Dal vecchio blog : Psicodinamica delle coppie violente. (Aprile 2012)

E’ nota a tutti, verrebbe da dire, famigeratamente nota, la teoria dell’invidia del pene, secondo cui sarebbe fisiologica per la crescita delle bambine un’età in cui invidiano i maschi e il loro organo sessuale per il potere che essi hanno nella loro quotidianità, di cui il fallo è simbolo. Ai riflettori dell’industria culturale però è molto meno nota la teoria dell’invidia dei maschi per le donne, per la loro capacità irriducibile di generare e di nutrire allattando. Questa teoria, descritta già nei lontani anni trenta da una importante analista kleiniana Joan Riviere, oggi è tenuta dai clinici in grande considerazione, perché capace di rendere conto della radice di aggressività che molti uomini hanno verso le donne, perché spiega bene un comportamento denigratorio e disprezzante che hanno certi compagni verso le compagne, la cui esagerazione non può che rinviare all’invidia di un femminile vissuto originariamente come onnipotente.
L’inferiorità politica, la mancanza di autodeterminazione sociale, in cambio del sostanziale obnubilamento della categoria del volere, hanno garantito almeno parzialmente alle donne la protezione da questa viscerale invidia dovuta all’asimmetrica distribuzione del potere di generare che distribuisce la natura, perché tutto sommato ne diminuiva la portata e costringeva le donne alla masquerade della civetteria verso l’uomo, tranquillizzandolo così con la propria certa acquiescenza. La liberazione delle donne, l’essersi esse appropriate tecnologicamente e giuridicamente della loro sfera riproduttiva, l’essersi loro addentrate nel mondo del lavoro e delle professioni, l’essere rientrate nel regno della volizione, le ha rese esposte a questa invidia maschile alimentando le possibilità di conflitto fra i generi. Non è un caso che, analizzando la spesso citata indagine istat 2006 sulla violenza intrafamiliare contro le donne, l’incidenza delle aggressioni alle donne, nel nostro paese sia più alta nel centro nord, e nelle zone urbane.

Questa invidia del femminile però, anche se ha una specie di alone culturale di fondo, una continua rappresentazione possibile, si sostanzializza in modo da arrivare a compromettere la qualità della vita e delle relazioni soltanto in certe condizioni, francamente patogene, che risalgono alle prime fasi della vita del bambino – in una delle situazioni più frequenti, di un bambino che per coppia genitoriale ha una madre e un padre che saranno molto simili a lui quando sarà adulto con sua moglie: si può parlare cioè in questi casi, di una trasmissione intergenerazionale della patologia, constatando come dai nonni a i nipoti un’organizzazione patologica della coppia si riproponga in forme simili.

In una delle trame più frequenti (anche se certamente non l’unica) la situazione che si ricrea infatti vede – una madre profondamente depressa, rancorosa che si autosvaluta e che si infligge una relazione con un compagno genericamente assente, genericamente di alcun aiuto in casa, assolutamente incapace di assolvere una funzione paterna, che la svaluta e la denigra, un compagno cioè che latita anche dalla rappresentazione conservatrice dell’uomo. Quando una coppia del genere fa un figlio – l’invidia della capacità di generare del nuovo padre psicologicamente malato, può raggiungere soglie inusitate di espressione e renderlo particolarmente ostile e violento e la donna per parte sua, il cui assetto mentale altrettanto patologico ha trovato nel compagno il lucchetto della collusione – sarà per un verso animata da un fortissimo rancore, e ostilità nei suoi confronti, per l’altro animata da una sordida forma di autoflagellazione. Si crea un conflitto aperto, di grande violenza, spesso fisica e che in qualche modo è anche erotizzata, vissuta come un canale di comunicazione vivo tra le due parti, che polarizza i due membri nei ruoli fissi patologici e opposti della vittima e del carnefice. In mezzo però c’è il bambino piccolo, che da questo gioco è escluso e che non sembra essere l’oggetto di interesse di nessuno, pur vivendo un momento di inevitabile dipendenza dal materno. Il padre è defilato, e la madre è depressa e svalutata non si rende emotivamente accessibile alla sua ricerca, anche se gli è fisicamente vicina. E’ per esempio una madre che la depressione rende inerte, anaffettiva, difficilmente raggiungibile, o in altri casi è una madre che proietta immediatamente sul figlio maschio la relazione sadomasochistica che ha con il maschile, e si comporta come se ne avesse paura, diventando la madre schiava e esageratamente buona – il che insegna Winnicott, è a un passo dall’essere una madre cattiva. In questi casi la madre, si adopera per sostituire il figlio al padre, lo allatta appena quello lo richiede, lo svezza molto più tardi di quando sarebbe opportuno, diventa una sua suddita, pur rimanendo pericolosamente incerta e sottilmente ma percepibilmente incapace di sintonizzarsi con il figlio – una contraddizione terribilmente saliente. In tutti i casi, il padre non sarà capace di far interrompere alla madre il suo rapporto continuo con il figlio, e di far vedere al figlio che essa può distaccarsi per venire da lui. Con la scusa ideologica del maschile lontano dalla famiglia, saboterà il tradizionale ruolo maschile del padre. Arriverà un momento per cui il bambino comincerà a percepire il materno come qualcosa di fondamentale di vitale, di potentissimo da cui dipende, che gli procura frustrazione, ma da cui paradossalmente e simultaneamente non può sopportare di separarsi –e nel frattempo vedrà il paterno latitante come oggetto con cui desidera profondamente identificarsi, e perciò ne rincorrerà i comportamenti distruttivi per sentirsi adulto. Nascono così, o meglio, si tramandano così, i pericolosi germi del rancore misogino.

Probabilmente la donna che sposa un uomo con questo assetto mentale, ha un assetto mentale complementare, non di rado con una storia familiare simile. Se quella stessa coppia avesse infatti avuto una figlia femmina, la madre avrebbe avuto con lei un comportamento sottilmente diverso rispetto al figlio maschio, con una remota delusione, identificandosi in lei come soggetto esistenziale destinato alla sconfitta, non meritorio di cure e di grande attenzione, che si sovrappongono al masochismo di lei e che lo rende come dire, endemico contagioso alla figlia. Anche da questa figlia il padre resterà comunque distante, probabilmente ancora più distante perché è femmina e la sente meno come erede, la bambina crescerà con questa percezione di poter essere nella relazione soltanto come soggetto che subisce un destino, piuttosto che lo agisce, soggetto in preda al complicato senso di impotenza e rancore, che è proprio quel modo di stare nel mondo lamentoso livoroso quanto inefficace che i clinici più conservatori chiamano proprio con il termine – invidia del pene. Questi due figli rappresentano i partner ideali di una relazione violenta, la loro unione è una delle storie possibili, anche se non l’unica ma certo tra le più frequenti. Non a caso però nel narrarla si allude a una tradizionale attribuzione dei ruoli, senza grandi variazioni e senza i contributi di elementi terzi, la rete parentale per esempio, oppure la presenza di altri elementi come asili nido o scuole materne. Proprio perché questi assetti sono psicopatologie familiari e culturali insieme, esse emergono sempre in contesti in cui i ruoli sociali sono estremizzati e anzi collassati, e lasciati per altro in completo isolamento. Gli attori di questo teatro spesso non hanno a disposizione fattori protettivi – che per esempio attutiscano la forza patologizzante della coppia genitoriale sui figli. Una zia buona e dedita, un maestro elementare capace di fornire un maschile positivo e non violento, possono fare moltissimo per migliorare le condizioni di crescita di un bambino o di una bambina. Ma queste vicende psichiche, queste costruzioni patologiche si concretizzano e si tramandano con maggiore frequenza in aree socioeconomiche disastrate, dove lo Stato è assente, e dove non c’è rete sociale, e dove si possono aggiungere i grandi detonatori delle forze inconsce non negoziate – che sono gli alcolici e le droghe.

Può essere interessante, per concludere questa discussione sulle relazioni sadomasochistiche che possono esitare anche in gesti violenti irreversibili, anche per capire un po’ come mai si risolvano in situazioni tragiche, riflettere sul funzionamento di queste coppie, paragonandolo a quello di relazioni relativamente normali, funzionanti e moderatamente conflittuali.
Innanzitutto, come connotazione generale – nelle coppie relativamente sane e funzionanti – circola certamente l’aggressività (che è un sentimento naturale e necessario dell’agire e della relazione affettiva) ma essa rimane sempre al servizio della relazione. Negli scambi verbali ci può essere dell’aggressività, e nel rapporto sessuale c’è sempre una necessaria e salubre proporzione di aggressività da parte di entrambe le parti in causa. Come sottolinea Kernberg, c’è sempre un desiderio di violare le pareti dell’altro, di superare la barriera della differenza, di sfidarlo nella sua integrità nel gesto sessuale, con intenzioni che hanno una loro carica aggressiva, ma in cui l’aggressività è giocata al fine della relazione. In queste coppie invece si assiste a una inversione. Siccome sono composte da persone che hanno esordito nella vita misurandosi con una potente frustrazione e un forte risentimento, l’aggressività è la moneta primaria del loro linguaggio psichico, il loro canale di comunicazione che non può essere mai messo in secondo piano per cui è la relazione a obbedire all’impulso aggressivo, cercata per elicitarlo. Inoltre altre grandi differenze lasciano l’aggressività completamente libera di agire, completamente incontrollata e inarginata.

Nelle relazioni relativamente normali, anche con un range piuttosto vasto di variazioni possibili, esiste sempre una capacità di preoccuparsi per l’altro, una capacità di intenerirsi per l’altro, una capacità di identificarsi con l’altro. I partner delle coppie normali hanno cioè due caratteristiche seppur in forme e grandezze variabili: una forma di super io solida e interiorizzata che normativizza l’agire e lo rende forte per pensare all’altro moralmente, proteggendolo dalle intemperie delle proprie forze inconsce, e in secondo luogo una identità di genere abbastanza forte da poter reggere il paradosso della sfida relazionale, che implica una sua flessibilità. Sempre Kernberg scrive una cosa molto interessante sull’erotismo delle coppie normali: esso funziona perché nel momento stesso dell’orgasmo il partner fantastica una bisessualità possibile, si identifica con il partner che ora vede godere. Tutta la sessualità funzionante implica un identificarsi con l’altro un riattivare momenti passati della propria storia psichica, bisessualità latenti e omosessualità immaginate – perché la sessualità che funziona passa per il viaggiare implicito lungo le strade battute nella crescita – meglio ancora, passa per la capacità di sapersi muovere avanti e indietro nella storia delle esperienze passate. Questa flessibilità di posizioni identitarie noi la registriamo in molte situazioni anche quotidiane quando osserviamo certe coppie che solitamente assestate su un certo regime un certe occasioni mostrano un’organizzazione opposta. Quello strano rovesciamento delle identità consolidate che ai più sembra una stranezza, è segno di una flessibile vitalità della coppia, di due identità singolari e relazionali abbastanza forti da essere suonate – diciamo cosi – in diversi modi (ma la vediamo anche nella capacità salubre di stare con i bambini, nel saper oscillare per esempio tra il ritornare piccoli per giocare coi piccoli, e nell’essere adulti per proteggerli dai pericoli).

