvero allarmanti, anche se in qualche modo hanno ugualmente un impatto sulla qualità della vita e anzi potrebbero rivelare la capacità di divenire più gravi e metterla in pericolo: molte persone possono decidere di rinviare e di aspettare. Ugualmente ci sono invece situazioni di importante gravità per le quali il tentativo di cura sembra essere ineludibile e non di rado l’ultima – forse tardiva spiaggia: depressioni paralizzanti, disturbi ossessivi compulsivi o stati ansiosi tali che paralizzano l’attività quotidiana, forme di malessere talmente conclamato da non lasciare davvero alternativa. Questo tipo di situazioni infatti, sono situazioni di libertà perduta, non di libertà a rischio – per cui il problema della soggettività confiscata dalla cura, del pericolo in cui possono correre le proprie decisioni è fuori discussione – perché soggettività e libero arbitrio, le ha già confiscate il sintomo: al contrario di quanto si ama credere, la psicopatologia è quella cosa che più è grave, più sottrae soggettività, più è grave, più deindividualizza e banalizza: se non fosse per le parti sane, non distingueremmo uno psicotico da un altro, un alcolista da un altro.

 

Chi invece può scegliere si chiede: cosa ne sarà delle cose che mi sostengono? La mentalità della persona che mi avrebbe in cura non potrebbe dire che certe cose per me importanti sono invece un altro sintomo? Questa libertà che io sento di avere rimarrà nella stanza di terapia? Finirò con il fare delle cose che non voglio fare? Le persone poi che annusano le terapie di stampo psicodinamico e che hanno esplicitamente intenzioni più globali e generali nel loro concetto di cura – non si limitano cioè a pensare di risolvere un sintomo, ma siccome il sintomo è connesso a tutta la loro persona, l’obbiettivo è un miglioramento complessivo compreso il sintomo) si chiedono se non diventeranno ciò che non sono. Ci sono diversi problemi che non aiutano a scavalcare questi dubbi e rivolgersi a un professionista – oltre quelli dovuti al gran numero di psicoterapeuti e di scuole, e al gran numero di persone incompetenti o formate in maniera insufficientemente seria – e che riguardano il modo di immaginare la terapia in primo luogo, e alcune cose che il mondo della terapia ha a sua volta paura di mettere in chiaro, oppure ci riesce ma con difficoltà.

Le persone immaginano le terapie in termini di qualcuno che chiede consigli e un’altra persona che ne da. Questo perché la cosa più vicina che hanno in mente è un confessore, oppure un amico brillante, ma anche la frequente esperienza di una persona vicina e in cura che ha dichiarato “faccio così perché me l’ha detto il terapeuta”. Le terapie però non sono contesti dove il primo complemento oggetto sono le scelte positive, le terapie sono diciamo invece quei contesti in cui si cerca di lavorare al motivo per cui una certa identità non opera le scelte coerenti con la sua identità. Può succedere certamente che a fronte di circostanze di vita particolarmente gravi e pericolose per i pazienti o acclaratamente invalidanti il terapeuta si assuma il rischio di un’uscita dal ruolo e dia un consiglio, ma nella norma il funzionamento della terapia è nel ragionare sui processi che conducono alle scelte. Con estrema frequenza, quando si scoprono meccanismi e desideri propri – agli occhi dell’altro lampanti, ma che si rivelano lampanti al soggetto solo a percorso avviato – se ne ha paura, si ha paura di intitolarseli, e in seguito a processi proiettivi si mettono in bocca al clinico nei dialoghi con terzi cose che il clinico non ha mai neanche pensato, oppure ha ascoltato le ha prese sul serio ma mai di suo proposto. Non è una menzogna, è proprio un delegare al curante parti emergenti proprie, parti autorevoli, perché ancora non ci si sente autorevoli su se stessi. E’ un processo innocuo, chi sa che nella mia vita passata di analizzanda non lo abbia fatto anche io per esempio con i miei genitori, ma fa aumentare la percezione che il clinico porti dove vuole portare lui, anziché come invece succede dove vuole portarsi il paziente.

 

D’altra parte secondo me almeno, e pensando specificatamente al gruppo ristretto dei clinici di vocazione talento e tecnica, secondo i miei personali parametri, esiste una sorta di ideologia condivisa degli psicoterapeuti che deve come dire, vincere sulle ideologie e storie personali di approdo alla cura. Questo sostrato ideologico, ha da una parte un senso di familiarità e assenza di sanzione rispetto agli immaginari che all’esterno della cura sono considerati sanzionabili, e un po’ come le organizzazioni politiche democratiche, promuove i diversi processi di individuazione nel rispetto delle diverse individualità, non deve perciò sanzionare orientamenti sessuali, orientamenti religiosi, scelte politiche, e troverà che scavalcheranno nel sintomo qualora implichino gravi aggressioni a se stessi e a terzi. Qualcuno potrà dedurne che si tratta di un costrutto borghese della salute psichica, e almeno io potrò sinceramente riconoscere che è vero, borghese è il codice di provenienza, anche se è in grado di concepire poltrone abbastanza larghe per diversi tipi di corpo e vocazione sociale. Nel dettaglio, un buon psicoterapeuta è quello che indovina la linea del processo di individuazione che sta scritta nella vita di ogni paziente, e nell’aiutare il paziente a risolvere gli intoppi che lo rallentano nel suo percorso, e lo portano a deviazioni o blocchi rispetto a quella che è la sua strada psichica. Terapeuti cattivi, ma soprattutto terapeuti bravissimi non saranno mai capaci di portare un paziente dove la sua individuazione non lo porterebbe mai. Questo può forse sembrar capitare a soggetti particolarmente suggestionabili, il cui destino stesso è quella particolare suggestionabilità – ma trovo interessante, e non proprio casuale – constatare che in terapia, i soggetti molto suggestionabili non vengono mai, almeno a me non sono mai capitati. In terapia arriva chi anche se in una zona non del tutto conscia, anche se al momento è sovrastato dall’angoscia, sa che monta su una macchina che comunque guiderà. In generale comunque nella ideologia della psicoterapia c’è un motore di cambiamento, arrivare vuol dire firmare un patto in virtù del quale si condivide l’insoddisfazione verso un equilibrio presente. In questo senso, ideologicamente un terapeuta sta dalla parte della modifica degli equilibri ( per quanto sempre con un occhio fisso sull’individuazione possibile del paziente. Un buon clinico è anche quello che sa capire appunto dove un paziente potrebbe non voler o non poter arrivare, cosa in realtà non è nel suo desiderio materializzabile.)

