psichico 4/maschilismo e misoginia

Ciclicamente mi trovo a ridefinire la distinzione tra misoginia e maschilismo. In un certo senso, si tratta del tracciamento di un confine arbitrario, una sorta di barriera artificiale su un territorio per sua natura continuo, eppure è una definizione che ha un’utilità pratica per chi si trova a lavorare sul piano concreto perché afferisce non a due gradi diversi dello stesso fenomeno, ma a due fenomeni proprio diversi, due modi diversi di relazionarsi al femminile. Invece constato, che spesso si confondono i piani, usando come esempio estremo le culture in cui esiste una sorta di psicopatologia culturale deflagrata e acclarata – in cui la misoginia è eretta a sistema culturale. L’Iran, gli spettacoli dell’ISIS, oppure, il Messico – e quelle aree del sudamerica dove non a caso è stato ritenuto necessario coniare il termine femminicidio. Tuttavia rimane il fatto che – il maschilismo risponde a un’idea politica della gestione dei ruoli che può essere osteggiata politicamente oppure no, dove le persone possono vivere infelicemente ma anche molto accomodate e felicemente – mentre la misoginia risponde a una grave patologia, che produce comportamenti invariabilmente patologici e violenti i quali si reificano invariabilmente in atti e gesti che fanno stare male chi li riceve e in realtà anche chi li compie. La misoginia non può mai essere rispettata.

Nella psicodinamica che muove i due atteggiamenti passa la differenza che intercorre tra nevrosi e disturbi di personalità. Nevrotici siamo tutti e il maschilismo è una nevrosi culturale come un’altra. Dal mio punto di vista guarirne è sempre un vantaggio ma ci si campa benone con agevoli matrimoni. Nancy Chodorow – una che dall’antropologia culturale era passata alla psicoanalisi relazionale – aveva messo in relazione, cosa che io trovo sempre più confermata nella pratica clinica – l’atteggiamento sessista con la latitanza o con la perdita della figura paterna. Più i padri scompaiono, più mancano maestri, zii, e figure vicarie di un paterno adulto, più accade che nella psiche maschile, e senza difficoltà aggiungo in quella femminile, si strutturi un’idealizzazione dell’uomo stereotipata, magicamente dominante, superpotente e più ancora, in età adulta, questi figli senza padre blandiscono il padre potenziale nell’amico nell’uomo che trovano potente, e si schierano invariabilmente con lui quando si tratta di sanzionare la libertà del femminile: il patto di genere cioè è una soluzione nevrotica a un problema di deprivazione. Nel suo bel volume  – il gesto di Ettore – Zoia, non a caso dedica una lunga e utile disamina delle culture in cui per un incrocio tra dato connotativo ed etnografico e malefiche incidenze della marginalizzazione economica gli uomini vengono portati lontani dalle proprie famiglie, indotti a essere sempre più satellitari rispetto alla propria progenie, producendo un assetto mentale che tramite dei figli deprivati riprodurrà se stesso. In questi termini i figli di uno stesso mondo e di uno stesso sistema familiare potrebbero trovarsi in amorosi sensi, nella celebrazione totemica condivisa del maschio come potente e pubblico e della femmina come secondaria e privata. La loro comunicazione è fluida, e possono amarsi ed essere felici ed essere delle persone oneste e – non di rado, quando la psiche lo permette e l’occasione esistenziale è colta – anche dei genitori migliori di quelli che hanno avuto. Non a caso, famiglie molto reazionarie come divisione dei ruoli producono oggi anche donne che lavorano e mariti non maschilisti. Il padre antiquato, diversamente dal nonno antiquato o dal suo bisnonno, è stato antiquato a casa, e non fuori casa. Un padre antiquato a casa evita il bisogno parossistico di celebrare ogni maschio qualsiasi cosa faccia verso una donna.

Quello che però voglio dire, è che in questo modo di stare al mondo ci può essere un benessere che può essere politicamente contrastato, ma non osteggiato come qualcosa che sta fuori della politica. L’idea che una donna sia principalmente depositaria del privato, della relazione, della bellezza della grazia e della gentilezza, nata per curare i vecchi e fare i bambini, è per me da contrastare perché limita le possibilità politiche dell’esercizio di se, equivale grosso modo a un partito politico che non voterei mai, ma rientra in un tipo di soluzione psichica e ideologica ammissibile nell’arco parlamentare ed esistenziale. Non è qualcosa che sta fuori della democrazia.
La misoginia invece è tutt’altro affare. La misoginia è quella cosa che vuole uccidere il femminile, che deve avere il suo tarlo in una zona idealmente preedipica che ha minato il materno. Chi si occupa di violenza di genere in concreto – per esempio sa , che le sue forme più acute non si esacerbano pensando alla carriera di lei, al successo professionale di lei – all’acquisizioni di attività tradizionalmente maschili da parte della donna, ma esplode quando la donna è più tradizionalmente donna – per esempio gli uomini potenzialmente violenti cominciano a menare quando la compagna è incinta. Diventano patologicamente gelosi pensando alla sua capacità di sedurre. La prassi di svalutare le capacità intellettuali della donna che così spesso si constata nelle coppie dove lui è aggressivo e manesco – è una soluzione reattiva volta a togliere indipendenza e identità all’altro, ma ciò che si detesta nell’altro è un materno atrocemente desiderato e perduto.

Questo naturalmente impone una riflessione sulle culture misogine, che non conosco abbastanza per non rischiare di dire cose sbagliate. Quindi prendete quanto segue con le dovute cautele: ma io non credo che sia un caso che all’aumentare della povertà, della fame e della marginalizzazione sociale aumenti la misoginia e si culturalizzi. Credo che esista un cortocircuito psichico, gli junghiani parlano di archetipo del materno e i kleiniani lo concettualizzano nell’idea dell’oggetto parziale, per cui il bambino deprivato del cibo ed esposto ad una madre depressa e svalutata  – come spesso sarà la madre del mondo misogino –  è destinato ad avere poche risorse materiali ed emotive e portato a crescere con una violenta invidia e aggressività verso il femminile. Ma questo riguarda appunto certe specifiche contestualità e aree non tutti i posti del mondo che non siamo noi. Anzi, non di rado ci sono aree del nostro territorio che riproducono queste premesse.In conclusione, ciò vuol dire che esistono comportamenti che attaccano il femminile nevroticamente e in maniera blandamente culturale – il ricercatore universitario che fa un commento volgare sulla sua collega ammiccando a un altro collega ricercatore della cui approvazione è molto contento – e comportamenti che attaccano il femminile agendo dei nuclei psicotici, e una psicopatologia relazionale grave – come il rispettabile ragazzino di buona famiglia che stupra la colf  extracomunitaria, o l’uomo che ammazza la compagna e poi si suicida. Questa distinzione per me è utile comunque, perché rimanda a soluzioni e prassi diverse.

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psichico tre/quando cominciare una terapia?

Questo post risponde a una domanda che mi hanno posto più volte i lettori del vecchio blog. E’ spinosa in effetti, perché nella sua semplicità denuncia il complicato statuto della psicologia e della psicoterapia nella nostra vita, eppure è semplice – perché suona così:
quando è che uno deve capire di avere bisogno di una psicoterapia?

La psicoterapia è quella cosa che utilizziamo quando il nostro modo di risolvere i problemi che ci capitano non funziona. Definizione efficace volendo, ma che evoca diversi fantasmi: il primo è nella definizione di problema – così intrisa di valori culturali del contesto di appartenenza: non so fare questa cosa (essere felice, avere una fidanzata, non avere una fidanzata, smettere di mangiare, mangiare molto – essere triste etc.) – è un problema? Ma per chi? Per gli altri? Per me? Per il me per me, o perché ho fatto mio il modo di pensare che era di qualcun altro? Questo ordine di quesiti ha una sua ragion d’essere oggettiva per la complicata posizione della psicologia rispetto alla cultura in cui si colloca, e una funzione soggettiva quando si vive una paura di affrontare un cambiamento e di affidarsi a qualcuno – paura che possiamo rozzamente tradurre nel concetto clinico di resistenza, e allora la domanda diventa: rimando la psicoterapia perché penso che posso farcela, o perché non mi va di farcela?

Ma a pensarci, questo modo di girare la questione è anche molto avanzato, persino prossimo alla soluzione, perché parte dei guai stanno nell’avere un problema, qualsiasi esso sia, e non pensare di averlo.

