psichico2/ psicoterapia come sistema linguistico

C’è questa coppia di argomenti che viene usata frequentemente quanto da chi sceglie la psicoterapia quanto da chi le resiste, strutturandoli in conformità delle proprie ragioni psicologiche, prima ancora che delle necessità logiche di una attendibilità sul campo. Il primo argomento – molto amato in certi ambienti intellettuali – riguarda la struttura discorsiva e narrativa della psicoterapia e l’importanza della cosiddetta in gergo – equazione personale, ossia le caratteristiche dello psicoterapeuta in se, o eventualmente la combinazione di caratteristiche di curante e curato. Questa retorica della psicoterapia come strutturazione meramente narrativa viene come si diceva, spesso e volentieri utilizzata anche per inficiarne l’efficacia e spiegare il perché se ne è respinti. Come in certi ambienti questa presunta non scientificità è ideologicamente compatibile con certi valori e certe estetiche – donde la perniciosa invenzione del consulente filosofico – in altri, proprio la fideistica totemizzazione di una idea della scienza positivistica e epistemologicamente ingenua, fa percepire quell’idea di psicoterapia come truffaldina, inaffidabile, sciamanica.

Quando invece, persone di quegli ambienti intellettuali vogliono sfuggire alla psicoterapia cercheranno nelle loro argomentazioni, un attaccamento alla libertà, al desiderio di non essere risolti in una matematica della relazione, in una causalità spicciola degli individui che dichiareranno riduttiva rispetto alla complessità che si sentono di rappresentare. Mentre quella stessa matematica delle relazioni, sembra essere ciò che rincorrono certi ricercatori di certi orientamenti soprattutto di area cognitivo – comportamentale.

Al di la del guaio rappresentato da una serie di viscerali reazioni che strumentalizzano i percorsi logici – senza che siano messe nel campo di osservazione – il modo di valutare la questione manca sempre di uno sguardo prospettico e di una prospettiva storica. Si giudica la questione in termini di tutto o nulla: ossia, ci si chiede: ci sono delle regole delle ricorrenze nella diagnosi e nella cura? Si o no? Quando la questione dovrebbe essere posta nei termini: a che punto è questa disciplina relativamente giovane, della strutturazione della sua grammatica?

Io credo che il ricorso al linguaggio – considerando la relazione che c’è tra parlato scritto grammatica e creazione può essere molto utile. Il linguaggio è stato prima pronunciato, e quindi scritto. La conoscenza delle sue norme arriva sistematicamente a posteriori, e si avvale di codifiche abbastanza affidabili sulla lunga durata ma suscettibili di cambiamento. In qualche caso la violazione della regola grammaticale implica comunque un’espressione comprensibile, e quindi un atto funzionale. Ma nella maggior parte dei casi, e nella stragrande maggioranza quando cioè la regola è ignorata – la violazione ostacola il senso, lo mutila, e quindi non è un atto funzionale. Ugualmente, la presenza di una sintassi, non impedisce la creazione estetica. Né non esistono nell’ambito della creazione estetica eventuali forme di riferimento che possono essere canonizzate, e tradite e riformulate.

Con la psicologia e le psicoterapie dovremmo quindi chiederci questo. Non tanto, ci sono delle regole si o no? Perché si, ci sono. Ma- a che punto stiamo della mappatura di queste regole? Come sta messa la grammatica? Ce l’abbiamo fatta a scriverla tutta? E se ci sono diverse lingue, siamo già in grado di istituire una comparatistica – abbiamo dei vocabolari? E ancora, abbiamo dei canoni? Abbiamo delle cose per dire, come “il sonetto”?

