On Brokeback Mountain

Dunque, il dibattito pubblico frigge intorno alle coppie omosessuali – come al solito, con scarsissimo interesse reale per la cittadinanza ma con una sostanziale strumentalizzazione politica dei problemi concreti di una percentuale dell’elettorato che, nonostante l’allarme omofobico, è troppo esigua per essere presa sul serio. In sostanza, gli omosessuali in Italia sono talmente pochi, e talmente poco possono poveracci sulla famiglia tradizionale, che se rimangono insoddisfatti nelle loro richieste o al contrario se verranno fatti contenti, a questo o a quel partito non ne verrà niente, non sarà abbastanza. A dispetto dell’allarme tanto starnazzato, questi poveri omosessuali italiani, che soffrono per l’assenza dei diritti, sono un po’ come i malati di una patologia rara, per cui ma che ce frega di spendere i soldi per la ricerca? Tuttalpiù parliamo dell’urgenza di spendere i soldi per la ricerca, ma non è che ne parliamo davvero.

Invece, ne parliamo per finta. Gli omosessuali sono tre, e a tutti è chiaro che non si diventa omosessuali perché si fanno due chiacchiere. I loro problemi sono pochi e facilmente risolvibili – e si potrebbe passare tranquillamente oltre dopo una mattinata di pragmatismo parlamentare. Non vogliono essere menati perché omosessuali, vogliono lasciare il tetto alla persona cara se schiatta uno dei due, vogliono potersi visitare in ospedale se ci hanno da operarsi alla prostata, parlamentari votiamo? Daje che abbiamo fretta. Se ci pensate, rispetto al problema della disoccupazione che lascia la gente senza mangiare, rispetto al sistema sanitario nazionale al collasso, rispetto alle stragi di stato che non hanno ancora il nome di un colpevole, è abbastanza abbacinante l’uso diabolico che si fa della questione. Gente che si perita di protestare in piedi sulle piazze del paese tutto, perché non gli piace questa cosa qui anziché protestare perché ci sono dei cattolici in questo momento che non hanno da mangiare. Alfano che dice che non vuole che i matrimoni omosessuali all’estero abbiano valore, mentre la camorra, la mafia e l’andrangheta agiscono indisturbate. Non so se vi rendete conto dell’incredibile perversione, di non dare dei diritti a pochi, che non eroderebbero niente a nessun altro, e di non darli in forma di gargarismo continuo e reiterato, allo scopo di fottere, loro e tutti gli altri – per esempio i preziuosissimi elettori eterosessuali cattolici di destra.

Ma naturalmente il cinismo della politica non basta mai a giustificare la forma che assumono i momenti storici, e quando Alfano frigna sul pericolo dell’unità della famiglia, non è solo perché evita di avere di meglio da fare, ma perché davvero mette il dito su questo oggetto in crisi che è appunto la famiglia italiana: che si scassa sempre più presto, che basta uno sputo per inneggiare al divorzio, che non riesce a figliare e quando figlia fa uno o due figli, tre proprio a sfare ecco, che è culturalmente osteggiata nella teoria e nella prassi – tenere in piedi una famiglia anche come carburante oggi è titanico in effetti, perché o lavori o guardi i figli, o guardi i nonni o lavori, o ci hai la macchina o non porti i figli. E, allo stesso tempo, se uno giovane dice che vuole mettere su famiglia è ideologicamente guardato con sospetto, rimproverato di cedere alla precoce materialità dell’esistenza, di non voler fare esperienza, di volersi accasare, di non essere ambizioso, e ancora di cedere alla noia, di rischiare la gabbia della relazione. E se la giovane avventatamente sai mai rimane incinta, della di lei carriera non importa a nessuno – ma l’onta del gesto precoce prevale sulla gioia di una possibile nascita, e insomma pare brutto è meglio che abortisci.
Se ci ricordiamo che questo era un paese a maggioranza cattolica, che se festeggia la domenica un motivo ci sarà ed è lo stesso motivo per cui ci sono i crocifissi nelle classi, ci accorgiamo che, evidentemente siamo al fallimento totale di un’ideologia, di una scala di valori e di una prassi che aveva il cuore ne “la famiglia cristiana”.
La famiglia cristiana è cioè, andata a farsi benedire.

