psichico tre/quando cominciare una terapia?

Questo post risponde a una domanda che mi hanno posto più volte i lettori del vecchio blog. E’ spinosa in effetti, perché nella sua semplicità denuncia il complicato statuto della psicologia e della psicoterapia nella nostra vita, eppure è semplice – perché suona così:
quando è che uno deve capire di avere bisogno di una psicoterapia?

La psicoterapia è quella cosa che utilizziamo quando il nostro modo di risolvere i problemi che ci capitano non funziona. Definizione efficace volendo, ma che evoca diversi fantasmi: il primo è nella definizione di problema – così intrisa di valori culturali del contesto di appartenenza: non so fare questa cosa (essere felice, avere una fidanzata, non avere una fidanzata, smettere di mangiare, mangiare molto – essere triste etc.) – è un problema? Ma per chi? Per gli altri? Per me? Per il me per me, o perché ho fatto mio il modo di pensare che era di qualcun altro? Questo ordine di quesiti ha una sua ragion d’essere oggettiva per la complicata posizione della psicologia rispetto alla cultura in cui si colloca, e una funzione soggettiva quando si vive una paura di affrontare un cambiamento e di affidarsi a qualcuno – paura che possiamo rozzamente tradurre nel concetto clinico di resistenza, e allora la domanda diventa: rimando la psicoterapia perché penso che posso farcela, o perché non mi va di farcela?

Ma a pensarci, questo modo di girare la questione è anche molto avanzato, persino prossimo alla soluzione, perché parte dei guai stanno nell’avere un problema, qualsiasi esso sia, e non pensare di averlo.

A complicare ulteriormente la questione, c’è il fatto che spesso i nodi vengono al pettine quando ci sono delle normali situazioni dolorose o difficili di vita, per cui la persona che vive delle difficoltà può essere incerta tra il giudicare un senso di scacco dovuto alla situazione contingente e il sospetto che ad appesantire il carico ci sia dell’altro che con quella situazione contingente non ci entra niente.

Io credo che per rispondere dobbiamo prendere in considerazione due cose. La prima più filosofica, la seconda più clinica.
La considerazione filosofica riguarda il nostro rapporto con i contesti culturali che abitiamo, nei confronti dei quali siamo dipendenti a prescindere dalla posizione – più o meno eccentrica – che occupiamo in essi. La domanda da porsi non è quanto disto dalla norma dall’esemplareità, dal comportamento socialmente più accettato, ma quanto sto comodo in questa mia collocazione rispetto al contesto in cui vivo, se abito un punto nello spazio sociale che mi si confà se abito delle emozioni e delle reazioni e delle scelte che mi fanno stare bene, e che senso hanno per me. Bisogna uscire un po’ dalla vecchia narrazione per cui l’eccentricità è patologica in quanto tale, ma simultaneamente ammettere anche che certe eccentricità hanno dei costi, perché implicano una riduzione delle risorse disponibili. Tradotto: se sei sposato hai buoni rapporti con la famiglia, ci hai i figli un discreto lavoro e l’hobby del tiro a segno, hai più rete di sostegno e risorse di appoggio che se vivi da solo, litighi con tutti, hai la passione per film cinesi degli anni trenta e ti è scaduto il tuo contratto di lavoro. Il bilancio costi benefici, persino riguardo a certe categorie diagnostiche è un’equazione personale da trattare sempre con grande rispetto e delicatezza. E questo quindi è un primo messaggio per le persone che giudicano che un caro amico un parente o una persona vicina abbiano bisogno di farsi curare: bisogna sempre tenere in grande considerazione l’equazione personale di qualcun altro, e quindi prima di imbracciare la sacra esortazione alla cura – ancora con un uomo sposato! Ma forse ti devi far curare! Es – ricordarsi del rispetto per la vita dell’altro. Se sta abitando quel punto dello spazio, ha i suoi motivi.

Il che però non toglie che – in certe posizioni si può stare più comodi, anche senza cambiarle di molto, oppure ci si può spostare se davvero lo si desidera -sia un pochino più in periferia, che un pochino più in centro.

(In questo senso, un buono psicoterapeuta dovrebbe avere idealmente lo sguardo abbastanza ampio e la testa abbastanza sveglia, da concepire soggetto e contesto come funzioni relative e interdipendenti non assolute, e quindi essere capace di lavorare con qualcuno che appartiene a una cultura molto diversa dalla sua, utilizzando le prospettive relative a quel campo, piuttosto che al proprio).