 

Se pensiamo allora alla terapia, come quella cosa che sblocca e pulisce un processo di individuazione che è in un enpasse, qualcosa che ci rimette a camminare su una linea immaginaria che è il potenziale di vita prodotto dalla nostra e solo nostra personalità – si capisce meglio quali possono essere i campanelli che portano alla cura.

Sono tutti quei campanelli correlati a un senso di incatenamento, che sia esplicitamente collegato a un problema che non si riesce a risolvere (un esempio tipico, quando una depressione per un lutto si protrae per anni) oppure che abbia a che fare con la tendenza a notare di rispondere sempre allo stesso modo davanti a sfide diverse (per esempio persone che si arrabbiano sempre tantissimo per cose di diverso carico, e in situazioni di diversa rilevanza e che in realtà solleciterebbero sentimenti diversi) ma anche per una generica sensazione che la qualità della vita dentro cui si è calati, non ci rende soddisfatti, non ci da ritorni. Oppure ancora perché ci sono obbiettivi che si potrebbero raggiungere e però invece no, non sono raggiungibili. In generale, mi sembra opportuno considerare la terapia come il contesto dove mezzi e possibilità confiscate da sintomi o equilibri di corto raggio possono essere liberati.

Lavorare meno, lavorare tutti

C’è un bellissimo romanzo di Pamuk Istanbul, dove un marito molto innamorato, spesso si trova a chiedersi con angoscia che cosa faccia sua moglie a casa, che non lavora. Sa che legge molto, ed è questo lo rende in qualche modo geloso della libertà di lei nel campo dell’immaginifico. Il romanzo si svolgerà poi nella ricerca di questa compagna che a un certo punto scompare – ma qui lo utilizzo volentieri, perché incarna molto bene qualcosa che buona parte delle discussioni – che siano sui ruoli di genere, che siano su occupazione e disoccupazione – eludono: ossia quel che di anarchico e libertario che ha il dominio sul proprio tempo, la zona franca che rappresenta un’ora vuota senza nessuno che imponga come spenderla, quell’aspetto inquietante, destabilizzante che ha, per esempio in un sistema familiare una persona che ha molto tempo per pensare, e un margine di obbedienza ai vincoli di un sistema di obblighi e diritti piuttosto modesto.

Ripenso spesso a quelle pagine di Pamuk, come a quelle altre di Marx ( a cui invece mi rivolgo meno spesso e molto meno volentieri di altri della mia generazione e della mia parrocchia politica e intellettuale) dove spiegava con tanta lucidità quanto il Capitale, sarebbe stato capace di confiscare la libertà dei soggetti, e le fonti di godimento della loro vita privata. Marx non era uno psicoanalista, ma oggi mi viene da aggiungere – che il Capitale confiscando libertà e godimento dei soggetti, confisca anche la maturazione materiale delle relazioni, provocandone violente distorsioni, e forme di malessere successive che permetteranno ad altri psicoanalisti di incrementare il Capitale.

Questa cosa, come appunto Marx aveva individuato, succede a diverse altezze, e il regime di crisi ne aumenta il vigore, rinforzando imposizioni e accordi che eludono sempre di più le regole che la contrattazione sindacale era riuscita a erodere in tempi di maggiore consapevolezza politica delle parti in causa e di più diffuso – quanto in Italia decisamente mal gestito – benessere economico. Perciò succede che moltissimi lavoratori dipendenti si ritrovino a svolgere 40 ore settimanali retribuite sulla carta, a cui si aggiungono spesso e volentieri altre ore di straordinario non sempre retribuito, e ancora tempi di raggiungimento del luogo di lavoro che alla fine si traducono in tempo che stanca, e ancora tempo di obbedienza, e ancora tempo che bisogna togliere alla gestione delle relazioni private. Negli alti vertici della borghesia urbana, spesso e volentieri le cose vanno solo per un verso meglio -il verso che ti fa dormire la notte perché sai che il tetto è sicuro – ma per altri versi la confisca del Capitale è altrettanto potente: si vedono bambini portati a scuola dalla Tata, cani portati a spasso dalla colf, libere professioni che ritengono che, per sopravvivere al regime di concorrenza bisogna per forza stare sul pezzo 15 ore al giorno. Il capitale segue il vecchio adagio latino: dividi et impera, scatena lotte fratricide e rendi perciò tutti più sottomessi.