E’ andata a farsi benedire, va detto – non solo per via dei colpi del feroce autoreferenziale capitalismo, ma anche a causa di quelle stesse violenze, coartazioni, disparità di costi che imponeva ai suoi componenti, madri e figlie in primis. E per quanto l’ideologia cristiana dell’unità familiare abbia cercato di tenere il passo con la conquista di dignità delle parti interne, soprattutto si diceva le donne – che erano quelle che pagavano di più, di fatto sta perdendo la partita. Al suo posto fioccano nuove forme di vivere civile, nuovi assetti esistenziali, nuove aggregazioni e soluzioni che faticosamente cercano di proporre un’etica sostitutiva, ancora mi pare, senza aver trovato una formula tale da dare colore a un nuovo momento storico. Ma di fatto questi nuovi assetti esistono, e tra essi figurano le coppie omosessuali, così come le persone singole che continuano a vivere da sole e fanno rete tra loro, per non tacere delle complicate soluzioni a cui vanno incontro le vecchie famiglie che si separano e poi si riconfigurano in nuove combinazioni e soluzioni. Tutte cose che psicologicamente non funzionano né meglio né peggio della vecchia formula – solo con un ventaglio diverso di vittorie e di sconfitte. Questa roba esiste, ne ha oculatamente preso atto Papa Francesco, e tu puoi scegliere soltanto se farli campare bene o male, non se farli esistere o non esistere. Il movimento di riconfigurazione del tessuto sociale, ha radici più profonde che danno linfa alle scelte esistenziali, molto di più delle potate fatte dall’apprendista giardiniere, ossia senza la minima reale cognizione di causa su ciò che faccia bene alla cittadinanza. E’ tutto, sempre e solo un campar peggio.

Donde osserviamo una sorta di spaccatura, che divide la parte politica del paese, e le ultime generazioni di credenti. Da una parte c’è questa scomposta reazione di parte del mondo cattolico, e l’affascinante fenomeno delle sentinelle in piedi, doloroso canto del cigno di quella sezione integralista destinata comunque a soccombere, anche se dovesse avercela vinta sulla carta. Sono in piedi, leggono distanziati l’uno dall’altro, teoricamente attaccando una legge in una maniera mistificata – la legge che sostanzialmente punisce le persone che picchiano un omosessuale in quanto omosessuale – ma sostanzialmente tentando alla disperata di vegliare sul mondo perduto del patriarcato cristiano, delle spose sottomesse che guardano la numerosa prole, non possono gridare, non possono dire, e manco hanno granchè da argomentare, stanno li e fanno esteticamente e pacificamente, quello che possono fare, ossia estetizzare ciò che non c’è più, dipingere con grazia la violenza che ha prodotto la dissoluzione di quel che difendono, mistificare le proprie contraddizioni proiettandole sulle vite degli altri. Dall’altra c’è – piaccia o meno, un nuovo modo di cercare di essere cattolici e aperti all’evoluzione dei soggetti che nel nostro paese comincia con lo charme di Papa Francesco, con le sue inedite esternazioni e accoglienze   – per esempio ai credenti divorziati, e che continua con le spregiudicate circonvoluzioni del governo Renzi.

Due modi perciò di reagire politicamente e culturalmente a un processo senza ritorno, in un disegno in cui le polemiche sul decreto Scalfarotto sono solo pretestuali. Non ci entra la libertà di pensiero, men che mai la minaccia dello stato etico piuttosto la questione riguarda: lo sfascio della famiglia italiana prima che cristiana. Questo sfascio potrebbe portare a una riconfigurazione, a dei recuperi, a delle condanne definitive, a delle nuove formulazioni e a delle nuove riedizioni, in una diversa logica combinatoria che potrebbe far contenti tutti. Ma il declino è proprio questo, perdere frignando i treni che passano.

La mia sincronicità assente. Appunti su Luigi Aurigemma.