In queste coppie invece, la flessibilità identitaria è assente, e le due parti stanno irrigidite in una posizione stantia e immodificabile, nessuno riesce a essere un po’ di qualcosa di diverso dallo stereotipo che si trova a recitare, sono caricature di maschile e di femminile che non a caso possono avere di frequente una vita sessuale povera e insoddisfacente. Gli analisti che decodificano questi comportamenti con una griglia psicodinamica, li spiegano come un mancato cimento nella sfida edipica – come simbolicamente rappresenta sempre l’atto di conquista di un compagno o di una compagna, e come può essere interpretato l’atto erotico stesso con un uomo o una donna. Il complesso edipico narra infatti di un bambino che si innamora della madre e per questo deve simbolicamente uccidere il padre, ma qui la madre è colpita, e il padre è quello da rincorrere. Lo si vede anche nell’ultima grande differenza tra le coppie con violenza interna, e le coppie relativamente funzionanti, e che riguarda il rapporto con il contesto e le alleanze di genere. La coppia che funziona nella sua nascita esplora un momento di radicale rottura con le provenienze delle parti, e uno dei grandi passaggi dell’adolescenza è rappresentato da questa improvvisa frizione con gli amici pari sesso, con la comitiva di appartenenza, per andare a scoprire la nuova e possibile micro cultura della coppia. Poi si cresce, anche le coppie crescono e nella loro naturalezza ritornano in un rapporto dialettico rispetto al gruppo sociale di appartenenza, ma appunto i fratelli e le sorelle smettono di avere la necessità prioritaria della sussistenza, e la situazione cambia. Queste coppie invece, non riescono a gestire affatto questa dialettica con il gruppo sociale di riferimento, mantengono legami protettivi, oppure li frantumano proponendo invece assetti totalmente falsi e apparenti.

Tutto questo, costituisce per quanto strano possa sembrare, un equilibro funzionante e piuttosto stabile, che può durare anni e anche decenni, addirittura vite intere. In contesti sociali dove alla patologia della coppia corrisponde la patologia della cultura, sono particolarmente frequenti e in numero maggiore, che in altri, perché la trasmissione del comportamento psicopatologico, si propaga in maniera virale, senza che vi sia anticorpo alcuno. La rigidità assoluta dei comportamenti tenuti mantiene un livello costante, che è naturalmente disumano – ma che precariamente garantisce dall’omicidio. Il gesto omicida, sopravviene quando l’equilibrio viene alterato – in genere per decisione della parte debole, la quale potrebbe scegliere di andarsene per la violenza, ma molto più frequentemente anche per altre cose – scoprire per esempio che il marito ha un’amante di troppo, oppure che ha sommerso la casa di debiti di gioco. A quel punto, il partner che già ha un assetto mentale in cui la violenza sostituisce la relazione, viene messo a confronto non solo con l’invidia che gli provocava il femminile, ma con l’urgenza della dipendenza inelaborata e il gesto fatale diventa la soluzione presa da un io debole, pervaso da forze inconsce ferine, che non hanno nessun superio capace di controllarle.

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Cosa fare per aiutare una donna vittima di violenza di genere

Premessa:

Qualche giorno fa a una mia amica capitava un incidente purtroppo non molto raro. Era per strada e a un tratto si era trovata ad assistere a una scenata in pubblico dove un uomo maltrattava con molta violenza la sua compagna, strattonandola e lamentandosi a gran voce del fatto che lei si fosse azzardata a scappare di casa quando lui si era distratto. Una scena molto forte, con tutto il quartiere che cercava di calmarlo, e qualche donna che ha provato a parlare con la donna molto giovane, sfiancata. L’uomo era italiano e più grande di lei, lei era una poco più che adolescente dalla pelle scura, forse somala forse eritrea. Chi sa.
La mia amica è tornata a casa con una grande sensazione di impotenza.

Come ci si deve comportare in questi casi? Cosa bisogna sapere?

Sono situazioni infatti che capitano con grandissima frequenza – la vicina di casa sempre con occhi neri e segni oscuri sulle braccia, la donna percossa per strada, l’amica che si sente al telefono – e che cortocircuitano emotivamente con delle emozioni importanti. Sono vicende platealmente narrative, iconografiche quasi filmiche, muovono immagini archetipiche: L’Uomo Cattivo Che Picchia la Giovane Buona. La Forza che attacca La Gentilezza. Il Maschio rappresentante del Maschilismo che attacca la Donna che deve essere difesa dal Femminismo. L’Avanzo di Barbarie che deve essere redento dall’Intervento della Civiltà. Sempre tenendo da parte quell’altra parrocchia di reazione psichiche, di marca più reazionaria, che la mia amica ha potuto osservare: la Femmina Infida e Libertina, Che Non Rispetta La Relazione Con Il Suo Uomo. Tutte queste cose però sono narrazioni nostre, riflessi condizionati che vengono dalla nostra psicologia prima che dalla nostra cultura, identificazioni lampo, che scattano prima ancora del ragionamento. Quella ragazzina sono io ragazzina! Quella ragazzina è mia figlia grande! Quell’uomo è il padre che ho detestato! Quell’uomo è il maschio che ho paura di essere ma non voglio! In ragione di questo possiamo essere tentati di ignorare l’accaduto oppure, di intervenire in modo invece grossolano.
Ora intervenire secondo me è d’obbligo, ma forse ci sono delle cose da fare e sapere per farlo nel miglior modo possibile.

Proviamo
La prima cosa da fare è sospendere il Pavlov dello scacco emotivo e ricordarsi che dinnanzi a se si ha un romanzo che nonostante le apparenze non abbiamo letto.
(Lei per esempio, potrebbe essere più presente a se stessa, di quanto sembri, lui meno o più aggressivo non lo sappiamo, ci saranno altre storie si o no? Che equilibri si giocano? Che ruolo ha la rete familiare di lui? E di lei? La trama non letta a che si collega? ) E quello che invece sappiamo è un capitolo centrale, per quanto nevralgico di una trama. Non possiamo io credo, per motivi etici, girarci dall’altra parte, ma neanche possiamo intervenire in modo incongruo quindi, non possiamo dare subito pareri affrettati che potrebbero portare anche a consigli pericolosi.

Questa premessa serve anche a essere preparati dinnanzi alla possibilità di essere giudicati invadenti. E in effetti, quando si interviene in una vita che non è la nostra, si è sempre invadenti, si calpesta sempre qualcosa di indebito, di ignoto, e non c’è tragedia che annulli questo dato di fatto. Due settimane fa io ho sentito una donna per strada parlare al telefonino con la madre piangendo, perché il marito l’aveva cacciata di casa, aveva un occhio nero, dei graffi, e quando ho provato ad avvicinarla quella mi ha mandato a quel paese. E’ giusto, è la sua vita è il suo romanzo, sono i suoi tempi psicologici e io intervenendo e dicendo – signora se le serve chiami qua – ho imposto i miei tempi. E quindi, prepararsi a prendersi un vaffanculo ben assestato credetemi aiuta. Aiuta anche ricordarsi la delicatezza di una relazione – quella tra voi e la donna che intendete aiutare, ipso facto asimmetrica: voi state bene state li ben vestiti e sorridenti a confrontarvi con una donna che sta come dire in un momento di assenza estetica, di umiliazione, di minorità. Voi state in un quotidiano apparentemente sereno e magari poco penetrabile mentre lei che sta richiamando il vostro intervento è in una posizione di trasparenza, inferiorità in una costrizione di impudicizia. Vale per la donna che si vuole soccorrere per strada, come per l’amica che si conosce da diverso tempo.
Quindi, si possono verificare due possibilità: che l’asimmetria sia accettata psicologicamente, per cui la persona aiutata si cali nella parte della vittima e della figlia, oppure che l’asimmetria sia rifiutata e quindi che la persona che riceve aiuto si indisponga. Questo ordine di effetti, giacchè l’asimmetria è reale e oggettiva, non si può evitare, ma si può cercare di attutire piuttosto che amplificare – soprattutto nei casi in cui si superi il momento eclatante di quando si assiste lui che le molla uno schiaffo, di quando le si parla un’ora dopo che ha preso lo schiaffo.

.Poniamo che capiti di essere in flagranza di reato: di assistere a una violenta percossa, o in quanto vicini di casa di sentire voci di pianto e avere la sensazione che ci sia una violenza in atto. Se si ha la possibilità di contattare la vittima in quel frangente, ed essa appare molto provata come purtroppo è normale che sia, un modo di fare gentile, anche accudente e genitoriale ci sta – perché tutti noi quando siamo colpiti nel corpo o semplicemente gravemente ammalati diventiamo un po’ figli del prossimo, regrediamo a uno stato in cui si invoca l’altro a prendersi cura. Non sempre, ma certo è più probabile. Ma questo è un modo di fare che va bene al momento dello stremo, all’acme di una crisi, non in un momento in cui si sta dialogando e si cerca di passare un consiglio utile – per esempio contatta un centro antiviolenza, telefona a questo numero. Questo atteggiamento diventa infatti nefasto sia che la persona si lasci aiutare, che nel caso in cui non lo permetta.
Se infatti se ne sentirà insultata, perché si vede come sottovalutata trattata come non capace, vede negli occhi dell’altro la propria responsabilità nella sua infelicità vi manderà a quel paese, e ritornerà nel suo inferno domestico. Ma ecco, se accetta il ruolo di povera vittima, di figliola senza armi che ora voi brave madri e bravi padri state soccorrendo, beh la zuppa non cambierà, in quanto figlia lei non rintraccerà dentro di se le forze e la soggettività adulta per prendere la sua vita in mano, e ritornerà nel suo inferno.