Fondamentalmente, il problema delle psicoterapie è che il cammino della grammatica e delle codifiche è abbastanza avanzato, ma manca parecchio dall’essere compiuto, e quello che è stato compiuto manca di essere divulgato. In America sono circa cinquanta anni che si fa ricerca standardizzata sulle psicoterapie, finanziata da chi non vorrebbe che si scoprissero efficaci, ossia le assicurazioni, in modo da non doverle coprire – eppure a dispetto della committenza le psicoterapie hanno rivelato una loro efficacia, sulla lunga durata non di rado superiore a quella del farmaco. Per cui ad oggi, le compagnie assicurative statunitensi, ma anche alcune per esempio italiane, coprono queste terapie. Anche nelle università italiane si fanno molte ricerche, e anche nel dettaglio – ossia sugli atti che si compiono nelle singole psicoterapie misurando quali di essi siano più o meno funzionali di altri. Questo tipo di lavoro è garantito dalla sorprendente evoluzione che ha raggiunto l’uso della metodologia statistica in questo ambito di ricerche, e dalla possibilità di registrare le sedute e di farle decodificare da più soggetti. Inoltre – per quanto una certa vocazione alla parrocchia dell’animo umano remi contro – comincia a intravedersi la possibilità di alcuni vocabolari tra le lingue diverse che parlano il linguaggio psicoterapico con possibili traduzioni dall’una all’altra, con incontri – già più di dieci anni fa per esempio io assistetti a un convegno tra kohutiani e junghiani per dire – con ancora sporadiche pubblicazioni e tentativi. La mia personale impressione per esempio è che quando incontro dei bravi clinici di una scuola di formazione diversa dalla mia, soprattutto nella vasta famiglia delle scuole psicoanalitiche, fa le stesse cose che bisogna fare secondo me, accentuando alcuni aspetti piuttosto che altri che sono funzionali all’identità storica di quell’approccio, ma che nella pratica sono alla fine calibrati in maniera relativamente variabile. Ma quello che voglio dire è che: quella sorta di causalità che regge un modo positivista di concepire la scienza, ritorna nelle psicoterapia e nelle azioni chi si fanno, con la difficoltà di un gran numero di microcasualità e di differenza che sembrano indomabili, la cui mappatura risulta interminabile, per cui alla fine si preferisce ascrivere questo campo al terreno dell’arte e del soggettivo piuttosto che sopportare il fatto che la sfida dell’edificazione di una disciplina sia ancora in atto.

Questo risulta tanto più evidente se si pensa all’argomentazione secondo cui un certo terapeuta per il suo carattere e la sua personalità o anche per la sua storia sociale ed economica fino al suo genere sessuale è più efficace di un altro con un certo paziente. Questa diversa efficacia viene usata spesso dai colleghi detrattori dell’idea della scientificità della psicoterapia perché dimostrerebbe l’irriducibile umano della questione, la porzione di soggettività. In realtà penso invece che se a certi pazienti corrispondono certe necessità e certi doveri nell’agire in relazione, a seconda della loro equazione personale, di quello che loro sono– certe strutture di personalità saranno facilitate a fare spontaneamente certe azioni, altre saranno come dire – ostacolate. Il bravo terapeuta, quello veramente molto bravo, è quello che è in grado di attuare le diverse prassi, prescindendo sempre di più da quello che è. Per fare un esempio concreto: ci sono delle terapeute che sono molto materne nel modo di fare – quindi attuano molto bene i gesti winnicottiani del curare, del sostenere, del contenere, del nutrire. Sono affettuose accoglienti, vedono il loro paziente come la madre non ha fatto, sono kohutianamente empatiche, e questo fa di loro delle terapeute efficaci con tanti pazienti. Ma diventano bravissime terapeute se con altri pazienti sanno fare quello che è più spontaneo in certi altri colleghi uomini, che attuano fortemente una funzione paterna, che frustrano, che sfidano, che elicitano un processo dialettico. O anche, secondo esempio, ci sono terapeuti che come tratto di fondo hanno un tono molto depressivo, e questo li aiuta ad intercettare certi umori dei pazienti, a sintonizzarsi fino in fondo – ma se arriva il paziente maniacale ne sono respinti, psicologicamente fanno più fatica a capire una diversa sintassi del dolore – a stagliarsi su un piano diverso della comunicazione, che è quello che regge il paziente in quel momento. Più si riesce a usare la propria soggettività come ventaglio, più si lavora bene con diversi pazienti. In prassi che a loro volta sono in corso di codificazione.