Ho conosciuto Luigi Aurigemma che ero una ragazzina, in vacanza con la famiglia a Parigi. Sua moglie era molto amica di mia madre, e all’inizio della nostra amicizia, lui non era nient’altro che una sorta di zio capace di una benevolenza comica, perché per me allora, difficile da decodificare. Ma ricordo benissimo, è un ricordo che ho molto caro e che ha il sapore di un sogno, che mi rubarono la borsa che conteneva un diario e che lui fu molto colpito da questa cosa, tributando al mio diario, un’importanza, una sacralità, che nessun adulto aveva mai dimostrato alludendovi, che io stessa pure non avevo mai davvero considerato necessaria. Il tuo diario? E’ davvero terribile! disse. Il che voleva dire: qualcuno ha leso il tuo spazio intimo e privato? Qualcuno ha leso la porta dei tuoi legittimi segreti di persona che sta diventando crescendo?
E mi comprò una borsa nuova, che conservo ancora.

Per molto tempo – un tempo che io ho giudicato eccessivo, e il cui protrarsi mi faceva scalpitare – il nostro rapporto è ruotato in questo gioco dello zio vecchio con la bambina giovane, i cui passi nella vita andavano sorvegliati, e aiutati. Ed era certamente molto bello avere per amico un pozzo di affetto e di saggezza, e anche l’icona di un mondo complicato prestigioso, e devo dire quell’amico, quelle telefonate, quei consigli ancora mi mancano molto, e certo anche quell’umorismo. Figlietta, diceva alla me adolescente che raccontava travagliate vicende amorose, noi maschi abbiamo il problema del manico. Così come mi piaceva la sua presenza esoterica e misteriosa, quasi iconograficamente volutamente altra, rispetto al mondo attuale: mi capitava di andare a Parigi e camminare con lui vestito in maniera elegante e preziosissima, gli occhiali cerchiati d’oro, i bastoni ricercati, e percepirlo come curioso, misterioso, astruso. Collezionava baffi di gatti, aveva un bellissimo salotto molto francese, pieno di finezze e di riti borghesi, che aveva un suo aggraziato affetto, ancorché molto pudico.
Ho visitato quella casa per circa vent’anni, e non ne ho mai vista la cucina.
Tuttavia, facevo fatica a farmi prendere sul serio. Aurigemma era cresciuto negli occhi della Von Frantz, ossia una delle più importanti e acute maestre junghiane, e soltanto questo – oltre che la meravigliosamente carismatica moglie che aveva assai amato – doveva bastarmi a non considerare come una forma di semplice maschilismo la sua resistenza a prendermi sul serio sia quando gli comunicai che desideravo laurearmi in psicologia che in un primo lungo periodo, in cui lottavo con lui per parlare di pazienti e di teorie e di tirocini e ne ottenevo una frustrante sordità. Piuttosto quando ci sentivamo, insisteva con grande affetto e convinzione sull’importanza delle mie urgenze terrene, rivendicava uno sguardo affettuoso e paterno, e mi ripeteva in continuazione e anche con un certo biasimo, scellerata figlietta che non sei altro, che l’importante nella vita di una donna sono la caverna e i cuccioli, e perché mi parli di libri e tirocini che non mi importa niente e non mi parli di queste cose serissime che dovrebbero essere la tua priorità? E questo mi faceva molto arrabbiare. E mi raccontavo che dipendesse da quella remota radice meridionale che l’eleganza parigina e il prestigio della società psicoanalitica occultavano, ma che certo doveva essere viva se una giovane donna ai suoi occhi non poteva permettersi il lusso di un’ambizione professionale, e intellettuale.
Per molto tempo ho annaffiato questo fraintendimento, perché non mi metteva in discussione, non metteva in luce ciò che non avrei mai voluto vedere, e che riesco a vedere solo ora forse perché lui, a un certo punto cambiò idea.

