Psicologia del medico

 

Non di rado quando incontro un medico, in particolare un medico ospedaliero, o che lavora in una struttura – specie pubblica – provo un misto di sentimenti diversi, che variano di volta in volta – a seconda che di me prevalga in quel momento l’organizzazione mentale della paziente, o quella dell’analista. I medici naturalmente sono tutti diversi, come lo siamo tutti noi gli uni rispetto agli altri nei nostri abiti di personae, soggetti pubblici nel nostro ruolo sociale: ci sono maestre introverse e maestre estroverse, estetiste materne ed estetiste severe, avvocati loquaci e avvocati scontrosi, e ci sono certo medici di tutti i tipi. Tuttavia, come ognuna di queste professioni ha una identità professionale che in parte è luogo comune in parte è struttura difensiva dietro cui ci si mette al riparo, e dentro cui si trova un canovaccio a cui ispirarsi in certe sfide complicate, anche il medico ha una persona, costrutto junghiano che prende ispirazione dalla maschera del teatro latino, ossia un’organizzazione di personalità che protegge l’intimità e che è nata per mostrarsi al pubblico: la personalità pubblica della sua professione. Lo stereotipo di riferimento a cui buona parte dei medici allora si ispira – e bisogna dire anche un nutrito numero di psicoterapeuti, soprattutto uomini – mette insieme: autorevolezza, maschile senso di responsabilità, distacco oggettivo che risente di una assunzione etica, a volte una stanchezza cronica accordata dal pubblico per una vita che è comunemente riconosciuta come piena di sacrifici. Alcuni ci aggiungono una materna accoglienza, altri un cinico umorismo, molti una supponenza indigesta. Alcune caratteristiche di personalità invece, stridono profondamente con la figura pubblica del medico, gli sono perdonate molto meno volentieri che ad altre professioni – e i dottori imparano presto a occultarle. Il medico raramente può essere umile anche se sarebbe portato, non gli è concessa timidezza, incertezza, titubanza. Non può scendere al di sotto di una certa quota standard di introversione.

Allora succede che se in me prevale la paziente che sono, anche piuttosto codarda, e ipocondriaca, io di fronte al medico, possa scivolare nella regressione tipica dei pazienti, che vedono nel medico una figura ammirevole e nei confronti del quale sono sempre ben disposti e filiali, e solo una buona educazione borghese mi trattiene dall’essere troppo richiedente. In questa posizione psicologica, una posizione che io sento come tipicamente di paziente, o almeno tipica della famiglia di personalità a cui io appartengo, scatta anche una specie di materna comprensione dei tratti caratteriali del dottore con cui mi vado a mettere in relazione – una sorta di spontanea comaresca amplificazione. Bisogna capirlo, dice cioè la paziente comare che è dentro di me, questo povero dottore che risponde frettoloso, ha molto da fare è molto stressato. E lo scopo della mia psicologia, credo, in quel frangente – è proteggere la relazione con un soggetto che io percepisco come potente e su cui io ho, mio malgrado, posto delle proiezioni genitoriali. La relazione con il medico è una relazione infatti con un dispositivo regressivo sempre acceso.

Se invece prevale l’analista, mi vengono in mente molte altre considerazioni che mi hanno fatto pensare in questi giorni, a questo post. Provo infatti una clinica preoccupazione per questi professionisti, che fanno un mestiere bellissimo, faticosissimo, molto dispendioso emotivamente e psicologicamente, direi pericoloso quasi in termini di equilibrio psichico, ma che – grosso modo come un’altra categoria professionale sovraesposta ai grandi rischi, come i dipendenti delle forze dell’ordine – molto raramente riconoscono la natura di questi costi, e il bisogno che avrebbero di essere tutelati psicologicamente. Per fare un esempio: qualche giorno fa parlavo con una mia collega in forze in un grande ospedale romano, dove ha molti delicati compiti, ivi compreso quello di assistere il personale medico nella gestione di comunicazioni molto dolorose – per esempio: far sapere a una coppia di genitori che un bambino è morto dopo due anni di ricovero, ma anche far sapere a una coppia di genitori che un bambino ha fatto un piccolo progresso, ma è più probabile che non ce la farà – e mi diceva: alle sedute di gruppo che organizzo settimanalmente vengono tutti gli infermieri, vengono le ostetriche, vengono tutti, ma i medici non si fanno vedere. Poi se c’è da dire una comunicazione a un genitore  -scappano.

Il difficile accesso all’idea della cura di se, ha diversi appoggi razionali. Il primo e glorioso, è che il medico spesso si convince di lavorare su una materia oggettiva, che è il corpo malato, mentre tutto quello che è correlato a questo corpo, l’emotivo che viene da lui stesso o dal paziente, gli aspetti della loro relazione, sono luminescenze del privato, cascami non trattenuti di quello che c’è sotto il camice e non è dirimente, di quello che impone il paziente che purtroppo non ha il camice. A dire il vero, questo modo di intendere la questione è tipico dei medici più sofferenti, con problematiche psichiche interne più irrisolte, per cui si tratta di una organizzazione difensiva che avrebbe una funzione protettiva. Altri riconoscono la natura dello scambio emotivo, e i costi che arrivano da un lavoro tanto coinvolgente e dispendioso ma ritengono che un monitoraggio psicologico sarebbe bello ma impossibile da praticare, il tempo manca, non vi è spazio per fare anche questo, forse avrebbero un desiderio di terapia ma ne hanno paura. Non di rado sono anche medici anche bravi da un punto di vista relazionale, tengono botta, magari pagano con una serie di patologie psicosomatiche – gastriti psoriasi più potenti di altre. A questo secondo gruppo però, appartiene anche un gruppo di operatori che cade anche in un rischio opposto a quelli del primo, si fanno molto coinvolgere, sono molto solerti, non riescono a porre dei confini, sono sempre e comunque molto disponibili, e molto amati dai pazienti, riconoscono la necessità di una comprensione psicologica degli scambi che intercorrono con i pazienti, ma hanno una idea distorta della psicologia – credo la stessa che hanno le matricole della facoltà di scienze psicologiche, per cui sono tutti tarati sulla comprensione dell’altro, sui bisogni dell’altro, sono molto accoglienti, materni. La verità è che, per quanto siano bravissime persone, per loro la psicologia è un mezzo di dominio sull’altro, una cosa che serve a circoscrivere l’altro, ma non arriva la necessità di farsi domande su di se.

Dunque, tirando le somme, in pochissimi di loro accederanno a una psicoterapia, se non sospinti da uno scacco matto personale, da una crisi profonda che arriva dal mondo interno, privato e familiare. Raramente, a detta almeno dei colleghi che ci si trovano, quando hanno la possibilità di incontri di gruppo gestiti da un collega vi accederanno, o vi sosteranno partecipando attivamente. Un gruppo intraospedaliero, a cui partecipasse la metà del personale medico, beh è per esempio un gran successo.

Invece io penso che poche professioni abbisognino di un sostegno psicologico di default come il medico, forse – come alludevo sopra – gli unici a meritare altrettanta cura sono i dipendenti delle forze dell’ordine. Molte figure professionali beneficerebbero – sia chiaro – di una assistenza psicologica – gli assistenti sociali, i maestri e i docenti ma recentemente ho speso un pensiero pietoso anche per gli amministratori di condominio – perché hanno a che fare con persone, con le emotività degli altri, con i loro destini, insomma non è facile per tanti lavorare con la vita. Ma i medici hanno una serie di questioni davvero onerose e accessorie che rendono il loro lavoro molto più complicato di altri – al di la delle complicazioni tecniche che però in tutta onestà possono anche essere altrettanto potenti di quelle che incontra un ricercatore in fisica o il quadro di un ufficio pubblico. Ma proprio nel loro lavoro, c’è una quantita di oggetti attaccati ai corpi che curano e alle loro mani che li curano, una quantità enorme di cose invisibili e ugualmente potenti, che possono rovinare le loro carriere, e le loro vite private.

Il primo di questi oggetti, è nella natura della loro vocazione. Nel perché hanno scelto il loro mestiere. Questo oggetto invisibile gli psicoanalisti lo riconoscono subito, perché spesso lo condividono, e altrettanto spesso se lo sono però andati a vedere con un collega più esperto. La scelta di curare infatti, da un certo punto di vista, è piuttosto bizzarra. Cara, mi disse una volta la madre di una mia amica, ma perché vuoi proprio passare il tuo tempo con gente imbruttita dal malessere che si lamenta in continuazione? Le risposte in generale vanno su due binari. Il primo è il desiderio salvifico, il secondo è quello di prestigio sociale e di guadagno. Entrambi sono desideri importanti, realistici, ma che coprono questioni interne, che possono avere a che fare con bisogni molto più urgenti, incandescenti e radicali. Due esempi possono essere: desiderio di dominio dell’altro, di posizione asimmetrica per non farsi coinvolgere in un piano di parità, o in una misura analitica più profonda e individualizzata, desiderio di curare qualcuno, come si aveva il desiderio da bambini di curare un proprio genitore. (Anche qui, analogia: non si contano  gli psicologi figli di genitori con psicopatologie importanti, forse anche io appartengo alla categoria).
Se si rivela la natura endopsichica della vocazione medica, e il senso che la propria personalità da a quella scelta, si possono sorvegliare meglio alcune dinamiche stranamente complicate con certi pazienti i quali, per loro motivi potrebbero senza saperlo aver intaccato il mitologema legato alla pratica professionale del loro dottore. Pazienti che diventano insolitamente importanti come una madre e che non si riescono a curare, per esempio perché hanno una patologia cronica, o pazienti che invece non seguono le terapie che il medico prescrive e che mettono sotto scacco il suo desiderio di dominio, oppure pazienti che nel loro modo di porsi, magari anche per una questione psicologica loro attaccano quella centralità narcisistica a cui la scelta professionale era funzionale. Non di rado, il medico è anche un figlio che è medico per compiacere un’idea di affermazione sociale, che è di fatto il narcisismo in differita delle loro figure genitoriali da compiacere, e ci sono anche diversi medici, che lavorano rinchiusi in una gabbia comportamentale che mette insieme magnanimità prestigio, severità contegno, disciplina e tutto quello che può servire per compiacere una coppia genitoriale molto richiedente sul piano dei risultati professionali e intellettuali, e poco generosa sul piano della comunicazione degli affetti. Molti medici brillanti e stimati, sono stati bambini molto dotati.