Non penso che questo limiti la possibilità creativa della prassi terapeutica, mi dispiace anzi come la legittima ambizione scientifica della prassi clinica, presa dall’ansia di farsi riconoscere e accettare dal contesto culturale si perda in microricerche di piccolo respiro, che non corrano il rischio di deludere nessuno, perché nel nostro contesto purtroppo chi propone le idee al momento è lo stesso di chi si occupa di verificarle, e questo alla fine fa si che nessuno si azzardi più a pensare grandi rivoluzioni epistemologiche, ma si lavori sempre su terreni di ricerca confermabili da questo o quell’esperimento. Questo fa perdere molta visionarietà e rende la clinica un po’ statica, ma c’è anche da dire che siamo ancora nella fase in cui la ricerca sta provando molti degli assunti dei pionieri, li corregge e li rettifica. Forse quando questo processo sarà finito, ci permetteremo il lusso di pensare a un nuovo paradigma. Ma anche la successione dei paradigmi, la loro fallibilità la loro funzionalità rispetto a chi li pensa, alla sua struttura psicologica e al suo momento storico non deve far pensare la psicoterapia tanto lontana dalle narrazioni scientifiche del sapere, le quali cadono nella stessa ciclicità nella stessa storicità, nelle stesse funzioni prospettiche.

Forse questo post è troppo teorico. Ringrazio chi è arrivato fin qui, e mi piacerebbe che un dibattito con delle domande concrete arrivasse nei commenti.

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12 pensieri su “psichico2/ psicoterapia come sistema linguistico

  1. Si è molto teorico, ma lo sguardo su una disciplina in costruzione, in divenire è stato illuminante. Scioglie il nodo della scientificità e lo consegna al passato. Una disciplina che si sottopone a verifica, è di suo, scientifica a prescindere. Grazie

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  2. C’è uno scambio con le neuroscienze e di che tipo? Dal poco che so la pratica se ne dovrebbe avvantaggiare. Secondo perché ci sono queste due scuole: la pisocoterapia non è una scienza ma una sorta di “magia” tra analista e analizzato e nella quale, più che il metodo, contano i caratteri dei due soggetti coinvolti. L’altra – a mio parere più corretta – sostiene la piscoterapia come una scienza e come tutte le scienze suscettibile di evoluzione anche alla luce di nuove scoperte. In fondo la medicina – non la farmacologia – si è evoluta nella sua capacità di diagnosticare malattie prima indiagnosticabili o attraverso macchinari o evoluzioni della diagnostica in studio mediante il dialogo con il paziente e si avvale delle scoperte del funzionamento del corpo umano. Perché la psiche dovrebbe essere diversa? Grazie.

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  3. Ringrazio Papullo che è anche il principale ispiratore di questo post.
    Barbara molto d’accordo, due cose. Per quanto riguarda la prima domanda, il rapporto è in fieri, ma va producendo interessanto conferme, anche se io oramali uscita dall’università ho perso il contatto con questo tipo di scambi, e sono meno aggiornata. Ma ci sono un sacco di studi e di lavori che confermano il flirt, così come oramai sono in tanti a vedere la psicoterapia come necessariamente affiancata dalla farmacoterapia.
    Per la seconda questione, da paziente di medicina, in termini di farmaci e di chirurgia – l’anno scorso ho fatto un sacco di operazioni, mi sono resa conto dell’aspetto artigianale del processo di cura medica. Chi lavora come medico sa per esempio come i diversi corpi rispondano diversamente alla posologia di un farmaco, e chi fa il chirurgo sa come cambiano le prassi a seconda delle soggettive fisiologie e conformazioni. Generalmente chi dice che la psicologia non ha possibilità di avere una grammatica, ha in mente un’idea superata anche della scienza come paradigma.

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  4. quando ieri annunciavi il post, speravo intendessi questo che hai detto. mi riconosco, per prevalente formazione fenomenologica, nella scientificità non ristretta. quando studiavo avevo però in uggia il contrario: la fiducia troppo vasta nella cura dell’ascolto e della comunicazione – spesso non verbale – non supportata da qualcosa di più “tecnico”, come un farmaco, che rimuovesse i sintomi di tipo organico, sgombrando il piano al lavoro della psicoterapia: nella quale credo nella misura in cui sa piegarsi alle infinite differenze rappresentate dal paziente, tuttavia impiegando delle “regole”, delle procedure riconducibili a quella che chiami – perfettamente – “grammatica”. può sembrare un discorso ovvio, il tuo: e invece non lo è affatto, poiché non è cosi scontata la condivisione di alcuni concetti basilari che tu hai così ben spiegato. la divulgazione è un’arte, quando non sminuzza, non semplifica, ma rende disponibile dei saperi, salvandone gli aspetti teorici anche ostici. in questo senso sai accarezzare il linguaggio.