Mi mandò in analisi da Gianfranco Tedeschi, il quale invece mi prese subito molto moltissimo sul serio, con un atteggiamento che per altro col tempo avrei imparato a capire come persino patogeno e collusivo, ma a cui in fondo, sarò sempre molto grata – mi sentii vista, vista tutta intera e non solo nella mia mezza identità di carne, e la mia analisi andò benissimo. Ma in quel tempo non ci sentivamo tanto spesso. Un po’ perché credo che lui non volesse interferire con il lavoro del collega, molto perché io ero, ora che l’inconscio era sotto la lente di un altro, arrabbiata, arrabbiatissima per quel falso riconoscimento.
Sul finire dell’analisi, il mio analista morì, lasciandomi il giorno prima di una seduta, di una terapia che non voleva finire da tempo.

Era un periodo in cui, mi sentivo orfana di maestri.

Scrissi un brano letterario allora, che uscì su la rivista di psicologia analitica, e che raccontava della mia analisi con Tedeschi, delle mie ambizioni, di quello che gli leggevo dall’altra parte del tavolo, della relazione tra analista e analizzando. Con Luigi non ci sentivamo da molto tempo – e io me ne stavo nell’ombra di un attrito inespresso, e fu perciò con una commozione indescrivibile che aprii la lettera che mi inviò – una lettera di carta e di penna, dove scoprivo quello che non avevo voluto vedere, e nello stesso tempo la sua correzione. Quella lettera ammetteva un errore sul mio conto, una svista, uno stereotipo. Sei così spumeggiante, e solare che non credevo invece potessi capire le persone così, come hai capito il mio amico. Puoi fare questo mestiere. Ti devo dire, che mi sono sbagliato su di te. Coraggio, comincia.

Ci aprimmo a un secondo periodo, in cui ci si parlava, finalmente un po’ più tra pari. Riprendemmo a sentirci, mi arrivarono delle confidenze nuove – la morte cominciava a occhieggiare seppure ancora in una sorta di baluginare, e Luigi ci ragionava, si staccava dalle cose, portava per mano i pazienti che ancora erano con lui, ma si ritirava dalle sfide, dai nuovi dolori. Mi raccontò dei sogni che lui stesso leggeva come acclarate prove di impotenza di stanchezza rispetto le nuove sfide. Curava con fatica e l’angoscia di essere sorpreso prima della fine, l’ultimo volume delle edizione italiana delle opere di Jung, ma si cimentava nella sua maniera saturnina e sciamanica, con questa faccenda sgradevole del doversene andare. Parlavamo delle mie esperienze cliniche di allora, e conservo ancora alcuni suggerimenti che per me sono un tesoro – e certo ci stimavamo e certo ci volevamo tantissimo bene.

Tuttavia, intorno a quella lettera, intorno a quella separazione si era giocata la battaglia di una differenza taciuta – io allora ero troppo giovane professionalmente e diciamo esistenzialmente, per potermene anche solo rendermene conto di sfuggita. E non ho mai avuto il tempo di sapere se lui avesse mai letto le cose tra noi, il confronto, in questo modo. Forse può aver letto le cose sulla doppia costa di un simbolismo clinico – per usare le parole che a uno junghiano solitamente provocano orrore e raccapriccio – io potevo essere la giovane afflitta da una fascinosa maniacalità ma che poteva correre il rischio di costringerla alla superficie, lui poteva essere il vecchio votato a una saggia depressione, iconograficamente più portata alle intercettazioni dell’inconscio altrui ma che alle volte ci si poteva chiedere, se non costringessero al protrarsi di un clima cupo. Ma questo, doveva essere stato superato, come avrei imparato col tempo, ogni analista ha una cifra di partenza, legata a questa o a quella abitudine della personalità, a questa o a quella codifica genetica dell’ego, e questo non impedisce una certa flessibilità nell’affrontare le note da ascoltare e da restituire. Lavorerà la sua vita e la sua onestà intellettuale ed emotiva a cercare di rendere duttile quella codifica di partenza, così come a intuirne gli eventuali limiti.