Ora l’obbiettivo di questo post non è quello di porre uno sguardo politico o economico su questa situazione, per il quale dubito di avere i mezzi. Né la citazione di Marx deve trarre in inganno rispetto a teoresi anticapitalistiche radicali che non condivido – ma questo è un altro post, quanto piuttosto vorrei ragionare su qualcosa che comunque credo sia opportuno arginare, perché mi pare – che allo stato attuale dell’arte, siano sovradimensionato alcune categorie della vita psichica e completamente sottodimensionate altre, se non più importanti almeno altrettanto importanti, e che riguardano il tempo del privato. Dall’alto al basso si premia il ritorno narcisistico, l’idea di se come efficace, la capacità di tradurre in oggetto qualcosa che magari non c’è, ma anche l’istanza superegoica, la capacità adattiva, il valore del contenersi. Mentre ci si industria a fare tutte queste cose, e quindi a mantenere sempre buoni i rapporti con il capitale, il privato diviene un campo alieno e subappaltato – con tutta una serie di derive estreme, a cui probabilmente un cambiamento che fa fatica ad avvenire per tutti in termini di ruoli di genere, da il suo contributo. Cercherò di mettere per punti, l’elenco di queste derive, con alcune aperture a eventuali riflessioni ulteriori.

  1. In generale, si fanno pochissimi figli, che non si vedono crescere. Il che può ingenerare una serie di conseguenze importanti. I pochi figli che non si vedono crescere sono, in quanto pochi  – i depositari unici di una immortalità, di una eredità identitaria che è enorme e pesante per loro, unitamente, in quanto pochi, sono oggetto di una attenzione mentale abnorme e ipertrofica (ah la retorica del tempo di qualità!) e allo stesso tempo in quanto costantemente lontani vissuti come minacciosi, segreti, antagonisti, misteriosi, giudicanti. Lavorare tanto rende l’idea del fare i figli onerosissima, ed emotivamente insostenibile, un secondo complicato lavoro oltre il lavoro, un onere terribile, una prova insormontabile. La qualità di un essere con è sostituita con una serie di garanzie prestazionali, che renderanno il poco essere con avanzato oggetto di sinistre proiezioni. Sui figli in questo modo aumentano gli investimenti narcisistici, le richieste prestazionali, il tutto in un lessico che elude completamente le categorie del desiderio, del piacere, dello stare bene facendo bene delle cose, ma che invece si incistano sempre di più sul dimostrarsi capaci, sull’assecondare dimostrazioni di status, sul compensare con la prestazione ciò che non si ottiene per altri canali.
  2. La confisca del capitale del tempo privato, costringe a subordinare le proprie relazioni private a terzi, con una ricaduta sulla salute psichica dei soggetti. La ragione della mia moderata ostilità all’organizzazione patriarcale, è in questo senso dovuta al riconoscimento che in quel tempo di divisioni rigide, qualcuno nelle prassi – per lo più le donne – continuavano a intitolarsi oneri e onori delle relazioni intime, da cui il maschile si era autoestromesso. Ora il capitale costringe tutti a evadere il piano delle relazioni private, e quelle ora vengono date in affido a terzi, parenti per esempio o personale retribuito (altre donne, spesso   – più povere, ma sempre altre donne). Con una serie di conseguenze importanti e non sempre salubri, sul piano della percezione di se, dell’autostima, dell’efficacia e anche in certi casi dell’emancipazione verso un proprio processo di individuazione.
    Per esempio, quando per motivi di lavoro ci si trova a chiedere ai genitori, di prendersi la prole dopo scuola, con costante regolarità, viene da se che i genitori si sentano titolati a esprimere scelte educative, a dare consigli non sempre necessari. Se una madre o un padre non sono riusciti a svincolarsi dalla famiglia di origine, in questo modo la prole cementa ancora di più una situazione di invischiamento consistente per cui alla fine, chi è diventato genitore per un verso può non sentirsi tale, ma solo un figlio un po’ più cresciuto. Parimenti, delegare completamente a baby sitter o badanti il proprio ruolo relazionale, perché confiscati dal lavoro, qualora ci siano delle forme di insicurezza latenti, delle nevrosi potenziali potrebbe renderle operative, con un’immagine della baby sitter o badante o che, come capace di fare ciò che non si è capaci di fare, come titolare di una capacità relazionale che si crede di non poter avere. Non di rado questa cosa si traduce in un’esperienza di perdita di autorità, di esemplareità, per mio figlio – si dice – da retta più retta a me che a lei.
  3. Infine, le stanze degli analisti sono sempre più piene di gente senza ricordi. Naturalmente questo vuoto del ricordo è una manovra difensiva rispetto a qualcosa di vissuto come spiacevole, e ha a che fare con i dolori privati. Ma mi prendo questa formula un po’ letteraria per parlare della sensazione che lascia un magro essere con. L’assenza di una routine strutturata, foss’anche uno stare insieme pacifico di due soggetti – un piccolo e un grande? , ma anche, due grandi? – che fanno le proprie cose in uno spazio condiviso e sicuro.

(E quindi tutto questo per dire, lottare come si può per riprendersi quello spazio condiviso, e il piacere di farci le cose dentro)

Sulle molestie, con un pensiero agli uomini

Mi rendo conto che questo gran dibattito sulle molestie e i ricatti sessuali che sta infiammando media e social, e che ora potrebbe investire anche il contesto italiano, con nomi cognomi congetture e comunque riflessioni e asprezze condivise, mette gli uomini in uno stato di difficoltà e di malessere come non accadeva da tempo. Devo dire non tutti, e anzi, una delle sorprese interessanti di questa situazione è constatare nella materialità delle opinioni, quanti passi avanti abbia fatto anche un paese come il nostro. Certi ambienti non sono affatto cambiati, ma io posso dire con una certa sicurezza, che almeno il mio si, è cambiato. Se mia madre 50 anni fa, avesse avuto Facebook non avrebbe potuto leggere tra le persone a lei vicine, molto simili a quelle che oggi sono vicine a me, niente di paragonabile al parere controllato di certi miei contatti maschi.