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  5. Molto interessante, e preciso e ben detto.
    Allora, forse inutilmente riformulo: ogni territorio di confine tra sapere scientifco e pura stregoneria, non è una linea netta come vorrebbero gli inquisitori di ieri e di oggi, ma un territorio per nulla marginale, popolato da mercanti, avventurieri, esploratori, curiosi, bisognosi. Chi crede (un esempio che infastidisce, lo so, però funziona) che basti la fisica meccanica per descrivere ciò che accade quando tiri un calcio a un gatto è un illuso. Chi crede che si possa prescinderne, altrettanto.
    L’atteggiamento scientifico, il procedere valutando correlazioni e cause per prove ed errori, scartando quel che non va è importante per costruire impianti teorici efficaci, ma nel contempo l’osservazione “integrale” di un soggetto umano, di una vita umana, rende molto difficile isolare e provare le congetture e le ipotesi com esi fa di norma in laboratorio.
    [intervallo sulle neuroscienze. Progettare un esperimento che misura, per esempio, una variazione biochimica in un soggetto umano senza interferenze dovute al fatto che si osserva proprio un soggetto umano che pensa, parla, si annoia, reagisce a stimoli imprevedibili in modo singolare è tutt’altro che semplice!]
    Quello che si configura così intorno alle psicotrapie è un sapere empirico e procedurale che può essere, solo in apparenza forse, paradossalmente più efficace di un sapere scientifico in senso forte, proprio perché più adatto e adattabile al proprio oggetto (ovvero il soggetto umano).
    Credo che in questo territorio di sapere empirico possano venire meglio sia le illusioni visionarie sia le riduzioni positivistiche. Benché i risultati misurabili, cosa importantissima e qui sottolineata, in psicoterapia ci sono.

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  6. Molto profondo e condivisibile, anche se non ho conoscenze specifiche.
    Qualche commento a braccio.
    Primo, la logica del metodo scientifico è esattamente quella di circoscrivere un terreno entro cui la conoscenza può sicuramente essere soggetta a raffinamenti, ma non ad opinioni. Per piccolo che sia, è un recinto dentro al quale dovremmo essere tutti d’accordo.
    Secondo. Avere un atteggiamento scientifico non vuol dire poter esibire sin dall’inizio una spiegazione causale, ma cercarla – anzi, per l’esattezza, cercarne i limiti di validità. Vorrei dire che in campo matematico negli ultimi tempi vanno molto di moda gli studi sui comportamenti di auto-organizzazione delle popolazioni: modelli che dimostrano che comportamenti anche piuttosto complessi possano essere descritti (in media) in modo deterministico e mediante leggi di causalità estremamente più semplici. Questo non significa che ogni individuo non sia libero di agire di testa sua, ma che il risultato medio è sostanzialmente deterministico.
    Tutto questo per dire che il metodo scientifico va per raffinamenti successivi, isolando i meccanismi di causalità ben compresi da tutto il resto.
    In fondo, per capire il moto dei pianeti bastavano due leggi fisiche due, ma non più di quattrocento anni fa l’unica spiegazione accreditata era l’imperscrutabile disegno divino.