No, non credo che fosse questo. Era altro sul quale forse lui aveva le sue ragioni. Non tanto rispetto al mio eventuale e tutto da dimostrare talento analitico, ma a quale tipo di ispirazione mentale appartenessimo. Lui non era soltanto uno dei padri dello junghismo in Italia, un allievo di prima generazione. Lui era profondamente junghiano anche nel modo di abitare la vita, e di sentire. era certamente intellettualmente sofisticato e rigoroso – molto di più di tanti colleghi dell’epoca, ma utilizzava certi costrutti e categorie in un modo diverso di come li avrei pensati io anni e anni dopo, una volta in cui sarei riuscita forse ad afferrare – forse, perché si tratta pur sempre di un campo vasto e minato – il perimetro di certi concetti, come gli archetipi e le figure archetipiche. La costa che mi sembrava ci separasse era la costa che divide la montagna tra il lato essenzialista e il lato costruttivista, il lato che concepisce certe narrazioni come strutture dell’essere e il lato che invece le guarda come sue forme narrative, e quindi il lato che scommette di più e sta con tutto se stesso in quella organizzazione mentale e quello – invece che lo abita in una maniera per quanto affezionata e disinvolta più provvisoria. Io avevo addosso lo scetticismo procedurale di una certa sinistra del novecento, a cui lui aveva reagito con stizza, e mi si aggiungeva a coronamento il positivistico edificio della ricerca psicologica recente, delle sue urgenze, dei suoi linguaggi. Nel frattempo avevo trovato altri maestri, per esempio il professore con cui mi ero laureata, e questo mi aveva provocato una tensione alla lettura postmoderna delle categorie di questa o quella scuola, che non mi avrebbe mai abbandonata. In fondo davvero in un certo modo, viveva in lui una certa sofisticheria tutta mediterranea e meridionale come all’inizio avevo afferrato, ma in una maniera meno banale di quella che avevo congetturato. Credo che ci fosse questo attrito intellettuale tra noi, anche se non ci è mai stato il tempo psicologico più che materiale di farlo emergere, perché io per prima avevo bisogno di altri anni di confronto e di lavoro.
E probabilmente questo attrito, si sarebbe anche ricomposto, in un confronto sulle prassi di cura. Questa ricomposizione insieme a quella discussione, è la cosa che mi manca di più.

Il ponte

Cari tutti

E’ passato qualche giorno dall’apertura di questo nuovo blog, nato dalle ceneri del vecchio, e solo ora mi sento di poter cominciare a fare qualche considerazione. Perché è stato un passaggio intenso, anche bello, con dei risvolti – non tanto intellettuali – quanto affettivi, che mi hanno colta alla sprovvista. Una volta che questo passaggio sarà definitivamente compiuto, e quando forse sarà trascorso un po’ di tempo, forse sarebbe saggio scriverne in maniera più sistematica e analitica, perché credo che abbia delle cose da dire, sull’evoluzione delle relazioni, sui rapporti tra virtuale e reale, cose belle e anche meno belle naturalmente, ma che aiutano ad evitare le grandi estremizzazioni di cui sempre cade vittima l’idea di internet – la sua santificazione e la sua demonizzazione.

Intanto, comincio ora a trarre un sospiro di sollievo, ma anche di gratitudine – per l’affetto incredibile che mi è stato dimostrato dallo zoccolo duro dei lettori storici del mio vecchio blog – gli zauberlettori! Che tutto sommato mi sento di continuare a chiamare zauberlettori, una cosa che mi ha veramente commossa, con messaggi pubblici, privati, saluti ovunque. Con una emozione e una intensità che non avevo minimamente anticipato. Per quanto mi sia sempre resa conto del fatto che intorno al vecchio blog si era creata una sorta di comunità, mai questo senso quasi di appartenenza mi è saltato agli occhi come in questi giorni, dove nella mia bacheca facebook, la comunità si è ricreata, e le persone le vedo chiacchierare tra loro, essere amiche tra loro, afferire a una sintassi condivisa. E mi impressiona e mi commuove un po’ vederli – vedervi, come se avessero attraversato un oceano che separa due coste, e invece si è solo trattato di prendere atto che la persona che leggevano quotidianamente o poco meno, fondamentalmente cambiava nome.

