(dal vecchio blog: Marzo 2007) Su Machado Soares e altre emozioni

Lisbona è una femmina nuda sull’acqua del tempo.
I fianchi bianchi delle scale delle chiese, mani lunghe alle discese del fiume, le corde nere dei rami in controluce. Sopra di lei cielo dolce di primavera pigra, ghirlande di carta piene di polvere. Giallo, Rosso, blu –  l’oro di un dente nella sera, i passi zoppi di una vecchia, occhi di bambini asciutti e tesi, l’afa delle botteghe vuote. L’amore dei suoi uomini- troppo generosi, troppo poveri.

Lisbona è un gatto grigio nella crema della sera.
Gli artigli lunghi dei chitarristi tristi, le prime stelle sulle tegole di Alfama, una moneta per terra, una palma da lontano. Quell’uomo che canta è carpentiere, o mastro falegname, o anzi giudice, ed ecco guarda, s’è fatto lungo come un chiodo di ferro  è un santo adesso, magro di pensiero e di canzone. Fado de Coimbra.

Lisbona è una chiesa senza volte, un alba di vetro, le righe di ferro delle rotaie, pastejas e miele e glassa, e il mondo è stato nostro lo sapete, e adesso ci asciughiamo le mani sul grembiule degli osti, beviamo vino scuro come di morte, la speranza non è il nostro forte, la tristezza è morbida, ci addormentiamo calmi negli antri della vita.
Rua dos remedios.

 

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