Tuttavia, le reazioni non rimangono tutte controllate, autocoscienti e omogenee e in molti si sentono o a disagio, oppure francamente arrabbiati. Alcuni non capiscono esattamente di cosa si parli, altri si sentono invece ingiustamente attaccati, e solidarizzano magari con i nomi famosi che recentemente sono stati chiamati in causa. Io devo dire, nonostante un certo senso di contentezza, perché mi sembra importante che finalmente si parli di queste cose, solidarizzo con molti di questi uomini, pure quelli un po’ a disagio. Penso almeno ai molti che in buona fede per esempio non hanno mai fatto niente di male, e hanno giustamente volendo anche goduto di una posizione sociale che li portava a non farsi domande, perché nessuno chiedeva loro risposte diverse. Mi capita di pensare a quel tipo di maschile per cui io per esempio mi distanzio da molto femminismo militante, quello che sostiene un maschilismo politico del tutto privo di qualsivoglia forma di misoginia o di mancanza di rispetto, e che in una divisione dei ruoli rigida che io non vorrei per me, ma la loro mogli si, sono stati in grado di portare rispetto e felicità, una bella vita di relazione e una ottima genitorialità. Magari sono stati anche dei datori di lavoro meno infelici di altri con le donne, anche se spesso non ne hanno saputo sfruttare o incoraggiare le potenzialità, ma insomma.
Allora ecco, pensando anche a loro, vorrei qui riportare alcune osservazioni, in forma rapsodica, poco organizzata in un discorso. Solo per mettere in chiaro alcune questioni. Perdonatemi se risulterò troppo schematica.

  1. Io penso che sia giusto riconoscere una differenza sostanziale tra uomini e donne, anche se questo riconoscimento comporta dei rischi e va preso con le pinze. Si tratta di un rapporto diverso con l’attrazione sessuale, la quale per gli uomini si impone in maniera univoca ed esplicita. Il desiderio sessuale cambia il corpo dell’uomo, si fa esigente, e non può essere ignorato. Per alcune donne può funzionare in questo modo analogo, ma per moltissime la domanda sessuale è meno univoca e immediatamente raggiungibile. Anzi, si può dire che per molte donne la conquista del desiderio è un itinerario che va con il loro percorso di crescita, un impossessarsi del corpo per poi starci insieme. Io credo che questa impellenza del desiderio per gli uomini, una cosa anche questa che probabilmente si impara a parlarci con il tempo, crei spesso delle difficoltà nel saper pensare il femminile dimenticandosi del potere del sesso. Questo lo dico, non per giustificare l’abuso sessuale o il ricatto sessuale, su un piano giuridico o politico, ma perché credo che spieghi come invece in una prospettiva psicologica, o volendo psichiatrica, la psicopatologia maschile possa passare dall’abuso sessuale.
  2. In ogni caso in questione non è la legittimità del desiderio, per quanto possa farsi impellente. Presto, o tardi, oggi più presto di ieri, anche le donne toccano il loro diritto al mero desiderio sessuale. La questione è che su questa evidenza del desiderio si appoggiano molte storture del maschile, quanto di ordine individuale quanto di ordine sociale. Ossia succede che al desiderio si appoggi l’istinto di morte per esempio, di sopraffazione e anche, di fusione psicotica con l’oggetto, oppure sempre dietro al desiderio si nasconda una vorace e ricattatoria dipendenza dall’oggetto relazionale. Se ci pensiamo il tipo sociale di cui stiamo parlando negli articoli di cronaca è un uomo che da una parte ha potere e denaro a sufficienza senza aver bisogno di ricattare nessuno, che è in una posizione che nel nostro inconscio culturale è ipso facto erotizzata, dall’altra è qualcuno che nonostante tutto questo, sovrappone al gesto sessuale un vincolo, un dominio, un ricatto, la richiesta di un’assenza di scelta. Ossia parliamo di soggetti per i quali la libertà dell’altro è un problema, una fonte di angoscia, l’identità dell’altro qualcosa diviene allora da – a seconda della sfumatura patologica: uccidere (abuso sessuale e stupro), dominare e surclassare (ricatto sessuale) , incorporare per potere annullare qualsiasi distanza (stalking).
  3. In tutto questo la cornice di un contesto discriminante le donne in svariati ambiti – della professione, dell’apprendimento, della salute, incoraggia la strutturazione di patologie che da individuali diventano collettive, in un effetto di tacito rinforzo e di narrazione condivisa. Se in un contesto di lavoro ci saranno poche donne ai posti di vertice, se si da per assodato che oltre a un certo livello solo gli uomini possano far carriera se cioè c’è una consuetudine alle quote azzurre, le patologie del maschile sul femminile saranno più accettate, saranno anche accolte nel tessuto complessivo per quanto in realtà da molti non materialmente condivise. In altri ambiti invece dove il femminile è arruolato per il suo potere seduttivo ed estetico anche sul maschile – cinema, spettacolo, televisione, moda – ho la sensazione che il problema riguardi anche una sorta di punizione simbolica – e forse neanche troppo simbolica per quel dispiegamento di potere e anarchia che è rappresentato dalla bellezza di un corpo, per giunta fertile. Quando si parla di violenza di genere, in effetti, non bisogna mai sottovalutare l’importanza che ha nella percezione della donna, il fatto che essa sia quella che, allo stato attuale dell’arte, è depositaria della terribilmente invidiabile, capacità di generare. Le statistiche dei centri antiviolenza dimostrano che una percentuale consistente delle violenze fisiche è per esempio sulle donne incinte, e possiamo dire che tra la discriminazione di genere variamente istituzionalizzata e l’atteggiamento maschile antiabortista spesso c’è una segreta relazione: non possiamo generare senza la donna, cerchiamo di controllare quel corpo che altrimenti ci sfuggirebbe.