Per quanto è possibile dunque, bisogna parlare sempre tra pari.

E cosa dire?
Quando è possibile bisogna capire la situazione della persona, ascoltare la storia se è disposta a raccontarla. Tante cose non è facile saperle subito e probabilmente specie se il contatto è occasionale, non si sapranno allora. Ma alle volte chi vive in queste situazioni protratte nel tempo si tiene delle cose infernali dentro per tanto tempo, è intimidita dal partner a parlare con chiunque per cui una volta che trova un canale magari si sfogherà. In tal caso, non è il momento per esprimere scandalo o sanzioni, ma soltanto di capre bene come stanno le cose, quanto la signora è coinvolta nella sua vita di coppia e di quali risorse può usufruire dovesse decidere di lasciare il compagno, specie se ci vive insieme e specie se ha fatto dei figli con lui. Poi ognuno e ognuna troverà il suo modo per confortare e vedere, ma sempre in base a una realtà cruda dei fatti. Se una donna è molto coinvolta sul piano personale, molto innamorata molto dentro a una relazione violenta, beh è inutile dirle di lasciare il compagno è quasi più opportuno alludere a una psicoterapia se l’intimità raggiunta lo consente. Se una donna è immigrata e sola in Italia, non si può dirle con disinvoltura di andarsene senza ragionare insieme sul dove e sui rischi.
Quello che si può fare però è metterla in contatto con un centro antiviolenza della sua città o regione, che l’aiuti in un percorso o che addirittura – ce ne sono diversi – le possa offrire ospitalità. Io credo che questo vada fatto sempre, anche quando la psiche dell’interlocutrice non dovesse essere pronta. Solo il fatto di dire, guarda c’è questo posto con cui puoi parlare con cui puoi confrontarti, magari dando un numero di telefono, è un seme, che può germogliare subito, che può germogliare dopo – ma che rimane. Anche se voi date il numero e lei se lo perde un domani lo ricercherà. E’ importante comunque che la prendiate sul serio, le parliate tra pari, magari nel dialogo diate risalto alle sue risorse a cosa ha saputo fare per difendersi, ma non vi facciate prendere dal raptus genitoriale pestilenziale. Ha bisogno di sentirsi una donna forte, non una bambina debole.

Chi scrive ha avuto una buona esperienza con i centri antiviolenza, anche se da quella esperienza ha drenato delle forti perplessità. Ma rimangono, per questo tipo di assistenza l’aggancio più utile e sicuro, perché probabilmente più preparato a ragionare su tutta una serie di difficoltà pratiche che noi non sappiamo a cui non sempre polizia e servizi sociali soprattutto rispondono in maniera adeguata. In ogni caso, bisogna stare molto attenti al proprio zelo, e se si decide di aiutare una donna vittima di violenza intervenire anche con una certa cautela. Per quanto infatti molte coppie violente siano tali per una sorta di erotizzazione distorta della relazione, non dobbiamo pensare che questa sia la maggioranza dei casi e non dobbiamo sottovalutare una serie di problematiche davvero concrete – come il grado di psicopatologia del compagno violento e le difficoltà materiali della vittima. Tante volte le donne non escono da certe situazioni per una paura che purtroppo è persino saggia, perché sanno che se osassero scappare quello le ammazzerebbe. In questo senso consigliare di andare alla polizia senza consigliare simultaneamente di lasciare la casa è scellerato, così come consigliare di minacciare di andarsene senza che lo si faccia veramente. Dire perché non te ne vai a una ragazzina di 21 anni extracomunitaria sequestrata da un antisociale italiano o del suo stesso paese, è semplicemente ridicolo. Fare la parte della pasionaria davanti all’uomo che malmena magari altrettanto pericoloso. Certe volte, può essere utile giocare d’astuzia, e offrire alla donna un alibi – per esempio parlando di vestiti da regalare per i suoi bambini, di un certo luogo dove le cose da mangiare costano meno, e cose così, oppure qualcosa di più adeguato al ceto sociale della persona con cui stiamo parlando perché è vero che la violenza di genere abbonda nelle aree di marginalità sociale, ma non disdegna anche le elites. E le donne delle elite, sono sole quanto le altre, perché il patto dei maschi capobranco è fortissimo (l’avvocato che conosce il questore, etc. etc.) e la sanzione delle signore altrettanto potente.

Attenzione poi a non rivolgersi ad altre entità a casaccio, tipo polizia e servizi sociali, se non si conosce qualcuno della cui preparazioni si è certi. Entrambi i contesti professionali sono ricchi di persone dedite attente e spesso preparate alla violenza di genere con corsi di aggiornamento. Ma queste formazioni avvengono non sistematicamente ma a macchia di leopardo, e quindi la persona che volete assistere potrebbe non trovare l’adeguato intervento. Infine, ricordate sempre alla donna che riuscisse davvero a lasciare la casa dove convive con l’uomo che la perseguita, di denunciare all’organo deputato se ha deciso di portare il figlio con se. Se non lo facesse in un’eventuale causa futura, il padre potrebbe usare questo comportamento per toglierle il figlio e dinnanzi allo Stato la donna sarebbe giudicato inaffidabile.

qui un elenco dei centri antiviolenza, divisi per regione, dove le donne possono rivolgersi

psichico 7/ bambini e questioni di genere.

Col passare degli anni, anni di crescita personale – anagrafica ed esistenziale – ma anche professionale, ho cominciato a considerare le questioni relative all’identità di genere, al problema di come relazionarcisi quando si hanno dei figli piccoli in una prospettiva diversa da quella che avevo un tempo. Mi sono ritrovata a prendere le distanze da certe posizioni che ho giudicato semplificate ed estreme, per esempio nel modo di relazionarsi al gioco dei bambini sul tema del genere. A un certo punto ho avuto la sensazione che sulla pedagogia dei bambini si sovrapponessero diverse battaglie, con una gran confusione di armi di piani e di obbiettivi, dovuta anche alla consueta ignoranza collettiva su quello che ha da dire la psicologia nella vita di ognuno.

Mi spiego. Viviamo in un paese considerevolmente sessista e omofobo, che non arriva cioè alle aberrazioni del terzo mondo, ma che indubbiamente fa fatica a raggiungere la civiltà del primo, e quando siamo cittadini non sessisti e non omofobi ci chiediamo giustamente dove dobbiamo combattere la nostra battaglia per avere un paese culturalmente e quindi giuridicamente migliore. Facciamo quindi diverse battaglie – andiamo al gay pride, oppure discutiamo di pari opportunità, chiediamo che si aprano più asili nido, oppure nelle nostre discussioni private, lottiamo perché uomini e donne vivano e si rappresentino come meglio credono. L’agenda femminista e l’agenta antiomofobica, in questo senso hanno un terreno in comune perché la donna che vuole fare carriera in polizia e la giovane transessuale che nacque uomo rivendicano il medesimo diritto di interpretare soggettivamente la propria identità sessuale, di costruirla nella sua fenomenologia. L’agenda femminista e l’agenda antiomofobica condividono ossia la separazione del sesso dal genere, e lottano per una libertaria rappresentazione del genere.

Condivido, i propositi di questa agenda.

Mi sono fatta delle domande però sul come questi propositi politici debbano essere declinati quando si passa alla pedagogia e alla puericoltura, perché io non sono proprio convinta che sia saggia una neutralità al tema del genere quando i bambini sono piccoli, non penso che l’ossessione al gioco di genere diverso da quello del bambino sia la soluzione più intelligente, e ho tutta una serie di perplessità che ora vorrei cercare di mettere insieme, oltre alla mia personale soluzione a questo ordine di problemi e interrogativi politici che condivido anche io. (Come sempre quando non ho le idee molto chiare, procederò allora per punti numerati.)

  1. Io sento che l’identità sessuale è una moneta di capitale importanza nella vita di un bambino e di una bambina, un canovaccio di vissuti simbolici e un oggetto di esperienze affettive – il modo con cui il bambino si gioca questa moneta, con il mondo e con i pari, è una questione delicatissima che merita grande attenzione e considerazione. I bambini hanno bisogno di essere visti e parte di questo essere visti passa dal riconoscimento del loro modo di appartenere al genere, che nei primi anni di vita è spesso ma non solo (non sempre ma neanche molto spesso), piuttosto reazionario. E ora dico questa cosa che attirerà molte polemiche, a buon diritto perché mentre la dico io stessa sono molto titubante: ma quando un bambino molto presto, o anche dopo manifesta un vivace e violento desiderio di appartenere all’altro sesso, bene per me questo bambino sta denunciando un problema affettivo significativo e non è solo triste perché il contesto culturale non accetta i suoi gusti diversi, usa la semantica della diversità per acchiappare qualcosa che gli sta dolorosamente sfuggendo. Sono perciò tra quei reazionari che chiama i Disturbo di Identità di Genere con il suo nome, con la differenza però rispetto al mondo reazionario, per cui secondo me accanto all’intervento tempestivo sulla genesi della depressione e del malessere che sta dietro al disturbo, la scelta transessuale è una scelta da rispettare anche se comporta un percorso doloroso e faticosissimo psicologicamente ma che deve essere accettato socialmente molto più di quanto si faccia correntemente. (In realtà diversamente da molti miei colleghi, io non condivido la santificazione della presunta sanità, e ho proprio una posizione diversa nei confronti della problematicità psichica. Donde questa mia posizione riguardo questa specifica soluzione esistenziale. )
  1. Distinguerei dunque il discorso della disforia di genere, dal discorso della flessibilità di genere, che riguarda invece l’importanza per cui i bambini, maschi o femmine che siano interpretino flessibilmente la loro identità di genere – una cosa che io trovo salubre, coerentemente con l’osservazione secondo cui in psicologia la flessibilità è sempre sinonimo di benessere e la rigidità di malessere: infatti se si usano solo certi meccanismi di difesa per tutte le circostanze si ha un problema mentre se li si usano tutti no, per fare un esempio ugualmente se si interpreta la propria identità di genere in modo molto rigido si hanno dei problemi perché ci si precludono tante salienti e vitali esperienze umane, mentre se si è flessibili no. Non sono perciò per niente d’accordo con quelle madri che regalano alle bambine solo giochi da bambine e ai bambini solo giochi da bambini e che scoraggiano il fatto che maschi e femmine giochino insieme, ma allo stesso tempo contesto la battaglia culturale giocata sulla domanda del bambino che tende spesso e volentieri a chiedere giocati legati ai ruoli del genere di appartenenza. In un certo senso, io credo che la psiche nasca reazionaria, quando non lo è bisogna valutare i motivi, e sarà la sua crescita e la sua manifestazione intellettuale a conoscere la diversificazione del progresso, e quindi la destrutturazione dei codici. Non so se riesco a esprimermi bene, meno male che questo è un blog, però credo che quando un bambino maschio chiede delle ruspe, vuole essere visto nella sua identità di maschio e quando la bambina femmina, con una precocità che spiazza gioca con le collane, e seduce prestissimo, beh vuole essere vista. (Questi passaggi inoltre, si incrociano molto con la strutturazione della famiglia tradizionale, per cui la madre e la figlia si confermano e si vedono a vicenda nel giocare con i predicati di genere, i padri e i figli fanno lo stesso, e apre delle riflessioni sulle famiglie di coppie omosessuali – con bambini, perché io non credo che la coppia omogenitoriale precluda una sana interpretazione della propria identità sessuale, ma devo capire come succede)

