psichico 4/maschilismo e misoginia

Ciclicamente mi trovo a ridefinire la distinzione tra misoginia e maschilismo. In un certo senso, si tratta del tracciamento di un confine arbitrario, una sorta di barriera artificiale su un territorio per sua natura continuo, eppure è una definizione che ha un’utilità pratica per chi si trova a lavorare sul piano concreto perché afferisce non a due gradi diversi dello stesso fenomeno, ma a due fenomeni proprio diversi, due modi diversi di relazionarsi al femminile. Invece constato, che spesso si confondono i piani, usando come esempio estremo le culture in cui esiste una sorta di psicopatologia culturale deflagrata e acclarata – in cui la misoginia è eretta a sistema culturale. L’Iran, gli spettacoli dell’ISIS, oppure, il Messico – e quelle aree del sudamerica dove non a caso è stato ritenuto necessario coniare il termine femminicidio. Tuttavia rimane il fatto che – il maschilismo risponde a un’idea politica della gestione dei ruoli che può essere osteggiata politicamente oppure no, dove le persone possono vivere infelicemente ma anche molto accomodate e felicemente – mentre la misoginia risponde a una grave patologia, che produce comportamenti invariabilmente patologici e violenti i quali si reificano invariabilmente in atti e gesti che fanno stare male chi li riceve e in realtà anche chi li compie. La misoginia non può mai essere rispettata.

Nella psicodinamica che muove i due atteggiamenti passa la differenza che intercorre tra nevrosi e disturbi di personalità. Nevrotici siamo tutti e il maschilismo è una nevrosi culturale come un’altra. Dal mio punto di vista guarirne è sempre un vantaggio ma ci si campa benone con agevoli matrimoni. Nancy Chodorow – una che dall’antropologia culturale era passata alla psicoanalisi relazionale – aveva messo in relazione, cosa che io trovo sempre più confermata nella pratica clinica – l’atteggiamento sessista con la latitanza o con la perdita della figura paterna. Più i padri scompaiono, più mancano maestri, zii, e figure vicarie di un paterno adulto, più accade che nella psiche maschile, e senza difficoltà aggiungo in quella femminile, si strutturi un’idealizzazione dell’uomo stereotipata, magicamente dominante, superpotente e più ancora, in età adulta, questi figli senza padre blandiscono il padre potenziale nell’amico nell’uomo che trovano potente, e si schierano invariabilmente con lui quando si tratta di sanzionare la libertà del femminile: il patto di genere cioè è una soluzione nevrotica a un problema di deprivazione. Nel suo bel volume  – il gesto di Ettore – Zoia, non a caso dedica una lunga e utile disamina delle culture in cui per un incrocio tra dato connotativo ed etnografico e malefiche incidenze della marginalizzazione economica gli uomini vengono portati lontani dalle proprie famiglie, indotti a essere sempre più satellitari rispetto alla propria progenie, producendo un assetto mentale che tramite dei figli deprivati riprodurrà se stesso. In questi termini i figli di uno stesso mondo e di uno stesso sistema familiare potrebbero trovarsi in amorosi sensi, nella celebrazione totemica condivisa del maschio come potente e pubblico e della femmina come secondaria e privata. La loro comunicazione è fluida, e possono amarsi ed essere felici ed essere delle persone oneste e – non di rado, quando la psiche lo permette e l’occasione esistenziale è colta – anche dei genitori migliori di quelli che hanno avuto. Non a caso, famiglie molto reazionarie come divisione dei ruoli producono oggi anche donne che lavorano e mariti non maschilisti. Il padre antiquato, diversamente dal nonno antiquato o dal suo bisnonno, è stato antiquato a casa, e non fuori casa. Un padre antiquato a casa evita il bisogno parossistico di celebrare ogni maschio qualsiasi cosa faccia verso una donna.

Quello che però voglio dire, è che in questo modo di stare al mondo ci può essere un benessere che può essere politicamente contrastato, ma non osteggiato come qualcosa che sta fuori della politica. L’idea che una donna sia principalmente depositaria del privato, della relazione, della bellezza della grazia e della gentilezza, nata per curare i vecchi e fare i bambini, è per me da contrastare perché limita le possibilità politiche dell’esercizio di se, equivale grosso modo a un partito politico che non voterei mai, ma rientra in un tipo di soluzione psichica e ideologica ammissibile nell’arco parlamentare ed esistenziale. Non è qualcosa che sta fuori della democrazia.
La misoginia invece è tutt’altro affare. La misoginia è quella cosa che vuole uccidere il femminile, che deve avere il suo tarlo in una zona idealmente preedipica che ha minato il materno. Chi si occupa di violenza di genere in concreto – per esempio sa , che le sue forme più acute non si esacerbano pensando alla carriera di lei, al successo professionale di lei – all’acquisizioni di attività tradizionalmente maschili da parte della donna, ma esplode quando la donna è più tradizionalmente donna – per esempio gli uomini potenzialmente violenti cominciano a menare quando la compagna è incinta. Diventano patologicamente gelosi pensando alla sua capacità di sedurre. La prassi di svalutare le capacità intellettuali della donna che così spesso si constata nelle coppie dove lui è aggressivo e manesco – è una soluzione reattiva volta a togliere indipendenza e identità all’altro, ma ciò che si detesta nell’altro è un materno atrocemente desiderato e perduto.