In ogni caso, più si disconoscono i mitologemi psicologici, collegati alle prassi di cura, più si verificano successioni di guai di ordinaria o straordinaria amministrazione nei rapporti con i pazienti. Spesso, va detto che vale per i medici quello che vale per tutti noi, l’esperienza aiuta, l’esperienza fa digerire passi, non solo quella professionale ma anche quella esistenziale. Si reggono meglio le delusioni, si reggono meglio gli errori propri e quelli altrui, si impara a esercitare la tolleranza. In fondo è quello che ci diciamo quando invecchiamo, i commenti che facciamo di noi stessi quando affrontiamo degli scacchi difficili sul lavoro, e impariamo a non reagire aggressivamente, o a non addolorarci troppo. Ma se ci sono dei nodi psichici importanti, questa professione non li perdona, e difficilmente li aiuta a scioglierli. (In questo senso, gli psicologi, sono molto più fortunati: hanno dei racconti di privati altrui, che li costringono a ripensare al proprio. )

Il problema è che la relazione con il paziente, è comunque carica di difficoltà anche per il più risolto dei soggetti, per questo diviene un banco di prova importante per le nevrosi di diverso lignaggio. Il contratto tra medico e paziente attiene la cura del corpo, e il corpo è per tutti, qualcosa che è insieme identità, unica chance, mezzo per ottenere oggetti primari importanti. Anche quando in campo ci sono problemi del corpo di modesta entità, la domanda emotiva sul medico è decisamente potente. In secondo luogo, il fatto che di mezzo ci sia il corpo, e una persona che lo curi, rievoca invariabilmente nell’assistito – anche qualora non ne sia cosciente – una esperienza regressiva: c’è stata infatti una sola altra importante occasione in cui lui era il corpo e c’era un adulto che se ne occupava, ossia quando era bambino con sua madre. Il medico si sente perciò genitorializzato, e lo schema relazionale che mette in campo il paziente gli farà tornare in mente il suo, quello di cui è stato oggetto. Ci sono perciò molti medici che reggono brillantemente la situazione, e altri che invece si arrabbiano, diventano insofferenti, particolarmente rifiutanti, assumono una postura inaccessibile. Ci sono medici che diventano invidiosi della centralità che riescono a imporre i loro pazienti, e che vi reagiscono in maniera sadica, mettendo in campo una freddezza che ha una segreta ragione punitiva. Come ti permetti di saper attirare la mia attenzione. Queste cose, sono particolarmente tossiche quando si tratta di comunicare delle diagnosi.

C’è anche un oggettivo problema di confine che hanno i medici un problema posto dalla loro deontologia. Il medico, non può permettersi, il confine che si permettono la stragrande maggioranza delle professioni. L’essere contattati fuori dall’orario di lavoro, ha connotazioni che non riguardano solo la prassi medica sulla carta, ma la sua stessa ratio – la sua ispirazione. E questo può essere un problema enorme, che secondo me necessiterebbe di un pensiero esplicito e strutturato. Se questo pensiero strutturato, un po’ sulla propria natura emotiva e storia personale, un po’ sulle connotazioni della propria specializzazione, e della relazioni con i pazienti, non viene fatto possono esserci strane derive, alcune con i pazienti diverse fuori dal lavoro. Il medico che non capisse come la sua accoglienza totalizzante rispetto alle richieste degli assistiti è anche frutto del suo mitologema psichico intorno alla professione, ancorchè della sua difficoltà a reggere le domande emotive e regressive dei pazienti, potrebbe essere lo stesso che non è in grado di riconoscere il bisogno di limite di altri professionisti a cui si rivolge, o anzi, rinfacciare loro – ve lo devo dire, è piuttosto frequente – il lavoro titanico che lui fa, imponendo comportamenti squalificanti e inappropriati. Medici che chiamano avvocati a orari improbabili, medici che chiedono a liberi professionisti di venire a casa loro anziché recarsi al loro studio, medici che si arrabbiano se non incontrano la disponibilità acquiescente e nevrotica che connota il loro modo di lavorare. La cultura della generosità e del suo abuso, deriva inelluttabile dell’organizzazione capitalistica, rinforza con il narcisismo questo tipo di medico dispotico, che si sente, in quanto buonissimo sacrificato e disponibile, un eroe del nostro tempo legittimato ad angariare il prossimo, senza che però si accorga di quanto invece fa torto a se stesso. Bisognerebbe allora, aiutare queste persone a lavorare sul concetto di limite, per trovare soluzioni comportamentali utili a farlo rispettare qualche volta, e a ragionare insieme su come ci si sente quando è eluso.

Ci sarebbe poi un discorso da fare, sul carico emotivo enorme che ha la gestione della cronicità e della morte, della fine vita e della vecchiaia, ma il post sta venendo molto lungo, ma prima di chiudere voglio fare un’ultima diversa osservazione. Ho la sensazione che ci sia un’incidenza importante nella differenza di genere rispetto alle difficoltà nell’esercizio del ruolo. Nella mia carriera di paziente, e di familiare di pazienti anche gravi, ho notato come le dottoresse donne fossero statisticamente più agevolate nella gestione del ruolo, dei dottori uomini.   Ho raccolto da parte di donne in diverse occasioni comportamenti sintomatici di una difficoltà nell’esercizio della professione, ma in misura inferiore dell’esperienza con i medici uomini. Sono da parte di entrambi, poche esperienze, perché la fuori c’è anche tanta gente brava e che si sforza, però mi è sembrato di cogliere una maggiore difficoltà per i maschi, difficoltà che ha diverse ragioni, endopsichiche e socioculturali. Avverto come, l’esercizio di un mestiere che per essere ben esercitato, al meglio diciamo, implica competenze solitamente di appannaggio delle donne, la cura dei corpi, è uno dei quei luoghi culturali dove si gioca la trasformazione di ruolo del maschile, e la difficoltà di cambiamento che attualmente attraversa. Ma c’è anche il fatto che, banalmente, il passaggio dalla maternità per molte dottoresse, ma anche l’esperienza di essere figlie, aiutano più dei loro colleghi a recuperare un’identificazione con la madre che si può spendere in diverse occasioni. In compenso, le dottoresse donne, possono avere una certa difficoltà a vedere riconosciuta il loro desiderio di identificarsi con il loro padre interno tradizionalmente inteso, o con la loro madre interna se è stata una lavoratrice felice di esserlo, e quindi vedersi meno riconosciute nell’esercizio della professione.
E’ un mondo insomma, dove ci sarebbe parecchio da fare.

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Huppert in piscina

 

Per via del fatto che la piscina era già alla sua nascita il tempio di una grandezza sognata, di finestre alte, marmi lucidi, petti gonfi e menti prominenti, con la luce obliqua del pomeriggio mantiene un suo eburneo splendore, che certo con tutto quello starnazzare di bambini e tuffi e schiamazzi, ciao mamma ciao papo, perde l’allure neoclassica, ma mantiene una rete di salvataggio dalla caduta nazional popolare.
Sebbene.

E’ il giorno del brevetto, e la donna che osservo è in prima fila davanti alla balaustra, mentre in basso bambini gracili si buttano prima nell’acqua, poi alzano gli occhi a cercare ognuno i loro, qualcuno muove una mano, qualcuno invece non ci prova neanche. Istruttori di nuoto sudano sull’orlo della vasca si sbracciano, fischiano, e lei in questo frangente legge un libro, sta proprio in prima fila e legge un libro. Il naso e gli occhi e il corpo esile, la fanno somigliare a un’attrice di Haneke, o anche, essendo in effetti la medesima interprete, a una di quelle nevrotiche francesi che con precisione restituiscono il parossistico riferimento al loro malessere.

Mi pare molto arrabbiata, perché questa coercizione ai riti del materno, le impedisce la giusta concentrazione, tutto intorno a lei è pieno di uomini e donne che fanno solo le madri e i padri, bestiole rumorose le sembrano, ma anche sciocchi che esagerano l’importanza di modeste questioni, topi che stanno dietro al flauto magico dell’industria culturale crede lei. Isabelle dovrei chiamarla io penso, chi sa se suona pure un pianoforte, con quello stesso amaro e severo talento.

(Come non servono i libri. Magari, a pagina 50, circa cioè 15 pagine prima di quella che ora è aperta – mentre una bambina sta diligentemente spingendo una tavoletta, qualche scrittore ha raccontato proprio questa scena, di una mamma che al saggio della figlia legge un libro anziché guardarla, lo scrittore che tutto sa racconta di quel che le dispiace, di lei che cerca lo sguardo della madre e non lo trova, del fatto che si dice cose come che è normale leggere un libro al saggio, del fatto che si dispiace lo stesso, che però minimizzerà perché sua madre è così dice lo scrittore onnisciente che legge nel cuore della protagonista.)

(E lei non si sarà commossa, forse avrà letto la scena come una interessante metafora di qualcos’altro, o forse sentendo di cosa parla, identificandosi li per li, probabilmente non a torto, con la bambina che si esibisce, sarà stata infastidita dalla caduta emotiva, avrà vagliato l’opportunità estetica di scrivere di piscine, una cosa poco letteraria a suo giudizio. Perciò, avrà letto molto velocemente.
Forse c’è solo da augurarsi che, come dovette raccontare la vera bravissima Isabelle, si tagli una mano, per vedere il suo sangue.)

 

(qui)

Su “prova a prendermi”

 

Non so se qualcuno ricorderà il bellissimo film di Spielberg – prova a prendermi. L’ho rivisto ieri, con lo stesso piacere della prima volta,  e ho pensato che volevo scriverne – perché fa parte di quel ristretto gruppo di produzioni cinematografiche, che ben rappresenta certe declinazioni della psicologia maschile andando a percorrere territori meno battuti, e meno ovvi. Prova a prendermi è un bildungsroman certamente, ma non passa per esempio da grandi riti di iniziazione, non implica il coronamento dell’amore con la morte dell’amata, o il suo pericolo, men che mai è l’edificazione della virilità per il tramite delle sfide muscolari. Non ci sono vecchi che hanno la fine vicina, e non ci sono saggezze da incorporare. Non si indugia neanche in un altro immortale clichet narrativo, la nascita cattiva che prelude a un destino difficile e che viene ribaltata dalla caparbia tigna dell’eroe. E’ un film davvero sulla costruzione dell’identità maschile, sull’essere figli, essere padri, essere amici, ma percorre altri binari.

In questi altri binari, il femminile è desiderato, ma periferico, di scarso aiuto, inafferrabile. Frank è il figlio di un piccolo truffatore e di una donna piacevole quanto delusa, e in effetti anche poco capace di intercettare i desideri e gli affetti dei suoi. In seguito a delle frodi fiscali il marito cade in disgrazia e per questo lei lo lascia per un altro – più ricco, con una migliore posizione sociale. Ma quando viene chiesto a Frank che ha sedici anni con chi stare, Frank che vorrebbe comunque i suoi genitori insieme , non si sente di scegliere e si da alla fuga.