Ma ci deve essere stata la sensazione di un curioso salto nel buio – lasci una persona che scrive sotto pseudonimo, della quale cioè conservi in un angolo il dubbio che possa essere una forma di narrazione- anche se magari questo angolo di dubbio non arriva davvero alla coscienza e poi arrivi da un’altra e scopri, questo mi è sembrato abbia emotivamente colpito più che intellettualmente, che quella persona combacia, che il cambiamento è in realtà minimo, che la finzione non c’era. I dati anagrafici combaciano e anche il modo di scrivere, e i difetti e le fissazioni, sono proprio le stesse. Ma lo pseudonimo era avvertito come un come se, una sorta di piano narrativo sotto al quale poteva stare il tutto diverso piano della realtà. In effetti, non ho mai scritto in anonimato per occultare, per fingere, per dire ciò che non avrei il coraggio di dire – ma anzi per disvelare, liberamente senza l’ombra di un’identità avvertita anche per cognome e famiglia, come ingombrante.

Le considerazioni sociologiche, di questa mia vicenda simile alla storia di altri ben più noti e celebri nella rete di me – le lascio a un momento in cui riuscirò a sentire di avere uno sguardo prospettico più lucido diciamo, perché adesso davvero, come ha scritto una prestigiosa lettrice – è un po’ come quando finisci una lunga analisi, devi lasciar sedimentare. Intanto avevo bisogno di fare un post cerniera, che contenesse oltre a questi primi pensieri alcuni messaggi di servizio.

Il primo, riguarda l’organizzazione di questo blog, che ricalcherà quella del vecchio: diversamente dalla stragrande maggioranza, mi sa quasi tutti gli altri blog, in questo ritornano le vecchie regole che troverete nella pagina, zaubernorme. Queste regole, che mi hanno valso molte critiche, e che sono per molti aspetti assolutamente contrarie a un certo spirito egualitario e democratico che domina la rete, hanno il pregio di mantenere molto alta la qualità del dibattito in calce ai commenti, e implicano tra le altre cose, l’impossibilità di rivolgersi tra commentatori direttamente in calce ai post, e di usare il commentarium come fosse una chat – ma ve ne sono altre, che invito i nuovi arrivati a considerare. Come nell’altro blog però ritorna lo zauberfumoir, che troverete nella colonnina a sinistra, e che sarà la stanza dove i commentatori possono dirsi delle cose, chiacchierare tra di loro, litigarsi, chiedere delle cose a me o quello che desiderano, proporre temi da trattare.

Gli argomenti alla fine saranno pressappoco gli stessi, anche se mi si profila un anno pienissimo di impegni e di cose da fare, ma io spero di riuscire a ritagliarmi uno spazietto mio qui. Con le stesse oscillazioni di registro linguistico, e forse con ancora più oscillazioni dal momento che la scrittura cartacea e pubblica – che sta diventando un mio secondo lavoro – non sempre me lo permetterà. Rimarranno quindi post scribacchini – e le svariate e indecorose pippe psicoanalitiche e pseudofilosofiche che hanno allietato il masochismo dei più, rimarranno forse anche i post cazzarellisti – ma devo avvertirvi che lo psicocazzarellismo è l’oggetto del secondo libro a cui sto lavorando, ossia un libro che cerca di rfilettere con umorismo su certe condizioni psichiche un po’ disgraziate, e forse potrebbe essere più carino avere un tomo psicocazzarellista ecco che i post a pioggia. Questo, devo ancora insomma decidere.

Infine ancora due cose. Un accorato e affettuoso ringraziamento alle persone che sono arrivate a leggere queste righe, avendo cominciato a farlo 8, 6, 5, 3 anni fa. E’ una cosa che procura un sentimento speciale, a cui non so dare un nome, ma davvero grazie. E un ringraziamento speciale a quanti mi hanno aiutata e consigliata nel gestire questo passaggio. In secondo luogo un benvenuto caloroso ai miei amici, alle persone della mia vita che non sapevano della mia scrittura in rete, e che stanno reagendo in maniera stupefatta e buffa e sempre gentile. Quando il vecchio blog saliva agli onori della cronaca per questo o quel post più letto degli altri, morivo dalla voglia di tirarli per la giacchetta, di dire loro guarda! E poi lasciavo perdere per un mucchio di motivi che mi parevano importanti. Anche se presumibilmente ci hanno molte cose più importanti da fare, e non avranno l’obbligo di triturarsi i marroni a leggere quello che questa manica di masochisti si è autoinflitta in questi anni, io sono molto contenta e sollevata nel sapere che i miei amici e le persone della mia vita di sempre ora possono entrare nel cerchio quando lo desiderano o ne abbiano voglia. Benvenuti.

