dal vecchio blog: “quanto vicini quanto lontani” (2011)

Cari tutti –
Regolarmente ritorna il dibattito, spesso connotato da tono sgraziati e accesi, sulla maternità, la prima infanzia e quello che la psicologia ha da dire sugli stili di accudimento – ci sono partiti culturali opposti, parecchi interlocutori che si sentono chiamati in prima linea, e per cercare di dire la mia ecco qui un  post molto lungo – un po’ perché io sono prolissa – molto perché mi sforzerò di sintetizzare malamente e con molte ingiustizie i punti salienti della psicologia evolutiva degli ultimi decenni – che mi pare, al di la delle ondivaghe mode pediatriche si vada strutturando in maniera sempre più coerente e relativamente omogenea. Qui parleremo un bel po’ di teoria dell’attaccamento, perché mi pare che di questi tempi chi si occupa di bambini in particolare, ma anche di adulti non può evitare di farci i conti se non proprio sottenderla come punto di partenza per andare altrove.

Quando parliamo di prima infanzia, noi dobbiamo sempre considerare due soggetti – che sono un piccolo e il suo caregiver, che nelle culture come la nostra spesso e volentieri è rappresentato dalla madre. Il piccolo che approda nel mondo con la nascita, dobbiamo considerare – non è una tabula rasa ma un libro diciamo ancora da scrivere, ma che è programmato biologicamente per essere scritto con un certo numero di variabili a seconda di come l’ambiente interagirà con lui. Abbiamo cioè una materia che è biologica e un’altra materia l’espressione comunicativa di quel dato biologico, e le forze con cui essa entra in contatto, che sono il contesto culturale e le sue relazioni primarie. La materia prima comunque – il dato biologico – è la prima grande differenza saliente e sicuramente la più importante. E’ il genoma, è quello che noi chiamiamo maggiore vulnerabilità a certe forze ambientali e relazionali, sono le carte che ci danno quando comincia la partita.
In linea di massima questo piccolo possiede un primo programma che gli psicologi evolutivi chiamano regolazione di stato – e concerne l’amministrazione del sonno e della veglia, prima di tutto, e la conquista del comportamento alimentare nella sua ciclicità. La facilità o difficoltà nell’amministrare questo programma deriva prima di tutto dalle carte biologiche di cui il piccolo è in possesso, ma in linea di massima ne ha a sufficienza per cui, con un caregiver sufficientemente attento approda da solo a una buona esperienza.

Nella media generale delle esperienze, le madri ci mettono un po’ a sintonizzarsi con i figli e dopo una serie di legittime prove ed errori, trovano una modulazione di frequenza nell’interazione con i bambini. Daniel Stern e soci, il gruppo dell’Infant Research, ha filmato centinaia di bambini con le mamme codificando questa strutturazione della comunicazione, campionando momenti di addormentamento e momenti di nutrizione, o momenti di gioco. Stern e soci hanno quindi approfondito il concetto di Bowlby – quelli di Modello Operativo Interno, usato per indicare la traccia mnestica, il ricordo, di quello schema di interazione che essendosi ripetuto spesso per il bambino fa da orientamento, da recipiente mentale per vivere le situazioni simili che si ripropongono. Egli sa che la mamma quando deve mangiare farà in un certo modo, e risponderà al suo solito modo. Egli interiorizza un se con la mamma, un se nella relazione. I modelli operativi interni della primissima infanzia, andranno poi a confluire negli stili di attaccamento – cioè nei modi con cui i bambini organizzano la loro relazione con la loro – o le loro figure di riferimento. (Sono molto belle le ricerche che mettono in relazione modi di interazione tra mamma e bambino nei primi mesi, e stili di attaccamento dopo) La variabilità di questi funzionamenti delle coppie è immensa e le risorse degli adulti per gestire i piccoli non mancano mai di affascinare i ricercatori, tuttavia – esistono delle classi di comportamenti generali che coincidono con gli estremi – io credo quello che si dice alto contatto e basso contatto – che si rivelano problematiche, non nel senso comune di immediata garanzia di una psicopatologia, ma senza dubbio di una maggiore vulnerabilità alla psicopatologia – che emergerà con più facilità se insieme a un accudimento non funzionale ci saranno altri fattori di rischio.

