blimunda 2.0

Come tutti state constatando leggendo pagine di giornale, girando per la rete, ascoltando telegiornali, l’opinione pubblica si sta infiammando per la vicenda del piccolo Loris, e l’arresto della sua giovane madre, sospetta di averlo ucciso. Prima ancora di avere una verità processuale – che a dirla tutta non sempre combacia con la verità dei fatti – l’opinione pubblica si è già slanciata contro Veronica Panarello, persuasa e anzi bisognosa di vedere il quadro emergere dai tratti delle testimonianze attendibili e delle confessione non rese, ansiosa di poter condannare un personaggio pubblico su cui cade perfettamente il vestito della condanna: è giovane, graziosa, periferica con tristi storie alle spalle, inquietanti tentativi di suicidio e perfettamente povera.
Le streghe in effetti, come ricorda in sintesi questo bell’articolo di Helena Janeczek, non sono mai ricche.

Come ho già scritto altrove, non dovrebbe stare a noi esprimere condanne che non ci competono. Dovremmo, se non per rispetto verso l’umano che anche noi siamo, tutelare la democrazia che abbiamo costruito, la divisione dei poteri che ci protegge dagli abusi, la ragion d’essere di quegli iter noiosi e ammorbanti, i quali sono nati per rispettare in nostro essere cittadini, il nostro non essere incriminati senza prove definitive. Se non ci riusciamo, vale per Berlusconi come per la ragazzina ai confini del regno dobbiamo chiederci a cosa ci serve questa urgenza di cappio al collo, questa corsa alla sentenza – che ogni a volta, a seconda del crimine indagato ha ragioni culturali e psicosociali diverse.

Per quel che concerne questo crimine, l’infanticidio proporrei alcune brevi riflessioni.
Nella vicenda di Loris aleggia il fantasma minaccioso della madre che uccide il bambino. E’ una possibilità che rasenta la certezza, ma siccome non ci sono prove schiaccianti né confessioni – esiste uno scarto tra reale e supposto e quello scarto è meno sopportabile della verità definitiva. Lo scarto infatti rinvia alla possibilità al poter scegliere se uccidere o meno, e nello specifico a due possibilità come dire filosofiche ed esistenziali: il potere dell’umano di uccidere la sua eredità e il potere del femminile e del materno di uccidere ciò che crea. Vorrei che ci soffermassimo a riflettere su questa questione del potere del femminile e sul doppio significato che ha, di scelta e di superiorità rispetto ad altri. Il femminile può creare, e in ragione della relazione con ciò che crea può anche eliminare.

In tempi in cui il femminismo ha fin troppe gatte da pelare per far riconoscere l’urgenza di un trattamento paritario dal punto di vista economico e giuridico per le cittadine, che perdono il lavoro, che non hanno servizi alla famiglia, che non hanno pubblico riconoscimento, la differenza ontologica tra maschile e femminile, tra il fatto che uno non genera e l’altra genera, l’asimmetria simbolica nell’immaginario per cui il figlio sta nella pancia della donna non in quella dell’uomo, viene regolarmente scotomizzata perché crea una variabile scomoda da gestire nel discorso pubblico dei diritti, chiede di prendere sul serio la responsabilità della nascita e di integrare la logica naturale in quella collettiva senza cedere a prospettive reazionarie. Però quell’asimmetria esiste ancora, e alle volte mi chiedo se non sia la base psicodinamica della caccia alle streghe, giustamente citata da Helena: il maschile circonfonde di magico il femminile per un potere da cui è precluso, che gli suscita un’invidia intollerabile e che lo fa sentire ricattato: ogni volta che pensa alla morte, il suo futuro è nel ventre della donna. La compensazione pubblica di potere di affermazione di fuga metafisica non basta mai ad annullare l’esperienza psichica spesso inconscia del limite della dipendenza metafisica di fronte a cui l’uomo sta quando si confronta con la gravidanza. Non a caso, molte storie di violenza di genere nella coppia cominciano con la prima gravidanza della compagna, e non a caso, in tempi di pochi figli ritornano le campagne e le politiche contro l’aborto. Di questa invidia del potere generativo del femminile si sono occupate diverse psicoanaliste, Karen Horney Prima, Melanie Klein dopo – che forse sarebbe il caso di rispolverare.

Così come penso la percezione di questo potere crei nelle donne cortocircuiti difficili da sostenere, una sorta di spavento pensando a se stesse, e una sorta di colpa pensando a questo potere, sentimenti che una facile condanna permette di controllare, mettendo addosso alla colpevole designata – la strega, la blimunda di nuova generazione – tutto quell’immaginario spaventoso che le angoscia rispetto a ciò che possono. Alcune allora diranno: lei è la cattiveria che io non sono. Altre diranno tutte abbiamo questa terribile cattiveria. La colpevolizzazione collettiva che celebra e allo stesso tempo detesta il potere di vita o di morte su ciò che si genera ed è piccolo e non sa difendersi e si fida, e Dio! tanto è debole tanto è vitale per la nostra sopravvivenza, offre un placebo per tutti.

Ma rimedi per nessuno.
Dovremmo assumerci la nostra responsabilità nel proteggere il nostro potere di specie. E non possiamo farlo linciando la madre infanticida neanche qualora confessasse. Non si ammansisce il potere con sacrifici tribali, perché lo si rende infatti più tremendo e bizzarro e minaccioso. Ho idea che più si celebra il male con la morbosità di una invidia culturalmente narrata più il male avrà desiderio di esprimersi in quel modo. Più si condannerà in gossip di cattivo gusto una vicenda che in questo modo diventa metafisica, più si provocherà un regresso culturale che porterà ad altri fenomeni come questo.
Dobbiamo invece usare, certi noiosi meccanismi di difesa che sono dell’individuo e delle culture evolute. E sono le analisi psicologiche e psichiatriche, le analisi sociali ed economiche, le indagini sulla realtà delle cose, che permettono di desacralizzare un po’ qualcosa che ci terrorizza di questo potere del generare e del distruggere, e ce lo fanno amministrare meglio.
E si può cominciare dal dirsi: una donna come apriori, può generare e può uccidere ciò che ha generato. A posteriori ogni donna e ogni coppia ha la sua storia, le sue circostanze psichiche ed economiche. E alcune potranno fare un gesto, e altre no. Studiamo perché succede che certe possono fare quel gesto, a aiutiamole a non farlo il più tempestivamente possibile. La desacralizzazione va insieme a strategie banali quanto necessarie: c’è una correlazione tra abuso subito e abuso perpetrato, dunque interveniamo su questi abusi. Cose banali ci vogliono, come un servizio pubblico che prenda in carico seriamente con interventi capillari una ragazzina giovane giovane che tenta il suicidio, come un territorio che offra un nido dove una figlia stia al riparo per buona parte della giornata da una famiglia abusante.

