vent’anni

 

Guarda la ragazza, diciannove anni, venti chi sa – seduta al ristorante con due uomini e una donna, i genitori e uno zio, gli zii e il padre – o meglio, guarda principalmente i lunghi capelli biondi sulle spalle, quel mondo esistenziale e quella scelta politica di certe ragazze (o aspiranti tali) – di tenerli liscissimi e tagliarli tutti pari e perfetti, a fare dei capelli un vanto composto e affidabile, una naturale compostezza.   (Quanto di più lontano pensa lei, dal suo tignoso presente, e dalla sua indigesta giovinezza.)
Tiene la testa bassa, sulle braccia incrociate in ascolto. I capelli, prendono una piega prevedibile quando arrivano alla schiena.

-Se posso darti un consiglio – dice uno dei due adulti, e prosegue con una lunga tirata, su cosa è opportuno fare, citando i desideri di lei, ma anche lo stato dell’arte e dell’economia e statistiche e numeri. Lei rimane immobile mentre gli altri due annuiscono sorridenti ma anche presi nel far vedere quante cose della vita sanno, quanto è meglio essere vecchi e brutti, come la pelle liscia del volto sia al tutto inutile alle magagne quotidiane.
China la testa di lato la signora, arriva il cameriere che vuole togliere i piatti, il vento muove la tovaglia del tavolo, e la ragazza coi capelli ordinati invece, rimane sempre ferma.

 Tutti dicono che i vent’anni sarebbero quelli a cui tornare volentieri, per tutte le possibilità che incarna l’assenza di definizione, per via della seduzione fantastica che rappresenta quel crocevia magnifico, e certamente anche la naturale bellezza dei corpi con poca storia, il ventre prima della madre, le gambe di cerbiatto o gazzella o lepre, la levità della morte lontana.
In certi casi anche, forse però non quello della ragazza con i capelli lisci e tagliati con ordine, la seduzione è anche in quel coraggio avventato e stolido, l’incoscienza che fa fare cose e ingaggiare battaglie, o la va o la spacca senza manco saperselo dire, posseduti come si è dal desiderio.
La naturalezza dell’indicativo che hanno certi beati titolari dei vent’anni –  come un bacio di Dio.

Tuttavia, nonostante una riottosa complicazione mi desse per un verso parecchi nodi al pettine – ma per un altro un consistente contingente di anticorpi, e spade e cerbottane, e scudi e cannoni, ho un ricordo mefitico della legione di invidiosi che suscitava la pelle mia e dei miei amici e delle mie amiche, al tempo della ragazza di spalle. I continui rivalersi della saggezza, le profezie di sventura delle pance sopra la cintura dei pantaloni. I professionisti affermati e vecchi che civettuoli e puzzolenti ti dicevano eh no il mercato è saturo, è un lavoro difficile, le candidate a cuginanza fittizia che ti spiegavano che con gli uomini bisognava fare in altro modo, la legione di quelli che in odor di sfiga avevano bisogno di dirti eh da più grande capirai capirai. E te con sti vent’anni a espiare il peccato delle occasioni perdute dagli altri, a scontare gli errori che non è detto che farai.
Fatti coraggio ragazza mia, alza la testa e mandali affanculo – ti è concesso e anzi, necessario.

qui.

L’accordatore

 

In primo luogo, era stato un bimbetto biondo e ceruleo e guanciuto, un bimbetto ossia di una bellezza vitrea e impressionante, in cui forse per gli occhi precocemente evasivi, e una solitudine prolungata a cui si era abituato con diligenza, c’erano già una traccia indefinita, una via di fuga, qualcosa di inafferrabile. Un bambino cieco che non era cieco.

Era cresciuto in un appartamento disordinato, quasi psicotico. Figlio di musicisti, la sua infanzia era trascorsa divisa in due, tra un salotto verde muschio di flauti e pianoforti, la moquette ai piedi, le tende pesanti, e dall’altra parte, dietro le doppie ante di una porta mozartiana, con riccioli dorati e ambizioni nobiliari, in mezzo a una kazbah di giocatoli vecchi e sporchi, piatti, pentole, cucina, privato, sonno, veglia, distrazione. Non un’infanzia cattiva, e neanche un’infanzia severa, e neanche ancora un’infanzia non amata. Ma probabilmente un’infanzia sciatta, forse un po’ dimenticata. In cui ci si doveva arrampicare sulle note per capire lo stato d’animo delle persone importanti.
(Suo padre aveva una passione inconsulta per un uso sfrenato e romantico del pedale.

Poi era stato un ragazzino di quelli che scivolano per le vie del quartiere come un colpo di oscurità, come un rivolo di fango dopo un giorno di pioggia. La frangia davanti agli occhi, tutto un ciondolare di braccia e solitudine, sulla pelle i segni dei cattivi voti a scuola, di insuccessi poco borghesi all’itis e financo agli istituti parificati. I vecchi gli cercavano la protesta negli occhi, le bambine lo scansavano – inutilmente – per paura della seduzione. Voci, false, di tossicomania, amicizie pericolose lo avevano inseguito, le madri con le collane di lapis, e gli anelli di ambra lo guardavano con interrogata apprensione.
Non sembrava avere amici – non se ne ricorda il tono di voce.

Soltanto più tardi si sarebbe appreso, con scandalo e imbarazzo per se stessi e il proprio mesto pessimismo, che aveva trovato strada e successo. Era diventato un famoso accordatore, lavorava con pianisti che gli pagavano biglietti fino al cielo pur di portarselo con se. Nessuno l’aveva più visto per le strade, e a dire il vero neanche altrove, non si sapeva di fidanzate, o fidanzati.

(La ragione del suo successo, mi fu dato di sapere per una serie di fortuite coincidenze, era nella natura animale e magica del suo rapporto con i pianoforti e i loro suoni. S’avvicinava agli strumenti come un mago, un rabdomante, un allevatore di leoni, un addestratore di foche, come un’incantatrice di serpenti. Ci parlava li blandiva, ci cantava insieme, faceva ripetere i suoni fino alla perfezione, fino all’unisono. Come se il suo orecchio assoluto fosse una madre, una madre sufficientemente buona).

 

(qui)

Mitzvà

 

 

(Ho scritto questo racconto oramai, molti anni fa, ci sono molto molto affezionata, riguarda la mia prima analisi, la morte del mio primo analista e maestro Gian Franco Tedeschi a cui devo molto, e l’acquisizione importante per me del desiderio di fare lo stesso lavoro. E’ stato anche un racconto importante per la mia sicurezza personale,  perché fu leggendo questo racconto che Luigi Aurigemma mi diede la sua benedizione, e si decise a prendermi sul serio, prima di questo racconto – ogni volta che tentavo con lui di parlare di lavoro, di pazienti, di clinica e di Jung, scartava sempre, andava altrove. Quando invece fu pubblicato, su “La Rivista di Psicologia Analitica” lui ebbe l’onestà intellettuale di scrivermi una lettera, e dirsi che si era sbagliato, per via forse della mia giovinezza, quando questo probabilmente è un mestiere per vecchi. Cominciò un nuovo corso.
Un caro saluto allora ai miei vecchi, che mi mancano tanto)

 

Il giornale rimasto aperto minacciava di volare via, io lo tenevo sulla pietra del parapetto coi pugni stretti, avevo la sinagoga alle spalle e dicevo se mi mettessi a piangere adesso direbbero tutti che è tanto salutare anche se di cattivo gusto e allora come faccio a piangere che sono anche così malvestita oggi, eppure li’ sul giornale c’è scritta questa cosa, questa cosa della morte e insomma, mi sembra il minimo piangere.
Ma vedete che è una cosa imbarazzantissima piangere malvesititi per la morte del proprio analista. Avere trent’anni, aver smesso di fumare pensandoci ancora troppo spesso, avere un fidanzato ancora da troppo poco tempo, avere un lavoro ma non si sa se ti fanno il contratto, insomma essere alle soglie della normalità occidentale piangendo il proprio analista in più per strada e in più con una maglietta troppo larga è veramente un’esperienza difficile.

Lo studio era un’icona. Certi ebrei e certi antisemiti concordano sull’aspetto delle cose e discordano sugli aggettivi da affiancarci. Nello studio c’era poca luce e sembrava che fossero le foto in bianco e nero a mangiarsela oppure la stanchezza degli scaffali. Sul pavimento c’era un vecchio parquet di listarelle che saltavano e sopra i tappeti lisi, (lui ci inciampava sempre e io dicevo oddio ora mi casca addosso che imbarazzo trovarmi con uno junghiano in braccio… e però no, non è mai cascato). C’era un tavolo vecchio con sopra souvenir di saggezze svariate buddha di giada, dee dalle cento braccia, alberi di pipe e in un angolo quello che valeva di più, una menorah proprio cheap, una menorah da motel che pure col tempo vedevo lui accarezzarla piano, in momenti di profonda ispirazione. E poi c’erano un mucchio di altre cose e tutte insieme facevano di quello studio una spelonca di saggio, e c’era un’appiccicosa aria talmudica e tutto era quello che si pensa quando si pensa a un vecchio ebreo, con stima o disprezzo secondo gli occhi di cui si dispone.

Alla fine mi sono messa a piangere forte. Ho avuto anche un ultimo pensiero fortemente semita e forsanche vagamente nevrotico, in cui mi dicevo con tutti i soldi che ho speso in terapia se non piango alla morte del mio analista segno che non sono brava negli investimenti, devo piangere se non altro per patrocinare la causa. A pensarci ho cominciato a piangere sapendo che io e il mio analista avremmo riso di gusto di questa considerazione. E ora mi rendo conto di quanto sia fortissimamente commovente, di quanto sia un grimaldello di lacrime, ricordarsi quando si ride insieme a una persona.
A quel punto proprio mi sono abbandonata alla disperazione nera, era mattina, una mattina calda di estate caldissima, una mattina di luglio ancora piena di macchine e persone, io volevo andare a un funerale ma non avevo fatto in tempo.

