psichico 7/ bambini e questioni di genere.

Col passare degli anni, anni di crescita personale – anagrafica ed esistenziale – ma anche professionale, ho cominciato a considerare le questioni relative all’identità di genere, al problema di come relazionarcisi quando si hanno dei figli piccoli in una prospettiva diversa da quella che avevo un tempo. Mi sono ritrovata a prendere le distanze da certe posizioni che ho giudicato semplificate ed estreme, per esempio nel modo di relazionarsi al gioco dei bambini sul tema del genere. A un certo punto ho avuto la sensazione che sulla pedagogia dei bambini si sovrapponessero diverse battaglie, con una gran confusione di armi di piani e di obbiettivi, dovuta anche alla consueta ignoranza collettiva su quello che ha da dire la psicologia nella vita di ognuno.

Mi spiego. Viviamo in un paese considerevolmente sessista e omofobo, che non arriva cioè alle aberrazioni del terzo mondo, ma che indubbiamente fa fatica a raggiungere la civiltà del primo, e quando siamo cittadini non sessisti e non omofobi ci chiediamo giustamente dove dobbiamo combattere la nostra battaglia per avere un paese culturalmente e quindi giuridicamente migliore. Facciamo quindi diverse battaglie – andiamo al gay pride, oppure discutiamo di pari opportunità, chiediamo che si aprano più asili nido, oppure nelle nostre discussioni private, lottiamo perché uomini e donne vivano e si rappresentino come meglio credono. L’agenda femminista e l’agenta antiomofobica, in questo senso hanno un terreno in comune perché la donna che vuole fare carriera in polizia e la giovane transessuale che nacque uomo rivendicano il medesimo diritto di interpretare soggettivamente la propria identità sessuale, di costruirla nella sua fenomenologia. L’agenda femminista e l’agenda antiomofobica condividono ossia la separazione del sesso dal genere, e lottano per una libertaria rappresentazione del genere.

Condivido, i propositi di questa agenda.

Mi sono fatta delle domande però sul come questi propositi politici debbano essere declinati quando si passa alla pedagogia e alla puericoltura, perché io non sono proprio convinta che sia saggia una neutralità al tema del genere quando i bambini sono piccoli, non penso che l’ossessione al gioco di genere diverso da quello del bambino sia la soluzione più intelligente, e ho tutta una serie di perplessità che ora vorrei cercare di mettere insieme, oltre alla mia personale soluzione a questo ordine di problemi e interrogativi politici che condivido anche io. (Come sempre quando non ho le idee molto chiare, procederò allora per punti numerati.)

  1. Io sento che l’identità sessuale è una moneta di capitale importanza nella vita di un bambino e di una bambina, un canovaccio di vissuti simbolici e un oggetto di esperienze affettive – il modo con cui il bambino si gioca questa moneta, con il mondo e con i pari, è una questione delicatissima che merita grande attenzione e considerazione. I bambini hanno bisogno di essere visti e parte di questo essere visti passa dal riconoscimento del loro modo di appartenere al genere, che nei primi anni di vita è spesso ma non solo (non sempre ma neanche molto spesso), piuttosto reazionario. E ora dico questa cosa che attirerà molte polemiche, a buon diritto perché mentre la dico io stessa sono molto titubante: ma quando un bambino molto presto, o anche dopo manifesta un vivace e violento desiderio di appartenere all’altro sesso, bene per me questo bambino sta denunciando un problema affettivo significativo e non è solo triste perché il contesto culturale non accetta i suoi gusti diversi, usa la semantica della diversità per acchiappare qualcosa che gli sta dolorosamente sfuggendo. Sono perciò tra quei reazionari che chiama i Disturbo di Identità di Genere con il suo nome, con la differenza però rispetto al mondo reazionario, per cui secondo me accanto all’intervento tempestivo sulla genesi della depressione e del malessere che sta dietro al disturbo, la scelta transessuale è una scelta da rispettare anche se comporta un percorso doloroso e faticosissimo psicologicamente ma che deve essere accettato socialmente molto più di quanto si faccia correntemente. (In realtà diversamente da molti miei colleghi, io non condivido la santificazione della presunta sanità, e ho proprio una posizione diversa nei confronti della problematicità psichica. Donde questa mia posizione riguardo questa specifica soluzione esistenziale. )
  1. Distinguerei dunque il discorso della disforia di genere, dal discorso della flessibilità di genere, che riguarda invece l’importanza per cui i bambini, maschi o femmine che siano interpretino flessibilmente la loro identità di genere – una cosa che io trovo salubre, coerentemente con l’osservazione secondo cui in psicologia la flessibilità è sempre sinonimo di benessere e la rigidità di malessere: infatti se si usano solo certi meccanismi di difesa per tutte le circostanze si ha un problema mentre se li si usano tutti no, per fare un esempio ugualmente se si interpreta la propria identità di genere in modo molto rigido si hanno dei problemi perché ci si precludono tante salienti e vitali esperienze umane, mentre se si è flessibili no. Non sono perciò per niente d’accordo con quelle madri che regalano alle bambine solo giochi da bambine e ai bambini solo giochi da bambini e che scoraggiano il fatto che maschi e femmine giochino insieme, ma allo stesso tempo contesto la battaglia culturale giocata sulla domanda del bambino che tende spesso e volentieri a chiedere giocati legati ai ruoli del genere di appartenenza. In un certo senso, io credo che la psiche nasca reazionaria, quando non lo è bisogna valutare i motivi, e sarà la sua crescita e la sua manifestazione intellettuale a conoscere la diversificazione del progresso, e quindi la destrutturazione dei codici. Non so se riesco a esprimermi bene, meno male che questo è un blog, però credo che quando un bambino maschio chiede delle ruspe, vuole essere visto nella sua identità di maschio e quando la bambina femmina, con una precocità che spiazza gioca con le collane, e seduce prestissimo, beh vuole essere vista. (Questi passaggi inoltre, si incrociano molto con la strutturazione della famiglia tradizionale, per cui la madre e la figlia si confermano e si vedono a vicenda nel giocare con i predicati di genere, i padri e i figli fanno lo stesso, e apre delle riflessioni sulle famiglie di coppie omosessuali – con bambini, perché io non credo che la coppia omogenitoriale precluda una sana interpretazione della propria identità sessuale, ma devo capire come succede)