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Psichico 10/ Intervista collettiva sullo Stalking

In questi giorni, trovate in libreria il mio manuale antistalking, edito dal melangolo – è appena uscito. E’ un libro scritto in modo semplice, con molte storie piccole, che servono a capire in concreto cosa è lo stalking e come una persona se ne può difendere. Ha anche un costo modico, e nel mio pensiero è destinato, soprattutto ma non solo, alle ragazze giovani che cominciano giustamente a godersela e ad innamorarsi, e si gettano nelle nuove relazioni. Questo libro è un po’ un libro per la loro allegria, e per questo si concentra più sulla comunicazione di come comportarsi in casi del genere che su grandi approfondimenti teorici, che forse sarebbero meno fruibili.
Pensando anche a questo, ho deciso che un buon modo per presentare il mio libro in rete, potesse essere una raccolta di domande, una sorta di intervista collettiva, su questo argomento. Ho lanciato la proposta e sono allora arrivate molte interessanti richieste.
Ecco quindi la mia intervista collettiva, fatta dai miei amici più interessati.

Raffaele: come e quando un maschio dovrebbe rendersi conto che la sua ” insistenza” si configura come stalking? Il confine è il semplice rifiuto?

La ritrosia è un comportamento di genere moderatamente frequente – e sempre meno prescritto socialmente. Il sessismo di un tempo obbligava la donna a dire no quando voleva dire si, quello di oggi spesso la istiga a dire di si anche quando non vorrebbe proprio dire no, ma almeno – aspetta cinque minuti. La ritrosia è sempre meno di moda cioè per cui un buon punto di partenza può essere sapere che se una donna dice no, è no. In caso di dubbio legittimo, perché l’insistenza è una prova di amore e di interesse, è utile considerare altre spie di un comportamento non verbale. Come lo dice questo no? E’ incerta? E’ imbarazzata? Ridacchia? Oppure è arrabbiata? Perché se è arrabbiata l’insistenza è soltanto un modo di prevaricarla sospinto da un’ossessione e da una cultura della mancanza di rispetto, per cui la rabbia della donna non è influente. Il confine lo dettano rabbia e assertività in molti casi, in altri una franca estenuazione e gesto di fastidio. Saperli leggere però vuol anche significare sapersi dire di non essere amati, di non essere scelti, e sapersi tenere il dolore. Io credo che considerare la capacità di tenere questi sentimenti di frustrazione come una prova di virilità – come in effetti è – può aiutare a imparare a fermarsi.

Marco: Quali potrebbero essere strategie di prevenzione della violenza maschile? Io credo che la cosa importante sia l’intervento precoce sui giovani, soprattutto al livello psicodiagnostico facendo magari degli screening con dei test diagnostici – magari in contesti ampi, come quello scolastico – per fare un esempio. Questo perché lo stalking cresce nel maschilismo perché il maschilismo lo manipola come oggetto culturale, ma non coincide con il maschilismo, coincide con una patologia bella e buona, che in tante sue forme una batteria di test potrebbe anche individuare, indirizzando la persona a un csm per esempio, istituendo uno sportello nella scuola. Tante scuole adesso sono dotate di uno psicologo in sede. Una buona batteria di test potrebbe preludere a un ciclo di colloqui, a una segnalazione alla famiglia, a un indirizzo al CSM. Diversamente da molti, io credo lo stalking un problema principalmente psicologico, in moderata relazione col maschilismo, che è invece un problema essenzialmente politico, e che paradossalmente può anche trovare equilibri che possono forse essere giudicati poveri, ma non sono ipso facto patogeni. Penso che bisogna anche cominciare a discutere culturalmente dei problemi del maschile e portare avanti il lavoro dei centri per uomini maltrattanti.

Luigia: Perché agli uomini “ufficiali”, troppo spesso, poliziotti avvocati magistrati e pure i medici e gli infermieri ai primi soccorsi, non basta il racconto spaventato della vittima per comprendere che si tratta “proprio” di stalking e non di passionalità di insistenza di enfasi…o di un qualsiasi accidenti di altro…insomma un reato oltretutto allarmante e sintomatico? Manca cultura o subentra maschilismo? 

Adesso in molti posti pubblici le associazioni femministe, Differenza Donna per esempio, fanno degli importanti corsi di aggiornamento che riducono di molto questo fenomeno. Ma effettivamente, quando questi corsi non arrivano il problema si ripropone ciclicamente. Questo accade perché il fenomeno ha una sua specificità che è oggettivamente conosciuta e magari chi la incontra tende a sottovalutarla a non vederla proprio, non è solo un problema di ordine culturale è proprio il fatto che si tratta di una questione molto specifica.

Donatella: Quando e come una ragazzina dovrebbe accorgersi che quel tipo non è un semplice corteggiatore, ma uno stalker?
Quando una ragazza ha a che fare con uno stalker con cui non ha avuto una relazione, lo capisce subito che si tratta di uno stalker, perché i comportamenti sono da subito incongrui e non sintonizzati sulle sue risposte e desideri. Il problema è quando si comincia una relazione con un potenziale stalker. Nel libro c’è un intero capitolo dedicato a questo tema e ci sono molte cosa dire: in linea di massima comunque, è utile pensare lo stalking come una sorta di patologia del controllo dell’altro, di cui soffrono persone – uomini e donne – che non riescono a tollerare l’angoscia che procura l’indipendenza dell’altro. Se ci si concentra su questo aspetto si capiscono velocemente tanti comportamenti sospetti o prodromici, sia più squisitamente culturali – l’uomo che dice alla donna di non uscire con le amiche per esempio – sia più marcatamente psicologici: l’uomo che per esempio subissa la donna di regali fuori misura o di confessioni molto private all’inizio della relazione. Queste persone, battono la donna sul tempo, perché non riescono a sopportare i tempi lunghi che implica una graduale cocostruzione della relazione. Quando un domani dovesse finire la relazione, reagiranno al senso di impotenza rincorrendo l’oggetto perduto, a prescindere dalla sua volontà.

