Su: “La città dei vivi”

Nei giorni scorsi, alcuni amici che stimo mi hanno esortata a leggere La Città dei vivi, il libro che Nicola Lagioia ha scritto sul caso Varani. Ne erano rimasti favorevolmente impressionati, e pensavano giustamente che mi potesse interessare, per via del tema trattato.  Anche su internet, alcuni contatti ne avevano parlato bene, come un libro coraggioso, che ti porta dove non avresti piacere di andare, e ad avere un’idea dell’umano meno semplice di quanto vorresti. 
Ora il libro l’ho letto, e posso dire di essere arrivata alla fine per diversi pregi oggettivi: la città dei vivi è un libro scrupoloso, attento, frutto di un lavoro molto accurato, e scritto da qualcuno che – non so dire meglio – mi sembra, nel senso migliore del termine una brava persona, una persona capace di dolcezza, con quel tipo di attenzione verso le persone che spesso mi piace ritrovare negli scrittori – mentre vorrei che fosse inderogabile nei miei colleghi. 
Però devo anche dire, si sono arrivata in fondo, si mi ha presa, ma il libro non mi è piaciuto. In qualche misura mi ha fatta arrabbiare- suscitandomi riflessioni in diverse direzioni, che vorrei riportare qui, in modo schematico.

Un libro del genere, entra nel grande filone dei libri che si interrogano sull’espressione del male. Si prende una vicenda di cronaca, la si potrebbe anche inventare, e la si iscrive in una rete di racconti e suggestioni che cerchino di dare una interpretazione del reale, una lettura degli eventi, ne restituisca la complessità. Il male è sempre molto erotico, attraente, e questa rappresentazione del male, particolarmente adatta ai grandi numeri della distribuzione editoriale: Lagioia non ha dovuto fare particolari sforzi creativi, il feuilletton gli era stato servito sul piatto d’argento dei media, e ora aveva a disposizione tutto: giovinotti equivoci, marchettari di periferia, casa dell’orrore, commissario della polizia integerrimo, fidanzata addolorata, sesso e cocaina. Mica è come riscrivere il male, tramite la corruzione presso gli uffici pubblici dell’ama. Mi rendevo conto che lo leggevo con lo stesso meccanismo per cui mi sono cibata dieci anni di Beautiful – non è stata la qualità della rappresentazione, ma la tossicomania del plot a trattenermi sulle pagine. La cronaca fa spesso questo effetto. 
Però in questo caso, mi dicevo, diversamente da Beautiful qui ho un romanziere, un intellettuale e una persona gentile. A questo sordido plot sarà in grado di affiancare una visione del mondo. Una costruzione mentale. Pensavo per esempio a uno dei miei scrittori preferiti, Walter Siti, e a cosa aveva fatto nei suoi libri i quali – per buona parte, cronaca o meno, si pongono gli stessi scopi. 

Ecco sono rimasta delusa, perché andando avanti che andando avanti, mi vedevo sciorinate le frattaglie tragiche dei percorsi esistenziali – senza che questa secondaria esposizione mediatica e lucrosa portasse a un minimo valore aggiunto. Esattamente perché stavo leggendo la lettera d’amore di Luca Varani a Marta Gaia? Perché era stata pubblicata in un romanzo di modo che Marta Gaia, sopravvissuta al tragico dovesse sapere che era pubblicata? Per quale motivo dovevo sapere che alla madre di Foffo non si disse immediatamente che il figlio aveva un morto in casa? Perché dovevo leggere, di nuovo, di come esattamente si offrì sessualmente Luca Varani a Foffo e Prato, perché dovevo sapere che anche i genitori di Luca Varani avrebbero riletto quelle pagine? 
Per una degna ricostruzione, per un degno pensiero che  però non sono mai arrivati.

Certo c’è quel – francamente imbarazzante – tentativo di cadere nella solita questione della cattiveria come potenziale inespresso di tutti gli umani – quando Lagioia allude a un suo periodo difficile durante l’adolescenza, quando lanciava bottiglie di vetro da una casa del settimo piano, o quando ammaccava ubriaco le macchine, ma quel tentativo a me è risultato inopportuno, con un rapporto di grandezze che mi lasciava interdetta, e che mi chiedeva qualcosa che non potevo sottoscrivere. L’accostamento di Lagioia adolescente che non accetta la separazione dei genitori, e fa sciocchezze con due che si ammazzano di cocaina valutando ipotesi di prostituzione stupro e sodomizzazione, mi ha fatto fare delle congetture che spaziavano tra il trucchetto editoriale per dare un po’ di ciccia al libro e renderlo diverso da un collage dei giornali, e a essere un po’ più gentili la tendenza a cui non scappa neanche Lagioia, che dovrebbe essere un uomo avvertito, a proiettare su questioni psichiatricamente complesse e di ben altro voltaggio vicissitudini personali. Quel passaggio, ha incrementato le mie perplessità.

In fondo quello che ho profondamente sofferto di questo libro, è avere una gran messe di dati privati gratuiti, su persone che sono ancora in circolazione e ne sono ancora una volta più espropriati, senza che ci fosse almeno uno straccio di lavoro e di tesi. Niente approfondimenti sociologici, niente letture di classe, nessuna lettura psicologica o psicodinamica. Giusto qua e la una rappresentazione del male, pescata dai protagonisti di Ernesto De Martino, ma senza la profondità e gli studi di Ernesto De Martino.  Il male si affaccia così improvviso e imponderabile, e ci possiamo cascare tutti. Ci voleva Lagioia, per questo trito, e profondamente antipolitico luogo comune che impesta l’industria culturale da Carolina Invernizio in poi? Come mai Varani si prostituiva? Come mai uno comincia a pensare di drogare uno e poi farne sevizie? Davvero per gli stessi motivi per cui si va a sbattere con la macchina quando ci si ricorda di dover andare a prendere la fidanzata? Non mi sembra sottoscrivibile.

Io credo che questo libro, poteva avere senso che ne so, sessant’anni fa? Quando non c’erano state tante serie televisive di grande spessore, quando non c’erano stati ancora tanti scrittori che si fossero sforzati di fornire un intreccio – magari anche studiando discipline estranee ai loro curricula, quando non erano nati gli Houellebecq, i Carrère i Walter Siti, quando anche i reportage erano di meno. Ora questo libro risulta titillante, ma poi ti accorgi che è al di sotto della domanda di complessità a cui ci siamo abituati, occulta degli scarti, che molte persone mediamente colte, mediamente intelligenti, vedono e d cui chiedono conto. Rendere ragione di quegli scarti proponendo delle tesi, è un’operazione politica, perché quelle tesi, suggeriscono degli atti politici. Anche Jonathan Bazzi, con il suo Febbre, per quanto acerbo, con la sua ricostruzione di uno smarcamento dal male, dovuto all’imprinting periferico, benché  il romanzo sia imperfetto, fa un atto politico con più spessore di questa comoda carrellata di tragico ripresa da una poltrona di sana nevrosi borghese. 

Una postilla conclusiva per quel che pertiene il mio vertice di osservazione.

Esiste una zona del tragico, che forse la lingua italiana restituiva con l’aggettivo tristo. Il tristo della nostra prosa polverosa era una persona cattiva, efferata, ma la radice della parola rinviava appunto alla tristezza, al dolore. Era una parola bellissima dunque perché incrociava il dolore con la necessità dell’ostilità psichica, dell’aggressione.

Esiste una specifica patologia della cattiveria, che si intreccia con il dolore, e che affonda nell’infanzia. Questa patologia della cattiveria, io credo che agisca con una percezione di costante mancanza e desiderio di revanche, che affonda in anni lontani e segreti, ben oltre i padri svalutanti a cui in questo libro si dedica molto spazio. Questa percezione funziona come punto di trazione, ed è un punto di trazione, come una specie di calamita che riporta indietro, che ti fa rincorrere uno stato emotivo regressivo. Ma è anche un funzionamento mentale, una decodifica dell’esperienza che introduce una frattura qualitativa tra la mente di Lagioia e quella di Prato, non meramente quantitativa. 
 Una serie di scabrosi eventi di cronaca, vedono i protagonisti accomunati da questo punto di trazione, e le droghe che assumono il facilitatore che permette di tornare in quello stato di angoscia infantile e desiderio di vendetta che non si deve essere mai estinto e che nella vita apollinea e diuturna della sobrietà è molto faticoso tollerare. Qualcosa accomuna Foffo e Prato con gli stupratori in branco, per esempio, ma anche con altri personaggi che arrivano alle nostre consultazioni, che non uccidono nessuno ma cercano di fare del male in vario modo, sotto l’effetto di sostanze, senza superare la linea della morte, ma corteggiandola insistentemente. Così come corteggiano insistentemente la propria autodistruzione e la propria umiliazione.  Di contro esiste anche una disciplina, la vittimologia, sotto branca della criminologia, che dice cose interessanti sul perché certi profili di personalità si ritrovano implicati con maggiore ricorrenza in aggressioni. E uno sguardo psicoanalitico e psicodinamico avrebbe saputo dire diverse cose sulla struggente figura di un ragazzino esile, giovane, abbandonato dal contesto politico e sociale alla sua organizzazione dissociativa della personalità – che per buona parte del tempo era figlio, lavoratore, e ottimo fidanzato, poi entrava in una zona buia di se, e per un po’ di soldi si prostituiva, con persone sconosciute e con soggetti da cui altri, con un funzionamento psichico meno autodistruttivo si sarebbero rapidamente difesi ( e qui un passaggio interessante del libro, è il comportamento di Alex Tiburtina esempio di un funzionamento nevrotico in questo panorama francamente borderlinee).  

Io non penso che per occuparsi di queste cose, si debba per forza ricostruire nel dettaglio fatti veramente avvenuti, con nomi e vicende citate di nuovo. Ho trovato in questo accanimento sul reale, un’operazione di classe, o forse dovrei dire meglio un’operazione foucaultiana, dove il mondo apollineo diuturno, fa stracci ancora una volta dell’irredimibile, dell’altro irriducibile, approfittando di una posizione di potere.  Se si fa, desidero una messa in gioco di se, uno sporcarsi le mani intimo, approfondito, paritario, che in questo caso non ho avvertito. In linea di massima alla letteratura chiedo produzione di metafore, e penso che sia intelligente produrre romanzi che parlino di questo cono intermedio che riporta bambini abbandonati dallo sguardo dei genitori, bambini resi pazzi da bisogni inesauditi, bambini esposti ad abusi e violenze, a diventare adulti non adulti, che tornano indietro tramite sostanze  – ma a volte senza neanche quel tramite – ad agire con le cose, e i corpi e le relazioni di adulti le disperate fantasie da cui sono venuti al mondo. Per queste fantasie i clinici hanno ancora poche soluzioni-  come potrebbe scoprire La Gioia a leggere la letteratura su disturbi antisociali, – però ci potrebbe essere uno sguardo politico, uno sguardo sullo stato sull’economia e le istituzioni, su quanto il collettivo intervenga per proteggere i piccoli della specie.  

(Un ulteriore pensiero arrabbiato mi è arrivato quando Lagioia racconta di se fuori del negozio di animali, che parla con una bambina. E’ un passaggio bellissimo, così come ce ne sono altri nel libro – quando parla per esempio di Donnarumma, mi viene in mente, o in altri momenti ancora. Perché una persona capace di questa gentilezza d’animo, di questa prosa, migliore delle sue prove precedenti, si è fermato? Perché è rimasto sulla soglia delle cose? Fin dall’inizio questo libro mi ha colpito e mi ha tenuta con se perché sentivo questo assetto emotivo. Sono questi gli assetti emotivi con cui bisogna parlare agli altri del male. Però davvero Lagioia, la prossima volta, non ti fermare.)

Note a margine (sesso, bambini, madri, maestri) .

L’anno scorso in classe di mio figlio, che faceva la quinta elementare, arrivò un aitante supplente. Accadde che una madre della classe, si mettesse a cercare informazioni su di lui, e trovasse il suo profilo instagram aperto e che conteneva alcune immagini porno soft, o zone limitrofe. Nella chat delle mamme, girarono le foto di questo maestro che si metteva le mani nelle mutande guardando concupiscente in camera, o che si specchiava al bagno, mostrando le marmoree terga. Fu molto buffo e la chat fu divisa tra scandalo e valutazione oggettiva del nostro. Io, naturalmente, mi divertii molto. 

Il partito dello scandalo però tumultuò moltissimo e molti insistettero perché il maestro fosse cacciato dalla scuola. Io provai a prenderne le difese, perché nella mia visione del mondo, l’importante è ravanarsi nelle mutande fuori dalla classe – non dentro la classe – ma fui poco incisiva, perché questo maestro passava tutte le ore di lavoro al telefono, non faceva fare niente ai bambini, ed era insomma indifendibile. Fu cacciato e fui piuttosto contrariata nel constatare questo fatto che se uno fa cazzate a iosa in classe è difficile prendere provvedimenti, ma se fa l’errore di farsi delle foto fuori scuola con vista pacco si corre subito ai ripari. Qualcuna mi disse: e se i bambini vanno su internet? E se vanno su instagram? 
e io mi trovai a ricordare che se un bambino di nove anni, va su internet, il problema è più della madre che del maestro zuzzurellone. Ma dicevo fui  -debole.

Cito questo aneddoto per riflettere al latere sull’episodio della maestra cacciata per il video messo in circolazione dall’ex fidanzato, e per il comportamento che appare decisamente poco professionale, e deontologicamente scorretto da parte della preside. Se per me era concepibile un maestro elementare protagonista di un romanzo di Walter Siti, che per regia fotografica posture etc, mi sembrava rincorrere l’obbiettivo curriculare del porno omosessuale più che del podio di Vigevano, figuriamoci se una povera maestra non può riprendersi mentre fa sesso more uxorio col proprio legittimo fidanzato facendosi un video casalingo. 