La casa stava in un bel quartiere di alberi, glicini, portieri in livrea. Come ho appreso in seguito mediante frequentazione di nevrotici di diversa risma e credo religioso, si trattava di un quartiere ad altissima densità di psicoanalisti. Immaginavo gli psicoanalisti incontrarsi dal giornalaio a scambiarsi facezie psicoanalitiche, di coloritura diversa a seconda la scuola di appartenenza – junghiani e freudiani guardarsi amabilmente tacciandosi di nevrosi l’un l’altro, vuoi per l’eccessivo tasso di materialismo vuoi per l’inflazione di spiritualismo. Mi immaginavo allora questi nuvolosi signori distinti, quello colla barba l’altro colla pipa, scambiare sorrisi autocoscienti, e già nella mia immaginazione provavo una stima infinita per quel dosaggio del sorriso, che se non ridi passi per maniaco depressivo ma se ridi sempre, sono guai. Immaginavo che compravano tutti il corriere della sera. Perché mi dicevo, gli psicoanalisti sono persone intelligenti mica possono votare a destra, d’altra parte se votano rifondazione è segno che il loro training non ha avuto l’esito sperato.

Mentre piangevo a dirotto arriva una coppia di premurosi turisti ispanici, una signora con un ragazzino. La signora parlava italiano e chiedeva cosa è successo? Per un po’ la mano sulla spalla mi è sembrata una cosa così ovvia che non ci ho fatto caso poi ho messo a fuoco sul cappelletto colla visiera di plastica, la canotta verde acqua, gli occhiali da sole blu cobalto. E poi ho visto pure il bambino e tutti e due mi guardavano solerti e interrogativi. Allora la mano sulla spalla mi è sembrata assolutamente poco ovvia e anche imbarazzante. Ringraziai la signora che ora guardava gli annunci funebri. Dissi che si, era mancata una persona cara. Poi sorrisi un po’ forzatamente ma in modo da esortarla ad andarsene. E allora la signora diede un colpettino e se andò col ragazzino e io piegai il giornale e guardai la sinagoga. La sinagoga rimase muta.

Quando parlava sputava e faceva anche delle smorfie strane. Mi avevano avvertita di questa cosa. Aveva nel volto qualcosa di infantile e un naso piccolo un naso di un altro, forse un’ipotesi di naso. Camminava a passi piccolissimi. Aveva gesti lenti invece, una segreta malattia, uno scacco della natura che lo costringeva a calcolare le mosse, a combattere con delle forze oscure, per prendere una penna per esempio, come se un diavolo gli volesse tenere la mano lontana dal portapenne. Ma vedevo che aveva imparato una strategica pazienza, e allora aspettavo silenziosamente la fine di quelle lotte minimaliste. Portava le bretelle, come piccola concessione glamour alla caducità della civetteria e aveva una moglie e due figlie, che io spiavo avida nei ritratti sulla scrivania. Sembravano tutte belle, tutte sorridenti, e io cercavo nelle foto qualche traccia di umanità, magari un difetto, magari una promessa.

Arrotolai il giornale piano e lo misi nella borsa di stoffa. Rimasi a guardare il fiume a mettere a fuoco le cose. I platani dall’altra parte. Un tizio con un cane sotto il guinzaglio che penzola. Gabbiani col becco grosso.

Mi mettevo sulla poltrona di pelle vecchiotta. Raccontavo delle cose, raccontavo dei sogni. Facevo quasi sogni su commissione. Ci andavo due volte a settimana e se si avvicinava la seduta e io non avevo sbrigato neanche un po’ di lavoro onirico mi sentivo in colpa. Ma sognavo Certo non facevo quei bei sogni junghiani di cui si parla nella letteraura specializzata. I pazienti di analisti junghiani sognano cose meravigliose archetipiche e fiabesche, sognano vecchie streghe, urobori, quadrati e mandala. Io facevo sogni caserecci, magari anche ridanciani. Ho pensato che facevo dei sogni freudiani magari corretti dalla cultura cinematografica. Per esempio sognavo di andare a sciare con Fantozzi, oppure sognavo di essere con Walter Matthau nel letto di mia madre. Poi le raccontavo a lui. Era come un gioco. Io raccontavo il sogno, lui se lo beveva piano ad occhi chiusi, se lo assaporava. Io intanto attendevo. Studiavo le rughe e poi venivano le domande e mentre si parlava il sogno si trasformava in qualcosa d’altro, prodigio dell’ermeneutica.
Spesso mi portavo il sogno trasformato appresso per tutta la giornata. Come una specie di amuleto, oppure come una specie di piccolo dizionario. Poi la sera a casa, l’avrei lasciato in uno scaffale, insieme ad altri sogni trasformati e così mi mettevo insieme la mia piccola enciclopedia onirica che sapevo mi sarebbe tornata utile.

Guardavo ancora: la sponda del fiume, il bianco del lastricato, il verde confuso dell’acqua. Due figure piccole che litigano sul margine dell’isola. Lei incrocia le braccia, sbuffa, ha un’aria impettita. Lui si è fatto lontano sembra che voglia dare calci ai sassi, ma non ce ne sono. Sono due ragazzini, 16 anni, dovevano essere a scuola, mi sa.

Alla fine della seduta con un bel sorriso mi regalava sempre qualche massima taoista. Buttava questi sassi nello stagno del mio inconscio, mentre le acque consce del mio razionalismo si indispettivano. Diceva cose tipo “Se un cavallo torna vuol dire che è tuo” “Non si può camminare sempre sulla punta delle zampe” e via con metafore concernenti galline e polli. Nei momenti di crisi galoppante, quando arrivavo alla seduta attanagliata da angosce fidanzatesche, angosce familiari angosce ancestrali mi diceva “ascolta il tuo tao”. Questa qui mi piaceva molto. C’erano mattine che l’angoscia mi legava in uno stato fuori del giorno, come prima del tempo. La vita mi si ammassava davanti, tutta insieme e forte e spaventosa. Allora dicevo “ascolta il tuo tao”. Il che di per se già mi distraeva essendo che stavo pagando uno per trovarlo, il tao. Ma mi portava via dall’angoscia e mi metteva alla ricerca di qualcosa più dentro e più sano, della paura. E poi mi alzavo. Per oscure alchimie delle faccende psichiche “ascolta il tuo tao”, funzionava. Bisogna dire che il mio Tao come si è scoperto in seguito non aveva proprio la forma sperata dal mio analista. Il mio analista voleva che in fondo al cuore ci trovassi una sbriluccicante stella a sei punte, e a questo fine talora mi suggeriva speranzoso: “si legga un po’ di salmi”. Ma non è riuscito a lenire la mia allergia per l’ortodossia ebraica. Tuttavia, per mantenermi vivo il senso dell’origine, ogni tanto chiudeva la seduta con una storiella yddisch sempre a proposito naturalmente, in modo da appagare le acque razionali del mio io e allo stesso tempo facendo l’occhiolino al mio tao, come a dirmi che se ora ridevo segno che dalla mia storia non scappavo.

Ora lei si è girata. Dice qualcosa e si allontana. Lui rimane fermo. Lei se ne va proprio via. Lui torna indietro. Vorrei far notare loro che sono un’isola anche piccolina e, presumibilmente, si incontreranno dall’altra parte.

Oltre al fatto che ero raonevolmente folle, ero approdata nel suo studio perché un giorno avrei voluto fare il suo stesso mestiere. Questo di per se è un segno di squilibrio psichico, a rifletterci è anche piuttosto evidente. Uno deve studiare tipo dieci anni, farsi torturare pagando per altrettanti per poi ottenere di stare in una stanza con delle persone sovente tristi, per molto tempo. Un mestiere per cui uno si fa pagare per essere intristito.
Forse era il fascino che su di me esercitava la categoria. Un mestiere così è un ventaglio per i salotti antichi, un’etichetta per i vini d’annata. Forse era l’idea dello studio, i libri il lettino. Forse il limpido sapore della gratitudine. Forse il segreto dominio sui pensieri per un’ora, la possibilità per un momento di mettere i guanti e toccare piano senza che si rompano i sogni degli altri, metterli in controluce e guardarne i colori.

Però io studiavo filosofia. e dicevo che me ne faccio di Platone, se non aiuto qualcheduno a ricordarsi quello che ha visto. Magari se se lo ricorda lui, me lo ricordo pure io.

Spostai lo sguardo sul parapetto. Fissai per un po’ le macchioline della pietra. Nere, bianche, grigie, ocra in certi punti. Le macchine sembravano più lontane ora. Era molto malato, era anziano, non sono andata al funerale, era legittimo andare al funerale che diritto ho io di andare al funerale io ero l’allieva prediletta la paziente preferita, che tanto quando si parla di psicoanalisti non è che cambi tanto una o l’altra cosa. Ma il funerale è già finito.

Mi avevano detto che l’analisi era una cosa dolorosa. Uno mi aveva detto: un sentiero di spine, l’altro una strada di cocci. E nelle sedute io diligentemente cercavo di pestarli i cocci, in cerca di sane sofferenze catartiche. Per la verità chi va in analisi nei cocci ci dorme e magari li per li non è che facesse tutta questa differenza… e poi certi cocci, a guardarli bene non sono neanche così male. Di certi cocci sono rimasta gelosa e me li sono tenuti per me.

Vero che c’erano volte in cui io arrivavo li, mi sedevo tutta di buon umore con tutt’un sacchetto di leccornie psicoanalitiche tipo lite colla madre, sogno di transfert magari addirittura con un rabbino capo, magari con un pezzo di ghetto di Venezia, che se proprio devo sognare ghetti sogno sempre quello di Venezia come mai non si sa, cioè si sa mio padre, è di Venezia. E allora insomma c’era un bel daffare e dire e stare zitti insomma erano sedute di parole e silenzi proficui e poi me ne andavo e lui mi aveva dato la mano, un sorriso pure, una qualche massima di gru per esempio, che lao tze le gru le teneva in gran conto, sono animali da metafora le gru, e io che gru non ero per niente uscivo e finiva che piangevo. Che certe volte i sogni ridisegnati sembravano condanne senza appello. E mi doleva dover sospendere le mie velleità per essere solo e solo paziente. Quello lo so era il mio coccio preferito. Mi ci tagliavo, e allora lo rigiravo lo smussavo. Ma pure, è sempre stato quello che mi ha detto la strada da fare.

Formiche, che portano briciole di pane in una frattura di pietra. Metto un dito prima della frattura. La formica cerca un varco, prima si sposta a destra, poi a sinistra, sempre col peso della briciola. Io intanto ricordo queste cose, e dico che tutto è andato come doveva.