A complicare ulteriormente la questione, c’è il fatto che spesso i nodi vengono al pettine quando ci sono delle normali situazioni dolorose o difficili di vita, per cui la persona che vive delle difficoltà può essere incerta tra il giudicare un senso di scacco dovuto alla situazione contingente e il sospetto che ad appesantire il carico ci sia dell’altro che con quella situazione contingente non ci entra niente.

Io credo che per rispondere dobbiamo prendere in considerazione due cose. La prima più filosofica, la seconda più clinica.
La considerazione filosofica riguarda il nostro rapporto con i contesti culturali che abitiamo, nei confronti dei quali siamo dipendenti a prescindere dalla posizione – più o meno eccentrica – che occupiamo in essi. La domanda da porsi non è quanto disto dalla norma dall’esemplareità, dal comportamento socialmente più accettato, ma quanto sto comodo in questa mia collocazione rispetto al contesto in cui vivo, se abito un punto nello spazio sociale che mi si confà se abito delle emozioni e delle reazioni e delle scelte che mi fanno stare bene, e che senso hanno per me. Bisogna uscire un po’ dalla vecchia narrazione per cui l’eccentricità è patologica in quanto tale, ma simultaneamente ammettere anche che certe eccentricità hanno dei costi, perché implicano una riduzione delle risorse disponibili. Tradotto: se sei sposato hai buoni rapporti con la famiglia, ci hai i figli un discreto lavoro e l’hobby del tiro a segno, hai più rete di sostegno e risorse di appoggio che se vivi da solo, litighi con tutti, hai la passione per film cinesi degli anni trenta e ti è scaduto il tuo contratto di lavoro. Il bilancio costi benefici, persino riguardo a certe categorie diagnostiche è un’equazione personale da trattare sempre con grande rispetto e delicatezza. E questo quindi è un primo messaggio per le persone che giudicano che un caro amico un parente o una persona vicina abbiano bisogno di farsi curare: bisogna sempre tenere in grande considerazione l’equazione personale di qualcun altro, e quindi prima di imbracciare la sacra esortazione alla cura – ancora con un uomo sposato! Ma forse ti devi far curare! Es – ricordarsi del rispetto per la vita dell’altro. Se sta abitando quel punto dello spazio, ha i suoi motivi.

Il che però non toglie che – in certe posizioni si può stare più comodi, anche senza cambiarle di molto, oppure ci si può spostare se davvero lo si desidera -sia un pochino più in periferia, che un pochino più in centro.

(In questo senso, un buono psicoterapeuta dovrebbe avere idealmente lo sguardo abbastanza ampio e la testa abbastanza sveglia, da concepire soggetto e contesto come funzioni relative e interdipendenti non assolute, e quindi essere capace di lavorare con qualcuno che appartiene a una cultura molto diversa dalla sua, utilizzando le prospettive relative a quel campo, piuttosto che al proprio).

La seconda questione più clinica, ma di non troppo difficile osservazione su di se, forse l’unica cosa che interesserà davvero di questo post, è nel concetto di flessibilità e nell’ampio spettro delle nostre risposte alle domande ambientali. Ognuno di noi ha una personalità con delle caratteristiche tipiche, dei pregi e dei difetti – e questo insieme di caratteristiche risponde a certe funzioni psicologiche precise che nella clinica hanno anche un nome – per fare un esempio i meccanismi di difesa, o per farne un altro, le capacità adattive e di resilienza. Ognuno di noi ha dei canali preferenziali che corrispondono a pregi e difetti comunemente intesi, ma deve ugualmente avere la possibilità di usarli in modo vario, e di usarne altri meno consueti affrontando certe necessità. Quando ci si accorge che le nostre risposte alle questioni poste dalla vita sono sempre identiche a se stesse, che siamo irrigiditi in certi protocolli di comportamento che sembrano una sorta di protettiva condanna – è ora di farsi delle domande. Questo vale per delle risposte sintomatiche più palesemente disfunzionali – alcolismo, tossicodipendenza, ma anche per delle altre che sembrano molto eleganti e piacevoli nelle pubbliche relazioni: per fare un esempio, l’umorismo è un meccanismo di difesa superiore, un meccanismo adattivo al contempo, considerato segno di una capacità di distacco dalle cose e di saperle vedere nella giusta prospettiva. Ma se si usa sempre, c’è qualcosa che non va. Se ridi delfatto che sei deriso è un conto, se ridi del fatto che ti hanno fatto una brutta diagnosi è un altro. Perché noi disponiamo di tanti stromenti psicologici diversificati, e tutti servono – per esempio a prendere sul serio un brutto evento e a prendere provvedimenti per difendersene.

Questa cosa può essere utile anche a decodificare certi complicati incroci con eventi di vita spiacevoli, che diventano una sorta di ombrello sotto cui far accucciare tutti i dolori. Contrariamente a quanto farnetica la nuova edizione del DSM (ma su questo faremo un post a parte) l’esperienza del lutto è una necessità fisiologica non una deriva depressiva, e non permettersi un lutto, rientra in quella deprivazione delle possibilità esistenziali che poi può presentare il conto in altra forma, ma siccome la perdita fa parte della vita, almeno la maggior parte delle perdite, in un tempo più o meno dilatabile essa va digerita. Se il lutto non si elabora e ci si incaglia in esso, è la prova che ancora una volta, abbiamo un motivo per non usare tutte le nostre risorse, che con quel lutto non ha niente a che vedere.

Mi fermo qui. In realtà l’argomento è molto vasto, ma confido nelle eventuali domande poste nei commenti.

Dal vecchio blog: Bracco di Weimar (novembre 2011)

È uno di quei cani con il pelo color del peltro lucido, la curva del ventre che sa di aristocrazia, gli occhi di paglia e di ambra, e in mezzo a tutta quella bellezza di razza, lo sguardo di chi ama in maniera disarmata, di chi corre dietro un gioco qualsiasi, di chi mette il naso umido sulle guance dei bambini.
L’incapacità di abitare fuori della fiducia.

(Ha forse le zampe un po’ troppo robuste per essere una fiera da signore della domenica, qualcosa di sguaiato per la passerella. Deve essere il frutto di una colpa, il figlio naturale di una storia ingovernata, il tradimento di una femmina annoiata, ma cesellata nel bronzo.)
Si gira

Il giornalaio lo tiene legato con un lungo guinzaglio in mezzo ai platani. Non pare soffrire di questa condizione, gli si sente nello sguardo il perimetro limitato di un mondo reinventato, la carta pesta dell’assenza di infinito – ma gli si indovina anche una storia di amore genuina, di dialoghi tra cane giovane e padrone vecchio. Una storia di amici che ridono la sera, che si scambiano tozzi di pane, e ossi, e pantofole usate.

(Quando sta seduto di profilo sembra certamente il comprimario di un quadro fiammingo, per via del colore del pelo, dell’evocazione di seta, della curva che fanno la coscia e la gola, per il naso che sembra altero e la tenerezza infantile che invece sta nascosta e lo si scambia per bestia nobiliare. Un cane da camino di marmo, un conte da tappeto persiano, un sagace arnolfino da raccogliere in uno specchio convesso.)
Scodinzola

Cane che hai gli occhi pieni di felicità sei troppo bello gli dico ogni volta – stai attento a non farti rubare.
Col pensiero vado al pensiero del suo padrone, mi pare di sentirne la voce. Non lo lascio a casa perché soffre di solitudine e comincia a piangere e i poi sapete i vicini.
La mattina molto presto, quando è ancora buoi, lo mette nel bagagliaio per andare in edicola, ai semafori urla di non fare quel gran baccano ogni volta! E si interroga sulla natura del suo risentimento verso le frenate. Lo sento quando lo chiama con un nome di imperatore, di papa, di epica, di fumetto.

(Anche questo amore invecchierà e morirà più velocemente del vecchio – e questo alle volte da il tono alle sue carezze).

Poli per noi

Gira molto in rete in questi giorni, questa bella intervista di Paolo Poli. Leggetela, è – come tutto quello che lo riguarda – estremamente piacevole, godibile, accattivante. In questi giorni ha spopolato facendo contenti sinistri timidi e liberali a corrente alternata, per il suo molto estetico e molto reazionario esordio: il matrimonio tra gay? Che rottura di coglioni!

A questa esternazione seguivano poi, una serie di considerazioni e ricordi sul suo passato, sulla sua famiglia con la sua elegante autoironia. Si racconta figlio di una famiglia numerosa, parla di un padre affettuoso che lo accettò così com’era. E allude alla storia della sua vita di omosessuale come dominata da un’aristocratica solitudine.
Ma cosa c’è di meglio per la nostra coscienza infelice in materia di diritti di un omosessuale che si autoproclama saltimbanco di lusso, che edulcora le angherie subite da una larga fetta di cittadini in forma di estetiche solitudini, come massimo della sfiga, che mette l’idea tutta pratica e tutta concreta del matrimonio nel calderone dei riti piccolo borghesi dell’apparenza assolutamente ininfluenti per la qualità della vita del paria da salotto? Ecco, a dire la verità a me Paolo Poli, fa un po’ arrabbiare.