Ora, io non credo che tutti gli uomini debbano sentirsi chiamati in causa. A essere precisi siamo tutti chiamati in causa nella tacita connivenza di organizzazioni sociali, microcosmi che a vario titolo, mischiano il potere con il sesso, quando dovrebbero essere distinti e distinguibili. Ora, emergono dichiarazioni che disvelano questo sistema, e capisco che l’insieme possa essere destabilizzante. Anche la dinamica, con queste confessioni in assenza di prove (che d’altra parte per la natura dei reati, non sono mai disponibili) ha qualcosa che può lasciare perplessi. Tuttavia si tratta di un passaggio che può avere una sua utilità perché alla fine forse, quelle distorsioni potrebbero essere più facilmente isolabili e meno sostenute socialmente, questo bisogna dire, anche a prescindere dallo stile con cui si voglia condurre la propria vita privata.

Quanto vicini quanto lontani

Cari tutti –
Ho deciso di riprendere questo vecchio post, che all’epoca – 8 ani fa suscitò un gran dibattito. Riguarda gli stili di accudimento e l’eventuale vulnerabilità a psicopatologie future dei bambini. E’ un lavoro che spero sia utile, in questi anni di fatto – le mie posizioni non sono cambiate, e anzi sono state rinforzate dall’esperienza privata  e professionale. Perciò le modifiche apportate saranno molto modeste.
Buona lettura.

lQuesto post sarà lungo  perché mi sforzerò di sintetizzare malamente e con molte ingiustizie i punti salienti della psicologia evolutiva degli ultimi decenni – che mi pare, al di la delle ondivaghe mode pediatriche, si vada strutturando in maniera sempre più coerente e relativamente omogenea. Come premessa però chiedo di dare per assunta la serietà metodologica con cui le ricerche attualmente sono portate avanti in questo settore e chiedo di non sottovalutare il livello con cui le variabili ambientali e i difetti di ordine psicometrico sono calcolati nei processi di ricerca. Lo dico perché questa è la prima osservazione che viene fatta, non di rado con grande arroganza e ignoranza del lavoro psicometrico che c’è – matematicamente anche piuttosto difficile – e di controllo delle variabili. Dal mio punto di vista – la serietà statistica oggi è talmente avanzata, per cui la ricerca è amputata del suo potenziale visionario. A tal punto la psicologia si sente ricattata dalla critica sociale, che oramai è difficilissimo trovare un teorico che sia in grado di inventare mondi, ma tutti coltivano orticelli piccolini di piccole azioni e reazioni, controllabili in laboratorio, replicabili in contesti diversi. Molte di queste ricerche tuttavia, campano dell’ispirazione dei grandi padri fondatori della disciplina. Qui intanto, pParleremo un bel po’ di teoria dell’attaccamento, perché mi pare che di questi tempi chi si occupa di bambini in particolare, ma anche di adulti non può evitare di farci i conti se non proprio sottenderla come punto di partenza per andare altrove.

Quando parliamo di prima infanzia, noi dobbiamo sempre considerare due soggetti – che sono un piccolo e il suo caregiver, che nelle culture come la nostra spesso e volentieri è rappresentato dalla madre. Il piccolo che approda nel mondo con la nascita, dobbiamo considerare – non è una tabula rasa ma un libro diciamo ancora da scrivere, ma che è programmato biologicamente per essere scritto con un certo numero di variabili a seconda di come l’ambiente interagirà con lui. Abbiamo cioè una materia che è biologica e un’altra materia l’espressione comunicativa di quel dato biologico, e le forze con cui essa entra in contatto, che sono il contesto culturale e le sue relazioni primarie. La materia prima comunque – il dato biologico – è la prima grande differenza saliente e sicuramente la più importante. E’ il genoma, è quello che noi chiamiamo maggiore vulnerabilità a certe forze ambientali e relazionali, sono le carte che ci danno quando comincia la partita.
In linea di massima questo piccolo possiede un primo programma che gli psicologi evolutivi chiamano regolazione di stato – e concerne l’amministrazione del sonno e della veglia, prima di tutto, e la conquista del comportamento alimentare nella sua ciclicità. La facilità o difficoltà nell’amministrare questo programma deriva prima di tutto dalle carte biologiche di cui il piccolo è in possesso, ma in linea di massima ne ha a sufficienza per cui, con un caregiver sufficientemente attento approda da solo a una buona esperienza.

