Scrittori impegnati contro l’impegno. Su Walter Siti.


Ho appena finito di leggere un lungo e come al solito bello e ricco libro di Walter Siti, che raccoglie una serie di saggi sulla scrittura e sul romanzo negli ultimi vent’anni. E’ un libro che preliminarmente ha due meriti di metodo: mette insieme un’analisi di come la crisi del sistema editoriale abbia portato a una involuzione delle nostre complessità linguistiche a tutte le altezze, assolutamente condivisibile, e mette in pratica quel modo di scrivere di persone e in questo caso di autori che è sempre gentile, rispettoso anche quando in questo caso pone loro delle critiche – il che rende la lettura più fruibile in profondità e più distensiva. 

Questo post nasce dalla bizzarra esperienza di condividere un libro in buona parte dei passaggi interni, in un discorso di metodo e di critica letteraria come dell’industria culturale, per contestarne premesse e conseguenze, sentendo però come tutto il bellissimo discorso nasca da una prospettiva monca, troppo centrata su un piatto della bilancia. 
Il libro si chiama Contro l’impegno e spiega con dovizia di esempi come funziona la letteratura per illuminare quanto l’impegno eventualmente la intossichi. Sulle urgenze dell’impegno invece c’è totale assenza di consapevolezza, di riflessione, di pensiero. E questa è la perdita di una occasione. Oltre che un assist clamoroso a tutti i reazionari dell’industria culturale che troveranno in Siti un prestigioso commilitone. 

La tesi portante del libro riguarda la crisi dell’industria culturale. Siti spiega molto bene come l’avvento di internet per un verso, l’evoluzione del linguaggio dei media  per un altro il tutto calato nelle vicende stanche e deludenti delle nostre democrazie occidentali, sotto scacco per un verso ma con poca energia reattiva dal basso per un altro, abbiano portato a un impoverimento del tipo di proposte editoriali che vediamo circolare, impoverimento che però Siti circostanzia in modo molto puntuale, e di cui ricostruisce una precisa genealogia. Sono molto avvincenti i passaggi di sociologia culturale con cui si racconta questa metamorfosi linguistica e di come sia arrivata a investire la produzione letteraria. 
In primo luogo, spiega Siti l’avvento di internet e dei social ha imposto una nuovo stile nello scambio tra soggetti e nell’acquisizione delle informazioni, che è divenuto dilagante per la sua gratuità e per la sua pervasività – tutti oggi abbiamo uno smartphone, e concorrenziale rispetto la vecchia trasmissione dei contenuti,  per cui le vecchie agenzie, stampa, media editoria hanno cominciato ad adeguarsi ai nuovi sistemi linguistici di comunicazione, premiando sempre di più la capacità di arrivare, l’efficacia a discapito della capacità di interpretare conferire senso. Per ottenere l’efficacia si deve ridurre la polisemia, e rinunciando alla ricerca di senso, si cade nella perdita di ambivalenza. 

In secondo luogo – ma poi i rivoli concettuali abbondano –  Siti racconta di come sia nato un proficuo flirt tra giornalismo e romanzo, e di come nella mutua frequentazione e attrazione questi due oggetti culturali queste due modalità di trasmissione di contenuto abbiano generato una sorta di figlio ibrido che è il reportage narrativizzato, o anche il romanzo che si costruisce su una serie di dati acquisiti drenati dall’esperienza del giornalismo di inchiesta. Ne nasce diciamo un oggetto terzo, non di rado intriso di un ingaggio morale di cui Siti riconosce e loda anche l’autenticità, ma che capisce per me parzialmente, e che ritiene responsabile dell’impoverimento delle narrazioni proposte. La tesi del libro sta in questo passaggio ma anche la sua debolezza concettuale. Il libro critica la nuova letteratura impegnata, considerando l’impegno come un sintomo dell’impoverimento del linguaggio. (“Temo che il neoimpegno sia soltanto il sintomo di una mutazione genetica che sta proprio cambiando il rapporto con le parole”)  – ossia arriva forte e chiaro il fatto che Siti non coglie l’esistenza di una agenzia psichica e sociale concorrenziale alla letteratura, concorrenziale alla logica estetica, che ha (per me crede di avere, ma lo vedremo dopo) una sua agenda di priorità autonoma dalle urgenze della  scrittura letteraria, e dove in cima c’è l’urgenza è l’agire politico. L’agire politico non è un sintomo dell’azione della scrittura. Piuttosto, per le persone che hanno forte dentro di se l’urgenza dell’atto politico, la scrittura è uno dei mezzi possibili da utilizzare.  Uno come Christian Raimo, che fa l’assessore municipale, va in televisione a sbattersi per gli immigrati, in piazza per l’inceneritore della spazzatura che impesta l’aria delle periferie, che lavora come professore di lettere, quando scrive riparare il mondo, ha in testa delle urgenze di azione politica che non possono essere ricondotte alla trasformazione in atto del meccanismo editoriale. Forse quella trasformazione ha performato il suo atto linguistico? Non lo so, non ne sono sicura – ho la sensazione che Siti non perdoni certi entusiasmi politici ai contemporanei che invece sono sempre stati presenti nella logica manichea del pamphlet, le cui regole retoriche non sono state inventate da Murgia e soci. Ma quand’anche la statura polisemica del pamphlet fosse radicalmente peggiorata in questi ultimi vent’anni, rimane il fatto che di solito chi li scrive ha tante altre cose per la testa, cose politiche desideri radicali di azione su persone e cose, che affiancano e non germogliano dal lavoro di scrittura. Nascono fuori dalla scrittura.

Questo totale disconoscimento dell’agenzia politica come movente intorno all’oggetto libro, fa perdere di vista, completamente,  la ratio della questione dell’impegno, la ratio di quel pulviscolo di eventi dal basso che oggi il dibattito pubblico costella sotto l’etichetta di cancel culture, altro fenomeno che Siti costella qui in maniera per me piuttosto sbrigativa e deludente rispetto ai suoi standard diagnostici, come affiliato al tema della semplificazione concettuale. Probabilmente questo deriva anche a causa delle critiche ingenue che hanno subito i suoi libri, e che io stessa non ho sottoscritto – ma da cui sento che lui si difende in modo inappropriato. Siti rimprovera alla nuova generazione di lettori, ed eventualmente di detrattori di cercare nella letteratura argomenti confortanti, che legittimino la necessità di lavorare per un mondo migliore, ma questa necessità, secondo lui non può essere assecondata da una letteratura che si incarichi di portare alla luce degli aspetti d’ombra, le ambivalenze, le aree del negativo, dove c’è il bene e dove c’è il male.  E’ come se si Siti pensasse davvero che la ricerca di senso e di polisemia che è il suo mandato culturale faccia finire di perdere un piano etico e politico, ottunda una gerarchia valoriale in un testo prodotto.  Ma soprattutto appare evidente che per Siti, le persone leggano i libri solo per piacere della lettura, per la sacra istanza di quel tipo di esplorazione che garantisce la conoscenza tramite forma letteraria – e qui secondo me lui, e buona parte dei critici che reagiscono a lui,  e alla cancel culture, si perde qualcosa di importante.

Esiste un modo di guardare i prodotti culturali assolutamente laico, e fortemente impermeabile alla qualità dei testi sotto il profilo letterario, questo è per esempio il modo dello sguardo politico. Lo sguardo politico non ha sovrani, non ha totem da proteggere, se ne frega delle lettere maiuscole sulla testa dei poeti: lo sguardo politico prende gli oggetti che hanno un’efficacia simbolica, politica a loro volta, e li esamina per la gerarchia valoriale che da essi traluce. Per questo sguardo un pezzo di Vittorio Feltri e i passaggi di un Celine -anche se bisogna riconoscere a Feltri consistenti doti di mestiere – sono la stessa zuppa. Oggetti simbolici che si possono guardare principalmente per l’orizzonte etico che propongono e per l’effetto politico che hanno.  Specie in nord America, dove ancora fioccano i motivi per guardare avanti e con soddisfazione anziché santificare i lari del passato con rimpianto, è fortissimo questo atteggiamento laico verso il mondo intellettuale, forse di più attraversato da una sorta di rivalsa edipica verso gli eroi del vecchio mondo da detronizzare. Mentre ai nostri intellettuali criticare un oggetto culturale del passato per delle questioni ideologiche è emotivamente sacrilego, e sempre ringraziamo i numi della correttezza filologica e della storicizzazione delle idee, è almeno dagli anni 60’ del secolo scorso che genti come Harold Bloom  – il Siti del novecento – si stracciano le vesti per quanta dissacrazione politica neri, femministe e quant’altro hanno portato nel dibattito della critica letteraria.  Oggi quel tipo di critica, tutta politica e molto poco estetica, ha ripreso quota, e se vogliamo chiederci perché, forse parlando di impegno come sintomo del linguaggio impoverito non rispondiamo in modo accurato.


A un certo punto del libro Siti allude al costrutto di lettore implicito di Wolfang Iser. Il lettore implicito, è cioè quel tipo di lettore che ogni scrittore ha in mente leggerà le sue cose. Siti racconta che se una sua amica professoressa dovesse spiegare dei versi largamente misogini di Leopardi alla sua classe di studenti spiegherebbe il concetto di lettore implicito. Al tempo di Leopardi tutti pensavano queste cose, Leopardi compreso, e quindi implicitamente aveva in testa quel modo di pensare.

Io penso però che il lettore implicito di Leopardi era, un uomo. Lo era perché gli uomini leggevano di più delle donne all’epoca, e lo era perché le donne non avevano voce in capitolo nella sfera produttiva e politica del paese. Quando nei testi ci sono passaggi discriminatori a proposito di donne o migranti, o omosessuali, o neri o ebrei, il lettore implicito di chi scrive non appartiene mai a nessuno di questi gruppi, e per molto tempo, questo è accaduto perché tutte queste categorie non avevano rilevanza prima giuridica e poi economica nella piattaforma pubblica. Ora la questione non è solo come dice Simonetti, su Tuttolibri che oggi devi ricordarti che il grosso dei lettori sono donne, ma ricordarti il fatto che se sono donne è anche perché il loro statuto giuridico è cambiato dai tempi di Leopardi, e anche la loro partecipazione alla vita pubblica. Vale per le donne, vale per i neri, vale per gli omosessuali e per tutti gli altri. Questo vuol dire che essi devono per forza diventare un lettore implicito di qualcuno, essendo diventati i lettori materiali, devono smettere di essere complemento di argomento ma chiedono di essere destinatari. Non sono più quello di cui si parla con i lettori forti, sono i lettori forti. Quello che voglio dire è che ci sono parti sociali che prima erano fuori delle logiche produttive, ora ci sono dentro, hanno un titolo hanno segreterie di Stato e presidenti degli stati uniti, non ti puoi stupire se a processo avviato e parità però non conseguita non si incazzino, e non ti usino a te Siti, come può capitare a chiunque altro scrittore di essere usato, esclusivamente come oggetto politico. Fino a che si parla dei fenomeni intorno alla cancel culture, soltanto in termini di onta per le sacre lettere, si perderanno punti, e si faranno figure deludenti, e Siti – come capiterà nei prossimi giorni – farà la gioia di tutti i recensori più reazionari che abbiamo sulla piazza.
Purtroppo dobbiamo poter parlare male dei froci – è la ricerca di senso che ce lo chiede!

In realtà io penso che si possano e debbano dire altre cose.
All’inizio del libro, Siti dice una cosa che mi piace molto. Dice: la letteratura è un modo di conoscere la realtà non surrogabile ad altri tipi di conoscenza. E’ una cosa molto giusta e ci fa tifare per il vecchio partito della ricerca di senso, contro il nuovo partito dell’efficacia. Ci fa dire che hai ragione tu Siti, è più importante capire le cose in fondo mettendo in campo le antipatiche ambivalenze, l’ombra dove c’è la luce, e la luce dove c’è l’ombra. Le Lolite di Nabokov ci servono come il pane, così come ci servono i libri tuoi quando parli di pedofili e di cronaca nera, o di periferie. Ora esiste un godimento puramente spirituale, e conoscitivo e fine a stesso molto bello, nella fruizione letteraria, ma io devo dire che l’uso politico dell’oggetto libro, o l’uso edificante dell’oggetto libro per me è una cosa assolutamente pacifica. Da soggetto politico nel mondo – soggetto politico che per esempio sogna di implementare una certa rete di servizi in aree meno servite della città, da soggetto politico che insegna a scuola e cerca di mettere i suoi studenti nella condizione di saper pensare criticamente alle cose, per non parlare del soggetto politico psicoanalista che usa, si usa, i libri per lavorare a un atto di emancipazione dei suoi assistiti, tutti questi soggetti, cosa se ne fanno dei libricini consolatori degli ultimi vent’anni? Delle storie edificanti? Come lavoriamo nei servizi sociali Siti, se ci raccontano che gli immigrati sono tutti buoni? Come lavoro io con i miei pazienti Siti, se non sopporto che Lolita vuole sedurre Humbert Humbert? Come guariscono i pazienti, se non sopportano questa cosa di Lolita? 

L’ambivalenza, la ricerca di senso sono atti politici, passaggi necessari da attraversare per concepire una qualsiasi azione trasformativa al di fuori dei libri. E i libri di Siti tra i più militanti di cui mi sia servita nella mia vita di cives. 

Sull’empatia

Mi affascina molto la potenza emotiva e simbolica che il termine empatia ha tesaurizzato negli ultimi anni. Per un verso sono affascinata dalla sociologia del suo successo – è interessante chiedersi come mai va tanto di moda oggi mentre in passato era categoria assolutamente priva di allure e prestigio, ma siccome un suo buon dosaggio è evidentemente abbastanza utile diciamo a occhio nudo, sono colpita sia dalla necessità della sua enfasi, che dalla parrocchia politica ed emotiva di chi la osteggia. Forse per il fatto che di mestiere sono psicologa è come se mi capitasse di sentire ogni due per tre: devi buttare la pasta quando l’acqua bolle! E dall’altra persone che dicono: questa cosa del buttare la pasta quando l’acqua bolle è una faciloneria sopravvalutata! Il valore della pasta è composto da molte cose! Tipo il sugo

Siamo in effetti in un momento storico di istigazione all’empatia, questa istigazione all’empatia è la spuma di due lunghe ondate che si sfrangiano sul presente. L’empatia, messa nei termini in cui la conosciamo, come capacità di immedesimarsi emotivamente con vicende personali lontane dalla propria esperienza, esplode in primo luogo come lusso del capitalismo avanzato, che ambisce a guarire completamente se stesso, sostituendo vecchi dispositivi di solidarietà di classe, o di genere: le antiche comunanze di sventura contro nemici comuni, l’antica stessa barca dove tra operai ci si accomodava, ma anche tra mogli vessate, o tra malati senza catarsi. Paventa una immediatezza, ma in realtà allude a un processo molto mediato e sofisticato, che quelle vecchie comunanze di sventura – una merce questa democraticamente elargita nei secoli – non toccavano necessariamente. L’empatia implica un processo di costruzione dei processi logici ed emotivi dell’altro, molto articolato per il quale non di rado ci vuole il cuore libero dai ricatti della sussistenza primaria. E’ un dispositivo virtuoso, perché ha la possibilità, magari unito a un non troppo ingenuo bilancio di costi benefici, di farci valutare progetti politici per esempio di ampio raggio, che includano ma non esauriscano interessi particolari di questo o quel gruppo sociale. 
I nemici dell’empatia però – come per esempio il simpaticissimo Paul Bloom che ci ha dedicato una gustosa monografia – mettono in guardia dal fatto che, tarandosi quella esclusivamente su elementi di tipo emotivo, potrebbe garantire solidarietà e quindi protezione morale, e quindi progetto politico anche ad azioni che sono pericolose e antidemocratiche. In fondo, il successo di movimenti politici basici, carichi di risentimento, capaci di istituire la pena di morte, o di far avallare logiche vendicative e punitive, devono molto alla nobilitade dell’empatia. Pareri accoglienti rispetto alla pena di morte per esempio, spesso si incardinano sull’empatia nei confronti del genitore di una vittima – l’empatia per l’umano troppo umano desiderio di vendetta.