Da una parte l’intervista di Poli rientra in un certo filone antropologico che unisce certa gente di teatro con certa gente delle arti figurative o della produzione letteraria. Questa antropologia tratta da sempre tutto ciò che è politico come troppo proletario, inestetico, noioso. Costellano un diverso arcipelago di caste, dove l’originalità di un linguaggio espressivo garantirebbe la posizione più prestigiosa – il Contatto Con il Mondo dell’Arte e delle Cose Belle – in una rivisitazione mai estinta e che non passa mai di moda di un certo dandysmo alla Dorian Gray, la cui stucchevolezza dipende dal talento di chi la indossa. A Paolo Poli si può perdonare, a certi altri figuri che si ha la sventura di incontrare in qualche cena tra amici molto di meno. Questo snobismo da alato carme, chiamiamolo così conosce diverse declinazioni, a seconda della miopia o della nevrosi di chi lo indossa. Non credo sia il caso di Poli, che con ogni probabilità è uno zio meraviglioso, ma spesso si esprime con un certo disprezzo per i bambini e la famiglia, e guarda le madri con supponenza, altre volte ostenta una falsa ironica disillusione in fatto di diritti e di povertà, che ha il pregio di essere scambiata qualche volta per grande amarezza, ma molto spesso per quella simpaticissima e adolescenziale strafottenza della scorrettezza politica. Spesso, è la soluzione di compromesso – virata a un narcisismo commercialmente fruibile – a un’infanzia non proprio smagliante.

Dall’altra, c’è questo perverso meccanismo di difesa che individuò Anna Freud, l’identificazione con l’aggressore, che in misura diversa tenta sempre i gruppi sociali vittime di una forma di discriminazione. E’ quella cosa perversa per cui ogni tanto un ebreo che sta pensando a tutt’altro, si trova davanti a uno che percepisce antisemita e comincia a parlare di soldi, nell’inconsapevole corsa a garantire lo stereotipo. Non parlerebbe di soldi, non gli importa in quel preciso momento, né gli importa più di quanto interessi ad altri in assoluto, ma il costo della discriminazione – probabilmente intrecciato a sue vicende personali – lo porta a rassicurare l’aggressore indossando i panni mefitici che quello ha cucito per lui. Non tanto lontanamente si comporta l’artista che dipinge l’omosessuale come destinato all’isolamento del gruppo sociale, che ostenta il graffiante anticonformismo che non disturba i conformisti, che rassicura l’interlocutore dell’inconsistenza dei bisogni dei soggetti. Sono nato finocchio – dice Paolo Poli, con una soluzione narrativa efficace – ma che pace per lo spirito che quello si chiami da solo con il termine della discriminazione! Com’è simpatico! Com’è ironico! Grazie davvero grazie.

dal vecchio blog: “quanto vicini quanto lontani” (2011)

Cari tutti –
Regolarmente ritorna il dibattito, spesso connotato da tono sgraziati e accesi, sulla maternità, la prima infanzia e quello che la psicologia ha da dire sugli stili di accudimento – ci sono partiti culturali opposti, parecchi interlocutori che si sentono chiamati in prima linea, e per cercare di dire la mia ecco qui un  post molto lungo – un po’ perché io sono prolissa – molto perché mi sforzerò di sintetizzare malamente e con molte ingiustizie i punti salienti della psicologia evolutiva degli ultimi decenni – che mi pare, al di la delle ondivaghe mode pediatriche si vada strutturando in maniera sempre più coerente e relativamente omogenea. Qui parleremo un bel po’ di teoria dell’attaccamento, perché mi pare che di questi tempi chi si occupa di bambini in particolare, ma anche di adulti non può evitare di farci i conti se non proprio sottenderla come punto di partenza per andare altrove.

Quando parliamo di prima infanzia, noi dobbiamo sempre considerare due soggetti – che sono un piccolo e il suo caregiver, che nelle culture come la nostra spesso e volentieri è rappresentato dalla madre. Il piccolo che approda nel mondo con la nascita, dobbiamo considerare – non è una tabula rasa ma un libro diciamo ancora da scrivere, ma che è programmato biologicamente per essere scritto con un certo numero di variabili a seconda di come l’ambiente interagirà con lui. Abbiamo cioè una materia che è biologica e un’altra materia l’espressione comunicativa di quel dato biologico, e le forze con cui essa entra in contatto, che sono il contesto culturale e le sue relazioni primarie. La materia prima comunque – il dato biologico – è la prima grande differenza saliente e sicuramente la più importante. E’ il genoma, è quello che noi chiamiamo maggiore vulnerabilità a certe forze ambientali e relazionali, sono le carte che ci danno quando comincia la partita.
In linea di massima questo piccolo possiede un primo programma che gli psicologi evolutivi chiamano regolazione di stato – e concerne l’amministrazione del sonno e della veglia, prima di tutto, e la conquista del comportamento alimentare nella sua ciclicità. La facilità o difficoltà nell’amministrare questo programma deriva prima di tutto dalle carte biologiche di cui il piccolo è in possesso, ma in linea di massima ne ha a sufficienza per cui, con un caregiver sufficientemente attento approda da solo a una buona esperienza.

Nella media generale delle esperienze, le madri ci mettono un po’ a sintonizzarsi con i figli e dopo una serie di legittime prove ed errori, trovano una modulazione di frequenza nell’interazione con i bambini. Daniel Stern e soci, il gruppo dell’Infant Research, ha filmato centinaia di bambini con le mamme codificando questa strutturazione della comunicazione, campionando momenti di addormentamento e momenti di nutrizione, o momenti di gioco. Stern e soci hanno quindi approfondito il concetto di Bowlby – quelli di Modello Operativo Interno, usato per indicare la traccia mnestica, il ricordo, di quello schema di interazione che essendosi ripetuto spesso per il bambino fa da orientamento, da recipiente mentale per vivere le situazioni simili che si ripropongono. Egli sa che la mamma quando deve mangiare farà in un certo modo, e risponderà al suo solito modo. Egli interiorizza un se con la mamma, un se nella relazione. I modelli operativi interni della primissima infanzia, andranno poi a confluire negli stili di attaccamento – cioè nei modi con cui i bambini organizzano la loro relazione con la loro – o le loro figure di riferimento. (Sono molto belle le ricerche che mettono in relazione modi di interazione tra mamma e bambino nei primi mesi, e stili di attaccamento dopo) La variabilità di questi funzionamenti delle coppie è immensa e le risorse degli adulti per gestire i piccoli non mancano mai di affascinare i ricercatori, tuttavia – esistono delle classi di comportamenti generali che coincidono con gli estremi – io credo quello che si dice alto contatto e basso contatto – che si rivelano problematiche, non nel senso comune di immediata garanzia di una psicopatologia, ma senza dubbio di una maggiore vulnerabilità alla psicopatologia – che emergerà con più facilità se insieme a un accudimento non funzionale ci saranno altri fattori di rischio.

Ripensiamo infatti a questo concetto dell’autoregolazione di stato. Il bambino si trova nella necessità di trovare dentro di se qualcosa che ha già, ma è pur sempre un bambino molto piccolo con poca esperienza di se stesso. Il genitore, è allora nella posizione di garantire assistenza, senza però mettersi al posto del piccolo. Quando il contatto è molto basso – per esempio un bambino non riesce a dormire, piange a squarcia gola e nessuno va da lui, il bambino diventerà terrorizzato dal suo stesso bisogno, acquisirà un modello operativo interno di abbandono sciagura debolezza e rabbia, che alla lunga possono diventare pattern stabili della struttura caratteriale, pattern che incoraggiano gli interlocutori a confermare il vissuto di abbandono e di inefficacia della prima infanzia. Se questi vissuti sono molto gravi e intensi potrebbe certo diventare un adulto terrorizzato dalla relazione, dai suoi sentimenti esperiti nel bisogno frustrato della relazione, a cui le dipendenze possono offrire un valido strumento vicario. Quando però il contatto è troppo alto, per esempio si tiene sempre il bambino in braccio finchè non si addormenta, il bambino quasi ugualmente non riuscirà ad accedere alla sua capacità di autoregolazione, perché c’è qualcun altro che fa le sue veci, c’è l’io vicario che lo culla per l’eternità, e questo lo renderà dipendente, ed incapace di accedere autonomamente alle proprie risorse, approdando a quella stessa convinzione di debolezza e inefficacia che connotava il suo fratello invece abbandonato, solo con una marca di difficoltà diversa. Spesso in casi in cui questa dipendenza è prolungata in una costellazione di comportamenti – allattamento prolungato, dormire nel lettone, non permettere al bambino di piangere o di avere sentimenti negativi – l’adulto che ne verrà fuori farà molta più fatica dei suoi coetanei a disimpegnarsi dal nucleo familiare, a separarsi dalle identificazioni genitoriali, a ristrutturarsi in una vita propria e a sopportare le relazioni di dipendenza – proprio per il suo comportamento troppo dipendente. (Alcune ricerche poi – mettono in luce la correlazione tra patologie della sfera alimentare e allattamento prolungato. Non è difficile da capire, l’anoressia interviene spesso in quadri familiari in cui la fusione con la madre è molto alta, e il padre è satellitare. L’allattamento prolungato può essere il cemento precursore, il mezzo con cui fissare i confini di una simbiosi – che poi simbolicamente e paradossalmente si mantiene e si rifiuta con il cibo).