Col tempo le mie velleità psicoanalitiche ottennero maggior credito. Ma fu un processo lento.
Al mio analista piaceva avermi come allieva. Avevo un sacco dei connotati giusti, studi filosofici, famiglia intellettuale, e persino lo shabbat da riscoprire. Ma era onesto e sapeva che un buon analista oltre tutte queste belle cose deve avere anche una preziosa inguaribilità, qualcosa magari di minuscolo, di ridotto all’osso, un piccolo diamante che punge e che vede. Forse voleva essere abbastanza bravo e togliermi persino il piccolo diamante, il più brillante dei cocci e sapevo che dentro oscillava tra l’orgoglio per il nuovo adepto, e un sottile dispiacere, per quella spina troppo preziosa.

D’altra parte per giuramento professionale era obbligato a dare credito ai sogni più che alle coscienze.

Lascio passare la formica. In fondo, questa formica mi pare coraggiosa a fare questo viaggio sull’orlo del parapetto. Non è una formica qualsiasi, di quelle che vivacchiano in basso negli angoli protetti dalle erbacce, questa è una formica particolare, fa avanti e indietro tutto il giorno lungo la linea dell’orizzonte.

Quindi mi iscrissi a psicologia. E cominciai a leggere le cose che volevo leggere. Leggevo gli eroi dell’oligarchia junghiana, ma ho sempre manifestato una malsana preferenza per l’arrabbiata bratacomiomachia freudiana. I libri da leggere erano decisi a fine di certe sedute, in conclusione di certi sogni, come se ora, alla piccola enciclopedia onirica, potessi metterci le note. E poi se ne discuteva insieme, e si diceva che io tutte quelle cose dovevo scriverle e io, non le scrivevo mai.
E intanto il mio analista si ammalava. Non lo vedevo che si ammalava. Cominciò a farsi trovare seduto, anziché raggiungermi nello studio. Anticipò l’orario della visita perché diceva, nel pomeriggio sono troppo stanco. Certe volte, la malignità della malattia gli rendeva difficile la parola. E cominciò a permettere che accadessero certe cose, come se fossero un ultimo lusso prima di un destino che cominciava a farsi sbirciare. Prendevamo il caffè, il tempo della seduta si allungava.
Ma a me lui sembrava sempre lo stesso, enorme, incrollabile, forte, iperuranico. Transfert, direbbero.

Mi accorsi che la formica conosceva la strada, che percorreva sicura un sentiero invisibile, avanti e indietro dalla crepa nella pietra fino al cibo dimenticato da qualcuno. Mi ipnotizzava guardare questo diligente andare e venire tra il cielo e il fiume.

Imparai il suo modo di lavorare, imparai la sua testa, le sue domande, i suoi witz. Ora portavo sogni dipanati come matasse e quando mi capitavano occasioni di scacco avevo la sua testa a disposizione, sapevo sempre cosa mi avrebbe detto. E mi acciambellavo nella comoda culla della allieva preferita. Mi ha sfiorato il sospetto qualche volta, che un bravo analista ha solo figli unici. ma questo senso di figlia prediletta mi rimaneva addosso, e io mi ci stringevo come a una coperta. Ci rendevamo conto entrambi che la strada era finita e che io dovevo andare a imparare qualcos’altro. Ma esitavamo sulla soglia. Come certe cene tra amici: tutta la sera per parlare di quella cosa e non si capisce mai se ora la questione è importante o pretestuosa, se è perché davvero che quel libro va letto, o è per via del freddo fuori del portone.
O chi sa, forse al padrone di casa non va la notte che sta per arrivare.

Due giorni prima avevo atteso a lungo fuori della stanza. In quegli ultimi tempi addirittura era a letto. Parlava poco e io andavo lo stesso. Lo stavo accompagnando da qualche parte e non me ne accorgevo. Io raccontavo le mie ultime novità le mie ultime riflessioni i miei ultimi studi. Raccontavo di libri e di sogni e lui ascoltava mentre illustravo come avevo imparato a sbrigliare le matasse. Sorrideva con sforzo e rimaneva immobile. Ma io avevo giorni buoni e lui era contento. In quegli ultimi giorni, mostravo il lato luminoso del brillante.
La sua stanza intanto, mi sembrava sempre più vuota. Mi sembrava che ci fosse solo lui e basta.

Le cose nella mia borsa. Chiavi di casa, agenda, un rossetto, un fazzoletto, un libro -di quelli che fanno ridere, un penna, della carta.

Aspettavo nel salone. Qualcosa ho capito e ho cominciato a mangiarmi avida tutte le cose che vedevo. Tutti i pezzi di anima che ci sono nella casa di una vita. I nomi sulle custodie dei cd, il graffio sullo sgabello del pianoforte, il grigiastro di candele mai usate. Un gruppo di libri in un angolo, nomi di oligarchie dignitose e remote. Mi sedetti dentro ognuna delle fotografie, dentro a viaggi compiuti, tra i testimoni del suo matrimonio, alla laurea della figlia. Toccai i posacenere d’argento, la scatola del tabacco le bottiglie per gli alcolici.

Poi mi hanno detto che questa volta davvero era meglio che me ne andassi.

 

Mi sono alla fine ripresa lo sguardo e le mani, mi sono accartocciata le mie cose e ho visto che era una di quelle giornate in cui Roma è piena di cielo. Non come certe ore in cui l’aria si inspessisce grigia sui tetti e si fa cosa dolorosa.
Ma era una mattina di cielo grande e alto e luminoso, che le chiese possono stendere i campanili, le case i tetti e si può camminare piano.

 

 

Scuola di danza

 

A sentire i rumori nella stanza, prima ancora di vedere i corpi non veniva proprio il pensiero della grazia, ma anzi rimbombava sull’assito del pavimento, la goffa permanenza nell’infanzia, tonfi, risate, ma anche riverberi di prime ambizioni. Il brusio da controcanto per i tre tempi che preludevano al quarto in cui, quella procace come una Carmen ottocentesca, si provava a fare la spaccata nell’aria, e riatterrava, fiera e troppo sensuale, per quella caserma dell’ascesi.

S’andava a scuola di danza un’ora prima dell’inizio del corso, con i capelli asserragliati nella crocchia, un’odissea di mollette nella testa, qualcuna anche del gel feroce ea domare un’anarchia contro culturale, le calze rosa e il body scuro. Le più grandi, le sopravvissute, le ambiziose, e qualche volta bravissime e bellissime, avevano pure un tutù vecchio da portare arrotolato ai fianchi, un vezzo di dimestichezza estrema con il palcoscenico che era meglio di una medaglia al valore militare, la prova di una prossimità persino emotiva, di una familiarità che sfiora nella routine con l’estetica teatrale.

Alle altre rimanevano i calzerotti, nel gergo del luogo e del tempo, i galloni della fatica quotidiana, la prova di un essere dentro, di un duro allenamento, da lasciar scendere dalla gamba alla caviglia, a dimostrazione di tentativi, tentativi, tentativi di esatta mollezza.
Si stava attaccate alla sbarra e si lasciavano ciondolare le gambe come compassi rotti, e poi certo, pure la schiena come un nastro di raso che scivola per terra con le mani.
Si aspettava la maestra di danza.

(Non erano tutte predestinate. Alcune erano escluse per l’ingratitudine di corpi troppo immanenti, altre per evidenti chiamate del godimento, certe ancora perché funestate da una proibizione nevrotica al piacere del corpo, al suo uso. La combinazione magica era in un precoce contatto interno con il dire delle cose senza parlare, insieme a una importante venatura ossessiva, con l’ambizione, e infine per le elette da Dio con un tipo specifico di sensualità, di femminino che in quel mondo si chiama talento. Ne ricordo poche, io non ero nessuna di loro –essendo goffa, ontologicamente ciarliera, robusta pigra e anche bizantina. Ma una certa Greta col collo e il modo di tenere le mani tipico dei cigni, a quindici anni volò alla Scala, e di li a Mosca. Tutte annuimmo con un grave cenno del capo.)

Quando la maestra poi arrivava, era tutto uno sbattere d’ali verso i confini della stanza, un assumere posizioni compite e corrette, ci si distribuiva lungo la sbarra, la maestra al centro, con lo specchio enorme alle spalle, la nostra coscienza infelice. Era una scuola modesta, non si disponeva di pianista, c’era un piccolo registratore. La maestra lo accendeva e faceva vedere l’esercizio. Esercizio questo primo, come il secondo, il terzo e il quarto, di apparente semplicità, e per il profano, forse di considerevole noia, e scarsa fatica. La danza è prima di tutto una questione di parossismi interni, di tensioni estreme in stato di fermezza, di movimento controllato dopo la soglia dell’angoscia. La maestra metteva musiche gentili e graziuose, cose sull’orlo di un punto croce, giri da vecchine con il tè delle cinque, a cui noi obbedivamo come soldati di trincea, mentre lei sberciava come un caporale di provincia, brandendo il bastone e colpendo le schiene e le gambe. Le gocce di sudore scendevano.
I padri questa cosa – non l’avrebbero mai capita.

(La maestra di danza mi guardava di rado, e mi regalava carezze meccaniche con estrema parsimonia. Apprezzava soltanto un certo mio modo di tenere il collo del piede,  e forse era il suo minimo sindacale per potersi dire che m’aveva incoraggiata. Mi vedeva come non mi vedevo io ancora. Bambina prima, e adolescente poi, io mi ricordo di me come di un animaletto insignificante e poco efficace – ma lei credo che indovinasse, certe connotazioni che mi sarebbero uscite da grande – forse in me vedeva i segni di mia madre e di mia nonna, in effetti prime cittadine di altri mondi. E forse ora che ci penso, altre cose che cominciavano a germogliare già allora.

Perché per esempio, le mie compagne, osannavano la maestra di danza, di cui io invece già allora, coglievo distintamente la piega infelice della bocca, e tutto un romanzo ingiusto che l’aveva resa ostile alle cose. Era una donna minuta e piacevole, eccessivamente esile direbbero le mie competenze di oggi, ma soprattutto una donna che faceva fatica a prendersi il diritto a quel secondo tipo di erotismo che è prima di tutto l’atto di ballare. Mi accorgevo che anzi, in tutte le occasioni importanti della vita aveva sempre esitato prima di afferrare il godimento, mentre tutti intorno a lei – in primo luogo la scintillante sorella – fioriva senza ritegno. Morì giovane, troppo triste, forse con meno gentilezza di quanta ne avrebbe meritata)

La sbarra durava a lungo, in un crescendo di epos e stacanovismo che non aveva uguali. Se ne emergeva sfiancate e alcune, particolarmente pronte – all’atto della danza vero e proprio. Si cambiavano le scarpe, si intingevano nella pece, qualcuna già sognava di guadagnare l’uscita, io ero divisa tra la convinzione di imparare qualcosa di meraviglioso (che mi è rimasta) e d quella di fare qualcosa di assolutamente incongruo con ogni parte di me (che mi è rimasta). Già un po’ antropologa, guardavo le mie compagne ai lati della stanza, muovere le zampe nervose e i colli lunghi come puledri stretti nel recinto. Io speravo in un arabesque e un divano.