Buona settimana a tutti.

Dedicated to Houellebcq

 Delle puttane del quartiere è la più giovane e la più dolorosa, anche se non lo darebbe a vedere, per via dei capelli lucidi e le gambe lisce. E anzi, emana persino l’afrore di una adolescenza annoiata, seduta con i pantaloncini e le cuffie nelle orecchie, lo sguardo in un telefonino da vera bambina ricca – uno smartphone piatto enorme e luccicante – che ti viene da pensare stia scambiandosi messaggi scolareschi e innocui, forse nomi di innamorati e di canzoni, forse desideri pazzi e sconsiderati.

Sta sempre sulla stessa panchina e intorno a lei si siedono vecchi.

Sono tra i clienti più distinti, e anche uomini che si sentono pieni di cuore. La caricano in macchine nere e grandi, ma ogni tanto, non si vergognano di sedersi accanto a lei, nella cristiana luce del giorno, nel caritatevole splendore del mattino, a profondersi in infinite prolusioni di riscatto, di sostegno, di cosa hai bisogno, ti do dei soldi.
Li vedi chini verso di lei con la cravatta che ciondola, rapiti dallo struggimento, in qualcuno il senso di un autentico affetto, mentre lei silenziosamente non li guarda, estenuata da una noia senza fine.
Che palle. 

Che non può correre via come vorrebbe, perché dei loro soldi ha bisogno e la loro colpa, che giudica talora tenera talora ipocrita, serve a gonfiare il bottino, assicura la cena, aggiusta le bollette. Dopo tutto, il sesso non la disturba e non la gratifica, la vive, semplicemente, in una maniera quotidiana e opaca.
Ma è anche perché quelle belle gambe che le danno da mangiare, sono una più corta dell’altra, una più storta dell’altra, l’offesa di una malattia remota e infantile, il marchio di una disgrazia non scelta. E né per concretezza né per metafora non c’è modo di scappare
.

Ninotchka reloaded

Non nascondo di essere affascinata dal personaggio di Costanza Miriano, e di provare una imbarazzante simpatia per il suo tentativo molto stiracchiato e molto postmoderno di salvare baracca e burattini, il conservatorismo e il progressismo, la coltre arcaica della chiesa cattolica e la leggerezza del mondo moderno. E benchè io tema l’oggettivo danno politico di una donna che nell’Italia del 2000 scrive libri dal titolo sposati e sii sottomessa, e per quanto mi trovi a prendere sul serio chi con ragione la taccia di una franca ipocrisia, sarei persino intenerita dai tripli salti mortali carpiati, che fa pressoché quotidianamente, cercando di salvare la sehnsucht per il mondo perduto, e le occasioni per il mondo presente. Se dimentico l’inevitabile percentuale di paraculismo che c’è nell’eludere il problema di una grave contraddizione, ci vedo il ritratto di una donna contemporanea, di un tipo di femminilità che dalle nostre parti va per la maggiore, e che – celebrando simili retoriche, firma la sua condanna.