La persistenza e continuità dei modelli operativi interni dall’infanzia fino all’età adulta, specie nelle psicopatologie, è stata dimostrata dal voluminoso corpus di ricerche basate sull’impiego dell’Adult Attachment Interwiew, una intervista con domande chiuse e aperte che è stata implementata da Mary Main e che si ripropone di rintracciare lo stile di attaccamento di un adulto interiorizzato nella sua infanzia e come questo stile di attaccamento sia ancora presente nel suo sistema comportamentale, con le figure importanti della sua vita relazionale – così c’è una consistente mole di ricerche che mette in relazione i modelli operativi interni strutturatisi nella prima infanzia con i modelli operativi che i soggetti applicano nella vita di coppia, e nelle situazioni di innamoramento, e un’altrettanto fiorente ricerca sulla genitorialità e sul modo con cui i genitori tendono a riprodurre con i figli i modelli operativi interni che hanno interiorizzato. Molte poi sono le ricerche che invece correlano certi stili di attaccamento a situazione francamente psicopatologiche. Da tutte queste ricerche emerge che non è infrequente il caso in cui le persone nella vita possano cambiare stile di attaccamento dall’insicuro al sicuro – ma è molto più infrequente che accada il contrario. Riportare qui gli esiti di queste ricerche è semplicemente impossibile, tanta è la mole, ma quello che si può dire con certezza è che i modelli operativi interni sono connotati da una buona stabilità anche se nel corso della vita ci sono fattori di protezione e fattori di rischio che possono relativamente modificarli (una buona psicoterapia ha questo tra i suoi scopi, e altro esempio, qualche volta quando gli schemi mentali ed emotivi interiorizzati non sabotano l’esperienza, i modelli operativi possono essere virati verso la sicurezza da delle buone relazioni)

Torniamo allora all’antinomia tra alto contatto e basso contatto. Quando il contatto è molto molto basso l’esito patologico è pressocchè certo, in un range di possibilità che dalla ridotta crescita fisiologica arriva al disturbo di personalità, o di dipendenza da sostanze. Il basso contatto di cui parliamo qui però, è difficile che sia ascrivibile a direttive di tipo culturale, ma a cause a loro volta psicopatologiche. Una grave depressione nella madre, o a sua volta un suo disturbo psicopatologico franco, la rendono così scarsamente recettiva da indurre una patologia grave. Una madre inaccessibile per una psicosi post partum, una madre tossicodipendente per esempio possono ritrovarsi a stare in una stanza con un figlio che piange le ore di seguito, e naturalmente il contesto sociale ha una sua forte incidenza – fasce sociali più deboli, in ambienti di povertà e alta criminalità sono più esposte. Ma non c’è cultura che possa suggerire questo basso contatto – per il semplice fatto che è troppo antievoluzionistico, e antieconomico per il gruppo sociale – men che mai i società in cui i figli sono così pochi, come la nostra. Una cultura trasmette ai genitori i valori che richiede dai piccoli cittadini che mettono al mondo, ma non può volere che questi piccoli cittadini muoiano o elaborino stili di vita pericolosi per se o per gli altri. Può – in contesti in cui ci sono molti bambini – desiderare che resistano solo i più forti, ma non tollera che i più forti vadano perduti. (In questo senso è interessante ricordare la reazione che ebbe Margareth Mead, antropologa, davanti al costrutto dell’attaccamento. Attaccò la sua prima formulazione come ingenua – ma da subito si rese conto della sua applicabilità trasversale ai più svariati contesti culturali – come di fatto è accaduto).

Il polo opposto dell’alto contatto genera psicopatologie relativamente più tollerabili e che permettono una funzionalità sociale, ma in compenso è un rischio più frequente nella famiglia media anche se – pure in questo caso è molto più probabile che l’eccesso di alto contatto sia dovuto a motivazioni psichiche individuali o della coppia che a direttive di ordine socioculturale. Il sistema diadico che mette insieme madre e bambino infatti è uno strano dispositivo che per funzionare deve implicare uno sforzo relativo per entrambi. Un elevato contatto – cullare sempre il bambino finchè non si addormenta, allattarlo finchè non è lui stesso a chiedere che si smetta, dargli nel mondo non un posto che è il suo ma che è al posto del proprio non è autoconservativo, è funzionale a una malessere della madre o della coppia genitoriale. Il figlio prende il posto del padre, con una valanga di effetti negativi per tutti. La madre struttura la sua vita in funzione di un altro, usandolo per evitare di prendere contatto con parti depressive proprie da cui si sente minacciata, e per trovare una forma di gratificazione. Regala al bambino la propria paura del dolore negandogli l’esperienza del dolore o della difficoltà. Il processo evolutivo del figlio viene compromesso – frenato, perché la sua capacità di raggiungere l’omeostasi da solo è scoraggiata e non trova un terreno per focalizzarsi. Inoltre il bambino – per usare una parola dei sistemici, viene triangolato. Essendo posto al posto del padre diventa il canale di comunicazione emotiva tra i due coniugi – diviene strumentalizzato dalla coppia. La coppia viene messa in una posizione di grandissimo rischio: il padre non riesce a ritrovare il rapporto con la madre e quindi cercherà il rapporto erotico altrove, spezzando la famiglia, oppure (cosa che mi è capitato di osservare frequentemente nel centro clinico dove collaboro ora) sessualizzando il suo rapporto con il figlio – nella sinistra atmosfera dell’incestuale.

In tutto questo – sinceramente – non so quanto possano incidere le direttive culturali in entrambi i casi, specie nelle loro derive psicopatologiche gravi. Quando una cattiva psicologia attecchisce è soprattutto perché il malessere psichico la usa come pane, come alibi, come risorsa – la struttura sana sente dove non si deve fidare. Ma forse esistono delle zone intermedie, di incapacità di toccare le proprie buone risorse, e di essere per questo buoni caregiver, per le quali una buona psicologia potrebbe fare un buon servizio. Non credo neanche che questo buon servizio sia da destinare solo alle madri e alla genitorialità – mi sono fatta l’idea – assolutamente personale e non comprovata da niente – che l’istinto vero è quello del grande verso il piccolo della sua specie. Tutti siamo portati quando siamo ragionevolmente sani, o se vogliamo tollerabilmente imperfetti, a saperci sintonizzare con un piccolo e a dover sentire per un piccolo in difficoltà un senso di protezione. Quando questo senso di protezione manca – figlio o no – la psicopatologia è franca.

Avevo un sacco di cose da aggiungere e ora mi sono come svanite, spero che ci siano eventualmente delle domande nei commenti e che comunque venga un bel dibattito.

psichico2/ psicoterapia come sistema linguistico

C’è questa coppia di argomenti che viene usata frequentemente quanto da chi sceglie la psicoterapia quanto da chi le resiste, strutturandoli in conformità delle proprie ragioni psicologiche, prima ancora che delle necessità logiche di una attendibilità sul campo. Il primo argomento – molto amato in certi ambienti intellettuali – riguarda la struttura discorsiva e narrativa della psicoterapia e l’importanza della cosiddetta in gergo – equazione personale, ossia le caratteristiche dello psicoterapeuta in se, o eventualmente la combinazione di caratteristiche di curante e curato. Questa retorica della psicoterapia come strutturazione meramente narrativa viene come si diceva, spesso e volentieri utilizzata anche per inficiarne l’efficacia e spiegare il perché se ne è respinti. Come in certi ambienti questa presunta non scientificità è ideologicamente compatibile con certi valori e certe estetiche – donde la perniciosa invenzione del consulente filosofico – in altri, proprio la fideistica totemizzazione di una idea della scienza positivistica e epistemologicamente ingenua, fa percepire quell’idea di psicoterapia come truffaldina, inaffidabile, sciamanica.