La maestra di danza ne avrebbe chiamata una ad una per fare per esempio delle piroette in diagonale, nella feroce celebrazione del darwinismo sociale del talento. La figlia della merciaia sarebbe caduta senza riscatto, la nipote del rabbino sarebbe stata punita per la sua rigidità, Costanza insomma insomma, poi veniva questa Francesca, volteggiava come una libellula, tutte si concedevano un sorriso.
Nessuna però,si poteva accasciare sulla terra, grande nemica di questa astrazione carnale.

 

Nella sua pedissequità – qui

Lacrime di coccodrillo

 

Volevo chiedere scusa in cuor mio a Paolo Villaggio tardivamente, e per averlo guardato a lungo con occhi disonesti. Se faccio a tempo anzi, un giorno o l’altro gli vorrei portare anche un fiore sulla tomba, un sorriso, uno sberleffo, una carezza. Scusami scusami scusami. Grazie e scusami.
Negli ultimi anni mi era parso amaro bianco e dispiaciuto, enorme anche e nelle ultime apparizioni televisive come anestetizzato da qualcosa, appassito, confuso. Ci avevo già fatto pace, devo dire, e pure parecchi anni fa, quando un mio caro amico mi aveva portato a vederlo a teatro, forse per via di un abbonamento non ricordo, fece un Avaro di Moliere al Teatro Argentina, semplicemente titanico. Io scoprii un mondo, e capii tardivamente che a detestarlo per tutti gli anni della mia velleitaria carriera di intellettuale, non ci avevo capito un cazzo. Mi vergognai ricordo, un bel po’. Forse questo mio amico aveva anche provato a dirmi nel foyeur del teatro che Fantozzi, e tutto Villaggio avevano delle cose interessanti da dire, e io dovetti risultare arrogante e confusa, come ero spesso in quegli anni. Poi mi ricordo che in quella interpretazione lui riuscì a mettere il dito nel tragico, e anche in una lettura magica, e persecutoria e feroce di quella commedia. Fu terribile ricordo – certo merito anche di una grande regia, e un ottima scelta di illuminazione – bluastra, livida lunare – ma ricordo che pensai che quell’attore per rendere quella scena, doveva avere un’intimità con aspetti torbidi, persecutori, maligni dell’esistenza che io gli avevo sempre negato.
Deficiente. Deficiente. Deficiente.

Avevo visto diversi film di Fantozzi, che per una persona della mia generazione era una sorta di obbligo sociale. Fantozzi era una delle monete culturali che univano ogni volta dei piani generazionali. Un’altra per esempio sarebbero stati i film Amici miei primo secondo e terzo. Altri ancora erano certi cantanti. L’effetto catartico che però aveva Fantozzi per la maggior parte degli italiani non era garantito da nessuno: Fantozzi era guardato dai più nei termini di un ridere di, e non di un ridere con. Forse parte integrante di quelle sceneggiature era la doppia valenza per cui, qualche spettatore davvero sofisticato riusciva a sopportare le conseguenze teoriche, l’idea di umano che tutta l’epopea del ragioniere trasmetteva, ma ecco, la maggior parte e forse, la maggior parte di noi coetanei borghesi e con la bocca sporca di latte, era grata al ragionier Fantozzi perché legittimava i più bassi istinti discriminatori, fortemente classisti, elitari. Tutti ridevano, perché si sentivano più fichi del Ragionier Fantozzi, ridevano perché lui era lo Sfigato di cui ridere, il non loro servile, respjnto, non amato, espulso, che loro si credevano – devo dire con cinismo in qualche caso clamorosamente a torto – che non li avrebbe mai riguardati. E io odiavo Fantozzi perché mi pareva, idiozia suprema che questo fosse il senso dei suoi film. Mettevo addosso a Villaggio lo sguardo della maggior parte degli stronzi, che non avevano il coraggio di farsi carico di quello che diceva.

Si rideva molto ricordo per esempio – unico momento in cui ci si sentiva di potersi identificare con il Ragionier Fantozzi – al pensiero della cagata pazzesca della Corazzata Potiomkin. Piaceva da pazzi l’idea anarchica e iconoclasta di uno che abbatte un mostro sacro quando, la questione di fondo non era abbattere tutto ciò che colto, ma abbattere quelle ridondanze della cultura che non portano da nessuna parte e che hanno fottuto la sinistra di questo paese intellettuale e non solo. Anche qui: vent’anni dopo, per la mia tesi di laurea in psicologia mi sarei imbattuta sui pipponi infernali, a proposito della carrozzina per le scale. Sulle teoresi delle teoresi delle teoresi. Fantozzi mi sarebbe tornato in mente, con sprazzi di gratitudine.

 

Io per parte mia ero stata di quelle ragazze giovani, che non reggono la dignità del cinismo, e si difendono con l’istinto materno. Devo dire, sono stata a lungo questo tipo di sguardo e vedo che ogni tanto torna, come un’ondata. Ma anche quel modo per cui – non reggevo Fantozzi, mi dispiaceva troppo, mi faceva piangere, mi indignava che se ne ridesse, e mi indignava pure Villaggio (te l’ho detto, scusami) mi faceva perdere di vista qualcosa, di poetico, di narrativo di importante.
Eppure non era solo colpa mia. Intorno a Fantozzi succedeva questo: quelli che ridevano di quello che tzk non erano, quelle che compiangevano quello che tzk non erano, gli intellettuali che spesso ne prendevano vergognose distanze. Forse a destra, qualche mente particolarmente brillante si decideva a coglierne il genio. Poca cosa.

Il fatto è che per una decisione voluta, forse con una precisa intenzione etica estetica e politica, niente di quello che ruotava intorno a Villaggio doveva essere in primo luogo decodificato come bello, polisemico, e orrore – profondo. I titoli di testa e i titoli di coda rinviavano a una smandrappata levità con il Font della grafica imparentato con i Film di Lory Del Santo, e la qualità della pellicola dubbia. Forse anche film poveri, di bassa pretesa, con tutto un cotè da narrativa popolare – questo, il vero specchietto per le allodole, in cui a file intere di centurioni spettatori sono caduti. Fantozzi, che era la chiave di un mondo ingegnoso e bellissimo, e fantasioso, a tratti nel senso del surreale diretto derivato di certi racconti di Buzzati – il direttore megagalattico di qua, le poltrone di pelle umana di la, e ora mi ricordo che cito sempre nel mio parlare, la meravigliosa “nuvola di Fantozzi” che mi ricorda certe storielle yiddisch alla rovescia, per cui niente, in gita pioveva solo in testa a Fantozzi, ecco tutte queste cose meravigliose e narrative, non erano indicate come estetiche, e bellissime, con i trucchi che la regia sa trovare per dirti come qualificare ciò che vedi, ma rese, operazione tragica nel tragico, banali, dozzinali, qualunque – un film di cassetta come un altro. Non si correva il rischio di apparire eruditi segaioli.

 

Mi ricordo infine il feroce sarcasmo con cui disse, in una serata da Paolo Rossi – diventerai famoso quando sarai morto. Solo da morto ti riconosceranno il tuo genio.Paolo scusaci davvero. Per buona parte è stata colpa nostra.
Non tutta.

Patologie del sistema immunitario

Dirò qualcosa di provocatorio, qualcuno lo troverà condivisibile, altri ne saranno irritati. Ma trovo un filo che unisce diverse questioni del dibattito pubblico degli ultimi anni: questioni molto lontane tra loro quali: la legge sui vaccini, la limitrofa questione di Stamina, ma anche il lontano dibattito sulla fecondazione eterologa, ma anche l’altrettanto lontano rigoglio polemico ogni volta che qualsiasi istituzione si arrivi a ricordare della legge Mancino, come è successo recentemente con il giornalista di Libero Filippo Facci sospeso per due mesi dall’ordine dei giornalisti per aver istigato all’odio contro l’Islam in un suo pezzo per il quotidiano.
Il filo che attraversa queste vicende, per me è una sorta di patologia della democrazia, una malattia che minaccia gravemente il suo sistema immunitario il cui scopo permanente è quello di sabotare i meccanismi che la garantiscono. La patologia trasversale passa infatti dal disconoscimento ambito per ambito di tutti i dispositivi di sicurezza, che passano – anche in senso molto lato, potremmo dire simbolico – per le logiche di rappresentanza.

La democrazia di un paese popoloso, deve essere infatti sempre un’oligarchia. Si è tanti le cose da sapere devono essere tante,  gli obbiettivi molteplici e spesso l’un contro l’altro armati. Occorre quindi essere rappresentati, con un pensiero al numero e uno alla competenza. In questo orizzonte di senso: la scienza ufficiale – ossia la scienza che dialoga tra riviste scientifiche, università istituti di ricerca e ohibò ricerca privata finanziata da case farmaceutiche o agenzie assicurative – è quella che rappresenta e difende i nostri diritti di cittadini ad essere tutelati nel corpo – ma potremmo allargare il campo anche nella vita per esempio per tutto quel che pertiene inquinamento, fenomeni atmosferici, geologici e quant’altro. Un dispositivo della democrazia tradizionale è quello di riconoscere il potere alla competenza, fidandosi dei dispositivi del riconoscimento della competenza. Il dibattito sui vaccini, come fu quello su Stamina disconoscendo i criteri della competenza, rivendicano un sogno di orizzontalità del potere e del sapere che alla fine va a discapito della cittadinanza e crea una seconda oligarchia maligna, che come illustrò bene la triste parabola di Stamina, aveva come scopo l’interesse privato, ma anche io temo, una sorta di fioritura della depressione e dell’impotenza.