Secondo motivo di grande presenza scenica oggi dell’empatia, deriva dall’importante modificazione che ha impresso alla nostra quotidianità l’arrivo di internet, e degli smartphone. Si è molto parlato di quanto sia cambiata l’informazione e la sua fruizione, ma una cosa veramente interessante è che ora,  siamo tutti capillarmente esposti a sfide emotive che prima neanche ci sfioravano. Per fare un esempio, mia suocera buon’anima, non aveva mai visto un ebreo prima di me. La sua relazione con le leggi razziali, era molto molto blanda – per quanto avesse l’età di mio padre, che ne era stato vittima. Mia suocera non leggeva i giornali, faceva una vita di paese in un paese in cui un ebreo non si è mai visto manco dipinto, forse mia suocera può aver incontrato qualche film sull’Olocausto ma credo che abbia cambiato velocemente canale. Le suocere di oggi invece, diciamo le suocere di quelli che si sposano adesso, molto più raramente possono sottrarsi alla prova emotiva della discriminazione raccontata: sono tutte continuamente sollecitate, fino a percepire la cosa come un imbarazzo emotivo, un toccare il limite.

 Questo limite è stato ben illuminato dal dibattito recente a cui è andata incontro la fotografia e il reportage di guerra. Il corpo morto con il rivolo di sangue, un tempo era nobilitato da una sua funzione politica ed esperienziale, guarda, diceva la foto della bambina vietnamita nuda che corre verso l’obbiettivo, guarda cosa devi sapere. Piangi per questa bambina, piangi per cosa deve pensare la sua mamma, piangi di quello che nella tua lontananza non puoi sapere.  D’altra parte tu quella immagine della bambina te la andavi a prendere, uscendo di casa, spendendo dei soldi e comprando il giornale, in un’azione che era una dichiarazione di intenti sul tuo modo politico di stare al mondo, e sulla tua disponibilità a mettere in gioco delle emozioni. Ma oggi, siccome piangi ce lo possono dire una quarantina di volte al giorno, giacchè le bambine arrivano sullo smartphone appena lo accendi, abbiamo elaborato una serie di argomentazioni difensive anche piuttosto interessanti e non scontate. Quella bambina dicono queste argomentazioni, ti ha dato il permesso di usare il suo tragico? Non stai facendo un atto di imperialismo coloniale, o un atto di classe, ad appropriartene? Non sapevi raccontare di quella bambina a parole? Sicuramente dietro queste argomentazioni c’è la maturazione di un dibattito pubblico sui diritti civili, sulle identità, e sul potere – ma molto contribuisce  l’overbooking di empatia e ora  abbiamo anche imparato a trovare delle soluzioni brillanti – come per esempio il capolavoro della vignetta di Makkox quando tutti noi siamo rimasti angosciati e impotenti di fronte alla storia del quattordicenne morto per arrivare in Europa, e che nella tasca aveva i voti della pagella a scuola. La vignetta bellissima, e che mi fa commuovere solo al ricordo, ha il pregio di citare il corpo senza mostrare il corpo, di evocarne lo strazio senza mostrarne lo strazio. Il bambino in fondo al mare è bellissimo, ma ci obbliga a scappare dall’associoazione che ci viene molto forte, noi sappiamo che quando è stato trovato, quel corpo era per l’appunto straziato.  In effetti, l’arte serve anche a fare di queste operazioni.

In ogni caso, per una vignetta di Makkox azzeccata, c’è una pattuglia di sfide emotive a cui siamo chiamati a partecipare senza mediazioni. Quella cosa che faceva mio padre, di un autolesionismo squisitamente semita, per cui si andava a leggere su internazionale il calendario di tutti i conflitti in corso nel mondo, oggi viene imposto dai media come atto dell’etica minimo sindacale, non ci sfugge un maremoto, non ci sfugge un bombardamento, siamo immediatamente istigati alla morale dalle immagini del telefonino. Mi affascina per esempio l’uso che l’unicef fa della mia bacheca facebook, dove mi si mostra un bambino gravemente malnutrito e mi si chiedono dei soldi in beneficienza, per cui  io, o do i soldi in beneficienza, o non do i soldi ma ho il memento mori del bambino ogni giorno, oppure decido di chiedere a facebook di togliermi la pubblicità di unicef, il che potrebbe procurarmi un senso di vergogna di me lancinante, per cui no non lo faccio. Operazione credo con una sua consistente quota di efficacia. Anche se con una forse non trascurabile sequela di effetti collaterali.  Così come siamo tutti sovraffatti dalla acquisita capacità delle parti deboli delle nostre gerarchie sociali di usare i nuovi media per sollecitare una domanda morale, che a sua volta si incardini su una sollecitazione emotiva e una richiesta di empatia. Prima tu potevi eludere le conseguenze del tuo ruolo nel mondo, adesso ti si chiede di non farlo più.  Che è un po’ per esempio la questione che chiede alla media dei maschi bianchi occidentali, la foto di Erdogan che è per esempio circolata ieri. Ce la fai a empatizzare con Von der Leyen? Maschio bianco europeo? E qualche volta quello di sinistra – poco incline a riconoscere il sessismo di casa sua – ha trovato una scappatoia nell’altro canale di empatia disponibile: la questione dei curdi. Due empatie insieme e probabilmente collegabili erano una sfida troppo estrema.

Nonostante anche io senta forte l’istigazione all’empatia, e come dire empatizzi quasi con le difese che sollecita, rimango una ammiratrice dello strumento, a cui però vorrei sostituire il più articolato concetto di mentalizzazione.  L’empatia non ha concettualizzazioni molto sofisticate, è un generico mettersi nei panni degli altri e così come ci viene retoricamente raccontata è una specie di tutto o nulla, ce l’hai o non ce l’hai, e sembra a torto, una dote del cuore, il nome carino dell’essere più o meno buoni, più o meno capaci di accedere a un modo sentimentale con cui avvicinarci al reale, nella sua costruzione diciamo mediatica e generalizzata essa appare rosa, femminile, persino adolescenziale. Fa venire voglia, di calcoli, progetti, pensieri. Matematiche. Dopo dieci richiami social all’empatia, ti viene una inarrestabile voglia di ingegnere.

Peter Fonagy è un rigoroso analista postfreudiano che ha introdotto il concetto di mentalizzazione,  definendola come la capacità di immaginare e provare gli stati emotivi dell’altro, ha concettualizzato l’ipotesi che gravi esperienze di abuso possono inibire la capacità di mentalizzare gli stati emotivi dell’altro, e di conseguenza ha introdotto una scala di misurazione della mentalizzazione che può essere usata con le psicoterapie, perché a questo punto, concettualizza Fonagy, la psicoterapia per questi pazienti può essere pensata anche come un dispositivo che tra i diversi scopi ha il compito di potenziare la capacità di mentalizzare stati emotivi altrui il che ha anche molto a che fare con la capacità di mettere a fuoco i propri. Questa scala della mentalizzazione a me affascina molto, concettualizza anche livelli molto alti di capacità di mentalizzare che non sono quelli diffusi e necessari per tutti, sono quelli diciamo a cui si attestano i più allenati, ministri di culto in teoria, naturalmente psicologi, che ci fanno un mestiere, molti scrittori, ma che illustra anche delle grandezze intermedie. Mi interessa perché a livelli alti la mentalizzazione non deve semplicemente contattare stati emotivi, ma iscriverli in successioni narrative ed esperienziali, e quindi deve, come dire istituire anche dei processi logici. A livelli molto alti di mentalizzazione si deve diventare anche capaci di empatizzare con i partiti della minoranza emotiva dell’altro, saperli tenere nel campo,. Questa capacità da analista è fondamentale e quando i pazienti per esempio ci parlano male di qualcuno, noi dobbiamo valutare bene l’opportunità di accodarsi al suo parere, perchè quel paziente sta anche ritraendo una parte di se che rifiuta e che ora ha messo addosso a un altro. Questo lavoro analitico per me, è su piccola scala una metafora dello sguardo mentalizzante che devo mettere in campo quando do le mie valutazioni su fenomeni di larga scala, dominati da conflitti importanti per esempio. Mi pare, questa cosa qui che hanno gli analisti e gli scrittori, un dispositivo a cui dovremmo mirare un po’ tutti, per approdare a dei giudizi di valore e a delle azioni politiche. 

trama secondaria

La donna lo incontra in un momento di enorme confusione. Va a letto con chi non ama, mentre non riesce a prendersi chi, per quanto intriso di una difficile adorazione, lei vuole davvero per se. Sta divisa cioè tra amanti prossimi e agili, e un grande amore difficile e lontano. Precisamente lei ora, splende di una nevrosi dolorosa che le fa mettere il corpo e il cuore in posti separati l’uno dall’altro. 
Lo incontra dunque. Un hidalgo siderale e magnetico, uno squotter di eleganza sottile, cavaliere, cane sciolto, principe decaduto, ladro, tossico, profugo, ma anche quel tipo di intellettuale, quel tipo di biblioteca in testa, che la donna avrebbe poi avuto nella sua. 
In certe notti bianche di neve e di silenzio, la mette sulla canna di una bici rubata, ne tollera l’isteria nervosa, stai calma le dice, non ti succederà niente – e tra le altre cose le insegna una leggerezza perduta)


Di questa cosa della biblioteca di domani nella testa dell’uomo, la donna si accorge  subito, una delle prime volte che escono insieme. Parlano di bellezza, ciondolando per strada,  di cosa è bello e cosa no, di cosa è arte e cosa no, un tema che la donna sa, è il tribunale d’elezione della seduzione. E mentre discutono di cose eleganti, di quadri, di libri, l’uomo indica la commessa di un supermercato, che porta in mano la parte inferiore di un manichino. Vedi, le dice, quella donna in quel momento, con quelle gambe di plastica è una cosa bella, noi ci mettiamo dei significati.
Sono giovani, ma la donna intuisce che in quello sguardo ci sono: i libri di fotografia che avrebbe comprato, le mostre che avrebbe visto, i libri di estetica che avrebbe sottolineato. 
Molte delle cose che avrebbe voluto scrivere.

Lui la fa sentire ottocentesca e calligrafica, si diverte molto a portarla, lei così giudaica e klimtiana, in certe cantine perse sotto la ferrovia, in mezzo ad altri come lui, animali forti e opachi, lunghi secchi e brillanti nella notte, maschi di leone e di pantera, bestie esotiche che sopravvivono alla meglio, colla cerniera lampo e gli scarponi, che bevono con gesti decisi e luccichii negli occhi, che ridono di amarezze politiche e di un idealismo vitale e disperato, e che lei, non avrebbe più reincontrato – figli di storie cattive che non hanno finito di scorrere. 
(Si vedono spesso per pranzo.  
Lui compare dall’orlo di una lunga fila di alberi. La sua prima reazione è una grande felicità: stringe gli occhi e sorride. Poi, ogni volta, mano mano che si avvicina a lei, recupera compostezza, fino a manifestare una sottile noncuranza. Dormivo fino a poco fa, le dice. 
Lei allora prova tenerezza, ma non la manifesta: non vuole disturbare quello che le sembra un delicato equilibrio).

La porta spesso in posti casualmente sentimentali, accidentalmente romantici, con candele che si accendono per caso sui tavoli della sera, con tramonti sui mobili per strada, e quando lei gli vede le mani, prima di sentirle, nota che sono molto belle. Tuttavia è un giovane maschio che ancora sta imparando a dirsi senza ritegno, ancora non ha capito che non succederà niente di terribile – e siccome lei, in quel preciso frangente si sente abbandonata da quello che sente di amare, non vuole correre il rischio due volte. 

(Talora però, nel buio, e solo quando è molto buio, stanno stretti da qualche parte, lui le dice. Perché non vieni a vivere qui. Ti metti a scrivere qui, a studiare qui. Perché non vieni a stare qui, con me, non sarebbe bello? E’ una bella proposta, è in effetti quello di cui ha bisogno, e di cui sempre avrebbe avuto bisogno: un uomo che le dica, vieni qui ti do un tavolo una sedia, non me ne andrò, non ti metterò al freddo. Così tu potrai stare al tuo tavolo, alla tua sedia, a scrivere le tue cose.  Vieni qui, le dice il suo squotter, guarda che lo so cos’è una casa, non lo vedi che potresti stare bene con me? )

Tuttavia lei se ne va. Torna da dove è venuta – a cercare di risolvere quello che ha lasciato aperto.  Siccome lui non può farle ricomporre il suo divorzio interno, non riesce a farle spostare i sentimenti che ha messo altrove -è lei a lasciarlo al freddo, ma li per li non lo capisce.

(qui)

Note su Sanremo ’21 (un paziente diverso sul lettino)

Premessa di rito. Mi piace guardare il festival di Sanremo, per un motivo celebrale, e per un motivo di semplice piacere. Il semplice piacere, dello spettacolo, della canzonetta, del rito familiare – vederlo davanti alla tivvù sbracati per terra, con i piatti sparsi sul tappeto commentando tra noi e con gli amici – è il motivo principale, ma insieme c’è anche la sensazione di avere davanti un prodotto culturale importante, un sogno collettivo, una narrazione privata della nazione, che mi da il termometro delle cose, che mi da l’idea di come stiamo noi tutti, che risorse abbiamo e quali sintomi. Allo sguardo dell’antropologo e dello psicologo sociale Sanremo è un ‘occasione di diagnosi. E per questo guardo sempre con perplessità la supponenza intellettuale con cui è liquidato. Chi parla male del festival di Sanremo sempre e comunque, è un po’ come quelli che parlano male degli insegnanti, dei medici, e insomma le varie forme di nevrosi qualunquista che ci avvelenano il dibattito pubblico, ma che se vengono dall’alto sono meno decodificabili. (Va beh cose note queste, ma che mi andava di dire).