Si avvia allora una serie di picaresche avventure, in cui si incrociano intelligenza, e saturazione di sogni infantili: Il sedicenne Frank comincia nella scuola pubblica a spacciarsi per il supplente che non è, poi diventa il pilota di una grande compagnia aerea, poi diventa medico e infine avvocato, ancorchè promesso sposo di una giovane ragazza perbene che però dovrà piantare, il giorno del fidanzamento ufficiale perché sta arrivando la polizia. Nel frattempo, accumula soldi in grande quantità, producendo e firmando assegni falsi. Passando per le diverse città degli Stati Uniti e fermandosi il tempo in cui le banche centrali non si accorgono della sua truffa.

La sua fuga senza fine – mi chiedo se sia una coincidenza il fatto che Frank si chiami come Franz Tunda, l’eroe del romanzo di Joseph Roth che ricorda per una serie di analogie e contrasti – verrà conclusa dalla caparbietà di Carl, antagonista perfetto. Carl è un poliziotto dell’FBI che si occupa di frodi bancarie, ma anche qualcuno che somiglia un po’ al padre di Frank e a Frank medesimo: è solo separato e con una figlia che non vede mai. Lo insegue per diversi anni fino ad acciuffarlo e portarlo in carcere. Dopo quattro anni di reclusione però, riuscirà a far uscire Frank e a farlo collaborare a servizio dell’FBI. Diventeranno amici e questo è un meraviglioso film a lieto fine – che parla di due uomini in difficoltà non solo con il loro femminile interno ma anche con il loro padre interno, con il loro padre reale, e con il loro essere possibilmente padri. Si trovano, e svolgono una funzione importante l’uno per l’altro.

Di solito, nei film sulla carriera psichica del maschile, le cose si diceva, vanno diversamente. Ci sono discepoli che poi superano i maestri – che è un modo efficace di trasformare cinematograficamente la rivalità edipica, ci sono guerrieri che incontrano dame sagge e meravigliose, che poi però moriranno – con il che solitamente le favole illustrano la maturazione psicologica del maschile che prende contatto con tutti gli aspetti interni che si identificano con il femminile, per poi sacrificarli e rischiare di perderli nella metafora della crescita personale. I maschi di questi itinerari psichici di solito hanno madri amorevoli e in buona parte dei casi padri rispettabili. Spielberg mette invece in scena una madre fortemente narcisista, fatua, non esattamente cattiva, e anche tenera tutto sommato nella sua ricerca di benessere, ma emotivamente inavvicinabile, poco calda. Una madre che uno non può portarsi dentro a lungo, che si percepisce come idealizzata desiderabile, amata – ma che non riama. Il Padre di Frank rappresenta un oggetto emotivamente più caldo, più vicino al figlio, ma con un’immaturità cronica, un’incapacità di assumersi le sue responsabilità, una sorta di fratello fanfarone e scanzonato, che però finisce in rovina. Frank gli vuole molto bene, e durante la sua fuga, rimane sempre in contatto con lui, lo chiama, si sforza di incontrarlo. E questi incontri sono una parte del film particolarmente sagace, struggente e riuscita, con una notevole recitazione dei due attori, perché davvero è come se il povero Frank provasse in tutti modi di trasformare il papà in un padre, gli porta i soldi per riconquistare la madre, gli da dei consigli, gli chiede anche di essere orgoglioso di lui – ma quello non è capace. E quando a un certo punto diviene chiaro, che la polizia sta cercando Frank, Frank chiede al padre di fermarlo. Gli dice proprio così – papà, se pensi che sono in un guaio ti prego dimmi di fermarmi.Ma il padre non lo ferma: perché – banalmente non è un buon padre – e perché idealizza nel figlio il truffatore che lui non è stato.

Questo è un punto importante nella psicologia del personaggio, perché qui lui decide di continuare a stare sulla giostra, nella speranza di trovare un padre che lo fermi. Lo trova, anche nel poliziotto Carl ma il piacere che gli da la rincorsa di Carl, l’essere visto da quest’altro padre senza figli, giacchè la sua unica sta con la ex moglie – è un piacere emotivo. Frank chiama il poliziotto Carl tutti i natali, e la telefonata è un altro piccolo capolavoro-   c’è la distanza, ci sono il gatto e il topo, ma anche una cosa che è un po’ di certi maschi grandi con altri giovani – lo zio, la premura, il contenimento – il contatto.

E’ un gran film, naturalmente per tante cose che non riguardano le letture analitiche – un ottimo montaggio, una ottima sceneggiatura, una notevole direzione degli attori, per non dir niente di una notevole consapevolezza estetica, a partire dal gioiello dei titoli di apertura – (guardateli qui) ma qui mi interessa parlarne perché la storia di Frank, illustra bene delle cose, se per esempio mettiamo in relazione questi due genitori emotivamente poco carichi, poco presenti, poco sintonizzati con la la scelta del protagonista di diventare truffatore con gli assegni finti, e le identità finte dopo. A un livello più superficiale Frank simula identità diverse per emulare il padre, mette in atto un’eredità paterna, che è la piccola furbizia coniugata al sogno americano, la scaltrezza di chi può così magicamente diventare ricco. Su un piano più profondo, è come se la cura tiepida di cui è stato oggetto (c’è un passaggio terribile all’inizio del film che fa capire questa cura tiepida, quando il ragazzo scopre la madre con l’amante e futuro secondo marito, e lei non si cura affatto di lui, visibilmente addolorato e confuso, si preoccupa solo per se. Gli offre dei soldi nella speranza che taccia) non fosse niente di affidabile, non fosse niente a cui rivolgersi, non fosse la stampella di un costrutto identitario per un verso, né la possibilità di sentirsi amato senza persone fisiche per un altro. A quel punto truffa, furto, e simulazione – diventano modi per procurarsi per un verso una piccola rivalsa, verso un mondo adulto e idealizzato, bello come il ragazzo deve aver sempre pensato sua madre, dall’altra un modo per prendersi degli oggetti buoni da questo mondo idealizzato, con cui nutrirsi, il furto come un surrogato tardivo dell’allattamento, infine una continua provocazione – uno sforzo costante teso a trasformare in un organo genitoriale, il mondo con cui si interfaccia. Quando l’alfiere di questo mondo, il poliziotto Carl, mostrerà in tutto di accettare il ruolo, fermandolo come avrebbe dovuto fare suo padre, salvandolo dandogli una possibilità, Frank potrà permettersi di riconoscerlo come tale. E si fermerà.

 

Mi sembra che sia qualcosa che possa far riflettere.

Nacchere

 

Delle tante vite che mi capita di guardare, mi incantano in particolare quelle di certi eroi sbrindellati tragici e incongrui, che lottano in una eterna fuga da un passato che morde e gli sta dentro, sempre a guardarsi indietro con terrore e poi tornare avanti, verso nuovi romanticismi e nuove distruzioni.
Una volta una clinica psichiatrica, una volta una poesia.

(Oramai molti anni fa conobbi la prima di questo lignaggio, una prostituta tossica della campagna profonda, i denti e il volto sfigurati da una direzione ostinata e contraria. Aveva i capelli di un biondo monocromo e appariscente, scendevano in lunghe ciocche opache, la pelle rovinata di un rosso alcolico. Doveva essere stata una bambina molto graziosa, ora ci vedevamo nella stanza ospedaliera, e lei mi leggeva canzoni bellissime, in dialetto, ricche di parole, neologismi e talento. Ogni tanto ci interrompeva un cardiologo. )

Ammiro di questi cavalieri del confine, di questi guerrieri sull’orlo del deserto, come sappiano sorreggere una loro levità, una persino gentile ironia. Amari ma dolci, buffi ma mai sarcastici, consapevoli di andare contro il niente, capaci di fumarsi una sigaretta con te, innamorati più della tua dedizione che del tuo talento, che sconsolati sentono di poterti smentire, con il loro terzo ricovero.
Ciao dottoressa, come stai, vuoi un tiro?

(Dottoressa, mi diceva la mia paziente bionda e allucinata, quando riuscivo a darle indietro un sogno in controluce, e le facevo vedere delle cose in filigrana, posso dirle una cosa? E io ma certo mi dica – ero una ragazzina e mi sentivo una signora in quel ruolo così profumato e istituzionale, il camice!– dottoressa, mi scusi, ma lei è una gran paracula! Se lo faccia dire)

Era bellissimo vederli, malgrado tutto, malgrado l’evidente ostilità di Dio, di nuovo innamorati, di nuovo sognatori, a negoziare col disincanto, e una nuova principessa, una ricerca di lavoro, ma pure una comunità terapeutica alle brutte – in casi di bucchieremezzo pienismo estremo. Sentire i morsi del passato che non passa e cercare di ignorarli, per non cadere, per non tradirsi di nuovo, se cado non mi rialzo, se provo ad ammazzarmi un’altra volta c’è il rischio che ci riesca.

(avere una voglia matta di proteggerli, di tenerli lontani dalla delusione, sentire la concorrenza cattiva con la madre cattiva, io io io io sono meglio uffa, o se fossi stato figlio mio, mordersi la lingua, starsene sedute, pure quelle volte che invece, quelle tremende volte che la mia paziente bionda e opaca, si accasciava, s’arrendeva, e bisognava pure avere rispetto della stanchezza, il tragico bisogna rispettarlo, non lo guarisci con lo zelo, neanche con le bestemmie, come la sera certe volte s’è pensato. )

Poi a volte, certo non sempre, davvero ce la fanno, molto più per il loro talento che per il tuo, escono dalle cliniche e aprono un bar o diventano parrucchiere per esempio, anche se non riescono a rimanere a lungo ma che importa, dottoressa che bello rivederti – sei mpo’ ingrassata eh?

(il dono della levità.)

 

(qui.)

