Santo Natale tra diagnosi e resilienza

Dunque cari, come vi sarete accorti da circa due mesi, natale è alle porte. Anzi, rispetto a quando cominciavano a fare capolino i pandori nei supermercati – insieme ai braccioli e alle bibite per l’ombrellone, è ancora più alle porte. Si sente già il friccicarello vocìo delle prozie! Nell’aere tintinnano li campanelli delle renne di pelouche! Forse a breve si staglieranno babbi natali di gomma piuma che s’arrampicano per i palazzi, e nel giro di una settimana comincerà la rivolta delle prefiche radical chic che no’ il Natale no, er consumismo no, noi semo pe la decvescita felice qvindi festeggiamo la befana, con cevti pantaloncini de juta che levete. A segure il coro degli affetti da depressione maggiore che il Dio deve essere salutato privatamente, aka il Dio non esiste, aka ognuno sta solo sul cuore della terra trafitto da un raggio di sole mica co tutti sti cuggini, , e per concludere, il pianto sommesso delle casalinghe pentite, delle matrone di ritorno, la cui schiena è già piegata dinnanzi il dovere del rito sociale. La tavolata, i cappelletti, quella grandissima tr. Zcl bldrcc daa consuocera.

Io sono una matrona d’andata e oramai il Natale e mi piace da matti.

Infatti, io non so se Lacan sarebbe stato d’accordo sul campo di applicazione – vien da dubitarlo – ma secondo me il Natale è una grandissima occasione di Juissance, nevvero, di godimento estetico femminile libidinoso de tutti i sei e sette sensi, ivi inclusi quel paio allocati nel cervello e forse, la mia estraneità sostanziale al Natale, il mio abitarlo in via parassitaria, me lo fa apprezzare di più. Trovo molto godimento nella preparazione dell’albero, nella retorica decorativa delle porte e dei portoni, nella improvvisa quanto improvvida scandinavizzazione degli ambienti e mi divertono financo le derive giudicate kitch – le effrazioni alla tradizione, i babbi natali occhialuti i panettoni al cioccolato e gli intrusi nelle feste di famiglia.

Ugualmente ogni anno vedo crescere questa psicopatologia della modernità che si avvale di alcune efficaci narrazioni culturali, che impediscono a persone valenti, dotate pure di animo sensibile e intelletto fino, persino portate a una magnata di agnolotti decorosa – e qui la contraddizione mi pare lancinante – che rifiutano con determinazione il Natale.
Dici: so’ mussulmani? No.
Dici: so schizofrenici? No.

So Tafazzi.

Le argomentazioni sono di solito quelle poco sopra accennate. Essi dicono e senz’altro vivono una sorta di straniamento dinnanzi alla ritualistica collettiva e se ne sentono sconfortati. A questo senso di distanza danno spiegazioni di ordine etico e alle volte estetico, in certi casi persino di classe. Gli argomentanti di ordine etico, al Natale associano una serie di film impegnati o quantomeno citabili nei salotti, sulla famiglia disastrata – da Festen a Parenti Serpenti – sono infastiditi da una occasione che li obbliga ad incontri spiacevoli, e che spiacevolmente li costringono a una gentilezza verso quel prossimo che non desiderano. Quel prossimo li lo farebbero a stracci, come Edipo cor su babbo, altro chè, come Medea co su pargoli, e Urano e Gea e tutti quei rispettabili e seri epigoni che una religione meno ipocrita di quella Cristiana – a loro giudizio avrebbero messo a disposizione. A ruota vengono gli argomentanti dell’etica dei consumi, che sindacano sull’opportunità di regalare a una moglie un bellissimo ammennicolo, e anche sull’opportunità di mangiare tante buone cose per tutti quei giorni. Certo, non scendono in particolari come a Pasqua, dove gli agnellini sono un ricatto morale ben più efficace di un capitone, che fa onestamente un po’ schifo così da vivo a mettergli un fiocchetto rosa e un campanellino, ma rimangono ugualmente scandalizzati. Intimità semplicità! Regalate alle vostre donne pannolini lavabili e festeggiate con dei parchi cavoli lessi.
Infine dansi, i classisti: quelli che associano il festeggiamento natalizio a un rito postoperaio e piccoloborghese. Tutte quelle persone che comprano tanti oggetti così brutti! Tutto quell’accalcarsi nei pomeriggi nei negozi! Che mancanza di stile! Che mancanza di buongusto! Questi magari lo celebrano il Natale, ma insomma in modo discreto e defilato, una cosa insomma per intimi ma in compenso esternano opinioni ricche di biasimo.

