Psichico 1/Un po’ di attenzione alla seduzione della narrazione

Premessa:
Qualche giorno fa scrivevo sulla mia pagina Facebook una riflessione piuttosto innocua, e anzi estremamente diffusa presso le professioni di cura, che riguardava l’ammissione di dispiacere quando si capisce che un paziente può andarsene per conto suo, e bisogna lasciarlo andare. Erano righe scritte bene, e che profumavano di una grande bontà. Siccome la scrittura pubblica fa si che solo questa o quella caratteristica sia posta all’attenzione del lettore, mentre altre cose cadono nell’ombra del non detto, quelle righe portarono a un momento di forte idealizzazione, perché coprivano molti miei difetti non narrati, eventuali congetture e ipotesi. Mi ha molto colpito il fatto che in corrispondenza di quel post, in privato, ho ricevuto tante richieste e consigli sulla psicoterapia, come se quel sentimento ben scritto fosse una nuova garanzia di competenza. Sono naturalmente molto grata di questa fiducia e queste convinzioni nei miei confronti, spero di combaciare con le aspettative– però questa cosa dello scrivere bene ritraendo anche sentimenti che si trovano generosi – che sia ipso facto garanzia di buona capacità analitica è da discutere. Non la disconferma, ma a ben vedere non la conferma.

Quello che voglio dire è che se una persona descrive bene il suo certo modo di svolgere un’attività voi avete una sola certezza: che sa descrivere bene, ma non è assolutamente certo che svolga altrettanto bene ciò di cui parla.

Una buona scrittura rende digeribile e accattivante la complessità di una certa procedura che nel nostro caso – come tante procedure tipo l’andare in bici, la pesca subacquea, la pittura – si avvale anche di una competenza intellettuale, e narrativa – ma non solo. Il fatto di scrivere più o meno discretamente, testimonia se non altro che quella competenza narrativa c’è, ma non si deve cadere nell’errore di credere che se una persona non scrive in maniera molto penetrante e brillante, difetti di quella competenza: io ho avuto grandissimi maestri, che se fossi brava la metà di loro starei il doppio contenta, che scrivevano in maniera tuttalpiù soddisfacente, ma certo non entusiasmante. Maestri che mi hanno fatto avere degli insight fortissimi, delle grandi acquisizioni prospettiche sulla mia vita e sulle cose, e sul lavoro, che poi quando sono andata a leggere mi facevano venire un po’ sonno. Conosco anche colleghi, che quando parlano dei loro casi clinici rivelano non solo una grande capacità di raccogliere polisemie nei singoli gesti e sogni, ma che davvero hanno quell’assetto emotivo ed etico che secondo me è fondamentale sia presente in un analista, ma non lo sanno riscrivere. Oppure alle volte, per loro non è neanche così importante riscriverlo. Lo vivono.

Questo assetto, è una sorta di leale disposizione d’animo, di gentile cura verso l’altro. Ma non è assolutamente detto, che una buona scrittura ne sia garanzia –perché si possono dare due casi: il primo è che la buona scrittura furbescamente e freddamente saturi le aspettative di chi legge, sappia cosa “fa buono” senza necessariamente essere di persona buona, e questo forse è relativamente raro, e ma in secondo luogo una buona scrittura può essere l’esito di un lungo esercizio di negoziazione con aspetti della psiche propria e altrui vissuti come violenti, pericolosi, invasivi, che fanno erigere delle difese. Si scrive e si riscrive per domare la carne, per domare le evocazioni dell’angoscia. Si scrive, e si reinterpreta e si dicono cose esaustive ed intelligenti, per fornire una coltre dipinta della realtà che simultaneamente separi dalla realtà. E non è per niente detto che la qualità sia prova di una vittoria, di una tranquillità – ma solo del fatto che ci è stata una battaglia. Quello che voglio dire, è che conosco anche persone estremamente brillanti, che sanno scrivere con grande pertinenza e chiarezza, anche capaci di interpretazioni fascinose, a cui invece non invierei neanche il mio gatto. Persone cioè che vedo per esempio, domate dalla difesa rispetto all’altro, e che si pongono nella professione per garantirsi una tranquillizzante asimmetria. Ruffianamente scrivono di essere grati ai pazienti, di dovere delle cose ai pazienti, ma poi nel parlare dei pazienti li mettono a posto, li mettono in basso. Nella stanza ossia – ricreano una distribuzione di ruoli.