Sanremo, allora per me è come avere il paese sulla poltrona davanti a me, la poltrona delle prime sedute, e mi riporta all’obbligo per cui, anche quando sento la depressione forte, i sintomi pervasivi, come è stato quest’anno, mi sento di dover rilevare anche le risorse e le cose belle, e i significati buoni, che ci sono stati anche quest’anno.

Questo Festival arriva in un momento di grave crisi. La pandemia ancora infuria, e nel suo lungo perdurare, che porta per un verso malattie e lutti, per un altro preoccupazioni economiche e di sussistenza, per un altro ancora la preclusione a molti piaceri e consolazioni, è attraversata da collettive speranze catartiche regolarmente disattese. Il sogno di catarsi dell’estate scorsa si è infranto contro la delusione di settembre, la catarsi dei vaccini si sta scontrando con la fatica materiale di produrne a sufficienza per un pianeta intero, e nel nostro piccolo nazionale, già l’eburneo Draghi sta rivelando la sua natura mortale e troppo mortale – e liberale troppo liberale – rivelandosi costretto a fare molte delle stesse cose del governo precedente. Qualcuno va su Marte, si spera che torni con l’elisir di salvezza, ma non succede, non succede: e stiamo qui a volte in cassaintegrazione, a volte in permesso non retribuito con i figli insofferenti che fanno la didattica a distanza, spesso con un parente in terapia intensiva, spesso con un lutto che non si è potuto neanche celebrare, un morto che non si è potuto salutare.

Nonostante la mia modestissima stima nei confronti di Amadeus, ho provato una certa empatia perfino una sorta di tenerezza, nel constatare quanto lui stesso si sentisse sopraffatto dalla situazione del paese, quanto lui stesso mi sembrasse sapere di non avere le energie per dare una risposta emotiva e carismatica a questa situazione, men che mai una risposta creativa. Amadeus è stato il direttore sbagliato al momento sbagliato, anche se ci ha messo tutto il suo impegno e tutta la sua indubbia professionalità: è un uomo di spettacolo, che sa rispettare tempi scenici, che sa gestire le emergenze, che sa fare quelle cose di mestiere che bisogna saper apprezzare e ricercare, ma che non sono sufficienti. Perché allo stesso tempo, invece ha due carenze strutturali, una grave nella circostanza e l’altra grave in assoluto. 
Amadeus non è neanche blandamente carismatico, non è un domatore di folle. Volendo è una cosa buona perché in tempi di pace potrebbe essere il ritratto del presentatore che mette i riflettori sui cantanti, anziché su di se, che illumina chi ha accanto anziché se stesso. Ma senza platea, con il paese così, ci voleva una voce più forte, più seduttiva, e mettere la rotazione delle conduzioni, in modo da relativizzare chi gli stava accanto e farlo spiccare un po’ di più – una scelta di narcisismo poraccista – non è servito a molto. Anche prendersi Fiorello accanto per lo humour, non ha funzionato granché, la maggior parte delle gag che hanno fatto erano state ampiamente sfruttate in altri programmi, le conoscevamo tutte, ma proprio tutte, e ci hanno tristemente annoiato: Fiorello aveva già fatto lo show sul sesso degli animali, aveva anche spesso ironizzato sui bambini e i genitori, tutto era triste e super visto.

Ma la cosa che ho trovato più autolesionista e patologica è stata l’ideologia reazionaria e provinciale di fondo che ha permeato tutta la parte non musicale del festival: Amadeus è stato come l’anno scorso serenamente maschilista, ha invitato donne che confermassero quel maschilismo e che si sono prestate in modo imbarazzante – la Palombelli mi ha ricordato un po’ quei lavoratori neri che si fanno fotografare con Salvini – la Venezi povera donna non ne parliamo, una direttrice d’orchestra che si presta a fare la vallettina da cabaret  – e a rendere la situazione ancora più deprimente, l’autoironia da vecchi fuori del bar sport in paesotto di provincia sulle critiche da parte delle eventuali minoranze, o sulle intemperanze di Achille Lauro. Questa cosa doveva essere simpatica ma è stata la vera mazzata finale: era come se Amadeus e Fiorello dicessero in continuazione, siamo vecchi, siamo du poracci, che ci volete fa ste cose non le capiamo.

In quel momento però erano sul palcoscenico simbolico del paese. Era come se ci dicessero che al nostro meglio noi abbiamo nient’altro che due pensionatucci provinciali privi di fantasia, due nonnetti che hanno i nipoti che non capiscono e non possono aiutare. Davvero, insostenibile. La gag di loro che cantano con la parrucca siamo donne, per dire, è stata una delle cose più tristi e desolanti che la televisione italiana abbia mai prodotto. Per me è stato un po’ come quando sentendo di Maio ti scoprivi a piangere pensando ad Andreotti: io in qualche serata mi sono ritrovata a concepire pensieri impuri su Baudo e Bonolis

(Cose piccole da Sehnsucht baudiana: Baudo che allarga le braccia grandi ed è come se abbracciasse il pubblico da casa, lo incoraggiasse. Baudo che si bacia a Benigni e fa la gag con Benigni, non ride del gioco di confusione di genere, e delgioco sull’orientamento sessuale. Ride con  il gioco. 
Baudo il nostro Achille Lauro, l’avrebbe retto molto meglio. Baudo la corona di spine per non farsi sbaciucchiare, non l’avrebbe messa.) 

In compenso ho trovato il podio e i vertici della classifica una semantica piena di risorse. Il grosso della selezione dei cantanti in gara ha previsto: giovani trapper, di modesta ambizione con canzoncine che miravano a una onesta orecchiabilità, alcune variamente ben fatte, poche voci femminili di grandissimo valore sacrificate in brani di cortissimo raggio: così Arisa, così Madame, così Annalisa, e poi un drappello di formazioni in duo o in gruppo che invece portavano una differenza sostanziale, energetica, simbolica, creativa, erotica. Hanno vinto i Maneskin, e questa cosa mi ha fatto molto piacere, perché insomma è stato davvero un po’ come vedere questo paziente in consultazione per una diagnosi, che mi dice tutte quelle cose tristone e vecchie e appannate della conduzione e poi tira fuori questa cosa di se rifulgente – la canzone zitti e buoni, la sua performance: energetica, brillante, e con il coraggio di tenere la scena, di dire IO POSSO, IO VOGLIO, di suonare bene, di cantare forte, di arrangiare bene, di non usare l’autotune che Dio lo fulmini a tutti una volta per sempre, il coraggio di una carnalità esibita vivaddio dei ragazzini di cui puoi sperare che fuori Sanremo non mangino sedani e yogourt magri, ragazzini che a vent’anni ci hanno voglia di urlare e di scopare, una boccata di vita in questo oceano pandemico costretto alla deerotizzazione dei rapporti, alle distanze obbligate, alle mascherine, e alla diffidenza. Così come sono stata contenta di vedere in alto Fedez e Michelin (anche se non mi hanno entusiasmato) e al quarto posto Di Martino e Colapesce (che invece ho trovato elegantissimi e fantastici) perché entrambi incarnavano un progetto complesso, un tenere la scena, un fare spettacolo. Facevano coreografie azzeccate, provavano a portare in scena un mondo, un fare qualcosa che andasse un po’ oltre il frignare impotente che invece diverse canzoni in solitaria mi hanno sostanzialmente evocato. Ho trovato esteticamente azzeccatissima oltre la stessa canzone, l’idea di Colapesce e Di Martino di portare la pattinatrice a rotelle, così divertente, vitale, e filologicamente corretta, Ho trovato i contrappunti di Fedez e Michelin qualcosa di più pensato oltre che sentito, qualcosa che avesse voglia di comunicare un si può fare vero, non come quella farsa di se stesso che ha messo in campo max gazzè.  Infine, questa cosa che ha rimesso in scena Lauro, sulla semantica del femminile addosso al maschile provocatorio, che passa dalle rose nella pancia e arriva ai Maneskin che si abbracciano teneroni Fedez e Michelin, mi ha dato un innegabile botta di ottimismo.

Dunque il festival di quest’anno mi ha dato questa diagnosi del paese. Abbiamo un grande problema perché affidiamo la leadership morale della nostra industria culturale e del nostro pensare collettivo a qualcosa che riconosciamo e che si riconosce come vecchio, stanco, superato, inadeguato, e questa roba è alla guida del festival come del resto del paese. E’ nei punti nevralgici di tre quarti (giudizio a spanne) della nostra industria culturale, è nelle leadership dei nostri partiti. E una cosa grave nella pandemia, ma non è nata con la pandemia, è nata prima già il festival precedente ne aveva dato dolorosi segnali. Scivoliamo in questa desolazione da una ventina d’anni, sempre più. Tuttavia questa leadership mesta e provinciale, non arriva a soffocare le risorse possibili, non ha come dire quella testarda cattiveria, quella forza distruttiva, non sempre e sicuramente non su questo palco: è inadeguata forse, ma leale, in un certo modo onesta. Non capisce, ma da spazio. Prende in giro Achille Lauro – l’alfiere di questa generazione della riflessione sul genere, ogni generazione ci ha la sua, e la reductio ad nonno lascia il tempo che trova – ma lo ospita cinque sere, non ci capisce niente ma arruola i Maneskin e quelli vincono. Quello che voglio dire è, stiamo nella merda, ma abbiamo spazio energia erotismo e progetto per fare cose belle. Viva viva viva il festival di Sanremo e tutti tutti quelli che ce lo tengono in vita, e che con i loro mezzi, con i loro errori, con la loro buona fede lo tengono in piedi. Compreso Amadeus.

Su Mad Men

Nella mia personale accezione di capolavoro, il merito va a quei testi che siano in grado di saturare tre domande, che io pongo come fruitrice. Un testo deve: descrivere un mondo, inventare un linguaggio, proporre una visione del mondo. 
Nel mio ozioso spazio di fruitore, il cui unico potere è fare un personale gioco delle gerarchie, constato che quando un prodotto estetico si ferma sulle prime due domande, non trascende mai il momento storico in cui è concepito – mentre se satura bene solo la terza, è un oggetto filosofico che smette di essere un oggetto artistico. Quando un oggetto estetico invece risponde bene a tutte e tre le domande, ha le carte per entrare in una dimensione di complessità per cui dall’ottimo lavoro slitta al capolavoro.  
Ora, io penso che la serie Mad Men soddisfi tutte e tre le domande. Ha descritto e reinventato un mondo, ha codificato un’estetica, e ha una costruzione della trama che è capace di dire delle cose simboliche, allegoriche che vogliono dire qualcosa di meta. In Mad Men la sceneggiatura ha una visione del mondo, la trama porta un messaggio che fa filosofia della storia, metafisica delle vicende umane.
 Voglio scriverne qui, soprattutto per quel che concerne i meriti riferiti alla terza domanda, mentre tralascio gli indubbi meriti che riguardano le altre due: è vero Mad Men reinventa un mondo costellato intorno ai pubblicitari newyorkesi degli anni sessanta, è vero Mad Men ricostruisce un’epoca con una correttezza filologica commovente, ma a me interessa qui dare una delle letture possibili su cosa ha di filosofico, su cosa dice dell’umano quella serie di trame. 

La mia lettura della serie parte da una osservazione. Non ho visto niente prima d’ora di più esplicitamente consapevole, di più autocosciente, di più lucido nella descrizione dei rapporti di genere, degli squilibri di forza, e del campionario di sofferenze che elicita un certo modo di abitare il mondo e il sesso. Mi è sembrato un enorme, magnifico, lavoro sulla fatica che ha fatto l’uomo del novecento nella sua transumanza dal mondo dei padri al mondo di oggi, nel suo passaggio attraverso gli Urali, o se volete attraverso l’atlantico, tra vecchio mondo e nuovo mondo, dove gli Urali, o l’Atlantico sono in primo luogo il femminismo, ma in secondo luogo anche altri movimenti politici che hanno costellato la nostra mutazione antropologica, per altro non ancora portata a termine: l’ingresso del proletariato nel dibattito pubblico, l’ingresso delle minoranze etniche nella piattaforma dei diritti civili. In ogni caso, le altre questioni storiche che puntellano il passaggio agli urali sono tutte secondarie, rispetto alla rivoluzione dei rapporti di forza tra i sessi. Le due coste della transumanza sono infatti una prima puntata dove le donne sono molte, sono carine, sono tutte segretarie che portano il caffè a cui si dedicano manate sul culo, proposte di matrimonio e varie forme di gerarchia dall’amorevole subordinazione matrimoniale al disprezzo della mercificazione sessuale, mentre nell’ultima puntata – dieci anni dopo –  ci sono le copyright, ci sono donne imprenditrici, ci sono storie di convivenza. Gli eroi e le eroine di questa transumanza  sono dei pubblicitari, e tutta la serie parla anche di storia della pubblicità. Una scelta narrativa molto felice, perché parlare di pubblicitari permette di mettere in campo vicende private di esseri umani come altri, romanzi e intrecci affettivi come ci sono in tutte le comunità professionali e non, ma prendere gente che lavora nella pubblicità vuol dire parlare di quella parte di gruppo sociale che costantemente esplora i limiti dei cambiamenti ideologici che sono appena avvenuti. La pubblicità è quella cosa che infatti aiuta a portare profitto sondando i modi di sentire e di pensare delle persone, ed è sempre la prima a testimoniare quando qualche cambiamento è avvenuto o sta avvvenendo.  Quindi nei passaggi della serie avremo sempre questa specie di controcanto: cambiamenti dei rapporti di genere e non solo, nelle trame private delle vite private, identificabili nella dimensione individuale, e cambiamenti dei rapporti di genere e non solo nelle campagne pubblicitarie e in come sono recepite dalla committenza – quindi identificabili nella dimensione sociale e collettiva. 
Gli eroi principali di questa transumanza – anche se Mad Men è un romanzo corale pieno di coprotagonisti, sono Don Driper e Peggy Olson. Il maschio simbolico e la femmina simbolica che incarnano a modo loro le fatiche di tutti gli uomini e tutte le donne nella traversata degli urali.


La maschera Draper è un uomo bellissimo, la cui estetica, i cui movimenti, gesti, galanterie e virilità vengono dal cinema dei due decenni precedenti. Draper arriva dai film con Rita Haiworth, cita nelle espressioni certi modi di Hamprhey Bogart, è corpacciuto, sornione, e misterioso come tutti gli immortali e tormentati eroi del noir. E’ il maschio così come è consegnato dalla spuma delle onde del primo dopoguerra. Grandi spalle, ottimi pensieri, la radiosa luce del successo . E’ il maschio alfa dell’erotismo metropolitano, che se le scopa tutte, che piace a tutti,  con la moglie scintillante e le amanti che si sdraiano a un cenno. Ma anche il maschio alfa rispetto agli altri maschi, il capobranco senza contratto, la lingua sottile e carismatica che quando si pronuncia dirà la cosa più intelligente di tutti. E’ l’idea di virilità secondo Holliwood e l’occidente tutto in piena industrializzazione: non tanto armi, clave, muscoli e sangue – ma frasi brillanti in una sala riunioni da cui deriveranno molti quattrini. 