La psicodinamica dell’avversione al Natale ha probabilmente diversi itinerari, e diverse sociologie e generazioni. Di mezzo ci stanno spesso rivendicazioni molto forti di autonomia culturale rispetto al contesto e anche rivendicazioni molto forti di attriti irrisolti con le famiglie di origine. Quelli che pensano ai film psicodinamicamente truculenti sui rapporti familiari, stanno non di rado ancora a metà del guado con una famiglia di provenienza che non è stata ancora perdonata delle sue avariate nefandezze, e in casi particolarmente trucidi per via dell’idea di Balint per cui noi il transfert lo applichiamo sempre, tendono ad avere un pessimo rapporto anche con le zie di terzo grado. Per loro il Natale è un pettine pieno di nodi, e neanche questo post potrebbe aiutarli granchè. Più speranze hanno quelli che sentendo la popria famiglia troppo poco individuata rispetto alle norme culturali, sperano di individuarsi di più dando foco a tutte le norme medesime, senza distinguere per un momento il pregio oggettivo del panettone caldo, ma anche di una risata ben fatta e persino di un’occasione in cui rinsaldi la tua appartenenza al mondo con delle persone che tutto sommato un’ ti caghi nel resto dell’anno. Molti fan della decrescita felice applicata alle festività, della retorica pauperistica applicata al pensiero per l’altro, oltre ad avere una genealogia economica che gli può permettere questo elitarismo di ritorno, hanno questo problema qui, sperano di inventarsi una soggettività rinunciando a soggettificare un’occasione.

Spesso però condividono una posizione psicologica ed economica con i classisti, quelli che si permettono di disprezzare una collettivizzazione della generosità perché vengono da un’infanzia e una famiglia che l’ha data come ovvia e garantita, e forse sono in una posizione economica e sociale tale per cui sanno di poter essere generosi quando vogliono, e pensare ad altri quando vogliono, possono scegliere e decidere di esserlo di meno, il che, secondo me fa anche un po’ male alla psiche propria oltre a quella degli altri.

Se a quelli del primo gruppo consiglierei una psicoterapia, ai secondi e ai terzi consiglierei uno sforzo – nel caso in cui non ci sia stato per tutti un pargolo che abbia aiutato alla transizione.

I figli infatti portano facilmente all’amore per il Natale, non solo per l’ovvio motivo che a loro piace molto, sono contenti, e ai genitori piace vederli contenti. Ma anche perché sono una grande occasione psichica di ridimensionamento delle rotture di cazzo familiari, di negoziazione e di perdono con l’albero genealogico di provenienza e quando fai un figlio ecco, magari di tarallizzare i tuoi genitori ti passa un po’ la fantasia. Il transfert se ne giova e puoi con più agio addentare il torrone con una cognata. I figli regalano anche un senso di aver fatto almeno una cosa buona al mondo, ossia il figlio medesimo e quindi anche la rivalità parentale si attutisce e si sta meglio. Si può tentare allora questa cosa che io sponsorizzo che è la soggettificazione del Natale, che mi pare una cosa molto importante.