Perché si pensa che il grosso di questo mestiere stia nell’intelligenza, e questo ha anche a che fare con un’ipertrofica valorizzazione dell’intelligenza, delle soluzioni intellettuali. Questi sono anche valori fondamentali della nostra cultura virtù che sono tribalmente considerate più adattive di altre, in questi tempi poi di comunicazione filtrata reinviata alla scrittura, dove il parlarsi per iscritto – uotzapp, facebook, twitter, è divenuto relazionale come il parlarsi a voce, la narrazione seduttiva è diventata una forma totemica. Ma la psicoterapia è un lavoro artigianale, e come altri lavori artigianali, si diceva, si avvale di tante cose, in primo luogo con una competenza tutta pratica tutta procedurale di usare se stessi come strumenti, il che è molto più simile al lavoro di un falegname che al lavoro di un poeta, perché è una cosa quasi pratica. Questa persona mi racconta questa data cosa, il mio strumento che sono io come reagisce? Cosa risuona? Questa persona mi sta attaccando, che nota produco? Che significa? Ho una serie di conoscenze tecniche di come altri hanno applicato il loro strumento alle storie? ho una classe di procedure utili da tenere nel mio laboratorio degli attrezzi? E’ molto importante che prima della narrazione io guardi a tutte queste cose, perché queste cose rispecchiano i colori dell’oggetto, i colori della psiche dell’altro, la sua soggettività e i problemi per cui è venuto ad aggiustarla, la narrazione intellettuale è invece di tutti gli strumenti, quello che deve arrivare per ultimo, perché siccome serve a configurare un ordine, se arriva troppo presto, mette un ordine precoce, che è falso, non sentito, a cui gli oggetti si possono anche adattare per compiacenza, ma che lascia un eventuale dolore inalterato.

Questo non vuol dire, naturalmente che una buona scrittura che ci fa vedere delle cose di una persona che ci piacciono, non sia un indice rilevante, perché rimane il fatto che anche la scrittura è un mezzo della soggettività, e ci sono un sacco di persone che scrivono cose che non ci piacciono, e che disvelano procedure che possiamo giudicare inappropriate. quindi il nostro gradimento è un dato importante davvero. In ragione di questo io, scrivo il mio post che allude alle procedure tecniche, e chiaramente, spero di dare l’idea di essere una persona che le sa usare, così come spero mentre scrivo che in effetti, davvero le so usare. Ma mi pare ugualmente importante – sia pensando alla psicoterapia nel dettaglio che in genere pensando al contesto delle relazioni – mettere una distanza di sicurezza nei confronti della seduzione estetica della scrittura o dell’argomentazione convincente.
Ci sono un sacco di cose importanti la fuori che sostengono queste cose, ma non solo, sostengono anche noi.

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7 pensieri su “Psichico 1/Un po’ di attenzione alla seduzione della narrazione

  1. Costanza, la narrazione seduttiva di sé non appartiene forse anche ad altre professioni? Conosco colleghi che a sentir loro sono professionisti di vaglia 😀
    Bellissima l’immagine dell’analista falegname. Il pensiero è corso a Geppetto e al ciocco di legno bugiardo che c’è in ognuno di noi. La narrazione seduttiva di sé è un raggiro intellettuale che me sa che è connaturato alla natura umana 🙂

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  2. Posso, nella mia incompetenza sommata alla sboronitas, aggiungere un pezzetto: ho la sensazione che chi ti scrive per chiedere consiglio o magari arriva a proporsi come tuo paziente (non so è dato, è ipotesi mia) prenda in considerazione non tanto la modalità di scrittura ma dove scrivi. Non è una critica ai tuoi colleghi tuttavia la rete – in questo senso – è usata malamente. Tu hai avuto un blog in cui hai scritto moltissimi psichici post – di alta divulgazione – mentre prendevi la seconda laurea e non avresti potuto curare alcuno, neanche se avessi voluto. Quindi per quanto possa sempre esserci una quota parte di desiderio, più o meno consapevole, di “farsi della pubblicità”, tu nei compiuto un atto gratuito da cui non avresti potuto trarre alcun beneficio né immediato né sul medio periodo e così è per il tuo profilo su fb. Quindi chi si rivolge si fida della generosità nello stare nella rete, nel condividere un sapere. La gran parte di colleghi tuoi – credo – o non scrive per niente o scrive per riviste di settore (benemerite) avendo in mente un pubblico di professionisti. La scelta di un terapeuta, come anche quella di alcuni settori della medicina, avviene anch’essa in modo artigianale: chiedi a un amico/a che hai visto passare per la terapia e stare meglio, chiedi in giro – ti affidi a un circuito amicale o para-amicale. Non credo ci sia qualcuno che abbia scelto la propria terapia analizzando la scrittura scientifica del terapeuta o avendone letto dei libri. E’ una fase nuova questa della divulgazione in proprio e attraverso la rete. Chissà chi altro raccoglierà la sfida.

