Cosa fare per aiutare una donna vittima di violenza di genere

Premessa:

Qualche giorno fa a una mia amica capitava un incidente purtroppo non molto raro. Era per strada e a un tratto si era trovata ad assistere a una scenata in pubblico dove un uomo maltrattava con molta violenza la sua compagna, strattonandola e lamentandosi a gran voce del fatto che lei si fosse azzardata a scappare di casa quando lui si era distratto. Una scena molto forte, con tutto il quartiere che cercava di calmarlo, e qualche donna che ha provato a parlare con la donna molto giovane, sfiancata. L’uomo era italiano e più grande di lei, lei era una poco più che adolescente dalla pelle scura, forse somala forse eritrea. Chi sa.
La mia amica è tornata a casa con una grande sensazione di impotenza.

Come ci si deve comportare in questi casi? Cosa bisogna sapere?

Sono situazioni infatti che capitano con grandissima frequenza – la vicina di casa sempre con occhi neri e segni oscuri sulle braccia, la donna percossa per strada, l’amica che si sente al telefono – e che cortocircuitano emotivamente con delle emozioni importanti. Sono vicende platealmente narrative, iconografiche quasi filmiche, muovono immagini archetipiche: L’Uomo Cattivo Che Picchia la Giovane Buona. La Forza che attacca La Gentilezza. Il Maschio rappresentante del Maschilismo che attacca la Donna che deve essere difesa dal Femminismo. L’Avanzo di Barbarie che deve essere redento dall’Intervento della Civiltà. Sempre tenendo da parte quell’altra parrocchia di reazione psichiche, di marca più reazionaria, che la mia amica ha potuto osservare: la Femmina Infida e Libertina, Che Non Rispetta La Relazione Con Il Suo Uomo. Tutte queste cose però sono narrazioni nostre, riflessi condizionati che vengono dalla nostra psicologia prima che dalla nostra cultura, identificazioni lampo, che scattano prima ancora del ragionamento. Quella ragazzina sono io ragazzina! Quella ragazzina è mia figlia grande! Quell’uomo è il padre che ho detestato! Quell’uomo è il maschio che ho paura di essere ma non voglio! In ragione di questo possiamo essere tentati di ignorare l’accaduto oppure, di intervenire in modo invece grossolano.
Ora intervenire secondo me è d’obbligo, ma forse ci sono delle cose da fare e sapere per farlo nel miglior modo possibile.

Proviamo
La prima cosa da fare è sospendere il Pavlov dello scacco emotivo e ricordarsi che dinnanzi a se si ha un romanzo che nonostante le apparenze non abbiamo letto.
(Lei per esempio, potrebbe essere più presente a se stessa, di quanto sembri, lui meno o più aggressivo non lo sappiamo, ci saranno altre storie si o no? Che equilibri si giocano? Che ruolo ha la rete familiare di lui? E di lei? La trama non letta a che si collega? ) E quello che invece sappiamo è un capitolo centrale, per quanto nevralgico di una trama. Non possiamo io credo, per motivi etici, girarci dall’altra parte, ma neanche possiamo intervenire in modo incongruo quindi, non possiamo dare subito pareri affrettati che potrebbero portare anche a consigli pericolosi.

Questa premessa serve anche a essere preparati dinnanzi alla possibilità di essere giudicati invadenti. E in effetti, quando si interviene in una vita che non è la nostra, si è sempre invadenti, si calpesta sempre qualcosa di indebito, di ignoto, e non c’è tragedia che annulli questo dato di fatto. Due settimane fa io ho sentito una donna per strada parlare al telefonino con la madre piangendo, perché il marito l’aveva cacciata di casa, aveva un occhio nero, dei graffi, e quando ho provato ad avvicinarla quella mi ha mandato a quel paese. E’ giusto, è la sua vita è il suo romanzo, sono i suoi tempi psicologici e io intervenendo e dicendo – signora se le serve chiami qua – ho imposto i miei tempi. E quindi, prepararsi a prendersi un vaffanculo ben assestato credetemi aiuta. Aiuta anche ricordarsi la delicatezza di una relazione – quella tra voi e la donna che intendete aiutare, ipso facto asimmetrica: voi state bene state li ben vestiti e sorridenti a confrontarvi con una donna che sta come dire in un momento di assenza estetica, di umiliazione, di minorità. Voi state in un quotidiano apparentemente sereno e magari poco penetrabile mentre lei che sta richiamando il vostro intervento è in una posizione di trasparenza, inferiorità in una costrizione di impudicizia. Vale per la donna che si vuole soccorrere per strada, come per l’amica che si conosce da diverso tempo.
Quindi, si possono verificare due possibilità: che l’asimmetria sia accettata psicologicamente, per cui la persona aiutata si cali nella parte della vittima e della figlia, oppure che l’asimmetria sia rifiutata e quindi che la persona che riceve aiuto si indisponga. Questo ordine di effetti, giacchè l’asimmetria è reale e oggettiva, non si può evitare, ma si può cercare di attutire piuttosto che amplificare – soprattutto nei casi in cui si superi il momento eclatante di quando si assiste lui che le molla uno schiaffo, di quando le si parla un’ora dopo che ha preso lo schiaffo.