Tuttavia Don Draper è anche tormentato, e titolare di un grave conflitto interno.  Don infatti non si chiama davvero Don, il suo vero nome è Dick. E’ stato Dick fino alla guerra in Corea, durante la quale alla morte di un commilitone ne ha preso l’identità per abbandonare la guerra e rifarsi una vita. A quel vero nome di Dick è legato  una identità traumatica, dissociata  – di miseria, abbandono abuso e misoginia, che Don ricorda, e riporta alla coscienza in certe puntate, un pezzo per volta. Nato da una prostituta, cresciuto in un bordello di campagna, povero, maltrattato e non amato. Sicché la serie è da una parte la storia del pubblicitario sciupafemmine, eccentrico e di successo, Donald che tra ondeggiamenti e seduzioni veleggia verso la postmodernità, riconoscendo il valore di donne come Peggy, accettando una segretaria nera che porta il suo nome, lasciando prima una faticosa e bellissima casalinga frustrata e sposando poi una donna magnetica e intelligente come l’attrice Megan, ma allo stesso tempo la serie è anche la storia della impossibile integrazione tra logiche di genere e di dolore della modernità nel mondo della post modernità. Dick versus Don è il vecchio uomo, contro il nuovo, il vecchio che funziona in un modo, contro il nuovo a cui si chiede di funzionare in un altro. La terribile infanzia di Dick, del maschio che è figlio di una madre mercificata e ridotta a merce, e cresciuta da un manipolo di femmine rancorose per la loro posizione di desoggettificazione, e depersonalizzazione rispetto al proprio corpo, è l’incubo di una serie di generazioni di maschi, la storia di una patologia individuale e culturale, la patologia di tutti maschi figli di donne senza diritti, senza lavoro, senza soggettività politica, esposte alla loro stessa violenza,  il cui riflesso è nella lunga successione di azioni irriflesse variamente misogine, scopate senza senso, matrimoni falliti, seduzioni a perdere, in una celebrazione del sesso che ha qualcosa di vitalistico e tragico insieme, e il cui gigantesco costo psichico è anestetizzato e alleggerito dal ricorso al fumo e all’alcool, pervasivi nella serie come nell’epoca in cui era girata, dispositivi di ammortizzazione della depressione e del panico. 

Non c’è paio di corna, decisione difficile, fallimento latente, frustrazione da dover far digerire, che a Medison Avenue non sia attutita, ammortizzata da un bicchiere di Whisky, o da una provvidenziale sigaretta.  La regia non risparmia decodifiche feroci su questi anestetici della nevrosi, e senza pietà ne mette in risalto, puntata su puntata l’esplicito effetto collaterale, e dunque l’implicito significato segreto di aggressione al corpo, di anestesia come autodistruzione. Si comincia a parlare di fumo come causa di cancro, cancro di cui morirà la gran fumatrice Betty Draper, si continua con episodi di grande umiliazione di se, come il pubblicitario che si piscia nei calzoni, o lo stesso Draper che al bussare della memoria dissociata alla coscienza, beve sempre di più rivela incautamente la sua storia, a una riunione di facoltosi clienti.  Bere e fumare, sono gli unici modi che Dick/Don ha per sopportare l’attrito causato dalla compresenza delle sue due identità, mentre la serie illustra come, le costose e faticose metamorfosi sociali che portano le gonne ad accorciarsi, le donne a lavorare, i neri a essere riconosciuti, cominciano a liberare il corpo dall’aggressione delle dipendenze e nel corso delle puntate si fuma e si beve sempre di meno, cominciano a comparire bevande alternative e modelli maschili diversi. Mentre Don Fatica a mettere insieme patriarcato e femminismo, prostituzione ed erotismo potere del corpo e potere sul corpo, nella serie fioccano nuovi maschi, che sanno trovare nuove soluzioni come il collega choo, o anche quel personaggio così ben cesellato che è Stan e che diventerà il compagno dell’altra grandissima e stupenda protagonista della serie – Peggy Olson.

Peggy è il femminile che attraversa gli Urali, per diversi aspetti è il simmetrico opposto di Don. Compare come piccola segretaria periferica nel grande ufficio, né molto aggraziata, né molto bella, men che mai ricca. E’ sfocata, poco interessante. Nei film dove il divo hollywoodiano come Draper avrebbe imperversato, sarebbe stata un personaggio di contorno, sbiadita e inconsistente rispetto alle scintillanti fidanzate d’America, come la bellissima Betty moglie di Don, ma anche come tante delle colleghe segretarie che disperatamente cercano marito, irretendo questo o quel chief executive.  Ma quel tipo di donne, come spiega la parabola di Betty Draper, si ammala perché non scavalca gli urali. Si tormenta di noia, di dimenticanza di se, di periferia della vita, di materno non sufficientemente materno per intrattenersi. Sono le figlie che si intossicano della patologia delle madri, perché il patriarcato non ha offerto vie di salvezza. E’ molto interessante e sofisticata la lettura psicologica di Betty: che va da un’analista perché ha un rapporto con la madre patologico, e a sua volta è una madre patogena, ma ugualmente Betty è anche una che senza lavoro rimane da sola con le sue nevrosi. 

 Invece, la meno bella Peggy, piano piano tira fuori un suo talento, una cocente ambizione e una forte personalità, e che dunque diventa piano piano più bella, più interessante, attraversa il decennio, con dolori costi e fatiche, relazioni funzionali e disfunzionali, amori che non reggono la transizione culturale, ma alla fine trova l’equilibrio, il compromesso, l’evoluzione. E forse tra tutti è quella che meglio approda alla costa simbolica del nuovo mondo, con un amorevole relazione con un collega. Tuttavia, anche lei,  ha una vicenda di conflitto fra due identità, che è lo speculare simmetrico al conflitto di Don. All’inizio della serie infatti scopriamo che Peggy, è rimasta incinta di Pete, che però sta per sposarsi, e neanche sa della sua gravidanza. Quando partorisce, decide di dare il figlio in adozione. Dunque  quel parto, rappresenta anche li, la faglia simbolica di due identità che fanno attrito, quella della donna figlia del patriarcato cattolico, la donna che prima di tutto doveva essere madre e sposa, a far contenta la tirannia della famiglia di provenienza e del prete di quartiere, e la Peggy che lavora, e che diviene la prima donna copy della sua agenzia, di talento, stimata e con un ufficio. Anche per Peggy le due identità non si sciolgono con agio una nell’altra, anche a Peggy il passato salta addosso a ritmi regolari, mentre lei con testardaggine e fatica attraversa gli Urali del femminismo. 

Intorno a questi due grandi personaggi che scavalcano il dorso di un cambiamento epocale, c’è una costellazione di vicende in cui si indaga come altre psicologie e altre personalità percorrano traiettorie parallele, c’è la fantastica Joan che fa carriera desiderando il nuovo mondo ma conquistandoselo con le armi del vecchio, e pagando, paradossalmente più di Peggy, che invece cerca di giocare con le nuove regole.  La magnifica Joan fa carriera ma i maschi non glielo perdonano e rimane sola, Peggy fa carriera, forse più lentamente, ma alla fine si risolve in un amore molto autentico per un collega. Roger, il capo di Don, veleggia tra passato e futuro dolore e nevrosi, e alla fine approda a una relazione non più con una splendida ventenne, opportunista e magnifica, ma alla fine si sceglie una donna matura, piuttosto folle, ma molto molto soggettificata, paritaria. Già sposa e madre. 
Tuttavia la storia secondaria, periferica volendo, ma nevralgica, che segna il punto di attrito storico culturale, il punto di frattura, il centro della traversata, è quella che riguarda il pubblicitario italoamericano Salvatore, il quale nella terza serie, perde il posto di lavoro, per aver resistito a una proposta sessuale. 


Si tratta di un episodio come dire, filosoficamente interessante: Sal è un italoamericano, che ha un matrimonio bianco, ed è omosessuale, anche se dati i tempi, non lo dice a nessuno, e solo moderatamente a se stesso. Si permette poche relazioni sessuali, clandestine e improvvise, mentre tende a sottrarsi dinnanzi a occasioni che potrebbero coinvolgerlo ma fargli accettare esplicitamente il suo orientamento. A un certo punto, un grosso cliente dell’agenzia pubblicitaria gli si offre sessualmente, ma Salvatore lo respinge. Il cliente si risente moltissimo, e fa sapere che vuole il pubblicitario licenziato. 
Salvatore ne parla con Don Draper, il protagonista, che ha già intuito il fatto che è omosessuale. Lo aveva colto quasi in flagrante, in un comune viaggio di lavoro. Nel momento in cui parlano è interessante una genuina divergenza in termini di aspettative rispetto al sesso e al ruolo di genere. Don non ha problemi di omofobia, non è scandalizzato dall’orientamento di Salvatore, è stupito però che non abbia accettato di andare a letto con il cliente. E’ stupito perché è un uomo, è un uomo del vecchio mondo, è un uomo dell’aldilà dell’atlantico, quindi si aspetta che un altro maschio, possa tranquillamente farsi una scopata con uno che non lo entusiasmi, se c’è un importante interesse in gioco, cioè per Don è curioso che Salvatore non percepisca un desiderio, che non abbia quell’uso materiale del corpo come cosa. Quando invece una situazione simile capiterà a Joan, egli sarà empatico con la difficoltà di Joan, e sarà stupito dal fatto che invece Joan, per far decollare la carriera  – che le è costantemente ostacolata per gli strascichi maschilisti del vecchio mondo – accetterà di andare a letto con il cliente. Per parte sua Salvatore come dire, rivendica un’accezione di corpo, di relazione sessuale, che oggi anche molti maschi eterosessuali si prenderebbero per se, ma che un tempo sarebbe stato inconcepibile. Davvero rinunci a del sesso per una questione di principio? Dice incredulo Don. 
Così come guarderà incredulo Joan: davvero accetti il sesso senza soffrire una questione di principio? Nel vecchio mondo l’eticità del corpo è delle donne, esse tuttalpiù vendono la necessità di subire. Nel nuovo l’eticità del corpo arriva agli uomini, mentre le donne possono decidere di abbandonarla. Come scelta di potere nel mondo dei maschi.
Credo che quell’episodio, sia il centro ideale della serie.

Non è il solo momento simbolico. Mad men è un romanzo corale, che racconta la transumanza della psicologia dei generi, in molte sfaccettature, e anche in una serie di percorsi di vita, che non fanno itinerari lineari, ma che incontrano battute e arresti, vecchi schemi psicologici e relazionali che si ripropongono forti e chiari, balzi in avanti eresistenze, e salti indietro. Né il meraviglioso finale, è privo di chiaro scuri, e assolutamente luminoso. Da una parte l’ultima puntata si chiude con lo spot della coca cola dove cantano insieme, donne e uomini, bianchi e neri, persone di tutti i tipi  – a simboleggiare l’approdo definitivo a uno stare diverso, dove le nuove istanze psichiche convivono tutti insieme. Ma Don è in un ritiro dove si fanno terapie di gruppo, si è scontrato con l’impossibilità di far convivere le sue due identità, e deve riazzerarsi da capo, ricominciare tutto, con tutti i femminili interni che ha che ha distrutto o perduto. E’ insieme a persone che in fondo, con percorsi diversi, storie diverse, sono anche loro al capolinea di un romanzo fallimentare, di un’operazione abortita, e sono anche tutti, slegati tra loro, in una comunicazione estremamente rarefatta e molto desessualizzata. Mentre Peggy si fidanza, Pete felicemente ritorna con la moglie, Joan si fa un’agenzia sua e i pubblicitari vanno avanti, Don rivela degli aspetti opachi, oscuri di questo cambiamento, io ho avuto anche la sensazione di una perdita di carne di eros, di una dolorosa fuga in una terra apollinea, non ricattatata dal potere del sesso. Non proprio insomma un happy end. 
In ogni caso, una delle cose più belle viste negli ultimi anni.

Sesso e genere: il corpo casa. Alcune note

La questione del rapporto tra identità sessuale e ruoli di genere, è un tema che continua a infiammare il nostro dibattito culturale a cicli regolari, per una serie di motivi, il primo dei quali è strettamente politico. Le differenze sessuali sono utilizzate per mettere in campo delle prescrizioni comportamentali rispetto a ciò che uomini e donne possono e devono fare nella loro vita quotidiana per tanto, l’argomento ha una rilevanza pratica enorme. 

Per quanto mi riguarda devo ammettere che c’è anche una fortissima fascinazione filosofica e scientifica intorno all’argomento. E’ un tema che ha delle questioni divertenti, intriganti, anche di sociologia, di studi culturali, ci ritorno regolarmente non tanto, o non solo, perché personalmente me ne senta toccata  quanto perché appunto mi diverte. Ci ritorno anche perché per noi analisti, è un luogo interessante di costruzione delle teorie – e una sponda a cui dobbiamo tornare spesso per lavorare in modo rigorosamente rispettoso con i nostri pazienti – i cui modi di stare male, passano quasi invariabilmente tramite l’interpretazione del proprio ruolo di genere. 
La professione che svolgo, che è quella di analista, d’altra parte mi obbliga a una doppia attenzione etica all’argomento, perché come terapeuta sono terapeuta di tutti, non per dire solo delle donne, o solo degli uomini, e perché come terapeuta ho rispetto dei contesti politici che riescano a produrre felicità anche con scelte quotidiane che non sottoscriverei. La mia vita privata in questo mi ha aiutato, e i libri di vite lontane hanno contribuito. Per quanto io sia una donna professionalmente piuttosto ambiziosa, che lavora almeno 40 ore a settimana, figlia, nipote e bisnipote di donne ambiziose e lavoratrici – non mi sconvolge per niente e capisco perfettamente quella che sta felice a casa con i bambini. Questo saper rispettare scelte di politica privata altre dalla mia,  nella gestione del ruolo di genere, è per me una conditio sine qua non della mia posizione etica professionale. 

Di solito, la questione viene posta in termini molto semplificati, per cui si collocano due poli del dibattito, quello essenzialista e quello costruttivista.  Questa dicotomia mette da una parte quelli che in base all’identità sessuale decidono che derivano tout cort dei comportamenti da prescrivere come giusti e appropriati, essenzialisti – e dall’altra quelli che invece ritengono che sia il contesto politico e culturale a costruire le immagini di genere sfruttando la materia inerte del corpo. E’ anche fascinoso notare come il potere combinatorio delle nostre abilità retoriche riesce a fare in modo che si ritrovino tutte le posizioni in tutti i partiti politici. E’ pieno di femministe gioiosamente essenzialiste, ma può capitare di assistere al curioso panorama di qualche costruttivista profondamente conservatore. In linea di massima però – La prima delle due posizioni mentali impone un vincolo, la seconda lo rifiuta. Così come noto le seguenti ricorrenze: tra le fila delle posizioni essenzialiste, abitano molti modi di pensare poco sofisticati, poco aggiornati, quanto francamente impreparati, mentre la posizione costruttivista vanta di per se competenze, riflessioni, in generale un lavoro intellettuale molto più forte. Emotivamente io sento di appartenere, come progetto politico e come modo di affrontare le cose più ai secondi. E per quanto io sia presto approdata a una posizione, con alcuni cardini essenzialisti – come sento parlare di “le donne” e “gli uomini”, metto mano alla pistola.  Siamo determinati da una grandissima quantità di essenze infatti, che si combinano tra loro. 