Nella media generale delle esperienze, le madri ci mettono un po’ a sintonizzarsi con i figli e dopo una serie di legittime prove ed errori, trovano una modulazione di frequenza nell’interazione con i bambini. Daniel Stern e soci, il gruppo dell’Infant Research, ha filmato centinaia di bambini con le mamme codificando questa strutturazione della comunicazione, campionando momenti di addormentamento e momenti di nutrizione, o momenti di gioco. Stern e soci hanno quindi approfondito il concetto di Bowlby – quelli di Modello Operativo Interno, usato per indicare la traccia mestica, il ricordo, di quello schema di interazione che essendosi ripetuto spesso per il bambino fa da orientamento, da recipiente mentale per vivere le situazioni simili che si ripropongono. Egli sa che la mamma quando deve mangiare farà in un certo modo, e risponderà al suo solito modo. Egli interiorizza un se con la mamma, un se nella relazione. I modelli operativi interni della primissima infanzia, andranno poi a confluire negli stili di attaccamento – cioè nei modi con cui i bambini organizzano la loro relazione con la loro – o le loro figure di riferimento. (Sono molto belle le ricerche che mettono in relazione modi di interazione tra mamma e bambino nei primi mesi, e stili di attaccamento dopo) La variabilità di questi funzionamenti delle coppie è immensa e le risorse degli adulti per gestire i piccoli non mancano mai di affascinare i ricercatori, tuttavia – esistono delle classi di comportamenti generali che coincidono con gli estremi – io credo quello che si dice alto contatto e basso contatto – che si rivelano problematiche, non nel senso comune di immediata garanzia di una psicopatologia, ma senza dubbio di una maggiore vulnerabilità alla psicopatologia – che emergerà con più facilità se insieme a un accudimento non funzionale ci saranno altri fattori di rischio.

Ripensiamo infatti a questo concetto dell’autoregolazione di stato. Il bambino si trova nella necessità di trovare dentro di se qualcosa che ha già, ma è pur sempre un bambino molto piccolo con poca esperienza di se stesso. Il genitore, è allora nella posizione di garantire assistenza, senza però mettersi al posto del piccolo. Quando il contatto è molto basso – per esempio un bambino non riesce a dormire, piange a squarcia gola e nessuno va da lui, il bambino diventerà terrorizzato dal suo stesso bisogno, acquisirà un modello operativo interno di abbandono sciagura debolezza e rabbia, che alla lunga possono diventare pattern stabili della struttura caratteriale, pattern che incoraggiano gli interlocutori a confermare il vissuto di abbandono e di inefficacia della prima infanzia. Se questi vissuti sono molto gravi e intensi potrebbe certo diventare un adulto terrorizzato dalla relazione, dai suoi sentimenti esperiti nel bisogno frustrato della relazione, a cui le dipendenze possono offrire un valido strumento vicario. Quando però il contatto è troppo alto, per esempio si tiene sempre il bambino in braccio finchè non si addormenta, il bambino quasi ugualmente non riuscirà ad accedere alla sua capacità di autoregolazione, perché c’è qualcun altro che fa le sue veci, c’è l’io vicario che lo culla per l’eternità, e questo lo renderà dipendente, ed incapace di accedere autonomamente alle proprie risorse, approdando a quella stessa convinzione di debolezza e inefficacia che connotava il suo fratello invece abbandonato, solo con una marca di difficoltà diversa. Spesso in casi in cui questa dipendenza è prolungata in una costellazione di comportamenti – allattamento prolungato, dormire nel lettone, non permettere al bambino di piangere o di avere sentimenti negativi – l’adulto che ne verrà fuori farà molta più fatica dei suoi coetanei a disimpegnarsi dal nucleo familiare, a separarsi dalle identificazioni genitoriali, a ristrutturarsi in una vita propria e a sopportare le relazioni di dipendenza – proprio per il suo comportamento troppo dipendente. (Alcune ricerche poi – mettono in luce la correlazione tra patologie della sfera alimentare e allattamento prolungato. Non è difficile da capire, l’anoressia interviene spesso in quadri familiari in cui la fusione con la madre è molto alta, e il padre è satellitare. L’allattamento prolungato può essere il cemento precursore, il mezzo con cui fissare i confini di una simbiosi – che poi simbolicamente e paradossalmente si mantiene e si rifiuta con il cibo).

La persistenza e continuità dei modelli operativi interni dall’infanzia fino all’età adulta, specie nelle psicopatologie, è stata dimostrata dal voluminoso corpus di ricerche basate sull’impiego dell’Adult Attachment Interwiew, una intervista con domande chiuse e aperte che è stata implementata da Mary Main e che si ripropone di rintracciare lo stile di attaccamento di un adulto interiorizzato nella sua infanzia e come questo stile di attaccamento sia ancora presente nel suo sistema comportamentale, con le figure importanti della sua vita relazionale – così c’è una consistente mole di ricerche che mette in relazione i modelli operativi interni strutturatisi nella prima infanzia con i modelli operativi che i soggetti applicano nella vita di coppia, e nelle situazioni di innamoramento, e un’altrettanto fiorente ricerca sulla genitorialità e sul modo con cui i genitori tendono a riprodurre con i figli i modelli operativi interni che hanno interiorizzato. Molte poi sono le ricerche che invece correlano certi stili di attaccamento a situazione francamente psicopatologiche. Da tutte queste ricerche emerge che non è infrequente il caso in cui le persone nella vita possano cambiare stile di attaccamento dall’insicuro al sicuro – ma è molto più infrequente che accada il contrario. Riportare qui gli esiti di queste ricerche è semplicemente impossibile, tanta è la mole, ma quello che si può dire con certezza è che i modelli operativi interni sono connotati da una buona stabilità anche se nel corso della vita ci sono fattori di protezione e fattori di rischio che possono relativamente modificarli (una buona psicoterapia ha questo tra i suoi scopi, e altro esempio, qualche volta quando gli schemi mentali ed emotivi interiorizzati non sabotano l’esperienza, i modelli operativi possono essere virati verso la sicurezza da delle buone relazioni)