.Poniamo che capiti di essere in flagranza di reato: di assistere a una violenta percossa, o in quanto vicini di casa di sentire voci di pianto e avere la sensazione che ci sia una violenza in atto. Se si ha la possibilità di contattare la vittima in quel frangente, ed essa appare molto provata come purtroppo è normale che sia, un modo di fare gentile, anche accudente e genitoriale ci sta – perché tutti noi quando siamo colpiti nel corpo o semplicemente gravemente ammalati diventiamo un po’ figli del prossimo, regrediamo a uno stato in cui si invoca l’altro a prendersi cura. Non sempre, ma certo è più probabile. Ma questo è un modo di fare che va bene al momento dello stremo, all’acme di una crisi, non in un momento in cui si sta dialogando e si cerca di passare un consiglio utile – per esempio contatta un centro antiviolenza, telefona a questo numero. Questo atteggiamento diventa infatti nefasto sia che la persona si lasci aiutare, che nel caso in cui non lo permetta.
Se infatti se ne sentirà insultata, perché si vede come sottovalutata trattata come non capace, vede negli occhi dell’altro la propria responsabilità nella sua infelicità vi manderà a quel paese, e ritornerà nel suo inferno domestico. Ma ecco, se accetta il ruolo di povera vittima, di figliola senza armi che ora voi brave madri e bravi padri state soccorrendo, beh la zuppa non cambierà, in quanto figlia lei non rintraccerà dentro di se le forze e la soggettività adulta per prendere la sua vita in mano, e ritornerà nel suo inferno.

Per quanto è possibile dunque, bisogna parlare sempre tra pari.

E cosa dire?
Quando è possibile bisogna capire la situazione della persona, ascoltare la storia se è disposta a raccontarla. Tante cose non è facile saperle subito e probabilmente specie se il contatto è occasionale, non si sapranno allora. Ma alle volte chi vive in queste situazioni protratte nel tempo si tiene delle cose infernali dentro per tanto tempo, è intimidita dal partner a parlare con chiunque per cui una volta che trova un canale magari si sfogherà. In tal caso, non è il momento per esprimere scandalo o sanzioni, ma soltanto di capre bene come stanno le cose, quanto la signora è coinvolta nella sua vita di coppia e di quali risorse può usufruire dovesse decidere di lasciare il compagno, specie se ci vive insieme e specie se ha fatto dei figli con lui. Poi ognuno e ognuna troverà il suo modo per confortare e vedere, ma sempre in base a una realtà cruda dei fatti. Se una donna è molto coinvolta sul piano personale, molto innamorata molto dentro a una relazione violenta, beh è inutile dirle di lasciare il compagno è quasi più opportuno alludere a una psicoterapia se l’intimità raggiunta lo consente. Se una donna è immigrata e sola in Italia, non si può dirle con disinvoltura di andarsene senza ragionare insieme sul dove e sui rischi.
Quello che si può fare però è metterla in contatto con un centro antiviolenza della sua città o regione, che l’aiuti in un percorso o che addirittura – ce ne sono diversi – le possa offrire ospitalità. Io credo che questo vada fatto sempre, anche quando la psiche dell’interlocutrice non dovesse essere pronta. Solo il fatto di dire, guarda c’è questo posto con cui puoi parlare con cui puoi confrontarti, magari dando un numero di telefono, è un seme, che può germogliare subito, che può germogliare dopo – ma che rimane. Anche se voi date il numero e lei se lo perde un domani lo ricercherà. E’ importante comunque che la prendiate sul serio, le parliate tra pari, magari nel dialogo diate risalto alle sue risorse a cosa ha saputo fare per difendersi, ma non vi facciate prendere dal raptus genitoriale pestilenziale. Ha bisogno di sentirsi una donna forte, non una bambina debole.