Ora, siccome sulla liceità di quell’azione, si sono espressi in tanti, così come si sono espressi in tanto contro la preside che non l’ha cacciata da scuola, io volevo riflettere su altro.

Porto i miei bambini in una scuola che  i cui genitori ricalcano fedelmente la mia bolla di facebook. Persone cioè con cui ho di norma una serie di affinità, tra cui ho anche drenato delle amicizie stabili – come mi è successo cioè tra i commentatori indignati della rete. Eppure quando ci fu la storia del maestro, alcune madri erano d’accordo con me e con il mio medesimo divertimento e leggerezza, altre erano d’accordo con me, ma con un senso di imbarazzo,e dicevano, hai ragione anche se non mi fa piacere che –  e un cospicuo drappello era, fortemente scandalizzato. Se fai il maestro dicevano, queste foto non le devi pubblicare. 
E se le vedono i bambini?

Mi sono tornate in mente queste cose, perchè in quest’epoca curiosa, i bambini stanno tra la scilla dell’ipertrofia del materno, e la cariddi dell’ipertrofia della comunicazione privata di tutti. Le madri, poco apprezzate come donne sul lavoro, si occupano ossessivamente dei bambini, pochi troppo pochi che fanno, e si infilano in un mondo che comunica ossessivamente tutto. La povera maestra, che oltretutto era giovanissima si è infatti ritrovata a perdere il lavoro, da un certo punto di vista, per una sorta di nuova regola comunicativa dei fatti privati, che ha preso, non tanto lei, incolpevole, quanto il partner, gli amici, e tutta una catena di comari 3.0. In questo contesto di parossismo del dire e valutare, del far sapere e comunicare, dove in tutti i piani si annacquano i confini, e dove il privato diviene sempre più senza alcuna cura e rispetto materia di dibattito pubblico, soggetto narrativo costante,  le madri si trovano a valutare quelle circostanze in cui l’infanzia si incontra col sesso, come scontro ancora semplice di sfere semantiche, bambini da una parte maestri che in certi momenti della vita svolgono attività sessuali dall’altra, e hanno una specie di cortocircuito emotivo, che io ho visto in quella occasione che ho raccontato. 

Per la mente adulta, spesso mettere insieme sesso e infanzia è un problema. E’ un problema non razionale, ma irrazionale, immediato e istintivo.  Io stessa, per mettere le due cose insieme – per esempio quando ho portato i miei bambini a vedere una mostra fotografica di La Chapelle – ho dovuto formulare un pensiero prima di varcare la soglia, mi sono trovata di fronte a un interrogativo. È corretto far vedere a dei bambini le foto di un uomo nudo in mezzo ai fiori, o di una donna?  Ho pensato che delle singole immagini non fossero particolarmente turbolente, e anzi mi davano l’occasione per introdurre in modo agile contenuti dirimenti per la loro vita futura, il corpo ragazzi miei esiste – è bello e potente. Anche la scena di un film dove due persone fanno sesso non mi pare particolarmente incisiva: tutti noi veniamo da quella cosa li bambini, e anche auspicabilmente, tutti noi sappiamo che quella cosa li è molto piacevole e divertente. Non sono grandi traumi. Ma per esempio una specie di voce istintuale, anteriore al mio sapere analitico, mi fa sospettare che la sovraesposizione dei bambini ai comportamenti sessuati e ai corpi nudi, non è una cosa che fa loro bene. Mentre un passaggio transitorio apre gli stessi spiragli evolutivi, di un sano e auspicabile buco della serratura, la sovraesposizione alla comunicazione sessuale, alla pornografia all’erotismo rientra per me nell’abuso del minore, perché un campo linguistico e mentale che si sta sviluppando viene invaso da qualcosa verso cui si tende e non si può capire, che crea un oggettivo disagio. E di questo disagio purtroppo molto sanno le poltrone degli analisti e degli psicoterapeuti.

Perciò credo che quando le madri cominciano ad allarmarsi perché il docente rivela fuori dalla classe di avere una qualche attività sessuale di qualche tipo, scatti in primo luogo un riflesso mentale per il fatto che la stessa persona che si occupa dei bambini porta la semantica del sesso, mette loro in difficoltà. Se lui non le separa – ci si chiede – ci posso riuscire io?
A quel punto tutta la retorica bigotta e sessuofobica del contesto culturale viene incontro alle madri, e i maestri vengono licenziati.

Ma il punto, care colleghe madri, non sono le scopate dei maestri, i loro video amatoriali, le loro ambiziose carriere  con i culi di fuori. Il punto è fare le madri nell’ipertrofia comunicativa del sesso e del privato, ci si trova di fronte a una nuova sfida rispetto alla quale i maestri licenziati sono un mediocre capro espiatorio. Quello che succede ora per esempio è che una si distrae e si ritrova la bambina di nove anni che guarda i video porno con le amichette, e quello che deve chiedersi, non è come faccio a far passare un guaio a quell’uomo col cazzo di fuori, ma come devo comportarmi con la mia bambina che guarda l’uomo col cazzo di fuori? Cosa devo dirle? Come devo valutare il suo comportamento? Come calibrare il mio?

Come cioè io genitore mi devo comportare con le informazioni sessuali che provengono dalla rete?
altro che la povera maestra.

La curiosità in fatto di sesso, dei piccoli è una curiosità sana e lecita. Il sesso è stato il nostro futuro di animali, e ora è il loro futuro di cuccioli. Già senza che se ne rendano conto intesse il loro comportamento, essi hanno già un corpo e quel corpo ha già delle funzioni sono tesi al sesso, ed è una cosa sana. Spesso fanno cose, per prenderci contatto che noi grandi non conosciamo. I divieti che noi grandi mettiamo sulle conoscenze di queste cose esoteriche e segrete sono un buon modo per permettere che le strutture psichiche dei piccoli facciano a tempo a crescere per bene insieme alla loro tensione, insieme  –  se ci pensiamo –  al loro corpo che cambia. Possiamo ogni tanto far cadere delle cose – che ci vedano mentre ci si bacia, che vedano dei corpi nudi in una foto, che sappiano un po’ dove si andrà – ma certo non dobbiamo dire loro che è normale che un certo linguaggio entri quotidianamente nella loro infanzia. Non permettere a un piccolo di sette anni di vedere un video porno non è prouderie, è funzione protettiva di specie, dei grandi con i piccoli.

Ora l’esercizio di questa funzione di specie, diventa complicato, per due ordini di buoni motivi. Il primo motivo riguarda la sovrabbondanza di immagini in rete di marca sessuale, ma anche un nuovo marketing del privato che fa perdere il senso del confine. In questo senso tra grande fratello,  libro di la gioia (su cui tornerò), e maschietti del calcetto che fanno vedere il video alle mogli,  non c’è molta differenza. Il secondo motivo però riguarda la crisi della pedagogia e della genitorialità per cui, siccome i genitori fanno fatica a controllare i figli, a porre dei divieti sul loro uso della rete, a esercitare la loro funzione genitoriale, usano come capro espiatorio il maestro di turno che inopinatamente si scoprisse avere una vita sessuale fuori dalla scuola. E’ più facile per certe madri far licenziare una donna incolpevole, che esercitare faticosamente la propria funzione materna che controlla quello che guardano i piccoli su telefonino, e computer.

Forse quella preside dovrebbe farsi delle domande.

Adolescenza e covid. Prima parte

Da diversi giorni ragiono su cosa scrivere a proposito di adolescenza in  questo periodo complicato. Circola molta preoccupazione, e soprattutto genitori e insegnanti si fanno molte domande. Come impatterà questo periodo di obbligatorie restrizioni sociali sui ragazzi, lascerà in loro delle conseguenze sulla lunga durata? Toglierà loro del benessere importante? Come impatterà questo strano oscillare di questo momento storico – tra incombenza di un pericolo non visibile, e misure restrittive da rispettare che chiudono i ragazzi nelle case? 

Voglio mettere qui, le mie prime riflessioni, sicuramente perfettibili. Prendetele con il beneficio di inventario – sono ipotesi di una mappatura concettuale.

Ci sono delle premesse mentali a cui io penso dobbiamo fare  riferimento per ragionare in lucidità.

La prima è che noi prima di essere adolescenti, bambini, adulti, siamo soggetti storicizzati nella mente e nel corpo. Negli anni dell’adolescenza la nostra verginità è andata già perduta da molto. Siamo degli individui con delle connotazioni molto più dirimenti della fase che stiamo attraversando. Questa cosa, senza scomodare le tracce psicodinamiche che incidono sulla formazione di un carattere è sotto gli occhi del senso comune: è estremamente fascinoso per esempio conoscere delle persone da piccole, i nostri nipoti, i figli dei nostri amici, o i nostri stessi amici, o i nostri stessi figli, e osservare come rivelino le certe loro specifiche risorse e modalità in occasioni diverse. Quella cosa interessante che è l’anatomia del carattere, e che a volte si rivela nei primi mesi di vita di una creatura. Quella continuità tra la fermezza con cui il bimbo di un anno e mezzo prende un oggetto, sorride agli estranei, e la fermezza e il sorriso con cui farà le cose che ne so a 8 anni, o a 15.  

Un’altra questione su cui occorre riflettere riguarda il concetto di: quando pensiamo all’incidenza di eventi a noi esterni più o meno pervasivi, in che termini dobbiamo pensarli? In questi giorni si parla con una certa ricattatoria disinvoltura dell’aggettivo traumatico.  Si ipotizza che l’attuale esperienza di deprivazione sociale per le misure restrittive dei minori possa essere traumatica.

Ma l’incidenza  di un esperienza di vita, è sempre traumatica?

Come premessa a queste riflessioni io propongo di tenere a mente una sorta di scala dell’incidenza, semplificata e colloquiale ma che ci aiuta in termini orientativi. Al grado zero di questa scala troviamo le esperienze di vita che non lasciano alcuna traccia, che ci passano sopra. A un livello successivo le esperienze che incidono moderatamente, e che provocano fenomeni reversibili. Quando questo secondo livello coinvolge esperienze negative che lasciano modifiche relativamente reversibili ma comunque negative, parleremo di disagio. Riserveremo la connotazione di esperienza traumatica a quelle situazioni che lasciano al corpo psichico una ferita che non si rimargina, un frattura che non si guarisce, e che rischia di lasciare il corpo psichico azzoppato, cronicizzato in un doloroso adattamento permanente all’esperienza traumatica.

A fianco di questa scala, non dimentichiamo di tenere a mente, la scala positiva di queste incidenze. Esperienze che fanno scoprire forme di benessere transitorie, fino a situazioni che regalano la prova di una agilità psichica, che danno altre risorse adattive, prove che se si riescono a superare ci regalano un punto di forza in più. Risorse.

Stiamo attenti insomma, osservazione preliminare, a non usare lo sguardo psicologico come un insieme di categorie del senso comune asservite per un verso all’appiattimento dei soggetti – gli adolescenti bambini – e per un altro drammatizzante e ricattatorio. Il lockdown è un’esperienza traumatica! Facciamo attenzione, perché quando un’esperienza è davvero traumatica, crea un disordine che non è solo nell’emozioni, ma nelle strutture della conoscenza, e dell’adattamento, e del pensiero. Un cambiamento che è permanente e che riesci –  a suon di cicli di terapie, e sforzi e fatica, spesso psicofarmarci – a cambiare solo in parte. Stiamo attenti all’uso delle parole – perché in soldoni l’esperienza traumatica è una esperienza terribile. Una specie di condanna di cui ogni volta  si discute se c’è appello o meno. 

 Di contro pensiamo un po’ a cosa è l’adolescenza.

L’adolescenza è un momento della crescita della persona in cui si negoziano (almeno) due cambiamenti molto importanti.

Nel primo si diviene adulti dall’interno perché il corpo cambia. Arriva un corpo nuovo che detta leggi, bisogni, desideri, e si propone come antagonista a quello dei padri. Con questo corpo si possono fare dei figli, si desiderano altri corpi, si possono fronteggiare i genitori. Il nuovo corpo diventa diverso e più grande e impone una semantica diversa, una collocazione di se diversa nello stare al mondo. Bisogna reinventarsi e anche staccarsi dalle matrici di provenienza. E’ un’esperienza pazzesca,  somigliante a quella della gravidanza, e quella purtroppo della malattia: situazioni in cui arriva una modifica dell’identità che non deriva dalla volontà tua, ma dal tuo corpo. Una specie di trasloco obbligatorio in un secondo mondo con altre regole.
Donde il secondo cambiamento: le matrici di provenienza devono essere discusse, e bisogna cercare fuori dalla cuccia oggetti relazionali con cui identificarsi. Bisogna parzialmente per gradi, defiglizzarsi. Allora si cerca: il gruppo degli amici, certi adulti di riferimento che possono fare da maestri, delle idee, dei contenuti, delle azioni. Nuovi interlocutori e nuovi modelli con cui attaccare il fortino della provenienza. Bisogna anche sperimentare cose, per portare avanti quello che non è uno scacco in due mosse, ma una lunga e complicata partita dove non devono esserci troppi morti e feriti, che non deve essere troppo costosa. Ossia bisogna vincere i genitori nella costruzione dell’identità, ma non bisogna perderli del tutto, perché quello è davvero troppo doloroso e non veramente strutturante nella costruzione dell’identità. 