Questo naturalmente impone una riflessione sulle culture misogine, che non conosco abbastanza per non rischiare di dire cose sbagliate. Quindi prendete quanto segue con le dovute cautele: ma io non credo che sia un caso che all’aumentare della povertà, della fame e della marginalizzazione sociale aumenti la misoginia e si culturalizzi. Credo che esista un cortocircuito psichico, gli junghiani parlano di archetipo del materno e i kleiniani lo concettualizzano nell’idea dell’oggetto parziale, per cui il bambino deprivato del cibo ed esposto ad una madre depressa e svalutata  – come spesso sarà la madre del mondo misogino –  è destinato ad avere poche risorse materiali ed emotive e portato a crescere con una violenta invidia e aggressività verso il femminile. Ma questo riguarda appunto certe specifiche contestualità e aree non tutti i posti del mondo che non siamo noi. Anzi, non di rado ci sono aree del nostro territorio che riproducono queste premesse.In conclusione, ciò vuol dire che esistono comportamenti che attaccano il femminile nevroticamente e in maniera blandamente culturale – il ricercatore universitario che fa un commento volgare sulla sua collega ammiccando a un altro collega ricercatore della cui approvazione è molto contento – e comportamenti che attaccano il femminile agendo dei nuclei psicotici, e una psicopatologia relazionale grave – come il rispettabile ragazzino di buona famiglia che stupra la colf  extracomunitaria, o l’uomo che ammazza la compagna e poi si suicida. Questa distinzione per me è utile comunque, perché rimanda a soluzioni e prassi diverse.

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3 pensieri su “psichico 4/maschilismo e misoginia

  1. Da quel che ho letto sembra che la società sia associata all’idea di materno (l’archetipo del materno), quindi che una buona società sia una “buona madre” e una cattiva società sia una “cattiva madre”. Una buona società è quella che evita ai suoi “figli” e alle sue “figlie” la fame, la penuria, la povertà; una cattiva società abbandona “i figli e le figlie” alla fame, alla povertà, alla penuria. La povertà può essere di ordine materiale, culturale e simbolico, anche se l’ordine materiale pare quello più importante, o quantomeno quello da cui ha inizio tutto, visto che è legato direttamente al nutrimento ovvero al materno. Ti chiedo, però, se, quanto e come, nella tua esperienza, la nevrosi maschilista, che nascerebbe dalla deprivazione del paterno, regga bordone alla psicosi misogina, dovuta alla deprivazione del materno (come quei partiti che stanno nell’arco parlamentare, ma hanno simpatia per gruppetti extra non proprio pacifici). Scusa la schematicità del tutto.

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  2. Che bella analisi. Per altro – non lo dico affatto a difesa del maschilismo – in contesti maschilisti ma non misogini le figlie femmine possono prosperare al contrario di quanto avviene in contesti di misoginia. Un padre maschilista non priva la figlia di un’educazione, anche se magari può pensare all’università come a un luogo dove si trova marito. Credo sia politicamente molto utile mantenere viva tale distinzione per non provocare ulteriori pasticci.

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  3. Cara Zaub, cominciamo col dire che questo passo é verità ontologica: “(…)le forme più acute non si esacerbano pensando alla carriera di lei, al successo professionale di lei – all’acquisizioni di attività tradizionalmente maschili da parte della donna, ma esplode quando la donna è più tradizionalmente donna per esempio quando la compagna è incinta”. Posso però aggiungere che ancor prima dell’essere incinta è il materno stesso insito nel femminile, l’idea della compagna che si prende cura, che nutre, che ripara e che protegge che atterrisce il misogeno. Il lavoro, il carrierismo, il successo professionale femminile lo cullano, riconosce il maschile e si trova a suo agio. Fa un’equazione psichica tra emancipazione professionale e castrazione del femminile. Non teme una donna che lavora, ma anzi la stima intellettualmente. Basta però che quella stessa donna, metta in scena comportamenti e dinamiche che rimandino al materno affinchè venga punita, ferita, umiliata. Concordo a pieno che il seme è nel “bambino deprivato del cibo ed esposto ad una madre depressa e svalutata” che crescerà ” con una violenta invidia e aggressività verso il femminile”. Ma non direi che “ci sono certe specifiche contestualità e aree del nostro territorio che riproducono queste premesse”. Queste premesse sono ovunque. Molto più di quello che pensiamo. Basta una madre (magari non perfettamente a suo agio nel ruolo, vuoi perchè non profondamente scelto o fortemente voluto), giovane, magari sola. Frustrata, poi svalutata che col tempo di deprime. Al bambino bastano 10 anni così e si ottiene un misogeno nuovo di zecca. Provare per credere.

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