Se quindi ritorno ai modi con cui la mia agenda politica che prevede un futuro migliore per bambini e bambine più equo per il genere e quindi antisessista e non omofobico per la scelta dell’oggetto sessuale, io credo di voler privilegiare altri canali, meno immediati – come il gioco e meno coinvolgenti le loro attività simboliche, ma più correlati al concetto della trasmissione di valori. Io penso che nei rracconti e nelle favole e nei discorsi che si fanno in casa i bambini percepiscano un mondo etico che i genitori arredano per loro, e penso anche che il modello esistenziale di questi stessi genitori sia molto importante, nelle cose che dicono e nelle cose che fanno. Ma sulle attività da fare, ci deve essere una negoziazione in cui la prima parola l’hanno sempre i bambini e la loro felicità.

Ho molte cose da dire ancora, molte questioni aperte. Spero nel dibattito, e proprio per questo, sollecito delle domande.

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18 pensieri su “psichico 7/ bambini e questioni di genere.

  1. So’dde corsa, ma ho una considerazione al volo: a sputtanare il giusto equilibrio fra appoggiare sceltebdi gioco connotate dal genere ma senza ossessioni ci pensano Disney e i produttori di giocattoli. Davanti a un mercato e relative pubblicità che tirano verso la connotazione estrema, forse non possiamo evitare di cercare l’equilibrio imponendo noi una maggior neutralità.

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  2. Bello quello che dici ma c’è una cosa che, come neuroscienziata, mi disturba e che tu traduci con “la psiche nasce reazionaria” e che io traduco con “la biologia fa i cervelli diversi”. È vero che l’ambiente li plasma e che l’ambiente inizia prestissimo, già nella pancia della mamma, ma rimane questo fastidioso connotato biologico della diversità, contro il quale i nostri costrutti di uguaglianza vanno miseramente a schiantarsi rovinosamente (e lo dico da mamma di due figlie tutte barbie, bijoux e cazzate rosa fin dalla più tenera età, a discapito dei miei regali a base di microscopi, piccolichimci et al).

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  3. Daniela Non sono sicura che la traduzione sia corretta – ma non sono preparata alla traduzione biologica, finirei per arrampicarmi in territori su cui non sono competente. Capisco comunque cosa vuoi dire, e spesso adotto la traduzione psicologica della tua posizione, ma finisco per non esserne convinta. La differenza corporea produce una precoce differenza culturale, diciamo così che plasma velocemente le immagini psichiche e tutto quel che ne deriva. Mi starò junghianizzando se vede 🙂
    Boston non so, se la neutralità sia sempre auspicabile, l’occhio del genitore è più importante dell’occhio del collettivo. Se un figlio dice guardami sono maschio, sti cazzi che l’altri esagerano col maschilismo ecco.