La seconda questione più clinica, ma di non troppo difficile osservazione su di se, forse l’unica cosa che interesserà davvero di questo post, è nel concetto di flessibilità e nell’ampio spettro delle nostre risposte alle domande ambientali. Ognuno di noi ha una personalità con delle caratteristiche tipiche, dei pregi e dei difetti – e questo insieme di caratteristiche risponde a certe funzioni psicologiche precise che nella clinica hanno anche un nome – per fare un esempio i meccanismi di difesa, o per farne un altro, le capacità adattive e di resilienza. Ognuno di noi ha dei canali preferenziali che corrispondono a pregi e difetti comunemente intesi, ma deve ugualmente avere la possibilità di usarli in modo vario, e di usarne altri meno consueti affrontando certe necessità. Quando ci si accorge che le nostre risposte alle questioni poste dalla vita sono sempre identiche a se stesse, che siamo irrigiditi in certi protocolli di comportamento che sembrano una sorta di protettiva condanna – è ora di farsi delle domande. Questo vale per delle risposte sintomatiche più palesemente disfunzionali – alcolismo, tossicodipendenza, ma anche per delle altre che sembrano molto eleganti e piacevoli nelle pubbliche relazioni: per fare un esempio, l’umorismo è un meccanismo di difesa superiore, un meccanismo adattivo al contempo, considerato segno di una capacità di distacco dalle cose e di saperle vedere nella giusta prospettiva. Ma se si usa sempre, c’è qualcosa che non va. Se ridi delfatto che sei deriso è un conto, se ridi del fatto che ti hanno fatto una brutta diagnosi è un altro. Perché noi disponiamo di tanti stromenti psicologici diversificati, e tutti servono – per esempio a prendere sul serio un brutto evento e a prendere provvedimenti per difendersene.

Questa cosa può essere utile anche a decodificare certi complicati incroci con eventi di vita spiacevoli, che diventano una sorta di ombrello sotto cui far accucciare tutti i dolori. Contrariamente a quanto farnetica la nuova edizione del DSM (ma su questo faremo un post a parte) l’esperienza del lutto è una necessità fisiologica non una deriva depressiva, e non permettersi un lutto, rientra in quella deprivazione delle possibilità esistenziali che poi può presentare il conto in altra forma, ma siccome la perdita fa parte della vita, almeno la maggior parte delle perdite, in un tempo più o meno dilatabile essa va digerita. Se il lutto non si elabora e ci si incaglia in esso, è la prova che ancora una volta, abbiamo un motivo per non usare tutte le nostre risorse, che con quel lutto non ha niente a che vedere.

Mi fermo qui. In realtà l’argomento è molto vasto, ma confido nelle eventuali domande poste nei commenti.

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9 pensieri su “psichico tre/quando cominciare una terapia?

  1. Quindi anche secondo te il nuovo DSM ha preso un po’ una cantonata sul lutto? a quanto ho capito, segnalerebbe il pericolo insito nell’ascrivere al lutto qualsiasi sintomo depressivo, rimandando così l’inizio della cura anche quando sarebbe necessaria, indipendentemente dal lutto. anche tu ci vedi un pericolo?

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  2. Io non entro nello specialistico che non ne ho assolutamente i mezzi, ma non ho visto nessuno (parlo di adulti fatti) cominciare spontaneamente una terapia se non dopo lunghi perodi di dolore e difficoltà, talvolta perché messi alle strette da persone a loro vicine. Mi pare sia una cosa che viene rimanda il più possibile e, sembrerà banale ma spesso il costo è una delle argomentazioni che ho sentito più spesso, sembra una cosa di cui non c’è “effettivamente” bisogno, perché il malessere non è oggettivamente definibile: il brutto periodo/problema comportamentale/ecc passerà, basta un po’ di forza di volontà, no?