Come si gestisce ed interpreta il proprio senso di colpa nei confronti del light stolker?
Innanzitutto le reazioni allo stalking sono molto individualizzate, e anche risposte simili come il provare senso di colpa possono avere radici psicologiche diverse, per questo è così importante avere un supporto psicologico quando se ne è vittime. Può essere utile però tenere a mente che, siccome il problema è una patologia del potere e della dipendenza la scelta non è solo tra preservarsi o meno da una relazione percepita come tossica, ma anche tra colludere o meno con un modo di stare in relazione che è tossico per entrambi. Lo stalker chiede a gran voce di avere la droga per il suo sintomo, dunque – attenzione a non rifornire di droga una persona che sta soffrendo di astinenza.

Simonetta: Vivo in questi giorni i problemi di una cara amica. Vorrei proteggerla e aiutarla. Lei mi dice che nessuno può fare niente e che già ci sono le denunce. Che cosa può fare?
Per sopportare lo stalking, e mantenere una condotta coerente – aspetto fondamentale per scoraggiare il fenomeno – una persona deve sentirsi sostenuta in modo corretto. Bisogna capire le amiche ma non compatirle, perché questo le rende meno reattive. Ugualmente la situazione può essere davvero estenuante, logorante sotto ogni profilo, e può anche portare all’emergere di psicopatologie magari superate da un tempo, ma che sono la sintassi psichica con cui ognuno dice a se stesso di stare male. Alle amiche vittime di stalking io consiglierei sempre sempre il supporto di un centro antiviolenza (nel libro c’è un elenco dei centri antiviolenza in Italia e anche dei centri per uomini maltrattanti) ma se sono invischiate con uno stalker e sono particolarmente debilitate beh, conviene cercare un supporto psicologico.

Francesca: Potrebbe essere valido, in caso di stalker non troppo pesante e con cui si ha una certa confidenza, coinvolgere i suoi familiari o un caro amico in modo che cerchino di aiutarlo, piuttosto che minacciare di andare dai carabinieri?
Non la considererei una strategia di elezione. Se la persona è in grado di ascoltare in discorso ragionevole da parte di altri, è in grado anche di ascoltare un discorso ragionevole anche da parte della presunta vittima, discorso che è sempre giusto fare in prima istanza. Se NON è in grado, NON lo è MAI. E anzi percepirà un’azione del genere come un incoraggiamento a portare avanti la sua azione persecutoria. In certi casi, si può parlare con la persona in presenza di altri – certi sportelli antistalking organizzano questo genere di incontri. Questa potrebbe essere una scelta percorribile.

Susanna: Esistono soggetti più a rischio di altri, sia come vittime che come carnefici?
I soggetti più a rischio di diventare stalker sono le persone che hanno una diagnosi di disturbo di personalità, ma anche altre diagnosi sono rilevanti. Come per altri fenomeni criminosi, lo stalking si correla ad abusi nell’infanzia. Per le vittime la tipologia è più variegata: quello che si constata è che capita più spesso a donne che vivono un periodo di debolezza – un lutto in famiglia, la perdita del posto di lavoro sono più esposte ad intraprendere relazioni con un eventuale stalker: vivono un momento di debolezza che far loro abbassare le difese e fraintendere delle attenzioni che in un altro momento di vita leggerebbero come invadenti, mentre in uno stato di stanchezza o difficoltà sembrano loro accudenti.

Angela: Quali comportamenti da parte di chi subisce possono scoraggiare lo stalker, ne esistono? Purtroppo la cosa migliore da fare è non rispondere mai, non dare corda, non reagire: ogni reazione è percepita come un rinforzo.

(lo potete ordinare per esempio qui)!

(dal vecchio blog: Marzo 2007) Su Machado Soares e altre emozioni

Lisbona è una femmina nuda sull’acqua del tempo.
I fianchi bianchi delle scale delle chiese, mani lunghe alle discese del fiume, le corde nere dei rami in controluce. Sopra di lei cielo dolce di primavera pigra, ghirlande di carta piene di polvere. Giallo, Rosso, blu –  l’oro di un dente nella sera, i passi zoppi di una vecchia, occhi di bambini asciutti e tesi, l’afa delle botteghe vuote. L’amore dei suoi uomini- troppo generosi, troppo poveri.

Lisbona è un gatto grigio nella crema della sera.
Gli artigli lunghi dei chitarristi tristi, le prime stelle sulle tegole di Alfama, una moneta per terra, una palma da lontano. Quell’uomo che canta è carpentiere, o mastro falegname, o anzi giudice, ed ecco guarda, s’è fatto lungo come un chiodo di ferro  è un santo adesso, magro di pensiero e di canzone. Fado de Coimbra.

Lisbona è una chiesa senza volte, un alba di vetro, le righe di ferro delle rotaie, pastejas e miele e glassa, e il mondo è stato nostro lo sapete, e adesso ci asciughiamo le mani sul grembiule degli osti, beviamo vino scuro come di morte, la speranza non è il nostro forte, la tristezza è morbida, ci addormentiamo calmi negli antri della vita.
Rua dos remedios.