Un post molto confuso

Qualche giorno fa mi trovavo a riflettere sulle ragioni del successo delle serie televisive e dei film che parlano della malavita, di contesti dove vince l’ingiustizia, e che non hanno alcun risvolto edificante. Pensavo a Gomorra, pensavo anche a certi film che ho visto – anche devo ammettere al fastidio che ho provato, per la serenità di un ribaltamento morale. E in effetti, confesso di continuare a provare quel fastidio, e anche di non volerlo rifiutare, eticamente, ed esteticamente e persino professionalmente. Mi piace che ci sia quel tanto detestato intento politico – in senso vasto – analitico anche in altrettanto senso vasto. Mi piace quel che di curativo che voglio in una produzione estetica. Mi dispiace quando invece, una cattiva produzione, una eccessiva semplificazione, rendono un potenziale oggetto artistico – film, libro – curativo, solo un oggetto retorico, inutile, ricattatorio. Il mefitico effetto dell’happy end. La cattiva pedagogia di alcune serie di rai1.   Ma anche quella contraddizione in termini che procura la frequente (e a volte più comprensibile di quanto si crede) scivolata nella propaganda ideologica – quando diviene evidente che tu spettatore, o lettore, sei il mezzo di un allargamento ideologico e non il destinatario di un accrescimento personale.
Distinzione più sottile di quanto si pensi.

Di solito comunque, si ritiene che il successo di queste produzioni, dipenda dall’immortale charme della cattiveria – che in effetti ha molte armi per essere seduttiva. La banalità del bene, i noiosi vincoli a cui costringe, il bene come il terreno dei percorsi noti, condivisi e messi alla luce del sole, il paesaggio dei desideri ammessi e incoraggiati, e spesso anzi – tutelati legalmente (almeno per ora) tutte queste cose mettono in un fuori campo poco esplorato ma rivestito dell’autenticità del desiderio e del mistero, le azioni malefiche, di cui a volte non si capisce bene neanche la razio della loro qualità negativa. Non devo fare questo gesto – perché è contrario a un’opinione condivisa, perché avrà delle ricadute su terzi, perché non voglio incorrere una sanzione, o perché per me è davvero ingiusto farlo? Il bene si è intessuto di una tale rete di poteri riferimenti e simboli, da perdere spesso la sua identità originaria. Il male, l’azione che procura morte o dolore o danno a qualcun altro, sembra più difficilmente appartenere a sociologie gregarie ( a torto naturalmente, oramai abbiamo persino una organizzazione nazional popolare dell’azione malefica) mentre ci pare sempre più intessuto di autenticità. La certa donna che tradisce il certo uomo risponde a un dovere psichico, il certo personaggio che uccide quell’altro personaggio obbedisce a una libertà interiore, che è antagonista al piano della legalità. Non so se durerà a lungo – onestamente lo spero – ma allo stato attuale dell’arte, all’esercizio del male si collega la libertà.

Ripensando a queste cose però, a un certo punto mi sono vista il successo di queste serie televisive come una celebrazione di un autenticità che il piano della sceneggiatura del male consente, e rende più credibile. In fondo cominciò il Padrino – capostipite estetico di questo genere di operazioni culturali – che fu il padre – per l’appunto – di tutti i mafiosi e di tutti i cattivi con sentimenti umani, e struggenti, crepuscolari.
Dopo di lui, mi colpì come una lama, ricordo – una scena dei Soprano (un capolavoro insuperato – mi sento comunque di dire), dove la moglie del protagonista, quindi prima donna di una stirpe di omicidi e di persone cattive perdute in uno slittamento morale – guardava il sentiero dove correva un figlio oramai adolescente, e pensava con struggimento a quando lo percorreva da bambino. Mi colpì perché forse sapevo che sarei diventata una madre che porta dei bambini a scuola su un tragitto che è sempre identico, e che si commuove a vederli crescere sempre su quella strada, e già allora, capivo che la regia di quel magnifico telefilm indovinava un pensiero del materno, qualcosa di autenticamente reale nella vita di quella donna, che io in ogni caso avrei mandato volentieri al gabbio.

Perciò mi sono detta che forse, non è sempre il male quello che seduce di certe narrazioni televisive, ma la radice dell’umano che può fiorire in ogni caso, e può essere vista brillare con più contrasto retorico, come una specie di radicale che si impone in qualsiasi circostanza, come qualcosa che a un certo punto emerge, e vince, e non se ne può estinguere il significato. Ed è anche per questo, che nelle produzioni estetiche che non perdono l’occhio sull’istanza etica (ho pensato al bellissimo lo chiamavano jeeg Robot di cui scrissi qui) finisce sempre che la dama soccombe, o lei o una parte debole ma simbolicamente titolare del bene relazionale, dell’affettività di tutto ciò che junghianamente chiamiamo noi anima, in sostanza, perché quella necessità di sceneggiatura è un monito psichico, è il simbolo di quello che succede quando si abita la sociologia del male: che quello vince, si mangia delle cose, si mangia delle risorse emotive e simboliche – dell’essere con, del materno della relazione. Si mangia i valori che noi associamo storicamente – a ragione o a torto al femminile.

Ci pensavo in questi giorni, perché dopo tanto abuso di cinismo, di scoperta del negativo, di charme gotico dell’effrazione morale, mi sono detta sono anche l’esito di una difficoltà narrativa a scrivere bene del bene, a fare della buona narrativa sull’urgenza dell’anima. Per cui alla fine per capire bene cosa è una madre va a finire che ci serve una lupa, mentre una cristiana qualsiasi si perde nel mare delle convenzioni, di una rete sociale e simbolica che ha perso i reale motivi per cui si è tenuta proprio queste leggi, e non altre. Ci pensavo perché confusamente è come se ora, quello che si vede adesso e che politicamente sembra minacciarci pare una reale conseguenza di questo abbandono della razio del bene, del perché noi abbiamo voluto fino adesso certe estetiche, certe leggi, certe banalità. Come se avvertissi una specie di circuito simbolico tra cosa è accaduto al nostro immaginario e cosa è accaduto al nostro campo politico. E come se mi ritrovassi a pensare, come analista che si serve della letteratura, ma anche come cives che si serve dei film, in fondo anche banalmente come persona che scrive libri, che dobbiamo ritornare a sforzarci di scrivere bene, del bene, dell’umano di ciò che è giusto fare. Come se mi rendessi conto che, il giorno prima di un dibattito istituzionale che discute se multare un uomo perchè ne salva un altro, che dobbiamo affrettarci a scrivere di questo, e rimettere i cattivi la dove devono stare, pure con tutti i gradi di sofisticazione a cui è giusto che non rinunciamo più.

Chi sa se mi sono spiegata.

Portare un bambino dallo psicologo

 

Non lavoro con i bambini – non ne sarei capace, hanno bisogno di strategie diverse, risorse diverse, un certo modo di stare al mondo, ma mi capita con una relativa frequenza, di inviare bambini a colleghi che si occupano di psicoterapia infantile. Non è infatti improbabile che una persona con difficoltà relazionali di qualche tipo possa avere delle difficoltà con i propri figli, che diventino difficoltà dei propri figli. Mi sembra anzi un fatto umano.

Per i genitori comunque, accettare questa questione di mandare la loro bambina o il loro bambino dallo psicologo è un problema non indifferente . Di fronte all’evenienza capita di percepire una serie di sentimenti che vanno dalla ansia, alla protesta, alla gelosia, oltre che all’indefinibile timore di un fallimento nella gestione del proprio ruolo.
Inoltre non di rado, questi sentimenti negativi, all’idea che un figlio vada dallo psicologo – o diciamo meglio, dallo psicoterapeuta, si appoggiano anche a una serie di convinzioni, anche errate. La cura è avvertita come una cosa da adulti, non da bambini, sembra inappropriato, adultomorfo pensare un bambino in una stanza di terapia – e questo anche perché di quelle stanze si sa poco. Si ignora quanti giochi ci siano, spesso addirittura con l’acqua, sicuramente con molti oggetti, e matite e colori, quanto sia possibile utilizzare lo spazio e le cose. Quanti linguaggi alternativi si usino e che possono essere utili a lavorare su contenuti complicati. Di contro fa attrito l’idea di gioco come espressione di cose serie, e viene il sospetto di portare un figlio a fare qualcosa che potrebbe fare a casa sua. Forse, anche la natura del gioco per i bambini – a qualcuno risulta misteriosa.

Infine, un’altra considerazione – che invece spesso è congrua e pertinente e che fa esitare, è quella per cui certi malesseri possono essere transitori, derivati da situazioni contestuali difficili con cui un giovane sta negoziando, ricerche di nuovi equilibri, complicate fasi della crescita. Magari passerà – dice un genitore funzionale – magari devo stargli più vicino io, devo essere più attento io, dirà a se stesso. E io trovo che questa sia una risposta sana, forse più sana del suo contrario. E’ giusto che un genitore abbia fiducia nelle risorse di suo figlio e che in primo luogo sondi le sue capacità di intervento, e le strategie familiari che può mettere in campo per aiutare suo figlio, a volte – anche parlando con gli insegnanti. Quindi il primo consiglio di questo post è: controllare sempre cosa si può fare prima e aspettare del tempo – qualche mese, un anno – per vedere se un certo comportamento ha una natura transitoria: talvolta i bambini si cimentano in sfide di cui noi non abbiamo contezza, altre volte chiedono di apportare dei cambiamenti nel sistema familiare: risentono di eccessivi conflitti, o al contrario di atmosfere troppo silenti e devitalizzate. Mille sono le variabili contestuali che possono generare un malessere ma un genitore, o meglio ancora la coppia dei genitori, capiscono bene il loro figlio e possono intuire dove dover intervenire.

Se però si ha la sensazione che un bambino abbia un problema, e che questo problema non riesce a estinguersi, oppure va incontro a una sorta di ciclicità per cui sparisce e riemerge regolarmente, con comportamenti che ne peggiorano la qualità della vita bisogna mettere da parte le resistenze e agire. Aiutano diverse considerazioni: la prima è che portare un bambino da uno psicologo può essere più facile che portarci un adolescente, la seconda è che le enormi capacità di recupero che hanno i piccoli potrebbero rendere l’intervento di uno specialista straordinariamente efficace, in tempi spesso neanche troppo lunghi – anche se quest’ultimo aspetto dipende da molte variabili. Infine bisogna sapere che ci sono situazioni per cui se si evita di intervenire, si può andare in contro a una serie di dimensioni problematiche più gravi, e qualche volta davvero preoccupanti e che possono cronicizzare e diventare disturbi importanti e molto difficili da estirpare.