Sotto il profilo socioculturale però dobbiamo anche aggiungere che gli psicoterapeuti da anni si stanno sgolando su alcune criticità dell’adolescenza di oggi, perché notano che si va in una direzione che per un verso  la dilata oltre misura, la culturalizza, e dall’altro la ostacola. Per un verso abbiamo un marketing dell’adolescenza: attività per l’adolescenza, prodotti per l’adolescenza, teoresi dell’adolescenza e  quindi un protrarsi dell’adolescenza che oggi arriva a sfiorare i trent’anni, per l’altro una caduta di buona parte dei riti iniziatici, che in tutte le culture servono a celebrare il passaggio all’età adulta, o la successione di traguardi che portano alla maturità. A mala pena conserviamo tra mille dubbi gli esami scolastici, per il resto, abbiamo in orrore qualsiasi conflitto generazionale, qualsiasi proiezione della sfida edipica. Ci piacciono tantissimo i tranquillizzanti adolescenti costruttivi che fanno le cose ammodino. Eludiamo la sfida come possiamo. E quindi facciamo cose pedagogicamente discutibili come, andare a prendere in discoteca i figli all’una di notte, perché dire ai figli non ci vai, e a un certo punto ci vai ma torni da solo, non ce la facciamo.

In questo momento storico cioè – l’adolescenza è un’icona e una garanzia per le nevrosi di noi vecchi.

Mettendo insieme queste premesse allora, possiamo concludere che l’adolescenza, è una delle prime grandi prove della tenuta psicologia di una persona, e un test piuttosto affidabile sulla sua struttura psicologica e sull’eventuale presenza di questioni irrisolte . E’ anche un test sulle risorse e e le difficoltà della famiglia di provenienza di un ragazzo o di una ragazza. La vita ce ne porrà altre: quando ci si innamora, quando si diventa genitori, quando i genitori si fanno vecchi, quando si perde il lavoro o si trasloca. Ma questo dell’adolescenza è un appuntamento della psiche, un pettine dei nodi irrisolti.

Fatte queste premesse pensiamo alla pandemia e alle misure restrittive. E cosa questo implica da un punto di vista materiale e simbolico.

Da un punto di vista materiale ci si trova come collettività di adulti, a fronteggiare un grande problema, e per la risoluzione del quale non abbiamo mezzi, strumenti, anzi siamo in difficoltà enorme, perché per sintetizzare velocemente, il virus è più veloce della politica, il virus non aspetta i tempi del dibattito di una democrazia matura, il virus se ne frega e intasa gli ospedali e gli unici strumenti di cui disponiamo noi vecchi responsabili del mondo in corso, è limitare i contatti tra le persone e limitare le cose da fare.

Quindi gli adolescenti da una parte hanno un virus che minaccia i loro vecchi e solo indirettamente loro stessi, con una contezza spesso aleatoria del funzionamento della macchina pubblica, dall’altro hanno delle restrizioni molto pesanti a quelle attività che costituivano la loro dinamica adolescenziale. Gli si chiede cioè di non frequentarsi, si ventila l’ipotesi che non vadano a scuola, non devono avere attività sportive. Gli si impone una contrazione delle esplorazioni di emancipazione.

Messa in questi termini io proporrei di considerare la pandemia con relativo lockdown come una prova, un altro pettine delle pregresse situazioni familiari e psichiche, un’occasione che pone delle precise domande al ragazzino: devi crescere, devi stare bene, e non puoi usare molte delle strade che usavi di solito. Non puoi andare a scuola, non puoi fare sport. Non puoi vedere i tuoi amici, ma neanche quella professoressa di italiano che ti piaceva tanto ascoltare. Come ti senti? Dice questa prova. Cosa fai?

Non è la prima volta che all’adolescente capita una rogna del genere. Succede regolarmente con i conflitti armati per esempio,  le grandi guerre, succedono cose simili ai ragazzini appartenenti a etnie discriminate in certi contesti culturali. Non puoi fare questo e quello. Come reagisci? In realtà condizioni di grande deprivazione economica costringono a passaggi solo in parte dissimili: non hai tempo di giocare, di esplorare, di negoziare di costruirti, vai a lavorare tanto – subito, adesso.
Come reagisci? 

 Questo pettine, questa prova: procurerà un trauma? Procurerà un disagio? O addirittura attiverà delle risorse?
E noi vecchi che guardiamo i ragazzini: per esempio scendere in strada e protestare, ripensando agli obblighi dell’adolescenza, cosa dobbiamo pensare? Stanno agendo un sintomo o stanno facendo il loro lavoro?

Che da che mondo è mondo, dovrebbe essere quello di rompere i coglioni, quello di dire cose giuste ma male, quello di cominciare a muoversi in modo riottoso, goffo e grossolano, raffinando identità e pensiero per ogni spallata. 

Propongo allora di pensare la pandemia rispetto all’adolescenza su due livelli.
Il primo riguarda il fatto che siccome è una prova, che si aggiunge a quella dell’adolescenza,  non sarà ipso facto traumatica, sicuramente procurerà disagio. Però è anche, in quanto prova,  capace di slatentizzare patologie pregresse importanti, o di inasprirle – così come in realtà di mettere in luce delle risorse individuali, di farle uscire fuori. La seconda invece riguarda una lettura più globale e collettiva – la pandemia come una prova per noi generazione di più vecchi riguardo il mondo che abbiamo messo in campo. 

Per quanto riguarda il primo punto – si per me c’è davvero da preoccuparsi perché questa complicata prova toglie risorse a chi ne usa già poche – cioè se un ragazzino avrà un po’ di problemi facile che raddoppieranno – perché la pandemia chiude in gabbia. Prendiamo per esempio, un ragazzino che per sua storia personale, per la qualità dell’accudimento che ha ricevuto, tende a essere molto diffidente, a farsi pochi amici, è figlio di una coppia di genitori che a suo tempo non è stata molto sintonizzata, magari è stato un bambino che non poteva in qualche modo fidarsi di chi si prendeva cura di lui, ora era nel grande mare delle sue seconde occasioni, ci prova in modo obliquo e titubante, e questo mare delle seconde occasioni diviene improvvisamente ristretto. Non si metterà a chattare con il suo nuovo compagno di classe con troppa disinvoltura. 
Un altro invece, che già quando era alla materna era sempre oppositivo e riottoso verso la madre che lo veniva a prendere,  e tale è rimasto nel tempo, persino attraversando una psicoterapia infantile, ora ha diciassette anni, un discreto successo sociale, si ventila addirittura una fidanzata, si ritrova il mondo dei genitori che gli chiude le cose, e questo fatto gli riattiva una organizzazione riottosa e oppositiva. Si arrabbia tantissimo ed entra in una dimensione conflittuale con la famiglia molto aspra e dolorosa.

 A peggiorare la situazione sono le condizioni di criticità in cui possono versare le famiglie di provenienza. Genitori che vedono il lavoro fermo, angosciati dal rischio sanitario ma anche da uno stipendio che salta,  come sistema familiare sono  a loro volta esposti a una prova che non sempre, nonostante le ottime intenzioni reggono brillantemente. La pandemia, con le sue ricadute nella vita quotidiana, è una spina continua di ansia, uno stimolo di sintomi, e gli adulti rispondono con i sintomi alle cose che li preoccupano, diventando senza volerlo un aggravante involontaria delle condizioni dei figli – padri alcolisti berranno di più, coppie violente si picchieranno di più, disturbi paranoidei potrebbero acquisire nuovo corpo e via di seguito. Inoltre gli adolescenti non sono funghi che crescono nel nulla, fanno parte dei sistemi familiari, prima che di sistemi collettivi, in un modo organico – non meramente affiancato. Hanno non di rado un ruolo nell’organizzazione comunicativa delle famiglie: ci sono per esempio figli maggiori che si sostituiscono a padri latitanti, ragazzine con disturbi di dipendenza che assicurano un sintomo conclamato buono per tutta la famiglia, ci sono figli che devono essere buoni per tutti e cattivi per tutti,  figli pazzi, e figli che fanno da cuscino alle liti dei genitori. La sfida pandemica sicuramente chiederà loro di assolvere più che mai il loro compito patologico nelle loro famiglie in difficoltà. 
 Lo stato di salute degli adolescenti molto ha a che fare con lo stato di salute delle famiglie di origine. L’impatto della pandemia sui minori, è molto correlato a quello sulla famiglia. Conta molto di più per i giovani come stanno i padri, che come stanno le palestre. 
Riutilizzando le categorie citate prima, la pandemia da sola non produce traumi nei giovani ma fa due cose: fa rifiorire le patologie pregresse, e mette in campo svariate forme di disagio, reversibile, non poi così grave – ma oggettivamente presente.

In questa prospettiva, da un punto di vista psicologico e non politico – punti di vista che ricordo devono rimanere rigorosamente separati – il fatto che i giovanissimi scendano in strada può essere sintomo di una criticità della situazione nazionale, ma non è certo sintomo di malessere dei giovani. E che devono fare i giovani di preciso se non dire ai vecchi dove sbagliano? Cosa devono fare se non esattamente protestare riflettendo a quel punto su come gestirebbero loro la situazione? Il che non vuol dire che poi uno debba dargli ragione – ma semplicemente da un punto di vista psicologico non allarmarci, i giovani che scendono incavolati, stanno obbedendo al loro mandato, fanno quello che devono fare. Nelle reazioni di molti, ci vedo la perdita di abitudine dinnanzi al conflitto generazionale. Si è perso l’esercizio del no, si è perso il coraggio dello scontro di mondi, e ora che una pandemia ci costringe a difendere il fortino malandato che abbiamo tra le mani, e non abbiamo certo tempo di fare diversamente, men che mai soldi, ci ritroviamo costretti a una prova a cui eravamo disabituati. Difendere un orizzonte di valori. Negoziare con delle richieste emergenti, oppure non farlo. Per quanto riguarda la salute psichica almeno, davvero questa è la parte meno grave del problema, anzi la più sana, anzi quella che riserva delle speranze. I confini generano pensiero, le opposizioni producono creatività – questo permissivismo degli ultimi decenni ha tarpato le ali ai più fragili. 

Mi preoccupano molto di più quelli che non scendono affatto in piazza, quelli che non sfidano le regole vedendo gli amici di nascosto, quelli che invece obbediscono e stanno a casa belli tranquilli perché utilizzano il telefonino e internet. Se c’è una cosa per cui vedo un cambiamento di lunga durata, che ha aspetti adattivi e aspetti pericolosi è questo. Perché internet è da una parte il medium comunicativo e professionale di domani, per cui in un certo senso la stagione covid rappresenta davvero un upgrade di competenze, di saper fare, e con questo dover stare a casa i ragazzini imparano a fare cose con i loro personal computer che domani saranno piattaforme di decollo per l’uso di programmi informatici molto più sofisticati, dall’altro di fatto internet può essere – un oggetto sostitutivo delle relazioni tra i più insidiosi che li mette a casa, li mette al riparo dalle sfide relazionali, e li porta ancora più lontano dagli obbiettivi di vita che è sano si pongano: l’amicizia, l’amore, il desiderio, il progetto identitario fuori da casa.

I videogiochi, le relazioni veicolate e disincarnate che rimangono scisse dalla realtà, possono essere una cuccia rifugio, e anche una tremendamente insidiosa area intermedia, che fa stare vicino ai genitori facendo mostra di allontanarsene, non mangiare il cibo dei padri stando vicino al cibo dei padri. La quarantena che ci si prospetta è un incoraggiamento a quella soluzione patologica. Una specie di dieta dimagrante per soggetti anoressici, la proposta di un insidioso dispositivo adattivo che per un verso è funzionale alla società di domani, per un altro alle sue patologie, e a questo dobbiamo essere particolarmente attenti.

Chiudo qui la prima parte del post. Nella seconda cercherò di ragionare su cosa possiamo fare per fronteggiare questi problemi emergenti.

Film d’autore

(E’ un pensiero contromano, selvatico e offensivo e me ne dolgo, ma come sarebbero stati i nostri vent’anni se avessero regalato a noi quest’ apocalisse  – la pelle liscia come uno scudo di bronzo, i tatuaggi come plagi di lotte altrui, vittime della vecchiaia degli altri. Non avremmo avuto paura per i nostri vecchi ancora giovani, men che mai per le nostre gole e il nostro ventre.  
Ci pensi? Ci saremmo telefonati con foga, ci saremmo arrampicati sull’emergenza come la grande montagna della vita degli altri.

Hai sentito? Ci saremmo detti, tralasciando la voglia di fare l’amore.

Tralasciando poi, chi lo sa. Se ci avessero chiuso le case oltre una certa ora, ci saremmo con dedizione ammucchiati il tempo prima, se gli alcolici fossero stati proibiti dalle quattro, noi avremmo scassinato il supermercato alle tre, ligi alla legge e previdenti, per delle scorribande istituzionalizzate.  Ci saremmo poi buttati per terra davanti a film molto noiosi, film importanti per la nostra reputazione io penso più che altro, forse avremmo sguinzagliato le mani – che il cinema in quegli anni feroci, è più che altro un invito del buio.

Avremmo poi certo discusso, in verità non so come, forse in certi comitati direttivi che avevamo promulgato- certi concistori sulle vite nostre e altrui, probabilmente sarebbero sopravvissuti. Allora ci sedevamo saputi e disincantati – fuori eh, dentro imperversava l’angoscia – intorno a tavoli tondi, fumanti tazze di caffè, libri certo molti libri –e  dicevo, avremmo certo cercato di portare avanti, quella democratica dittatura della vita privata, avremmo parlato di coloro che si baciano scelleratamente nella pandemia,  di mascherine da strappare con foga, chi sa mi chiedo, cosa avremmo detto. Certo avremmo riso, perché sapevamo ridere del potere del corpo.