Quando invece, persone di quegli ambienti intellettuali vogliono sfuggire alla psicoterapia cercheranno nelle loro argomentazioni, un attaccamento alla libertà, al desiderio di non essere risolti in una matematica della relazione, in una causalità spicciola degli individui che dichiareranno riduttiva rispetto alla complessità che si sentono di rappresentare. Mentre quella stessa matematica delle relazioni, sembra essere ciò che rincorrono certi ricercatori di certi orientamenti soprattutto di area cognitivo – comportamentale.

Al di la del guaio rappresentato da una serie di viscerali reazioni che strumentalizzano i percorsi logici – senza che siano messe nel campo di osservazione – il modo di valutare la questione manca sempre di uno sguardo prospettico e di una prospettiva storica. Si giudica la questione in termini di tutto o nulla: ossia, ci si chiede: ci sono delle regole delle ricorrenze nella diagnosi e nella cura? Si o no? Quando la questione dovrebbe essere posta nei termini: a che punto è questa disciplina relativamente giovane, della strutturazione della sua grammatica?

Io credo che il ricorso al linguaggio – considerando la relazione che c’è tra parlato scritto grammatica e creazione può essere molto utile. Il linguaggio è stato prima pronunciato, e quindi scritto. La conoscenza delle sue norme arriva sistematicamente a posteriori, e si avvale di codifiche abbastanza affidabili sulla lunga durata ma suscettibili di cambiamento. In qualche caso la violazione della regola grammaticale implica comunque un’espressione comprensibile, e quindi un atto funzionale. Ma nella maggior parte dei casi, e nella stragrande maggioranza quando cioè la regola è ignorata – la violazione ostacola il senso, lo mutila, e quindi non è un atto funzionale. Ugualmente, la presenza di una sintassi, non impedisce la creazione estetica. Né non esistono nell’ambito della creazione estetica eventuali forme di riferimento che possono essere canonizzate, e tradite e riformulate.

Con la psicologia e le psicoterapie dovremmo quindi chiederci questo. Non tanto, ci sono delle regole si o no? Perché si, ci sono. Ma- a che punto stiamo della mappatura di queste regole? Come sta messa la grammatica? Ce l’abbiamo fatta a scriverla tutta? E se ci sono diverse lingue, siamo già in grado di istituire una comparatistica – abbiamo dei vocabolari? E ancora, abbiamo dei canoni? Abbiamo delle cose per dire, come “il sonetto”?

Fondamentalmente, il problema delle psicoterapie è che il cammino della grammatica e delle codifiche è abbastanza avanzato, ma manca parecchio dall’essere compiuto, e quello che è stato compiuto manca di essere divulgato. In America sono circa cinquanta anni che si fa ricerca standardizzata sulle psicoterapie, finanziata da chi non vorrebbe che si scoprissero efficaci, ossia le assicurazioni, in modo da non doverle coprire – eppure a dispetto della committenza le psicoterapie hanno rivelato una loro efficacia, sulla lunga durata non di rado superiore a quella del farmaco. Per cui ad oggi, le compagnie assicurative statunitensi, ma anche alcune per esempio italiane, coprono queste terapie. Anche nelle università italiane si fanno molte ricerche, e anche nel dettaglio – ossia sugli atti che si compiono nelle singole psicoterapie misurando quali di essi siano più o meno funzionali di altri. Questo tipo di lavoro è garantito dalla sorprendente evoluzione che ha raggiunto l’uso della metodologia statistica in questo ambito di ricerche, e dalla possibilità di registrare le sedute e di farle decodificare da più soggetti. Inoltre – per quanto una certa vocazione alla parrocchia dell’animo umano remi contro – comincia a intravedersi la possibilità di alcuni vocabolari tra le lingue diverse che parlano il linguaggio psicoterapico con possibili traduzioni dall’una all’altra, con incontri – già più di dieci anni fa per esempio io assistetti a un convegno tra kohutiani e junghiani per dire – con ancora sporadiche pubblicazioni e tentativi. La mia personale impressione per esempio è che quando incontro dei bravi clinici di una scuola di formazione diversa dalla mia, soprattutto nella vasta famiglia delle scuole psicoanalitiche, fa le stesse cose che bisogna fare secondo me, accentuando alcuni aspetti piuttosto che altri che sono funzionali all’identità storica di quell’approccio, ma che nella pratica sono alla fine calibrati in maniera relativamente variabile. Ma quello che voglio dire è che: quella sorta di causalità che regge un modo positivista di concepire la scienza, ritorna nelle psicoterapia e nelle azioni chi si fanno, con la difficoltà di un gran numero di microcasualità e di differenza che sembrano indomabili, la cui mappatura risulta interminabile, per cui alla fine si preferisce ascrivere questo campo al terreno dell’arte e del soggettivo piuttosto che sopportare il fatto che la sfida dell’edificazione di una disciplina sia ancora in atto.

Questo risulta tanto più evidente se si pensa all’argomentazione secondo cui un certo terapeuta per il suo carattere e la sua personalità o anche per la sua storia sociale ed economica fino al suo genere sessuale è più efficace di un altro con un certo paziente. Questa diversa efficacia viene usata spesso dai colleghi detrattori dell’idea della scientificità della psicoterapia perché dimostrerebbe l’irriducibile umano della questione, la porzione di soggettività. In realtà penso invece che se a certi pazienti corrispondono certe necessità e certi doveri nell’agire in relazione, a seconda della loro equazione personale, di quello che loro sono– certe strutture di personalità saranno facilitate a fare spontaneamente certe azioni, altre saranno come dire – ostacolate. Il bravo terapeuta, quello veramente molto bravo, è quello che è in grado di attuare le diverse prassi, prescindendo sempre di più da quello che è. Per fare un esempio concreto: ci sono delle terapeute che sono molto materne nel modo di fare – quindi attuano molto bene i gesti winnicottiani del curare, del sostenere, del contenere, del nutrire. Sono affettuose accoglienti, vedono il loro paziente come la madre non ha fatto, sono kohutianamente empatiche, e questo fa di loro delle terapeute efficaci con tanti pazienti. Ma diventano bravissime terapeute se con altri pazienti sanno fare quello che è più spontaneo in certi altri colleghi uomini, che attuano fortemente una funzione paterna, che frustrano, che sfidano, che elicitano un processo dialettico. O anche, secondo esempio, ci sono terapeuti che come tratto di fondo hanno un tono molto depressivo, e questo li aiuta ad intercettare certi umori dei pazienti, a sintonizzarsi fino in fondo – ma se arriva il paziente maniacale ne sono respinti, psicologicamente fanno più fatica a capire una diversa sintassi del dolore – a stagliarsi su un piano diverso della comunicazione, che è quello che regge il paziente in quel momento. Più si riesce a usare la propria soggettività come ventaglio, più si lavora bene con diversi pazienti. In prassi che a loro volta sono in corso di codificazione.

Non penso che questo limiti la possibilità creativa della prassi terapeutica, mi dispiace anzi come la legittima ambizione scientifica della prassi clinica, presa dall’ansia di farsi riconoscere e accettare dal contesto culturale si perda in microricerche di piccolo respiro, che non corrano il rischio di deludere nessuno, perché nel nostro contesto purtroppo chi propone le idee al momento è lo stesso di chi si occupa di verificarle, e questo alla fine fa si che nessuno si azzardi più a pensare grandi rivoluzioni epistemologiche, ma si lavori sempre su terreni di ricerca confermabili da questo o quell’esperimento. Questo fa perdere molta visionarietà e rende la clinica un po’ statica, ma c’è anche da dire che siamo ancora nella fase in cui la ricerca sta provando molti degli assunti dei pionieri, li corregge e li rettifica. Forse quando questo processo sarà finito, ci permetteremo il lusso di pensare a un nuovo paradigma. Ma anche la successione dei paradigmi, la loro fallibilità la loro funzionalità rispetto a chi li pensa, alla sua struttura psicologica e al suo momento storico non deve far pensare la psicoterapia tanto lontana dalle narrazioni scientifiche del sapere, le quali cadono nella stessa ciclicità nella stessa storicità, nelle stesse funzioni prospettiche.

Forse questo post è troppo teorico. Ringrazio chi è arrivato fin qui, e mi piacerebbe che un dibattito con delle domande concrete arrivasse nei commenti.