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  3. Se ci volevi convincere che non sei brava come appare dalla tua scrittura, NON ci sei riuscita, anzi !!!
    In questo articolo io personalmente colgo tutta quella misura, quella precauzione, quella delicatezza nell’approccio alla materia che penso siano proprio quello che serve al paziente per sentirsi a suo agio, per non sentirsi in soggezione.
    Trovo questo articolo è bellissimo così come il tuo post che l’ha originato.
    Spero che tu ne scriva tanti altri soprattutto sul rapporto tra psicologo e paziente, sulle aspettative che si creano da entrambe le parti. Mi piacerebbe sapere se lo psicologo abbia già (dopo poche sedute) la percezione di quale sarà il risultato della terapia …. ci sono un sacco di cose che mi incuriosiscono e spero che un po’ alla volta tu le possa esaudire.

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  4. “Si scrive e si riscrive per domare la carne, per domare le evocazioni dell’angoscia. Si scrive, e si reinterpreta e si dicono cose esaustive ed intelligenti, per fornire una coltre dipinta della realtà che simultaneamente separi dalla realtà. E non è per niente detto che la qualità sia prova di una vittoria, di una tranquillità – ma solo del fatto che ci è stata una battaglia.”

    Domani nella battaglia pensa a me.

    Giust’appunto. Ancora letteratura. Per dire io/dolore/e polvere dei giorni.

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  5. Non ho esperienza diretta della psicanalisi. Quel che credo di sapere è frutto di letture: così al volo mi vengono i nomi di Borgna, di Hillman, di Carotenuto, di Bernhard, oltre – naturalmente – di Jung e Freud, i cui ‘casi’ mi sono sembrati straordinari racconti, letteratura insomma. Sapevano scrivere bene, ed è per questo che mi sono piaciuti, che credo di aver capito quel che scrivevano.

    Sono stati anche buoni terapeuti ?

    Non è una provocazione, o una battuta, Costanza, perché anche io ho dei dubbi sull’equivalenza scrivere bene / fare bene.

    Mi piacerebbe credere di sì, e chiamo a sostegno le filosofie e le tradizioni che dicono che è la retta parola che fa il retto agire, che in principio era il verbo, che la parola divina fa il mondo, et cetera. E gli scrittori e poeti e storici della letteratura, che tanto hanno creduto nelle parole da cercare in esse la cura alle malattie proprie e delle società, anche se sono i primi a sapere che le parole sono cerotti, o maschere, o simulacri. ( mi vengono in mente – e ce ne sono altri – ciò che hanno lasciato scritto in proposito la Zambrano, Agamben, Shakespeare, Canetti, Nabokov, Wittgenstein, la Ortese… ).

    Sono stati altrettanto capaci di fare qualcos’altro oltre allo scrivere ? Sono state buone figlie, madri, mogli, donne ? O sono stati terribili padri, tremendi mariti, pessimi uomini ?

    E infine io, che a molto so cercare – e a qualcosa so dare – spiegazioni a parole, sono stato un altrettanto bravo come uomo e nei miei lavori ?

    La chiudo con una osservazione, questa nota che la tua riflessione ha chiamato. Anni fa Gabriel Garcia Marquez ha intitolato la sua autobiografia ” vivere per raccontarla ” : io penso che il romanzo di cui tutti noi scriviamo ogni giorno le pagine si potrebbe chiamare ” Raccontarsela per vivere “. Se è così, allora, pensare e scrivere bene è importante, perché il nostro libro siamo noi, che ne siamo anche editori e distributori. I nostri parenti, gli amici e i social Friends sono i nostri lettori, e ogni autore sa che senza lettori un libro non esiste, riuscito o no che sia.

    Che sia per questo che mi nascondo spesso sotto la coperta che Borges ha steso, scrivendo che è meglio esser buoni lettori che buoni scrittori ?