Noi ci saremmo voluti bene ugualmente. Non credo saremmo rimasti feriti)

(qui)

Psichiatria e letteratura. Sul come

L’altro giorno una discussione su facebook mi aiutava a mettere a fuoco alcune cose per me interessanti. 
La discussione verteva sull’autobiografia e la persona con cui discutevo cortocircuitava l’eventuale narcisismo degli autori con la bassa qualità di quello che scrivono. 
Questa operazione – usare una diagnosi al posto di un’altra per squalificare le azioni altrui, o per sustanziare l’opinione negativa che abbiamo di quegli oggetti o di quei prodotti, è molto frequente. Naturalmente non c’è psichiatra e psicologo con una forte deontologia che la possa appoggiare, perché usare le diagnosi a scopo di giudizio, di un atto estetico o di facciamo conto una scelta o un comportamento politico è un atto che viola l’etica su due binari, il primo è il rispetto per la sofferenza e la patologia, il secondo è il rispetto per la libertà creativa e di parola. Le diagnosi hanno un enorme potere politico, sono stimmate che si incidono sul corpo, bisogna usarle con parsimonia. 
Tuttavia, capisco anche che l’operazione viene fatta da molti in buona fede, perché mettono insieme due cose che vedono: un cattivo prodotto, secondo il loro giudizio, e un’organizzazione psicologica, e magari capita persino che abbiano ragione su entrambe le questioni: quel certo libro è brutto, e quella certa persona è molto narcisista. Il problema, è nell’istituire una relazione causale: si può dire che c’è una relazione causale tra diagnosi e qualità dei prodotti estetici?

Di solito questa relazione presso molti intellettuali, è stabilita all’inverso con una serie di clichet che allo psichiatra e allo psicologo fanno ugualmente mettere mano alla pistola. L’infelicità fa bene all’arte, la relazione fra follia e creatività etc. sono tutte consolazioni che piacciono moltissimo a nevrotici di vario ordine e grado, che in parte si consolano pensando che stanno di merda ma almeno fanno grandi cose, in parte proiettano su persone che stanno malissimo, malesseri propri e missioni proprie. Anche loro comunque potrebbero avere ragione nello stabilire per esempio una schizofrenia e nella stessa persona un notevole talento pittorico – il problema serio è stabilire una relazione tra buona arte e diagnosi.

Possiamo, pensavo al di la dell’etica, sostenere che c’è una relazione di causa, tra la diagnosi e la produzione di una scrittura bella, emozionante?  
La diagnosi psichiatrica è qualcosa che indica una serie di funzionamenti della personalità e del pensare. Investe molto il tono dell’umore e una serie di funzionamenti delle persone con altre persone o con oggetti. La diagnosi psichiatrica somiglia a quei disegni di motori o di orologi che si facevano nei primi del novecento, quando con le illustrazioni si spiegavano le regole della meccanica. In certi casi spiega come alcuni movimenti meccanici siano completamente impediti, le grandi schizofrenie, ma di norma spiega i diversi funzionamenti. La diangosi psichiatrica è qualcosa cioè che riguarda moltissimo il cosa e il quanto, molto molto meno il come. Questo cosa e questo quanto incidono moltissimo sul modo di stare in relazione. Io stessa quando vedo un paziente le prime volte, mi metto ad auscultare come funziona la persona che ho davanti sul piano delle relazioni – ha amici da tanto tempo? Ha relazioni? Si? No? Di che durata?

Nella fisica meccanica della psiche allora possiamo pure stabilire la produzione estetica correlata alla diagnosi in termini di motivazione: moltissime organizzazioni di personalità possono trovare nello scrivere libri per esempio, una buona soddisfazione di propri equilibri interni.  Scrivere è per esempio una buona forma di sublimazione, di proiezione, e volendo giocare con episodi recenti del gossip letterario  – pensando al caso Carrere – di identificazione proiettiva. 

Quello che però voglio dire, è che la diagnosi spiega al limite il perché e il quanto, ma non può niente, e questo è meraviglioso, sulla magia del come. Il come è il vero mistero magnifico dell’estetica. Possiamo avere due scrittori narcisisti, ugualmente narcisisti e ugualmente megalomani – ma uno avrà scritto delle cose bellissime, e l’altro delle cagate pazzesche. Possiamo avere due scrittori molto depressi ma solo uno e Bernhard o Giuseppe Berto, l’altro è una tremenda mezza sega. Abbiamo anche storie  – molte di musicisti schizofrenici, ma solo alcuni diventano Thelonoius Monk o Tom Harrell. Di contro – dansi diversi grandi artisti e scrittori notevoli che non hanno schiodato molto in vita loro dall’onesto padre di famiglia.

Si confonde la fame di cose e soluzioni cioè che genera l’infelicità e una infanzia maltrattata, con la qualità di quelle cose e quelle soluzioni. Ma da cosa dipende quella qualità? Che cosa è invece quella precisione con cui un autore, matto, sano, narcisista o istrionico, depresso o maniacale, gli fa trovare una cosa commovente, insolita, bellissima? O anche capace di farci ridere in modo intelligente?

I comici, spesso e volentieri o sono ipomaniacali, o soffrono di una ciclotimia di un certo grado. Possiamo dire che sanno farci ridere per quella cosa li? Oppure dovremmo invece pensar emeglio a riconoscere il loro magico come?

Il come.
Il pensiero mi è andato ad Harold Bloom. Harold Bloom è il critico letterario americano che più si è battuto per distinguere piano dell’estetica e piano dell’ideologia, sostenendo che la politicizzazione dei dipartimenti di letteratura nelle università americane e negli articoli di critica pubblicati nelle riviste accademiche stava facendo perdere il senso di cosa è veramente esteticamente bello e ben fatto. Personalmente penso che avesse ragione, che il Canone Occidentale sia un bellissimo libro, anche se diversamente da lui penso che sia lecito e anzi auspicabile un uso politico dei libri, che possa scorporarsi da una valutazione estetica da quella politica, e che l’assenza di una provinciale acquiescenza all’arte possa portare avanti delle accuse di discriminazione o di contro – valorizzare prodotti estetici di minoranze. E’ la politica, e per certe persone la politica può essere più importante e urgente della qualità di una prosa.

Però su una cosa mi trovo a convergere, il come è nell’estetica l’anteriore morale del cosa, l’anteriore morale della trama, l’anteriore morale della biografia di un autore, così come Beloved di Toni Morrison è un bellissimo libro a prescindere dal fatto che è donna e nera, e a prescindere da qualsiasi tratto psicologico e psichiatrico di Toni Morrison – che a occhio e croce, anche lei, in quanto a narcisismo mi sa si faceva mancar poco. La grandezza di Toni Morrison è nei suoi fantastici come

Cosa è quel come?

Quando spiego come interpreteremo i sogni, io dico ai miei pazienti che è come se in testa avessero un regista plenipotenziario, un regista cioè che può tutto, che ha tutti gli attori, tutti i personaggi e tutti gli scenari mentre in testa ha un certo contenuto da rappresentare. Quindi avendo tutto tutto a disposizione, non esiste che scelga una persona solo perché il sognatore l’ha vista qualche giorno prima – ma perché è molto adatta, la più adatta, per vestire i panni di un simbolo, di un rimando, di una allegoria. Penso che la creazione estetica funzioni nello stesso modo, e funzioni sempre meglio quanto più vasto è il dominio degli oggetti evocabili. Il come ha a che fare con quel processo li, di selezione naturale analogica delle metafore, delle strutture linguistiche. Con cose animalesche come lo shit detector di Hamingway che suona quando scrivi delle cose brutte, che non funzionano.

Si può dire forse, che quando il talento estetico è modesto, quando un autore ha un cattivo come, oppure in un certo libro un come peggiore degli altri, rimane l’ossatura psicodinamica delle sue motivazioni, rimane solo la diagnosi, che salta all’occhio. Ma la diagnosi è la fisica meccanica di quell’orologio brutto, non esattamente la qualità dei suoi materiali. Il cattivo come ha radici di altra natura.

Questa cosa per me è importante da tenere a mente. Perché riguarda la democrazia dell’estetica, del saper fare le cose belle. Su questo ha ragione Bloom, perché Bloom è come se dicesse, non è la genealogia è il come, e anche qui possiamo dire non è la psichiatria è il come. 
Lavoriamo ai nostri preziosi come.

Gegen Botero. Donne, potere e uso del corpo

Qualche giorno fa sui social è infuriata la polemica, deliziosa quanto moderatamente dirimente, sulla copertina di Vanity Fair dove una bella e semplice Vanessa Incontrada si faceva fotografare nuda.  Considerandoil dibattito che ne è emerso, l’operazione è riuscita perfettamente, furbissimi quelli di Vanity Fair, molto furba Vanessa medesima che da diverso tempo sui social è molto criticata per aver preso dei chili dopo la gravidanza, smettendo di ottemperare al presunto standard estetico dominante. Non voglio parlare della discussione che ne è seguita, ma di alcuni pareri convergenti che ho drenato, e che mi hanno fatta pensare, mi hanno acceso una lampadina.

Il giorno dopo su Facebook, la scrittrice Aisha Cerami, per altro una donna molto bella e molto magra, direi al di sopra di ogni sospetto, ha scritto che secondo lei, il più grande nemico delle donne sono le donne, perché articolava, è dalle donne che arrivano da sempre le critiche più severe sullo stato del corpo, sulle caratteristiche fisiche, e quel tema dello standard estetico, secondo Aisha era d a imputare principalmente alle donne. 

Qualche giorno dopo, il comico Crozza interpretava Feltri, personaggio caricaturale quanto mai azzeccato – retrivo, maschilista, reazionario financo misogino, che però sul tema se la povera Vanessa Incontrada fosse di suo gradimento o no spiegava una sua personale teoria sulle donne, secondo cui, in generale queste cose della magrezza agli uomini non importano molto, non sono dirimenti. Le donne sono tutte bone, perché fondamentalmente l’importante è poterci fare del sesso. 
Per quanto in termini assoluti Cerami e Crozza avevano una parte di torto, mi hanno fatto pensare a delle cose.

Gli uomini hanno giustamente diversi gusti in fatto di estetica e di attrazione sessuale.  Ci sono uomini a cui piacciono effettivamente donne molto esili e magre, come ve ne sono molti che invece cercano altro. La decodifica dell’attrazione inoltre passa non solo per la forma del corpo, ma per l’uso che la psiche fa del corpo, per i linguaggi che mette in campo. Esistono davvero uomini che preferiscono le donne molto magre, uomini che compartecipano a un sistema estetico di riferimento per cui condividono un giudizio sociale. 

Tuttavia, fuori dal sistema della moda dei media, nella vita quotidiana, nella vera vita della carne, attrazione sessuale, e conseguente giudizio estetico viaggiano su una grande molteplicità di binari, dove forse mi pare che spesso, l’aspetto prevalente a determinare le logiche dell’attrazione sia più il rapporto con il proprio corpo delle parti, il sentirsi in diritto di godere e di far godere, più che le forme, le quali saranno come dire estetizzate e rese apprezzabili da quel diritto in atto. Non che non esistano donne più o meno belle – che ci sono sempre state, né possiamo dimenticare che esiste il tempo, che trasforma spesso il bello in meno bello, l’attraente in meno attraente. Tuttavia comprese queste variabili il mondo delle regole dell’attrazione chiama mille fattori, anche simbolici anche psichici. Di quali madri e padri siamo figli, che oggetto cerchiamo in un corpo, se il materno con il seno prosperoso e i fianchi larghi o l’esilità di una promessa. A certi uomini piacciono donne dalla sensualità androgina, altre di marca tradizionale e profondamente sessuata.  Certi assoceranno alla salute il corpo magro, altri quello florido – diversi uomini, con l’andare del tempo si godono la possibilità di assaggiare piatti erotici ed estetici diversi.
Il femminile i maschi, lo trovano in molti modi e t utti questi modi si traducono in una varietà di scelte materiali di farsi concepire belle, attraenti, di mettere a punto estetiche.

E in effetti, in quegli stessi giorni mi trovavo a parlare con amiche che come me, non sono magre affatto, e ci trovavamo a dirci, di questa strana sensazione per cui la vita materiale scorre per conto suo,  con donne grassottelle che si fidanzano regolarmente, che si sposano, che hanno relazioni extraconiugali che insomma vivono contente e felici, e che assistono a una sorta di doppio binario, tra le logiche della vita materiale, e le logiche dell’estetica culturale. Come se bella, attraente, piacevole, etc. nel nostro mondo quotidiano avesse tutte altre accezioni.

Tutte queste cose mi hanno fatta riflettere.

In passato ho addebitato la rivoluzione copernicana dei nostri modelli estetici alle fortune dell’opulenza del primo mondo. In questa  – ancora non si sa per quanto – sovrabbondanza di merci l’estetica che designa la desiderabilità sociale sulla base degli stilemi di una classe dominante era passata dall’immagine di una donna ricca in quanto ben nutrita, il cui agio economico si traduceva in un essere florida -si pensi all’immagine delle signore altoborghesi nelle pubblicità del primo novecento, mentre ora, le signore alto borghesi nelle nostre pubblicità sono magrissime, prive di forme, con lunghi colli e nasi affilati. Questo perché, pensavo in occidente, la povertà si designa con una impossibilità alla cura del corpo e dell’alimentazione, povertà no soldi per la palestra e manco tempo, povertà no carne da allevamento a terra ma scatolame e surgelati, povertà come grassi saturi, bambini precocemente obesi. E dunque la nuova signora, è una che ha il grande lusso di poter selezionare, rinunciare, lavorare al corpo. La nuova lotta di classe sta nei chili persi. E penso che ci sia una parte di verità in questa mia vecchia riflessione.

Tuttavia, ecco, la vita, il mio invecchiare con le mie amiche, Aisha Cerami e Maurizio Crozza mi dicevano, è un po’ vero ma un po’ no – non ti pare? La vita materiale non ha anche molti altri erotismi vincenti, su cui costruisce estetiche sopra?  Se ai maschi piacciono un mucchio i corpi delle donne, e in caso ostruiscono loro il potere quando vogliono smettere di essere corpo, siamo sicuri che la normativa estetica del corpo sia dipendente soprattutto da loro? E’ davvero un problema del maschilismo dei maschi?
A giudicare dal vasto campionario di scelte di youporn, non si direbbe.