 

qui:

psichico 9/ note simboliche sulle tasse

Quando un paziente entra in terapia, in un certo modo, in diverse declinazioni psichiche pone una domanda di riconoscimento a un’identità misconosciuta, a se stesso in primis, e di riflesso, al gruppo sociale a cui si rivolge. Viene infatti dicendo qualcosa come io so che sono diverso da quello che sono ma in un certo senso non riesco a dimostrarlo, non riesco a dirlo. In alcuni casi, pazienti molto giovani o pazienti che fanno fatica a trovare una collocazione professionale, oppure pazienti che vengono da una lunga malattia che li ha socialmente marginalizzati, chiedono di essere riconosciuti come soggetti competenti, soggetti responsabili della propria vita, che rivendicano un posto di persona tra le persone.
Per tutte queste persone la fattura dello psicoterapeuta è un ottimo simbolo di riconoscimento di quell’identità, un atto in cui li si riconosce come appartenenti al gruppo sociale di riferimento, una sorta di primo viatico identitario alla possibilità di essere accettati per quel che si è. Perché lo psicoterapeuta la fattura la fa a quello che ha deciso di curare la sua personalità fallace, piuttosto che a quella personalità fallace – e questo valore simbolico sarà tanto più potente, quanto più la persona che riceve la fattura non si percepisce , per un motivo o per l’altro, facente parte del mondo civile.
Credo che questa stessa semantica della fattura, la viva anche chi nei numerosi mestieri della libera professione nel momento in cui emettono una ricevuta. La ricevuta dice concretamente che quel professionista – idraulico geometra gastroenterologo – afferisce a un ordine professionale riconosciuto dal gruppo sociale, è anzi irretito nel gruppo sociale ne è nutrito e lo nutre, per il tramite di tasse e contributi. Psicologicamente quindi, l’evasione fiscale implica nell’evasore di qualsiasi taglio o raggio quanto meno l’occasione simbolica di una doppia personalità di una doppia immagine di se – quella che fattura e che partecipa alle dinamiche dello stato che paga contributi e tasse, e quella che non lo fa, l’intelligente e vittima del fisco, e la scaltra ed eventualmente cattiva. L’evasione fiscale ha un invito alla complicazione psichica per suo conto.

Se ne deduce facilmente che al di la di un discorso etico, da un punto di vista psicologico, dovrebbero fatturare tutti: piace molto poco, non è tanto chic, ma la collettività per i soggetti conta terribilmente, anche quando decidano di essere originali o tangenziali il suo centro e la sua norma, perché il collettivo da come dire riferimento, situa. Specie in un regime fiscalmente attento – dove a una distribuzione delle imposte parallela a una distribuzione delle risorse corrispondesse una reale persecuzione dell’evasione fiscale e dove la corruzione non fosse l’ordine del giorno- l’evasione si caratterizza come uno stato di adolescenzialità protratta, di negoziazione edipica estenuata: lo Stato truffato è la sentina di proiezioni tutte virate all’idea di un padre da scalzare, da raggirare, da vincere con la furbizia senza mai riuscire a detronizzarlo, in una condizione di marachella protratta.

Indubbiamente, la situazione assume tinte fosche quando il padre, gira che ti rigira è concretamente un padre cattivo, al punto tale da fornire un immagine collusiva con l’immagine simbolica del padre interno, una sorta di conferma onirica di una patologia individuale. Che è diciamocelo franchi: il caso nostro: da una parte il servizio rimane sempre meno garantito con dei costi aggiuntivi che rendono i servizi privati concorrenziali – come saprà chiunque abbia chiesto delle analisi ordinarie – dall’altra le trattenute sulla libera professione arrivano quasi a combaciare con l’ottanta per cento dell’intero lordo del fatturato per cui, per starci dentro le alternative diventano due: o imporre dei costi insostenibili per l’utenza, oppure evadere il fisco. L’utenza, non si rende sempre bene conto di questa cosa eppure ad oggi penso che specie per i professionisti che non hanno uno studio a casa, e a cui l’attività professionale si carica di molte spese di lavoro – la situazione metta veramente all’angolo – e se vuoi offrire delle tariffe accessibili alle persone – dove l’accessibilità implica comunque un onere veramente pesante – le alternative sembrano essere poche. E di fronte a pazienti che vengono spediti indietro dal servizio pubblico – “perché noi prendiamo in carico solo cronici” oppure “si metta in lista di attesa” e aspetti i mesi – molti professionisti offrono una tariffa più bassa, senza fattura – operazione che ha il pregio di raccogliere una domanda di accoglienza con un esame di realtà oggettivo – come faccio a chiedere a un paziente che sta da solo, in affitto e campa con un contratto di 1000 euro al mese a termine, come faccio a chiedergliene 300 euro? Ma che simultaneamente mette il setting in una posizione liquida di debolezza, specie per coloro i quali sono approdati alla professione da poco tempo. Il clinico che non emette fattura alle volte diventa un oggetto collusivo a un assetto interno, alle volte viene caricato di un risentimento e di una simbolica specifica, per il fatto di permettersi un’elusione che magari il paziente non può permettersi per il suo tipo di contratto professionale.

Uscendo dalla stanza di analisi, si verifica poi ancora una volta, il problema di una socializzazione della simbologia individuale, sotto il soffio simbolico di una cornice collettiva che diventa quasi patologizzante a sua volta: alle imposte indirette si sovrappongono le imposte dirette, e tutti i servizi che giustificavano quella tassazione così esosa richiedono versamenti economici aggiuntivi, mentre ciclicamente si riversano sulla popolazioni ondate di scandali che hanno l’aria di saper spiegare a modo loro come mai i soldi pagati non bastino mai. Il servizio pubblico diventa un’entità totemica che sollecita bisogni e rabbie kleiniane, una sorta di genitore anziano che ha mangiato tanto e da sempre meno, e che mette sostanzialmente nella curiosa posizione psicologica per cui se fai quello che in un certo senso è comprensibile fare, starai emotivamente peggio, perché fondamentalmente, se si smettono di pagare le tasse quel genitore anziano muore, e tu ne sei stato responsabile. E questo concretamente fa male al collettivo, psicologicamente fa una sua seconda parte, da non trascurare.

Quindi forse occorre cominciare a prendere sul serio il problema, e forse – considerando che le giovani generazioni di lavoratori sono sempre più spesso ingaggiate con partita iva anche quando in realtà si tratta di un’opzione fasulla che scarica sulle spalle del neoassunto l’onere fiscale di chi assume – smettere di considerare la cosa un problema delle destre, un problema degli evasori ricchi brutti e cattivi, i quali sono sostanzialmente il capro espiatorio – per altro trattato sostanzialmente con grandissimo rispetto – di una politica malaccorta e per molti anni irresponsabile. Questo problema della tassazione che si divorzia dalla cittadinanza, che genera divisioni sociali e divorzio con lo Stato – è alla fine alla base di tanti movimenti antipolitici – la lega prima cinque stelle poi, che li ha resi anche incapaci, dominati come sono dalla loro stessa funzione simbolica, di produrre progetti politici, dal momento che quell’ordine di progetti afferisce a quel padre che cercano intanto di uccidere con l’altra mano.

