psichico 5/ il padre che dice: mia moglie mi mette i figli contro.

Gli anni scorsi si è molto parlato della PAS (la sindrome di alienazione parentale con cui le madri manipolerebbero i figli allontanandoli dai padri), in corrispondenza di diversi fatti amari, che hanno occupato le pagine della cronaca. Storie di bambini contesi dai genitori, che in qualche caso finirono in delle case famiglia per la difficoltà concreta di trovare una soluzione reale a un conflitto di passioni, di potere, e sicuramente di antichi dolori e patologie. Il discorso pubblico – almeno dal mio vertice di osservazione – fu molto ideologizzato e poco incentrato sulla valutazione specifica e competente del fenomeno. Si liquidò la pas come una falsa etichetta diagnostica proposta da un ciarlatano, e bocciata dai vertici della psichiatria internazionale, e si insistette a considerare la sua introduzione nei tribunali italiani come l’esito di un acclarato sessismo che non si tira mai indietro dallo sfruttare ogni occasione per attaccare le donne, ora perfino togliendo loro i figli. A questa posizione, si opponeva un maschile organizzato che mischiava giuste istanze a gravi omissioni e rimproverava le donne di utilizzare il materno come una forma di potere.

Da un punto di vista sociologico e culturale il discorso è piuttosto complesso, e ora non abbiamo lo spazio per approfondirlo. Diciamo solo che le giuste rivendicazioni di un maschile che scopre nuovi assetti identitari, nuovi desideri di esserci, si mischiano a vecchi egoismi e privilegi sociali e miopie, mentre assetti che si mantengono sessisti nella gestione politica della famiglia portano le madri ad attaccarsi disperatamente alla Maternità giuridicamente santificata, dal momento che il lavoro lo perdono, i servizi alla famiglia non li hanno, e il mondo politico ragiona come se esse non potessero fare altro. (Un esempio fresco: oggi la prefettura romana ha tenuto i bambini a casa. La sua disinvoltura è determinata dalla convinzione che ci sarà una madre che o non lavorerà o potrà agevolmente non andare a lavorare).
Ma – ecco, mi è stato chiesto – cosa bisogna fare da genitori quando ci si sta dentro per limitare il danno? Come ci si deve comportare? Come bisogna gestire il conflitto armato che si gioca sulla pelle dei bambini? E se lei la fa quella cosa della pas? Se io padre ho questa terribile sensazione? Che devo fare io padre? E io madre? Perché la si fa facile a dire la cocente verità – pensate solo a voi, ma state facendo molto male a vostro figlio – ah povero figlio povero figlio come siete egoisti. E’ tutto molto vero, ma nel corso di una separazione accadono cose terribili che feriscono terribilmente, alle volte si cambia registro – e quando non sono i singoli coniugi è lo stesso meccanismo del processo di separazione a girare la manopola del registro di aggressività e i genitori stanno male, davvero male, e si misurano con parti psichiche che prima erano magari solo accennate – di se e dell’altro e che ora sono amplificate. E se come è per molti, alle spalle ci sono dolori infantili non estinti, nodi tenuti in un angolo piuttosto che in un altro e beh, a voja a fa prediche, a voja a dire cattivelli egoisti. Questa è una retorica vuota, una falsa coscienza, che non riuscirà mai a generare l’effetto sperato: il senso di colpa verso i figli cresce, ma due volte su tre rimane sotto traccia, cortocircuita con sentimenti presenti e i danni si moltiplicano in una grande confusione.

Perché ecco, la Pas, esiste. E’ stata operazionalizzata male, proposta in modo scarsamente professionale e porta addosso le stimmate di una strafalcioneria che ipso facto collude con certe bordate reazionarie della culturale quali ledono non solo le donne ma i bambini stessi. Lo stesso elenco dei sintomi include comportamenti che è scorretto chiamare sintomo – e la stessa strutturazione della diagnosi mette in campo un’idea unilaterale della patogenesi, come se appunto la madre manipolasse, il padre non manipolasse e il figlio reagisse solo a mezzo sistema familiare, elaborando una serie di falsi sentimenti e falsi comportamenti per far contenta la parte manipolatrice. Se le cose stessero davvero così non ci sarebbe tanta sofferenza perché tutti i comportamenti dei bambini sarebbero compiacenti ed eterodiretti, quando invece i poveretti soffrono davvero e amano e odiano per davvero a causa di processi psicologici molto ma molto più articolati della simulazione a scopo di compiacenza, così come il gioco delle parti che si instaura in queste vicende con la madre che si siede sulla seggiola della bontà e il padre su quella della cattiveria oppure – secondo l’opposta narrazione con la madre che è la pazza patogena e il padre che il santo estromesso, è molto più fluido complesso e articolato di quanto appaia.