Al che ho pensato delle cose.
Se ci sono contesti dove la dominanza di genere è femminile sono i settori dello spettacolo e della moda – soprattutto della moda. La moda, le sfilate, i giornali di moda, sono contesti dove la gran parte del target sono le donne, la gran parte degli argomenti sono le donne, e la gran parte degli autori che scrivono e abitano redazioni e producono contenuti sono donne. Le fashon blogger sono donne, ed è un mondo in cui di uomini ce ne è decisamente di meno – anche se naturalmente fioriscono ogni tanto nei ruoli apicali. Questo mondo però, molto più di quello cinematografico e televisivo ha costruito sempre di più lo standard anoressico delle sfilate e di molti servizi di moda. Nel mondo dello spettacolo il panorama rimane più variegato e sono arrivati diversi modelli di donne eroticamente attraenti, ma di aspetto diverso, alcune delle quali formose, se non proprio floride – abbiamo spaziato da una Belen a una Valeria Marini. Invece dai contesti della moda che ha molti più operatori donne e destinatari donne tra i propri operatori, c’è stata una specie di avvitamento nella magrezza, nell’androginizzazione dei modelli estetici, con alcuni picchi – tipo l’ultima sfilata di Gucci, dove venivano messe in scena delle ragazze giovani e quasi zombizzate, dove il passo successivo non era più la cancellazione dei caratteri sessuali secondari, ma un tentativo estetico paradossale di cancellazione dell’aspetto vitale. Le ragazze di Gucci, per il lavoro sul corpo che quel prodotto editoriale richiedevano mi sembravano più vicine all’artista Orlan che a qualsiasi altra cosa.

Mi sono chiesta il senso di questo avvitamento, in termini di gender studies. Per quale motivo non arriva se non a piccole macchie piuttosto ininfluenti  un distanziamento per esempio da parte delle donne che fruiscono dei prodotti di questi comparti. Come mai le signore che comprano i giornali non si imbizzarriscono, e quelle che vanno alle sfilate, e le stesse ragazze che sfilano, e tutte insomma tutte stiano a questo gioco simbolico che ai miei occhi analitici almeno, incarna una sostanziale fuga dal sesso, una sempre più incalzante deerotizzazione della donna. Ripenso a quando ragazzina compravo i giornali di moda e le muse allora erano certamente magre e altissime, ma eroticamente molto comunicative, allegre, con una loro sensualità e una loro corporea procacità – dimensioni proprio diverse. Seni diversi, sederi diversi, corpi diversi – senza che questo non scalfisse la possibilità di incarnare una elite economica. 
Sapendo che fa parte dell’apparato mitopoietico dell’industria culturale rappresentare l’apice della gloria di classe, per quale motivo ora le femmine che stanno in cima sembrano dover morire da un momento all’altro?

Ma ecco
Quando diciamo che le donne sono le più grandi nemiche delle donne, facciamo riferimento a un angoscia di genere che si traduce in atti a volta affettuosi, a volta arroganti, a volta ostili, a volta esasperati con cui le madri, le zie, le conoscenti, le colleghe giudicano le figlie, le nipoti, le conoscenti le altre colleghe nel modo di gestire il loro corpo, e di allontanarsi da una rispondenza a dei codici che è la più importante clausola di diritto all’identità e al potere di cui le donne dispongono.  Un tempo questa cosa era parossistica, dal momento che o una si sposava o finiva nelle periferia della vita e del consesso umano, e dunque la cura del corpo diventava disperante – oggi le cose sono molto migliorate ma rimane la sensazione per cui se il valore del corpo è il principale atto politico riconosciuto da una cultura variamente maschilista sarà bene averne una cura estrema. E se da una parte, l’oggettivo miglioramento delle questioni di genere ha fatto germogliare – la fuori – una grande pluralità di modi di stare al mondo, quando arriva quella che se ne frega e rimane come dire libera nell’interpretazione del corpo, o anche nella sciatteria, dall’altra parte c’è spesso almeno un’altra che quella anarchico fregarsene lo sanziona, perché da qualche parte, di quel culo largo, di quella gonna brutta, ne è segretamente invidiosa. 

 Dunque la prima parte dell’interrogativo che mi pongo risponde così: un paese con una forte organizzazione sessista rende operativo il suo sessismo in due passaggi: il primo passaggio fa identificare le donne esclusivamente con la loro funzione corporea: esse cioè sono tendenzialmente coloro con cui si hanno rapporti sessuali, coloro che devono attrarre, coloro che devono diventare madri. Di conseguenza si tenderà a scoraggiarle dal porsi come soggetti che hanno identità diverse, per esempio professionali, lavorative, politiche. Questo primo passaggio, che è un’ideologia politica e un costrutto antropologico sarà reso operativo da uomini e donne, ma certamente dagli uomini con maggior vigore e potere.

Nel secondo passaggio ci sarà la dilatazione del potere del corpo, e la costruzione di una teoria su come dilatarlo al suo massimo grado. Vestiti così, vestiti colà dimagrisci non dimagrisci, eh bisogna questo e quello. Quando su questa roba si arriva a fare i soldi – chi fa i soldi – spesso uomini – ci mettono il cappello. La base è delle donne.

A questo punto, cosa fanno oggi queste donne?
Queste donne osservano che – in questa misera isola del potere del corpo – il loro corpo ha potere fintanto che non fanno dei figli, perché una volta che fanno dei figli il loro potere finisce. Le coppie vanno in crisi con i figli, al lavoro ti dicono che se fai figli verrai licenziata, se non sei licenziata comunque la tua produttività cambia, e quindi sei svalutata, mentre se questa cosa dei figli diventa una parentesi, un incidente, un’ipotesi forse ce la fai, lavori fai pure un po’ di carriera. La sessualità matura, dunque, come elemento simbolico, il corpo pensiamo idealmente che ha partorito una volta e potrebbe rifarlo, moderatamente diciamo modificato da parto e allattamento, il corpo florido della giovane madre, che ha invece eccitato sessualmente secoli di maschi e di pittori e scultori, quel corpo florido diviene il simbolo della fine definitiva, della periferia dell’impero. La stessa sessualità matura, diviene il tabù per questi regni di donne con donne per le donne. Il mito di una identità politica possibile, nel senso allargato di pubblica, diviene la ragazzina molto molto lontana dal sesso, dal concepimento, dal godimento, e dalle possibili gravidanze, e gli ultimi scampoli di erotismo si possono a stento giocare sulla contraddizione tra un corpo prosciugato e uno sguardo velatamente carnale – affidato spesso al movimento delle labbra.


Questa cosa alla fine produce una sorta di scissione psichica, con questa estetica apollinea celebrata dalle elites e il fiorire della pornografia che si riprende nel dionisiaco gli spazi vietati. In mezzo uomini e donne a cui è richiesto per campare, un arsenale di benessere psicologico di notevole portata.

The social dilemma

  1. Qualcosa che parla di noi

In questi giorni è visibile su Netfix un documentario- the social dilemma  – che mette al centro molte questioni importanti sullo stare in rete. A me non è piaciuto molto, in prima battuta mi è sembrata per lo più una ottima occasione mancata, perché contenuti validi e importanti sono presentati in maniera semplificata e ricattatoria al punto tale da ingenerare reazioni difensive proprio nelle persone che avrebbero più bisogno di prenderli sul serio. Tuttavia ho notato che si sta rivelando capace di innescare un dibattito pubblico: amiche al telefono, pazienti nella stanza di analisi, e sugli stessi social contatti stimati – molti parlano di the social dilemma. E’ un prodotto brutto, che parla anche male, di alcune cose vere.  Ne consiglio dunque la visione, e consiglio di tenere duro davanti all’effetto Kazzenger di diversi passaggi e forse di tutta la regia, la cui intenzione di creare panico e disagio è scoperta, didascalica e forse eccessivamente unilaterale, ma conserva qualcosa di utile.

L’impianto di fondo del documentario che si serve di molte interviste a teste di serie di grandi marchi quali google, facebook, instagram etc. si articola su due punti chiave: il primo è che i social (qui intesi in senso molto allargato) svolgono una funzione determinante giacché capitalizzano informazioni della nostra vita privata che aiutano le campagne pubblicitarie di prodotti, per cui la nostra vita privata diventa capitale di scambio. Il secondo punto della tesi è che il funzionamento dei social è programmato per indurci a starci più tempo possibile in modo da renderci acquirenti sempre più fruibili e svuotabili nelle loro risorse.  I social in questa lettura sono in sostanza quel dispositivo che trasforma la nostra privata quotidianità e la nostra relazionalità in un film in cui continuamente ci sono delle inserzioni pubblicitarie scelte in base alle abitudini di consumo che abbiamo dichiarato di avere. Perché il film della nostra esistenza sia ricco e piacevole i social tendono a generare deliberatamente dipendenza. Miei colleghi sono ingaggiati perché creino quelle premesse in molti piccoli modi che per noi sono ininfluenti o anche moderatamente piacevoli. In sostanza esiste una equipe di psicologi presso tutti i grandi marchi da facebook a tik tok da instagram a pinterest il cui scopo è quello di andare in direzione ostinata e contraria rispetto a qualsiasi codice deontologico. 

La deontologia impone di liberare dalle patologie, mentre lo stipendio li incoraggia a rafforzare le patologie, nel caso specifico la dipendenza da internet.

Mi sento di sottoscrivere le tesi espresse nel documentario, a cui ero approdata da diverso tempo come capita a molti utenti forti della rete. Avendo dei gusti commerciali – in fatto di vestiti, scarpe ristoranti – piuttosto di nicchia l’aspetto del marketing dei miei dati mi ha sempre moderatamente preoccupata perché banalmente – anche con qualche tentativo zelante – ci fosse una volta che sui social mi si pubblicizzasse un marchio che mi piace che mi seduce che mi riguarda, saranno tanto bravi ma non ci azzeccano mai, o almeno – non ci azzeccano ancora. Capisco che spesso approfittando delle stringhe numeriche del mio ip siti che frequento normalmente di vestiti o scarpe diano a facebook o al mio portale mail,  la pagina che ho visitato per farmi rivedere il prodotto che poi non ho comprato – ma a parte questo fenomeno, non mi ritrovo mai a comprare cose o a desiderarle ex novo. Immagino però che se qualcuno scriva che ama le scarpe di tela da ginnastica poi facebook gli faccia vedere le scarpe da ginnastica e insomma poi le compri. Mi ha sempre invece fatto temere il fatto che i social o i motori di ricerca avessero molti dati della mia personalità della mia vita quotidiana, delle mie debolezze e delle mie preferenze politiche e mi ritrovo sempre a immaginare cosa ne sarebbe quando in conseguenza di un colpo di stato o di una minaccia politica una forza giuridicamente ammessa di un eventuale nuovo ordine totalitario decidesse di acquisire queste informazioni per dei suoi scopi. 

Questa cosa, ammetto mi preoccupa e non ho molte soluzioni.

Di contro penso che sia saggio riflettere sul fatto che questo ingaggio alla dipendenza non funziona con tutte le personalità e con tutti gli stili di vita. Personalmente constato che nella mia bolla di persone per esempio amici, parenti, sono ben pochi a usare la rete, a starci e ad amarla quanto la amo io. Sui social ho molti contatti che vengono dalla mia vita quotidiana ma le loro pagine sono per lo più ferme, producono saltuariamente contenuti o non ne producono affatto.  Narcisisti si nasce e non si diventa, per esempio e la leva narcisistica funziona solo su alcuni soggetti mentre altri ne sono assolutamente impermeabili. Noto che persone riservate, poco inclini all’esposizione di se, tendono a vivere con scomodità i social: tuttalpiù vengono per usarli come un medium non sociale: non commentano mai, non lasciano reazioni, leggono e basta. In secondo luogo constato che mantengono una salubre autonomia dai social persone che per motivi di lavoro non possono trascorrervi molto tempo anche volendo: pochissimi medici indugiano su facebook, pochissimi tassisti. Io stessa ho notato e questo è stato utile per me, che imponendomi di  usarli solo dopo una certa ora, la mia dipendenza dalle dinamiche dei social si riduceva moltissimo.

Tuttavia questa cosa, questo ingaggio alla dipendenza, al punto di modificare gli stili di vita mi sembra un dato importante e per i soggetti vulnerabili per personalità ma anche per momenti di fragilità di difficoltà nella loro vita privata. Perché la rete funziona per molti aspetti come le sostanze che elicitano dipendenza, con alcuni vantaggi aggiunti. Mentre le droghe o l’alcool sono oggetti intermedi che arrivano a essere moderatamente neutri e ad alti tassi di dipendenza a funzionare a prescindere dalla qualità – all’alcolista grave non serve necessariamente il barolo, l’alcolista grave regredisce a uno stadio orale per cui la sostanza è spesso interscambiabile o eventualmente di qualità scadente – la rete mantiene una capacità di offrire un oggetto di dipendenza altamente soggettificato: le tue persone, le tue relazioni, la tua musica i tuoi i film, il tuo surrogato di identità solo smaterializzato. Offre inoltre altri vantaggi aggiuntivi, avendo una moderata ricaduta sul corpo, niente crisi di overdose, niente cirrosi epatica, niente tumore ai polmoni, la dipendenza dalla rete provoca più che altro un buco nella materia della vita privata, nella pasta del quotidiano. Mangia spazi dialogici, spazi di consumo culturale, spazi di relazioni incarnate – tutto questo senza che necessariamente capiti perché senza la rete sarebbero vuoti. Anzi soprattutto i social, dal momento che premiano molto i funzionamenti narcisistici tendono a sedurre con successo persone molto seduttive e capaci di creare relazioni sul piano di realtà.