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  6. Intanto di questi commenti, perché credo che l’argomento interessasse ma facesse sentire sotto scacco, e io pure, partendo da me nelle mie considerazioni provavo una sorta di imbarazzo.
    – letis, si certo, ma qui si parla del mio lavoro non di quello di altri. e anche di una relazione quella tra scrittura e analisi che è considerata nel mio lavoro più intima che in altre professioni, perchè questa professione è diventata un’icona del mondo intellettuale, specie nella sua derivazione freudiana o junghiana. E la seduzione è la parte minore della cosa. La parte sostanziale è credere che narrare coincida col curare, quando non è così.
    Barbara molto vero quello che dici. E’ una dimensione terza meno esplorata di altre, ma che qualcuno usa per esempio già da tempo. Conosco colleghi che per esempio partecipano a delle chat gratuite che sono frequentate da molte persone e poi in un secondo momento queste persone andranno al loro studio. Però riguardo la parte che mi rigurarda, le richieste mi vengono fatte, per lo più da persone che mi seguono da poco. Ma tu metti il dito su una cosa interessante, di fatto il mezzo permette una conoscenza preliminare e agile di un terapeuta assolutamente preclusa o quasi, altrimenti.
    .anya il problema non è la qualità estetica o il voler dire esteticamente qualcosa. Il problema è con cosa questa cosa combacia, l’intento letterario è la questione meno grave, se non è fine a se stesso.
    – Velerio, per quanto riguarda la domanda iniziale, perchè a me se sono stati bravi nonni zii etc, non importa – penso in alcuni casi si, in alcuni casi no – i pionieri perchè erano presi nel’invenzione di un mondo, e nella creazione di codifiche protettive per se e per altri quindi di per se ingiudicabili, poveracci. Sono stati titanici e di talento per usare un eufemismo, ma non avevano padri. Non possiamo neanche pensare a loro per questo giudizio. I figli famosi in qualche caso, hanno indugiato in prassi che non hanno poi tanto descritto, e che secondo me ne hanno fatto non buoni analisti, come Carotenuto forse di quelle prassi e di quelle asimmetrie si sente l’eco in certi lavori suoi, ma la mia è una congettura non l’ho approfondito. In certi grandi, io vedo un atteggiamento mentale ed esistenziale che mi piace molto, e che credo non fosse diverso nella stanza di analisi. Un kohut, un Mitchell.
    Giovanna grazie 🙂 no, in realtà non ci penso proprio a dire che non sono brava, temo anzi di dire il contrario. Perchè cerco di dimostrare che domino dei meccanismi che so delle cose sul lavoro ecco, naturalmente non basta, ma è anche vero che tutti gli indici presi da soli non bastano, questo come altri. Ma davvero grazie 🙂
    Ossia io non intendo dire né che la scrittura sia un mezzo che allontani dalla realtà del modo di lavorare, nè che coincide con il modo di lavorare, o di essere per chi volesse allargare il campo. scrivere èun gran mezzo che può essere usato in modi diversi, non difensivi tout court non paraculi tout court, ma appunto un mezzo tra i mezzi. Con tutte le questioni del caso.

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  7. cara Costanza,
    il mio “scacco”, invece, sta da un’altra parte.
    Esco ora da un periodo di cura – anche farmacologica – dalla depressione (ciclo da febbraio a dicembre), curata e posso finalmente dire superata con esiti assolutamente positivi non solo per il mio umore, ma per la mia vita (nuova casa, nuovo fidanzato, fine del percorso di studi, buone prospettive per il futuro professionale, insomma: tutta aria fresca). Il mio problema è che sono uscita dalla stanza dello psichiatra, con cui ci siamo simpaticamente detti “speriamo di non rivederci mai più – anzi no, magari ci rivedremo in libreria, da uomini liberi”. Il fatto è che nell’ultima seduta abbiamo parlato di libri, di letture, di gusti e di viaggi – e si ragionava su due piani molto simili. Il fatto è che, appurato che tutti si stava piuttosto benone, ci siamo sedotti a vicenda. Ovvero: nei fatti niente, solo una bella chiaccherata; nei retrofatti, ma soprattutto nei retropensieri, mi si è scatenato un ormone ché lèvete.
    Ora, ovviamente lui ha scritto libri che io adesso bramo di leggere. Oppure, vorrei regalargli un libro che a lui manca e che io ho scovato per caso – un libro che parla della povertà in maniera ironica, niente di che.
    Ripensandoci, mi sa che questa andrebbe nella vecchia categoria nataliaspesilla, che dici? 🙂

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