 

Per capire cosa deve allarmare pensando a un bambino, dobbiamo pensare cosa deve fare un bambino. Sarò piuttosto generica, per non fare un post troppo lungo, ed eviterò una divisione per fasce di età anche se potrebbe essere a dire il vero – molto utile. Un bambino deve: dormire bene, mangiare il giusto, dopo i primi anni essere autonomo in alcune attività basiche come andare in bagno vestirsi e nutrirsi, e deve essere non sempre gioioso, ma in buona parte del suo tempo sereno, e soprattutto deve saper svolgere i compiti che sono propri della sua età e deve avere almeno un minimo di relazioni con i pari. Quando un comportamento diventa così rigido e ricorrente da impedire i rapporti con i pari e le attività correlate all’età, ci si trova di fronte a una situazione da prendere sul serio, anche se è non facile da capire. Per fare un primo esempio: il disturbo da deficit dell’attenzione e iperattività, non è semplicemente uno stato di irrequietezza – ma uno stato che ha una base profondamente depressiva, con pensieri intrusivi, angosce non sedabili che generano un tale stato di agitazione da non poter svolgere nessuna attività men che mai il semplice gioco con gli altri bambini. Un bambino vivace è un bambino che fa casino con altri bambini con gioia. Un bambino con questo problema invece non riesce a fare cose e ad avere amici. Bisogna provvedere: perché saper fare delle cose con coerenza, e saper intessere relazioni con i nostri pari, sono le basi della nostra sopravvivenza futura.

Questa stessa conclusione meritano molte altre sintomatologie per esempio se un bambino dovesse manifestare una comportamento ossessivo, o continuare a farsi la cacca addosso anche molti anni dopo essersi tolto il pannolino. Questi due comportamenti molto distanti tra loro hanno alcune conseguenze simili, perché incidono in maniera determinante sulla possibilità di un piccolo di fruire del suo contesto e di essere sereno, e si intrecciano molto probabilmente con altre questioni problematiche non sempre visibili all’occhio del genitore. Così come, almeno per me meritano una certa attenzione, casi in cui si fa fatica a pensare necessario l’aiuto di uno psicoterapeuta perché si tende ad attribuire una certa problematica a un problema di ordine contestuale, o a delle scelte deliberate di un bambino. Per esempio, se un bambino è molto bullizzato, sovente in difficoltà sul piano relazionale, deriso in diversi contesti, la tentazione è di pensare che la causa siano i contesti, ma spesso in realtà il bambino mette in atto inconsapevolmente dei comportamenti che porteranno quei contesti a essere proprio così respingenti verso di lui. In questi casi io trovo per esempio particolarmente urgente chiedere un consulto, perché poi si vanno a costruire pattern relazionali che saranno scambiati con aspetti identitari, e da qui si costruirà un’immagine di se di persona piena di difetti, non amabile, non attraente, che sarà una base per altri motivi di angoscia e insicurezza. Dopo diventerà davvero difficile e i problemi da risolvere saranno di più.
Vorrei infine citare, per questa breve carrellata di esempi, i comportamenti che sono spesso considerati falsamente appropriati al genere, e all’età ma teoricamente poco congrui con la domanda sociale. Mi pare che per entrambi i generi si faccia a volte fatica a discriminare una rabbia e un’aggressività inadeguate, che nascondono questioni dolorose. Dei maschi molto aggressivi e provocatori si tenderà a premiare una presunta idea culturale di virilità non adatta alla buona educazione del momento storico, ma è incredibile come ci sia poco argine sull’aggressività femminile di bambine che agiscono delle difficoltà relazionali con declinazioni della svalutazione, della cattiveria, della subordinazione – o che al contrario si ritrovano a subire terribili angherie e aggressioni, entrambi i comportamenti spesso incasellati in stereotipi della rivalità tra femmine, e rispettivamente della donna velenosa e cattiva in virtù della sua inferiorità e della bambina vittima in ragione della sua femminilità. Queste cose magari da sole non sono motivi necessari per andare in consultazione ma possono essere invece sintomi da costellare insieme ad altri, e da prendere sul serio in un quadro complessivo. Così come secondo me meriterebbe una maggior attenzione il caso di un bambino o di un adolescente che vanno molto male a scuola. Non tutti siamo portati certamente per lo studio, o ne siamo grandemente attratti, ma quando si va a vedere nel dettaglio è difficile che un bambino o un adolescente che vanno francamente male a scuola non stiano depositando nello studio mancato un messaggio in una bottiglia che meriterebbe di essere letto, e che certo varia da caso a caso. Ma l’inconscio del bambino più del conscio, sa che la scuola è un’occasione, una cosa per lui, sa che andare male vuole dire designarsi in un certo modo rispetto all’occhio condiviso, sa anche che non sta tesaurizzando delle cose che possono essergli utili: se opta per tutto questo è facile che ci sia un problema aperto.

Quindi per sintetizzare, la consultazione va richiesta quando un comportamento anomalo diventa abbastanza pervasivo da inquinare tante aree della vita, e quando si capisce che questo comportamento anomalo non è flessibile, non sparisce in certi contesti piuttosto che altri, non ha delle aree in cui è meno opportuno di altre. Alcuni di questi comportamenti sono chiaramente penosi, e il ricorso alla psicoterapia diventa più accessibile come pensiero, altri però – il che con i bambini è molto più frequente che con gli adulti – non arrivano subito nel loro essere fonte di sofferenza, perciò bisogna essere particolarmente sorvegliati.

 

E’ spesso, una decisione non facile. Un ultima considerazione che aiuta, per quanto mi riguarda è di ordine strettamente generale e filosofico. Io credo cioè che noi siamo storicizzati come i nostri corpi i quali con il tempo devono andare da qualche specialista perché il loro uso, e l’attrito con l’ambiente produce delle incisioni. Le ossa che crescono in ambienti umidi vanno in contro all’artrite, gli occhi che devono leggere tanto divengono miopi, e le carie, e le infiammazioni, e le emicranie, il tempo ci segna nella materia di cui siamo, il tempo e le cose. Anche le nostre psicologie sono però storicizzate, sono cioè soggette alle reazioni chimiche con i contesti e le relazioni, e gli adulti, i primi adulti, sono i primi e più importanti agenti chimici che incideranno nella composizione della psiche. Questo per dire che a volte mi trovo a pensare che: se da genitore ci si comporta in un modo ci sarà una certa conseguenza, se si farà l’opposto ce ne sarà un’altra, in mezzo c’è la biologia della personalità del soggetto. C’è sicuramente un modo migliore, ma la mia sensazione è un po’ un come fai sbagli, o puoi sbagliare, perché sei nella storia, sei un po’ la storia. Specie nei primi anni finchè l’altro non diviene storia attiva di se.
Insomma, un certo fatalismo, aiuta.

Levità

Per esempio, lasciava spesso messaggi molto veloci e molto gentili. Certo vediamoci sicuramente. Per quel consiglio che mi chiedevi, ti consiglio questo libro. Appena torno ci vediamo a cena. Ma certo quell’aperitivo. Parteciperò anche io al convegno – bellissimo del resto. Quanto tempo! Ma ciao bambini. Queste cortesie per gli ospiti, questo garbo stringato, non erano però garantiti, e delle volte non rispondeva affatto, non consigliava libri, non faceva a tempo a salutarti, i convegni andavano perduti e insomma.
Era in effetti un uomo molto impegnato.

Un tempo ragazzo bellissimo e ricercato da uomini e donne, ora – malgrado l’accanimento sulle giacche destrutturate, l’abiura della cravatta e la galoppata in vespa – si avviava diventare un alto signore distinto, dalla carriera brillante, stimato e certo conteso. Anche la vita per certi aspetti sconveniente – aveva avuto una rapida successione di fidanzate e fidanzati – s’era fermata su un’unica relazione, molto raffinata ma anche con una cucina, una televisione, tracce di medico della mutua. La portava con eleganza e ironia, come fanno i vecchi vanitosi con i capelli brizzolati, e a tratti cercava di occultarla sperando di tornare a recitare il fascinoso trickster che era stato da ragazzo. Il folletto che faceva impazzire gli accademici prima, e le dottorande poi. (Nei quarti di copertina dei suoi libri, una posa forse eccessivamente vanesia, gli aveva fatto notare qualcuno.)
(Ricordati di prendere l’omoprazen, gli diceva allora il fidanzato benevolo – sapendo quanto il narcisismo militante gli costasse fatica.)

Come tutti gli uomini di questo stampo, mi metteva in una affettuosa e insieme, riottosa difficoltà. Avvertivo come la lotta per la ribalta rispondesse a una fisiologica urgenza – qualcosa che aveva a che fare anche con la morte e forse con la solitudine, con un certo freddo dietro le spalle – e anche io certo ero sedotta dall’elegante soluzione persino nobile: fare bene un certo lavoro, esservi anzi eccellente, creare degli oggetti bellissimi, scriverli addirittura, essere anche così generoso di se, sempre pronto e disponibile per quanto a dosaggi contenuti. Protestavo in cuor mio, cercavo ganci, non ne trovavo – abitando come vocazione il polo opposto dell’ellisse. Potendo chiacchierare chiacchiererei con pochi e molto a lungo. La mondanità mi piace come il libro illustrato di un viaggio troppo complicato, costoso, ossignore.

E comunque , mi capitava di scorgergli una sorta di fuga dalla verticalità. Le allusioni al dolore per non parlare di quelle al tragico, te lo restituivano uguale al solito, consegnato a una marmorea indifferenza. In caffè volubili e veloci, non amava rivelazioni eccessivamente intime. Aveva un umorismo delicato, elegante che tuttavia non avrebbe mai abbandonato. Essendo comunque una persona di cuore, se proprio doveva sorreggere un amico in difficoltà lo portava in qualche posto luccicante in cui distrarsi, o nei caso più gravi un posto crepuscolare – tuttavia un posto che facesse da recipiente, al posto suo. Per andare oltre un confine, una cronaca, la spuma di un’onda, bisognava inchiodarlo, forse ricattarlo.

Il suo coriaceo fidanzato, era riuscito ad aprirsi un varco – probabilmente l’amore fa queste cose. Noi s’era capito per quella libera allusione alla medicina, e forse per qualcosa che dobbiamo aver visto in cucina una volta, un modo di prenderlo in giro, per esempio chi sa. Poi comunque ce ne saremmo comunque tutti andati.

 

 

(qui🙂

Grembiule

 

In una delle sue ultime esternazioni a scopo elettorale su temi che non competono il suo ministero, Salvini si è espresso a favore del ritorno dei grembiuli nelle scuole, riaccendendo una polemica che si ripropone ciclicamente, nel complesso imbarazzante nella sua accessorietà: il grembiule nelle scuole è in generale blandamente dirimente rispetto a temi più importanti  – quali per esempio il fatto che le scuole non si tengono in piedi. Parimenti, io mi chiedo se ci sia un giorno uno, in cui il nostro ministro dell’interno faccia il suo mestiere – anziché fare ossessivamente colloqui per farne un altro – ossia il presidente del consiglio. Mi chiedo se al ministero devono accontentarsi delle foto di Salvini con gli arancini, dei comunicati di Salvini sui migranti, mentre le forze della polizia rimangono sotto organico, con stipendi modesti e ad arginare una criminalità destinata a montare – perché se tu, come unico provvedimento rendi inagibili i centri di accoglienza, ma non hai le energie economiche per rimpatriare nessuno, ma davvero mi chiedo che cosa tu stia facendo se non colloqui per pigliarti la poltrona che per il momento è di un altro.