Nella mia personale soluzione, che non saprei bene dove collocare in questo continuum, io considero i cervelli degli uomini e delle donne troppo poco differenti perché siano contrapposti. Per quanto si trovino alcune differenze biologiche, a livello del corpo calloso, per esempio, quando si vanno a fare dei disegni di ricerca sui processi logici non arrivano mai risultati veramente apprezzabili, che portino a chi sa quali plateali differenze.  Fare questi disegni di ricerca pone problemi ermeneutici molto complicati. Anche l’accento che si mette sui diversi appannaggi ormonali – che dopo tutto sono altri mediatori come i neurotrasmettitori, mi lascia piuttosto fredda. Interpreto gli ormoni come delle macchine, quelli ce l’hanno di una marca, noi di un’altra, ma sempre macchine sono. Non mi pare che introducano variazioni dirimenti, o che possano vantare il potere di altri fattori. 
Sento molto potente invece, il resto del corpo che abitano i nostri cervelli, e sento che le differenze tra corpo degli uomini e corpo delle donne, siano un oggetto semanticamente rilevante al di la del mondo che si abita.  Questi corpi diversi, hanno connotazioni diverse con capacità diverse. Per esempio uno può portare dentro un altro corpo e l’altro no. Uno vede la propria eccitazione sessuale e l’altro no. Uno perde sangue per dei giorni al mese e l’altro no, a uno cresce la barba sotto al mento e all’altro no. Uno gode sessualmente mettendosi dentro un oggetto, l’altro mettendo il pene da qualche parte. Uno ha la forza per fare cose che mediamente l’altro non può fare, uno può partecipare alla procreazione fino a un certo punto della vita, l’altro molto più a lungo. Considero queste caratteristiche del nostro corpo ambiente, dirimenti, e questo mi fa dire, grosso molto, che è vero, siamo scritti da molte variabili intorno a noi.

Ma il corpo, è il nostro primo ambiente culturale.

Definire il corpo come primo ambiente culturale, secondo me è di grande aiuto, perché in questo modo, ne capiamo meglio la sua connotazione particolare, di essere cioè simultaneamente: un oggetto parlante, intrusivo, capace di produrre da solo significati, ma anche di essere un oggetto a sua volta riparlato, ridetto ricodificato dal mondo culturale in cui è iscritto. 
Definirci come cervelli che abitano una serie di cornici produttrici di senso, dalla prima delle quali è però è terribilmente impervio uscire, ci aiuta a capire come costruiamo i nostri modi di vivere, e di abitare i nostri corpi. Ci aiuta a capire bene la successione di discorsi, e la sovrapposizione di discorsi che implica il nostro usare il corpo, e la tensione di questioni che implica la propria interpretazione di identità sessuale, e ruolo di genere. 

Se il corpo è una specie di casa, la nostra casa, da una parte ci sarà il come noi la abitiamo, e come noi ne interpretiamo le diverse funzioni, dall’altra ci sarà indubbiamente il tema di come la città dove è situata la nostra casa interpreta le case. Il momento storico in cui sorge, etc.. Quando noi ci approprieremo della nostra casa corpo, da una parte quella avrà un significato come dire a prescindere, dall’altra ci sarà una questione di come è parlata dal suo contesto.
Il che effettivamente succede anche con le nostre case, quelle dove dormiamo. Un secolo fa l’angolo cottura era l’abominio, e il corridoio il segno di un ordine mentale e politico che testimoniava l’accesso alla borghesia. Oggi la cucina  – spazio della nutrizione e della funzione materna può essere molto contratto, e in linea di massima, si testimoniano possibilità di ordine mentali che non sprechino tutti quei metri che si mangia un corridoio, ma anche una visione dello spazio vitale che può rispecchiare una nuova gerarchia di valori. Gli ingressi stanno sparendo. Si può piovere direttamente in un salone.

Ora, la parte particolarmente problematica di questa idea di corpo come primo ambiente culturale, è che implica una sua autonoma istigazione alla produzione di significati, che prescinde dalla società in cui si vive. Il costruttivismo dice che il nostro modo di interpretare i ruoli di genere è parlato dai nostri contesti, e noi ci prendiamo quello che il contesto dice del nostro corpo: la donna casalinga è parlata cioè da una società che dice che le donne sono casalinghe, e ivi compresa la donna che fa la madre è parlata da una società che racconta le donne come figlie o come madri. Ma io penso invece che la casa corpo imponga alla mente che la abita di rispondere a delle domande. 
La casa corpo dice: io posso concepire un figlio, che fai di questa mia possibilità? Oppure
io per sollevare un mobile ci metto molto più sforzo di quell’altro il maschio

Oppure, io mi sento male fisicamente, per alcuni giorni nel mese. 

La casa corpo costringe la mente a delle decisioni che producono degli atti semantici. Anche senza contesto culturale, ci imporrebbe una nostra personale microcultura, la costruzione di un nostro micromondo.  Ma dovremmo dire, anche senza contesto familiare, perché un’altra importante agenzia della lettura del proprio ruolo di genere, riguarda la famiglia in cui cresciamo, gli uomini e le donne da cui veniamo.  Sia come loro arredano e rispondono alle domande sulla propria casa corpo: come la nostra madre ha vissuto il suo corpo di donna, come nostro padre quello di uomo, sia come interpretano, si relazionano, arredano il nostro corpo di figlie e di figli. Nella nostra costruzione della nostra microcultura individuale, su cosa fare del nostro sesso, e quindi come arredare la sua rappresentazione – il genere, questi esempi e queste relazioni sono dirimenti. In base a queste prime e fondanti esperienze, muoveremo la nostra avventura nel mondo dei codici culturali sulle case corpo degli adulti. Accetteremo, criticheremo, faremo nostre tesaurizzeremo.

Possiamo considerare come uno dei vettori fondamentali del processo di individuazione, ossia del nostro itinerario di sviluppo verso la piena identità, il trovare il nostro vero modo di vivere il nostro corpo, privatamente e socialmente. Sta a significare che, non è soltanto importante il nostro sesso, ma anche come noi lo interpretiamo nella nostra vita sociale. La nostra interpretazione del nostro ruolo di genere. Se mettiamo in campo una rappresentazione di genere che non sta bene con la nostra profonda identità noi ne soffriamo. Per questo non ci può essere teoria psicologica che sia completamente costruttivista, o completamente essenzialista. Perché buona parte delle psicoterapie deve andare a rivedere come si è andata arredando l’identità sessuale. Cosa si è deciso di fare delle domande che pone il corpo: so fare i figli, mi eccito sessualmente in questo modo,  ho questo tempo e via di seguito. Quel modo di risolvere le domande poste in quella casa,  sono state esaudite nel modo migliore per quella persona? Le strade che ha preso per via delle sue vicende familiari, sono state strade adatte? Le cose che ha messo nella casa per via dei suggerimenti culturali, sono funzionali ai suoi bisogni? E quelle che non ci ha messo, non mancheranno?

 Per questo, dicevo, come analista, da una parte non riesco mai a prendere sul serio qualsiasi siscorso generalizzante su gli uomini e le donne, dall’altra non riesco a sottovalutare del tutto il potere culturale, delle domande del corpo. Forse porre il dibattito in quell’ellisse aiuta all’inizio, ma sclerotizza un po’ la questione, eludendo il tema centrale.

La regina degli scacchi

Esiste uno specifico tipo di film o di telefilm, che per diversi aspetti mi capita di trovare deludente, come sceneggiatura, per esempio, come costruzione dei dialoghi, e anche magari come ricostruzione psicologica dei personaggi. Telefilm che funzionano per il loro aspetto di fabula, non per la ricostruzione plausibile di uno stare al mondo, di una persona, o di una serie di relazioni. La serialità televisiva, ha di contro fornito una serie di prodotti che invece hanno per me soddisfatto insieme tutte le mie domande del caso, e trovo che in giro circolino dei veri capolavori, il capostipite dei quali per me rimane i Soprano, ma da allora a oggi gli esempi, ed è una cosa bellissima, non si contano – ci sono moltissime serie ben fatte. Buona letteratura. 
La regina degli scacchi, rispetto a quei numerosi nomi, è per me decisamente inferiore. Eppure rimane un lavoro, che ha dei meriti, con un tentativo diciamo etico? Narrativo? Non lo so ben definire, che vorrei evidenziare. Al di la di un alto livello consueto nelle produzioni americane – costumi, fotografia, ambienti – ho pensato che una lettura analitica di questo film mi potesse aiutare a mettere in luce cosa mi è piaciuto.

La storia è nota a molti. C’è questa bimba intelligentissima che non ha un papà e perde la mamma in un incidente, mamma che l’ha già esposta a una vita di abusi, e che finisce in un orfanotrofio. E’ molto infelice, e molto incapace di gestire le relazioni, ma è li che impara a giocare a scacchi diventando un vero portento, così come è li che comincia la sua dipendenza dagli psicofarmaci, a cui seguirà la dipendenza da alcool. La miniserie è la storia della sua carriera da piccola orfanella con questo talento brillante, a bellissima campionessa del mondo, incapace di relazioni durature, dipendente gravemente da alcool e droghe, ma unica donna  – fascinosa ed elegante – in un mondo di uomini. Un romanzo di formazione.
 

La cosa che fa riflettere della serie, come scelta narrativa, è che Beth, in linea di massima incontra: o persone che non hanno una reale connotazione negativa, o persone che hanno invece una forte connotazione positiva. E questa scelta narrativa, probabilmente voluta, da una parte è l’aspetto fortemente debole della sceneggiatura, l’aspetto psicologicamente anche, purtroppo, poco credibile. Persone torturate da un mondo interno persecutorio, come quello che perseguita Beth per tutte le puntate, solitamente ingaggiano relazioni con oggetti persecutori, con persone che insomma si rivelino adatte per personalità a reificare profezie di sventura. E’ difficile che persone gravemente maltrattate, non riescano a fare in modo di continuare a essere maltrattate. E invece Beth: ha all’orfanotrofio un’amica eccezionale, trova nella madre adottiva (a 15 anni! Gli esperti di adozione osserveranno la cosa con perplessità) una relazione facile e piacevole, incontra sulla strada uomini che per lo più la amano, le vogliono bene, sono gentili, vince nemici che la guardano con ammirazione.  Con una serie di elementi francamente inverosimili. Non si fila nessuno, non si caga nessuno, mai che faccia una telefonata a sapere ciao stronzo come stai? 
E però l’amichetta dell’orfanotrofio le da tremila dollari, così sull’unghia per andare in Russia.  Gli ex innamorati si consociano insieme, nonostante il due di picche trasversale, per aiutarla a vincere il campione in carica.
Siamo nel regno Disney.

Tuttavia questo forzato tentativo favolistico alla fine, mi è piaciuto molto. Esce da una serie di stereotipi, e riesce a restituire qualcosa di molto vero, che forse ben rappresenta certi animaletti che hanno un grandissimo talento per la vita, e che hanno magari un grandissimo talento in qualche cosa.  In fondo, c’è una verità nel dire che in casi di trauma e abuso prolungato il vero campo di battaglia è una scacchiera interna, e che certe scelte, certe ossessioni  – sono l’isola in cui si controlla ciò che altrimenti non è controllabile. Ho trovato psicologicamente intelligente quel passaggio in cui la giornalista la intervista, e fa della psicoanalisi selvaggia dicendo – sua mamma e sua papà potrebbero essere il re e la regina? E la povera Beth giustamente risponde, ma veramente sono pezzi di legno. No a me piace il fatto di poter prevedere tutto, tutto quel che succede. E infatti gioca assai bene a scacchi, mentre non riesce a mettersi in gioco con gli uomini. 

Così come, se prendiamo il telefilm come una fotografia del mondo interno, e le relazioni che mette in campo, il correlato oggettivo di certe sue competenze interne, di certe sue potenzialità – io trovo l’idea di questa poverina comunque amata sua malgrado, una metafora gentile, poetica, della capacità di coltivarsi, di avere delle cose buone dentro, in cui credono le persone fuori, che le riconoscono e le coltivano e che incarnano i suoi talenti. Sul piano di realtà di Beth ce ne è pochine, le Beth fanno in modo avere guai, per ogni brava persona si incastrano con due stronzi, e per ogni brava persona ce ne è un’altra che esasperata si libera di loro, non va loro così liscia e di lusso, con questi sbruffoni campioni mondiali che invariabilmente si inteneriscono – succede, ma ogni tanto ecco. Una densità così alta di brave e amabili persone è piuttosto rara. Però mi sono detta, e finzione. Non è bello che la finzione ci provi? Anche la rappresentazione del conflitto USA URSS in questa chiave mi è molto piaciuta. Non è molto puerile quella retorica in cui siamo cresciuti, cattivi certi buoni altri e viceversa? Non è bello che si metta in campo un mondo etico dove tutto è possibile, dove si possa rappresentare questa unione etica dei mondi, con Beth che dice ai cattolici che le avrebbero dato i soldi per partire, io queste cose non le scrivo, e quella scena – oggettivamente meravigliosa della fine del film, di lei che scende dalla macchina e va a giocare  a scacchi con i vecchini al parco.

E anche, il film è la storia di una donna che fa carriera in maniera piuttosto incredibile, in un mondo di maschi. E’ edulcorato, è falso, perché non c’è una mano sul culo fuori programma, non c’è uno che la umili, non succedono mai le piccole cose tremende che sono successe alle nostre madri, più che mai quando sono state brillanti: (un esempio, mia madre, in quegli anni, un 110 e lode in storia moderna a Pisa, andò a un colloquio alla Gregoriana: la fecero aspettare nell’armadio delle scope), non ci sono le esclusioni programmatiche che c’erano di defoult all’epoca. Però ho trovato sano, utile, quel che di dato di realtà incolpevole, quel che di sapete allora funzionava così, non è che erano stronzi, era proprio il mondo che funzionava ocsì, per cui alla fine il film – puntellato da maschi gentili e generosi, e ragazze che dicono tu fai qualcosa per noi, grazie – beh è un film di grande carica femminista, con una potente equanimità, e secondo me una decisiva forza comunicativa. E’ un film femminista senza l’acrimonia – giustificatissima, ma a volte mi chiedo quanto efficace – in cui spesso il femminismo cade.

