intermezzo

Ci sono delle letture scolastiche che ti segnano la vita, molte volte anche malamente. Per esempio quelle letture obbligatorie e curricolari e ipso facto noiosissime diciamo così per codice genetico – quella vicenda tremenda degli sposi promessi, quella complicata ascesa dagli inferi al paradiso, certi ciclamini notturni che diciamocelo anche no, e quel pio bove amalo te, piuttosto che me, fino a certe esplorazioni obbligatorie anco nei peggiori recessi creativi di questo o quell’eroe patrio, le lettere che scrisse da regazzino, i pensierini della domenica pomeriggio. “Foscolo bisogna farlo tutto”
Ma anche no, ti saresti detto a sprazzi, nel futuro dei tuoi ricordi.

 Ma certe altre, se vengono somministrate con intelligenza, come una medicina azzeccata per diagnosi e posologia e conformità di età e peso e altezza, con l’attenzione agli effetti collaterali e ai circuiti del momento – dopo aver letto questa poesia è meglio non guidare, non si ingerissero questi capitoli insieme ad altri con simile principio attivo – certe volte dicevo sono medicine che ti rimangono nel tempo, sono come vaccini che si attivano quando intervengono le minacce psichiche.

 Per esempio quando ero una ragazzina colle mani incollate dei terribili dodici anni, che mi s’appiccicavano da tutte le parti, con incipienti pessimismi, solitudini non volute, e tutte quelle zozzerie della crescita maledetta, in quel tempo noioso e malmostoso, la professoressa ci fece leggere la storia di un signore – famoso per la verità ma io non lo sapevo – , Marcovaldo, il signore che ricordo bene, ricordo solo quello a dire il vero, raccoglieva i funghi alla fermata dell’autobus. Mi ricordo proprio quando la professoressa ce lo lesse, mi ricordo la faccia che fece, la felice incongruenza dell’urbano Marcovaldo, la capacità di acchiapparsi l’insolito nel solito. Nella steppa di una coltre quotidiana ci sono sempre dei funghi da raccogliere.

E mi tornava in mente ieri, che vedevo questa famiglia di funghi nel sole, accoccolati su un albero, nel mezzo dell’asfalto.
E pensavo a questa cosa che bisogna sempre fare, di saper trovare l’incongruo, di saper approfittare dell’apparentemente non visibile, dell’avventarsi sull’attrito, sulla crepa delle faglie che non combaciano.

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21 pensieri su “intermezzo

  1. Bello. Più o meno a quell’età io ho amato molto le Cosmicomiche, me le portai a un campo estivo in cui ognuno aveva diritto di portarsi un oggetto – uno solo – oltre al necessario (vestiti ecc). Perché mi piacessero tanto non saprei più dirlo, forse erano una lettura di evasione non banale né troppo difficile per me all’epoca.
    Marcovaldo l’ho letto da adulta e forse era troppo tardi.
    Quanto alla posologia, mi hai ricordato le medicine letterarie! Le conosci?

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  2. il mio marcovaldo è di sponda, nel senso che me lo passò l’insegnante di una classe parallela durante una delle famose “settimane bianche” che la nostra prof di italiano, accanita sportiva e altrettanto accanita distruttrice di voglia di leggere in generazioni di ragazzi (ci stava riuscendo persino con me) organizzava per suo spasso e diletto.
    io, essendo preda di ansia e grande angoscia per il tutto, avevo dimenticato di portarmi un libro non scolastico, e tentavo disperatamente di appassionarmi al mulino del po, orrida saga depressa di mugnai di palude che colei ci aveva imposto come lettura amena, quando venni intercettata da questa insegnante altrui mentre ero quasi in lacrime e sospiravo tantissimo. quell’angelo mi prestò il libro che LEI aveva proposto alla sua classe: lessico famigliare.
    fu una gioia vera, e sono ancora in grado dopo una quarantacinquina d’anni di citarne pezzi a memoria.

    marcovaldo lo lessi a casa, dopo averlo visto in tv. forse è per questo che per me lui è in bianco e nero e ha la faccia di nanni loy.