Ossia, è comprensibile che uno voglia essere un pochino individualizzato rispetto alle masse e cerchi un modo suo di cucinare una ricorrenza che non cada proprio nello standardume più trucido. Ma ci sono molti modi! E secondo me trovare il proprio giova anche infrangendo le tradizione rigirandole anche inserendo cose nuove e allotrie e persino postmodernamente scippate da altre tradizioni, va bene questo come il suo contrario – l’osservanza a un canone familiare che garantisce un senso di continuità con il proprio passato. Di fatto le feste sacre di ogni popolazione e cultura sono un canovaccio, sono un palinsesto, dove all’ascissa della trama prescritta si incrocia l’irripetibile soggettività dell’io e secondo me vanno sfruttate per il loro oggettivo vantaggio psicologico dell’istigazione alla generosità. Che uno dice, ma veramente io sarei generoso di mio! E beato io per esempio no, ma trovo l’istigazione alla generosità una cosa che fa bene alla psiche, che mette alla prova la nostra capacità di tollerare i nodi, di scioglierli di accettare che l’altro da noi sia ontologicamente incompatibile con noi ma per dire ugualmente meritevole di posto nel mondo. L’istigazione alla generosità aiuta a mettere tra parentesi i propri egoismi e certi primi piani che pretendono di avere le nostre nevrosi. Fare spallucce davanti a un regalo non azzeccato, fare contento uno zio fascista, soprassedere su certe priorità dell’inflazione dell’io aiuta a vedere le reali dimensioni dell’io e a tutelare quello che davvero è importante.
Tra cui nevvero, il piacere de un pranzo come si deve.

Daje, attrezzatevi.

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15 pensieri su “Santo Natale tra diagnosi e resilienza

  1. per quanto mi riguarda la domanda che mi attanaglia quest’anno è la seguente: come faccio a gestire un natale a dieta con un dietologo che il Porf. Birkermeier je fa un baffo? Non per minimizzare i problemi che citi, eh, solo una piccola parentesi personale…

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  2. Del natale amo alcune cose, altre meno. Insomma a parte l’atmosfera senza dubbio “buona”, di solito non vedo l’ora che arrivi la befana.
    E poi un anno di Dukan se ne va in tre/quattro giorni… li mortacci…
    Buon Natale Costanza

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  3. Il Natale lo associo ai ricordi più cari dell’infanzia. Un Natale assolutamente soggettivizzato in una famiglia Indoateoagnostica. Mia madre che applicava la sua sofisticata estetica Natalizia alla casa le cose le persone, l’advent calendar, il rito dell’albero con le candele vere di cera rossa comprate da vertecchi in una piazza di spagna tutta luci e colori, il presepe opera d’arte di Condurso allestito sotto la finestra, la vigilia di Natale con Crosby e la messa coi canti Gregoriani, I regali la mattina. Cibi dai profumi e colori caldi. I re magi di cartapesta vestiti di broccato alla porta. Ricordi meravigliosi di infanzia in una famiglia Indoateoagnostica. Grazie mamma. Proverò a continuare la tradizione e a mantenere l’atmosfera con I miei figli, sempre in una famiglia Indoateoagnostica.

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  4. In Norvegia ho imparato a festeggiare il Natale. Il Natale è una forma a cui si può dare il contenuto che si preferisce: festa religiosa, festa di famiglia, festa del solstizio, festa dell’arrosto. Ognuno come gli pare. Ma è una forma, un’occasione, un mito da plasmare nel privato come uno vuole. Non ti piace lo shopping natalizio non lo fai, non ti piace la magnata fai il natale vegano, non credi a Gesù credi a Babbo Natale oppure credi a Gesù ma non credi a Babbo Natale o a entrambi o a nessuno dei due. Non è un problema: rilassati, mangi aquello che ti piace, bevi quello che ti piace, festeggia come vuoi. Non festeggiare. Trova il tuo modo di riempire la forma del tuo contenuto. I figli aiutano, ti mettono davanti cose e domande e la necessità di un rituale familiare. Io l’ho capito tardi, rovinata da Natali dell’infanzia e adolescenza rovinosi, cos’è il Natale, grazie a mia figlia. Quante energie sprecate a denigrare, a distanziarsi, a dissociarsi.