Perché per esempio, leggiamola in questa intervista, capolavoro di acrobazie tra disperate rivendicazioni di un’identità reazionaria e sua disconferma mediante la prassi. Prima di tutto son cristiana! Dice la signora che si fa ritrarre con il capino reclinato e lo sguardo satollo di pietas, poi sono madre e moglie, e infine in avanzo sono anche giornalista. Per dovere dice, e sempre per dovere, scrive di notte. E va anche per convegni sempre per dovere. Non si esprime sul globo terraqueo con blog e e interventi pubblici e libri per realizzazione di se, ma per una missione umana che per altro, nel suo medesimo schema mentale, dovrebbe essere appannaggio del maschile. Mentre viene da chiedersi se l’appannaggio del femminile che è la chiave di volta del suo successo editoriale non sia più di facciata che di sostanza: la donna del suo libro è intelligente, sensibile, accogliente, dotata di finezza psicologica e l’innata empatia a cui è destinata colei che porta su di se la biologia della relazione, la psicologia della differenza del materno, ma come sanno tutte le donne che lavorano la notte, e scrivono di notte: quando di notte non dormi – di giorno sei più stronza del solito.
Per cui le cose sono due – o di notte scrivi due righe oppure c’è il caso che come madre, lasci parecchio a desiderare.

E infatti molte donne quando nomini Costanza Miriano hanno il fumo negli occhi. Per quel disconoscimento, per quell’assecondare le logiche del potere: dice che la chiesa non discrimina le donne, ma è tutta contenta che le donne siano invitate a parlare – segno che dovevi esserti accorta che fino a cinque minuti fa non le invitavano affatto (mia madre, per esempio mi racconta, che anni fa, in occasione di un colloquio accademico alla gregoriana, la fecero aspettare nello stanzino delle scope, nevvero) dice che si sente discriminata non come donna ma come madre, eludendo quanto la proiezione di maternità future, mandi in vacca il lavoro di tante donne che madri non sono, nonché il fatto che beh – i maschi per il momento i figli non li fanno.

E certo, ci si può arrabbiare con questa signora che mette il capo reclinato di facciata e poi sfonda come giornalista, Ma ci si ricorda anche il vecchio concetto di Masquerade, con cui la pioniera della psicoanalisi freudiana Joan Riviere, descriveva lo scimmiottamento di una sottomissione di genere, a cui le donne spesso involontariamente si sottopongono nella lotta alla sopravvivenza sociale e relazionale di una struttura societaria edipicamente strutturata, in cui sia mai che voglia io tradire le aspettative del padre, corro il terribile rischio di un calcio che mi allontani, che mi scagli via dalla mia posizione di figlia prediletta. Simulo allora il ruolo psichico della bambina brillante ma mansueta, dichiaro di colonizzare lo zuccheroso territorio del focolare, in modo da poter dire che non pesto i calli a nessuno, né a te marito, anche se non si parlerà mai di te, né a te padre sociale e culturale, padre chiesa, altro che madre chiesa, potere tutto maschilmente declinato.

Non si tratta di psicoanalizzare selvaggiamente una donna che non conosciamo, e non si sta certo a trarre indebite inferenze su un privato che è precluso. Si psicoanalizza piuttosto la femminilità di un momento storico, di un contesto politico e culturale, il nostro, che ha tanta voglia di mettere la testa nel futuro, ma che tiene i piedi impregnati nel passato, in una pastoia che non si scolla e che anzi, moralmente ed emotivamente ti ricatta: guardate oggi la situazione concreta delle donne nel mondo delle professioni, i ricatti e le possibilità: tu donna che lavori, se fai figli non sarai vista come madre, se fai la madre non sarai vista come lavoratrice – io padre/stato ti dirò sempre che mi hai tradito.

Alla fine, intorno a noi moltissime donne si stancano e si spaventano all’idea di ingaggiare sfide che sono simboliche in ultima istanza, ma molto materiali in prima e in seconda, e come la Miriano optano per una gioiosa mascherata. Tuttavia, questo alla fine produce un modello che si perpetua, e che finisce col sacrificare chi socialmente ed economicamente non ha la possibilità di adottare scorciatoie. Non a caso, Joan Riviere era una signora ricchissima, una rampolla dell’aristocrazia inglese, le sue epigoni possono pagarsi una colf che raccolga i doveri muliebri della cura domestica, ma la dove le signore non hanno i soldi per comprarsi libri di postmoderna consolazione estetica, si sposano e si sottomettono allo straccio sui pavimenti, senza la nobile consolazione del lavoro come dovere sociale.