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  4. Eoni or sono, fui bambina che scelse il kit da falegname al posto del mini ferro da stiro e il piccolo chimico al posto del dolce forno. Ma fui anche bambina che volle la culla per le bambole e i cosmetici per bambine al profumo di frutta. Per un periodo pretesi di riempire ogni spazio possibile di strass e perline. Nel mio ricordo le due cose si mescolano senza soluzione di continuità. Forse il problema non è tanto il modello educativo quanto la questione comunicativa. Esiste un modo fortemente genederizzato di pubblicizzare i giocattoli che non è il solo possibile. Fermo restando che ogni bambina ha diritto al rosa shocking, ai ninnoli e ai nannoli a prescindere da qualsiasi altro discorso forse il punto è proprio quello di come questi vengono proposti in fase di promozione, perché sempre di prodotti si parla. (allego esempio: http://www.internazionale.it/opinione/claudio-rossi-marcelli/2014/11/13/giocattoli-danesi) Per quanto riguarda invece la distinzione della disforia di genere della flessibilità di genere mi trovo invece a condividere le stesse perplessità.

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  5. Provo a dire la mia e scusami se la dico male, ma sono un po’ di corsa, ma se poi rimando finisce che non la dico più. Per me il problema non è che mio figlio si identifichi o meno con il genere maschile, quello che mi preoccupa è cosa definisce il genere maschile. Se questo passa per la convinzione che i lavori manuali sono da maschi, e la capacità di esprimere i sentimenti è una cosa da femmina, allora mi preoccupo del fatto che a mio figlio sia preclusa la possibilità di imparare a vivere la propria sensibilità personale, in quanto individuo, e debba adeguarsi a viversela da “maschio” ( o a reprimerla da maschio). Per questo credo fortemente nel fatto che i bambini debbano essere educati indipendentemente dalle divisioni di genere. Il problema sono le sovrastrutture che condizionano gli educatori e i genitori, che fanno di questi bambini dei membri di un genere invece che degli individui liberi di essere chi sono loro. Insomma capisco l’importanza sul piano psicologico di sentire di appartenere ad un genere, ma vorrei che fosse superata dall’importanza di riuscire ad essere se stessi, risolvendo in una botta sola quelli che non si identificano univocamente in un genere, e quelli che più semplicemente, da femmine amano il piccolo chimico, e da maschi amano infilare perline, validandoli entrambi.

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  6. Zaub, un conto è “guardami sono maschio”, c’è una sola possibile risposta: “ti vedo, accidenti se è vero”. Un conto è contribuire al “sei maschio E QUINDI ecchete er fucile, l’harley elettrica, i capelli co’ la cresta e per carità, vomita sul rosa e stai lontano dalle bambole”. Non so se me lo piego…

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  7. Dunque sono molto d’accordo su quello che dice Ilaria – benvenuta! – e sul problema di come il mercato proponga il genere. Non ho molto da obbiettare. In realtà sono anche d’accordo con Serena. Penso però questo, si sottovaluta il ruolo dei genitori e si ipervaluta il ruolo delle cose nella trasmissione di valori e di capacità relazionali. Si pensa che il gioco da maschio sia tutto, e il gioco da femmina sia tutto – quando la declinazione flessibile dell’identità secondo me passa da tante cose, e molte di queste cose coinvolgono i genitori nel loro parlare con i figli più che i giochi stessi dei figli.

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  8. Al volo. Emilio Garrone – un grande docente di estetica – in una delle sue rarissime apparizioni televisive suscitò un putiferio dichiarando “I bambini sono reazionari. Pensate alle favole che iniziano sempre con un re e una regina”. Era una grande provocazione in un tempo in cui si pensava ai piccoli ancora come tabule rase e incorrotte, che si sarebbero, in caso, degratati crescendo. La seconda un’esperienza personale: sono nata e cresciuta in una famiglia molto di sinistra e molto preoccupata che non crescessi con dei pregiudizi. Sono tutt’ora molto grata ai miei di non avermi negato le bambole che amavo, i passeggini bonsai dove mettere le bambole suddette. Poi, però, poiché siamo tutti plasmati da chi ci circonda, mia cugina ed io – convinte che Robespiere fosse una sorta di parante – a cicciobello ci tagliavamo la testa, fingendo fosse Maria Antonietta e molte delle nostre bambole hanno partecipato alla Rivoluzione d’Ottobre con una sedia rovesciata per il treno che aveva portato Lenin a Pietrogrado. E sto parlando di giochi in età prescolare. Non sono del mestiere, tuttavia credo sia una cattiva idea negare ai bambini e alle bambine i balocchi che desiderano. Un bimbo non diventerà misogino solo perché vuole giocare colle ruspe, così come una bambina non avrà un destino segnato da velina solo perché gioca con la barbie. Credo che i mesaggi importanti passino per altri canali – se un figlio/a ha occasione di avere come zii elettivi i vostri amici omosessi (ma anche come semplici frequentatori di casa) e li vedrà essere affettuosi l’uno verso l’altro senza che alcuno faccia “OHHHHH”. Ecco quel bambino o quella bambina credo avranno meno possibilità di diventare omofobi da grandi. Se invece li costringiamo a giocare come noi riteniamo corretto, negando la loro identità, da grandi avremmo amari frutti.