Questo, non è argomento che permetta una narrazione riassuntiva, perché ci sono tante storie quante sono le famiglie, ma per almeno fare un rapido accenno – ci si deve rendere conto che qualsiasi narrazione si metta in campo le parti implicate sono tutte compartecipi psicologicamente e tutte correlate anche in sezioni psichiche inconsce, in un intreccio tra soggetti che è cominciato con lo stesso matrimonio. Di solito un buon matrimonio è quello in cui le singole identificazioni proiettive delle due parti della coppia fanno si che nell’altro si depositino parti belle e parti brutte che trovano modo di evolversi, mentre i figli rappresentano davvero il contenitore simbolico del meglio della coppia, la cosa più bella che hanno fatto insieme, il sasso oltre la siepe della propria morte, la continuazione di se. Quando le coppie cominciano a mal funzionare, prima ancora di separarsi, spesso pare che l’orchestra delle identificazioni proiettive faccia si che ognuno metta addosso all’altro gli aspetti deteriori di se, lo osservi e lo amplifichi con comportamenti e reazioni per cui ognuno secondo il proprio talento diventa una sorta di burattino dell’inconscio dell’altro, senza l’antica capacità di cambiare forma salire dal punto in cui si era. Nei casi migliori ci si assesta – dopo un sempre doloroso tragitto – in un nuovo equilibrio che da più lasche distanze – riconosce le reciproche identità e funzioni, ma in tanti altri, tutti diventano peggiori di se stessi, i figli diventano ricettacolo non di speranza e investimento ma del dolore non espresso, e nella forbice tra dolore e cattiveria i genitori si fanno cattivi e i figli si vivono l’esperienza del dolore censurata.

Questa è allora la mia lettura della PAS. Come idea di fondo che poi si dipana di volta in volta in modo diverso: arriva un momento in cui nella narrazione del matrimonio lui incarna l’oggetto persecutore, il padre non padre, il male assoluto dell’inconscio proprio e dell’inconscio della donna, spesso e volentieri cadendo proprio a fare quegli stessi atti che confermano il ritratto che viene cucito nel gioco dei ruoli, lei si ritaglia il ruolo della bontà tradita, ancorchè della rabbiosità giusta, e della vulnerabilità psicologica – e quindi gira che ti rigira un altro negativo, un altro male inconscio che si reifica un altro appendiabiti per l’identificazione proiettiva altrui. Il figlio in mezzo – da una parte dovrà psicologicamente fare i conti con la semantica di queste liti nei suoi confronti – in parte si sentirà terribilmente ricattato nella sicurezza dal dovere di osservare il copione e l’angoscia di questo ricatto è il viatico con cui il sistema familiare usa il figlio per esprimere il dolore.

Ora io, non lavoro con le famiglie, e non lavoro con bambini, e magari se intervenisse un collega che ha questo tipo di esperienza professionale potrebbe dire delle cose in più e più utili. E d’altra parte rispondere genericamente senza alludere a una storia specifica costringe a dire ose vaghe e magai banali, ma se padri e madri mi scrivete, quanto è pestifero quel vostro ex coniuge quanto è cattivo e quanto fa stare male i vostri bambini, io penso che la prima cosa da cominciare a fare – cosa molto urgente – è una rotazione di prospettiva, una riassunzione di parti di se – per cui ci sono due buoni e due cattivi. E se un padre si trova di fronte a una madre che ha la sensazione gli metta un figlio contro, si chieda quali parti di se sta recitando la madre, e quali parti della madre sta recitando lui. Questo riappropriarsi delle reciproche identificazioni proiettive è ben difficile da fare a tavolino – ma una cosa è certo, non sarà una perizia psichiatrica ai danni della madre o la dichiarazione che il bambino soffra della sindrome di alienazione parentale a risolvere molto la cosa. Se si imbrocca quella strada, a una grave aggressione squalificante si risponde con un’altra aggressione ugualmente squalificante, che lascia inalterato l’andamento perverso della coppia, e la perdita di investimento simbolico positivo sui piccoli. I piccoli rimangono i figli sofferenti di un matrimonio rotto, e non potranno che incarnare dolorosamente questa brutta eredità.
Piuttosto si ammetta che il sistema familiare è malato, e se il padre presunto cattivo oggetto della rinarrazione del materno fosse il primo a chiedere una psicoterapia familiare. Beh farebbe un gran gesto. Se la psicoterapia familiare fosse negata dalla moglie, cominciasse un lavoro su di se – perché questo anche se molto più lentamente avvierebbe una modificazione del sistema e anche i figli presto se ne avvantaggerebbero.