Ma volevo parlare di questa cosa dei grembiuli, perché mi pare scateni pareri curiosi, anche perché i grembiuli sono diventati grembiuli di Salvini, e quindi poco libertari, antiidentitari, costrittivi e una serie di questioni orribili. L’appoggio pubblico del ministro alla questione grembiulini è stata messa a sistema diciamo, con un’idea di omologazione e di ordine, contro cui ideologicamente si è combattuto.
Io personalmente invece sono moderatamente propensa ai grembiuli nelle scuole. La moderazione è dovuta al fatto che il loro potere nell’economia della vita dei bambini è comunque più modesto nevvero, del numero insufficiente delle maestre della materna o dei solai che cadono. E’ indubbiamente anche meno dirimente delle attività didattiche che possono svolgere i ragazzi a scuola e dei programmi di cui dispongono gli insegnanti, tuttavia ci voglio dedicare un piccolo post, perché è un tema su cui si possono dire delle cose in una prospettiva psicologica, e che può suggerire delle riflessioni che vadano un po’ anche altrove.

I grambiule è una divisa scolastica, per altro di una consistente utilità materiale. Tessuto forte, di un cotone semplice, destinato a lavaggi di carattere, protegge i vestiti dei bambini. Li protegge dai colori teoricamente lavabili ma che non si lavano mai, e dagli strappi quando correndo si cade, dalle penne e dalla pastasciutta della mensa. Sotto ai grembiulini stanno spesso capi che è un po’ più complicato lavare, e che potrebbero soffrire i lavaggi frequenti. Il grambiulino per me in primo luogo è un andare incontro alle esigenze dei grandi che si occupano dei bambini, e anche un insegnamento ai bambini che devono ricordarsi dei grandi che si occupano di loro – che poi – allo stato attuale dell’arte, sono le madri.

In secondo luogo trovo che quella forma di ordine e di omologazione abbia un primo messaggio importante di ordine politico, e io apprezzerei che fosse dato ai bambini: siete bambini, piccini, uguali di fronte alla scuola, uguali l’uno per l’altro, di voi bambini ci interessano i volti il cervello e il cuore. I vostri vestiti, al momento – giacchè non ve li potete procurare col vostro lavoro e la vostra identità – non ci interessano, quelli sono messaggi degli adulti, sono cronache di un mondo che diventerà importante, ma non qui a scuola. Non ci importa se siete poveri o ricchi, non ci importa se vostra madre ha comprato una maglietta al mercato o al negozio del centro, ci importano le vostre facce e quello che avete da dire – forse non ci importa neanche della vostra lotta di classe in miniatura – giacché è vero, già la combattete.
Naturalmente il grembiule non cancellerà mai le differenze di ceto, di prestigio, i voti a scuola, i dialetti e le scale di carisma, ma può fare da argine, può introdurre un oggetto simbolico permanente che ha un ruolo di contenimento, che diventa una specie di monito implicito, nel relazionarsi l’uno all’altro nel pensare le maestre i ragazzini. Il grembiule è quella cosa materiale che ricorderà un trattenersi, un dover non far caso a certe differenze, un dover proprio ricorrere a una cattiveria estrema se si vuole indicare la differenza.

Tutto ciò mi porta a una riflessione psicologica sui temi della costruzione di identità rispetto al concetto di limite e di contenimento. Il grembiule è limitante, la divisa condiziona l’identità. Per questo nei luoghi di lavoro degli adulti la trovo particolarmente utile e significativa di quando protegge da operazioni che possono procurare strappi o macchie indelebili, ma mi procura una sorta di sofferenza quando penso a persone adulte costrette ad assumere l’identità di un marchio che mi sembra, quasi ne cannibalizza le sembianzeCerto devo dire che conosco delle commesse che mi hanno parlato con sollievo della loro divisa, però penso che a volte si possa provare del dispiacere a non essere completamente quel che si è, quando si va a lavorare. A doversi identificare con l’estetica del padrone.

Ma per i bambini, vige un po’ l’idea per cui l’identità si costruisce sempre lasciando le strade aperte all’espressione di se. Questo è un po’ il mito del grembiule: bambini dispiegate da subito la vostra già strutturata identità – avete il diritto di dirvi nella vostra completezza! Invece, io penso che l’assunzione di responsabilità di un codice da parte degli adulti, sia quello che – volendo per attrito – aiuta i piccoli a diventare dei grandi soggettificati. I vestiti alle elementari potrebbero essere moderatamente importanti, ma il grembiule potrebbe essere l’habitus sotto cui per attrito, per desiderio di rompere un codice, per desiderio di affermarsi un’identità si struttura. Qiesta polemica modesta sui bambini, mi ha fatto chiedere se cioè aiutiamo di più l’identità a emergere dandole sempre la possibilità di esprimersi, ma non dandole mai delle piccole occasioni per desiderare di imporsi. Il grembiule è un altro di quei piccoli contesti in cui noi adulti facciamo fatica a porre dei confini e ad assumerci il nostro antipatico ruolo di detonatore di energia.

Intorno alla madre

Premessa.
Quando scrivo di psicologia evolutiva, o in generale di psicologia dinamica, quasi regolarmente si solleva qualche commentatore che mi dice: qui si parla tantissimo della madre! La madre la madre la madre!!! E il padre? E sono proteste giuste e sentite, che risentono degli squilibri tra i generi nella società di oggi, o che rinvigoriscono le critiche di cui la psicologia dinamica è stata a lungo oggetto. La famiglia sta cambiando – si dice anche giustamente, e se non sta cambiando noi vogliamo che cambi. E anche questo penso sia giusto.

Però devo dire che se c’è un momento in cui la differenza tra i corpi diventa molto importante è nella fase della gestazione e nella fase immediatamente successiva alla gestazione. Perché se per un verso è vero che si va verso una modifica piuttosto importante dell’istituto familiare e del concetto di genitorialità – per cui dobbiamo includere nello sguardo coppie di madri, coppie di padri, genitori single – per un altro abbiamo questa maggioranza statistica per cui per il momento, a tirare su figli sono in grande maggioranza coppie eterosessuali, e in queste coppie, dal momento del concepimento ai primi due anni di vita del bambino si creerà una asimmetria di coinvolgimento nella gestione del bambino, anche se questa asimmetria potrebbe essere più ridotta in famiglie in cui il padre è maggiormente collaborativo. In ogni caso, in linea di massima: i figli stanno nella pancia della madre, escono dalla pancia della madre, e poi si ricorderanno dell’odore e del sapore della pancia della madre, e prenderanno il latte della madre, e saranno legati alla voce della madre, la prima che e l’unica che a lungo hanno sentito in modo distinto, prima ancora di nascere. La riduzione dell’asimmetria nel coinvolgimento della crescita è anche dovuta perciò al minore numero dei figli, perché il maggior numero di figli facilmente collega il femminile al ruolo dell’accudimento in mondo molto più continuo, e pervasivo. Prima smetteva con uno e dopo poco riprendeva con un altro (anche se bisogna dire, molto più aiutata dalla rete delle pari, di quanto succeda oggi, con i pochi istituti succedanei accessibili).

Dopo i due anni, quando il bambino cioè cammina ed è un po’ autonomo, penso che la forbice anche in famiglie piuttosto conservatrici, comincia a ridursi e per me, in termini però politici non come obbligo psicologico, dovrebbe tendersi ad annullare, con una intercambiabilità delle parti nella gestione dei piccoli (non necessaria dicevo per la salute del minore – vorrei che questo fosse chiaro). Però prima di quei due anni, a me sembra che la madre sia una figura di grandissima importanza per la crescita del bambino: vitale per quel che riguarda i primi due anni, e sempre di grandissima importanza per quel che riguarda gli anni successivi. Questa sua importanza, la madre la intuisce, e questa consapevolezza a volte emotiva prima ancora che razionale, rende la sua posizione ancora più delicata: essa è cioè responsabile di qualcosa che non è solo momentaneo, ma anche duraturo. Inoltre, questa responsabilità può a volte andare contro la propria storia – per esempio di figlia di madre non sufficientemente buona – e anche contro certi suoi stati d’animo transitori che le potrebbero far avvertire le esigenze del figlio in conflitto di interessi con le proprie. Quello che però mi trovo a constatare oggi, con una certa rabbia, è che davvero la madre è molto giudicata, molto consigliata, eventualmente idealizzata o svalutata, ma per niente sostenuta. E se disgraziatamente una donna ha una storia di figlia non proprio felice, sarà davvero difficile per lei non ripetere le colpe che ha subito e anzi,  tutto  intorno a lei lavora perché faccia errori peggiori, magari malgrado le migliori intenzioni. Allora in questo post – che è una costola del precedente, io vorrei ragionare sulla salute psicologica della neomadre, e su alcuni importanti fattori incisivi del contesto – soprattutto per le madri che avessero qualche nodo psicologico al pettine.

La retorica sul materno infatti non aiuta: non aiuta quella che celebra le gioie dell’avere i figli e la rosea esperienza della genitorialità, ma non aiuta nemmeno – anzi sicuramente è più pestilenziale – quella che demonizza l’avere i figli come morte della soggettività. Credo che il problema di fondo sia nel trattare la maternità mediaticamente non come una funzione primaria dell’identità ma come una trasformazione dell’identità, come se una prima era una cosa qualsiasi poi diventa improvvisamente la madre e non è più quello che era prima, e questa nuova cosa è avvertita di volta in volta secondo le nevrosi delle parti, o salvezza o sciagura, o catarsi, o condanna, con tutta una serie di sinistra conseguenze per i figli a cui si richiede precocemente di essere l’angelo o il diavolo. In ogni caso, la donna che non fosse molto sicura di se, dei propri vissuti emotivi, delle proprie risorse, della propria identità potrebbe essere soverchiata da questi armate retoriche sulla genitorialità. Quello che si è lo si è anche con un figlio, due figli, tre figli, quattro figli. E’ molto fascinoso osservare questa resistenza dell’identità nelle neo madri per esempio vedere come trattano un figlio che piange – rintracciare in una lo stesso militaresco cipiglio con cui sul lavoro sedava le diatribe sindacali, o l’altra intrattenere una prole perplessa ma divertita con sessioni di cabaret analoghe a quelle con cui intratteneva i suoi congiunti da bambina. Far baluginare come cioè la maternità può essere una moltiplicazione dell’identità anziché una sua negazione può essere rilassante per la madre che dovesse avere paura di perdere delle parti importanti di se. Far notare come, la prole diventa un organizzatore del tempo, che farà cadere ciò che conta di meno, secondo forze psichiche non sempre combacianti con la coscienza. (Non potrai più fare aperitivi! E’ per esempio una sciocchezza da marketing pubblicitario, ma un’altra grande sciocchezza è la priorità dell’aperitivo nella costruzione identitaria, come invece tendono a farci credere).