Al livello dei singoli, io credo che cercare il più possibile di non evadere, anche cercando delle soluzioni alternative – per esempio tramite associazioni che implichino degli sgravi fiscali. Sembrano cose solo pratiche, che afferiscono solo ai soldi che utilizziamo e che riguardano il nostro rapporto con il servizio pubblico, ma tutte queste cose hanno una loro dimensione simbolica. E ogni nostro gesto, finisce con la vera una doppia rilevanza.

Buon viaggio

Si amava moltissimo, a dire la verità. E siccome la credenza di fronte alla tavola da pranzo, aveva uno specchio nel mezzo, la moglie gli aveva cambiato il posto, così avrebbe smesso di guardarsi di tre quarti magari mangiandosi un po’ le guance, o aggiustandosi i ricci sulla fronte.
Aveva bellissimi riccioli in effetti, riccioli di infanzia allegra forse, spioventi sopra la cocciuta ambizione. 
Che fortunata combinazione. 

Si amava moltissimo e amava le cose che faceva, e le persone che sceglieva per se, e la politica che aveva scelto per se e per il suo mondo e per i suoi cari. Una scaltra ironia dissimulava la forte serietà dei suoi affetti, lo stare in fondo nelle cose, e una sapida ammirazione per il potere, talvolta persino urticante, creava confusione, nascondeva il tratto modesto e forse poco elegante, di una gran brava persona.
Gli piacevano i lustrini ma era un uomo onesto. 

In macchina cantava a voce alta, canzoni spensierate del dopoguerra che gli aveva messo la molla al culo, aveva una macchina grossa e solida di uomo arrivato, una moglie simpatica e un figlio che gli somigliava, più di quanto entrambi forse sospettassero. Occupava molto spazio con la voce che simulava i clarinetti e le trombette, con il gomito che esorbitava fuori dalla macchina, con lo sguardo che si arrampicava sul confine della strada, come aveva fatto con le riunioni di partito, e come avrebbe fatto in certi sapidi e gessati consigli di amministrazione.
Era un ego esagerato eppure pieno di cose buone e trasparenti.
La macchina si riempiva di leggerezza e si filava come sulle nuvole. 

(sono stata a casa sua infiniti pomeriggi e mattine e cene e pranzi e colazioni. Sono stata nei paraggi di uno sguardo benevolo e mai fuori posto. Anni in cui prendevo forma piano piano e strillavo ambizioni e rivendicazioni e cercavo gatti e cuscini, ma anche politica, e destino e modelli e cosa fare e cosa non fare. Forse ci ho anche litigato, malmostosa arrogante e sommessa, forse l’ho anche attaccato in silenzio pensando alle sue debolezze. Ma quel modo di stare nelle cose, quel credere nelle passioni e nella politica e in quello che si sceglie e che si fa, è stato un regalo che non mi ero accorta di aver ricevuto.
Ciao Silvano).

Psichico 8/ Simbolo, microcultura, morte, idea della morte.

Premessa:
Spesso la cronaca ci mette davanti a questioni complicate, che ci fanno indagare sulle motivazioni e che talora, nel tentativo di capire, ci fanno inasprire nelle discussioni. Ogni volta che ci confrontiamo con la presenza del male – lo stupro, l’abuso, l’omicidio per esempio – fatte salve le cause di un tornaconto economico o di potere – ci dividiamo tra psicologico e culturale, tra patologia dell’io e patologia del linguaggio, tra colpa dell’anima e colpa del gruppo. Il problema di queste discussioni è che sulle singole discipline chiamate in causa, si incrostano dei bisogni, delle esigenze emotive prima ancora che razionali: il richiamo alla psicologia suona spesso come evocazione del perdono, quello alla sociologia come evocazione della contestazione sociale. Il male sta in mezzo e viene rimpallato di qua e di la come se fosse il pallone di un calcio balilla.
Non credo che funzioni così, perché non credo che ci sia un’interruzione sostanziale tra psichico e culturale. E non solo per il più facilmente accessibile concetto per cui il culturale e la moneta linguistica che si da in mano allo psichico – ossia noi mettiamo in atto i comportamenti che la nostra società suggerisce, ma anche per l’itinerario inverso – sul quale constato si riflette molto di meno.
Ossia. Il patologico è capace di creare il culturale.

Per fare un esempio che può essere utile, facciamo riferimento a certi processi che capitano in rete. Pensiamo per esempio all’anoressia e ai blog pro ana, di cui nel mio vecchio blog mi sono qualche volta occupata. Questi sono blog di persone molto giovani che vivono una situazione molto problematica, di evidente malessere psicologico. Sono blog con una loro innocenza e un grande dolore, scritti senza fine di lucro, ma usati come contenitori di una propria esperienza emotiva, tra ragazze che si mettono in contatto l’una con l’altra. Non di rado raccontano di cliniche psichiatriche, di diagnosi di ricoveri. Spesso parlano delle cose importanti della loro vita, e spesso queste cose sono il mangiare e i suoi ritmi. Non hanno nessuna intenzione disonesta, e siccome parte del loro malessere è la centralità del cibo da non ingoiare, sostanzialmente scrivono roba noiosissima.

Tuttavia, questa roba noiosissima è la loro realtà psichica, la loro simbologia materializzata: quando parlano di cibo – consapevolmente o meno – parlano di altro usando la parola cibo, l’argomento cibo, mentre il mondo simbolico nel cibo espresso rimane implicito. Comunicano, si confrontano, si scambiano informazioni, condividono il loro modo di raccontarsi la vita, si riscontrano nelle reciproche esperienze in un universo chiuso, separato dall’esterno, fatto di collusioni psichiche e scotomizzazioni assodate, di perdoni reciproci e sanzioni alla rovescia. Questi scambi si cristallizzano ed edificano un linguaggio, delle combinazioni logiche, delle gerarchie etiche: donde, le caratteristiche che più sconcertano di questi blog, perché cominciano ad afferire all’antropologia culturale e ad uscire dalla psicopatologia: i blog sono strutturati in torno al culto di una divinità, Ana, vi si può leggere la preghiera a quella divinità, e il decalogo del culto pro Ana.
Il tipico materiale da calepino nella foresta amazzonica.