Ripensiamo infatti a questo concetto dell’autoregolazione di stato. Il bambino si trova nella necessità di trovare dentro di se qualcosa che ha già, ma è pur sempre un bambino molto piccolo con poca esperienza di se stesso. Il genitore, è allora nella posizione di garantire assistenza, senza però mettersi al posto del piccolo. Quando il contatto è molto basso – per esempio un bambino non riesce a dormire, piange a squarcia gola e nessuno va da lui, il bambino diventerà terrorizzato dal suo stesso bisogno, acquisirà un modello operativo interno di abbandono sciagura debolezza e rabbia, che alla lunga possono diventare pattern stabili della struttura caratteriale, pattern che incoraggiano gli interlocutori a confermare il vissuto di abbandono e di inefficacia della prima infanzia. Se questi vissuti sono molto gravi e intensi potrebbe certo diventare un adulto terrorizzato dalla relazione, dai suoi sentimenti esperiti nel bisogno frustrato della relazione, a cui le dipendenze possono offrire un valido strumento vicario. Quando però il contatto è troppo alto, per esempio si tiene sempre il bambino in braccio finchè non si addormenta, il bambino quasi ugualmente non riuscirà ad accedere alla sua capacità di autoregolazione, perché c’è qualcun altro che fa le sue veci, c’è l’io vicario che lo culla per l’eternità, e questo lo renderà dipendente, ed incapace di accedere autonomamente alle proprie risorse, approdando a quella stessa convinzione di debolezza e inefficacia che connotava il suo fratello invece abbandonato, solo con una marca di difficoltà diversa. Spesso in casi in cui questa dipendenza è prolungata in una costellazione di comportamenti – allattamento prolungato, dormire nel lettone, non permettere al bambino di piangere o di avere sentimenti negativi – l’adulto che ne verrà fuori farà molta più fatica dei suoi coetanei a disimpegnarsi dal nucleo familiare, a separarsi dalle identificazioni genitoriali, a ristrutturarsi in una vita propria e a sopportare le relazioni di dipendenza – proprio per il suo comportamento troppo dipendente. (Alcune ricerche poi – mettono in luce la correlazione tra patologie della sfera alimentare e allattamento prolungato. Non è difficile da capire, l’anoressia interviene spesso in quadri familiari in cui la fusione con la madre è molto alta, e il padre è satellitare. L’allattamento prolungato può essere il cemento precursore, il mezzo con cui fissare i confini di una simbiosi – che poi simbolicamente e paradossalmente si mantiene e si rifiuta con il cibo).

La persistenza e continuità dei modelli operativi interni dall’infanzia fino all’età adulta, specie nelle psicopatologie, è stata dimostrata dal voluminoso corpus di ricerche basate sull’impiego dell’Adult Attachment Interwiew, una intervista con domande chiuse e aperte che è stata implementata da Mary Main e che si ripropone di rintracciare lo stile di attaccamento di un adulto interiorizzato nella sua infanzia e come questo stile di attaccamento sia ancora presente nel suo sistema comportamentale, con le figure importanti della sua vita relazionale – così c’è una consistente mole di ricerche che mette in relazione i modelli operativi interni strutturatisi nella prima infanzia con i modelli operativi che i soggetti applicano nella vita di coppia, e nelle situazioni di innamoramento, e un’altrettanto fiorente ricerca sulla genitorialità e sul modo con cui i genitori tendono a riprodurre con i figli i modelli operativi interni che hanno interiorizzato. Molte poi sono le ricerche che invece correlano certi stili di attaccamento a situazione francamente psicopatologiche. Da tutte queste ricerche emerge che non è infrequente il caso in cui le persone nella vita possano cambiare stile di attaccamento dall’insicuro al sicuro – ma è molto più infrequente che accada il contrario. Riportare qui gli esiti di queste ricerche è semplicemente impossibile, tanta è la mole, ma quello che si può dire con certezza è che i modelli operativi interni sono connotati da una buona stabilità anche se nel corso della vita ci sono fattori di protezione e fattori di rischio che possono relativamente modificarli (una buona psicoterapia ha questo tra i suoi scopi, e altro esempio, qualche volta quando gli schemi mentali ed emotivi interiorizzati non sabotano l’esperienza, i modelli operativi possono essere virati verso la sicurezza da delle buone relazioni)

Torniamo allora all’antinomia tra alto contatto e basso contatto. Quando il contatto è molto molto basso l’esito patologico è pressocchè certo, in un range di possibilità che dalla ridotta crescita fisiologica arriva al disturbo di personalità, o di dipendenza da sostanze. Il basso contatto di cui parliamo qui però, è difficile che sia ascrivibile a direttive di tipo culturale, ma a cause a loro volta psicopatologiche. Una grave depressione nella madre, o a sua volta un suo disturbo psicopatologico franco, la rendono così scarsamente recettiva da indurre una patologia grave. Una madre inaccessibile per una psicosi post partum, una madre tossicodipendente per esempio possono ritrovarsi a stare in una stanza con un figlio che piange le ore di seguito, e naturalmente il contesto sociale ha una sua forte incidenza – fasce sociali più deboli, in ambienti di povertà e alta criminalità sono più esposte. Ma non c’è cultura che possa suggerire questo basso contatto – per il semplice fatto che è troppo antievoluzionistico, e antieconomico per il gruppo sociale – men che mai i società in cui i figli sono così pochi, come la nostra. Una cultura trasmette ai genitori i valori che richiede dai piccoli cittadini che mettono al mondo, ma non può volere che questi piccoli cittadini muoiano o elaborino stili di vita pericolosi per se o per gli altri. Può – in contesti in cui ci sono molti bambini – desiderare che resistano solo i più forti, ma non tollera che i più forti vadano perduti. (In questo senso è interessante ricordare la reazione che ebbe Margareth Mead, antropologa, davanti al costrutto dell’attaccamento. Attaccò la sua prima formulazione come ingenua – ma da subito si rese conto della sua applicabilità trasversale ai più svariati contesti culturali – come di fatto è accaduto).