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  9. Zaub, anche io esattamente come te, “non credo che la coppia omogenitoriale precluda una sana interpretazione della propria identità sessuale”. Anzi. Il perchè io però me lo spiego in un modo tutto mio. Tenterò di argomentarlo: sì, è vero che “nella strutturazione della famiglia tradizionale, la madre e la figlia si confermano e si vedono a vicenda nel giocare con i predicati di genere, così come il padre e il figlio”, ma prendiamo le famiglie per qualsiasi ragione omogenitoriali. Chessò, ragazze madri, compagne abbandonate, o padri soli. Se fosse sempre vero che i bambini si confermano e si rispecchiano nel genitore dello stesso stesso mentre si determinano per opposizione al genitore di sesso opposto, beh allora questi ragazzi cresciuti con una figura genitoriale mancante dovrebbero avere dei problemi enormi di definizione sessuale del se’. E invece sono ragazzi sani e sessualmente autodeterminati. Così come i bimbi cresciuti in famiglie omosessuali. Perchè io non credo che la determinazione sessuale di un bambino avvenga esclusivamente per opposizione o per conferma al “genitore”. Credo che ci siano famiglie che ricreano legami fortissimi anche con zii, nonni, cugini. Che vengono letteralmente “inglobati” nel nucleo famigliare. Che talvolta fanno le veci e simbolicamente rimpiazzano il genere mancante nella coppia genitoriale. E nel quale il bimbo si rispecchia, o si oppone, sessualmente o meno.

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  10. a proposito delle famiglie di coppie omosessuali con bambini, tu dici che non credi che “la coppia omogenitoriale precluda una sana interpretazione della propria identità sessuale, ma devo capire come succede”, magari dico una banalita’, ma il ruolo dell’ambiente esterno alla famiglia e’ trascurabile in questo? lo dico perche’ vedo il mio grande di quasi 6 anni che torna a casa dall’asilo e si costruisce armi di cartone e spara e lotta con un machismo che a volte mi spaventa, nonostante io non gli abbia regalato mai un’arma e non gli abbia mostrato altro che tv di qualita’ con sani principi (e nonostante all’asilo abbia la liberta’ di giocare con bambole, piattini e pentole). insomma, mi chiedo *quanta* importanza ha la scuola (ad es.) in questo?

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  11. è il mio primo commento qui…(metto le zampe avanti) e ti (vi) porto due esempi di primo pelo. in casa i nostri tre figli (2 femmine e un maschio) hanno avuto la fortuna di imparare che faccende e mestieri si dividono in base alle capacità di ognuno. così il babbo che è bravo a cucinare cucina e la mamma che è una brava contadina zappa e vanga. Hanno ricevuto sempre i giocattoli che hanno chiesto a prescindere dal fatto che fossero “per lui” o “per lei”. Il risultato? figlio numero 3 prende il te con le sorelle (che sono più grandi) si lascia coinvolgere in travestimenti, feste alla moda e balli delle debuttanti salvo poi concludere il gioco imbavagliandole, tenendo in ostaggio le my little pony e saccheggiando la casa delle bambole… un aneddoto: compare in casa un vestito da gladiatore romano: lo prova figlio numero 3 e la nostra reazione è” ehi ma come sei forte!”. Lo prova figlia numero 2 e la nostra reazione è “ehi ma come sei bella!”… Esempio numero 2. Al mio arrivo in una classe di scuola dell’infanzia (insegno in una classe eterogenea per età 3/4/5 anni) gli angoli sono rigidamente divisi: femmine in cucina e maschi alle costruzioni. A fine anno qualche bimba trova spazio tra i lego e quasi tutti i bambini giocano in cucina: certo i ruoli più ambiti per loro sono babbo, nonno e figlio (anche se in molti si offrono di buon grado per fare la mamma) e se proprio sono messi alle strette, pur di non armeggiare tra pentolini e assi di stiro, per poter partecipare al gioco insieme ai compagni si mettono a quattro zampe e fanno il cane…