Ho citato questa cosa dei blog pro ana, perché permette di vedere in vitro qualcosa che socialmente capita molto spesso con patologie individuali molto meno chiare nelle diagnosi e più sfumatamente iscritte nel contesto culturale. Con i disturbi dell’alimentazione circoscrivere l’emergere di una microcultura è infatti più facile perché nella grande varietà delle persone che ne soffrono esse hanno un dato lampante in comune, che è la simbolizzazione del cibo e del corpo. Mentre per altri tipi di sofferenza psichica la rosa simbolica è ben più vasta.
Ma se pensiamo invece che le famiglie di affini nascono intorno all’uso simbolico di certi oggetti condivisi, e in particolare intorno allo stile e alla duttilità con cui questi oggetti vengono manipolati, sia che si tratti di persone con una grave diagnosi o meno addosso, tutto diventa più comprensibile: per rimanere nel nostro esempio infatti anche i gruppi chiusi che parlano di cucina condividono l’esperienza simbolica del cibo, ma nello stile e nella manipolazione di quel simbolo, nel giudizio di valore psichico mettono in atto altre premesse che creano una diversa microcultura.

Gli atti criminali che di solito innescano queste domande riguardano prevalentemente la violenza di genere, e in seconda istanza la xenofobia. Lo sfondo maschilista o lo sfondo razzista sono sotto gli occhi di tutti e quindi è assolutamente legittimo pensare che vi sia una sorta di continuità tra gesto aggressivo e sfondo culturale. Tuttavia non si chiarisce mai esattamente come questa continuità si giochi all’atto pratico, psicologicamente cosa succeda. Eppure rifletterci può essere utile, perché può spiegare parzialmente – per quel che almeno compete la mia disciplina – delle differenze tra questo o quel gruppo, questo o quell’evento criminale, inscritto in questo o quel contesto. A questo scopo, io credo che esaminare i processi di socializzazione che avvengono in rete diventa molto utile perché essi riproducono in vitro, e in una modalità che lascia una traccia scritta, i processi di socializzazione che avvengono all’esterno, e che si basano sulla strutturazione di famiglie di individui che condividono simboli e modalità psichica anche inconscia di manipolazione simbolica.

Mediante quell’osservazione, anche fatta su noi stessi, notiamo che tendiamo ad aggregarci non solo per condivisione di interessi, ma per stili di personalità: certi argomenti ci piacciono più di altri, ma anche certi modi di affrontarli ci sono più consoni di altri. Per esempio io che scrivo questo blog, ho una certa resistenza a frequentare in rete e fuori della rete persone che evitano di circostanziare le proprie asserzioni e che tendono a un manicheismo emotivamente gridato. Quando sui social netwark incontro quel tipo di risentimento viscerale che appoggia il mio stesso oggetto simbolico, io per esempio mi raffreddo mi sento distante. Per fare un esempio concreto certe uscite da gogna sull’uxoricida ciccio formaggio mi hanno emotivamente raggelata, e credo anche buona parte delle persone che frequentano questo blog. Non si tratta di uno scandalo intellettuale, si tratta di un attrito esistenziale, di due funzionamenti psichici diversi che collidono e che procurano un disagio epidermico. Dico questo per far capire come, mutatis mutandis, analoghi disfunzioni psichiche si trovano d’accordo tra loro e si sentano a proprio agio tra loro, familiarizzando e creando un mondo condiviso che produce oggetti culturali e che scelgono dal mondo esterno i simboli e gli oggetti da manipolare.
Questo primo elemento, ci fa capire che oggettivamente la socializzazione dell’esperienza patologica è un aspetto di cui tenere conto – e secondo me tanto più rilevante in contesti sociali economici e politici diversi dal nostro, dove agenti esterni collettivi creano una sorta di vento psicopatologizzante che investe una collettività agendo paradossalmente sui singoli. La fame, è patologizzante, la carestia e l’assenza grave di risorse idriche e alimentari sono agenti che fanno stare male e scrivono un ordine simbolico di costante ricattabilità psichica. Le dittature sono agenti patologizzanti. L’esasperazione cambia la psiche gli esasperati si associano e socializzano l’esperienza e creano un mondo simbolico.