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  5. eh sì, il problema probabilmente è per lo più quello, i Natali rovinati dalla forzata condivisione di spazio e tempo con parenti più o meno stretti, della categoria parentiserpenti. io l’ho sempre amato molto, il Natale, e facevo grandi preparativi e sforzi per i festeggiamenti, specialmente quando avevo i bambini piccoli, nello stesso periodo venivano fatti grandi sforzi distruttivi dalla mia controparte, marito, suoceri, cognati, madre ecc ecc. Il rituale familiare era la rissa. che poi, anche la rissa si può fare in qualunque momento, ma che ne so, a natale di più. poi dici ti passa la voglia. ora non ho più di questi problemi, ma non ho neanche più tanta voglia di festeggiare, almeno per ora. non escludo cambiamenti futuri….

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  6. Odiavo il natale, capodanno e tutte le feste comandate quando diventavano motivo di aspre discussioni per la gestione di mio figlio (ora grandino, direi) con l’ex moglie. Non è più passata. Natale: una tragedia che si poteva evitare.

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  7. Da piccolo Natale era una grande festa, preceduta da interminabili serate di tombola a casa della nonna, con decine di zii e cugini. Regali mai, se non simbolici. Quelli veri li portava la Befana. Messa notturna in una chiesa “insolita” obbligatoria. Poi con le faide familiari e l’apparizione delle consuocere è diventata una festa più intima, soltanto coi genitori. Poi è arrivata la famiglia polacca, legata alla tavola decorata e pantagruelica, i canti serali, i discorsi di auguri, i regali sotto l’albero. Io ci ho sempre difficoltà con questi ultimi, che non appartengono al mio vissuto. Quest’anno intorno a Natale arriva il nostro bimbo e accorreranno tipo re magi le rispettive famiglie italiana e polacca a cui è demandata l’organizzazione dei festeggiamenti natalizi. Mi sa che ne vedremo delle belle.

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  8. cara,
    io ho già tutta l’attrezzatura ammodino: cuori rossi sparsi in ogni dove, stelline e cappucci da babbo natale pure nel gabinetto.
    Per me questo natale è speciale – casa nuova, affetti si spera che rimangano.
    non vedo l’ora che arrivi l’8 dicembre. 🙂

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  9. Mi sono riconciliata con le celebrazione delle feste quando ho cambiato religione: liberato dai lacci teologici e religiosi (me ne scusino i cristiani) era un modo simpatico per curarsi di quanto descrivi tu. Avere famiglia senza prole con un musicista professionista complica non poco i festeggiamenti: quando sei a tavola, esso suona. Quando t’appresti al cenone esso è a chilometri di distanza su un pullman pieno di orchestrali preoccupati dei loro strumenti. Poiché è impossibile accompagnarlo (problemi delle orchestre) o lo molli, o stai sola coi gatti, o ti inventi qualcosa. Quindi, con la collaborazione di mia mamma, qui si celebra da anni il “natale degli sfamigliati”: amici, parenti, cari cui il lavoro non permettere di raggiungere i propri affetti lontani. Ci si diverte, devo dire. Apperò non me toccate la befana. La befana batte il Natale di decine di punti, ma voi siete troppo giovani e non potete empaticamente comprendere. Costanza, te devi pensare seriamente a un bel post sulla befana.

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  10. io lo festeggio in Inghilterra, e come in tutti i paesi nordici, è lo scenario giusto: freddo, tante luci, chiesine medievali improvvisamente aperte e piene di gente che canta e beve mulled wine con i dolcetti (sì in chiesa). io sono atea, e lo sono gran parte dei miei familiari, ma il natale come grande occasione di juissance, come straordinaria festa d’inverno, come da sempre è stata alle nostre latitudini, come occasione per scaldare di luce il solstizio più cupo, per me è irrinunciabile

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  11. Bellissimo! In cima alla lista metto la scandinavizzazione degli ambienti e il capitone col fiocchetto e il campanellino. Mi ritrovo assai, io addirittura faccio il presepe, oltre al pagano alberello, e lo soggettivizzo con una resa paesaggistica in stile “andiamo a fare trekking coi pastorelli”. Tipo che ai Re Magi gli manca lo zaino della Salewa…

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