Se quindi ritorno ai modi con cui la mia agenda politica che prevede un futuro migliore per bambini e bambine più equo per il genere e quindi antisessista e non omofobico per la scelta dell’oggetto sessuale, io credo di voler privilegiare altri canali, meno immediati – come il gioco e meno coinvolgenti le loro attività simboliche, ma più correlati al concetto della trasmissione di valori. Io penso che nei rracconti e nelle favole e nei discorsi che si fanno in casa i bambini percepiscano un mondo etico che i genitori arredano per loro, e penso anche che il modello esistenziale di questi stessi genitori sia molto importante, nelle cose che dicono e nelle cose che fanno. Ma sulle attività da fare, ci deve essere una negoziazione in cui la prima parola l’hanno sempre i bambini e la loro felicità.

Ho molte cose da dire ancora, molte questioni aperte. Spero nel dibattito, e proprio per questo, sollecito delle domande.

Il personale è politico. Ma anche no

Cari tutti,

Sono molto di corsa, di conseguenza spero mi perdonerete l’approssimazione del post che state leggendo, che cerca di enucleare alcuni punti che riguardano il dibattito su sessismo, e questioni di genere, cose che mi stanno venendo in mente in questi giorni – vuoi perché sta andando alle stampe il mio manuale antistalking, vuoi per i dibattiti che infiammano la rete – la camicia dell’astronomo prima, e ora – forse soprattutto – l’imbarazzante performance dell’eurodeputata.

Noto infatti una zona di complessità riguardo l’opportunità o meno di usare dei segni correlabili alla comunicazione sessuale, sia da parte delle donne stesse, che da parte di chi le cita più o meno indirettamente. In Italia regolarmente ci si incaglia su questo tema ogni piè sospinto, forse perché si scotomizza l’area di ambiguità che indubbiamente c’è addosso all’espressione di certi codici, in parte perché l’ossessivo dibattito intorno a questo problema dei codici permette a sua volta il perdurare di un sistema politico sessista.

Il modo di porsi delle donne – di vestirsi di conciarsi i capelli di truccarsi eventualmente etc- è per questioni sociologiche non proprio scontate molto più articolato di quello degli uomini, per i quali il campo di variazione tra appartenenza di genere classe sociale e gruppo politico e culturale è piuttosto limitato, con una spruzzatina di chance per quel che concerne l’espressione della loro personalità. Ma secoli di intercessione al mondo della polis tramite il logos hanno indotto il femminile a esprimersi mediante la cura del corpo e dell’abito, e questa cosa in una società sessista è regolarmente fraintesa: le donne si acchitterebbero solo per sedurre e il loro corpo nel pubblico sarebbe principalmente un oggetto seduttivo. Invece, con un’intelligenza che addirittura va ad abitare automatismi non sempre verbalizzati, le donne -in specie dopo la rivoluzione industriale – abitano la rappresentazione del corpo come veicolo della rappresentazione di se, e la propria posizione rispetto al contesto condiviso, esprimendo messaggi che rinviano al potere in un caso, all’ambizione intellettuale in un altro, alla modestia economica in un terzo, al ceto d’arrembaggio in un altro, all’incazzo da precariato in un altro ancora, fino al materno, fino all’eccentrico, fino all’umile, fino allo sfacciato.
Ossia, quando osservate i tacchi a spillo della Santanchè – non fatevi troppi filmini sulla sua storia con Sallusti – pensate piuttosto alla lotta di classe.

Il che però non deve far dimenticare che con i tacchi e l’abbellimento, e lo sbattimento di ciglioni una donna può comunicare sessualmente, è libera di farlo, e di conseguenza è anche libera di essere oggetto di un interesse sessuale, e di conseguenza l’uomo deve essere libero di poterla considerare oggetto di interesse sessuale. Questa implicazione latente provoca costantemente il caos nel dibattito italiano sulla questione di genere, perché coinvolgendo il sesso, tocca un’area sacra e incandescente. Sulla quale tutti maschi e femmine fanno fatica a intavolare negoziazioni. Per me infatti la questione è relativamente semplice: secondo tradizione e uzzolo personale è giusto che una donna si esprima come si sente e comunichi come crede, ivi compreso il caso che se le piace di conciarsi col tacchissimo e la minigonna, e ivi compreso il caso in cui decida di manifestare totale trasandatezza e disinteresse per la cura di se. Quello che solitamente si contesta è la reductio ad unum della polisemia estetica: come se la donna fosse solo un interruttore della luce che sta acceso o spento sul concetto di “piacere”. Ecco perché fischiare dietro a una che cammina per strada è maschilista – mentre con lo stupro non ci entra un bel niente, perché lo stupro è un atto misogino – ecco perché la camicia era per me fuori luogo, ed ecco perché un apprezzamento estetico a un personaggio politico o semplicemente in un contesto professionale è fuori luogo. Perché ribadisce la monosemia del paese, e se ne fotte di tutte le altre cose che sta esprimendo quella persona che oltre ai baffi e i polpaccioni, o le gambe lisce e gli occhioni, sta dicendo altro. Compreso, quello che le esce dalla bocca, in qualche caso.

Quello che le esce dalla bocca.

Il secondo punto dirimente della logica sessista, è quello per cui per la donna siccome il corpo in quanto oggetto sessuale è l’unico tramite identitario di espressione quello che dice è sempre secondario: non è così urgente che si esprima sulle cose in cui in linea teorica è chiamata a esprimersi. Può però fare intrattenimento sul corpo medesimo come a fare da riempitivo decorativo alla primigenia funzione di oggetto sessuale, variamente arguto o variamente imbecille. Che è il caso dell’europarlamentare PD Moretti, in questa brillante intervista, la quale intrattiene con l’amabilità che solo una Donna Letizia come si deve avrebbe giustamente apprezzato – l’intervistatore su questi gloriosi temi, usati a mo’ di fuffa riempitiva. Ah si per me le donne devono essere belle e curate! Io voglio andare dall’estetista una volta a settimana (vi prego di raccogliere la brillante allusione a tutti i tipi di depilazione, nell’intervista) sisi! Io, continua! Uhuh ahah! Voglio essere per benino per il mio elettorato eheh! E continua con graziosi ammicchi tra canzonette preferite e terrificanti giochini.

Ecco vedete, questa qui, che magari è anche una brava professionista ma appunto a una donna non è richiesto renderlo noto e spiegare perché meglio far sapere quanti peli ha, è candidata al Veneto.

Cioè, povero femminismo povero Veneto.

Dal vecchio blog : Astrella (novembre 2010)

Ordunque caretti
Avete notato come si amplifichi l’estensione temporale del marketing festaiolo? Il Natale si paventa ogni anno qualche giorno prima, con le sue istanze edonistiche rapinatorie: decorazioni abete, racket dei pensierini, bombardamento mediatico da cioccolato, renne come piovesse, ondate migratorie di babbi natale. Fra un par d’anni mangeremo pandori melegatti sotto l’ombrellone.
Consapevole di ciò ho deciso di dedicare un postarello periodico – che è tanto che non se ne faceva – a una rivista natalizia o meglio: una rivista che c’è tutto l’anno, ma che solo a dicembre i giornalai espongono con ardimento.
Parlo delle riviste di astrologia.

Prima però – vi prego di premiare il mio sprezzo del pericolo, la mia devozione alla causa, che manco Roberto Gatto quando se travestiva da infermiere cococò all’Umberto primo, o da vucumprà sull’adriatico: provate voi a comprare Astrella a soli euro uno, in un’edicola di Campo Marzio, satolla di dragonesse radical chic, gendarmi dell’hout couture e barboncini freschi di coiffeur. Provate voi, con vicino una mano bronzea e diamantata per sempre, che maneggia il numero speciale ADcacatòi (con la o stretta eh) – essendo che prepara un corso monografico sur su’ cesso, a dire io prendo questo, Astrella coll’euro uno e il punto esclamativo… Provate, mentre la dragona dei cessi in oro bianco vi guarda con un ghigno, pensando nel suo gergo: anvedi che sfigata.
E premiate il fatto che, anziché buttarmi al collo di volpe della signora e urlare ci hai ragione ci haaaai piangendo, oppure anziché fare un qualsivoglia sorriso gagliardo dicendo: stvonza, sto faciuendo un vepovtaaaaage pev il mio povvvtale, insomma niente, io non ho fatto niente, sono stata drittissima e punto – a difendere la dignità del lettore cartomanto medio. E ho pagato la rivista con signorilità.

Astrella euro 1 è un giornale che poteva anche chiamarsi Grande Depressione, sia in senso psicodiagnostico che roosveltiano: formato piccolo, carta pessima – reca sulla copertina un primo piano del modello esistenziale astrello: una fanciulla, di capelli lisci, trucco attento, labbrone ma non in posa provocante, sul cui volto splende l’espressione di un’enigmatica deficienza. Ciò non deve far trarre alcuna inferenza sui talenti della modella, essa potrebbe essere molto intelligente ma semplicemente anche lei, sequestrata dalle bollette. Piuttosto immaginiano l’Helmut Newton delli tarocchi, il Cartier Bresson doo zodiaco:
guarda l’obbiettivo! Più cretina! Più cretina! Di più! CAZZO! STAI PENSANDO?!!???