Quello che qui mi interessa sottolineare però è che in entrambe quelle vicende, il dispositivo protettivo della macchina democratica che da potere ad alcuni e lo nega ad altri è messo in discussione sulla base di un’ipotetica titolarità di tutti a legiferare in merito. In secondo luogo era messa in discussione nel tentativo pazzo e romantico che nella vita politica e comunitaria non ci debba essere mai nessuno che corra il rischio di perdere. Il sogno dell’assenza di malattie invincibili per Stamina, il desiderio di una percentuale pari allo zero negli effetti collaterali dei vaccini.
Vincere tutto, tutti sempre, vincere tutto tutti sempre, vincere tutto tutti sempre, vincere tutto tutti sempre.
Contro ogni logica dell’esperienza e dello stare al mondo. Contro ogni dolorosa consapevolezza che si raggiunge – non dico a fare il medico ma di solito a campare, per cui di solito si lotta per vincere un po’ il più persone possibile.

Anche i ciclici dibattiti sulla libertà di parola ogni volta che uno stronzo istiga all’odio, ogni volta che c’è un comportamento acclaratamente discriminatorio sul luogo del lavoro, in nome di una democrazia che tutto deve tollerare, mi pare che ignorino bellamente la ratio per cui certi dispositivi sono messi in scena: per esempio il dispositivo di querela, per esempio i codici deontologici degli ordini, o quelle leggi che limitano le prassi che potrebbero sovvertire gli equilibri della democrazia stessa. A me stupisce questa levata di scudi con cui ogni volta si reagisce a fronte di un provvedimento disciplinare, e quando poi viene da destra – con quel muliebre frignare che così poco si addice a uomini che almeno a esser fascistamente tutti di un pezzo ci avevano il vantaggio di essere attraenti – ancora di più. Ci vedo una lettura della democrazia come sogno, come sala giochi dove tutti devono avere il diritto di giocare a pari merito, nella farsesca e postmoderna perdita di consapevolezza per cui se uno dei giochi ammessi è ammazza il nero oppure abbatti il parlamento, forse abbiamo un problema. E il problema è questa idea dello spazio politico per cui: dobbiamo vincere tutto e tutti dobbiamo vincere tutto e tutti, dobbiamo vincere tutto e tutti.
E cioè dobbiamo abolire i ruoli di mediazione istituzionale, o i dispositivi di correzione della macchina pubblica.

Ho messo la questione della fecondazione eterologa, nonostante in termini schiettamente professionali e anche etici e politici sia personalmente perplessa se non addirittura ostile, e nonostante per le grandezze in gioco sia marginale, rispetto agli altri temi, perché mi colpisce in qualche passaggio della discussione una modalità che passa per il dobbiamo vincere tutto e tutti, una sorta di non tolleranza alla possibilità del negativo storico, una fatica a pensare l’amministrazione del problema del negativo in termini che non siano assoluti – non la deve fare nessuno. Mi sono detta, per esempio, meno male che non è al centro del dibattito il tema delle adozioni, perché per esempio l’ordine di argomentazioni ostili all’adozione potrebbero essere parallele e concordanti – io come clinico non posso fare a meno di considerare quanta quota di problematicità porta l’esperienza dell’adozione, eppure non mi sognerei mai di essere ostile giuridicamente a questa prassi, che anzi in Italia mi pare vigliaccamente osteggiata tramite lungaggini e inefficienze che slatentizzano depressioni e patologie delle coppie accoglienti piuttosto che aiutarle nell’itinerario. Però è una fantasia che a qualcuno potrebbe venire, perché si vuole vincere tutto e tutti tutto e tutti tutto e tutti.

Quello che voglio dire, cioè non è tanto la questione nel merito, perché ognuno di questi argomenti ha diritto a una discussione complessa, e probabilmente a prospettive diverse, e a pareri diversi, dibattiti scambi e proposte di legge. Mi fermo a una sorta di viralità trasversale – che incrocia una storia di esperienza democratica che dimentica i rischi che ha corso, l’informatizzazione e la circolazione in rete di pareri, opinioni, competenze senza che l’utenza abbia sempre i mezzi per decodificarne l’affidabilità, e il sogno di un’orizzontalità che è quasi romantico, doloroso, utopico. Una di quelle cose che porta a modi plebiscitari di considerare l’agire pubblico, e poi si sa dove vanno, i modi plebiscitari.

La funzione materna

Per esempio sulla metropolitana non troppo piena, uomini e donne stanno seduti e in piedi, alcuni guardano un telefono, certi stanno assorti, dei gruppetti chiacchierano. Una sta masticando una gomma americana, un altro è gobbo con le gambe aperte, una terza si guarda le mani perfette – un bimbetto piange poi viene preso in braccio, e poi arriva quello che canta canzoni strazianti. E allora sul vagone sale come un’onda, che passa per i volti, che trasforma i lineamenti, chi cede e chi resiste alla canzone – mentre una, una sola donna, pensa guardando tutti loro:
guardali, questi sono tutti, dei figli.

Anche questo vecchio qui sporco e scomposto che mi sta davanti è un figlio, pensa cioè, e allora la critica alla maleducazione è sostituita dalla percezione di una distrazione implume, di una sciatteria vulnerabile, e anche la vanità della donna che gli sta accanto, ora le procura un senso di tenerezza, per via della sua lotta romantica con la morte e con il tempo – la lotta che lei ora sta perdendo in maniera più evidente, e quello che canta pure è un figlio, e la madre che è in lei, si strugge per qualcosa che ha in fondo agli occhi, e che lui a qualsiasi madre per prima alla propria, ha accuratamente evitato di dire.

La funzione materna come un dispositivo della lettura del reale, come un domino delle grandezze interne, come il vento forte che all’improvviso toglie le foglie rosse, e rimane l’ossatura dei rami, lo scheletro delle forze reali, la gentilezza necessaria che procura l’evidenza.

(D’estate invece, la donna intravede nella spaccatura di un muro di cinta, un enorme cipresso, di considerevole altezza, su cui si arrampica fino alla cima, un’opulenta bouganvillea, violacea e sontuosa. Che pianta il cipresso! – pensa sempre la signora – una bestia che sorveglia i morti ma che non sembra morire mai, su cui si possono arrampicare i figli di tutte le specie, e non si scalfisce, ma fa a tempo a vederli trionfare o ad aiutarli quando cominciano a ingiallire.

Se fossi quel cipresso pensa la donna, un giorno lontano potrei vedere i miei bambini farsi vecchi, riconoscere i loro capricci nel modo di tornare bizzosi, sincerarmi che qualcuno li aiuti ad alzarsi quando vogliono lasciare la televisione, perdonarli di quei difetti che già oggi li rendono talora sgradevoli, sua figlia che pianta il muso al gestore del ristorante perché non ci sono le fragole, Ossignore pensa, chi la perdonerà se per la rabbia del tempo tornerà così esosa – e non sarà graziosa e piccina come adesso).

Qui.

Con gratitudine, alla redazione di Marie Claire

(Qualche tempo fa la redazione di Marie Claire ha messo insieme una serie di domande che io poi potessi cucire insieme in un articolo. Lo trovate ora, nel numero di questo mese. E’ un articolo difficile qualcuno mi dice, ma abbastanza smart per le esigenze della rivista. Ho trovato comunque l’operazione coraggiosa, stante i media delle pubblicazioni femminili in circolazione, anche nel voler rispettare un certo modo di procedere mio quando scrivo, modo che spesso i media trovano ostico. Pubblico qui la versione integrale dell’articolo, con le domande dei redattori che per vario motivo non hanno trovato posto nella versione definitiva, e anche un linguaggio un po’ diverso – così potranno leggere la risposta che nel giornale non poteva starci. Penso però che possano esserci degli spunti utili per tutti. Buona lettura.)

 

 

– Mi rendo conto di essere piuttosto scettica sull’esito finale dei percorsi psicoterapeutici. Forse per questo ho trovato meravigliosa quella pagina de “l’uomo dei dadi” di Luke Rhinehart in cui il protagonista – uno psicanalista, per l’appunto – si dice stufo di “far passare i propri pazienti da uno stato di stagnazione tormentata a uno stato di stagnazione compiaciuta”. Ecco, l’effetto che noto in tanti amici da anni in analisi mi sembra esattamente questo. Lei ha dei numeri che possano smentire?

Può consultare il lavoro di De Coro e Andreassi sulle ricerche che provano il successo delle psicoterapie, e i modi con cui questo successo è di volta in volta “operazionalizzato”. Cioè tradotto in una serie di costrutti misurabili con le complicate metodologie della psicometria. La psicoanalisi – ma attenzione con psicoanalisi e con analisi dobbiamo essere consapevoli che ci riferiamo esclusivamente al modello freudiano (lettino, tre sedute a settimana, interpretazione dei sogni) o almeno psicodinamico (due sedute a settimana, con domande sui sogni) è efficace come altre forme di psicoterapia. Ed effettivamente il compiacimento rispetto al tormento è oggettivamente un passo avanti. Sarò provocatoria, ma i pazienti all’arrivo in terapia piacciono a tutti, perché sono insicuri, e quindi compiacenti e generosi, rinfrancano il narcisismo degli amici, e in qualche caso li fanno sentire magnanimi e tanto buoni: perché è tanto bello dire di stimare uno che si sente una merda! Poi uno va in terapia, cambia magari alcune cose, mentre di altre dice lo sai che c’è sono fatto così, e diventa magari orgoglioso di certe sue caratteristiche di personalità. Orgoglioso? Che palle! Ci piaceva prima che era umile eh, così li stronzi li potevamo fare noi.

 

Ma io non sogno mai (o meglio, è rarissimo che mi ricordi qualche sogno, al risveglio). Nei casi come il mio la psicanalisi è comunque possibile?

James, uno dei padri della psicologia generale, aveva teorizzato che il nostro pensiero cosciente è un flusso continuo. La prospettiva psicodinamica sostiene che esiste un altrettanto continuo flusso di pensiero inconscio e che questo anzi, intesse il flusso di coscienza. Lavorare coi sogni rende le cose più facili, perché nel sogno la coscienza dorme, ma non è che le narrazioni coscienti siano prive di inconscio. Per un buon terapeuta psicodinamico, molti racconti di vita quotidiana possono essere trattabili come sogni. Inoltre, esiste nel mondo analitico il cosiddetto approccio relazionale, che ha oramai una lunga tradizione, e tutti gli analisti sono un po’ relazionali. L’approccio relazionale fa si che in stanza si presti molta attenzione anche a quello che succede tra terapeuta e paziente, perché quella è una relazione sotto vetro, pura se paragonata a quelle della nostra quotidianità e quindi può aiutarci a capire tante cose su come funzioniamo.