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  7. Innanzitutto, complimenti per l’ottimo scritto, che secondo me coglie diversi punti cruciali della nostra professione. Credo anch’io che il tema della “verifica degli esiti” (tema che distinguo da quello della scientificità) sia indispensabile e da troppo tempo eluso. E credo che questo tema si possa affrontare senza necessariamente mescolarlo con quello della scientificità intrinseca della psicoterapia (del resto, da medico, posso dire che molte cure farmacologiche sono state scoperte in modo casuale, e la constatazione che un farmaco sia efficace spesso precede di molto la conoscenza del motivo per cui lo è).
    Sono due i punti si cui forse siamo più distanti: il primo è quello sulla “scientificità” della psicoterapia, il secondo è la “grammatica”.
    Sulla scientificità, per quanto riconosca l’evoluzione che la scienza ha fatto nell’ultimo secolo (e quindi il modello fisico – matematico puro non esaurisce più tutto il campo di ciò che possiamo chiamare scienza), a me non convince affatto il fenomeno opposto, secondo il quale oggi tutto è scienza, financo la teologia. Questo probabilmente è l’effetto di una resa del sapere “umanistico” (io, per dire, considero quella di Dilthey una resa, anche se mi rendo conto che è un tentativo di accomodamento). La “scienza” non esauricsce la “conoscenza”, e questa deriva secondo me non è innocua. Se la psicologia può essere considerata per certi versi una scienza, peer la psicoterapia il discorso è più complesso (almeno per gli approcci, come il mio e il tuo, che non si esauriscono nel riduzionismo scientifico).
    Sulla grammatica (punto che rimanda alla riproducibilità e al superamento dell’elemento “soggettività del terapeuta”), credo che la situazione sia più complessa, nel senso che tra la grammatica e l’esperienza c’è un salto (lo esemplifico con la nota massima di Korzybski “la mappa non è il territorio”), e questo salto lo compie la tensione relazionale, andando oltre il linguaggio e oltre la grammatica. A questo aggiungo anche l’attenzione alla comunicazione non verbale (non riesco ad immaginare un protocollo che renda conto del fatto che, mentre il paziente x si racconta, il terapeuta A è colpito dal tono di voce, quello B dal modo in cui muove le mani ecc, tracciando percorsi possibili di approfondimento). Pertanto, la direzione da percorrere è quella che tracci, ci vedo qualche variabile in più da considerare.

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  8. provo a formulare riflessioni da un punto di vista inusuale ma non meno importante . Il punto di vista è quello giudiziario. come è noto nessun aspetto della vita sociale è privo di regolamentazione giuridica perché il diritto è il fondamento di una comunità civile. per qualunque attività umana e dunque anche per la psicoterapia si pone il problema del rispetto della legge civile e penale. Premesso questo vengo al dunque: al giudice, come all’avvocato per quanto di competenza, serve conoscere quale sia il fondamento della pratica di psicoterapia X, in modo da poterla avversare o difendere (gli avvocati) e in modo da poter giudicare da peritus peritorum (il giudice). Di conseguenza è necessario che la comunità che si forma sulla psicoterapia costruisca un sistema neutro rispetto alle parti in gioco, in modo da costituire un punto di riferimento per chiunque voglia far valere un diritto in giudizio, assolvendo l’onere della prova. in conclusione, dal punto di vista giudiziario, è necessaria la “scientificità” di una pratica, intesa come “conoscenza condivisa e soprattutto non condizionata da interesse di parte”. Si ricordi il famoso caso Bendectin, un farmaco contro la nausea accusato di cagionare malformazioni al feto. Ebbene il giudice del caso rimase interdetto a causa delle discordanti posizioni “scientifiche” e criticò la comunità scientifica che non consentiva al giudice di pronunciarsi in assenza di una conoscenza condivisa e non condizionata “da chi paga”

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  9. Ormai anche nelle cosiddette “hard sciences” si è affermato il metodo di ricerca qualitativo che si muove da presupposti diversi dal metodo quantitativo, ma possiede (NON muovendosi da un presupposto di inferiorità) una ormai riconosciuta scientificità. Tanto è che viene usato sempre di più anche nella medicina per così dire “organicista”. Ora, è chiaro che la psicoterapia ed i suoi effetti sono un oggetto di studio per loro natura diverso dalla quantificazione dell’accelerazione di un corpo che cade ed è per questo che è necessario (cioè E’ scientifico) l’utilizzo di un metodo di analisi adeguato. Anzi, di fatto, lo sforzo che hanno fatto alcuni approcci psicoterapici di “quantificare” la tecnica ed i suoi effetti (vedi l’approccio cognitivo-comportamentale), se pur meritevoli di divulgare e comprovare dei presupposti, peccano di un errore epistemologico fondamentale che è proprio quello del riduzionismo di un fenomeno ad un altro e quindi, paradossalmente, non rispettando la natura dell’oggetto di studio, sono anche meno scientifici. Il fatto che si possa egregiamente fare della ricerca qualitativa sulla psicoterapia ed i suoi effetti implica una dimensione scientifica che non ha nulla da invidiare alle variabili quantitative. E’ l’oggetto di studio che è diverso e che implica l’utilizzo del metodo investigativo adeguato. Se vogliamo aggiungere una chicca proprio sul “pezzo”: ormai la ricerca più sofisticata in psicologia utilizza i cosiddetti “mixmatching methods” ovvero la combinazione di metodo qualitativo e quantitativo. Vi faccio un esempio: il metodo qualitativo tipicamente “apre” quesiti che non sarebbero anticipabili dal metodo quantitativo (ossia, formula le ipotesi restringendo il campo), il metodo quantitativo, eventualmente, prova a confermare o meno una ipotesi a questo punto molto ristretta.
    Per chi fosse interessato vi allego qualche fonte da cui cominciare: “Qualitative Research in Counselling and Psychotherapy”, Mc Leod; “Qualitative Inquiry and Research Design”, Creswell. Sono tipo dei classici sul tema, ma in letteratura anche attuale trovate la qualunque. Aò, semo junghiani ma ce piace pure Diderot!