Psichico 1/Un po’ di attenzione alla seduzione della narrazione

Premessa:
Qualche giorno fa scrivevo sulla mia pagina Facebook una riflessione piuttosto innocua, e anzi estremamente diffusa presso le professioni di cura, che riguardava l’ammissione di dispiacere quando si capisce che un paziente può andarsene per conto suo, e bisogna lasciarlo andare. Erano righe scritte bene, e che profumavano di una grande bontà. Siccome la scrittura pubblica fa si che solo questa o quella caratteristica sia posta all’attenzione del lettore, mentre altre cose cadono nell’ombra del non detto, quelle righe portarono a un momento di forte idealizzazione, perché coprivano molti miei difetti non narrati, eventuali congetture e ipotesi. Mi ha molto colpito il fatto che in corrispondenza di quel post, in privato, ho ricevuto tante richieste e consigli sulla psicoterapia, come se quel sentimento ben scritto fosse una nuova garanzia di competenza. Sono naturalmente molto grata di questa fiducia e queste convinzioni nei miei confronti, spero di combaciare con le aspettative– però questa cosa dello scrivere bene ritraendo anche sentimenti che si trovano generosi – che sia ipso facto garanzia di buona capacità analitica è da discutere. Non la disconferma, ma a ben vedere non la conferma.

Quello che voglio dire è che se una persona descrive bene il suo certo modo di svolgere un’attività voi avete una sola certezza: che sa descrivere bene, ma non è assolutamente certo che svolga altrettanto bene ciò di cui parla.

Una buona scrittura rende digeribile e accattivante la complessità di una certa procedura che nel nostro caso – come tante procedure tipo l’andare in bici, la pesca subacquea, la pittura – si avvale anche di una competenza intellettuale, e narrativa – ma non solo. Il fatto di scrivere più o meno discretamente, testimonia se non altro che quella competenza narrativa c’è, ma non si deve cadere nell’errore di credere che se una persona non scrive in maniera molto penetrante e brillante, difetti di quella competenza: io ho avuto grandissimi maestri, che se fossi brava la metà di loro starei il doppio contenta, che scrivevano in maniera tuttalpiù soddisfacente, ma certo non entusiasmante. Maestri che mi hanno fatto avere degli insight fortissimi, delle grandi acquisizioni prospettiche sulla mia vita e sulle cose, e sul lavoro, che poi quando sono andata a leggere mi facevano venire un po’ sonno. Conosco anche colleghi, che quando parlano dei loro casi clinici rivelano non solo una grande capacità di raccogliere polisemie nei singoli gesti e sogni, ma che davvero hanno quell’assetto emotivo ed etico che secondo me è fondamentale sia presente in un analista, ma non lo sanno riscrivere. Oppure alle volte, per loro non è neanche così importante riscriverlo. Lo vivono.

Questo assetto, è una sorta di leale disposizione d’animo, di gentile cura verso l’altro. Ma non è assolutamente detto, che una buona scrittura ne sia garanzia –perché si possono dare due casi: il primo è che la buona scrittura furbescamente e freddamente saturi le aspettative di chi legge, sappia cosa “fa buono” senza necessariamente essere di persona buona, e questo forse è relativamente raro, e ma in secondo luogo una buona scrittura può essere l’esito di un lungo esercizio di negoziazione con aspetti della psiche propria e altrui vissuti come violenti, pericolosi, invasivi, che fanno erigere delle difese. Si scrive e si riscrive per domare la carne, per domare le evocazioni dell’angoscia. Si scrive, e si reinterpreta e si dicono cose esaustive ed intelligenti, per fornire una coltre dipinta della realtà che simultaneamente separi dalla realtà. E non è per niente detto che la qualità sia prova di una vittoria, di una tranquillità – ma solo del fatto che ci è stata una battaglia. Quello che voglio dire, è che conosco anche persone estremamente brillanti, che sanno scrivere con grande pertinenza e chiarezza, anche capaci di interpretazioni fascinose, a cui invece non invierei neanche il mio gatto. Persone cioè che vedo per esempio, domate dalla difesa rispetto all’altro, e che si pongono nella professione per garantirsi una tranquillizzante asimmetria. Ruffianamente scrivono di essere grati ai pazienti, di dovere delle cose ai pazienti, ma poi nel parlare dei pazienti li mettono a posto, li mettono in basso. Nella stanza ossia – ricreano una distribuzione di ruoli.

Perché si pensa che il grosso di questo mestiere stia nell’intelligenza, e questo ha anche a che fare con un’ipertrofica valorizzazione dell’intelligenza, delle soluzioni intellettuali. Questi sono anche valori fondamentali della nostra cultura virtù che sono tribalmente considerate più adattive di altre, in questi tempi poi di comunicazione filtrata reinviata alla scrittura, dove il parlarsi per iscritto – uotzapp, facebook, twitter, è divenuto relazionale come il parlarsi a voce, la narrazione seduttiva è diventata una forma totemica. Ma la psicoterapia è un lavoro artigianale, e come altri lavori artigianali, si diceva, si avvale di tante cose, in primo luogo con una competenza tutta pratica tutta procedurale di usare se stessi come strumenti, il che è molto più simile al lavoro di un falegname che al lavoro di un poeta, perché è una cosa quasi pratica. Questa persona mi racconta questa data cosa, il mio strumento che sono io come reagisce? Cosa risuona? Questa persona mi sta attaccando, che nota produco? Che significa? Ho una serie di conoscenze tecniche di come altri hanno applicato il loro strumento alle storie? ho una classe di procedure utili da tenere nel mio laboratorio degli attrezzi? E’ molto importante che prima della narrazione io guardi a tutte queste cose, perché queste cose rispecchiano i colori dell’oggetto, i colori della psiche dell’altro, la sua soggettività e i problemi per cui è venuto ad aggiustarla, la narrazione intellettuale è invece di tutti gli strumenti, quello che deve arrivare per ultimo, perché siccome serve a configurare un ordine, se arriva troppo presto, mette un ordine precoce, che è falso, non sentito, a cui gli oggetti si possono anche adattare per compiacenza, ma che lascia un eventuale dolore inalterato.

Questo non vuol dire, naturalmente che una buona scrittura che ci fa vedere delle cose di una persona che ci piacciono, non sia un indice rilevante, perché rimane il fatto che anche la scrittura è un mezzo della soggettività, e ci sono un sacco di persone che scrivono cose che non ci piacciono, e che disvelano procedure che possiamo giudicare inappropriate. quindi il nostro gradimento è un dato importante davvero. In ragione di questo io, scrivo il mio post che allude alle procedure tecniche, e chiaramente, spero di dare l’idea di essere una persona che le sa usare, così come spero mentre scrivo che in effetti, davvero le so usare. Ma mi pare ugualmente importante – sia pensando alla psicoterapia nel dettaglio che in genere pensando al contesto delle relazioni – mettere una distanza di sicurezza nei confronti della seduzione estetica della scrittura o dell’argomentazione convincente.
Ci sono un sacco di cose importanti la fuori che sostengono queste cose, ma non solo, sostengono anche noi.

Dal vecchio blog: “Romanesca mente” (2008)

Ordunque, ieri me ne peregrinavo gioconda per la rete e mi imbattevo in un post dedicato agli usi e costumi delli Stati Uniti. Posti molto glamour dove la gente si sente veramente al passo coi tempi solo a beve una gazzosa all’autogrill, posti che solo a dare er numero del telefono col prefisso uno si sente già un po’ più fico. Si sa che questi posti aurei dell’elite economica cristallizzano tutta una serie di codici che, con attento studio e concentrazione possono regalarci un po’ di glamour pure a noi stessi medesimi.
Fa molto Milano, dirà l’amica biondo platinata alla signora che sta mettendo un golfettino color panna, di cachemire purissimo sulle spalle.
Fa molto Niùyorke dirà il pubblicitario al collega creativissimo e distratto d’ordinanza nel mentre quello contempla i suoi calzini spaiati.

Mentre leggevo mi sono detta, che stranamente non si dice mai fa molto Roma. Il mondo sembra ignorare lo stile capitolino, la sua grazia e la sua eleganza. Su questo fatto ci si potrebbe fare un trattato sociologico e penso neanche troppo cretino, perché in effetti non è che a Roma i soldi non girino, non è che manchi un clichet del potere nell’urbe. E poi rispetto a Milano si campa incoercibilmente meglio: l’aria è più pulita, i fondali sono più decorativi e non ci sono tutte quelle cose che fanno Milano. Per dire. Allora io il trattato sociologico sul perché nun ze dice fa molto Roma, lo rimando, per intanto ho pensato di compilare qui per gli zauberlettori di tipo compulsivo e anche meno una breve sillogi dei valori che connotano il Romano Veramente Ficaccione. Vero Romano. Con naturalmente la possibilità di alcune variazioni.