Non so bene perciò se riesco a restituire questa strana cosa per cui, mi è piaciuto qualcosa che nel complesso mi piace meno di altre. L’ho trovata benefica. Credo che abbia a che fare con la funzione psicologica delle favole, che è diversa dalla funzione psicologica della narrazione realistica. La regina degli scacchi non è un telefilm realistico, ma è una favola, una favola che ti fa vedere come possono andarti bene le cose se guardi al tuo mondo interno con la stessa gentilezza con cui la regia del telefilm ha guardato al mondo della protagonista. E’ una specie di film credo, sulla gentilezza, più che sull’intelligenza. 

La metamorfosi della nostra posizione nel mondo. Su scienza, storia, cultura e divulgazione scientifica

  1. Da dove veniamo

Vorrei cominciare con alcune date.

1796 Jenner introduce il vaccino contro il vaiolo, primo vaccino della storia
1867 Lister pubblica su Lancet un articolo sull’antisepsi (la necessità di sterilizzare gli strumenti dei medici ospedalieri, e delle loro mani)
1928 nascita della penicillina e dei primi antibiotici

Ma ancora:

1886  Benz Patent Motoreagen mette la prima auto su strada.
1907 Alva Fisher inventa la lavatrice
1908 primo brevetto per l’aspirapolvere

Ma ancora

1877 la legge Casati impone in Italia la scuola dell’obbligo
1946 prima volta che in Italia si vota a suffragio universale
1970 legge sul divorzio in Italia
1978 legge sull’aborto
1978 istituzione definitiva del sistema sanitario nazionale.

Quando penso a quanto siamo cambiati, incredibilmente cambiati, nel giro di un paio di secoli – un secolo e mezzo, non mi stanco mai di provare una esagerata meraviglia. Soprattutto in quanto donna, e in quanto madre, sono esterrefatta di questo enorme cambiamento, e anzi quando posso, lo richiamo alla mente, perché questa manciata di decenni di privilegi, per me quasi cinquantenne occidentale, sono una bazzecola, un’inezia, rispetto alla distesa infinita di secoli, durante i quali a questa medesima età: o sarei senz’altro morta, o avrei svariati figli morti, e diversi figli malati, o sarei senz’altro malata io, e comunque malata e serenamente convinta di dover schiattare da un momento all’altro, malata di povertà, di fatica, di lavori, e del fatto che non contavo niente. Malata di assenza di ruolo giuridico, e di diritto politico. Malata dell’assenza di elettrodomestici e di giornali. Malata dell’assenza di automobili, e di vetture per salvare di corsa i miei figli malati. Malata di fidati di chi passa il convento e quindi malata di magie e di guaritori. Malata anche di ospedali dove non avevano per esempio ancora capito che se non disinfetti i bisturi ti muore il paziente. E infatti era più sicuro partorire a casa che in un ospedale. Dove ci rimanevi secca una volta su due per un’infezione contratta dalle mani del medico. Malata di assenza di anestesia fino ai primi del novecento. Malata di gente che scopre se ci hai un tumore, tastandoti la pancia. Tumore insomma, avanzato. Malata anche di acqua contaminata, che ti ammazza di colera dal rubinetto di casa, come accadde a Londra, nel 1854.

 Malata dell’oscura e filosofica corrispondenza dell’insignificanza dell’umano rispetto al grande potere del divino, che da sempre si correla con l’insignificanza del potere della scienza rispetto al disumano potere del fato. Guardo il passato, leggo di storia,  e dico, che tempo feroce ho scampato, il tempo dove la morte vince subito sopra ogni cosa. Dove battezzare i figli è onestamente, la più intelligente forma di prudenza. Dove pregare è più assennato che rivolgersi a un medico. Guardo il passato e penso: scampata a secoli in cui l’unica democrazia, non era quella politica, non era quella del sapere –  era quella della miseria. 

Oggi viviamo invece in quest’epoca meravigliosa e fortunata, almeno in questo cocuzzolo dell’occidente, e anche essere poverissimi, nel nostro beato cocuzzolo ha delle chance che duecento anni fa non erano pensabili, ma forse neanche cento. Dopotutto, anche nullatenenti se siamo portati in un pronto soccorso ci curano, e magari se ci devono operare ci fanno l’anestesia e si, prima disinfettano i bisturi. Non è che ora si stia tutti una favola, abbiamo ottimi motivi per arrabbiarci, ma ecco possiamo farlo, crediamo che ci spetti di diritto, e lottiamo, votiamo, combattiamo. Combattiamo per le case popolari, combattiamo per i posti in terapia intensiva, combattiamo per una nuova costellazione del possibile – in cui il ruolo di Dio è sospeso, rimandato, Dio tu per cortesia vieni dopo, ora dobbiamo pensare alla scuola pubblica.

Questo nuovo mondo, che abitiamo da poco prevede allora per sintetizzare, una serie di rivoluzioni: 
1. Che abbiamo un diritto all’istruzione
2. Che abbiamo un diritto di voto
3. Che dobbiamo lottare per un diritto alla casa 
4.(cosa molto sottovalutata) che abbiamo diritto a una libera vita privata. 
E correlato a doppio filo con questi diritti, nella genesi, nella storia e nelle prospettive possibili:

5. Che abbiamo un diritto alla salute.

Questo poter pensare al meglio, è germogliato da  tutte quelle date, ad altre ancora non citate,  e alle risorse economiche (parti delle quali dovute a una posizione geograficamente fortunata, metereologicamente fortunata, ma parte delle quali allo spietato colonialismo che ci ha fatto ingrassare) che hanno fatto da sostrato perché quelle scoperte, quei passaggi e quindi quei lussi del potere democratico fossero possibili.  Dovevamo passare tramite quella trasformazione economica e sociale per poter approdare al mondo di oggi e alla sua ambiziosa critica politica. Se fossi nata prima di questi due secoli magici, privilegiati e brillanti, dunque – non avrei pensato, questo volevo dire: né a contattare un medico, né a valutare la sua cura, men che mai a scegliere un medico, ancora meno a fare col bilancino la critica del metodo del medico. Prima di quei due secoli magici, sarei stata né più né meno, un’altra eroina di Ernesto De Martino.

Invece, l’insieme di questi nuovi meravigliosi diritti, prevede un nuovo modo di stare al mondo, elettrizzante, quanto enormemente faticoso, che riguarda la libertà d’azione e la consapevolezza giuridica inerente le nostre scelte.  Siamo costretti, per esercitare tutti i nostri diritti, a essere molto molto competenti e molto molto informati. Siamo molto più liberi e molto più responsabili, ma in aggiunta a questo dobbiamo essere mediamente, molto istruiti. Dobbiamo sapere un’infinità di cose. Questi infiniti saperi da tenere a mente, sono in primo luogo presenti alla madre, che diversamente da duecento anni fa, deve sapere cosa è bene per la salute psicologica del suo bambino, deve sapere molte cose di medicina quando interloquisce con i pediatri, deve firmare per esempio dei consensi informati, quando il minore subisce un trattamento.  Ma anche se la madre per dire compra una casa, è una valanga la quantità di cose che deve sapere, di edilizia, di giurisprudenza, di economia, sventare per esempio falle nel terreno, o ipoteche nascoste. E anche ad abitare la cosa pubblica, c’è anche una enormità di cose  che la madre, elettrice, deve sapere. Parlo della madre perché prima, essa in quanto donna non aveva, né sapere, né titolarità giuridica, e per quanto si sentisse responsabile dei suoi figli, aveva come principale mandato quello di affidarsi. Parlo di lei perché secondo me è la madre quella che dimostra in maniera più calzante la rotazione a cui siamo andati incontro. Ma è per efficacia retorica perché, madre o non madre, più si sanno cose, più si scopre che questi saperi non sono mai univoci, non sono mai un campo del tutto o nulla. Madre o non madre, padre o non padre, figlio o genitore, siamo dovuti entrare nel grande mondo dei saperi strutturati, nostro malgrado, delle ipotesi contrastanti, e del nuovo complicato regno della logica probabilistica, la grande regina del ventunesimo secolo.

 Oggi cioè essere adulti vuol dire: puoi pareggiare la battaglia della sfiga, calcolando le conseguenze con gli strumenti che ti offre il sapere. Più sai, più conseguenze calcoli. Non è come prima che non contavi un cazzo, morivi a 50 anni nella migliore delle ipotesi, e l’alternativa era tra pregare o meno. Ora è diverso: tuttavia le conseguenze sono molte e bisogna vedere quella che è probabilisticamente più conveniente per te, anticipare. La lotta alla sfiga per esempio nel campo della salute, il posticipare la morte, è diventato un compito complicatissimo, imparentato, correlato, per stile, e tecniche, ad altre lotte come quella al sopruso sul lavoro, come quella per l’affitto di una casa, come quella dell’azione politica: stiamo sempre a cercare informazioni per giocare d’anticipo.

  • Gerarchia del potere, necessità dei saperi avvento di internet. 

Prima dunque era tutta fortuna, oppure tutta religione. All’arrivo del potere e dei saperi,   abbiamo imparato ad affidarci alle gerarchie, nel lungo cinquantennio della piramide dei prestigi che è stato il primo segmento del ventesimo secolo, poi, con la critica di quelle gerarchie – quelle per cui per esempio se la madre era in ospedale, il medico parlava con il marito non con lei, sul da farsi del suo corpo– siamo entrati in questo nuovo e faticosissimo regno della titolarità del sapere, e dell’orientamento nelle probabilità delle diverse logiche che si mettono in campo. Oggi, anche quando ci affidiamo a dei tecnici – dallo psichiatra al gastroenterologo, dal commercialista all’avvocato – non riusciamo più neanche volendo, a delegarlo della pratica che ci riguarda, ma dobbiamo sapere, dobbiamo farci spiegare cosa farà del  corpo privato della nostra vita. E questo ci mette in crisi, e ci impone a nostra volta di avere delle competenze: quale psichiatra? Quale avvocato? Di cosa si occupa quello? E quell’altro?  Fino all’illuminismo, la culla intellettuale di questo nostro destino, eravamo incatenati a Dio. 
Ora siamo quelli incatenati al sapere.

L’incatenamento al sapere ha avuto poi un ulteriore e formidabile giro di vite con l’avvento di internet che ha saturato una domanda personale e una domanda culturale di competenze con una circolazione di informazioni, e una gratuità mai viste fino ad ora. Le bibliografie sono condivise, i saperi tecnici sono accessibili, così come le loro forme grottesche e difettuali. Tutto in una maxi piattaforma che è simultaneamente domestica ma sottilmente maligna, dal momento che non offre nessun dispositivo di aiuto per gerarchizzare le informazioni.  Nella decodifica delle fonti dell’utente, o esiste un beckground culturale – spesso purtroppo di classe – che aiuti a fare delle gerarchie oppure per l’utente finale non ì che ci sia molta differenza tra wikipedia e treccani. Non esiste ancora nelle scuole pubbliche una educazione alla valutazione delle fonti telematiche, alla pretesa di competenza, e internet è il posto in cui la democratizzazione delle informazioni mischia vantaggi e svantaggi per l’utente. 

In aggiunta a questo,  a margine, noto come, su internet la completa scotomizzazione del valore emotivo di certe scelte lessicali, del suo potere seduttivo, giochi a sfavore dei cittadini. E’ straniante constatare come l’uso dell’indicativo, l’uso di scelte lessicali incisive, l’esclusione di dubbi, un certo margine di indignazione, toni scandalizzati emotivamente carichi – siano emotivamente più attraenti, rassicuranti di modalità dubbiose, possibiliste, che tengano in conto di probabilità diverse. I primi sono più seduttivi, rassicuranti, avvertiti come caldi e conquistano un largo pubblico, salvo poi mettere l’utenza di fronte alla delusione dal momento che sistematicamente, qualsiasi sapere complesso, dalla medicina alla legge, dalla psicologia alle meteorologia, perfino l’ingegneria, tutto si gioca sulla valutazione di evenienze diverse. Per ogni indicativo garantito da un esperto in rete, ci sono molti ecco vedi? E ci si trova con utenti Tranquillizzati il giorno uno – che poi saranno delusi e sconfortati il giorno due.

 Vivere in ogni caso  – è diventato difficile. La democrazia è bellissima, ma è anche una specie di giungla, dove tutti sono a caccia di dati e di prognosi per la sussistenza.  E dove, per quanto ci sia questa rutilante ed egualitaria offerta di informazioni, non è altrettanto egualitaria la situazione del destinatario di quelle informazioni.  E questo delinea un nuovo problema. Tra gli anni cinquanta e la fine del novecento sapevamo almeno riconoscere chi meritava di avere prestigio e potere, era l’unica arma in dotazione quando si era poveri e fuori dai giochi. Oggi quella capacità sembra spesso perduta – il sapere è appiattito, e un criminale come Vannoni può fare quello che ha potuto fare.

  • Lo tzunami della pandemia, il deus ex machina del vaccino

In questa desolata maturità coattaè arrivato lo tzunami della pandemia, che ci ha esposto a tutti, nessuno escluso, a una nuova inedita esperienza per l’umanità, che non è certo quella della malattia, e manco della malattia globalizzata, ma l’esperienza di assistere tutti, in contemporanea, alla umana troppa umana vicenda della costruzione di quel sapere, che noi siamo oramai coartati a procurarci – e che il rischio di contagio ci ordina con veemenza. Da una parte ci avevamo il virus che a diverso titolo ci ha terrorizzati, dall’altra ci avevamo il comando – su procurati le informazioni su cosa la medicina dice di fare…. ma al momento di obbedire al nostro nuovo scintillante comando, scoprivamo in mondo visione che il comportamento di un virus non è una cosa che si stabilisce nel tempo in cui si legge un articolo, che ci sono diverse competenze in campo, che i medici sono umani, e possono essere vanitosi, che esiste un gradiente politico che nella gestione della medicina gioca un peso decisamente sottovalutato , che esistono addetti ai lavori che hanno un nevrotico bisogno di ottimismo, e altri che hanno un altrettanto nevrotico bisogno di catastrofe. Che esistono anche i medici famosi ma banalmente -cretini. La cosa comunque più spossante a cui tutti mi sono sembrati poco addestratiè stata scoprire che gli scienziati, o i medici, o i più competenti erano quelli che profilavano risposte diverse, diversi gradi di incertezza, diversi panorami. La scienza rivelava, contro ogni retorica autoritaria e seduttiva, la sua profonda natura democratica, il fatto di costruirsi per confronti e processi decisionali, , e per quanto noi ci fossimo allenati a recuperare saperi, e a destreggiarci tra autorevoli opinioni avverse, lo sciock è stato enorme – perché fino ad ora avevamo cercato e trovato il già conquistato, e quello è reperibile, mentre ora dovevamo stare a guardare la conquista: in pochi sapevamo che tutte le cose su cui abbiamo imparato a contare si erano sviluppate con gli stessi diverbi, le stesse lentezze, le stesse prove ed errori. Ma come, tuonavano persone anche piuttosto istruite sui social, ma prima l’oms dice una cosa poi cambia idea? Ma come il primario Ciccio Pasticcio dice una cosa, e il noto epidemiologo ne dice un’altra?? Come sono vanitosiii, come sono poco serii.
Ma erano solo umani, ed erano gli stessi umani di sempre.  La scienza la fanno gli uomini, e arriva a dei risultati che sono sempre transitori, disconfermabili, e ci arrivano con duelli, con errori anche, con strade fulminee ma spesso con fortunate strade sbagliate, con esperimenti da ripetere e con esperimenti da sprecare, a dirsi le cose e a negarsele. E in più questa situazione, scivolava nella epidemiologia, e nella medicina sociale: e dunque questi addetti ai lavori poi si trovavano a dire cose che rivelavano, le loro (in)competenze in tema di psicologia sociale, e la loro percezione dei diritti privati nelle cornici democratiche. Dobbiamo chiudere tutto – o non dobbiamo chiudere tutto, era una classe di proposte che per esempio teneva dentro di se un gradiente politico, eventualmente un gradiente di psicologia sociale, molto più potente del tema virologico. Eppure i virologi si sono spesso scatenati.
Chi avesse letto una buona storia della medicina, o di qualsiasi disciplina dalla psicologia alla chimica, dalla fisica alla matematica, potrebbe aver vissuto questa esperienza come un niente di nuovo.  Ma per moltissimi lo stupore e il biasimo è stato notevole.