Astrella è infatti una pubblicazione per femmine squattrinate e per lo più alla deriva: zie fidanzate con dei mariti de n’antra, che vedono il giovedì dalle sei alle sette, zie che vorrebbero fidanzarsi con il collega già fidanzato con un altro collega, zie simultaneamente nuore che rincorrono intimi rapporti con i parenti defunti onde essere rassicurate che la sòciera li raggiungerà al più resto,zie et anche madri di figlie verginelle, sverginelle, e comunque i cui cazzi privati sono subappaltati, pitonesse delle lavanderie a gettoni, e non poche apprendiste della circonvenzione di incapaci. Tutte connotate da un amor proprio ai minimi storici, e dalla sfiducia nei mezzi che noantri mortali usiamo comunemente per sbarcare il lunario: noantri parliamo, comunichiamo, seduciamo, lavoramo, portamo la minigonna a giroculo, facciamo gli straordinari, manifestiamo colla CGIL, ma anche no, scriviamo – ma ecco, in vista di una trombata o di un contratto a termine, non è che ci affidiamo a Mercurio ner segno.

Le lettrici di Astrella assolutamente si. Invero si scopre un mondo parallelo astrocentrico, e astrodeterminato, parallelo a quello nostro: dove si parla delle stesse cose nostre, con le stesse passioni nostre, solo alla luce delle stelle – sfigatelle, come si evince dal bell’articolone che incoraggerebbe i lettori del periodico a corto di psicofarmaci a imbroccare la meditazione, nel caso non del tutto infrequente che con li tarocchi je dica sfiga. Il bell’articolone, cominciava solo con un lessico più delicato e soave di questo più o meno così:

Arriva il Santo natale, e si sa son cazzi amari per tutti: devi fare dei regali che non ti va, devi vedere un sacco di parenti che sti cavoli ddico io, devi spendere l’ira de Dio de quatrini a fare dei cazzo di pensierini per gente di cui diciamolo ma che ce frega, la casa ti si infesta di vecchie e di marmocchi, e tu donna vaffanculo e che non lo sai che devi pulire te? E chi apparecchia? E chi sparecchia? E ci hai anche la gotta che co sto tempo! E tutto sto consumismo! E allora, il che ci pare anche ragionevole anche se devo dire meno divertente – anziché esortare le lettrici a farsi ebree (lassate perde il cattolicesimo! Co quer papaccio poi! Rivolgete il vostro animo alla Torah, e almeno sarete sfigati anche di più ma voi mette le risate?) esorta le lettrici alla meditazione zen. Che mi piacerebbe sapere se le zie l’adottano.

L’articolo sulla meditazione in caso di sfracassamento di uallera è la cosa più intellettuale di tutto il giornale. Per il resto esso è un periodico femminile tarato sul lunario e sulle zie in posizione cartesiana. Ci sono tutti i temi tipici delle riviste femminili – la cucina, l’amore, la posta del cuore, le corna, il gossip, solo che la zietà è determinata dal fatto che se le figure ritratte sono per la maggior parte femmine, esse femmine non sono mai discinte, né in posa vagamente equivoca. Inoltre, i temi femmini classici sono comunque astrocentrici: per esempio apprendiamo che a voja a negare le rivelazioni zuzzurellone di Lele Mora, Fabrizio Corona ci aveva una casa astrale che pareva un casino e perciò era scritto negli astri che era un tipo ndo cojo cojo. Un altro caso interessante è quello di Gianluca Grignani che ha subito delle molestie sessuali da piccino, e però oggi affronta la cosa con molto coraggio, sapendo reagire etc. etc. fondamentalmente perché spiegano, uno che è Ariete co’ ascendente sagittario con Marte congiunto a Saturno, ci ha due palle così.
Son cose. Per il resto, scegliete le ricette di cucina in base al segno dello zodiaco. Al toro per esempio – che so io, toro – piacciono i voulu vant colli funghi porcini. Verissimo!

Vi sono anche delle squisite pagine tecniche, che secondo me sottovalutano un tantino il fatto che l’uomo èzoon politikon animale sociale, e insomma s’ammischia ad altri animali sociali sovente di segni diversi dal suo. Allora facciamo che una coppia legge l’oroscopo. Per esempio lei è toro e lui è ariete. Allora legge Astrella euro 1, quella li del toro e legge che per via di che ne so, Mercurio (dove sapere che questo mese, Mercurio è cazzutissimo), sotto il profilo amoroso le cose saranno un po’ complicate, perché magari il Partner si fa li cazzi sui ed è un po’ distratto. Poi legge l’oroscopo il partner e dice, l’amore va una favola! Fichissimo! Tutto liscio come l’olio Grande romanticisimo!
Tutto liscio come l’olio ndove? Grande romanticismo ndove? Che non lo sa che quella li del toro che si sente trascurata si incazza come una mina cor su partner dell’ariete? Passeranno il mese a litigare! Donde si evince che questo oroscopo non è molto affidabile.

Colpisce anche la parcellizzazione delle esperienze che se uno dovesse seguire le indicazioni di asrtrella euro1 per avere una vita relazionale ottimale, sarebbe un tantino svantaggiato. Per esempio c’è scritto che i giorni più romantici sono tipo il 6 e il 7 dicembre (pe noi der toro, voi che ne so – ognuno ci ha i suoi) mentre i giorni più scopatòrii sono l’8 e il 9.
Io immagino scene da urlo tra una zia lettrice di astrella invitata a cena da un bardo signore di mezza età forse vedovo, e quando sono sotto casa quello li arrapatissimo mette una mano sul culo della zia, sperando che, essendo tutti e due de una certa età, si possa svoltare nella passione nella stessa sera.
GIAMMAI! Lo ferma lei: Aspettiamo domani che ci ho la luna ner segno.

E insomma è tutta così. Ricette di cucina astrologiche, pubblicità astrologiche, e anche sistemi astrologici per il totocalcio. Anzi c’è scritto per benino a che giorno e a che ora noantri del toro dobbiamo giocare il gratta e vinci. Ahò io ce provo, metti che vinco me faccio pure io al cappotto col collo de volpe della signora.

Stelle, femminismo, dinamiche di rete, camicie buffe.

Riassunto molto succinto delle puntate precedenti:
Nella sezione italiana della rete, imperversa ancora il dibattito sul povero astronomo con la camicia irta di donnine nude, che ha fatto una bella scoperta insieme a tanti colleghi e colleghe astronome, ma che ne ha parlato con metafore giudicate sessiste. In rete nei giorni scorsi ha circolato la protesta di donne che hanno correlato il linguaggio e la camicia alle politiche discriminatorie per quanto riguarda il genere nella comunità scientifica, e come conseguenza il nostro povero astronomo è andato in tivvù in lacrime chiedendo scusa mea culpa mea culpa mea maxima culpa.
Per quanto mi riguarda credo che abbia fatto bene a scusarsi, ma sono stata colpita dell’intensità emotiva nella risposta, che ho trovato un tantino fuori luogo, come l’amplificazione del dibattito mi è sembrata più correlabile a certi curiosi meccanismi della comunicazione di rete che al reale coinvolgimento politico di chi si coinvolge in questo genere di comunicazione. State sicuri che se lui ha bisogno di un supporto psichico, gli insulti meno ponderati e più virali non derivavano da persone davvero interessate.
Ma mi ha comunque affascinato la reazione del mondo italiano – la quantità di persone solitamente molto accorte alle problematiche di genere che hanno sostanzialmente detto: povero guaglione, il nostro astro nascente della fisica, era in buona fede! Polemica insensata! E via discorrendo. E io ho pensato, caro ciccio astronascente fisico, ma vieni ad abitare da noi!

La questione mi interessa per un evidente attrito di semantiche e sensibilità. Il nostro astrofisico poveraccio è un antico calabrese inside calato nel contesto europeo, altresì un antico calabrese dotato di grandissimo talento scientifico, ancorché una persona sicuramente ottima e gentile, esso si è trovato all’improvviso alle luci di una ribalta al cui esame non era preparato, e non ha fatto a tempo a rendersi conto del ruolo pubblico che implica il sostare su quella stessa ribalta. La quale qualifica chiunque ci salga sopra, a prescindere dalle sue personali intenzioni come tramite di un valore collettivo. Il che ha reso tutta questa vicenda nel complesso piuttosto marginale, particolarmente interessante, specie in considerazione degli sguardi italici.

Un’intera nazione di maschi simbolici calabresi ottimi antichi e gentili (al suo interno composta di uomini e donne) ha infatti esclamato sbigottita:
a. Non Era Nelle Sue Intenzioni!
b. Stronze
c. Quale piccolezza è il Sessismo di Fronte Alla Incommensurabile Grandezza Degli Astri!
d. Quale Sessismo! Ma Se Si Parlava Solo Di Sesso!

Il fatto è che in Italia è assolutamente inconcepibile allo stato attuale dell’arte che l’accusa di sessismo sia una cosa così pesante da doversene davvero difendere in televisione e doversene davvero dispiacere. Il sessismo è un valore performativo che sottostà alla nostra quotidianità a cui ancora si attribuisce un valore. La maggior parte di noi non è in grado di capire bene uno che si scusa in tivvù per una cosa così poco sanzionata, non capisce il fatto che il poveraccio partecipa a un sistema culturale antisessista molto più di quanto lo facciamo noi. Io pure per dire, sono rimasta stupita – anvedi questi quanto so evoluti! – Credo che funzioni un po’ come la protesta politica, che è quella cosa che si osserva nei paesi abbastanza democratici da poterla contemplare, così il sessismo è quella cosa che scandalizza i contesti culturali sufficientemente antisessisti per poterlo riconoscere.