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  3. Sì, Marcovaldo ce l’ho, ma non lo lessi a scuola. Sarà perché sonon troppo vecchia, mi sono detta, e sono andata a cercare l’anno di pubblicazione. Be’, avevo tre anni e a scuola avrebbero anche potuto parlarmene. Non accadde e non lo lessi neppure dopo, quando, attratta da baroni rampanti, non mi occupai di altre opere. Poi, quando i miei bambini erano piccoli, ma anche grandini, fin quasi all’adolescenza, avevo l’abitudine di leggere loro ad alta voce la sera, loro nel letto e io seduta fra loro da brava mammina intellettuale (aspirante attrice?). Eravamo in vacanza quando la scelta cadde su “Marcovaldo”. Meraviglia! Me ne innamorai da quarantenne.

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  4. Fui Marcovaldato a dovere, e come me fratello e sorella, sempre alle medie mi pare. L’anno scorso è stato marcovaldato anche mio figlio alle elementari, con grande sollazzo, mio e suo. ma altri marcovaldi sono stati anche Tom Sawyer e Huckleberry Finn, il gatto con gli stivali e Charlot, Pinocchio e persino il pio Enea…

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  5. Fra le altre, ho avuto la fortuna di crescere in una casa dove leggere era naturale, e in una scuola dove i dettati erano spesso testi, e per compito dovevamo riassumere racconti. Laura Orvieto, e le sue Storie delle Storie del Mondo, prima, e Alice Nel Paese delle Meraviglie, poco più avanti, sono stati, con i racconti del Seder ( la cena del Pesah ebraico ), le mie iniziazioni. Poi vennero I Moschettieri e Artù, e poi …. Non ho mai più smesso. Nonostante alle medie complottassero per farmi perdere il piacere di leggere, la ferita era aperta, la cura somministrata.

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  6. Bello, Marcovaldo. Ricordo l’episodio della Luna e GNAC, quello delle api che curano e quello dei regali di Natale (o era la Befana?), ma non quello che citi tu. Hai ragione: trovare l’incongruo, l’inaspettato, dentro il consueto quotidiano, sarebbe importante, ma è dote esclusiva degli sguardi più acuti. A volte è pura poesia.

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  7. Per me sempre Calvino fu, però non Marcovaldo, bensì il Barone Rampante. Un libro magico, credo di averlo letto e riletto tantissime volte. Poi molti anni dopo mi venne riproposto all’università, esame di letteratura italiana. Fu come riscoprire quel mondo, anche se me lo ricordavo ancora quasi a memoria; e dire che ho fatto l’università molto tardi, tra i 29 e i 36… un abbraccio e viva Calvino!

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  8. A me due “naufraghi” mi hanno sempre ispirata, e tornavano e ritornavano nelle varie trasposizioni letterarie e filosofiche: il signor Crusoe e il signor Ulisse. Ma non voglio fare quella che se la tira con cose altisonanti, è che a me le storie di naufraghi e naufragi mi piacciono troppo…