A questo punto si può cercare di riflettere sull’altra questione ossia l’uso patologico degli oggetti simbolici messi a disposizione dalla cultura o addirittura dalla microcultura psicopatologia espressa da qualcuno. Influenzeranno tutti allo stesso modo? Saranno utilizzati da tutti allo stesso modo? Procureranno gli stessi effetti?
Io credo che buona parte dei problemi che ha la critica sociale e lo sguardo esclusivamente sociologico a problemi come la violenza di genere o la xenofobia, sta nel porsi questa domanda in termini di collettivo e non di singolarità. Il che depotenzia ab ovo l’argomentazione perché le singolarità sono lampantemente diverse l’una dall’altra, e come si diceva sopra, utilizzano l’oggetto simbolico in modi diversi afferenti alla microcultura di appartenenza come nel dettaglio alla propria struttura psicologica.
Pensiamo a questa cosa che ha angosciato tanti: Cosimo Pagnani che ammazza la moglie e ne scrive fiero e probabilmente allucinato su Facebook – e trecento persone o più esprimono il loro apprezzamento a “sei morta troia” aumentando le richieste di amicizia e commentando con vivo entusiasmo.   Possiamo decidere che sono tutti qualcosa – per esempio maschilisti – ma poi dobbiamo discernere i diversi possibili usi psichici di sei morta troia – che afferiranno a diverse soggettività e a diverse microculture possibili.
Ci saranno i misogini. Come ho cercato di spiegare già concepisco la misoginia come un assetto psicopatologico sovrapponibile a una diagnosi classica qualche volta nei campi della nevrosi grave – più spesso in quelli del disturbo di personalità. La misoginia grave concepisce il femminile come un oggetto simbolico in cui far precipitare tutta una serie di segni negativi e dolorosi, che riguardano l’intollerabilità della dipendenza emotiva, il senso di impotenza davanti al potere della riproduzione, l’anarchia del piacere che non si è in grado di provare. In questo senso, un misogino uxoricida che semantizza la sua simbologia propone il suo tassello alla collettività per creare una microcultura a cui qualcun altro con il suo stesso assetto psicologico risponderà con un altro pensiero analogo. Non possiamo dire quindi che l’uxoricida crea altri uxoricidi – ma certamente dobbiamo riflettere sul rinforzo della reciprocità pensando a luoghi dove il femminicidio è una prassi molto ma molto più praticata che da noi – come il sud america dove altre condizioni esterne di cui si è accennato (ma non solo) fanno aumentare la percentuale prevedibile di diagnosi di un certo tipo.
Ci saranno le donne che hanno una psicopatologia dell’identità di genere, e un problema doloroso con il femminile interno che attaccano con diabolico e socializzato masochismo condividendo l’oggetto simbolico proposto dall’uxoricida. Compiacere il maschio misogino è un disperato tentativo di sopravvivenza e una efficace strategia per evitare di farsi fuori, o di entrare in cortocircuito nel percepirsi così votate al suicidio. Sono donne da cui non si può sperare niente di buono per se e per le altre, o per gli altri, perché l’adesione al simbolo sadico è una reale garanzia di sopravvivenza che soltanto un contesto di cura potrebbe eliminare.
Ci saranno quelli che useranno l’omicida come un soggetto postmoderno ed estetico, che rappresenta il maschilismo interno, non la misoginia, essi – e credo che non siano pochi – scinderanno la realtà della morte la realtà dell’omicidio dalla frase, la annulleranno e la metteranno tra parentesi in modo da poter leggere nella frase “sei morta troia” la concretizzazione di quell’insulto che rispetti una distribuzione di poteri che si vuol e vedere nella realtà, l’uso simbolico in questo caso è leggermente diverso, perché la troia è una donna da punire in quanto libera, non da ammazzare in quanto donna. La differenza è di capitale importanza.

Credo poi che ci siano persino certi, che abbiano assolutamente desoggettificato anche l’omicida, che l’abbiano trasformato in un giocattolo che lo abbiano come dire videogamesizzato. E credo che questo riguardi una discreta percentuale di quelli che gli hanno chiesto l’amicizia. In questo caso l’oggetto simbolico da manipolare psicologicamente non è il femminile morto, ma il maschile vivo. E il problema potrebbe essere con quel maschile vivo che su internet viene improvvisamente proposto come animale da circo, come foca che salta nel cerchio. Vediamo che cosa fa? Vediamo come si comporta? Se si pente, se si suicida, se va al gabbio se mostra i muscoli se sputa al giudice. In alcune delle reazioni a questa funesta vicenda io ho psicologicamente visto anche questo uso simbolico del misogino cioè : l’oggetto da denigrare con violenza per un problema con il proprio maschile.

Mi fermo qui. Ma spero molto nel dibattito.

Santo Natale tra diagnosi e resilienza

Dunque cari, come vi sarete accorti da circa due mesi, natale è alle porte. Anzi, rispetto a quando cominciavano a fare capolino i pandori nei supermercati – insieme ai braccioli e alle bibite per l’ombrellone, è ancora più alle porte. Si sente già il friccicarello vocìo delle prozie! Nell’aere tintinnano li campanelli delle renne di pelouche! Forse a breve si staglieranno babbi natali di gomma piuma che s’arrampicano per i palazzi, e nel giro di una settimana comincerà la rivolta delle prefiche radical chic che no’ il Natale no, er consumismo no, noi semo pe la decvescita felice qvindi festeggiamo la befana, con cevti pantaloncini de juta che levete. A segure il coro degli affetti da depressione maggiore che il Dio deve essere salutato privatamente, aka il Dio non esiste, aka ognuno sta solo sul cuore della terra trafitto da un raggio di sole mica co tutti sti cuggini, , e per concludere, il pianto sommesso delle casalinghe pentite, delle matrone di ritorno, la cui schiena è già piegata dinnanzi il dovere del rito sociale. La tavolata, i cappelletti, quella grandissima tr. Zcl bldrcc daa consuocera.

Io sono una matrona d’andata e oramai il Natale e mi piace da matti.

Infatti, io non so se Lacan sarebbe stato d’accordo sul campo di applicazione – vien da dubitarlo – ma secondo me il Natale è una grandissima occasione di Juissance, nevvero, di godimento estetico femminile libidinoso de tutti i sei e sette sensi, ivi inclusi quel paio allocati nel cervello e forse, la mia estraneità sostanziale al Natale, il mio abitarlo in via parassitaria, me lo fa apprezzare di più. Trovo molto godimento nella preparazione dell’albero, nella retorica decorativa delle porte e dei portoni, nella improvvisa quanto improvvida scandinavizzazione degli ambienti e mi divertono financo le derive giudicate kitch – le effrazioni alla tradizione, i babbi natali occhialuti i panettoni al cioccolato e gli intrusi nelle feste di famiglia.

Ugualmente ogni anno vedo crescere questa psicopatologia della modernità che si avvale di alcune efficaci narrazioni culturali, che impediscono a persone valenti, dotate pure di animo sensibile e intelletto fino, persino portate a una magnata di agnolotti decorosa – e qui la contraddizione mi pare lancinante – che rifiutano con determinazione il Natale.
Dici: so’ mussulmani? No.
Dici: so schizofrenici? No.

So Tafazzi.