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  3. Neanche io entro nello specialistico per motivi di incompetenza. Per mia esperienza diretta e per quella dei miei cari, la terapia è stata intrapresa a fronte di un disturbo invalidandante come, per esempio, gli attacchi di panico. Si può tentare di eludere il problema per un po’ ma presto o tardi è talmente invasivo che sei quasi costretto a chiedere aiuto. Ti volevo chiedere, a questo proposito, se l’aumento – che pare esponenziale – di questo tipo di sintomi non sia un modo che ha la psiche per costringerti a farti due quiz. Mi scuso se la domanda è idiota.
    Due parole – non sul DSM che non conosco – ma su una certa fitness sulla ripresa da eventi oggettivamente brutti: un lutto, la diagnosi di una malattia, un licenziamento. Ci sono dei tempi di elaborazione che si deve imparare a concedersi e che il mondo deve concedere. L’incagliamento è altro, temo. Mi preoccupa un poco la sparizione dal lessico quotidiano di parole come “triste” “sconsolato” “abbattuto” “infelice” passate tutte sotto l’ombrello di “depresso”.

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  4. Eh, post in sintonia coi miei pensieri e con la realta’ che mi circonda attualmente. Quindi domande che mi sto facendo molto, e a cui tu rispondi puntualmente. In linea generale penso che l’analisi (non parlo di altre terapie che non conosco) faccia bene a tutti -cioe’ indipendentemente dal grado di psicopatologia di ciascuno, sfumato in fondo, dia uno strumento e degli appigli nella gestione delle intemperie esistenziali che sono portentosi, quando funziona. Un terzo occhio, come. A mio parere in momenti in cui chi si ha di fronte pare come incastrato suggerirla e’ lecito, in questi termini, di rafforzamento generale. Come dire ti farebbe bene un po’ di palestra. E’ una similitudine azzardata, muscolare e parecchio semplificatrice, che pero’ mi e’ capitato di usare, con il proposito di spazzare via il bel pacchetto di superstizione e solennita’ che ricopre l’argomento. Sul lutto, mi pare un tempo lungo e complicato, fatto non solo di tristezza, ma anche di rabbia e profonda instabilita’ emotiva. E queste lunghe settimane adesso che ne ho uno recente in famiglia, mi sembrano un fisiologico lento decorso di una malattia, anche se non ho idea di cosa succedera’ poi. Vedremo, con buona pace del manuale, ma nessuno fa fretta a nessuno per fortuna.

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  5. e che succede se non riesci dopo tempo a trovare il tuo spazio nella psicoterapia? in cui sentirti a tuo agio nel parlare e manifestare le resistenze e fatica al cambiamento? ovvero che accade quando lo psicoterapeuta ti rimanda la responsabilità di questo cambiamento che tu non riesci o resisti ancora ad intraprendere e si crea una rottura nel rapporto tra i due?

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  6. Nel mio personalissimo caso, ho sentito il bisogno di iniziare una psicoterapia quando tutti gli stratagemmi e i trucchetti per rimandare la questione hanno smesso di funzionare (il mio meccanismo di protezione era – penso! – l’efficienza, l’eccellere, l’essere sempre adeguata a ogni compito). È stato come se di botto si fosse rotto qualcosa, ma in modo talmente eclatante che ricordo di aver desiderato di congelarmi per 5 anni pur di non provare quello che provavo. Ed è stato allora che ho cercato aiuto – ricordo di aver telefonato con senso d’urgenza – e che poi ho atteso l’inizio di questo percorso contando non i giorni, ma le ore e i minuti (erano i primi d’agosto, e ho ho dovuto attendere parecchio – un mese in quelle condizioni mentali è come l’eternità dello spazio siderale). Penso che questo sentirmi nell’emergenza più assoluta avesse poi funzionato come forte motivante – come se avessi intrapreso il viaggio verso il benessere a bordo di un panzer.

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  7. Anche per quello che ne so io intraprendere un percorso terapeutico è arrivato dopo un congruo numero di mazzate nei denti, in particolare quando le persone si sono ritrovate a dover risolvere disagi dei figli, che te li lanciano senza filtri e quindi sono più dirompenti di quelli che ci si trascinano dietro in proprio. A quel punto o si sono posti il dubbio: è un problema dei bambini, o è mio e loro me lo stanno segnalando? oppure si sono chiesti come fare per aiutarli e hanno chiesto un sostegno, da cui poi si sono diramate tante cose.