L’agio di una rappresentazione della comunicazione che copia la comunicazione senza avere l’interezza della comunicazione, pensiamo per esempio al sexting o anche alle discussioni politiche in rete, tende a rendere lo stare in rete un posto più attraente dello stare fuori, perché elude una serie di fatiche a carico delle relazioni, e che sono intimamente connesse con i piaceri della relazione. Onde evitare di correre un rischio si può decidere di eludere la sfida e di preferire la comunicazione asciugata dal contatto materiale. Può anche capitare che, molto banalmente il rinforzo della quotidianità allarghi l’abitare dello spazio della rete a discapito dello spazio del reale. Se nei sistemi familiari per esempio ci sono delle piccole aree di nevrosi di disfunzionalità, la rete, i social rappresentano una sorta di zona rifugio un quarto elemento dove scaricare l’inespresso, una specie di buco funzionale alla patologia del sistema familiare – garantendo l’immobilità che è  – almeno per me  –  il clouster principale di ogni diagnosi a qualsiasi livello.

Dunque:

Mercificazione dell’identità, manipolazione dell’utenza, incoraggiamento delle patologie della dipendenza marketing della personalità, insomma messa così è comprensibile che si destino delle preoccupazioni. Ma io proporrei delle riflessioni aggiuntive che correggano un po’ il tiro.

  • Qualcosa che manca di noi

La cosa che più mi ha lasciato perplessa di the social dilemma  – sta già nell’impianto del titolo. Il dilemma infatti è quella situazione che si pone quando ci si sente posti tra due alternative antitetiche tra loro senza che si pongano terze vie. Nel caso specifico il tema diventa social si o social no, rete si o rete no perché la retorica del discorso parla di un sistema unidirezionale dove c’è un’unica forza che è il potere del capitale di fronte a soggetti inermi divisi tra loro e confiscati nella loro capacità di discernimento e giudizio. Nella sua estrema semplificazione è una specie di versione coatta della prospettiva marxista del capitale, laddove capitalisti e proletariato sono entrambi posseduti dal capitale medesimo, che ne determina comportamenti e destini in virtù del suo continuo accrescimento. E in effetti lo sguardo veteromarxista è giustificato perché attualmente l’economia del web ricorda certe fasi emergenti della rivoluzione industriale quando emergevano grandissimi capitali, alleanze tra grossi industriali che ammazzavano qualsiasi forma di concorrenza e inglobavano qualsiasi forma di guadagno. Andrebbe fatto cioè un discorso su come le logiche del capitale concentrato nelle mani di pochi a discapito di molti riguardino anche il mercato degli introiti per cui merce è l’acquirente merce è il venditore l’unico vero grande capitalista è la piattaforma che propone gli scambi vendendo caro il proprio potere: gli acquirenti merce lo pagano con l’identità, i venditori merce con la svendita dei loro beni, e quello che fa davvero i soldi a palate è la piattaforma che ricatta gli altri due in assenza di una normativa adeguata. Secondo me tutto si capisce molto bene se si pensa a un servizio come spotify, che: agli utenti costa o zero o una cifra prossima allo zero (9 euro è una cosa ridicola) i musicisti che ci mettono le cose sopra ricevono un compenso decisamente inadeguato rispetto alla normativa pregressa sui diritti d’autore, e divengono ancora più penalizzati se non sono molto noti (leggere per esempio qui) tuttavia ci vanno per la maggior parte lo stesso, perché essendoci una sorta di oligopolio in materia, è l’unico modo per esistere per avere visibilità.  Quindi la prima cosa che mi viene in mente è la necessità di una serie di normative che in qualche modo regolamentino giuridicamente il giusto valore delle cose … Il che in materia di beni artistici dovrebbe andare anche a intervenire sulla pirateria di qualsiasi cosa libri, film, oltre che musica. Perché ecco tra la gratuità dei libri scaricati, la gratuità dei nostri interventi sui social, c’è qualcosa che si va perdendo ed è il giusto spessore dell’identità, il giusto riconoscimento degli oggetti. E se la gratuità dei beni a disposizione ricorda un po’ il grande sogno comunista della collettivizzazione delle risorse, il conto in banca dei magnati del web ricorda le ville esageratamente lussuose degli alti papaveri sovietici.  Mentre le case dei fruitori, sono piene magari di musica gratuita, di film piratati, ma aumentano pure i cassintegrati. Posti di lavoro continuano a saltare. 
Mi rendo conto che questa è una divagazione, ma ha a che fare con il problema)

La seconda questione che mi viene in mente riguarda lo stesso funzionamento dei social presentato dal documentario come unidirezionale, e che io invece avverto come multifunzionale e polifonico. Questa è stata la parte che più ho avvertito come trascurata nel documentario, al fine di manipolare lo scandalo dell’utenza dei social. Nel documentario infatti si pongono due oggetti: i social e chi ci lavora – che hanno una sola intenzione monolitica, che è quella di garantire profitto all’azienda – e gli utenti che hanno una sola intenzione monolitica che è quella di stare in una generica relazione. Nell’impianto del documentario ci sono quindi due movimenti: uno pulviscolare dal basso debole e continuo degli utenti dei social che vivono la loro socialità in rete scambiandosi informazione e mostrando nel frangente in cosa spenderebbe volentieri soldi, e una potente dall’alto che manipola e controlla e determina il pulviscolo relazionale del primo gruppo, forzando passaggi e determinando le spontaneità, il tutto senza che nessuno se ne accorga. 

Io credo che non è esattamente così per una serie di questioni trascurate cioè di nuclei di potere e di valore sono costellati al sistema.  Ora io qui li schematizzerò con :

1.. il potere dal basso che ha da sempre nella dialettica economica l’acquirente di un bene potere che rende il padrone, sappiamo, servo quanto il servo

2. il potere intrinseco di generare movimento da parte dei contenuti che sono comunicati negli scambi

3. il potere delle agenzie esterne ai social che interagiscono con chi abita all’interno.

4. il potere dei soggetti di immunizzarsi con comportamenti che controllano il loro stare in rete.

Dal momento che l’interesse delle piattaforme è fondamentalmente il profitto, e la comodità in cui ci si sta dentro è quella che permette alle piattaforme di avere un maggior numero di iscritti possibili, i desiderata degli utenti diventano una domanda che manipola la domanda del gestore della piattaforma. E’ per questo motivo che per esempio, un social come Facebook – la piattaforma che uso di più io e che quindi conosco meglio, ma anche un grande istituto come google che a sua volta ha anche una corposa funzione social assumono vestiti ideologicamente tolleranti e libertari, inclusivi e politicamente corretti, platealmente indirizzati all’attenzione delle fasce più deboli, e si fanno anche titolari di esplicite operazioni che aiutino le persone in difficoltà: questa cosa capita perché l’utenza ha bisogno di stare eticamente a suo agio in un dispositivo che tendenzialmente premia l’inattività e perché quel dispositivo teoricamente deve poter raccogliere utenti di ogni tipo, ma soprattutto perché il gruppo di quelli che occupano i social in modo più attivo e tenderanno a parlare dei social dentro e fuori i social medesimi sono quelli che vogliono quelle logiche inclusive vogliono quel tipo di stare al mondo. L’utenza della rete, in qualche modo determina le forme della rete. Non è una novità dei social, volendo è una vecchia storia che riguarda anche lo stato attuale dei media, i cui formati sono stati dettati da una manipolazione dell’utenza persino – a parere mio  – a discapito della stessa. Pensiamo a quell’aberrazione che capita oggi di trovare in fondo agli articoli: tempo di lettura 7 minuti. 
Se i social hanno questa forma, vanno incontro a certi cambiamenti, premiano la circolazione di certi contenuti, hanno dispositivi per cancellarne di altri (“questi contenuti non sono compatibili con le regole di facebook”) queste cose non ci sono per il potere dell’alto, ma per l’ideologia dal basso che l’alto asseconda. Quando sono differenti, facciamo caso ai cambiamenti sociali che rispecchiano, più che gridare al Grande Fratello.

In secondo luogo il documentario spinge moltissimo sulla tendenza dei social a rendere i soggetti dipendenti dall’atto di essere in relazione per il tramite dei contenuti in una modalità  – qui veramente la parte più mediocre del lavoro – che arriva a depauperare completamente i contenuti. Nella mia esperienza di utente forte della rete, ma anche di terapeuta che si interfaccia con persone variamente connesse, i contenuti rimangono un oggetto carico di significato di esperienza e di intreccio con la vita reale, che mantiene un potere autonomo che diciamo, si irradia sull’atto comunicativo. La dipendenza dalle notifiche sussiste, ma il potere di ciò che è notificato per molte persone deriva dal potere reale attribuito a quella relazione, non all’atto comunicativo tout court. E’ piuttosto cretino – come sostiene il documentario – sostenere che il ragazzino è felice di avere un messaggio dalla ragazzina perché è contento di avere un messaggio e non per il fatto che la ragazzina sarà evidentemente molto carina. 

Ugualmente, in rete, non si scambiano atti comunicativi vuoti e privi di azione con ricadute nel reale, e se c’è una cosa che il documentario elude, sono gli scambi relazionali e le azioni politiche che dalla rete si ingenerano e modificano il reale, da questioni di microfisiologia delle relazioni a questioni di macrofisiologia degli atti politici. La banalità per cui sui social si riprendono amicizie perdute nella vita, o anche la banalità di persone che diventano amici sui social e continuano fuori, o si sposano fuori, ma anche la banalità di proteste collettive sui social che determinano licenziamenti di persone, o anche la banalità di leader politici che usano i social e poi riescono a farsi votare, sono tutte cose che allargano lo sguardo da quella unidirezionalità del marketing tra i cattivoni che usano gli utenti e gli utenti inermi, e caricano il sistema social di una pluralità di elementi pieni di potere che cambiano parzialmente il panorama.  

Infine. Io credo che oltre a lavorare per una normativa diversa degli oggetti che animano internet – credo che possa esistere un modo avvertito e parzialmente immunizzato di usare la rete, e questo modo per me passa da due elementi. Il primo riguarda un controllo banale del tempo che si trascorre sui social, perché devo ammettere che proprio nella mia esperienza personale, essermi data una regola, anche se solo di massima, non sostare mai sui social prima di una certa ora, mai nelle ore di lavoro, mi ha tolto molto di quell’onanistica dipendenza dall’oggetto a prescindere dai complementi oggetti, perché il tempo del reale la pienezza del reale, si tengono la scena e quando si sta di meno in rete è come se mantenendo lo sguardo dalla prospettiva della vita materiale le comunicazioni più vuote, i gesti più coatti, costretti, svuotati perdessero maggiormente di senso. Mentre quando si fa il contrario stare tanto tanto sui social finisce per depauperare l’orizzonte di senso del reale, rendendolo faticoso, oneroso. 

Il secondo però riguarda il pensare la rete come un oggetto del reale, in continuità con il conto reale, funzionale al reale, per cui tutte le parti in causa non stanno giocando al reale, ma stanno agendo realmente. Loro che chiedono i soldi, tu che li dai a qualcuno, tu che flirti con uno, tu che decidi di vederlo fuori dalla rete, tu che decidi di non vederlo, tu che dici di una persona che deve essere licenziata, tu che organizzi un comizio. Quando non stai agendo realmente, ma stai giocando al reale, quello è il momento in cui devi capire che qualcuno sta realmente facendo qualcosa con te. 

Le fotografie nei sogni

I miei pazienti spesso sognano di fare o avere fotografie per le mani, o da contemplare, o da cercare di fare- o ancora sognano di stare dentro a una fotografia e di viverla da la dentro una trama onirica. A me piace molto lavorare su questi sogni con le foto, perché mi fanno ragionare su metamorfosi simboliche le quali, arrivano da metamorfosi nei costumi della vita quotidiana, e quindi approdano a metamorfosi delle psicologie anche individuali, dei loro funzionamenti.

Mi sono quindi ritrovata a pensare a quanto, con questo cambiamento della fotografia e del nostro modo di farle, siamo cambiati noi – e quali grandi differenze ci siano tra il sognare una foto fatta con la vecchia reflex e una foto fatta con l’attuale smartphone.

Ho 47 anni e le mie foto da ragazzina non erano molto diverse da quelle dei miei genitori, fatta salva la differenza qualitativa dei colori e della grandezza delle stampe. Comunque io e i miei genitori dovevamo comprare dei rullini, avremmo fatto delle foto, e poi le avremmo portate a stampare. Ogni scatto aveva un costo e così ogni errore. Per noi profani della macchina fotografica l’atto fotografico era un atto misterioso e un atto di fede, perché non potevamo vedere la foto appena fatta, e poi perché la sua materializzazione era subappaltata al negozio di fotografie, alla sua camera oscura. 

Tutto ciò aveva due conseguenze importanti: in quel lungo tempo della fotografia analogica di chi non faceva foto professionalmente, ci si addestrava poco a fare foto, perché imparare costava tempi troppo lunghi, e quei tempi lunghi gerarchizzavano le occasioni. Il ruolo princeps della fotografia era mnestico, autoritario e nel complesso autoreferenziale: l’atto fotografico sanciva quale volto e quale paesaggio, quale momento della vita era meritevole di essere trattenuto, ricordato, e poi ci sarebbero stati dei vincitori, dei pesi massimi della nostalgia, che sarebbero approdati in quel totem autobiografico che era l’album fotografico.  In questo uso della fotografia, la sua funzione era moderatamente comunicativa, e più profondamente identitaria, e la storia degli individui era un puntellarsi di immagini salienti, di momenti salienti, la memoria dei corpi e dei contesti. 