 

– Mi scusi dottoressa, ma cosa ci trova di male in una “sana” rimozione? Trovo che in molti casi sia il male minore…

La rimozione è un meccanismo di difesa che ci hanno dato in dotazione come funzione protettiva. Serve a proteggerci quando non siamo in grado di tenere nel campo della coscienza qualcosa di profondamente disturbante. Il problema si ha quando questo qualcosa di profondamente disturbante continua a disturbare organizzando i nostri comportamenti ma agendo in maniera occulta per via della rimozione. Rimozione non vuol dire cancellazione di un evento del passato e della sua azione sul nostro comportamento, ma cancellazione provvisoria, del ricordo cosciente di eventi materiali a cui un certo comportamento è collegato. Quindi succede che si continuano a fare cose in un certo modo per assecondare gli stati d’animo di quegli episodi originari senza capirlo. Allora, non è tanto il male minore, il male minore è capire perché facciamo delle cose che ci portano lontano da quello che vogliamo, riacquistare potere sulla nostra storia, soffrirne provvisoriamente, e dare un posto alle cose in modo da cercare, per quanto è possibile, di comportarci diversamente.

 

– La psicoterapia mi ha aiutato molto a capire la fonte del mio malessere. Però, finito il ciclo delle sedute, la causa era ancora lì perché non si poteva rimuovere in alcun modo, e il malessere è rimasto. Allora che senso ha avuto tutto quel parlare e piangere a tu per tu?

Questo dipende molto dalla sua psicoterapia, è una risposta che non si può dare in linea generale. Ma la psicoterapia in un certo senso non può cambiare la materia della vita, la storia alle spalle ma anche certe difficoltà contingenti. Non toglie dei genitori freddi, non toglie neanche un licenziamento o il fatto che se una persona che amiamo si ammala ci dispiace. Capire la fonte del malessere o il perché delle nostre reazioni alla contingenza ci fa camminare più comodi nella nostra storia, forse ci fa essere più bravi nella scelta dei tragitti, ma non ci cambia l’arredamento della vita, e il fatto che la vita può essere purtroppo dolorosa o – spiacevole.

 

– Un paio di miei amici in psicoterapia da lungo tempo sono diventati quasi più esperti dello psicoterapeuta, solo che usano ciò che hanno imparato per manipolare il prossimo. Non c’è un modo, per gli psicoterapeuti, per evitare di mettere in giro queste armi improprie viventi?

Questa cosa che succede, ed è antipaticissima, è una sorta di passaggio obbligato di molte psicoterapie, anche se non di tutte perché ci cadono di più certe organizzazioni caratteriali che altre, certe personalità piuttosto che altre. Solitamente è un fenomeno che capita a metà percorso, perché si capiscono delle cose che prima non si capivano, ma nel frattempo si soffre molto per arrivare a vedere delle cose dolorose della propria vita, e ci si consola allora proprio così arrampicandosi sui complessi di superiorità usando il falso appoggio delle acquisizioni appena ottenute. Ma si tratta solo di una nuova trasformazione camaleontica della nevrosi, se la psicoterapia va avanti, questo meccanismo viene raccontato e messo in campo, e dovrebbe estinguersi o quanto meno attutirsi, perché l’effetto di una buona psicoterapia dovrebbe essere anche quello di evitarci relazioni inautentiche e troppo asimmetriche, dove ci si pone falsamente nel ruolo di chi sa e giudica. Quella cosa è una difesa nevrotica – prima o poi si dovrebbe approdare al piacere di stare tra pari, e al rispetto che chiediamo per noi stessi, di essere selvaggiamente vivisezionati.

 

– “Quello deve andare in analisi”, si dice spesso con leggerezza, ma è vero? Come capire se bisogna andare in analisi o risolversi paranoie da soli? C’è un eccessivo uso della psicoterapia?

Col tempo mi sono fatta l’idea che la psiche è storicizzata come il corpo, e quindi come ci succede che mano mano che cresciamo il corpo con la realtà con il portare avanti sempre certe abitudini ha bisogno di cura, di medicina, di intervento – penso che sia possibile concettualizzare altrettanto a proposito del nostro corpo psichico. Dopo di che si possono tenere a mente due osservazioni: la prima è che un sacco di gente se ne fotte dell’artrite, la seconda è che un sacco di gente usa il pretesto della lamentela dell’artrite del vicino, per giustificare la propria intolleranza.

 

 

Sono scettico sulla psicoterapia e le spiego perché: non discuto che gli psicoterapeuti siano preparati e abbiano studiato molto e a lungo, quindi lungi da me accusare chiunque di poca conoscenza dell’argomento o di pressappochismo. Però quel che mi trattiene dall’analisi in generale, è la domanda? Come può un cervello indagare un altro cervello? Come fa un’anima (se vogliamo chiamarla così) sfruculiarne un’altra, e risolverne i problemi? Lavorate su ferite profonde che danneggiano una parte fluida e oscura dell’umanità. E se anche avete “strumenti”, alla fine, non si tratta solo di un essere umano che ascolta un altro essere? E come può dare una risposta certa, chiara e possibile mente con buoni risultati una persona che, volente o nolente, avrà dalla sua un suo vissuto e una sua visione? Lo so, chiedo troppo. Ma non mi arrendo al fatto che la psicoterapia sia sostanzialmente, per me, “non scientifica”.

E’ un discorso molto ampio, che riguarda la stessa visione della scienza, che bisogna dire è stata ampiamente sorpassata dalla filosofia della scienza del novecento. La scienza non è infatti un’acquisizione lineare di conoscenze, come vuole una certa semplificazione positivista, la scienza è per esempio la successione di una serie di paradigmi, e questi paradigmi non è che si succedono in maniera lineare, per grado di efficacia assoluta, ma per miglioramenti relativi per cui un paradigma nuovo non sempre soppianta completamente uno vecchio. In medicina capita spesso a tutti di sentirsi dire: “è un vecchio farmaco, ma ha il suo perché” e vedersi prescritte medicine che oggi sono state sostituite da altre, ma che magari non a torto il medico ritiene possano avere una loro efficacia. I corpi sono diversi e la pluralità delle ricerche in campo farmacologico garantisce un maggior arsenale di risposte per quella diversità. La pluralità dei paradigmi nella scienza, è per lo scienziato pratico – quale il medico la garanzia di avere una strumentazione sufficientemente ampia per rispondere alle diversità dei corpi. In psicologia non è tanto diverso. Esiste una pluralità di paradigmi i quali includono gli effetti della stessa relazione sulla cura. Esiste anche quella stessa successione di paradigmi di cui parlava Lakatos, per cui la pluralità degli strumenti è un arsenale per la pluralità delle soggettività. Dopo di che, diversamente dalla medicina, il modo migliore che un clinico ha di ricorre a quella vasta congerie di strumenti è passare dalle forche caudine di una terapia personale. In questo il parallelismo si spezza – e forse capisco che è proprio in questa biforcazione l’origine del suo scetticismo. E ha ragione, non tutti sanno usarsi così bene per fare lo stesso con gli altri. Ma ce ne sono di bravissimi.

 

Ho vari amici psicoterapeuti, ma non  sono mai andato in terapia. E sa perché? Per colpa loro. Sono tutti di diversa formazione: chi junghiano, chi freudiano, chi lacaniano. E ciascuno mi parla malissimo della “scuola” che l’altro ha seguito per fare il suo mestiere. Ora: lei mi può spiegare come faccio a giudicare chi mi dice che «sei andato da quello sbagliato»? Come faccio a capire qual è lo psicoterapeuta giusto per me? Come decidermi? Mi devo documentare prima? Devo fare io una serie di colloqui “conoscitivi” e poi scegliere così, guidato dall’istinto, quello che sento più adatto a me? E se il mio istinto sbaglia? Ho parecchie prove che lo ha già fatto in passato..

E’ davvero una cosa difficile, mi rendo conto specie quando si arriva alla terapia per un sentimento di grave necessità. In realtà come dimostrano le ricerche sull’efficacia delle psicoterapia, tutte le terapie sono efficaci, purché fatte da persone competenti, non è questo o quell’arsenale teorico a fornire più capacità ma la solidità della formazione. Se non si ha una persona conoscente a cui chiedere, del cui giudizio ci si fidi – una persona cioè capace di saper individuare la competenza – secondo me è buona norma scegliersi terapeuti di cui si sa che vengono da una solida associazione, radicata. Può essere la SPI (freudiani) AIPA o CIPA (junghiani) – per fare degli esempi. Scuole note psicodinamiche garantiscono che i terapeuti abbiano fatto una terapia psicodinamica su di se (cosa che non sono obbligati a fare per esempio gli specializzandi in psichiatria, delle scuole universitarie e di molti istituti non psicodinamici) e che siano piuttosto serie nei criteri di inclusioni dei futuri psicoterapeuti.

Ma voi psicoterapeuti, una volta che avete ascoltato problemi, angosce, fobie, paranoie e traumi infantili, come fate davvero a “lavarvi” anima e coscienza dalle tematiche che avete appena cercato di alleviare? Come impedire che i problemi dell’anima non siano contagiosi? Per essere psicoterapeuta, io  credo che sia necessario essere molto porosi. E come fate a strizzarvi l’emotività dalle brutture degli altri? Glielo chiedo perché sono in psicoterapia da anni e mi sta a cuore la vostra salute psicofisica…. 

Gli stati d’animo che ci inducono i pazienti fanno parte del pacchetto del lavoro. Come ci sentiamo ci fa capire delle cose delle persone che ci hanno provocato quegli stati d’animo – capire bene quindi questa cosa, è una cosa buona per la terapia ma anche per noi stessi. In un certo senso, in quel modo, ci liberiamo facendo anche bene il nostro lavoro.

 

perché una seduta dallo psicanalista deve per forza durare solo un’ora (il che a volte obbliga ad andarsene proprio quando si era trovato il modo giusto di spiegare qualcosa di importante)?

Ci sono alcuni terapeuti che propongono la durata variabile della terapia – alcuni lacaniani per esempio – sulla qualcosa non sono molto d’accordo. Ci sono ottimi motivi per far durare la seduta un tempo standard. Il primo pratico riguarda la qualità dell’osservazione che è in grado di fornire un tempo fisso. Si raccolgono meglio le informazioni. Il secondo motivo riguarda il paziente – perché un tempo fisso è affidabile, orientativo, contenitivo, da sicurezza al paziente. Forse ce ne è un terzo anche molto banale e pratico. Si lavora con tanti pazienti, si ha bisogno di organizzarsi.