E’ facile a dirsi molto più che a farsi e la vita è molto più dolorosa dei consigli.
Ma insomma questi sono i miei due cents sull’argomento. E un grande in bocca al lupo a chi mi ha chiesto questo post.

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7 pensieri su “psichico 5/ il padre che dice: mia moglie mi mette i figli contro.

  1. non riesco a dire.
    accenno solo che quando i miei figli, separatamente e per due periodi distinti, si sono rifiutati di vedere il padre, io ho pianto, litigato con loro, li ho costretti, supplicati, ho spiegato loro che una delle poche certezze che avevo era che lui li amava. ho avuto minacce, insulti, ricatti. loro hanno avuto scenate e dolore (non dal padre, ma lui stava zitto e lasciava fare).
    come risultato la piccola non ha dormito sola per tre anni, il grande piangeva dicendo di aver capito che quello che non andava bene era che era come me (stronzo come tua madre era il leitmotiv) e io sono andata per l’ennesima volta in psicoterapia. perché non potendo costringere la controparte, almeno cercavo di imparare a far meno danni possibile io.
    tanto per dire, che le vie della pes sono infinite, e che non sempre le cose sono come sembrano o vengono narrate.

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  2. Quando ho saputo che sarei diventato padre, dopo due anni di tentativi e una operazione per cercare di supplire a una mia ipofertilità, ho toccato il cielo con un dito. Da anni desideravo avere figli. Ho partecipato a tutte le scelte in vista della nascita della nostra bambina. Non ho saltato una sola delle lezioni del corso preparto – solo quella preclusa ai maschi -.
    Da quando è nata mia figlia non ho più avuto accesso al letto matrimoniale. Dopo un anno da solo, ho chiesto a mia moglie di tornare a dormire insieme. Mi è stato detto di no “perché così io potevo riposare in pace”. Ma non era questo quello che volevo. Dopo pochi mesi sono tornato in terapia e ho chiesto a mia moglie di riprendere la terapia di coppia che era stata abbandonata anni prima. Mi è stato detto “no, perché il problema sei tu”.
    Certo, questa è la mia versione dei fatti. Certo, nel frattempo le mie nevrosi erano tornate a mille. Certo, nel frattempo per me era divenuto difficile tutto, pure tornare a casa la sera dopo il lavoro. Io ci ho provato. Mi son sentito rispondere che gli abbracci “si danno quando se ne ha voglia, non quando vengono chiesti”.
    Ho cercato di riavvicinarmi in tutti i modi. Mi sono fatto due/tre ore di lavoro domestico al giorno – prima di andare al lavoro -, aumentando la mia presenza su questo fronte che non era mai mancata. Mi sono preso cura di mia figlia in tutti i modi. Al mattino la preparavo io, la vestivo io, la portavo io al nido.
    Dopo tre anni da solo in una stanza ho detto basta.
    Per due anni in base all’accordo di separazione sono tornato nella mia vecchia casa tutte le mattine alle 7 per stare con la mia bimba almeno due ore, preparandola, facendole fare colazione, portandola alla scuola materna.
    Poi lentamente questo spazio si è chiuso e, nonostante un affido condiviso, la posso vedere solo a weekend alterni e una notte nelle settimane inframezzo. Mi è stato concesso di averla a dormire nella mia nuova casa solo dopo due anni dalla separazione. Le prime vacanze da solo con lei le ho potute fare quest’anno, due anni e mezzo dopo.
    Non tocco l’argomento dell’assegno di mantenimento per mia figlia. Ero un uomo professionalmente arrivato, dopo vent’anni di carriera nel terzo giornale italiano. Ora stento ad arrivare a fine mese.
    A me delle “narrazioni” del maschile e del femminile, in fondo, importa assai poco. Io ho cercato di essere tutto tranne che “il solito maschio”. Ma non importa quanto io abbia cercato di fare, ciò che ho cercato di essere. In questo Paese gli uomini sposati hanno tutti i diritti, sino a quando non si separano. Le donne sposate non hanno diritti, sino a quando non si separano. Poi le parti si invertono.