Bisogna dire che nel dettaglio anche questa storia dell’identità ha avuto una evoluzione. I miei genitori nelle loro foto per esempio non conoscevano la retorica della spontaneità, della foto rubata – lussi della fotografia professionale ed estetica – ma avevano una grammatica precisa, della quale ricordo pochi tradimenti. Ne cito solo uno che amo molto, di una mia zia acquisita, una zia tonda contadina e eversiva appena sposata al suo marito buffo. Sono piccoli, in bianco e nero, in abiti semplici, davanti alla chiesa – lei con i fiori in mano. Dovevano guardare in camera, ma lui le sta raccontando una barzelletta, lei ride, lui con la mano e gli occhi le dice, hai capito la battuta? Lei l’ha capita, del fotografo a loro non importa niente,  stanno ridendo di una battuta! Rompono la regola e fanno negli anni 50 una foto stupenda di 50 anni dopo. Ma lo racconto per dire che, non usava, la foto era impostata. I mariti e le mogli erano a braccetto al centro dell’immagine, così come le madri e le figlie, le giovani donne intere e concentrate ma composte, a volte spudorate di due terzi. Ricordo un altro tradimento – di mia nonna, ragazza madre, che erotica e sfacciata si mostra in costume nero, di profilo, sul lungo mare di Livorno – mia madre in braccio, ma negli occhi chiedeva che le si guardassero le gambe.  Secondo tradimento).

E’ interessante notare, che pazienti di una certa età possono sognare ancora queste foto, e qualcuno può sognare ancora il fascinoso concetto di negativo. Quando si portavano sviluppare le foto infatti il fotografo ti dava le foto e i negativi, pezzi di pellicola che potevano essere utili a rifare le foto, dei doppioni per esempio, e che quindi conservavano la matrice, la creazione dell’atto fotografico ma anche la curiosa cosa per cui, avevano i colori al contrario della stampa positiva. Al tempo delle foto analogiche era anche pieno di fumetti, di polizieschi, di spy stories in cui a un certo punto arrivava qualcuno e si rubava i negativi. I negativi rimangono per me un correlato simbolico interessante di una fotografia dell’identità che però si rappresenta il contrario, con tutta una serie di conseguenze interessanti in sede analitica. Cosa è il suo negativo? Quali sono le parti psichiche che si sustanziano nella pellicola che sul piano di realtà non esistono? O anzi, che assumono il colore contrario? Quali parti simboliche del suo mondo interno accende questo negativo?

In ogni caso, regole, momenti topici, persone importanti, simmetrie e oggetti simbolici. Quando i miei pazienti sognano le fotografie, è molto importante per me appurare l’eventuale differenza di foto analogica e foto digitale, perché se la prima celebra momenti topici in funzione della storia dell’io, destinata alla propria memoria, la seconda ribalta tutte le regole, celebra se, la propria capacità creativa, e assume la sua funzione in contesto relazionale e presente. La fotografia analogica  è una cartolina al se stesso del futuro, a memento delle cose che si è stati, la fotografia digitale è una diaristica della propria lettura del reale, un album della propria ermeneutica, ed è destinato a un interlocutore contemporaneo.

Perché cosa è è successo:

La fotografia si è digitalizzata in primo luogo, e in secondo luogo, ha smesso di avere un dispositivo a se stante – che ora mantengono solo i fotografi professionisti – ed è stata inglobata nel cellulare. La nuova fotografia ora si connota per una totale autonomia e gratuità – non si devono più portare le foto a sviluppare, non si comprano i rullini, si vede appena è fatta, e la si può lavorare molto anche rimanendo con modesto talento: la si può raddrizzare, si può correggere l’esposizione. Questa operazione di correzione delle immagini, di loro alterazione è divertente e porta in tanti tantissimi a rielaborarle, al punto tale che la diaristica diventa una diaristica di come le parti interne stanno rappresentandosi quegli oggetti, o addirittura se ci si stanno applicando dei meccanismi di difesa: quella foto di quella donna che si ritrae ritoccata cosa racconta di se: come si pensa, come si idealizza, come purtroppo non si sente ma vorrebbe essere? Come emotivamente teme di essere? E quella foto di quel paesaggio, i cui colori sono resi più vividi, più artificiosi, cosa dice: un mondo interno? Un’ermeneutica della finzione? Delle proiezioni idealizzanti? La fuori c’è questo artificiato cromatismo che fa risaltare un interno plumbeo. Quei colori sono forse  il mio mezzo di sopravvivenza per evitare di essere travolto.?

A fare da contraltare a questa nuova edificazione dello sguardo soggettivo sulla realtà – che addirittura arriva ad avere un social per conto suo Instagram – è la circolazione di una serie di codici estetici sulla fotografia per cui tra le ingenuotte foto dei nostri nonni in posa, persino quando si raccontano una barzelletta e oggi – c’è un mare, un mare di nuovi codici, che sono diciamo una nuova estetica per quanto dozzinale, ma che è anche la moneta di scambio di una ideologia condivisa, alla quale si vuole promettere un’appartenenza. Nascono nuovi soggetti fotografici: i bicchieri di vino, i piatti di pasta, le stanze d’albergo. Nasce un voyeurismo estetico della fotografia, fare vedere di essere in grado di fruire l’idea sociale di godimento. La fotografia, non estetica (perché quella ha un’altra strada) è un mezzo della comunicazione, un gadget del telefono, dice cose di se, dice cose della propria testa, chiede anche cose, pone dei punti interrogativi. Se la foto analogica era un memento identirario, che in un secondo momento avrebbe aiutato a ricostruire la propria carriera esistenziale – chi sono stato, chi ho amato – adesso la fotografia è istantanea volubile, immateriale, e comunicante, sei tu che la guardi che mi devi dire chi sono e chi amo, e se ti piace, possibilmente vorrei sapere anche questo – come lo chiedo. 

Certo in tutta la sua evoluzione la foto mantiene una sua funzione di fondo che è quella di fermare un momento, catturare un movimento, fare un ritratto di una compresenza di oggetti e di cause. Quando penso alla funzione della fotografia  nel sogno penso alla spiegazione del concetto di causa che è nella Critica della Ragion Pura e a quella cosa per cui nel rettangolo di uno spazio inquadrato ogni oggetto ha una relazione che può essere di natura causale con un altro. Questa cosa l’inconscio la sa, ed è il primissimo motivo per cui è frequente avere a che fare con le fotografie nei sogni: il sogno suggerisce che è interessante quella foto, quello spezzone di reale, quell’insieme di soggetti quell’insieme di relazioni interne entro cui siamo iscritti, ci dice di guardare quella sua particolare fotografia del nostro mondo interno introduce in primo luogo un dispositivo retorico, una enfasi semantica. La fotografia nel sogno rimane celebrativa, rimane un voluto ritaglio dell’esperienza. Chiede di essere isolata dal contesto e di ispessire le correlazioni tra gli oggetti compresenti. Guarda dice: quella maschiera è insieme a quel fiume, quel tuo amico insieme a tua madre, quei 4 oggetti in una posizione simmetrica, guarda e cerca tutte le connessioni per cui ognuno degli oggetti e soggetti in foto esige la presenza dell’altro. Ragiona sulle tue associazioni e mettile insieme. Fai in sostanza un’altra foto, associativa e testuale della foto.

Sarà utile poi davvero vedere se la foto del sogno è analogica o digitale, con una moderata correlazione all’età del sognatore, più sarà giovane più la foto digitale avrà a che fare con la sua quotidianità mentre quella analogica avrà un sapore esotico, mentre per il sognatore più grande la questione sarà inversa. Oramai per tutti però, l’analogica ha una connotazione di antichità e di permanenza, io penso quindi simbolicamente di maggiore vicinanza all’origine psichica delle strutture complessuali, più adatta a rappresentare le zone più carsiche della vita inconscia, mentre l’immagine digitale nella sua transitorietà e nella sua manipolabilità largamente accessibile meglio rappresenterà il lavoro dell’io, della sua adesione ai codici ricorrenti, e dove saranno gli oggetti rappresentati collaterali, a fare da spia alle proiezioni dell’inconscio.

Dopo di che le foto nei sogni raramente appaiono isolate e non iscritte in un contesto narrativo che ne determina l’interpretazione. Diventeranno fondamentali i movimenti in cui si iscrivono, chi le propone e cosa rappresentano. Sono sostanzialmente delle cornici semantiche all’interno di una catena di trame, l’anello di congiunzione tra due piani della riflessione, quello del contesto onirico chi da la foto a chi, dove si trova la foto, come entra in scena, il che riguarda quali parti psichiche e della personalità sono in grado di mettere al centro della riflessione analitica un certo tema, e il rappresentato, che è sostanzialmente ciò che retoricamente si è deciso di analizzare, il vero centro del sogno. Il fatto che il sognatore decida di usare la foto, indica la possibilità di ragionare intorno al tipo di sguardo, alle difese che utilizza per isolare i suoi segmenti di senso.

Chiudo qui, sperando di non essere stata troppo nebulosa.

Note psicodinamiche sparse sul come approcciare la violenza, non solo di genere.

Dunque vorrei fare un post su cosa può suggerire la psicologia dinamica per arginare la violenza di genere e in genere tutti quegli atti criminosi nell’ambito familiare, che sono presieduti da una diagnosi importante. Quindi questo post non esaurirà naturalmente l’elenco dei suggerimenti possibili,  o l’elenco delle cose che socialmente è utile fare per arginare la violenza di genere, o altre forme di violenza intrafamiliari – gli abusi sui minori, per esempio, o  gli infanticidi – ma cercherà di mettere insieme delle proposte amministrative in merito alla salute pubblica, che sono la conseguenza prevedibile di un sistema di saperi in merito alle psicopatologie e ai contesti in cui avvengono.  Parlerò dunque di due tipi di interventi: quelli che riguarderanno le nostre modalità di cittadini di interagire con quelle diagnosi importanti e di prendere provvedimenti utili nei contesti di lavoro o di vita, e interventi che cerchino il più possibile di ridurre l’insorgere di diagnosi psichiatriche importanti, o che possano essere capaci di renderle meno problematiche.
Prima di tutto occorre fare una premessa.

Quando pensiamo alle psicopatologie franche, alle sindromi psichiatriche che presiedono azioni criminose, quando ci confrontiamo coll’esito tragico, e ci indignamo e diciamo, ma come non si poteva fare così, non si poteva fare colì, ci sentiamo insieme impotenti e onnipotenti. Da una parte il grave fatto di cronaca è avvenuto, ed è tardi, e molti di noi davvero non volevano che succedesse, dall’altra la distanza di queste cose dalla nostra esperienza quotidiana, ci fa immaginare che noi potremmo risolvere velocemente, che beh allora si facesse curare che allora togliamole il bambino, che allora, perché quella non l’ha lasciato subito vedendo che lui era aggressivo?

Questo ordine di pensieri sono umani e sono anche sani – la loro produzione ha, come la sanzione e l’indignazione – molto a che fare con la protezione della specie. Dove andremmo a finire se di fronte alle donne picchiate e ammazzate, di fronte ai bambini abusati, avessimo come prima reazione un chinare la testa pensosi e supponenti? Dobbiamo soffrire, è la nostra salvezza di specie. C’è molto più terreno di azione politica in un indignato che dice cose grossolane, che avranno bisogno di essere corrette nel merito ma non nell’intenzione emotiva, della saggezza distaccata e pelosamente rassegnata che non avrà mai desiderio di aiutare nessuno.
Tuttavia, nel cercare soluzioni che arginino morti ingiuste e precoci, violenze e abusi, dobbiamo ricordarci del fatto che la realtà ha una sua violenta potente, resistenza a qualsiasi cambiamento che questa resistenza è una garanzia della nostra libertà. – che funziona a sua volta su due coste.

Una costa soggettiva riguarda la biologia del cervello. Le persone non cambiano i loro pensieri con un battito di ciglia. Ci mettiamo anni a imparare uno strumento musicale, anni a dominare una lingua, esercizi per portare una macchina, e molte molte sedute perché una psicoterapia produca degli effetti. Plagiare le persone è davvero complicato, trasformarle improbo. La nostra flessibile resistenza alle richieste del reale, è la nostra principale difesa all’usurpazione altrui. Se non fossimo così tetragoni al cambiamento saremmo dei burattini pericolosamente esposti. Non lo siamo. E’ importante per noi è benefico, anche per la nostra come dire, varietà di caratteri e di specie. La nostra resistenza per esempio alle sirene di un vantaggio economico, permette di mantenere ancora vario colorato e differenziato il paesaggio dell’umano.

Nel nostro contesto politico ed economico – questa libertà ha però una seconda garanzia. Quando dite: togliamo un bambino alla mamma! Incarceriamo quell’uomo che ha minacciato di morte la compagna! Pensate che fare questa cosa così per le spicce, sulla scorta di un timore, si possa fare giuridicamente senza che le nostre libertà siano intaccate. Però la nostra libertà di litigare con un partner, la nostra libertà di essere genitori imperfetti, la nostra libertà di migliorarci dopo aver attraversato un periodo difficile, anche la nostra libertà di lavorare con addosso una diagnosi psichiatrica, dipende da quella normativizzata mancanza di celerità. I legacci con cui certi provvedimenti vengono presi, i passaggi successivi, sono un altro dispositivo che ha a che fare con la nostra libertà. La verità è che da un punto di vista normativo, noi avremmo uno Stato Sociale dei migliori, ma economicamente non è affatto sostenuto, anzi, è ancor più aggredito. La situazione varia molto da regione a regione. Ma se c’è un comparto su cui si taglia sempre di più senza pietà, è la salute psichiatrica, le case famiglia, salari formazioni e controlli delle persone che lavorano nelle comunità terapeutiche.