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  8. grazie di tutti questi bei commenti.
    Viola, alla questione dsm dedicherò un post apposta! Ma intanto – cantonata mi pare ottimistico. se qualifichi un’esperienza fisiologica come depressiva, dai un bell’aiuto a chi si occupa di curare le depressioni.
    francesca dunque – secondo me, che la gente rimandi il più possibile è più che lecito, da un punto di vista filosofico diciamo esistenziale io questa cosa la capisco, perchè è sacrosanto desiderare di risolvere la propria vita senza una tecnicizzazione della vita, la nostra vita, il nostro modo di viverla è la cosa più nostra che abbiamo. Il che purtroppo però non toglie che specie in certi assetti particolarmente patologici, più tardi fai la terapia peggio è.
    barbara si lo è, ma ogni epoca storica e ogni contesto culturale mi sa – hanno il loro canale sintomatico preferenziale. Prima c’erano le isteriche – ora sono in estinzione quasi totale. Per il resto non solo concordo ma forse rubo per il post sul dsm 🙂
    giulissima la tua metafora della palestra mi sembra super azzeccata. In qualche caso direi che si tratti di fisioterapia 🙂
    sabò dipende dopo quanto tempo. Questo enpasse dovrebbe essere analizzato e messo sul tavolo della terapia, credo che non sia così infrequente. parlandone col terapeuta la situazione dovrebbe sbloccarsi. In alternativa, se questo non succede si cambia terapeuta portando sul tavolo di un altro quello che è successo col primo. Vdendo di discriminare quali ne sono stati gli eventuali errori, ma quali sono stati i meccanismi psicologici della persona paziente che si sono incardinati con le scelte del terapeuta. Potrebbe essere utile anche per capire molte cose.
    grazie a daniela e mammamsterdam che hanno riportato la loro esperienza! Si spesso i figli inducono a questa scelta, ma un sacco di gente viene senza coercizioni esterne e altrettanta, reagisce allerichieste rifiutando la terapia oppure venendo formalmente ma sabotandola nei fatti. Le persone con gravi problemi che non hanno voglia di cominciare sono un problema doloroso molto frequente.

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  9. cara Costanza,
    questo post sembra fatto per la me di tre anni (ante-percorso psicoterapeutico e pure psichiatrico) orsono. 🙂
    Lutto importante in govane età mai elaborato completamente (strategia dell’iperattivismo o dell’evitsmento, combo per il mio caso micidiale), tesi stagnante segnacolo-punta dell’iceberg, e via dicendo. L’inizio dell mio punto di non ritorno è stato fisico (e ringrazierò sempre il mio corpo perché è più intelligente di me): insonnia, inappetenza, pensiero fisso, ansia e cia di seguito perché a una scadenza di consegna del capitolo mi ero del tutto bloccata. Da lì, ho iniziato a chiedere aiuto, ho avuto la fortuna di capitare in mano a gente molto brava e competente, che mi ha indirizzato nel modo giusto suggerendomi un approccio al problema molto vicino al mio essere (sono andata da due cognitivisti-comportamentalisti, pensa un po’!! 😉 ). Sono entrata in grande sintonia con la mia psicoterapeuta, ma anche con lo psichiatra, che gestisce un centro per la terapia cognitiva piuttosto importante (per la fama non so sinceramente, ma certo per i risultati), e dopo tre anni con le “mie” gambe, aiutata dalle stampelle che hanno saputo indicarmi (e che io ho saputo trovare) stiamo pensando di finire questo percorso.
    E’ stato duro e molto faticoso, un parto continuo – per rimanere sull’arte maieutica filosofica -, però ce l’ho (quasi) fatta. Non da sola, certo: ma farsi aiutare quando hai bisogno per me è stata una scoperta che ha fatto in modo di potermi cambiare vita, progetti – e via di seguito.
    Purtroppo intorno a me è pieno di persone che davvero avrebbero bisogno di farsi aiutare, ma capisco benissimo, proprio perché ci sono passata, che sia difficile fare il “salto” di presa di coscienza, e dire “questa cosa, s’haddafà”.
    Eppure, nel mio personalissimo caso (sarà che sono eccessivamente introflessa) da quando è morta mia madre, ben 14 anni fa, io sapevo che avrei avuto bisogno di qualcuno che mi avrebbe potuto aiutare a passare oltre il fiume del dolore che in quel momento per me era troppo da affrontare (e questo lo dico adesso – ma in terapia, ad esempio, abbiamo parlato veramente poco del lutto).
    Enniente, via, bene così. 🙂
    (pardon del commento-fiume)

    p.s: oltre il dato biografico, questa cosa del porre sullo stesso piano lutto e depressione è davvero una gran stronzata. Da profana è vero, però da sopravvissuta al lutto e alla depressione mi incazzo di brutto, quando leggo queste cose.

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