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  9. Io anche allora ero per l’autosomministrazione. E così, trovando insopportabile non so quale lettura estiva, finii per prendere in mano… le letture estive di una vicina di casa. La quale aveva un’antologia fichissima, piena di racconti meravigliosi, e la schifava (come io il mio libro di lettura, peraltro). E fu così che mi affacciai alla passione che mai più mi abbandonò: la fantascienza, quella meravigliosa delle origini e degli anni ’50. Passai un’estate a leggere e rileggere Bradbury, Simack, SIlverberg e le Cosmicomiche di Calvino e non so quali altri grandi che allora non sapevo essere grandi, ma che da grande io (ovviamente solo nel senso di adulto, nel mio caso) ho ritrovato quasi tutti in quella meraviglia che è l’antologia della fantascienza di Fruttero e Solmi, che sdoganò il genere in Italia. E per decenni strologai su quale antologia fosse il libro meraviglioso che mi era capitato tra le mani da bambino e di cui, con l’incosapevolezza dei bambini, non avevo annotato curatori e titolo. FInché, appena cinque o sei anni fa, scartabellando libri su una bancarella, eccolo! Riconosco la chimera in copertina, lo prendo in mano emozionato, e.,, Salinari – Calvino, scusate se è poco per un’antologia. Non lo comprai, non so perché. Forse inconsciamente ho voluto lasciare avvolta nella nebbiolina della magia quell’estate sonnacchiosa di paese, e avere il libro nella libreria in salotto le avrebbe invece conferito troppa materialità. Pesantezza.

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  10. Per me Marcovaldo è stato Nanni Loy in tv, ma sono stato marcovaldato a scuola da Jules Verne e a lungo per me la letteratura personale è stata la fantascienza (Urania era la bibbia a puntate). Ma da più piccolo ancora le fiabe sonore dei Fratelli fabbri che seguivo sul ibro mentre andava il disco a 45gg (A mille ce n’è…) erano il mio viaggio fantastico che, sono sicuro, mi ha segnato per sempre.

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  11. Marcovaldo, il Barone rampante e gli altri due prodi, Cavaliere inesistente e Visconte dimezzato, ed in generale tutta la poetica prosa Calviniana sono stati robusti vaccini nella mia adolescenza. Ad esempio, il commento di qualcuno prima, a proposito dell’approfittare della biblioteca della vicina “che la schifava” come lui si disinteressava dei libri suoi, non vi fa venire in mente il racconto in cui c’è il bambino ricco che si rifiuta di mangiare il fritto di cervella e viene chiuso in terrazza finchè non gli passa il capriccio, e Marcovaldo muratore col suo portapranzo pieno di salciccia e rape che gli fanno schifo… e allora Marcovaldo propone lo scambio dal ponteggio, ed entrambi si godono felici il pranzo dell’altro finchè non arriva la governante del bambino ricco che inorridisce e interrompe lo scambio gastronomico-culturale? 🙂

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  12. Cambi generazionali nell’imprinting – Nell’assenza totale di mezzi di comunicazione la voracità dei miei dodici anni in un paese appenninico del 1960 si placava a stento con le letture obbligate – tutte amate – e dilagava abbondantemente nella vicina biblioteca comunale. Ancora oggi se sento profumo di mosto diventa tutto una nebbia che sale agli irti colli

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  13. Marcovaldo! che tenerezza. pensa che me lo fece conoscere, ed ero ancora molto giovane, mia madre, che aveva fatto solo le elementari e aveva un caratteraccio ma ha sempre saputo leggere, pensare, scegliere..quei funghi li ricordo sempre con un sorriso, è vero, un inno alla poesia, al miracolo dell’incongruenza. avere la sensibilità di coglierla, camminando lungo una strada…uno dei tanti regali della letteratura, quella vera. grazie Zaub

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  14. Ricordo la lettura di Marcovaldo alle medie, in effetti l’ho letto solo per obbligo.Mentre invece Il gran sole di Hiroshima, quello sì che mi ha segnata per davvero. La tua riflessione su “saper trovare l’incongruo, di saper approfittare dell’apparentemente non visibile, dell’avventarsi sull’attrito, sulla crepa delle faglie che non combaciano”, quello è un esercizio che mi piace fare, per me molto salutare, per non sprofondare troppo nei miei meandri.

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  15. Marcovaldo me lo leggevano i miei – insieme a Rodari – quando ero bambina, in età prescolastica. Era una fiaba triste e ammiccante. Il mio Marcovaldo sono stati i sonetti di Foscolo – lo so è il Bayor dei poveri – ma la folgorazione di alcuni versi è intatta.

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