Questa premessa è importante per una posizione come dire, filosofica di partenza. La parziale inefficienza che ci fa soffrire quando cerchiamo di arginare il male, ha anche a che fare con certe importanti premesse del nostro bene. La dolorosa area intermedia delle nostre azioni possibili, ha a che fare con la nostra libertà e anche con la nostra libertà di mettere in campo delle risorse. Dobbiamo saperla tollerare, dobbiamo saperci stare e dobbiamo saper reggere l’angoscia che ci genera il potere dell’altro , ergo-  il potere dell’altro di farsi male ma anche il diritto dell’altro il suo stare al mondo che non migliora e quindi il terribile potere dell’altro a peggiorare e a fare del male. Sopportare quest’angoscia è un’altra delle necessità dell’agire democratico. Ed è una necessità da saper affrontare perché quando non la si sopporta rischiamo di cadere in scelte che sono rimedi peggiori del male. Se una persona con delle gravi difficoltà relazionali svolge un lavoro non molto bene, ma discretamente, e ha dei comportamenti aggressivi ma che non fanno saltare il piano di lavoro – in termini di macroeconomia sociale, è davvero utile toglierla dal posto di lavoro? E se togliendo a quella persona una delle poche cose che tutelano la sua identità, la sua propriocezione, il suo far parte di una comunità, ne inasprissimo le tendenze aggressive?

Se dunque penso a cosa può suggerire la psicologia dinamica per fronteggiare le varie diramazioni della psicopatologia violenta, la prima cosa su cui bisogna lavorare, come a priori,  è l’angoscia che ci procura il confronto con soggetti o sistemi familiari che non cambiano, che stanno male, che sono violenti, che sono attraversati dal dolore. E che soprattutto non sembrano capaci di cambiare, o sembrano cambiare troppo lentamente. Queste situazioni ci agitano, per molti motivi: un po’ perché una persona che non sta bene, è il ritratto simbolico di parti nostre in difficoltà, nostre parti depressive più o meno minoritarie che vorremmo poter vedere perciò cancellarsi velocemente, un po’ perché il cambiamento repentino e immaginifico – di un amico, di un collega, di un alunno, di compagno di studi, ci restituisce una onnipotenza parziale un vantaggio narcisistico, mentre la sua immobilità un senso di grande frustrazione. Questo ordine di sentimenti e proiezioni però fa saltare il tavolo del lavoro, non avvicina, anzi crea distanze, polarizzazioni, Quando questi pensieri sono dispiegati è tutto un lui e noi, tutto un lui è così noi invece.  Inoltre, per motivi che riguardano anche il funzionamento delle personalità più in difficoltà- che tendono a fare in modo che si verifichi questo assetto alimentando la divergenza, la distanza, salta qualsiasi possibilità di miglioramento: perché se c’è una caratteristica che discrimina spesso le psicopatologie è che chi ne soffre, vive di profezie nefaste che si avverano, e che si servono degli altri, di comportamenti indotti o incoraggiati dal suo assetto interno.

In questo senso io penso che la scuola possa avere un ruolo molto importante, perché soggetti disabili, soggetti in difficoltà, soggetti con una diagnosi di vario ordine e grado, possono in primo luogo insegnare a mettersi in relazione in un contesto protetto. Rispetto però  questo punto, rispetto alle nostre competenze sociali, le nostre capacità diciamo largamente politiche di rendere i luoghi dove abitiamo più vivibili, un ragazzino, o due difficili in classe aumentano quelle competenze, normalizzano le reazioni, aiutano quelli che diventeranno adulti a controllare le proprie proiezioni e i propri stati d’animo di fronte a una personalità in difficoltà e che magari potrà avere problemi con altri domani. Soprattutto, una cosa che vedo è socialmente poco approfondita  – è che dobbiamo insegnare ai figli la tolleranza emotiva rispetto a modi di stare al mondo refrattari al cambiamento. Senza quell’accettazione dell’altro con le sue magagne non si va da nessuna parte, e questo vuol dire insegnare ai figli a sopportare la PROPRIA paura di essere inerti, fallimentari, rifiutabili, fermi.
A volte succedono cose diciamo psicoanalitiche, anche senza che questi processi siano visti e verbalizzati. Non è necessario sottoporre una classe a una terapia di gruppo, perché i bambini imparino a gestire le proprie proiezioni su un compagno complicato, anche se spesso parlare insieme aiuta. Ma un lavoro teatrale di classe, per fare un esempio, con una serie di ruoli assegnati insieme a quel compagno e l’idea di responsabilizzare i bambini, o i giovani adolescenti nel farlo cooperare, potrebbe modificare il campo proiettivo in modo altrettanto efficace. La prima cosa su cui comunque pero dobbiamo lavorare è creare cittadini che siano capaci di interagire con situazioni di difficoltà iscritte nel loro panorama quotidiano. Perché questo aumenterà come dire, il capitale intellettuale ed emotivo a disposizione, quando saranno soggetti nel mondo del lavoro.

In ogni caso però, in una prospettiva psicoanalitica, l’area di grande problematicità per l’emergere delle psicopatologie che preludono agli atti violenti, riguarda la situazione della famiglia quando un bambino viene al mondo. La cornice teorica psicodinamica prevede infatti che a fronte di un eventualmente anche rilevante fattore biologico nella strutturazione di diagnosi importanti sia dirimente il contesto in cui un certo bambino cresce, la situazione della sua famiglia, e gli aiuti esterni su cui può contare. Per coniare uno slogan sgradevole: tra i deliziosi bambini di oggi, ci sono già i possibili atti ostili di domani. E’ uno slogan antipatico, ma quando mi sale la desolazione per l’assenza  o il costo spropositato di asilo nido, per le scuole non a tempo pieno in tante province, mi sale un tale scoramento feroce, e penso che se le persone non riescono a mettersi il cuore in mano davanti a un bambino a cui bisogna fornire una alternativa, forse ci riuscirebbero pensando al rischio della criminalità che quella stessa sofferenza potrebbe imboccare.

Fatto sta che se c’è una cosa che mi ha insegnato la mia esperienza professionale, è il valore che hanno avuto per infanzie largamente abusate figure secondarie protettive quali in primo luogo maestre, se non le zie, o qualche amorevole vicino o vicina di casa. Ma se penso alla situazione complicata di una madre in grave difficoltà, vuoi per condizioni personali, vuoi per condizioni ambientali, la struttura esterna che tiene il piccolo un numero giornaliero di ore, e gli garantisce una serie di occasioni relazionali protette, una teoria di come è il minimo sindacale dello scambio affettivo, mi sembra già una cosa molto importante. Così come sarebbe intelligente, attuare un protocollo di intervento in età neonatale, che assista le neomadri e i neopadri a casa, nella fase post partum con interventi domiciliari anche sulla lunga durata – perché quei primi anni sono molto delicati, e sono gli anni in cui si strutturano questioni dolorose che poi cronicizzano.

Bisogna pure dire, che di protocolli di questo genere, ce ne sarebbero pure molti. Ma la situazione è pulviscolare, determinata da una larga compagine di associazioni private che vincono appalti pubblici, e che in quanto a preparazione, e retribuzione degli associati, curricula dei dipendenti, possono variare molto tra loro. Ma siccome i soldi messi a bando sono sempre sempre di meno, alla fine la qualità dell’offerta è pericolosamente variegata, con associazioni che vantano collaboratori iperspecializzati e altre che si servono di volontari, laureandi, giovanissimi tirocinanti – malamente formati. Oppure, ci sono cooperative veramente ben strutturate, ma i soldi loro garantiti sono quelli che sono, e alla fine, materialmente per sostenere una famiglia dove il padre lavora, una madre è malata terminale e ci sono tre bambini di cui uno ha una patologia cronica grave per cui non può uscire di casa, ecco quel mio collega, può andare ad aiutare quel padre quattro ore a settimana.
Quattro ore a settimana non sono proprio niente.

C’è infine un complicata riflessione da fare e che riguarda l’atteggiamento complessivo che abbiamo nei confronti di soggetti che hanno compiuto crimini intrafamiliari – in primo luogo correlati con la violenza di genere. Questa riflessione emerge più limpidamente nel momento in cui capiamo che la comprensione della psicodinamica di una successione di comportamenti che culmina eventualmente con un omicidio, non equivale a una giustificazione di tipo morale -persino nel contesto stesso di una psicoterapia che non sia legata ad alcun ordine prescrittivo di un tribunale di competenza. Io stessa per fare un esempio, ho deciso di esplicitare  a qualche mio paziente che aveva compiuto un atto moralmente sanzionabile, una sorta di rabbia, o di indignazione – con un calcolo di metodo di intervento ponderato e non come reazione istintiva, perché volevo che il mio paziente si appropriasse delle valenze simboliche ed emotive dei suoi atti, le deleghe che stava mettendo in atto, i subappalti, e gli effetti che andava rincorrendo – (voglio ferire, voglio scandalizzare, voglio etc.) in modo anche da portarlo ad arrivare a riappropriarsi della genetica emotiva delle sue azioni, e scoprire che l’onnipotenza per esempio della semplice truffa poteva rivelarsi un brillante riflesso condizionato del suo mondo inconscio e quindi una inaspettata sudditanza a certi dettami genitoriali, o a certe non viste identificazioni. Racconto questo per dire, che da una parte c’è un grado di separazione importante tra il giuridico e lo psicologico, ma per dire anche che da un’altra ce ne è solo uno e in un mondo dove lo Stato Sociale funziona come si deve, queste due rubriche dovrebbero potersi sovrapporre. O almeno, il più possibile tendere a.

In particolare devo anche dire, che per una serie di azioni criminali almeno allo stato attuale della nostra cultura collettiva,  e in particolare per tutto quello che concerne i reati connessi alla violenza di genere, molti colleghi sostengono che c’è più margine di successo in interventi fatti a seguito di una sanzione  penale. E’ veramente molto difficile – anche se ci si sta lavorando per fortuna sempre di più – riuscire a fare interventi sulla violenza di genere senza che ci sia stata una sanzione pregressa. Banalmente le persone non collaborano, gli itinerari terapeutici sono violentemente sabotati. Invece dei progetti pilota che sono fatti per esempio all’interno delle carceri con sexual offenders, possono produrre risultati più importanti. Questa cosa credo che abbia a che fare analiticamente con l’inclusione simbolica, e la dimostrazione fattuale di un oggetto superegoico che chiede il suo sacrificio. Il dover accettare una sanzione crea un ribaltamento dell’ordine simbolico di una cornice antropologica per cui prima, si immaginava che l’atto violento era iscritto in un ordine narrativo che lo vedeva come giusto, come condivisibile come necessario, con una guida all’azione che aveva la forma apparente di un valore culturale, ma era la pulsione di una immagine interna che chiedeva una revanche. Nel momento in cui lo Stato sanziona – e quindi con lo Stato anche altri uomini, oltre che altre donne, altri padri, oltre che altre madri – c’è un ribaltamento di fondo che è un vertice possibile di lavoro.

 

Ciao

Non è che fossimo poi così amici noi, così estranei l’uno all’altra, io in particolare a te e a tutti voi. Quando ci vedevamo in questi pranzi rumorosi io arrivavo come la regina sciocca di un regno straniero, dove si stendevano parole lunghe come tappeti, pieno di merletti e candelabri e magari samovar, e dovevo star bene attenta a non prendermi sul serio, ma ugualmente mi salutavi con un tuo speciale ossequio, reverenziale e dissacrante insieme.
(Mi avresti regalato degli uncinetti della tua mamma, però)

Non che ci capissimo benissimo, salvo una stima poetica e obliqua per saper parlare i nostri dialetti, mi piaceva come dicevi di noi intellettuali, quel tuo modo di scivolare sul dittongo in modo che nella a si aprisse la piazza di una perplessità, di una ricerca vana, di un prestigio legittimo e tragico.
(Avresti studiato con profitto, penso, e non l’hai fatto.)
Ti ho mandato tutti i miei libri, ogni volta che sono usciti, e questa cosa mi dicevano ti riempiva di allegria, arrivava il pacchetto della casa editrice, tornavi dalla fabbrica, ti vantavi, facevi la ruota di pavone. Non ci capisco un cazzo devo confessare, poi mi scrivevi. E poi mi hai detto ilare e iconoclasta – li ho regalati a una donna con cui speravo di scopare!
Io spero ti siano stati utili.

Non so se sono stati utili, entrambi in effetti sappiamo – che con i libri non si scopa – ma mi aveva divertito quella tua disinvoltura, grazie erano per un’impresa meritevole.)
Certe volte ti spiavo mentre te non ti accorgevi, quando avevi scavalcato una certa staccionata dell’ebbrezza, che tutti ti si diceva di non passare, il fegato spappolato, lo stomaco bucherellato, le braccia pure,  stai attento ti dicevamo.
Anzi a essere onesti avevamo smesso – perché  l’autodistruzione è sempre stata la tua unica forma di svago, e anzi devo dirti, ho ammirato la protervia del tuo cuore e del tuo corpo – io con tutto quello che gli hai fatto tu, oggi non starei qui a salutarti. Sinceramente, un fisico di ferro.

Ma dicevo che ti spiavo. Magro stralunato e siccome ubriaco cattivo ma anche dolcissimo insieme, malinconico. Ti vedevo una tua specifica leggerezza, una tua singolare innocenza. Tutto quel passato feroce sulle spalle  – sbriciolato inutilmente, quei tentativi letterari di prendersi una piccola rivincita dal bordo del mondo, ti ho immaginato ragazzino tirate sassate sulle vetrine, come sulla schiena di un coccodrillo che ti avrebbe mangiato, ti ho visto quegli occhi che ci avevi te, gli occhi dei timidi loro malgrado che di rado ti prendono apertamente, e la loro disarmante incapacità alla seduzione. Sei rimasto figlio per tutta la vita. Ma uffa, oggi eravamo tutti insieme, abbiamo pranzato senza di te, come tutte queste ultime volte, senza di te sempre a parlare un po’ di te.
Com’è brutto quando gli amici se ne vanno.

 

(ciao, qui)