Il polo opposto dell’alto contatto genera psicopatologie relativamente più tollerabili e che permettono una funzionalità sociale, ma in compenso è un rischio più frequente nella famiglia media anche se – pure in questo caso è molto più probabile che l’eccesso di alto contatto sia dovuto a motivazioni psichiche individuali o della coppia che a direttive di ordine socioculturale. Il sistema diadico che mette insieme madre e bambino infatti è uno strano dispositivo che per funzionare deve implicare uno sforzo relativo per entrambi. Un elevato contatto – cullare sempre il bambino finchè non si addormenta, allattarlo finchè non è lui stesso a chiedere che si smetta, dargli nel mondo non un posto che è il suo ma che è al posto del proprio non è autoconservativo, è funzionale a una malessere della madre o della coppia genitoriale. Il figlio prende il posto del padre, con una valanga di effetti negativi per tutti. La madre struttura la sua vita in funzione di un altro, usandolo per evitare di prendere contatto con parti depressive proprie da cui si sente minacciata, e per trovare una forma di gratificazione. Regala al bambino la propria paura del dolore negandogli l’esperienza del dolore o della difficoltà. Il processo evolutivo del figlio viene compromesso – frenato, perché la sua capacità di raggiungere l’omeostasi da solo è scoraggiata e non trova un terreno per focalizzarsi. Inoltre il bambino – per usare una parola dei sistemici, viene triangolato. Essendo posto al posto del padre diventa il canale di comunicazione emotiva tra i due coniugi – diviene strumentalizzato dalla coppia. La coppia viene messa in una posizione di grandissimo rischio: il padre non riesce a ritrovare il rapporto con la madre e quindi cercherà il rapporto erotico altrove, spezzando la famiglia, oppure (cosa che mi è capitato di osservare frequentemente nel centro clinico dove collaboro ora) sessualizzando il suo rapporto con il figlio – nella sinistra atmosfera dell’incestuale.

In tutto questo – sinceramente – non so quanto possano incidere le direttive culturali in entrambi i casi, specie nelle loro derive psicopatologiche gravi. Quando una cattiva psicologia attecchisce è soprattutto perché il malessere psichico la usa come pane, come alibi, come risorsa – la struttura sana sente dove non si deve fidare. Ma forse esistono delle zone intermedie, di incapacità di toccare le proprie buone risorse, e di essere per questo buoni caregiver, per le quali una buona psicologia potrebbe fare un buon servizio. Non credo neanche che questo buon servizio sia da destinare solo alle madri e alla genitorialità – mi sono fatta l’idea – assolutamente personale e non comprovata da niente – che l’istinto vero è quello del grande verso il piccolo della sua specie. Tutti siamo portati quando siamo ragionevolmente sani, o se vogliamo tollerabilmente imperfetti, a saperci sintonizzare con un piccolo e a dover sentire per un piccolo in difficoltà un senso di protezione. Quando questo senso di protezione manca – figlio o no – la psicopatologia è franca.

Avevo un sacco di cose da aggiungere e ora mi sono come svanite, spero che ci siano eventualmente delle domande nei commenti e che comunque venga un bel dibattito.

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Un pensiero su “dal vecchio blog: “quanto vicini quanto lontani” (2011)

  1. La chiusura del post è, per me che ho scelto di non aver figli, di grande interesse. Il sentimento coospecico è molto sottovalutato – diverso dalla genitorialità è la spinta non solo a soccorrere un piccolo in difficoltà ma, su scala più grande e mediata dalla politica, a chiedere politiche per l’infanzia (sostenute dalla fiscalità generale), a impegnarsi per la mobilità dei genitori – scale di accesso alla metropolitana, per esempio – scalabili con un passeggino. Oltre alla dimensione pubblica, il sentimento coospecico permette di pensare, persino di vivere sulla scala privata, a un accudimento della prole allargato – o più allargato della coppia e delle agenzie preposte. Per di più adulti presenti nella vita dei bambini – credo – permettano loro di sperimentare diverse modalità di accudimento: più o meno fisiche a seconda del carattere dell’adulto e del bambino. Niente che possa sostituire i genitori, ovviamente: solo mi chiedevo un bambino accudito dai genitori e circondato da altri adulti si giova dei diversi modelli, incidono, li interiorizza?

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