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  10. Senza polemica con nessuno, leggo molta confusione su cosa sia il metodo scientifico, e quali siano le sue limitazioni. Vorrei solo dire che chi di metodo scientifico si occupa quotidianamente, ne conosce benissimo i limiti.

    Una confusione però che mi sembra particolarmente fuorviante è quella tra il piano “operativo” e quello “conoscitivo”. Se nella pratica occuparsi di un oggetto enormemente complesso (come accade nella psicoterapia, ma non solo) si presta poco a semplificazioni, questo non vuol dire che non possano essere cercate delle dinamiche più elementari a partire dalle quali descrivere questo oggetto. Nel piano conoscitivo scientifico si parte sempre da descrizioni “troppo semplici”, ma in cui la descrizione viene raffinata a mano a mano.

    Il sistema tolemaico era più preciso di quello copernicano: se si volevano fare calcoli astronomici accurati, occorreva usare quello. Ma il sistema copernicano, pur nella sua minore accuratezza, era migliore in senso scientifico, perché coglieva con grande semplicità l’essenza del problema.

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  11. Grazie a tutti per il bellissimo dibattito. Sono molto orgogliosa.
    Sono affascinata dai due commenti di Rob, anche se non sono proprio sicurissima di aver capito il secondo. Tecnicamente penso che non ci sia niente che non sia riconducibile a una funzione a una variabile, ossia non penso che ci sia niente che non possa essere operazionalizzato – come si dice in gergo. Le obiezioni che si fanno, mi rimandano regolarmente a un problema quantitativo, e alla fatica mentale di concepire un sistema complesso di funzioni, ma io non vedo ostacoli metodologici a simbolizzare e quantificare gli oggetti più svariati del campo terapeutico, ivi compresa la reattività ai vari tipi di prossemica o di linguaggio non verbale. E’ solo tantissima roba – esattamente come il linguaggio è pieno di tantissime parole, ma non è che per questo si rinunci a una grammatica di defoult. Per altro, Marco, come facciamo a considerare la validazione dei dati senza un sistema grammaticale che li giudichi?
    Infine, ecco io sono molto sodale con i bisogni espressi da Lucia e da Antonino, che mi sembrano leciti rispettabili e urgenti, sono i bisogni di un’utenza – concetto vasto che va dalla possibilità di essere pazienti, alla possibilità di essere insegnanti che segnalano il problema di un allievo a quella di essere avvocati che valutano il peso di una perizia – che ha il diritto di essere trattata da pari a pari, e non in una inquietante asimmetria che si avvale di narrazioni sciamaniche. Io so, è tutto molto complicato. Il che d’altra parte non toglie niente alla parte creativa della psicoterapia, la quale è garantita dalla vasta presenza di variabili, che permette la presentazione di diverse logiche combinatorie.
    Ma c’è anche una cosa che voglio aggiungere – e Lucia Tosi, che è una che scrive gran bene e insegna – forse mi aiuterà. Dietro questo genere di dibattiti c’è anche una concezione dell’arte come libera espressione della soggettività, di retorica per cui tutto è soggettivo e non c’è ben fatto e mal fatto. In realtà alle volte io penso che l’evoluzione dell’arte, della logica dei processi creativi, con la sua dialettica di canoni, non è poi così lontana dalla storia dei paradigmi scientifici. Ossia non c’è cosa che sia ben fatta senza che ci sia una disciplina e la disciplina è parente dell’enunciazione di norme.

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