Quando comunque le retoriche sulla distruzione identitaria a causa della maternità hanno successo (il che accade moderatamente spesso) c’è un problema che trova nella neogenitorialità una buona base per esprimersi, una congrua occasione. Una giovane donna che si sente svalutata nelle sue potenzialità figlia di una madre che svaluta aspetti di se, tramite la svalutazione della prole, vivrà uno stato di scacco con la nascita dei figli, e le parti di se già vissute come poco degne, potrebbero essere percepite come davvero minacciate. Se è poco sicura di se, potrebbe vivere le richieste dell’accudimento come un’occasione spaventosa, che la agita e rispetto alle quali sentirsi molto inadeguata, il che a sua volta potrebbe indurla a dare quelle risposte non pienamente efficaci alle domande poste dal bambino, per esempio cadendo in atteggiamenti troppo burberi e aggressivi, oppure al contrario in una specie di sudditanza nei confronti del bambino, da cui finirà col farsi tiranneggiare. In questo senso, non c’è niente di più pestilenziale della retorica secondo cui un bambino sa sempre quello che è meglio per se, con questa teoria per cui se non fa certe cose è perché non vuole farle, e per cui alla fine si va ad azzerare la competenza genitoriale nello svolgere la sua funzione trasformativa, il suo ruolo di contenitore che aiuta a decodificare degli stati interni. Retorica particolarmente perniciosa se applicata a bambini che hanno delle difficoltà – per esempio quelli che fanno fatica a regolare il ciclo sonno veglia – o hanno problemi di intolleranze alimentari, e particolarmente perniciosa per le madri fortemente insicure.

In ogni caso, una cosa che può essere utile sapere, è che quando in famiglia arriva una madre e quella madre va resa, all’inizio prima di tutto titolare del suo ruolo, e in secondo luogo rassicurata sul suo ruolo. Faccio questa notazione perché quando un sistema familiare è disfunzionale – o blandamente disfunzionale – non è raro il caso in cui l’anello debole vada a diventare la giovane madre, che viene cannibalizzata dalle solerti forze circostanti, che la aiuteranno con zelo, che le daranno molti consigli, che tenderanno a sostituirsi a lei nella gestione dei minori. L’attrazione magnetica che esercita un nuovo arrivato ci metterà il suo, e la madre potrebbe essere completamente bypassata. Personalmente io trovo invece molto salubri, molto sani, necessari e da incoraggiare, certi comportamenti ineducati da femmina animale, da capobranco, in cui una giovane madre impone le sue regole nella gestione del figlio, si comporta in modo inurbano se qualcuno prende il bambino senza il suo consenso. Quel comportamento poco civile e bizzarro serve a ricollocarla al posto giusto, a svincolarsi dal ruolo di figlia e a diventare madre a sua volta. E’ un passaggio esistenziale che agevola poi la vita dopo, anche se talora genera fastidi. Se la giovane madre si lamentasse di alcune difficoltà con il piccolo, con persone che le sono vicine, laddove se ne ha la possibilità – premiare soprattutto dove si vede che sta indovinando una strategia, prima di cazziare le strategie che si ritengono sbagliate. Fermo restando che i primi mesi di vita, anche il rpimo anno, è un periodo di fisiologico apprendistato, e a volte si scarica addosso alla madre, una – tipica di questo momento storico – angosciata insofferenza davanti alla mancata risoluzione immediata. Se un bambino piange, e non riesce ad addormentarsi in poco tempo, fidatevi, può essere normale.

Avrei ancora altre due notazioni, collegate l’una all’altra. La prima è che se c’è un grande rivale della psicoterapia, oppure un potentissimo agente coadiuvante i percorsi di cura, quello è la neogenitorialità. Si arriva a diventare madri e padri, con un’esperienza di figli, che è una scrittura privata, di cui certi capitoli sono conservati in buona parte in una memoria dichiarativa, in qualcosa di raccontabile, ma in parte sono immagini esperienze corporee che ora un neonato riporterà a galla. Un figlio è la grande occasione di riscrittura di quello che si è. Fino a quel figlio il capitolo accudimento era solo quello che si aveva ricevuto, ora può essere quello che si scrive, e quindi si può cambiarlo. Si possono recuperare memorie di una madre migliore di quella che si ricorda, ma si può arrivare a essere madri migliori di quelle che si ha avuto, e anche capire le difficoltà della madre che ci ha allevati. Di fatto però cimentarsi con la storia di qualcun altro, fa riscrivere la propria storia, può creare una rivoluzione copernicana nei modi di pensarsi, e di stare al mondo. E’ una cosa naturalmente che non succede in un giorno, e va per prove ed errori, ma un figlio è anche una di quelle occasioni della vita particolari – il nuovo lavoro, un pericolo imminente – in cui si svelano le risorse di quell’agente nascosto che la nostra biologia del carattere, le risorse della nostra personalità, certi pregi che vengono da un altrove che non è una lineare trasmissione.

Questa riscrittura psichica devo ammettere, anche alla luce della mia esperienza personale e di vita, riesce meglio su più occasioni, ossia su più figli. La genitorialità su più figli perfeziona la propria competenza emotiva, riscrive i passaggi, aggiusta il tiro, fa prendere contatto con le diversità endogene dei bambini, e fa ripensare perciò in modo completamente diverso il discorso di cui si è stati oggetto, la narrativa che ci ha scritto: ci fa raccontare in modo molto più preciso e accurato quando ci si rappresenta come genitori. Non limitarsi al primo figlio ha quindi anche questo vantaggio psicologico per la madre e generalmente per i genitori. Ce ne sono di molti altri e più dirimenti per i figli, ma ne parleremo in un altro post.

Primi anni

Una delle prove della penetrazione della cultura psicologica nei contesti del dibattito pubblico e della quotidianità delle persone, è la consapevolezza oramai davvero diffusa, dell’importanza delle cure genitoriali nei primi anni di vita del bambino. Se ne parla nei reparti ospedalieri di neonatologia, se ne legge sui giornali femminili o di salute, popolano le librerie, fino a entrare addirittura nella mitologia collettiva e approdare alle zone dell’umorismo: lo psicoanalista Nanni Moretti, di Habemus Papam parlando del modo di lavorare di sua moglie – anche lei psiconalista – si troverà a dire con aria affettuosa e grave all’idea che il papa vada in cura da lei: gli avrà parlato della deprivazione materna. Per lei tutto viene dalla deprivazione materna.  E’ brava, ma ha questa fissa della deprivazione materna.
Ossia: abbiamo imparato che i bambini sono vulnerabili, che nella prima infanzia imparano cose che rimarranno per il resto della vita, che è bene che ci siano dei genitori o qualcuno di gentile vicino. In aggiunta ci appoggiamo a dei saperi tramandati e piuttosto confusi per cui: se piange un po’ va bene però bisogna che smetta, la creatura ha bisogno di dormire, mangia ammamma su.

Poi però cosa debba succedere nel dettaglio è mistero: questo anche perché i lattanti non parlano, quando cominciano a parlare non sono esattamente esaustivi, quando saranno adulti non potranno ricordare molto della propria esperienza infantile. Infatti, la nostra memoria dichiarativa è biologicamente e logicamente correlata all’emergere del linguaggio: è ben difficile per noi ricordarci qualcosa che non ci siamo mai potuti raccontare in qualche modo. Per cui quello che la psicologia dinamica ipotizza è che ci siano degli effetti dell’esperienza infantile nel comportamento degli adulti, effetti dovuti a fatto molto importanti, ma che non possono essere ricordati come tutte le cose importanti.

In psicologia, per diradare queste nebbie, e fare ricerca sullo sviluppo dei bambini, oggi si parla spesso, in termini di premessa metodologica ineludibile, di matrice biopsicosociale. Con questo termine si allude ai tre fattori che maggiormente influenzano lo sviluppo della personalità ed eventuali aspetti problematici.   E’ un concetto molto efficace che allude a: l’aspetto genetico e biologico (siamo il nostro corpo, e il nostro DNA) l’aspetto psichico e delle prime cure parentali (siamo la nostra esperienza emotiva e intellettuale con le persone con cui interagiamo) e l’aspetto sociale (siamo anche l’ambiente in cui siamo cresciuti). Queste tre cose, comporranno il mazzo di carte che abbiamo in dotazione e con cui nella vita giocheremo la nostra partita. Ci saranno sempre occasioni per cambiare alcune di queste carte, o per imparare a usarle meglio – con il passare del tempo però tenderanno a diminuire. Il concetto è semplice ed è un buon trampolino di lancio per capire come i tre fattori che compongono la matrice riescono a influenzarsi l’uno con l’altro. Per fare qualche esempio: una diagnosi precoce di una patologia congenita è un fatto biologico, ma può diventare un oggetto culturale, una cosa che il bambino pensa e interpreta, la malattia come qualcosa da imputare alla madre, o a se stesso come imperfetto – col tempo noi trattiamo certe nostre risposte emotive costanti come un oggetto culturale, fanno parte di una sorta di nostro micro ambiente( per esempio il sapere che certe circostanze procurano ansia, tachicardia etc.). Altrettanto frequente è l’esempio inverso (la stessa psicoterapia è un esempio inverso) : esperienze reiterate che procurano un apprendimento corrispondono a cambiamenti materiali del nostro cervello, delle sue mappature sinaptiche. Quindi se succede che il corpo diventi ambiente per noi, quando cambia il nostro cervello per via della plasticità neurale, possiamo affermare il contrario. L’ambiente sociale infine, nel bene e nel male agisce come un sottofondo più importante di quanto si creda: in un contesto abusante, l’incidenza dell’abuso nella pervasività degli effetti, diciamo nel modo poi di costruirsi del pensare e dello stare al mondo – potrebbe essere di tenore diverso, se nella famiglia abusante c’è una rete di contatti a cui riferirsi o se non c’è, o più banalmente: se c’è un nido a costi accessibili o non c’è. Un nido a costi accessibili, o gratuito potrebbero essere otto ore al giorno di relazione con una persona diversa, che apre l’esempio a una relazione primaria più protetta, che diventa un modello interno e che rimane. La materna con il tempo pieno, la scuola elementare sono, a seguire, per i bambini di famiglie abusanti una zattera di salvataggio – che tocca secondo me la neurofisiologia del cervello.
Quindi, quando pensiamo ai primi anni di vita, dobbiamo tenere a mente questa questione della matrice, e dei tre vettori che si intrecciano e possono determinarsi – in un momento della vita in cui la loro capacità di essere operativi sarà veramente notevole, anche considerando quanto il cucciolo di umano, sia rispetto ai cuccioli delle altre specie animali, molto più subalterno, niente unghie, niente artigli, niente corazze, niente veleni, niente pelliccia, i primi mesi anche pochissima vista. Il nostro lattante è in balia del potere degli adulti.