Le argomentazioni sono di solito quelle poco sopra accennate. Essi dicono e senz’altro vivono una sorta di straniamento dinnanzi alla ritualistica collettiva e se ne sentono sconfortati. A questo senso di distanza danno spiegazioni di ordine etico e alle volte estetico, in certi casi persino di classe. Gli argomentanti di ordine etico, al Natale associano una serie di film impegnati o quantomeno citabili nei salotti, sulla famiglia disastrata – da Festen a Parenti Serpenti – sono infastiditi da una occasione che li obbliga ad incontri spiacevoli, e che spiacevolmente li costringono a una gentilezza verso quel prossimo che non desiderano. Quel prossimo li lo farebbero a stracci, come Edipo cor su babbo, altro chè, come Medea co su pargoli, e Urano e Gea e tutti quei rispettabili e seri epigoni che una religione meno ipocrita di quella Cristiana – a loro giudizio avrebbero messo a disposizione. A ruota vengono gli argomentanti dell’etica dei consumi, che sindacano sull’opportunità di regalare a una moglie un bellissimo ammennicolo, e anche sull’opportunità di mangiare tante buone cose per tutti quei giorni. Certo, non scendono in particolari come a Pasqua, dove gli agnellini sono un ricatto morale ben più efficace di un capitone, che fa onestamente un po’ schifo così da vivo a mettergli un fiocchetto rosa e un campanellino, ma rimangono ugualmente scandalizzati. Intimità semplicità! Regalate alle vostre donne pannolini lavabili e festeggiate con dei parchi cavoli lessi.
Infine dansi, i classisti: quelli che associano il festeggiamento natalizio a un rito postoperaio e piccoloborghese. Tutte quelle persone che comprano tanti oggetti così brutti! Tutto quell’accalcarsi nei pomeriggi nei negozi! Che mancanza di stile! Che mancanza di buongusto! Questi magari lo celebrano il Natale, ma insomma in modo discreto e defilato, una cosa insomma per intimi ma in compenso esternano opinioni ricche di biasimo.

La psicodinamica dell’avversione al Natale ha probabilmente diversi itinerari, e diverse sociologie e generazioni. Di mezzo ci stanno spesso rivendicazioni molto forti di autonomia culturale rispetto al contesto e anche rivendicazioni molto forti di attriti irrisolti con le famiglie di origine. Quelli che pensano ai film psicodinamicamente truculenti sui rapporti familiari, stanno non di rado ancora a metà del guado con una famiglia di provenienza che non è stata ancora perdonata delle sue avariate nefandezze, e in casi particolarmente trucidi per via dell’idea di Balint per cui noi il transfert lo applichiamo sempre, tendono ad avere un pessimo rapporto anche con le zie di terzo grado. Per loro il Natale è un pettine pieno di nodi, e neanche questo post potrebbe aiutarli granchè. Più speranze hanno quelli che sentendo la popria famiglia troppo poco individuata rispetto alle norme culturali, sperano di individuarsi di più dando foco a tutte le norme medesime, senza distinguere per un momento il pregio oggettivo del panettone caldo, ma anche di una risata ben fatta e persino di un’occasione in cui rinsaldi la tua appartenenza al mondo con delle persone che tutto sommato un’ ti caghi nel resto dell’anno. Molti fan della decrescita felice applicata alle festività, della retorica pauperistica applicata al pensiero per l’altro, oltre ad avere una genealogia economica che gli può permettere questo elitarismo di ritorno, hanno questo problema qui, sperano di inventarsi una soggettività rinunciando a soggettificare un’occasione.

Spesso però condividono una posizione psicologica ed economica con i classisti, quelli che si permettono di disprezzare una collettivizzazione della generosità perché vengono da un’infanzia e una famiglia che l’ha data come ovvia e garantita, e forse sono in una posizione economica e sociale tale per cui sanno di poter essere generosi quando vogliono, e pensare ad altri quando vogliono, possono scegliere e decidere di esserlo di meno, il che, secondo me fa anche un po’ male alla psiche propria oltre a quella degli altri.

Se a quelli del primo gruppo consiglierei una psicoterapia, ai secondi e ai terzi consiglierei uno sforzo – nel caso in cui non ci sia stato per tutti un pargolo che abbia aiutato alla transizione.

I figli infatti portano facilmente all’amore per il Natale, non solo per l’ovvio motivo che a loro piace molto, sono contenti, e ai genitori piace vederli contenti. Ma anche perché sono una grande occasione psichica di ridimensionamento delle rotture di cazzo familiari, di negoziazione e di perdono con l’albero genealogico di provenienza e quando fai un figlio ecco, magari di tarallizzare i tuoi genitori ti passa un po’ la fantasia. Il transfert se ne giova e puoi con più agio addentare il torrone con una cognata. I figli regalano anche un senso di aver fatto almeno una cosa buona al mondo, ossia il figlio medesimo e quindi anche la rivalità parentale si attutisce e si sta meglio. Si può tentare allora questa cosa che io sponsorizzo che è la soggettificazione del Natale, che mi pare una cosa molto importante.

Ossia, è comprensibile che uno voglia essere un pochino individualizzato rispetto alle masse e cerchi un modo suo di cucinare una ricorrenza che non cada proprio nello standardume più trucido. Ma ci sono molti modi! E secondo me trovare il proprio giova anche infrangendo le tradizione rigirandole anche inserendo cose nuove e allotrie e persino postmodernamente scippate da altre tradizioni, va bene questo come il suo contrario – l’osservanza a un canone familiare che garantisce un senso di continuità con il proprio passato. Di fatto le feste sacre di ogni popolazione e cultura sono un canovaccio, sono un palinsesto, dove all’ascissa della trama prescritta si incrocia l’irripetibile soggettività dell’io e secondo me vanno sfruttate per il loro oggettivo vantaggio psicologico dell’istigazione alla generosità. Che uno dice, ma veramente io sarei generoso di mio! E beato io per esempio no, ma trovo l’istigazione alla generosità una cosa che fa bene alla psiche, che mette alla prova la nostra capacità di tollerare i nodi, di scioglierli di accettare che l’altro da noi sia ontologicamente incompatibile con noi ma per dire ugualmente meritevole di posto nel mondo. L’istigazione alla generosità aiuta a mettere tra parentesi i propri egoismi e certi primi piani che pretendono di avere le nostre nevrosi. Fare spallucce davanti a un regalo non azzeccato, fare contento uno zio fascista, soprassedere su certe priorità dell’inflazione dell’io aiuta a vedere le reali dimensioni dell’io e a tutelare quello che davvero è importante.
Tra cui nevvero, il piacere de un pranzo come si deve.

Daje, attrezzatevi.