  1. RUMORE. Il Romano autentico è incredibilmente rumoroso – egli deve occupare lo spazio sonoro circostante. La sua rumorosità si esplica con tutti i mezzi di cui dispone: in primo luogo naturalmente la voce, ahòòòò dirà ilare all’amico che ha scorto con sguardo felino cinquecento metri più in là dietro na’ fila di macchine. L’anima delli mortacci tua de tu madre e de tu zia! A titolo informativo aggiungiamo qui che il romano tipico dimostra affetto sempre con una raffica di insulti. A’ brutto fijo de na smandrappona! Dirà al compagno delle medie, o al collega di lavoro. Quello risponderà l’animaccia tua, come minimo e si abbracceranno maschi e fraterni. Se dovessero andare al bar si siederanno con un gran strusciamento di sedie, e rumore di oggetti poggiati con decisione sul tavolo.
  2. SMARGIASSITUDO. Il romano autentico è smargiasso per scelta d’onore. Ciò sta a dire che gli è necessario per un codice ereditato dai padri e dai padri dei padri, assumere vieppiù un’aria tronfia, de omo’ che ne ha viste di tutti colori e che nun te preoccupà, aggiusto tutto io. Ve ne sono svariate tipologie: la maggior parte non aggiusta niente e non sa niente, ma alcuni sono davvero in buona fede. E certi sono persino davvero capaci. Un esemplare non del tutto raro di Romano Smargiasso e Affidabile, si trova poco perché nun pare ma lavora sodo, è in genere al vertice di qualche carriera ministeriale e burocratica, vertice che si è guadagnato con una miscela indistinguibile di solerzia competenza e sana traffichineria. Alle donne romane questo tipo di smargiasso attizza oltre ogni dire: a lui per rimorchialle basta na’ telefonata. Di a tu fijo de presentasse a quer posto a nome de Nando. E nun ce so problemi. Lei gliela darà immantinente.
  3. IMPRECISIONE. Il romano autentico è impreciso giammài per difetto ma per lungimiranza. Egli è fedele a un noto passo dell’Angelus Novus di Walter Benjamin nel quale si legge che, senza occhiali certe volte ci vedi meglio che con, da lontano vedi delle forme che non scorgi da vicino, e ne deduce il romano pragmatico ancorché filosofico: se ti fai du palle sull’analisi alla sintesi nun ci arrivi mai! Il romano è sbrigativo, approssimativo impressionistico, sa che se non farà proprio proprio tutto bene preciso preciso, coglierà comunque l’essenza delle cose, arriverà al suo scopo e potrà anche leggere la gazzetta dello sport in santa pace.
  4. DISINCANTO: Il Romano verace e affidabile, nasce filosofo per questo continuo raffrontarsi con le faccende teologiche che ni ci si ritrovano davanti ar naso ogni volta che passa dalle parti del colonnato. Con il papa ha un rapporto di coabitazione un po’ stressata, e in generale ne ha un moderato rispetto, ha fatto carriera – è n’omo de potere, valido e sicuramente traffichino pur’esso. In ogni caso come vocazione il romano è squisitamente materialista amaro e carnale. I mejo romani hanno un che di lucreziano nell’umore, e talora arrivano fino all’anarchia. Il romano non cede all’ideologia del potere non ci si attacca e non se ne fa impressionare. In genere se ne fotte.
  5. ROMANTICISMO. Il romano è intimamente romantico. E’ un altro motivo per cui l’homo romanus fa effetto alle donne. Perché egli è si disincantato e furbo, destro nelle cose della vita, pure dinnanzi all’amore mantiene un segreto candore, e alle fimmine romane, che invero meriterebbero un post tutto per loro, questa cosa le colpisce nell’intimo. Egli non si vergogna di provare passioni terrene e amorose. Io questa cosa la dico con genuina fierezza per il mio popolo. Il romano ci ha le palle per innamorarsi. Ciò si correla sociologicamente allo sprezzo per le logiche di potere e massmediatiche, come quelli milanesacci che ni ci piace la moda le donne seccardine l’effimero dell’apparenza. Al romano piacciono il sesso e li sentimenti. Ergo, il romano è capace di sguardi vieppiù struggenti, in cui simultaneamente si cucciolizza e pensa a tutti i tramonti possibili che potreste ancora passare insieme, oltre che ai letti – naturallement. Ma non è mai così volgare da farvi accenno e anzi – non di rado regala le rose- e quando è felice, capace che ancora è uno di quelli che sposta la sedia per farvi sedere.
    Non la alzerà – sempre romano è.
  6. AMORE PER GLI ANIMALI. Intorno a un Romano autentico c’è sempre una bestiola di qualche tipo.. Conoscevo un altro romano, antiquario della vecchia guardia, ovvero sia uno di quei personaggi che ahimè non si vedono quasi più e che un tempo riempivano via dei cappellari e via del pellegrino che sapevano tutto di dormeuse napoleone terzo, tavolini stile impero, scassinamenti di cassaforte e poliziotti di quartiere. Il romano in questione aveva un buco senza luce coperto di mobili antichi tra i quali saltellavano alacremente un paio di conigli bianchi. Andava pazzo per i conigli. Conobbi anche un tassinaro che mi raccontava della sua infanzia in un piccolo appartamento di trastevere, mamma papà nonna sette fratelli. E due gatti, due cani, li pappagalli li pesci e le tartarughe. Raccontava questo meraviglioso tassinaro di lui bambino che andava dalla mamma e diceva: mamma la gatta Tilde ha fatto le uova!
E invece era la tartaruga Anna
  7. CAMPANILISMO. Il romano ostenta atarassia e disincanto. Ama segretamente la sua fanciulla e tiene i suoi sentimenti amorosi poetici e filosofici generalmente al riparo dagli occhi dei più. copre la sua sensibilità con il rumore, la voce alta i gesti ampi delle braccia. Si accalora generalmente per hobby, per esempio quando parla de calcio, o quando parla de politica. Queste due cose lo interessano molto, ma sono tutalpiù degli hobbies, diciamo – er cricket de noantri. Pure adora la sua città di amore sconfinato e certi sabati se carica la famiglia e dalla periferia polverosa scenne ner centro. Bestemmierà con dovizia di particolari cercando parcheggio. Intrupperà con qualche altro romano mentre cerca de fa funzionare sto cazzo de cellulare, che ha comprato per essere un po’ ar passo coi tempi, fa tanto Milano er cellulare nòvo. Pure vaffanculo nun ze capisce come funziona. Poi passerà sul ponte degli inglesi, si sta facendo sera, l’isola tiberina è un po’ arancione un po’ viola un po’ sospesa. Il romano sospira. Ed è felice.

intermezzo

Ci sono delle letture scolastiche che ti segnano la vita, molte volte anche malamente. Per esempio quelle letture obbligatorie e curricolari e ipso facto noiosissime diciamo così per codice genetico – quella vicenda tremenda degli sposi promessi, quella complicata ascesa dagli inferi al paradiso, certi ciclamini notturni che diciamocelo anche no, e quel pio bove amalo te, piuttosto che me, fino a certe esplorazioni obbligatorie anco nei peggiori recessi creativi di questo o quell’eroe patrio, le lettere che scrisse da regazzino, i pensierini della domenica pomeriggio. “Foscolo bisogna farlo tutto”
Ma anche no, ti saresti detto a sprazzi, nel futuro dei tuoi ricordi.

 Ma certe altre, se vengono somministrate con intelligenza, come una medicina azzeccata per diagnosi e posologia e conformità di età e peso e altezza, con l’attenzione agli effetti collaterali e ai circuiti del momento – dopo aver letto questa poesia è meglio non guidare, non si ingerissero questi capitoli insieme ad altri con simile principio attivo – certe volte dicevo sono medicine che ti rimangono nel tempo, sono come vaccini che si attivano quando intervengono le minacce psichiche.

 Per esempio quando ero una ragazzina colle mani incollate dei terribili dodici anni, che mi s’appiccicavano da tutte le parti, con incipienti pessimismi, solitudini non volute, e tutte quelle zozzerie della crescita maledetta, in quel tempo noioso e malmostoso, la professoressa ci fece leggere la storia di un signore – famoso per la verità ma io non lo sapevo – , Marcovaldo, il signore che ricordo bene, ricordo solo quello a dire il vero, raccoglieva i funghi alla fermata dell’autobus. Mi ricordo proprio quando la professoressa ce lo lesse, mi ricordo la faccia che fece, la felice incongruenza dell’urbano Marcovaldo, la capacità di acchiapparsi l’insolito nel solito. Nella steppa di una coltre quotidiana ci sono sempre dei funghi da raccogliere.