 

– è vero che andare in analisi uccide la creatività?

No. E’ un’idea che circola a causa della volgarizzazione della prima psicoanalisi freudiana, in cui si teorizzava che l’arte è una forma di sublimazione di impulsi repressi. E’ un’idea coerente con un certo contesto storico e culturale: Freud aveva scoperto l’inconscio e lo guardava dalla prospettiva di un’educata e pur sempre pudica quanto decorosa borghesia con l’occhio del sospetto: l’inconscio era qualcosa da scoprire per poter assoggettare alla coscienza e alla ragione. I suoi successori invece ci hanno come dire, fatto amicizia, e il percorso analitico è diventato un percorso di amicizia con il proprio inconscio e di conseguenza, l’arte e la creatività non sono più la sublimazione di contenuti sospetti, ma diventano qualcosa d’altro. Winnicott per esempio ha teorizzato che l’arte è il nostro modo di giocare da adulti, di negoziare con il materno interno, l’area intermedia di allontanamento e avvicinamento dalla realtà. E d’altra parte pensiamoci bene, l’arte è nel complemento oggetto di quello che si crea, o nel modo di creare? Quel modo, quella ricerca di modo, deve essere sempre qualcosa che ha a che fare con i nostri contenuti agognati? E’ un po’ riduttivo.

 

– come si fa a capire se un terapeuta ci sembra quello sbagliato perché è proprio quello giusto (dunque ci solleva cose e disagi che tendiamo a voler allontanare), o perché proprio è sbagliato?

– uno psicoterapeuta può essere sbagliato per un paziente e giusto per un altro? la professionalità non dovrebbe garantire un’efficacia trasversale? oppure un terapeuta sbagliato per te è un cattivo terapeuta punto?
Sono molti i punti che secondo me il lavoro di psicoterapeuta somiglia a quello dello scrittore. Entrambi per esempio, lavorano con delle narrazioni della vita. A volte mi sembra che i giovani terapeuti assomiglino un po’ ai giovani scrittori, che sanno scrivere bene narrazioni di vite che hanno molto della propria, che sono vicine alla loro esperienza. Poi più si impara a scrivere e a guardare, più si impara il mestiere più si impara a lavorare su narrazioni lontane dalla propria storia. A volte, quella lontananza crea una sorta di ellisse di tensione che è proficua. La trasversalità la garantisce l’esperienza. In compenso la gioventù porta un eros e una passione nel lavoro che può smuovere montagne.

 

– La psicoterapia serve a rendere più felici? 

Si e no. La psicoterapia libera dall’infelicità che procura l’ossessione di un sintomo, il sentirsi prigionieri di stati d’animo e sentimenti che non cambiano mai. Ma non cambia tutto quello che sta fuori dalla sua stanza, non cambia la vita, la morte, la separazione, il lutto, o la stanchezza e la frustrazione. Anzi non di rado la psicoterapia è una cosa che da anche la possibilità di essere veramente tristi, perché ci riconosciamo il diritto di capire che qualcosa che ora ci sarà lontano era importante per noi.

 

– Due cose sbagliate che ha detto a un suo paziente e che non dirà mai più. Perché sarà capitato per forza, che lei voglia o no ammetterlo! 

La psicoterapia è come il maiale non si butta niente! Tutto quello che vi cade dentro, se visto in tempo può diventare un oggetto prezioso, anche una frase arrischiata – quando un paziente per esempio ci rimane male, quando dovesse capitare di essere stati distratti o aggressivi. Viene da pensare che un’emozione forte mostrata, possa essere un errore. Ma quell’emozione forte può dire delle cose su cosa suscita il paziente nelle altre persone, oppure di come si sente lui. Oppure si può ragionare insieme su come lui reagisce. Invece se tutto questo non succede la persona rimane con il sapore di quella strana reazione, con le sue emozioni, e tutto questo in aggiunta è pure un’occasione mancata. Quindi ci potrebbero essere stati degli errori ma che non posso raccontare, perché se mi fossi accorta in tempo di loro l’avrei usati – e questo temo che qualche volta possa essere successo.

 

 

 

 

Bambini lasciati in macchina. Caute considerazioni

 

In questi ultimi tempi, sono tornata spesso col pensiero alla vicenda della bimba dimenticata in macchina. Ci sono tornata a ondate regolari, metà emotive e metà professionali, perché da una parte ero sollecitata qualcosa di istintivo e umano, qualcosa di angoscioso – ci si interroga sulle parentele possibili: sono una madre anche io: con tanto lavoro, e facilmente distratta, dall’altro mi metteva davanti a delle riflessioni sulle diagnosi, sul linguaggio della psicodinamica quando parla della vita, quando parla la vita e quando la vita se ne serve. Esitavo, formulavo ipotesi e però leggevo inviti di colleghi che saggiamente mi i dicevano di starmi zitta per rispetto e per deontologia, e perché in assenza di conoscenza diretta è opportuno tacere. Continuavo a formulare dei pensieri però, che forse, prendevano spunto dall’ultima occasione di cronaca, la mamma che dimentica la bimba in macchina e la bimba muore, ma era molto su altro, e io di questo altro soprattutto voglio parlare, che non so bene che cos’è: un altro sul linguaggio, sull’epistemologia psicoanalitica nella sua versione volgarizzata, sui poteri e i limiti di un modo di pensare le reazioni agli eventi.

Ogni volta che accade questa tragedia, l’opinione pubblica si infiamma e vi reagisce variamente, reagendo in maniera appassionata all’immagine di un bambino di pochi mesi, un anno, morto di caldo in una macchina. La parola e l’immagine che infiamma, che domina è quella della morte, che assume una centralità psichica, emotivamente ingestibile. La morte di un bimbo è un fatto talmente incandescente, che deve stare al centro, ossia, al centro dell’azione, del movente, delle cause. Pensare all’errore ci diviene intollerabile, pensare che la morte non era il fine dell’errore, è una cosa che ci terrorizza – ma anche una sfida cognitiva che ci risulta ardua: come tenere ferma la concentrazione su una donna che al centro di una foto pulisce una strada e alla sua destra sta bruciando una casa. Non siamo spontaneamente capaci immaginando la vicenda di mettere la morte in un’area periferica, cioè quella delle conseguenze non previste. Perché la cattiveria la combatti sul piano logico, l’errore è un nemico, per sua natura sfuggente. Narrativamente, allora dominiamo meglio questa immagine della morte del bambino in macchina prendendo la madre e stabilendo una intenzione – e volentieri, perché questo ci risolve il problema dell’attrito con la sua disperazione, pensiamo a una intenzione inconscia. In questi giorni, come nelle occasioni precedenti, questa roba inconscia dell’infanticidio, mi è tornata spesso in mente.

Molti colleghi – hanno messo in guardia le persone dalla logica dell’intenzione mortale inconscia. Questi colleghi, generalmente di formazione non psicodinamica spingono giustamente l’accento su logiche di tipo cognitivista, per esempio sull’importanza che hanno nel nostro funzionamento celebrale schemi cognitivi di azioni routinarie che compiamo sempre identiche, per cui se solo casualmente ne saltiamo un passaggio e non abbiamo nessun segnale che questo passaggio sia stato saltato, noi portiamo avanti le nostre azioni routinarie seguendo lo schema in tutta tranquillità. Sono vicende queste che capitano frequentemente a neogenitori, non a padri e madri di 4 o 5 figli, a persone che oltre tutto hanno alle spalle una lunga, molto più lunga, vita mentale di persone senza figli. Io ricordo quando nacque il mio primogenito, che ci misi un po’ – nel senso di mesi molti mesi – ad accorgermi che ora ero entrata in un permanente “essere con”. L’ingresso in questo essere con può essere lungo, non costante e non omogeneo: e non penso in termini psichici di io, coscienza e logiche tipiche dell’approccio psicoanalitico, penso al cervello all’organizzazione cognitiva degli schemi mentali di azione, a prescindere dall’io del genitore. Il cervello deve cambiare script, deve inventarsi tutta una lunga rubrica di azioni con un essere con. Ora si dorme sempre sorvegliando il sonno di un altro, si guida con, si parla davanti a, si è di esempio per, non ci si ammala per, si sorveglia che, si guarda insieme a, ora non si vive più senza complemento dopo il verbo, cambia la grammatica del cervello.
Roba da cognitivisti, e loro possono quindi spiegare meglio perché secondo loro questa grammatica possa non instaurarsi sempre per bene e subito, specie al ritmo di un figlio ogni 7 anni. O perché insomma si possa saltare un passaggio e credere, in assoluta buona fede che quel passaggio sia stato compiuto.

Lo sguardo psicoanalitico però deve mantenere un’onestà intellettuale e non tirarsi indietro da una posizione scomoda. E la posizione scomoda è dovuta al fatto che siccome nel panorama della spiegazione degli atti la spiegazione analitica mette sempre l’inconscio non è che ora possiamo far finta che l’inconscio per noi non conta, che per noi questo caso è diverso. Stiamo sempre a parlare di atti mancati, di non casualità delle dimenticanze e dei lapsus e ora? Ora stiamo zitti?

Un po’ stiamo zitti, perché non si possono formulare granchè ipotesi sulla storia di una singola famiglia, che non si conosce, non si ha avuto in stanza, non se ne sa niente. Non bastano le poche notizie generali e fornite dai media per formulare ipotesi prive di fondamento – perché essa si fonda su un lavoro a proposito delle storie individuali, e del modo di raccontarle da parte dei singoli –e anzi proprio per questa sua caratteristica ha fatto così fatica ad adattarsi alle richieste della critica scientifica e della dimostrazione dei suoi assunti.
Un po’ può però formulare delle riflessioni e degli interrogativi, magari rinunciando esplicitamente a giudicare chi deontologicamente e umanamente deve rifiutarsi di giudicare la famiglia straziata a cui si può solo mandare un abbraccio, e riflettere invece in termini generali – su una classe di fenomeni.