In rapida successione, a medici, addetti ai lavori, epidemiologi che dicevano cose diverse l’uno dall’altro, è arrivato, in quattro e quattr’otto il vaccino, che mi pare sia caduto addosso alle persone come una sorta di doccia scozzese, che con la sua pazzesca rapidità ha polarizzato le reazioni. Le persone  – estenuate da un anno intero di malattia e paura della malattia, di guai di salute e conoscenti scomparsi, di economia falciata dalla pandemia, si sono divise tra coloro i quali vivono il vaccino con una sorta di fiducia messianica e coloro i quali, l’hanno guardato con prevenuto scetticismo. Una diversità di atteggiamenti che sarebbe interessante esplorare, e che penso affondi più che nelle competenze delle persone, nelle loro organizzazioni psicologiche e in ciò che maggiormente li tranquillizza. La mia bacheca facebook è stata popolata quanto da genti che dopo aver cazziato esperti di ogni foggia ha finalmente potuto dire evvivaaa mi fido della scienzaaa, se la scienza dice cosiii è verooo, a altri che invece dicevano, cazzo ve siete scannati fino a mo? Lilli lilli lalli lalli ora il vaccino? E io vi dovrei credere? Se ho appena esperito la democratica litigiosità delle competenze, come faccio a fidarmi del vaccino? Se ho appena esperito il cortocircuito tra economia, sguardo politico e medicina sociale, come posso essere sicuro che questo circuito non abbia forzato i tempi?

Il problema però è che la diffidenza verso il vaccino potrebbe diventare un importante questione di politica nazionale. E questo problema nazionale, potrebbe essere la prima edizione di altri problemi nazionali prossimi venturi, dal momento che questa epidemia di larga scala, è come è stato ampiamente spiegato un effetto dei cambiamenti dell’ecosistema provocati dall’uomo in congiuntura con la globalizzazione, e la mobilità sul pianeta. Presto o tardi dovremmo affrontare altre epidemie, da fronteggiare con procedimenti politici collettivi, non individualizzati.
Abbiamo bisogno di buoni scienziati, ma anche abbiamo bisogno di una solida cultura scientifica.

  • Ritorniamo alla nostra storia.

Nei giorni scorsi io, che mi mostravo attendista sul nuovo vaccino, ho cercato di raccogliere più informazioni possibili su cosa contenesse, come funzionasse, quali questioni rimanessero aperte, fisiologicamente legate ai brevissimi tempi di sperimentazione. La rete mi ha aiutata, ho trovato molte indicazioni interessanti. Ho consultato giornalisti scientifici, ho trovato schemi e raffigurazioni, e ho anche saputo che questo vaccino comunque è stato già inoculato a una enorme quantità di persone. Mi sono sentita incoraggiata e mi sento oggi più disponibile emotivamente a riceverlo. Le giornaliste che ho contattato Daniela Ovadia e Roberta Villa, che si occupano di comunicazione scientifica da tanto tempo mi hanno tranquillizzata proprio comunicandomi delle aperture e delle incertezze. Non ho avuto la sensazione di un sapere che mi nascondesse delle cose da temere, e di un piano di parità nella gestione di rischi che mi sono stati spiegati, nel dettaglio, come in linea di massima tollerabili. Mi sono avvantaggiata di una serie di particolari esoterici. Le mie interlocutrici sono state molto capaci e io le ringrazio. Ma ho potuto approfittarne anche perché la formazione di psicologo, prepara a una cultura scientifica molto di più di quanto si tenda a credere. Mai come in questo complicato 2020, sono stata grata ai miei esami di medicina, di genetica, di statistica, di analisi dei dati. Mi hanno dato un vocabolario con cui decodificare il reale. Quelle informazioni avute per obbligo, quasi per caso – faccio la psicoanalista, dopo tutto con la metodologia della ricerca scientifica ci faccio pochetto, figuriamoci con la composizione di una cellula – mi hanno messa nella posizione di potere stare dentro a un discorso pubblico sulla salute. Di poter capire che mrna, è una cosa e dna è un’altra. Di comprendere perchè il vaccino scovid19 poteva prendere le mosse dalla sars o dalla lotta ai tumori. Anche di capire perché potrebbe essere un rischio per me che ho una blanda patologia autoimmune, o perché potrebbe offrire una copertura inferiore alle aspettative. Anche tutti quei libri di storia della medicina che mi ero letta per il libro che stavo scrivendo, mi sono stati di aiuto. Non ho una grande cultura scientifica, me la sto facendo adesso perché mi sta appassionando e ne sento il potere politico – ma ecco, è come se mi fossi resa conto ora della sua enorme necessità.

La nostra coazione a procurarci sapere oggi, fisiologica al sofisticato grado di responsabilità che implica l’abitare in una democrazia ancora opulenta, si scontra infatti con una serie di problemi. Quanto siamo educati a procurarci quel sapere? Quanto siamo istruiti all’atto di diventare istruiti? Che peso ha nelle nostre scuole pubbliche l’istruzione scientifica? E ancora quanto quando studiamo scienze a scuola, o come dice saggiamente Chiara Valerio, matematica, studiamo la storia di quelle discipline? La storia di come la democrazia del sapere produce faticosamente i suoi assunti? La matematica è politica, dice Valerio nel suo piccolo bel libro, e tutta la scienza lo è, ma noi quanto siamo consapevoli di queste cose? A quanti di noi spiegano queste cose nella scuola dell’obbligo? Quanto siamo preparati, ad affrontare la nostra vita di pazienti di medici, di genitori di bambini che devono avere delle cure, di cittadini che devono valutare un progetto di medicina sociale? Quanti di quelli che smetteranno le medie e andranno a lavorare, oppure si laureeranno in legge, o in economia, o in storia dell’arte? Quanti commessi dei negozi dove compriamo le cose, iscritti come noi nel momento storico del dover sapere le cose, sono stati messi nelle condizioni di procurarsele?  E che ne so, i camerieri nei ristoranti? Il discorso è forte per chi ha smesso di studiare presto, dopo le scuole dell’obbligo e gli istituti commerciali – ma a dialogare con diversi avvocati o commercialisti non è che va tanto meglio. Io per esempio, se mi fermavo alla laurea in filosofia, con tutte le scuole per bene, e la famiglia borghese intellettuale – non so se sarei stata in grado. E anche con il dopo, mi sono messa a cercare.

Dopo di che c’è un secondo problema che arriva con internet. Internet si diceva democratizza il sapere, e non offre discrimini su ciò che affidabile e ciò che non lo è, e anche a proposito di questo la scuola ancora latita. Lo disse Umberto Eco, e mi pare che stiamo ancora li: non si insegna a gerarchizzare le fonti. Ma c’è un altro sinistro problema, che è stato l’effetto di internet sui media e sulla carta stampata.  Internet ha tolto potere e soldi e priorità alla carta stampata mettendo in crisi la filiera tradizionale dell’informazione. L’immediata accessibilità a dei dati, anche se spesso e volentieri non validati, la gratuità, ha scalzato la stampa e la televisione dalla centralità di cui hanno goduto per tutto il novecento. (Resiste forse meglio la radio, questo è fascinoso, perché la radio vince sugli altri e persino sulla rete, per un piano di praticità, la puoi ascoltare lavorando con le mani e con gli occhi). La risposta dell’informazione è stata allora tarata su una competizione incardinata sulla brevità e sulla accessibilità. Crisanti fa un’ intervista di poche righe, tutti capiscono che è contro il vaccino, se magari l’intervista era di due pagine, le persone capivano qualcosa di meglio. Un settimanale di utilità sociale pazzesca come Specchio, che è uscito con La Stampa dal 1996 al 2009, e che riusciva a fare una divulgazione intelligente, dettagliata, quasi con dei tentativi di fare dei numeri monotematici di un tabloid generalista, quella cosa li non si vede più. 
Abbiamo cioè imparato a chiedere, ma trovare le risposte è arduo, spesso non sappiamo chiedere bene, spesso l’atto di chiedere è demonizzato, e insomma abbiamo un sacco di problemi. Qualcuno, nel casino, si convince anche di cose sbagliate.

Nel miscuglio della rete, arrivano anche delle soluzioni. Internet e i social soprattutto, hanno spinto avanti una comunicazione circolare tra soggetti competenti, e fruitori competenti, interlocutoria, dialogica, democratica. Trovare quelli più bravi non è facile, e c’è quel vizio di partenza dell’essere poco addestrati a individuare le competenze, ma non è raro il caso di imbattersi in uno stilema divulgativo nuovo, lessicalmente più accessibile delle produzioni per addetti ai lavoro, ma di un livello più alto, di quello che mediamente si considera opportuno per le persone che si vogliono informare. Quel tipo di divulgazione sta portando a una serie di prodotti editoriali di qualità che sono molto utili, e politicamente più efficaci della demonizzazione delle domande anche mal poste. Io penso che quel tipo di divulgazione, sia una strada da perseguire, per ogni dove, mentre credo che la demonizzazione dell’assenza di strumenti, delle domande lecite, anche delle posizioni avverse, così come la pretesa che le persone tornino ad affidarsi alle autorità sia una posizione controproducente. 
Siamo incatenati al sapere, ma politicamente dobbiamo porci il problema di sapercelo conquistare

Messaggio nella bottiglia

A un certo punto, quando ho capito che te ne saresti andata Silvana, ho pensato che non sarei riuscita a scrivere niente. Non avrei messo sul blog nessun saluto, come ho fatto da poco quando se ne è andato il Secco, come quando se ne è andata la mia amica Lucia, come quando se ne è andato mio padre – pure. Pensavo che non sarei riuscita perché con nessuna di queste persone parlavo come con te, uno dice tu’ padre, ma mi padre non parlava con nessuno Silvana, con me comunque no di sicuro, è facile fare letteratura con chi si sente moderatamente vicino, mica che è una letteratura disonesta, affatto, che poi letteratura che esagerazione, vabbeh se semo capite, pensavo queste cose, di quando scrivo perché le strade sono percorribili, o scrivo perché sono ancora da percorrere. Mio padre, o, gli amori inesausti o. 
Mio padre era vecchio, e molto malato, il Secco era il secco, si poteva fare. 

Sai a cosa penso sempre questi giorni?
A quella volta che eravamo in macchina tua, abbiamo visto la macchina di Francesco, e l’abbiamo inseguita per la campagna, per il paese, ammazza quanto corre e che ci ha il fuoco al culo, giù a strombazzare col clacson,  dai raggiungiamolo! Dai! E poi la macchina era arrivata sulla piazzola ed è uscita una povera donna inviperita, MA CHE VOLETEEEEE, IO NON HO CAPITO CHE VOLETEE e noi ci siamo avvedute che era una signora incontrovertibilmente signora, i capelli lisci lunghi, gli occhiali con gli strass, lei urlava, e noi piegate in due dal ridere, NOOO NON E’ FRANCESCOOO, ahò ma non l’hai vista che ci aveva i capelli lunghi pure te, e giù a ridere – mbeh ma mora era mora.  Che esaggerata comunque eh e mamma mia, e di nuovo ridere.
Il cancro se ne era andato per qualche tempo.

Oppure all’ombrellone quando andavamo insieme al lago.
L’ombrellone nostro: arcipelago, costellazione, galassia, ideologia.  Stavamo spalmate sulle sdraio, spalmate e accessoriate e disordinate, molti tipi di pizzette – tu portavi sempre un parterre di pizzette, sai mai che le creature nevvero, anche qualche pietanza leggera, adatta alla circostanza, che so una rigatoni col sugo di lepre, molti teli, molte sciarpe, molti costumi, su questi teli e i costumi facevamo dei concistori, i giornali, creme solari, barbie sirena, pallone da calcio,  molti libri anche, perché questa era la cosa figa Silvana, che noi leggevamo le stesse cose, ci scambiavamo i titoli, ci giravamo i romanzi.

 Una cosa che un po’ mi allevia queste ore, è che all’ospedale ti avevo mandato dei libri che facevano ridere, non come quei tremendi mattoni che una già sta come sta,   che non ci ha un rene, ci ha la trachea tagliata, non se tiene in piedi, Diomadonna almeno i libri che fanno ridere.
(Quella strana miscela di umorismo nero, umorismo volgare, umorismo gentile, quel potere della franchezza. Venni in ospedale dopo i libri, quella volta, poi sei uscita eh abbiamo fatto tante cose, però dico quella volta abbiamo pianto insieme un po’, c’era questa tua gentilissima amica, QUI E’ PROIBITO PIANGERE mi disse, e provai tenerezza per lei.
 Noi ci guardammo, non siamo gente che si dice cazzate –ci potevamo ben permettere di essere amare. 
Era tornato, era cattivo.)

Un’altra cosa che penso, è il fatto che dovunque andassimo, dovunque porca mignotta, ci stava gente che te saltava al collo. Succedevano queste cose.  Che ne so vai al bar ci sta n’amico de tuo figlio che dice aaaaah c’è Silvana, e ti paga il caffè. Vai al lago e ci sta un altro non si sa bene che, collega, operaio romeno, baby sitter di vent’anni prima, che dice, ti riporto a casa, ti porto questo ti faccio quello. In ospedale, ci avevi una turnazione di amiche che ho sospettato superasse le trenta unità. C’era una tabella eh l’ho vista: coi quadratini e gli orari. In vent’anni che ti conosco, ho passato più tempo a conoscere amiche tue che  a bere caffè. Amiche tue parrucchiere, amiche tue colleghe, amiche tue daa forestale, amiche tue che fanno la tv, amiche tue cor fratello al gabbio. Plotoni di amiche e amici tuoi – a cena nei ristoranti, a cena nelle pizzerie, a cena a casa tua.  O promesse amiche tue. Devo farti conoscere st’amica mia, fa delle borse bellissime.
Mi hai regalato diversi vestiti, per il fatto che ci piacevano le stesse cose. 