Torniamo allora all’antinomia tra alto contatto e basso contatto. Quando il contatto è molto molto basso l’esito patologico è pressocchè certo, in un range di possibilità che dalla ridotta crescita fisiologica arriva al disturbo di personalità, o di dipendenza da sostanze. Il basso contatto di cui parliamo qui però, è difficile che sia ascrivibile a direttive di tipo culturale, ma a cause a loro volta psicopatologiche. Una grave depressione nella madre, o a sua volta un suo disturbo psicopatologico franco, la rendono così scarsamente recettiva da indurre una patologia grave. Una madre inaccessibile per una psicosi post partum, una madre tossicodipendente per esempio possono ritrovarsi a stare in una stanza con un figlio che piange le ore di seguito, e naturalmente il contesto sociale ha una sua forte incidenza – fasce sociali più deboli, in ambienti di povertà e alta criminalità sono più esposte. Ma non c’è cultura che possa suggerire questo basso contatto – per il semplice fatto che è troppo antievoluzionistico, e antieconomico per il gruppo sociale – men che mai i società in cui i figli sono così pochi, come la nostra. Una cultura trasmette ai genitori i valori che richiede dai piccoli cittadini che mettono al mondo, ma non può volere che questi piccoli cittadini muoiano o elaborino stili di vita pericolosi per se o per gli altri. Può – in contesti in cui ci sono molti bambini – desiderare che resistano solo i più forti, ma non tollera che i più forti vadano perduti. (In questo senso è interessante ricordare la reazione che ebbe Margareth Mead, antropologa, davanti al costrutto dell’attaccamento. Attaccò la sua prima formulazione come ingenua – ma da subito si rese conto della sua applicabilità trasversale ai più svariati contesti culturali – come di fatto è accaduto).

Il polo opposto dell’alto contatto genera psicopatologie relativamente più tollerabili e che permettono una funzionalità sociale, ma in compenso è un rischio più frequente nella famiglia media anche se – pure in questo caso è molto più probabile che l’eccesso di alto contatto sia dovuto a motivazioni psichiche individuali o della coppia che a direttive di ordine socioculturale. Il sistema diadico che mette insieme madre e bambino infatti è uno strano dispositivo che per funzionare deve implicare uno sforzo relativo per entrambi. Un elevato contatto – cullare sempre il bambino finchè non si addormenta, allattarlo finchè non è lui stesso a chiedere che si smetta, dargli nel mondo non un posto che è il suo ma che è al posto del proprio non è autoconservativo, è funzionale a una malessere della madre o della coppia genitoriale. Il figlio prende il posto del padre, con una valanga di effetti negativi per tutti. La madre struttura la sua vita in funzione di un altro, usandolo per evitare di prendere contatto con parti depressive proprie da cui si sente minacciata, e per trovare una forma di gratificazione. Regala al bambino la propria paura del dolore negandogli l’esperienza del dolore o della difficoltà. Il processo evolutivo del figlio viene compromesso – frenato, perché la sua capacità di raggiungere l’omeostasi da solo è scoraggiata e non trova un terreno per focalizzarsi. Inoltre il bambino – per usare una parola dei sistemici, viene triangolato. Essendo posto al posto del padre diventa il canale di comunicazione emotiva tra i due coniugi – diviene strumentalizzato dalla coppia. La coppia viene messa in una posizione di grandissimo rischio: il padre non riesce a ritrovare il rapporto con la madre e quindi cercherà il rapporto erotico altrove, spezzando la famiglia, oppure (cosa che mi è capitato di osservare frequentemente nel centro clinico dove collaboro ora) sessualizzando il suo rapporto con il figlio – nella sinistra atmosfera dell’incestuale.

In tutto questo – sinceramente – non so quanto possano incidere le direttive culturali in entrambi i casi, specie nelle loro derive psicopatologiche gravi. Quando una cattiva psicologia attecchisce è soprattutto perché il malessere psichico la usa come pane, come alibi, come risorsa – la struttura sana sente dove non si deve fidare. Ma forse esistono delle zone intermedie, di incapacità di toccare le proprie buone risorse, e di essere per questo buoni caregiver, per le quali una buona psicologia potrebbe fare un buon servizio. Non credo neanche che questo buon servizio sia da destinare solo alle madri e alla genitorialità – mi sono fatta l’idea – assolutamente personale e non comprovata da niente – che l’istinto vero è quello del grande verso il piccolo della sua specie. Tutti siamo portati quando siamo ragionevolmente sani, o se vogliamo tollerabilmente imperfetti, a saperci sintonizzare con un piccolo e a dover sentire per un piccolo in difficoltà un senso di protezione. Quando questo senso di protezione manca – figlio o no – la psicopatologia è franca.

 

Farfalline e poltrone

 

 

E’ interessante come la vicenda Weinstein e il dibattito che ne è conseguito, fotografino lo stato dell’arte in merito alle consapevolezze culturali sulle questioni di genere. Intanto, accogliamo come una buona notizia – per questo caso e per alcuni altri dell’immediato recente – che la questione del ricatto sessuale è diventata una notizia rilevante considerata capace non tanto di generare scandalo – che per la verità, lo ha sempre fatto – quanto indignazione.
In secondo luogo, se c’è un contesto dove almeno io constato una certa utilità della rete, è proprio il contesto delle questioni di genere, e forse di questo specifico range di questioni, che toccano il privato ma non troppo, che alludono a momenti della vita che stanno in una zona intermedia tra pubblico e privato. E insomma in questi giorni ho assistito a scambi interessanti.

Il dibattito si è agganciato infatti, sulla parte dello scandalo che ha riguardato Asia Argento, che ha dichiarato di essere sentita costretta ad avere rapporti con lui quando era più giovane, e di esserci sottostata temendo di non avere scelta. Asia ha avuto successo, e alle spalle aveva un padre noto regista, e queste stimmate poco adatte al ruolo di vittima hanno fatto perdere a diversi commentatori l’attenzione sulla natura del reato e hanno spostato astio e giudizi severi sul comportamento della vittima di ricatto sessuale. E’ una cosa interessante, che mi ha sollecitato diverse riflessioni. Siccome questo è un post un po’ frettoloso perdonatemi se schematicamente le enumererò una per una.