La prima riflessione che ho fatto è che se volevo pensare a qualcosa di sensato dovevo ribellarmi alla centralità della morte e non metterla al centro delle eziologie probabili. Toglerla anzi con determinazione perché, io credo, quando c’è un intenzione inconscia di questo tipo le azioni pericolose sono di altra natura e perdonate la freddezza, relativamente meno incerte negli esiti – e più moleste nella vita quotidiana. Pericoli per i bambini più acclaratamente rilevabili e credo più frequenti. L’intenzione inconscia invece può essere più modesta – e comunque completamente preclusa alla coscienza e anche più sfumata. Può essere soprattutto più riferita simbolicamente all’atto eluso che ha portato alla tragedia. Attenzione quindi il complemento dell’intenzione è per esempio il portare il figlio al nido, e il valore che deve avere sotto il profilo inconscio il non portarlo. Cosa si associa a quel preciso atto mancato lo si può scoprire solo parlando con la persona che lo fa, ma si può pensare che intorno ad esso ci siano molte possibili associazioni: per esempio se ci atteniamo al caso di chi non porta un bimbo al nido e lo lascia in macchina: il dispiacere di separarsi e le lacrime del bambino, il senso di colpa per andare a lavorare piuttosto che stare con i piccoli, forse oggetti più grandi come la fatica emotiva della genitorialità da sospendere momentaneamente, o della presenza afffettiva. Un uscire magicamente da un ruolo genitoriale, un voler tornare a un tempo magico di possibilità, di essere figli e non padri, e chi sa cos’altro che ha a che fare con questo – ma tutte istanze non pensate, o pensate a tratti, in una misura in cui quotidianamente, assicuro – capitano a tutti, sono quasi fisiologiche. Solo che qui certe operazioni psichiche e quotidiane, sono durate forse più del solito.

A questa conclusione mi ci hanno comunque portato due pensieri. Il primo che riguarda la durata dell’amnesia dissociativa in questi casi. Perché constato che a tutti capita di scordarsi di fare una cosa routinaria e importante e pure di occuparsi di un bimbo. Ma nella grande maggioranza dei casi, recuperiamo il ricordo dandoci una botta in testa, un’ora dopo, due ore dopo. Ma cavolo, l’ho fatta questa cosa? Ma cavolo mio figlio sta ancora sul balcone! Il cervello cioè solitamente, ci fa ricompattare la dissociazione in tempo. Quindi, una lunga dissociazione di tante ore, mi fa riflettere sull’importanza di un’intenzione inconscia più corposa che si serve del meccanismo della dimenticanza.
La seconda riflessione riguarda gli oggetti dei meccanismi psichici inquadrati dalla prospettiva psicodinamica che nel nostro orizzonte culturale vengono chiamati in causa solo a proposito di macrooggetti. Si parla di inconscio ancora oggi e di difese inconsce, solo per chiamare in causa amore, morte, incesto, omicidio. Ma non è così, non è che uno dissocia o rimuove o idealizza o disprezza solo cose macroscopiche, questo è molto naif. La psiche funziona sempre con certi strumenti e certi funzionamenti, mettendo anche oggetti simbolici grandi su oggetti reali piccoli e viceversa, associando cose importanti a piccole dimenticanze ed è anche per questo che le terapie psicoanalitiche durano così tanto: perché alla fine si tratta di costruire narrazioni complesse costituite da microricostruzioni di piccoli atti, piccoli eventi, piccole proiezioni, piccole associazioni. Quella volta che il mio bambino si mise a urlare, io mi sono ricordata di me che urlavo.
Dunque, io ho pensato che, le lunghe amnesie che presiedono a queste tragedie, sono sostenute da meccanismi psicodinamicamente rintracciabili – quali la dissociazione (cioè una sorta di censura verticale dell’esperienza – in opposizione alla rimozione, che è una censura orizzontale) ma che questi meccanismi non siano probabilmente sostenuti da desideri inconsci di morte ma fossero applicate a contenuti diversi, quotidiani, comuni – solo con una concatenazione di conseguenze che manco l’inconscio poteva anche solo lontanamente includere . Quando l’inconscio include di queste progettualità abbiamo ben altre storie cliniche.

Queste lunghe dissociazioni, sabotaggi capitano invece relativamente spesso – e in seduta posso testimoniare che sono occasione di ampie riflessioni e insight. Noi sappiamo di tutti i bambini morti, ma non sappiamo dei bambini che hanno dormito e poi si sono svegliati in primavera senza trovar nessuno, di quelli che sono rimasti infreddoliti in macchina fino al ritorno di un adulto, di quelli che hanno rischiato sono andati al pronto soccorso e poi dimessi. Perché la genitorialità anche in persone che non hanno una dimensione problematica grave, può avere delle aree di ombra, come altre cose importanti della nostra vita possono stare nell’ombra e insomma, la dissociazione è un’arma terribile di questa zona d’ombra: forse la più terribile perché davvero irriconoscibile: mentre altri comportamenti altamente problematici possono infatti essere riconosciuti perché tutta la personalità in qualche modo cambia, la dissociazione scinde verticalmente, e la persona è quella di sempre – Così come dobbiamo tenere a mente che ecco, anche l’inconscio si può sbagliare: attuare un meccanismo che ha un certo scopo e produrre una catena di effetti che va completamente altrove, come io credo che sia nella maggior parte di questi tragici casi.

Proprio per questa considerazione, come c’è un allarme nelle automobili quando non metti la cintura, ci deve essere un allarme per quando si ferma la macchina e si lascia un seggiolino. E questo anche pensando, non solo al rischio terribile di un piccolo che smette di vivere, ma anche a quello psicologicamente rilevante di un povero bambino che a 5 mesi si dovesse svegliare cominciare a piangere e rimanere solo e disperato per chi sa quanto tempo. Non è neanche quello un bel pensiero, se ci si concentra per un momento a quanto si è sprovvisti di risorse di mondo a 5 mesi, 1 anno, 1 anno e mezzo. Quanto poco si è certi in quel momento che qualcuno tornerà. Penso che tutti sappiamo di questi bambini che perdono la vita per questi atti mancati, e allora dobbiamo sapere che ce ne sono altrettanti che per gli stessi atti guadagneranno un’esperienza traumatica, e dobbiamo pure sapere che questa cosa può capitare a chiunque, o alla maggior parte, perché è l’esito imprevisto di un atto inconscio che riguarda la nostra manipolazione nevrotica e simbolica quotidiana. Non è insomma una cosa che abbia necessariamente bisogno di un disturbo borderline di personalità, per questo ci risulta tanto spaventosa.

Un’ultima considerazione sulla utilizzazione culturale delle logiche psicoanalitiche. Mi lascia perplessa la disinvoltura con cui qua e la ho letto di presunte intenzioni involontariamente infanticide in questi giorni, con questa idea di inconscio come il parmigiano, come il prezzemolo, l’ingrediente che sta bene con tutte le pietanze criminose anche se non so bene manco che sapore ci ha e come funziona. Se mi si accende il tasto analitico e mi ricordo che potrei essere l’analista di chi lincia riesco capisco bene il bisogno di andare per le spicce e stabilire una casualità lineare tra un comportamento presunto e l’effetto della morte di un bimbo – anche se dovremmo stare attenti, è una delle cose per cui siamo meno etologicamente orientati – ma se dismetto quei panni, e penso all’uso distorto di una disciplina, non nascondo di essere irritata. Sarà un grande successo della divulgazione psicodinamica e psicologica quando passerà nella mentalità condivisa l’idea che le storie sono diverse l’una dall’altra, e a storie diverse corrispondo dna diversi, e modificazioni del dna diversi, e parole diverse e sogni diversi. E tutto questo riuscirà a impedirci di sbraitare in modo scomposto davanti a ogni fatto di cronaca.

Buongiorno dal mio gatto

Quando la mattina viene sul letto, il gatto vecchio le si avvicina al volto di fronte al corpo steso sul fianco, si compone in una postura gentile e severa, e comincia a fare delle fusa molto rumorose, di discreta autorevolezza, di richiamo urbano ai doveri della giornata e della cura, occuparsi di lui chiede, più precisamente chiede, non già che gli sia versata acqua e cibo di cui dispone del resto, ma che lei si appresti a mettere la caffettiera sul fuoco, assonnata, intrisa di caldo ma comunque efficace, perché è un gatto vecchio, ha le sue abitudini, te l’ho detto che non mi piace mangiare da solo, specie la mattina.
Svegliati.

Questo accade tutto le mattine intorno alle sei, e il rituale prevede l’intervallo lievemente cattivo di lei, ma per altri versi comprensibile, non ha voglia di alzarsi potrebbe aspettare un’ora, in cui fa finta di fraintendere le richieste del gatto, e fa finta di intendere l’atto di sedersi facendo le fusa, come una proposta di affetto, di intrattenimento, di tenerezza. Afferra nel sonno il gatto vecchio e l’abbraccia con trasporto, godendosi per alcuni minuti, la successione degli stati emotivi e diplomatici di lui – che è stato sempre un gatto gentile, ancorché beneficiario di carezze nell’arco della giornata, e ora, regolarmente, come ogni mattina in una situazione di enpasse diplomatico.

Il gatto vecchio infatti si sottopone all’abbraccio e si presta anche come richiesto a giocare al sorcio sotto le lenzuola, a cui da zampate convinte, e morsi. Tuttavia non si può non constatarne nella piega delle orecchie e nella mossa degli occhi, la successione di una serie di stati d’animo difficilmente rintracciabili se non nell’eleganza di certi maggiordomi edoardiani, oppure di certe contesse decadute del meridione novecentesco, quando i rapporti di classe e di potere si stendevano nell’arco compreso tra le affettate cortesie e le affettuose ipocrisie, e l’elegante subalterno, persona di mondo e di finezza morale, intuiva il veritiero trasporto del potente dinnanzi a lui, l’amorevole e autentica disposizione, la grazia che non può fare a meno di far notare per cui, non se la sente di improntare rivoluzioni che sono una cosa così sgarbata, eppure c’è questo problema che.

E allora il gatto vecchio dopo un poco, stabilisce che è opportuno smettere di fare le fusa, rimane seduto e disponibile sul letto e pure come ritratto,   e con la smorfia di un contenuto disappunto, di una cavalleresca tolleranza, finché la connotazione di vecchiaia prevarrà su quella di gatto, e come i vecchi e i padri di tutte le razze e di tutte le specie, assumerà la piena consapevolezza di avere il diritto di rompere i coglioni, sia perché nella sua condizione non vi è niente da perdere, sia perché l’età concede da sempre un’autorevolezza che soverchia le logiche di classe e quindi, comincerà implacabile e severo a volteggiare sul letto per fare alzare questa corrotta borghese e debosciata che rimarrebbe a dormire fino alle sette.

(per un buongiorno completo:)