(E sapevi che per me questa cosa dei libri, dei vestiti, del ridere in quel modo anarchico, sguaiato, questa cosa dell’ombrellone dico per me, la tua amica psicanalista ebrea in mezzo ai contadini,  era un porto in una terra straniera. ) 

Non ce lo dicevamo mai, di questa convergenza estetica in una terra straniera, la tigna vanitosa e anarchica sopra i doveri quotidiani, del supermercato con le ciabatte, dell’alimentari e del benzinaro, delle olive e dei funghi di tuo marito – di cui ti giuro, avremo cura – o anzi ce lo dicevamo, per esempio quando studiavamo cosa metterci, elegantissime SIAMAAAAI, vestitini multistrato blu ottanio e grigio perla, rigorose collane lunghe e nere, scarpe con tacchi grossi e incomprensibili, andavamo così alla sagra della salsiccia, a quella della nocciola,  ovunque si potesse  mangiare e fare gestacci, andavamo noi bardate come per un concerto, per un vernissage, per la presentazione di un libro – posti la cui spocchia avremmo preso a iconoclastiche fucilate. Dove in effetti no, non siamo mai andate.
Che cojoni.

(E mi pento, di non essere venuta al primo ospedale, al primo intervento, all’esordio del cancro, quando piratesca e leggendaria giravi per le corsie con la nuova camicia da notte verde, la vestaglia verde, lo smalto verde  – verde è il colore della speranza professore  –
E un romanzo di Houellebecq.
Dovevamo dar retta al romanzo di Houellebecq? Oggi saremmo meno tristi?  Trattavamo questi nostri scrittori preferiti come i figli difficili, i figli sfortunati della vita altrui, noi invece ci saremmo ancora divertite un sacco, dopo quel primo ricovero. Meno male che li stimiamo tanto, questi scrittori dolorosi,  ma con l’intelligenza del senso materno, non li prendiamo troppo sul serio.)

In ogni caso, adesso Silvana mia, ci sarà sto problema complicato di tutto sto amore che hai lasciato, tutte ste tavolate vuote, tutti sti amici che mi guarderanno cogli occhi lucidi, non so come si farà davvero.  Uno dice, eh sono stato fortunato a conoscerla. Facile a dirsi, so stato fortunato a conoscerla. Mi lasci ste gatte da pelare Silvana mia, per non parlare dei miei bambini, i miei bambini che dovevano fare ogni compleanno con te, zia Silvanaaa, e mandarti i video a te, e  che ancora raccontano con il senso dell’epopea e del magico, quando sono venuti a casa tua, a dormire. La tenda in giardino! Lo zainetto con  le palme! E naturalmente, le pizzette. 

(Dei tuoi, non ti devi preoccupare, son due bronzi di Riace belli forti con il tuo senso del bene del male e del piacere.  Li  lasci pronti per il mondo.
Ci vediamo tipo in macchina, che andiamo da qualche parte. )

Su: “La città dei vivi”

Nei giorni scorsi, alcuni amici che stimo mi hanno esortata a leggere La Città dei vivi, il libro che Nicola Lagioia ha scritto sul caso Varani. Ne erano rimasti favorevolmente impressionati, e pensavano giustamente che mi potesse interessare, per via del tema trattato.  Anche su internet, alcuni contatti ne avevano parlato bene, come un libro coraggioso, che ti porta dove non avresti piacere di andare, e ad avere un’idea dell’umano meno semplice di quanto vorresti. 
Ora il libro l’ho letto, e posso dire di essere arrivata alla fine per diversi pregi oggettivi: la città dei vivi è un libro scrupoloso, attento, frutto di un lavoro molto accurato, e scritto da qualcuno che – non so dire meglio – mi sembra, nel senso migliore del termine una brava persona, una persona capace di dolcezza, con quel tipo di attenzione verso le persone che spesso mi piace ritrovare negli scrittori – mentre vorrei che fosse inderogabile nei miei colleghi. 
Però devo anche dire, si sono arrivata in fondo, si mi ha presa, ma il libro non mi è piaciuto. In qualche misura mi ha fatta arrabbiare- suscitandomi riflessioni in diverse direzioni, che vorrei riportare qui, in modo schematico.

Un libro del genere, entra nel grande filone dei libri che si interrogano sull’espressione del male. Si prende una vicenda di cronaca, la si potrebbe anche inventare, e la si iscrive in una rete di racconti e suggestioni che cerchino di dare una interpretazione del reale, una lettura degli eventi, ne restituisca la complessità. Il male è sempre molto erotico, attraente, e questa rappresentazione del male, particolarmente adatta ai grandi numeri della distribuzione editoriale: Lagioia non ha dovuto fare particolari sforzi creativi, il feuilletton gli era stato servito sul piatto d’argento dei media, e ora aveva a disposizione tutto: giovinotti equivoci, marchettari di periferia, casa dell’orrore, commissario della polizia integerrimo, fidanzata addolorata, sesso e cocaina. Mica è come riscrivere il male, tramite la corruzione presso gli uffici pubblici dell’ama. Mi rendevo conto che lo leggevo con lo stesso meccanismo per cui mi sono cibata dieci anni di Beautiful – non è stata la qualità della rappresentazione, ma la tossicomania del plot a trattenermi sulle pagine. La cronaca fa spesso questo effetto. 
Però in questo caso, mi dicevo, diversamente da Beautiful qui ho un romanziere, un intellettuale e una persona gentile. A questo sordido plot sarà in grado di affiancare una visione del mondo. Una costruzione mentale. Pensavo per esempio a uno dei miei scrittori preferiti, Walter Siti, e a cosa aveva fatto nei suoi libri i quali – per buona parte, cronaca o meno, si pongono gli stessi scopi. 

Ecco sono rimasta delusa, perché andando avanti che andando avanti, mi vedevo sciorinate le frattaglie tragiche dei percorsi esistenziali – senza che questa secondaria esposizione mediatica e lucrosa portasse a un minimo valore aggiunto. Esattamente perché stavo leggendo la lettera d’amore di Luca Varani a Marta Gaia? Perché era stata pubblicata in un romanzo di modo che Marta Gaia, sopravvissuta al tragico dovesse sapere che era pubblicata? Per quale motivo dovevo sapere che alla madre di Foffo non si disse immediatamente che il figlio aveva un morto in casa? Perché dovevo leggere, di nuovo, di come esattamente si offrì sessualmente Luca Varani a Foffo e Prato, perché dovevo sapere che anche i genitori di Luca Varani avrebbero riletto quelle pagine? 
Per una degna ricostruzione, per un degno pensiero che  però non sono mai arrivati.

Certo c’è quel – francamente imbarazzante – tentativo di cadere nella solita questione della cattiveria come potenziale inespresso di tutti gli umani – quando Lagioia allude a un suo periodo difficile durante l’adolescenza, quando lanciava bottiglie di vetro da una casa del settimo piano, o quando ammaccava ubriaco le macchine, ma quel tentativo a me è risultato inopportuno, con un rapporto di grandezze che mi lasciava interdetta, e che mi chiedeva qualcosa che non potevo sottoscrivere. L’accostamento di Lagioia adolescente che non accetta la separazione dei genitori, e fa sciocchezze con due che si ammazzano di cocaina valutando ipotesi di prostituzione stupro e sodomizzazione, mi ha fatto fare delle congetture che spaziavano tra il trucchetto editoriale per dare un po’ di ciccia al libro e renderlo diverso da un collage dei giornali, e a essere un po’ più gentili la tendenza a cui non scappa neanche Lagioia, che dovrebbe essere un uomo avvertito, a proiettare su questioni psichiatricamente complesse e di ben altro voltaggio vicissitudini personali. Quel passaggio, ha incrementato le mie perplessità.

In fondo quello che ho profondamente sofferto di questo libro, è avere una gran messe di dati privati gratuiti, su persone che sono ancora in circolazione e ne sono ancora una volta più espropriati, senza che ci fosse almeno uno straccio di lavoro e di tesi. Niente approfondimenti sociologici, niente letture di classe, nessuna lettura psicologica o psicodinamica. Giusto qua e la una rappresentazione del male, pescata dai protagonisti di Ernesto De Martino, ma senza la profondità e gli studi di Ernesto De Martino.  Il male si affaccia così improvviso e imponderabile, e ci possiamo cascare tutti. Ci voleva Lagioia, per questo trito, e profondamente antipolitico luogo comune che impesta l’industria culturale da Carolina Invernizio in poi? Come mai Varani si prostituiva? Come mai uno comincia a pensare di drogare uno e poi farne sevizie? Davvero per gli stessi motivi per cui si va a sbattere con la macchina quando ci si ricorda di dover andare a prendere la fidanzata? Non mi sembra sottoscrivibile.

Io credo che questo libro, poteva avere senso che ne so, sessant’anni fa? Quando non c’erano state tante serie televisive di grande spessore, quando non c’erano stati ancora tanti scrittori che si fossero sforzati di fornire un intreccio – magari anche studiando discipline estranee ai loro curricula, quando non erano nati gli Houellebecq, i Carrère i Walter Siti, quando anche i reportage erano di meno. Ora questo libro risulta titillante, ma poi ti accorgi che è al di sotto della domanda di complessità a cui ci siamo abituati, occulta degli scarti, che molte persone mediamente colte, mediamente intelligenti, vedono e d cui chiedono conto. Rendere ragione di quegli scarti proponendo delle tesi, è un’operazione politica, perché quelle tesi, suggeriscono degli atti politici. Anche Jonathan Bazzi, con il suo Febbre, per quanto acerbo, con la sua ricostruzione di uno smarcamento dal male, dovuto all’imprinting periferico, benché  il romanzo sia imperfetto, fa un atto politico con più spessore di questa comoda carrellata di tragico ripresa da una poltrona di sana nevrosi borghese. 

Una postilla conclusiva per quel che pertiene il mio vertice di osservazione.

Esiste una zona del tragico, che forse la lingua italiana restituiva con l’aggettivo tristo. Il tristo della nostra prosa polverosa era una persona cattiva, efferata, ma la radice della parola rinviava appunto alla tristezza, al dolore. Era una parola bellissima dunque perché incrociava il dolore con la necessità dell’ostilità psichica, dell’aggressione.

Esiste una specifica patologia della cattiveria, che si intreccia con il dolore, e che affonda nell’infanzia. Questa patologia della cattiveria, io credo che agisca con una percezione di costante mancanza e desiderio di revanche, che affonda in anni lontani e segreti, ben oltre i padri svalutanti a cui in questo libro si dedica molto spazio. Questa percezione funziona come punto di trazione, ed è un punto di trazione, come una specie di calamita che riporta indietro, che ti fa rincorrere uno stato emotivo regressivo. Ma è anche un funzionamento mentale, una decodifica dell’esperienza che introduce una frattura qualitativa tra la mente di Lagioia e quella di Prato, non meramente quantitativa. 
 Una serie di scabrosi eventi di cronaca, vedono i protagonisti accomunati da questo punto di trazione, e le droghe che assumono il facilitatore che permette di tornare in quello stato di angoscia infantile e desiderio di vendetta che non si deve essere mai estinto e che nella vita apollinea e diuturna della sobrietà è molto faticoso tollerare. Qualcosa accomuna Foffo e Prato con gli stupratori in branco, per esempio, ma anche con altri personaggi che arrivano alle nostre consultazioni, che non uccidono nessuno ma cercano di fare del male in vario modo, sotto l’effetto di sostanze, senza superare la linea della morte, ma corteggiandola insistentemente. Così come corteggiano insistentemente la propria autodistruzione e la propria umiliazione.  Di contro esiste anche una disciplina, la vittimologia, sotto branca della criminologia, che dice cose interessanti sul perché certi profili di personalità si ritrovano implicati con maggiore ricorrenza in aggressioni. E uno sguardo psicoanalitico e psicodinamico avrebbe saputo dire diverse cose sulla struggente figura di un ragazzino esile, giovane, abbandonato dal contesto politico e sociale alla sua organizzazione dissociativa della personalità – che per buona parte del tempo era figlio, lavoratore, e ottimo fidanzato, poi entrava in una zona buia di se, e per un po’ di soldi si prostituiva, con persone sconosciute e con soggetti da cui altri, con un funzionamento psichico meno autodistruttivo si sarebbero rapidamente difesi ( e qui un passaggio interessante del libro, è il comportamento di Alex Tiburtina esempio di un funzionamento nevrotico in questo panorama francamente borderlinee).  

Io non penso che per occuparsi di queste cose, si debba per forza ricostruire nel dettaglio fatti veramente avvenuti, con nomi e vicende citate di nuovo. Ho trovato in questo accanimento sul reale, un’operazione di classe, o forse dovrei dire meglio un’operazione foucaultiana, dove il mondo apollineo diuturno, fa stracci ancora una volta dell’irredimibile, dell’altro irriducibile, approfittando di una posizione di potere.  Se si fa, desidero una messa in gioco di se, uno sporcarsi le mani intimo, approfondito, paritario, che in questo caso non ho avvertito. In linea di massima alla letteratura chiedo produzione di metafore, e penso che sia intelligente produrre romanzi che parlino di questo cono intermedio che riporta bambini abbandonati dallo sguardo dei genitori, bambini resi pazzi da bisogni inesauditi, bambini esposti ad abusi e violenze, a diventare adulti non adulti, che tornano indietro tramite sostanze  – ma a volte senza neanche quel tramite – ad agire con le cose, e i corpi e le relazioni di adulti le disperate fantasie da cui sono venuti al mondo. Per queste fantasie i clinici hanno ancora poche soluzioni-  come potrebbe scoprire La Gioia a leggere la letteratura su disturbi antisociali, – però ci potrebbe essere uno sguardo politico, uno sguardo sullo stato sull’economia e le istituzioni, su quanto il collettivo intervenga per proteggere i piccoli della specie.  

(Un ulteriore pensiero arrabbiato mi è arrivato quando Lagioia racconta di se fuori del negozio di animali, che parla con una bambina. E’ un passaggio bellissimo, così come ce ne sono altri nel libro – quando parla per esempio di Donnarumma, mi viene in mente, o in altri momenti ancora. Perché una persona capace di questa gentilezza d’animo, di questa prosa, migliore delle sue prove precedenti, si è fermato? Perché è rimasto sulla soglia delle cose? Fin dall’inizio questo libro mi ha colpito e mi ha tenuta con se perché sentivo questo assetto emotivo. Sono questi gli assetti emotivi con cui bisogna parlare agli altri del male. Però davvero Lagioia, la prossima volta, non ti fermare.)