In particolare in Italia si fa spesso fatica a capire proprio che cos’è il sessismo, e nell’assenza di un’idea chiara lo si scambia per la sua manifestazione estrema, oppure spessissimo si fa confusione con la misoginia. Si condivide gioiosamente l’idea che la donna non perda mai la sua identità di oggetto/soggetto sessuale, e si parla di maschilismo o di sessismo solo quando una viene stuprata, aggredita, o le si impedisce di mostrare le cosce come lei vorrebbe, o le si impedisce di non mostrarle come lei vorrebbe, o certo quando la si ammazza. Tutte queste cose sono però i sintomi della psicopatologia del maschilismo che è la misoginia, ma non sono maschilismo. Il maschilismo è quella cosa – tutta culturale tutta politica e non di per se particolarmente patologica – il maschio fa delle cose che non riguardano il corpo e la donna fa solo le cose che riguardano il corpo. Da questa idea si irradiano tante cose, dalle immagini che rappresentano le donne come oggetti sessuali in contesti non pertinenti, alle conseguenze pratiche come il fatto che se sarai incinta ti licenzieremo e che in quanto donna sei considerata meno adatta a certe carriere.
Un ulteriore specifica sempre necessaria, ricorda inoltre che la polemica verso il sessismo, non sanziona tout court il sesso, per cui basta che una vo’ scopà che orrore orrere! Basta un porno che si imbraccia il crocifisso, o appunto un quadro di nudo, questa è la sua satira: ma si taccia di sessismo qualcuno quando si osserva che il sesso viene usato come unico mezzo di identificazione in contesti che riguardano altri. Tradotto: se vendi reggiseni o profumi è assolutamente congruo far vedere una signorina pronta alla fellatio, se invece parli di politica interna è incongruo.

Dunque quella metafora e quella camicia erano metafore sessiste, e in contesto più attento del nostro ai cortocircuiti tra linguaggio e realtà da migliorare per le politiche di genere la cosa ha assunto rilevanza. Solo che noi non siamo in grado di capirlo a fondo. Io stessa almeno parlando per me.

C’è un’ultima cosa che secondo me vale la pena sottolineare, e che non riguarda tanto o solo il sessismo, ma anche tanti altri temi delicati. Ed è il pericoloso crinale dell’uso inconsapevolmente postmoderno di certe rappresentazioni. Sempre più spesso, persone colte e brave e antisessiste e antirazziste citano in modo diciamo umoristico e postmoderno categorie premoderne. Giocano a, ridono con citano. Io credo che questo sia il caso del nostro astrofisico soprattutto per quel che concerne la camicia. Quella camicia, divertentissima – io la trovo oggettivamente geniale e l’avrei regalata io a mio marito per un certo gusto umoristico che capisco e che torna molto in certi ambienti – è un po’ come il mago forrest quando prendeva in giro i maschilisti retrogradi. Magari lo fa sul serio, magari ci ride veramente su, gioca con l’idea del gioco sessuale. Ma la rappresentazione mediatica schiaccia il postmoderno sul moderno, o almeno ci prova sempre e spessissimo ci riesce e annulla una dimensione. Questo era il successo di mago Forrest il quale faceva divertire tantissimo i più reazionari, che non coglievano la finezza, con grande e non casuale sollazzo di Fininvest. Ma questo è anche quello che è successo al nostro personaggio che non aveva tempo e modo di spiegare la sua distanza da ciò che indossava e dal suo stesso linguaggio.

Gli facciamo tanti auguri – è comunque un’ottima persona che ha fatto un ottimo lavoro.

Dal vecchio blog: Una ballata per la badessa (luglio 2009)

La spio dall’alto – cammina grassoccia tra le righe dell’orto. Le vedo sollevarsi le gonne nere, le indovino il sudore sotto il velo bianco. Ha quel modo di camminare ondeggiante, delle donne stanche e probabilmente con le vene varicose. Le immagino alcune rughe – attenuate dalla verginità. Ogni tanto si accovaccia – controlla delle insalate – si rialza con un po’ di fatica.
Dietro l’orto vedo le stanze dove si dorme. I vetri smerigliati.

Vicino le si strofina una gatta pezzata, e più oltre strepita una cornacchia, non ci fa caso. Non ama né protesta contro questa familiarità coatta, Dio è veramente diventato un vecchio marito asciugato dalla passione di un tempo, spogliato del terrore sacro che sempre hanno all’inizio le passioni. Al mattino quando si mette a pregare, quasi parla tra se e se, e se pensa a Lui, tiene la maiuscola del pensiero quasi come un atto di tenerezza, le pare anzi che abbia il volto stanco. Quasi Gli direbbe, hai dormito abbastanza? Che brutta cera che hai – fatti almeno la barba.
E invece dice – Padre Nostro che sei nei cieli.

Non Lo ha mai tradito – da anni e anni e innumerevoli anni, vive nel recinto di un orto, dorme dietro una parete di mattoni, e alle volte parla col mondo da dietro una grata. Quando arriva il postino che mette le buste sul piatto girevole di ottone – o quella donna con la nipote. Per favore pensa che si può rammendare questa camicia? Mi si è strappata potando le rose.
E certo – prega.
E certo – sogna.

Sogna cammelli alti e lucidi, con le gobbe di velluto, il sole che scricchiola nella porta di Damasco e la fa sbrilluccicare, il turchese e lo smeraldo e il diamante della cupola della moschea. Sogna, le palme, e gli ulivi e i cedri del libano. E ancora, guglie persiane, e mari salati che tramontano, e nel sogno si spinge, fino ai pirati, fino alle liane delle giungle, fino agli ibiscus, gli ara macao, le scimmie e i colibrì, fino alle tigri salgariane e fino alle scimitarre di Hugo Pratt.
Poi torna nel monastero, e ripiega sul suo unico peccato.
Un bicchiere di tè con le foglie di menta.
 .

Emergenza sociale 2/dedicato all’uomo sessualmente distratto

Quando ero all’università avevo un amico veramente molto molto bello. Era alto, magro, con occhi allungatissimi e magnetici, e portava un lungo cappotto grigio che lo rendeva davvero er Camus de noantri. Come tratto distintivo aveva la seppola, un difetto di pronuncia che però non inficiava la sua complessiva indiscutibile avvenenza. In quegli anni studiavamo in biblioteca, e facevamo delle assolate pause fuori le porte in un giardinetto interno.
Il mio amico in una di queste pause, fumando una sigaretta e grattandosi dubbiosamente la testa, mi disse.

– Fai… l’altro giorno mi è fucceffa questa cosa.
– Dimmi
– No, ecco, fenti. Fono uscito con una mia amica, ecco abbiamo mangiato un panino, ecco, e poi lei mi ha invitato a falire! In casa fua! Che gentile…
– Ah!
 – Allora lei mi ha detto – fenti vuoi qualcosa da bere?….
– …
 – Fi! ho detto io! E abbiamo bevuto.
– E poi…?
–  E poi lei mi ha detto – fenti, vuoi fumare qualcosa?
 -….?
– Fi! ho detto io! E abbiamo fumato.
 –  Ah e poi….?
– E poi niente, poverina aveva la cafa molto piccola! Eravamo feduti sul letto, e lei mi ha detto:
… Fai….A me piacciono gli uomini con un difetto di pronuncia…

– …
– Ah fi? Ho detto io, trovando il fatto curiofo. Poi fono tornato a casa perché era molto tardi.

Oggi esso è un bel padre di famiglia et un valido professionista. Noi però spendiamo un minuto di silenzio per quella pora disgraziata che era giustamente attratta dal figaccione con la seppola e ha tentato il tentabile, ma è rimasta sul lettone con un pugno di mosche.

Questo tipo di uomo, conosce una sua diffusione transculturale, ed è considerata una calamità naturale che impensierisce, ancorché intenerisce, svariate gnocche del creato. Esso può essere anche bellissimo, ma un po’ per la trasmissione intergenerazionale dell’identità maschio tau – perché anche suo padre era stato de coccio e anche suo nonno e pure il suo bisnonno – un po’ per il solito difettevole processo di individuazione per cui ci vuole una terapia o una femmina molto sfacciata, insomma ci sono questi maschi simpatici, autoironici, svagati un po’ scemi e un po’ nevrotici che non sanno carpire il diem, non sanno leggere la messaggistica, qualche volta vengono sfiorati dal dubbio ma si impappinano – e insomma, siccome anche questa è un’emergenza sociale, dedichiamo loro un post

  1. se una donna vi chiede dopo una cena di salire a casa a bere qualcosa, oppure, se una donna vi citofona con la pelliccia e nuda sotto per avere del sale, non dovrete appurare se ha davvero da bere o ha davvero bisogno di sale, perché il fatto che essa sta facendovi una proposta è acclarato, assodato, universale univoco. La donna infatti – almeno in italia – abita il vostro medesimo contesto sessista e quindi non invita nessuno a salire per parlare di geopolitica. Quindi, bevete qualcosa, datele il sale, e baciatela. Questo non vi proteggerà dal rischio ceffone, certamente, ma non perché avete frainteso, ma perché tra le tante praticanti della trombata volante, ci sono certe più confuse, certe con una situazione psicodinamica particolare – alle quali interessa dimostrarsi di essere trombabili più che esercitarsi nell’atto. Sono anzi – per misteriosi percorsi della psiche – molto contente di poter dire “ma che hai capito brutto screanzato “ per questione che speriamo sappiano i loro analisti. Io non credo che convenga somministrare il Roschrach prima di decidere se baciarla o meno – anche considerando che se è tutta gnuda prende freddo – e direi che è utile un certo garibaldino sprezzo del pericolo. Nella maggior parte dei casi sarete lietamente ripagati.

1bis. Questo vale anche per altre questioni tipo siete a una cena e una donna vi mette una mano sulla patta dei pantaloni, siete a un teatro e una donna si siede sulla patta dei vostri pantaloni, una donna ti dice ti prego prendimi sono tua.
Ha detto tua, no de Aldo. Vai tranquillo.