  1. La questione dei ricatti sessuali si iscrive sempre in un contesto dove al vertice non c’è mai il potere del sesso, ma il potere politico – ossia il potere di determinare cambiamenti materiali, che a sua volta è correlato al potere economico, il potere cioè dei soldi di muovere cose e altri soldi. Il potere del sesso è invece un potere sempre povero, sempre di corto raggio, in qualche raro fortunato caso può essere un potere strategico, ma di solito, siccome è insieme risultato e infamia, non porta a granché di buono. D’altra parte, bisogna dire, scopare è una cosa che sappiamo fare tutti, per questo al di la del valore della carrozzeria, il sesso rimane una prestazione viziata dal suo essere sostituibile. Invece il potere politico non è sostituibile con la stessa agilità, e non ha mai il marchio dell’infamia.

A questo aggiungiamo un secondo tassello: partiamo da un orizzonte culturale per cui il potere maschile è – spesso anche se non sempre – tendenzialmente quello tradizionale rispetto al quale il potere femminile è – spesso anche se non sempre – subalterno a esso. Spesso, questa subalternità è garantita dall’uso suggerito o imposto, della moneta del potere sessuale. Quel potere sessuale, che è in realtà fuori dal mondo della monetizzazione e della gerarchia il gigantesco della prosecuzione della specie –ma che dentro vale poco, e si autodenuncia ipso facto come un potere misero. Se non nullo.

2. Il grande mito di questi scambi da Berlusconi a Weinstein è che la donna che cede allo scambio fa carriera per quello scambio. Questo mito culturale è molto interessante. Da una parte aggancia qualcosa di vero, ma una parte molto minima – come in generale accade quando ci si concentra con troppo incantato livore sulla carriera per raccomandazione. In generale infatti vale la triste regola per cui, quando non si hanno capacità di nessun tipo è difficile che si faccia carriera perché non si è capaci di gestire nessun tipo di potere.   Ci si può forse assicurare uno stipendio, ma non ci si assicura una scalata.
La questione è allora diversa: la questione è che ci sono diverse persone in grado di assolvere un ruolo, o una scalata di ruoli, ma i criteri per farcele arrivare possono essere onesti e disonesti, sessisti o non sessisti. La raccomandazione e la corruzione sono criteri che ammettono l’accesso alla scalata tipici dei contesti semplicemente disonesti. Poi però ci sono contesti onesti e disonesti, che vincolano l’accesso in base a un’appartenenza di genere, e in questi ambiti le donne possono avere due tipi di chance: essere migliori di molto rispetto ad altri, oppure essere brave quanto altri, sottostando però a un ricatto sessuale. Le grandi attrici, o le attrici che per una qualche magia tipica della loro professione hanno avuto successo – e con questo intendo la misteriosa capacità di un volto e di un modo di usare il corpo di incarnare immagini dell’inconscio culturale – che avessero dichiarato di aver soddisfatto Weinstein si sono adeguate prob ob torto collo – alla regola ferrea del sistema sessista, che chiede il dazio dell’abuso di potere. Ora lo possono dichiarare perché a voja a rosicare nessuno potrà dire che un film ha incassato milioni di dollari per un pompino a Weinstein. Tra tanti pompini, ha fatto carriera quella che aveva delle cose in più ossia un’altra forma di potere.
(In questo senso, uno dei tanti termometri che misura il grado di sessismo di un contesto culturale potrebbe essere determinato dalle frequenza con cui si sommano scambi sessuali in contesti economici e possibilità per le donne di poter usare lo scambio sessuale come accesso al potere. Regimi poco sessisti, condannano lo scambio sessuale e l’ostacolo sessista. Regimi molto sessisti impongono a prescindere il dazio sessuale come obbligo da tributare al maschile, e poi ci sono le democrazie intermedie, dove i dispositivi funzionano insieme, poco o molto, quando si quando no – in gradazioni diverse).

3.Scrivo tutte queste cose, piuttosto rarefatte e forse noiose, perché vedo che forze psichiche oscure e lontane anche da parte di persone oneste e di buona volontà, in buona fede alla ricerca di un’opinione moralmente corretta, perdono l’occasione politica, perdono lo sguardo di insieme, non pensano a di cosa è sintomo questa vicenda, e si fanno imbrigliare da altri oggetti simbolici, marginali all’abuso di potere. Weinstein non lo conosce nessuno qui, diciamocelo Asia Argento si! Angelina Jolie si! Sono potenti! Ricche! Belle e famose! Come mai non hanno in primo luogo respinto le avance? E come mai non hanno fatto denuncia subito dopo? Dietro questa cosa c’è in parte l’idealizzazione del potere estetico e sessuale, e la supposizione di una costante contentezza in merito ad esso – per cui alla fine, aleggia l’accusa sottile che una che viene scritturata come comparsa deve esser contentissima e orgogliosa di questa gran fica che è, mentre del fatto che si è impegnata per imparare a far bene una determinata cosa non deve importare un bel niente. E’ bona e incantatrice deh, sta mignotta! E siccome quel tipo di incantamento è molto incisivo su un’altra economia che è quella della ita privata e tutti noi vorremmo esserne titolari, si fa il corto circuito tra il potere che ha nel privato la seduzione e la trappola che rappresenta nel pubblico quella medesima seduzione.Soprattutto però, si perde la visione di insieme