Con a mente queste cose, possiamo guardare in un altro modo le prime esperienze dei bambini, non più come meri bisogni – mangiare, dormire, attirare l’attenzione, interagire, ma come occasioni in cui essi costruiscono il loro modo di stare al mondo con gli effetti della matrice biospicosociale. In questa prospettiva i bambini nella prima stagione della loro vita, sono come dei pionieri che lavorano su due fronti: la gestione del mondo interno – emozioni, stati d’animo, reazioni, e quella del mondo esterno, che all’inizio darà importanti indicazioni su cosa farsene di questo complicato mondo interno. Un bambino percepisce la fame, ma capire che sta male per la fame è un altro paio di maniche, percepisce il sonno ma che deve addormentarsi non è per lui una cosa ovvia, percepisce un confuso bisogno dell’Altro –che per i il momento è ancora nella maggior parte dei casi il corpo della madre, il suo primo ambiente e referente. Ne consegue che possiamo individuare due grandi aree di criticità: la prima, è quella che riguarda il problema del bambino quando questi bisogni primari rimanessero troppo a lungo insoddisfatti, e fosse lasciato insomma troppo a lungo abbandonato a se stesso, la seconda è se le strategie degli adulti che si occupano di lui non siano come dire, sufficientemente buone, funzionali allo scopo.

Per quanto riguarda la prima area, professionalmente spesso mi capita di pensare alla moglie di Nanni Moretti, che mi dico non aveva tutti i torti! – e di rammaricarmi di quanto le neomadri siano poco sostenute socialmente in un momento in cui la loro salute psicologica è importante per loro stesse ma dirimente davvero per quella dei loro figli. Una madre inaccessibile emotivamente per un lattante o un bambino che sta cominciando a camminare, è una disgrazia che ha pochi uguali, e che lascia tracce poi cronicizzate, che diventerà difficile, in casi molto gravi impossibile, riaggiustare. Il problema che si pone, di fronte alla madre inaccessibile – cioè una madre che non reagisce se il proprio figlio piange a lungo, la cerca e in casi estremi omette di nutrirlo alle bisogna o di cambiarlo per esempio, non è tanto o solo il bisogno inevaso, quello ci ha fame e deve mangiare, ma il fatto che nella testa di un lattante sprovvisto di parole quel confuso bisogno assume una forma emotiva spaventosa, abnorme, terribilmente angosciante, soverchiante –il cui perdurare fa collassare in una sorta di black out. Non ha parole, non ha strumenti, non può trasformare, ne è dominato. I casi gravissimi ed estremi di queste situazioni, in assenza magari di altre figure che ogni tanto intervengano, possono girare in quello che già Spritz chiamava cretinismo -bambini che non crescono anche fisicamente oltre che avere uno sviluppo cognitivo compromesso. Invece in casi importanti ma comunque gravi, avremo adulti il cui stare in relazione con gli altri, sarà incisivamente deformato da questa esperienza. Philip Jammet per citare qualcuno, l’aveva in un suo saggio messa in relazione con l’emergere delle tossicodipendenze gravi in adolescenza. Questo perché – sosteneva – il bisogno relazionale a cui sono stati esposti da piccoli li espone a un terrore rispetto alla relazione con l’altro per cui un oggetto cuscinetto, come una sostanza psicotropa, che si interponga tra loro il mondo risulta tranquillizzanti.
Bambini molto esposti a un bisogno relazionale insoddisfatto e indigerito, dunque vivono una sorta di black out che rimarrà un interruttore e una minaccia per tutto il tempo a seguire. Il destino di una matrice così cattiva poi potrà variare con le risorse ambientali (una nonna, una scuola, un padre, e con le risorse interne che lui ha, la parte bio della sua struttura psichica) ma il range sarà tra un paziente psichiatrico grave, e un cocciuto e dotatissimo nevrotico, molto in difficoltà che da adulto sarà capace di fare richiesta di una psicoterapia.

La seconda classe di questioni deriva invece dalla qualità della risposta. Ora non è che la psicologia preveda poi un modello di interazione rigido e prefabbricato, perché le personalità sono tante i modi di stare al mondo sono tanti, e anzi credo che ci siano poche cose intellettualmente fascinose come il vedere le fantasiose strategie che gli esseri umani grandi mettono in atto per giocarsi la partita relazionale con i loro figli- che cosa sono capaci di inventarsi – però una cosa è certa, l’adulto con un bambino piccolo – dagli zero ai due anni, ha una missione specifica, che è quella di far vedere come si trasformano i bisogni e gli stati interni, quella di dare forme compiute alle masse emotive incompiute di chi sta vivendo esperienze senza parole, non da nomi alle cose, non sa che gli capita, è attraversato da stati d’animo potentissimi e incontrollabili di cui non ha la più vaga cognizione. Qui possono crearsi una serie di aree problematiche, molte delle quali hanno a che fare con lo stesso mondo emotivo degli adulti per i quali, specie se sono stati a loro volta oggetto di cure deficitarie l’emotività dei figli, le loro richieste possono essere una sorta di sfida ansiogena, una cosa che mette dentro stati d’animo complicati da gestire, per cui per esempio se un bambino piange tanto – l’evocazione emotiva (senza l’aiuto della memoria dichiarativa) del proprio stare da bambino inascoltato, può generare rabbia, insofferenza, oppure angoscia e preoccupazione e far rispondere il genitore in maniera eccessivamente ansiosa, o addirittura rabbiosa. Il bambino che piange, potrebbe ricordargli in una maniera analogica e prelogica il proprio, certi suoi assetti interni, e potrebbe fare una gran fatica. Può allora succede che un bambino pianga, perché non riesce poniamo a dormire, o pianga e non dorma perché per esempio ha un malessere fisico, una intolleranza alimentare – e il genitore reagisca con molta ansia, dimostrando che per lui questa cosa del pianto è moltivo di allarme, o di ira un problema insomma, e questa cosa proporrà una prima equazione mentale nel momento in cui si costruiscono le equazioni, che quando si ha quella cosa li che fa piangere bisogna averne paura, bisogna essere agitati – la mamma vedi è agitata.

Dunque buona parte degli schemi relazionali difettosi sono l’esito di male gestioni emotive dei genitori rispetto al loro mondo interno quando hanno a che fare con i più piccoli. Al polo opposto dell’abuso da neglect massivo possiamo considerare l’effetto di comportamenti abusanti che, anche se connotati da una cattiveria che ci rende difficile il parlarne, e che sono di fatto relativamente rari specie nei nostri contesti per questioni anche credo di ordine antropologico. Questi comportamenti in generale antispecifici passano per agiti aggressivi sui neonati che, come si può immaginare avranno conseguenze molto importanti.

Ma c’è un altro ordine di area di vulnerabilità che io trovo tipica del nostro momento storico nel nostro contesto. Ogni epoca storica e ogni gruppo sociale ha infatti nella pedagogia dei cuccioli un momento importante della propria trasmissione di valori e quindi una soglia di rischio patogeno correlato a specifici comportamenti inerenti a quella sfera emotiva e valoriale. Al momento, dalle nostre parti, si fanno troppi pochi figli, il paese invecchia, e inoltre la cultura psicologica e non solo si va a frammischiare a una prospettiva prestazionale della genitorialità che rende i bambini oggetto di attenzioni paradossali che diventano quasi asfittiche. I due prodotti combinati, forse anche uniti a variabili della personalità dei genitori a nevrosi anche di basso lignaggio, producono questo nuovo fenomeno dei bambini scoraggiati a diventare grandi, bambini ai quali, in quanto pochi, viene chiesto di rimanere bambini al più a lungo possibile: il loro stato di piccoli infatti è un ritorno narcisistico importante, fa sentire ancora giovani, fa sentire al centro della vita, anestetizza il desiderio di fare un altro bambino. A questo dato interno io correlo: allattamenti eccessivamente prolunguati, modalità di accudimento per cui per esempio non si fa dormire mai un bambino nella sua camera, ma anche bambini che sono portati nel passeggino ben oltre l’età appropriata (bambini grandi per i passeggini che li ospitano. Un bambino per esempio: dovrebbe andare alla scuola materna a piedi) bambini che portano il ciuccio fino a molto grandi. Questi comportamenti che scoraggiano l’autonomizzazione continuano poi mi pare di notare a catena fino all’età adulta: bambini la cui amministrazione dei compiti è completamente delegata agli adulti, bambini che sono accompagnati in luoghi dove magari semplicemente non dovrebbero andare o andare da un po’ più grandi da soli, e via fino a comportamenti iperprotettivi e quindi molto svalutanti implicitamente, in adolescenza, (che di solito si accompagneranno a grandi richieste di ordine prestazionale nello sport o nell’andamento scolastico). Quando già nella prima infanzia si imbocca questa china si corre un rischio di debolezza e problematicità nell’età più adulta importante: i bambini cominciano subito a essere premiati in quanto carini e piccini, desiderabili e graziosi, ma scoraggiati e svalutati nella loro capacità di affrontare delle sfide. Il passeggino prolungato per esempio è una questione davvero da non sottovalutare, per fare un esempio, perché come messaggio implicito sta a indicare una mancanza di fiducia e di pazienza rispetto ai tempi fisiologici e necessari per imparare a camminare, per reggere un passo da grandi. Ci piaci come piccino, e carino, non ci piace che cammini da solo perché cadi, perché tu sei uno che cade, perché sei lento. Ditemi se non è un buon punto di partenza per una organizzazione narcisistica di personalità.