  1. La maggior parte delle donne che desiderano una relazione con un uomo, la desiderano anche perché ritengano che non sia un perfetto cretino e sperano perciò che sappia decodificare correttamente una serie di gesti che sono indicativi di interesse relazionale e trombatorio. Parimenti – ricordatevi di questa verità – in linea di massima una donna, non è un uomo – anche se si registrano delle eccezioni. Questo vuol dire che per esempio se essa volesse farvi intendere con lo sguardo che ha delle intenzioni lubriche – non vi fisserà a lungo insistentemente finché non le fate ciao con la mano, ma vi fisserà per dei brevi istanti per poi girarsi improvvisamente e cominciare a fare firulì firulà fischiettando distrattamente, oppure mettendosi del rossetto, o anche ridendo garrulamente con qualcuno. Se essa, come si dice a Roma, ogni tanto vi ciocca, ecco cercate di andarle incontro.
    Una inveterata strategia femmina che le femmine attuano – in alcune speciali circostanze molto fortunelle per esempio al mare al tramonto o a un dopo festa in cui si è rimasti in molto pochi – è che ne so di giocare distrattamente con i capelli, solleticarsi con sovrappensierume l’orecchio o il collo, ma come se fosse na cosa popo del tipo come so stanca, volevo dire una cosa aspè famme ricordà. Questa strategia è un antico retaggio del narcisismo femmino come lo aveva teorizzato Freud, ed esse lo fanno anche senza pensarci come a dire! Hai visto come mi trovo belloccia e mi occupo di me? Non te piacerebbe? Se mentre a un dopo party state stravaccatissimi su un divano parlando della crisi dell’euro saltando le vocali e una poveretta è dinnanzi a voi e si gratticchia insistentemente la clavicola, o ci sono delle zanzare o ha la scabbia, oppure vi sta mandando un messaggio erotico.
  2. Ma se voi avete un’età e siete nel girone esistenziale della gente che a. se fa un mazzo così b. ci ha la prole facile che di queste donne che indugino nel narcisismo primonovecentesco e anche in genere giovinetto non capitino più, per queste donne il know haw è un po’ perduto perché sono obnubilate dalla routine, si sono un po’ scordate, e possono risultare goffe. Certe per esempio, avrebbero tantissima voglia di mandare una messaggistica zuzzurellona, ma se voi non foste interessati sarebbero più tranquille, sono madri stanche, si sentono dei cessi, e l’idea di essere interessanti per qualcuno le manda in grandissima agitazione. Capisco che può essere fuorviante e rendere anche la prassi diciamo impervia, ma la donna che fracassa della roba al suolo, che cade per terra che inciampa che rompe dieci bicchieri che acciacca una macchina è emozionata. Interpretate queste calamità della donna nevrotica come una forma di rossore. Agite con spavalderia prussiana come conseguenza. Anche la donna che si informa pazientemente e richiedendo grande profluvio di informazioni su certe cose vostre tipo, il vostro super bizzarro e charming impiego al catasto, l’eroticissimo andamento della vostra squadra di calcio, la – davvero pregevole! archivistica delle brucole che avete nella vostra cassetta degli attrezzi, ecco, calcolate che probabilmente quella donna non è che è eclettica, sta semplicemente facendo del suo meglio per avere una vostra mano sul proprio deretano.

4. Infine Quando lei dice no vuol dire si è un convincimento che ha generato svariati e sgradevoli fraintendimenti, perché in generale le donne parlano la vostra stessa lingua e se una vole di si è si. Ne consegue che se ponete una domanda graziuosa ad alto tasso lubrico trombista ed ella risponde di si, non abbiate dubbi. Sta dicendo di si. Se invece dice no – nel buon settanta per cento dei casi è in effetti no. Ma esiste un trenta per cento di casi in cui vi sono delle possibilità. Ora questo non vuol dire che dovete zompaje addosso illico et immediater ma considerate anche che esiste un certo tipo di donne che funzionano come gli psicofarmaci a lento rilascio – esse indugiano, tergiversano, centellinano perché vogliono addivenire a un processo duraturo, non come dire arrisolvere la questione in due balletti. Ossia, esse preferiscono garantirsi un pacchetto cospiquo do botterelle che una sola botta e via, ecco perché dicono no, ma intendono si. Aiuta molto in questi casi, decodificare attentamente certi sottilissimi messaggi sia verbali che non verbali. Se lei dice ma che cojoni, ma come ti permetti – e indugia in certi comportamenti non verbali, tipo darvi uno schiaffo, ecco in quel caso no è no. Anche certi scuotimenti di testa irti di riprovazione, sono presaghi di sventura e pure certi movimenti della bocca a metà de me se è rotta la lavatrice e li mortè domani me tocca svejamme presto, non promettono niente di buono. Invece quelle cose tipo nu nun fare così nu, intervallate da moti ridarelli e ruotamenti pupilli possono preludere al meglio – sempre che abbiate l’accortezza di non calarvi i pantaloni così sic et simpliciter. Dovete insomma saper attendere.

Io spero di aver fatto il possibile, ma confido indubbiamente anche nei commenti

psichico 6/ semantica dell’adipe

Vorrei scrivere un posterello veloce che mi è stato solleticato da questo articolo – di certa Silvia Calvi, per la parrocchia digitale di Donna Moderna, che affronta la spinosa questione della gente grassa, riuscendo a mettere in poche righe, con sintetico e giornalistico talento una consistente mandrakata di stereotipi piuttosto inutili e un tantino elitari. Già l’esordio merita rispetto: la giornalista Silvia infatti si chiede con sgomento. Ci si po’ fidare di un ministro della sanità ciccione? Di poi l’argomentazione procede con una serie di assunti interessanti – tipo: in effetti anche i medici fumano e però non fanno fumare l’altri. L’arguzia poi aiutava l’autrice con la riflessione che in generale sono ciccioni non tanto gli incompetenti quanto le persone che si amano poco, le persone che si amano poco amano poco gli altri, e secondo me una madre che non va in piscina è una cattiva madre eccolallà. Io si che sono bona! Continuava la giornalista Silvia – sono una brava fidanzata e una madre che levete. Amatevi lettrici di donna moderna! Siate gnocche! Era la morale del breve quanto intensissimo pezzo (oh, andate a controllare però)

L’articolo raggiunge per contrasto una serie di argomenti importanti per quello che riguarda il complicato problema dell’aumento dell’obesità dei problemi legati all’alimentazione, tra cause sociali, psicologiche ed economiche. Una cosa è infatti assolutamente certa – lo dico con un certo rammarico – mangiare cose grasse e molto elaborate fa male alla salute e con l’età fa sempre peggio. L’aumento di peso implica un maggiore affaticamento per il cuore, e certamente tutto il sistema circorlatorio ne risente, fino a problemi al fegato e altri svariati effetti collaterali. Si campa di meno e quando si pesa molto molto si va incontro a rischi non da poco. Ma questi aumenti di peso hanno molte storie economiche e psichiche diverse, e rispondono a questioni diverse – molto articolate che se lavori su un giornale a larga diffusione e prezzo basso, devi mettere sul tavolo. Ora siccome io sono un pochino di corsa scriverò quali sono secondo me i punti importanti del problema.

C’è una prima fondamentale questione economica, molto molto grave. Non solo andare in palestra chiamando o non chiamando una baby sitter è un costo che non si possono permettere in molti, ma anche mangiare della carne buona costa molto di più che mangiare dei sofficini. Nel primo mondo la ricchezza combacia con la possibilità di rinunciare all’offerta materiale, piluccando tra le cose migliori, la povertà con l’ingozzarsi delle cose peggiori senza una seria discriminazione. Nella sedentarizzazione della vita, in un aumentare vertiginoso di costi per l’uso di qualsiasi spazio pubblico, l’unico lusso che rimane a portata di mano è mangiare male barricati in casa. Il problema purtroppo transita e circola dal materiale al culturale. A buon mercato circola sia il cattivo cibo che la cattiva cultura che non da la possibilità di pensare a cosa fare di bello di alternativo al mangiare per noia. Ma ci sono anche delle retoriche perniciose, a cui questo articolo forse partecipa segretamente che non si rendono conto di agire per contrasto: sii bella bona e magra, sii sana e sessualmente appetibile. Se una ci ha i mezzi e si sente ab ovo di interpretare quel ruolo sociale si adopererà, ma se ha una certa età dei figli, oppure si sente ostile a quel modello e a quella retorica, anche in una forma di narcisismo alternativo mangerà il doppio incazzosa o gioconda che sia.

C’è questa cosa della psicologia d’accatto, che non smetterà mai di fare danno, e che riguarda l’idea per cui se una persona mangia molto è sicuramente perché si ama poco. Questa idea monolitica della psiche è in massima parte dedicata alle donne, perché ci si aspetta che l’amore delle donne per se stesse passi tout court per una cura del corpo come priorità ed eventualmente una rispondenza a un modello estetico ed economico dominante – se ti ami ti adopererai per diventare bella come una signorina upper class. Si tratta però di un’idea corretta però solo in riferimento a certe strutture psicologiche e a certe forme depressive. Ci sono in effetti delle persone che disinvestono su di se, si trascurano, si ignorano e anzi si detestano e dimostrano questo scarso affetto in un’incuria del corpo, molto spesso non sono proprio persone grassissime, ma varie forme di sovrappeso che si mettono insieme a una certa distrazione nel modo di vestirsi – persone che si coprono. Sono persone che rimangono tristi e vivono una vita difficile e complicata. Ma non fanno la maggioranza delle persone che hanno un peso eccessivo rispetto alla propria corporatura. Altre invece, si piacciono molto così purtroppo si dirà per la loro salute, ma hanno trovato una soluzione di compromesso estetica con il loro sovrappeso. Il fatto di piacersi così le rende curate nel vestire, sicure di se nel proporsi e con una capacità seduttiva che porta loro un ritorno. Questa è una cosa che torna molto nelle donne che raggiungono una certa età e non hanno più un fisico perfetto, ma sono in pace con la loro storia. Il che non vuol dire che non abbiano un problema di salute – ma è proprio il loro senso di benessere a renderlo più difficile da risolvere: sono meno motivate a una dieta sana. Magari sono anche buone cuoche, con una infantile passione per il cibo che è un aspetto che le rende seduttive. Ma esse mangiano male perché si amano troppo.

Su questa stessa lunghezza d’onda quindi, ci sono anche persone che non si occupano del corpo perché investono narcisisticamente su altro, che è la testa. Che non è proprio tutta salute, manco psicologica, e fa anche danno a tante cose importanti della vita – che afferiscono al sentimentale, al relazionale, all’esperienza della vita e del dolore – ma che non si possono liquidare come dei poveri depressoni che non si amano. Anche questi arrivano ad amarsi moltissimo, ma si amano molto in una parte, in un tipo di funzionamento e non si amano affatto in un’altra. Perché bisogna rendersi conto del fatto che il corpo è un oggetto simbolico, passibile di proiezioni diverse, di diverse attribuzioni di significato che non sono uguali per tutti, il che ci aiuta un po’ a capire anche la rubrica a parte che è rappresentata dalle bulimie, dalle obesità notevoli. Fatto escluso il caso di disturbi conclamati al livello endocrinologico, il corpo della persona obesa svolge una funzione precisa che può variare da caso a caso, e che è fondamentale per un certo equilibrio psicologico, il che vuol dire che, fino a che non metti mano a quello, non riuscirai a far perdere peso alla persona che soffre di quel disturbo. Spesso, non sempre, il corpo assume infatti una funzione difensiva, garantisce una massa di separazione, occupa le distese di spazi vuoti che simbolicamente rappresentano una minaccia per la persona.