E mi tornava in mente ieri, che vedevo questa famiglia di funghi nel sole, accoccolati su un albero, nel mezzo dell’asfalto.
E pensavo a questa cosa che bisogna sempre fare, di saper trovare l’incongruo, di saper approfittare dell’apparentemente non visibile, dell’avventarsi sull’attrito, sulla crepa delle faglie che non combaciano.

Madri, padri, figli, periferie dell’etica e gerarchia del potere.

Volevo scrivere alcune righe sulla dolorosa vicenda di Napoli – dove un adolescente è stato violentemente seviziato da tre ragazzi, ha rischiato la vita per questo, e ora è ancora in ospedale anche se sembra stia reagendo bene. Gli facciamo i nostri più sinceri auguri, e speriamo che la famiglia si renda conto che oltre all’affetto e alla vicinanza, questo ragazzo avrà sicuramente bisogno di un percorso che lo aiuti a sistemare la sua vita, e a rimetterla su dei binari percorribili. Già lo stare al mondo con l’obesità stigmatizzata rende l’adolescenza difficile, ma che dopo lo stigma arrivi la garanzia dello sguardo dovuta allo statuto di vittima, è un pensiero che mi suscita ancora più angoscia. Spero che questa famiglia, si renda conto che l’affetto può tanto, ma che l’affetto da solo non basta. Questo ragazzo, che sta dimostrando prontezza e forza d’animo, avrà bisogno di scoprirsi altri pregi, che temo in questo momento gli siano tutti poco visibili e di fare una piccola rivoluzione che dall’umiliazione porti lontano. Un grandissimo in bocca al lupo per lui.

Un grandissimo in bocca al lupo, forse ancora più grande – bisognerebbe recapitarlo anche ai ragazzi che l’hanno seviziato, che mi sembrano in tutto e per tutto intessuti della genuina definizione della perversione – la quale entra in scena quando l’imperativo kantiano dell’etica laica viene tradito: usa l’uomo sempre come fine e mai come mezzo. Quando l’altro viene usato come cosa, come tramite come oggetto, per un altro fine tutto personale e tutto patologico, siamo nel regno della perversione. E qui la perversione abita diversi livelli – è perversione di soggetti, perversione di gruppo, perversione di contesto sociale. Il vantaggio della vittima, è in questo senso il vantaggio della sofferenza, della posizione scomoda della debolezza, quando si sta da quelle parti si ha una fortissima spinta a cambiare. Invece questi ragazzi di ventiquattro anni, che si sono seduti sull’appiccicosa poltrona della cattiveria, della cattiveria che sbava ma trascina il popolo, che solo il cortocircuito col tradimento del corpo ha posto davanti all’enpasse (ossia: se il ragazzino non si metteva a vomitare l’ira di Dio, non ci sarebbe mai stato un casus, e manco una domanda sociale) non so se troveranno una motivazione al cambiamento. Non confido nel carcere, non confido nella famiglia. Mi sembrano psicologicamente malati, e non so se usciranno dalla melma.

Mi ha colpito – come sempre mi colpisce la reazione della madre dell’unico ragazzo fermato. Mi ha ricordato quella volta in cui, parlando con una conoscente di uno stupro di branco avvenuto nel paese dove lei abitava, ha detto: beh la ragazzina se l’è cercata – la ragazzina di quell’episodio aveva undici anni la stuprarono in nove. Mi ha colpito perché vedendo la madre difendere il figlio – non ho visto i cenni di un attrito, di una polpetta avvelenata da ingoiare, per cui si inventa tutta una serie di attenuanti a cercare di occultare la svista morale, l’errore: cose come, lo hanno trascinato, 24 anni e giovane, oppure le varie attenuanti che si chiamano in causa quando un figlio fa qualcosa che non va – il periodo difficile, il lavoro che non va bene, l’amore o chi sa cos’altro. O il comprensibilissimo – non può essere stato lui, mio figlio è un ragazzo tanto ammodo. Questo ordine di reazioni, testimoniano la contraddizione lancinante tra un ordine morale condiviso, e l’amore per ciò di più caro, la convinzione che l’amore era anche passare questo ordine morale, e il doloroso sospetto che quel passaggio non ci sia stato, e tuo figlio non sai chi è e tu genitore ti chiedi che genitore sei stato. Un attrito che è molto doloroso, e da cui è umano scappare, specie in quei momenti in cui l’opinione pubblica attacca i parenti dei colpevoli cercando nella riprovazione verso di loro, la prova di una propria verginità. Sei una merda vero madre di cattivo? Io no, guarda il mio ragazzo proprio un gioiellino.

Capitano spesso però circostanze in cui le reazioni collettive non dovrebbero essere così tranquillizzanti per noi, perché l’abuso incriminato – questi che sodomizzano un adolescente, quelli che picchiano un disabile, gli altri che stuprano una ragazzina – è semplicemente la conseguenza concreta di una scala di valori condivisa, di una serie di graduatorie assegnate, e di azioni prescritte, che non riguarda esclusivamente il comodo concetto del mondo dei giovani, ma riguarda interi spicchi di collettività lasciati alla deriva, dei figli che abusano un altro figlio o un’altra figlia, spesso e volentieri agiscono il mondo dei padri, che nei commenti si fa evidente. Quando l’abuso sessuale è verso una donna – lo schema è più riconoscibile, perché più frequentemente decodificato anche dal femminismo e dal giornalismo: i genitori degli stupratori, dicono che la ragazza se l’è cercata, che è normale che un ragazzo provocato sessualmente abbia di queste reazioni. E si tocca con mano l’idea di un femminile percepito come inferiore, come destinato o a non esprimersi o a subire, perché era bella perché aveva voglia di fare sesso con uno e l’ha fatto capire, ma in quanto femmina non può sparigliare le gerarchie, e quindi come il gruppo la caccia nell’infamia della sua inferiorità tramite lo stupro i familiari ne codificheranno culturalmente il comportamento erigendolo a norma sociale: quella la era una poco di buono.

Qui il meccanismo è lo stesso, per quanto una coltre di borghesia impedisca di vedere come stanno completamente le cose. Il sesso c’è sempre, e a dirla tutta, non posso fare a meno di vedere nella sodomizzazione di un poveraccio l’agito di un’omosessualità altrove trattata come insulto. Il rito ricorda certe inquietanti vicende di guerra – per esempio in Vietnam dove la sodomizzazione era il gesto con cui si sperava di imprimere il marchio della superiorità dell’uno rispetto a un altro. Roba di sesso, di maschi, di parti di se scisse, di riti collettivi. Ma c’è anche, in comune con lo stupro, la reazione codificata di fronte all’anarchico potere del soggetto eccentrico- il quesito che impone la debolezza conclamata la quale è sempre e comunque in questi contesti culturali patogeni, banco di prova del potere nascente, dei piccoli maschi alfa della microcriminalità. Il ragazzino obeso, il disabile, la ragazzetta di undici anni. E’ un gioco ha detto la madre, questo mi ha colpito, non è violenza è un gioco! E io credo che il suo problema di madre, nei toni, nelle espressioni – che potete vedere in questo video – erano altri. Ossia nella scoperta che la cultura borghese a cui non smette di voler giustamente appartenere – dice di essere in attrito con il mondo in cui finora è convissuta. E’ violenza dice l’opinionismo benpensante – no, ti sbagli io conosco i tuoi valori sono anche i miei! La violenza è brutta, questo è un gioco!. Ma dire che è un gioco, vuol dire dichiarare con tanta involontaria semplicità che questi appunto sono i giochini di quel contesto li, e che non si è in grado di riconoscere la violenza, perché quando di mezzo c’è la ludica conferma di una gerarchia, la violenza è il ludico passaggio necessario. Il disabile va marginalizzato, l’obeso va picchiato e la ragazzina stia a casa fare la serva.

Tutto questo non deve essere consolatorio, come è consolatoria di solito la diagnosi psichiatrica che si esprime senza rinforzo sociale. Se esistono mondi culturali diversi, in cui uno dei due sa cosa è male e l’altro non lo sa, vuol dire che il mondo che lo sapeva  a quell’altro non l’ha spiegato.
Quindi in finale, neanche lui ha le idee tanto chiare.