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  12. Vediamo se ho capito quello che vuoi dire riguardo ai disturbi di identità di genere: che un* bambin* fino a una certa età che si sente per qualche ragione poco amato dai genitori, potrebbe sentirsi tale in quanto appartenente a un sesso, e quindi potrebbe desiderare di essere diverso per superare questa condizione? Se è così capisco, e mi trovo sostanzialmente d’accordo.
    Però io credo che nella formulazione di una prima identità di genere il gruppo dei pari e la cerchia di tutti gli adulti conti, per i bambini, più di quanto scrivi tu. È all’asilo che i tuoi sforzi di genitore progressista vengono messi alla prova da bambine, bambini, mamme e papà omologati, dove il rosa sta di qua, l’azzurro di là, la mamma così e il papà cosà e i giocattoli rispecchiano ruoli – come prescrivono Cosmopolitan, Men’s Health o Famiglia cristiana. Per non parlare delle maestre. O almeno, queste son le cose che vedo dalla mia postazione osservativa…

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  13. Anche secondo me non sono i giochi a essere (potenzialmente portatori di valori) sessisti, ma lo sono certamente le modalità in cui si offrono o acquistano i giocattoli, o la maniera in cui si gioca insieme a un/a bambino/a.

    Sei un bambino? Nel gioco ti proporrò sempre ruoli da maschio. Sei una bambina? Commenterò se hai deciso di fare il papà. Nessun gioco è giusto o sbagliato, mentre lo è il rinforzo verbalizzato (o sottinteso) dell’adulto/a che approva/respinge quel gioco per quel bambino (la barbie ok perché è da femmina, il vestito da zorro no perché è troppo da maschio ecc). Pur essendo una bambina felicissima nella mia pelle ho sempre reagito malamente alle prescrizioni di genere dettate dall’alto: un conto è l’amichetta che a carnevale/ nell’angolino che riproduce la casa commenta sul fatto che ti sei vestita ‘da maschio’ o fai il babbo – e un altro è la maestra. Dal mio ambiente avrei preferito un atteggiamento meno ‘prescrittivo’, e più neutralizzante: questo vestito/colore è da femmina o da maschio? È un vestito/colore e basta. Vestiti come vuoi, gioca con quello che vuoi – e interagendo con te ti ascolterò per giocare come ci vuoi giocare tu.
    Da adulta mi sono staccata dall’oggetto-giocattolo e lavoro dietro le quinte o davanti ai bambini per smussare gli input sessisti del/della zio/a nonno/a vicino/a di casa di mentalità medievale di turno.

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  14. dimenticavo le fiabe: ammazziamo definitivamente Biancaneve, Cenerentola, il Principe azzurro & compagnia bella. Nel senso non di eliminarli, ma di inventare talmente tante declinazioni di biancanevi maschi e femmine, principi e principesse coraggiosi/e e paurosi/e, che vanno all’avventura/che stanno a casa, che salvano e che si fanno salvare. usciamo dalla binarietà sessista che ci portiamo dentro e mentre ci liberiamo li/le libereremo.

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  15. In effetti quando a due anni scarsi mia figlia si illuminava di piacere giocando con le collane delle zie e della mamma, e quando alla stessa età e con la stessa foga mio figlio si fiondava su telecomandi e cellulari, ricordo di aver pensato a qualche misteriosa faccenda innata e di essermi davvero meravigliata per la loro precocità. Poi credo che su questo tratto si siano innestati tali e tanti elementi ambientali da renderlo molto meno riconoscibile. La dodicenne ha alle spalle un’infanzia marcatamente anti rosa e anti winx e inizia solo adesso a curare il suo aspetto, ha molti interessi comunemente ritenuti “da maschio” tipo computer, scienza e giochini nerd (in cui c’entro senz’altro anche io come modello, sebbene io ad esempio sia anche stata una bambina rosa e amante delle barbie, prima di prendere una piega scientifica). Ma la collana preferita resta. E se la toglie solo prima di entrare in campo nella squadra di basket in cui oltre a lei gioca solo un’altra ragazzina in mezzo a una selva di maschi. La mia sensazione è che un elemento molto importante nello sviluppo di gusti riferibili tradizionalmente a un genere o all’altro sia il bisogno di trovarsi una collocazione rassicurante, in famiglia e nel gruppo. E ci si metta dove c’è posto libero e dove si, gli altri ti possono vedere e apprezzare.

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  16. Ho comunque da poco letto delle interviste su un giornale inglese a transessuali che raccontavano come fin da molto piccoli sentivano fortemente di appartenere all’altro genere, e si comportavano con molta naturalezza di conseguenza. Quindi può sì essere un grido di aiuto, ma anche un vero segnale di disforia di genere, giusto?

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