Questa grossolana discussione dei diversi modi di essere sovrappeso non copre naturalmente tutte le variabili, però magari protegge dal cadere in luoghi comuni che, in una rivista letta da tante persone provocano più danno che beneficio.

psichico 5/ il padre che dice: mia moglie mi mette i figli contro.

Gli anni scorsi si è molto parlato della PAS (la sindrome di alienazione parentale con cui le madri manipolerebbero i figli allontanandoli dai padri), in corrispondenza di diversi fatti amari, che hanno occupato le pagine della cronaca. Storie di bambini contesi dai genitori, che in qualche caso finirono in delle case famiglia per la difficoltà concreta di trovare una soluzione reale a un conflitto di passioni, di potere, e sicuramente di antichi dolori e patologie. Il discorso pubblico – almeno dal mio vertice di osservazione – fu molto ideologizzato e poco incentrato sulla valutazione specifica e competente del fenomeno. Si liquidò la pas come una falsa etichetta diagnostica proposta da un ciarlatano, e bocciata dai vertici della psichiatria internazionale, e si insistette a considerare la sua introduzione nei tribunali italiani come l’esito di un acclarato sessismo che non si tira mai indietro dallo sfruttare ogni occasione per attaccare le donne, ora perfino togliendo loro i figli. A questa posizione, si opponeva un maschile organizzato che mischiava giuste istanze a gravi omissioni e rimproverava le donne di utilizzare il materno come una forma di potere.

Da un punto di vista sociologico e culturale il discorso è piuttosto complesso, e ora non abbiamo lo spazio per approfondirlo. Diciamo solo che le giuste rivendicazioni di un maschile che scopre nuovi assetti identitari, nuovi desideri di esserci, si mischiano a vecchi egoismi e privilegi sociali e miopie, mentre assetti che si mantengono sessisti nella gestione politica della famiglia portano le madri ad attaccarsi disperatamente alla Maternità giuridicamente santificata, dal momento che il lavoro lo perdono, i servizi alla famiglia non li hanno, e il mondo politico ragiona come se esse non potessero fare altro. (Un esempio fresco: oggi la prefettura romana ha tenuto i bambini a casa. La sua disinvoltura è determinata dalla convinzione che ci sarà una madre che o non lavorerà o potrà agevolmente non andare a lavorare).
Ma – ecco, mi è stato chiesto – cosa bisogna fare da genitori quando ci si sta dentro per limitare il danno? Come ci si deve comportare? Come bisogna gestire il conflitto armato che si gioca sulla pelle dei bambini? E se lei la fa quella cosa della pas? Se io padre ho questa terribile sensazione? Che devo fare io padre? E io madre? Perché la si fa facile a dire la cocente verità – pensate solo a voi, ma state facendo molto male a vostro figlio – ah povero figlio povero figlio come siete egoisti. E’ tutto molto vero, ma nel corso di una separazione accadono cose terribili che feriscono terribilmente, alle volte si cambia registro – e quando non sono i singoli coniugi è lo stesso meccanismo del processo di separazione a girare la manopola del registro di aggressività e i genitori stanno male, davvero male, e si misurano con parti psichiche che prima erano magari solo accennate – di se e dell’altro e che ora sono amplificate. E se come è per molti, alle spalle ci sono dolori infantili non estinti, nodi tenuti in un angolo piuttosto che in un altro e beh, a voja a fa prediche, a voja a dire cattivelli egoisti. Questa è una retorica vuota, una falsa coscienza, che non riuscirà mai a generare l’effetto sperato: il senso di colpa verso i figli cresce, ma due volte su tre rimane sotto traccia, cortocircuita con sentimenti presenti e i danni si moltiplicano in una grande confusione.

Perché ecco, la Pas, esiste. E’ stata operazionalizzata male, proposta in modo scarsamente professionale e porta addosso le stimmate di una strafalcioneria che ipso facto collude con certe bordate reazionarie della culturale quali ledono non solo le donne ma i bambini stessi. Lo stesso elenco dei sintomi include comportamenti che è scorretto chiamare sintomo – e la stessa strutturazione della diagnosi mette in campo un’idea unilaterale della patogenesi, come se appunto la madre manipolasse, il padre non manipolasse e il figlio reagisse solo a mezzo sistema familiare, elaborando una serie di falsi sentimenti e falsi comportamenti per far contenta la parte manipolatrice. Se le cose stessero davvero così non ci sarebbe tanta sofferenza perché tutti i comportamenti dei bambini sarebbero compiacenti ed eterodiretti, quando invece i poveretti soffrono davvero e amano e odiano per davvero a causa di processi psicologici molto ma molto più articolati della simulazione a scopo di compiacenza, così come il gioco delle parti che si instaura in queste vicende con la madre che si siede sulla seggiola della bontà e il padre su quella della cattiveria oppure – secondo l’opposta narrazione con la madre che è la pazza patogena e il padre che il santo estromesso, è molto più fluido complesso e articolato di quanto appaia.

Questo, non è argomento che permetta una narrazione riassuntiva, perché ci sono tante storie quante sono le famiglie, ma per almeno fare un rapido accenno – ci si deve rendere conto che qualsiasi narrazione si metta in campo le parti implicate sono tutte compartecipi psicologicamente e tutte correlate anche in sezioni psichiche inconsce, in un intreccio tra soggetti che è cominciato con lo stesso matrimonio. Di solito un buon matrimonio è quello in cui le singole identificazioni proiettive delle due parti della coppia fanno si che nell’altro si depositino parti belle e parti brutte che trovano modo di evolversi, mentre i figli rappresentano davvero il contenitore simbolico del meglio della coppia, la cosa più bella che hanno fatto insieme, il sasso oltre la siepe della propria morte, la continuazione di se. Quando le coppie cominciano a mal funzionare, prima ancora di separarsi, spesso pare che l’orchestra delle identificazioni proiettive faccia si che ognuno metta addosso all’altro gli aspetti deteriori di se, lo osservi e lo amplifichi con comportamenti e reazioni per cui ognuno secondo il proprio talento diventa una sorta di burattino dell’inconscio dell’altro, senza l’antica capacità di cambiare forma salire dal punto in cui si era. Nei casi migliori ci si assesta – dopo un sempre doloroso tragitto – in un nuovo equilibrio che da più lasche distanze – riconosce le reciproche identità e funzioni, ma in tanti altri, tutti diventano peggiori di se stessi, i figli diventano ricettacolo non di speranza e investimento ma del dolore non espresso, e nella forbice tra dolore e cattiveria i genitori si fanno cattivi e i figli si vivono l’esperienza del dolore censurata.

Questa è allora la mia lettura della PAS. Come idea di fondo che poi si dipana di volta in volta in modo diverso: arriva un momento in cui nella narrazione del matrimonio lui incarna l’oggetto persecutore, il padre non padre, il male assoluto dell’inconscio proprio e dell’inconscio della donna, spesso e volentieri cadendo proprio a fare quegli stessi atti che confermano il ritratto che viene cucito nel gioco dei ruoli, lei si ritaglia il ruolo della bontà tradita, ancorchè della rabbiosità giusta, e della vulnerabilità psicologica – e quindi gira che ti rigira un altro negativo, un altro male inconscio che si reifica un altro appendiabiti per l’identificazione proiettiva altrui. Il figlio in mezzo – da una parte dovrà psicologicamente fare i conti con la semantica di queste liti nei suoi confronti – in parte si sentirà terribilmente ricattato nella sicurezza dal dovere di osservare il copione e l’angoscia di questo ricatto è il viatico con cui il sistema familiare usa il figlio per esprimere il dolore.

Ora io, non lavoro con le famiglie, e non lavoro con bambini, e magari se intervenisse un collega che ha questo tipo di esperienza professionale potrebbe dire delle cose in più e più utili. E d’altra parte rispondere genericamente senza alludere a una storia specifica costringe a dire ose vaghe e magai banali, ma se padri e madri mi scrivete, quanto è pestifero quel vostro ex coniuge quanto è cattivo e quanto fa stare male i vostri bambini, io penso che la prima cosa da cominciare a fare – cosa molto urgente – è una rotazione di prospettiva, una riassunzione di parti di se – per cui ci sono due buoni e due cattivi. E se un padre si trova di fronte a una madre che ha la sensazione gli metta un figlio contro, si chieda quali parti di se sta recitando la madre, e quali parti della madre sta recitando lui. Questo riappropriarsi delle reciproche identificazioni proiettive è ben difficile da fare a tavolino – ma una cosa è certo, non sarà una perizia psichiatrica ai danni della madre o la dichiarazione che il bambino soffra della sindrome di alienazione parentale a risolvere molto la cosa. Se si imbrocca quella strada, a una grave aggressione squalificante si risponde con un’altra aggressione ugualmente squalificante, che lascia inalterato l’andamento perverso della coppia, e la perdita di investimento simbolico positivo sui piccoli. I piccoli rimangono i figli sofferenti di un matrimonio rotto, e non potranno che incarnare dolorosamente questa brutta eredità.
Piuttosto si ammetta che il sistema familiare è malato, e se il padre presunto cattivo oggetto della rinarrazione del materno fosse il primo a chiedere una psicoterapia familiare. Beh farebbe un gran gesto. Se la psicoterapia familiare fosse negata dalla moglie, cominciasse un lavoro su di se – perché questo anche se molto più lentamente avvierebbe una modificazione del sistema e anche i figli presto se ne avvantaggerebbero.

E’ facile a dirsi molto più che a farsi e la vita è molto più dolorosa dei consigli.
Ma insomma questi sono i miei due cents sull’argomento. E un grande in bocca al lupo a chi mi ha chiesto questo post.