Chi scrive ha avuto una buona esperienza con i centri antiviolenza, anche se da quella esperienza ha drenato delle forti perplessità. Ma rimangono, per questo tipo di assistenza l’aggancio più utile e sicuro, perché probabilmente più preparato a ragionare su tutta una serie di difficoltà pratiche che noi non sappiamo a cui non sempre polizia e servizi sociali soprattutto rispondono in maniera adeguata. In ogni caso, bisogna stare molto attenti al proprio zelo, e se si decide di aiutare una donna vittima di violenza intervenire anche con una certa cautela. Per quanto infatti molte coppie violente siano tali per una sorta di erotizzazione distorta della relazione, non dobbiamo pensare che questa sia la maggioranza dei casi e non dobbiamo sottovalutare una serie di problematiche davvero concrete – come il grado di psicopatologia del compagno violento e le difficoltà materiali della vittima. Tante volte le donne non escono da certe situazioni per una paura che purtroppo è persino saggia, perché sanno che se osassero scappare quello le ammazzerebbe. In questo senso consigliare di andare alla polizia senza consigliare simultaneamente di lasciare la casa è scellerato, così come consigliare di minacciare di andarsene senza che lo si faccia veramente. Dire perché non te ne vai a una ragazzina di 21 anni extracomunitaria sequestrata da un antisociale italiano o del suo stesso paese, è semplicemente ridicolo. Fare la parte della pasionaria davanti all’uomo che malmena magari altrettanto pericoloso. Certe volte, può essere utile giocare d’astuzia, e offrire alla donna un alibi – per esempio parlando di vestiti da regalare per i suoi bambini, di un certo luogo dove le cose da mangiare costano meno, e cose così, oppure qualcosa di più adeguato al ceto sociale della persona con cui stiamo parlando perché è vero che la violenza di genere abbonda nelle aree di marginalità sociale, ma non disdegna anche le elites. E le donne delle elite, sono sole quanto le altre, perché il patto dei maschi capobranco è fortissimo (l’avvocato che conosce il questore, etc. etc.) e la sanzione delle signore altrettanto potente.

Attenzione poi a non rivolgersi ad altre entità a casaccio, tipo polizia e servizi sociali, se non si conosce qualcuno della cui preparazioni si è certi. Entrambi i contesti professionali sono ricchi di persone dedite attente e spesso preparate alla violenza di genere con corsi di aggiornamento. Ma queste formazioni avvengono non sistematicamente ma a macchia di leopardo, e quindi la persona che volete assistere potrebbe non trovare l’adeguato intervento. Infine, ricordate sempre alla donna che riuscisse davvero a lasciare la casa dove convive con l’uomo che la perseguita, di denunciare all’organo deputato se ha deciso di portare il figlio con se. Se non lo facesse in un’eventuale causa futura, il padre potrebbe usare questo comportamento per toglierle il figlio e dinnanzi allo Stato la donna sarebbe giudicato inaffidabile.

qui un elenco dei centri antiviolenza, divisi per regione, dove le donne possono rivolgersi

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9 pensieri su “Cosa fare per aiutare una donna vittima di violenza di genere

  1. Mammamia Zaub, dopo aver letto questa disamina puntuale di tutti i pro e i contro di un intervento, ho (forse erroneamente … chissà) ho ancora più la sensazione che ci sia ben poco spazio di manovra per tirar fuori queste donne dal tunnel della violenza.
    Ho la sensazione (e la cronaca purtroppo conferma) che in un modo o nell’altro, prima o poi, la loro ribellione la debbano scontare, ovviamente spero di sbagliarmi ma non sono molto ottimista in merito !!!
    In ogni caso, all’atto pratico, cosa fai se capiti incidentalmente in una situazione come quella citata all’inizio, di cui non conosci le cause, i dettagli, le responsabilità, dove non c’è spazio per un intervento ragionevole, dove vedi tout court una donna maltrattata ??? Cosa puoi fare per almeno interrompere la violenza contingente ??? prima di leggere il tuo articolo, avrei pensato che chiamare la Polizia sarebbe stata la cosa migliore, ma ora mi sorge il dubbio che possa essere peggio … e allora che si fa ???

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  2. Anche a me è capitato. Una persona di famiglia, geograficamente distante. Bambino di pochi mesi, lei senza lavoro e con una traballante rete di supporto in loco. Leggendo realizzo di aver seguito i tuoi consigli e questo mi rassicura. Se n’è andata di casa, si è fatta aiutare (ognun* ci ha messo tutto quello che poteva in termini umani et al) e si è rivolta anche ai centri. Tribunali ecc, affido condiviso.
    Risolta la contingenza… dopo un po’ di tempo (poco più di un anno) si è rimessa con lui e ora vivono di nuovo insieme. So che l’isolamento è la cosa peggiore in questi casi, ma al primo giro credo di aver dato fondo a tutto quel che avevo da darle. Pur di rivedere lui il più tardi possibile ho dovuto distaccarmi da lei e dal bambino.
    Questo per dire, che se sei decide di aiutare è vitale fin da subito distaccarsi e dosare le forze, pena burnout.

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  3. A me è capitato una sola volta: la macchina parcheggiata davanti al bar, la portiera aperta, lui picchiava come un ossesso lei mezza dentro e mezza fuori. Non c’erano ancora i telefonini, sono entrata al bar e mi hanno detto di aver già avvertito la polizia. La volante è arrivata mentre stavamo parlando. Quando ho chiesto ai gestori come mai non fossero intervenuti mi hanno raccontato di averci provato ma lui ha aumentato i colpi su di lei e data la posizione in cui si trovavano loro non erano stati capaci di tirarlo via fisicamente. Credo questo sia uno dei rarissimi casi in cui l’unica cosa da fare è chiamare subito la polizia. Per tutto il resto quanto scritto dalla padrona di casa è vademecum da stampare e conservare.

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