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  3. Grazie a Giulia e a Valentina dei complimenti e a Nicola e Gea della dolorosa testimonianza.
    Non voglio entrare nel dettaglio di storie che non conosco, e per le quali anche queste importanti righe non bastano. E’ sempre un grandissimo guaio, e anche il più frequente quando una delle due parti in causa sabota il percorso di coppia – o rifiutando la terapia o anche andandoci per finta – forma altrettanto frequente – provocando una rottura anticipata. Eppure, lo dice una che lavora essenzialmente in terapie individuali, quello è un contesto che permette di elaborare rapidamente aspetti che il percorso individuale può certamente elicitare ma con più lentezza, per una sorta di tempo tecnico della seduta individuale.
    Una nota su quanto dice Nicola. L’argomento è spinoso, e la posizione sofferente – ma un caso non sono tutti i casi Nicola. Oggettivamente vivere in due case costa molto di più che vivere in una casa. Io non so, la condizione professionale di tua moglie – ma fare dei figli alla donna costa una concreta rinuncia professionale nella maggior parte dei casi che fa parte del patto strutturante la distribuzione dei ruoli nella maggior parte delle famiglie. Quel patto in un certo senso rimane – specie nel nostro contesto italiano: io farò i figli e me ne occuperò non lavorando o rinunciando a progressi nella carriera, e sarà una scelta di non ritorno. Il divorzio è oggettivamente un parto delle società più ricche, una sorta di giusto lusso. E per me psicologicamente sano. Ma vi è da dire che a fronte di una legge – che almeno per me attualmente è giusta – ci sono un sacco di padri che non pagano gli alimenti anche quelli destinati esclusivamente ai figli – che non si occupano dei figli per niente, saltano i turni e bypassano una serie di capitali responsabilità genitoriali. Ed è molto molto difficile riportare questi padri a occuparsi dei figli. L’Italia è un paese molto giovane rispetto ai temi della genitorialità consapevole. In ogni caso, la tua bambina è molto fortunata, tieni duro straduro, un domani si guarderà alle spalle e troverà quello che sei stato. Daje.

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    • Nicola, anche io vorrei dirti di tenere duro, perché il rapporto con tua figlia comunque lo hai costruito e lo continuerai a costruire… a questo, ora, devi pensare. E alla tua vita. C’è molto dolore in tutte le separazioni… Mi ha fatto molto riflettere il post di Costanza, la pas esiste ma è una “dinamica”, da quando ho compreso. E’ molto chiarificatore. Poi è ovvio, ogni storia è a sé stante, Nel mio caso ho avuto una buona separazione, un bel rapporto con il padre di mio figlio. Abbiamo abbozzato, come potevamo, improvvisando, ma con rispetto reciproco… e poi ricostruito e continuato a costruire invece di distruggere. Il campo di battaglia l’ho visto invece nel caso del mio secondo marito. Un martirio, e forse ora comprendo meglio, appunto, grazie a Costanza, le dinamiche viziose che tutti i componenti mettono in atto ( e che in parte ho potuto vedere in prima persona, da 14 anni a questa parte). Il finale non porta poi grande luce : nel nostro caso la figlia a 14 anni è approdata alla nostra soglia, ovviamente portandosi dietro il suo carico di pena… Vedremo come andrà, dopo 2 anni ( ora ne ha 16) vede ancora sua madre solo con le assistenti sociali. E ha dentro una grande rabbia. Cerchiamo di essere meno egocentrici, noi adulti… Serve riuscire a perdonare e a perdonarci, per alleviare l’angoscia di questi figli, credo.

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  4. Confermo il trattamento separato fra uomini e donne in questo paese che di Civile non ha più niente.
    Cosa fareste voi se tua moglie si prende casa, lavoro, soldi, tutto quello che hai (io sono fallito 3 anni prima) e tu vieni messo alla porta da Casa Tua da un Giudice che in 45 minuti scarsi decide di cosa fare di 25 anni di Vita.
    Tu sei costretto a lasciare la tua casa e andare a vivere in Macchina, macchina che non è più tua, (la casa, quella che tu hai costruito insieme, ma da fesso hai intestato a lei perché un domani i figli abbiano un tetto sopra la testa, ma non credi che mai ci si separerà perché credi nel matrimonio) –
    E ora dulcis in fundo, non solo il giudice ti mette alla porta, ma anche i tuoi figli, soggiogati dalla Mamma, che per più di 1 anno prima di separarsi si vedeva con un altro e ci trascorreva i week end.
    MA CHE GIUSTIZIA VOLETE CHE SIA QUESTA??
    MA CHE CONSIGLI VOLETE DARE, O CREDETE DI POTER DARE A PERSONE COME IL SOTTOSCRITTO, che non solo ha perso tutto, ma anche che si vedono trattate come degli ipocriti dai propri figli?
    E vero, la famiglia viene distrutta dopo una separazione, ma lo STATO ITALIANO CI METTE PROPRIO IL MASSIMO PER COMPLETARE L’Opera, forse perchè ci sono troppi interessi in ballo (vedi Avvocati e divorzisti pasciuti e non curanti di come finiscano i separati – separate).
    QUINDI, le conclusioni da trarre sono ben poche, ma nel mio caso solo una, e non è quella fatale (che per più volte l’ho pensata) ma di mandare a …… ( aggiungete voi) tutto e tutti.
    Un Fesso Marito – Padre Separato.

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