parlare di Gone Girl per parlare di donne?

Gone Girl esce nelle sale e procura sui giornali e in rete un dibattito che mi appare fascinoso. Dacia Maraini lo taccia senza tema di smentita come un film arcaico e misogino, altre commentatrici autorevoli e abbastanza vicine al femminismo lo celebrano per il meritevole intento di fare un ritratto del femminile cattivo, capace di creare vittime, ma non vittima a sua volta. Al di la cioè degli eventuali meriti di sceneggiatura, di regia etc. E al di la di altre chiavi di lettura che possono essere applicate nel vedere il film, a me qui interessa una polarità del dibattito italiano – soprattutto tra le donne, il quale ruota attorno a un problema che rimane irrisolto, e che riguarda la comunicazione corretta del femminile, la quale negli ultimi tempi è stata molto condizionata dall’attenzione collettiva alla violenza di genere.
Allarghiamo allora per il momento il campo, e guardiamo in quale quadro iscrivere le opinioni.

Nel dibattito pubblico sulle questioni riguardanti il genere, negli ultimi anni, ci si è soffermati soprattutto sul femminicidio e sulla violenza fisica di cui sono oggetto le donne, che vengono picchiate e talora uccise dai loro compagni – mentre la situazione inversa è molto rara e non assurge ai livelli della rilevanza statistica. Ne deriva che le donne sono vittime in molte circostanze, questo anche se in molti casi l’incastro nella relazione violenta prevede un’erotizzazione della violenza, o la sinfonia di due psicopatologie complementari. Ad allargare ulteriormente lo sguardo, la donna è comunque debole, non solo dentro le relazioni violente, ma anche fuori: nella relazione violenta lo è in parte per una questione strutturale di disparità di forza fisica, in parte per una sua maggiore dipendenza dalla relazione con i figli, ma dentro e fuori la relazione violenta è debole per il suo peso specifico nel profilo sociale e politico del paese.
Ma se la rappresentiamo come parte debole e vittima, come farà a trovare la forza a combattere la violenza? E in generale, ci si chiede è sempre veritiero ritrarre il femminile come parte debole? D’altra parte se non la si indica come parte debole, come si può sperare di smuovere degli stanziamenti e dei provvedimenti che la rendano più forte? Non dovremmo noi insistere perché si dia voce al femminile capace, di successo, responsabile, e non dovremmo noi celebrare anche le rappresentazioni del femminile cattivo, violento, che procura vittime?

Le domande sono legittime, ma temo che Gone Girl non serva molto allo scopo, e che forse abbia ragione Dacia Maraini, sia quando parla dell’inconsistenza psicodinamica del personaggio che quando parla della misoginia del film. Come spesso capita con i film, mi sembra che il personaggio in scena sia più un oggetto onirico, il femminile cattivo minaccioso e castrante incubo del maschile che si autopercepisce come debole, che una veritiera rappresentazione di una psicologia complessa e capace di dominare. Mi sembra estremamente allucinato e il mito del carnefice che va sui media e diviene vittima nella narrazione collettiva. Non escludo a priori che una donna possa compiere quella sequenza di gesti – anche se ritengo non in quel modo, non con quei comportamenti, ma è oggettivamente troppo raro per essere simbolico, mentre come soggetto onirico questo tipo di vicenda è un grande classico delle rappresentazioni interne di carattere castrante, persecutorio, proprie di persone che sentono una subalternità angosciosa verso il materno, o quanto meno sono terrorizzate da proprie forze psichiche da cui si sentono messi sotto scacco.

Di conseguenza, non mi sembra la rappresentazione più adatta a contrastare una rappresentazione vittimistica del femminile, posto che sia sempre corretto rinunciare a una rappresentazione vittimistica del femminile.

Il fatto è che in Italia la posizione delle donne è sostanzialmente asimmetrica, e i discorsi iscritti in questo dibattito, devono riflettere necessariamente questa reale asimmetria nei rapporti di coppia perché essa ritorna ancora troppo spesso nei rapporti di forza delle famiglie – e non solo. Per il momento la donna è quasi sempre in una posizione diversa dell’uomo. Ognuno dei due avrà anche i suoi incastri patologici per rimanere accanto a qualcuno con cui vivere male – picchiando o facendosi picchiare – ma la donna è fisicamente meno forte dell’uomo. La donna ha una relazione con i figli molto più vincolante dell’uomo, la donna ha una difficoltà a lavorare decisamente più incisiva dell’uomo – alle reti supportive che offrono entrambi i generi per fuggire dalla coppia patogena spesso quelle degli uomini sono più efficaci da un punto di vista materiale perché possono procurare lavoro, come impedirlo. Questi fattori la legano a una relazione patologica molto più di quanto ci piaccia credere: perché se si menano in due lei avrà la peggio, perché lui quando è stufo molla la casa e i figli mentre lei quando è stufa può oggettivamente non riuscire a farlo. Allo stato attuale dell’intreccio tra psicopatologia e sintassi culturale la patologia del braccio armato ce l’ha il maschile. Questo vuol dire che c’è una asimmetria, e nel guardarla è facile stabilire un ruolo di carnefice e uno di vittima, e se non proprio questo scarto così ampio, almeno di un forte e di una debole. E’ ben difficile allora non parlare di vittime quando si deve ritrarre questa asimmetria.
Allora, succede che una mia amica mi dica: hanno fatto una campagna sulla violenza di genere e hanno ritratto lei con un occhio nero. Firmi contro questa campagna che ritrae la donna con l’occhio nero?
Ma io mi sono chiesta, se nella violenza di genere ci sta un occhio nero due volte su tre – esattamente è proprio necessario firmare contro questa campagna? Forse ne posso promuovere un’altra, ma non è che questa poi faccia qualcosa di veramente demoniaco. Dice le cose come stanno. E anche insistere sulla subalternità delle donne, o sul loro stato di vittime in certe specifiche circostanze ha un senso, perché quell’asimmetria di forze, si diceva,

esiste, a quell’asimmetria di forze deve pensare uno stato in cui in teoria ci sarebbe la sinistra al governo, con interventi strutturati sul territorio che non si può sperare di sollecitare in altro modo se non presentando il poco nobilitante ritratto dell’asimmetria.

Certo, essere donne e vedersi rappresentate come una povera sfigata presa a mazzate non è molto corroborante, e infastidisce. In qualche caso, magari in perfetta buona fede si pensa alla propria esperienza alle proprie battaglie, a quello che si è evitato o scavalcato nella propria vita e si dice – io non sono così! Passando poi alla pericolosa generalizzazione de, le donne
non sono così! E si cade in una sorta di elitarismo involontario un tantino distante da certi rovinosi ricatti delle circostanze materiali di cui forse tante volte non si ha una profonda conoscenza diretta, o in altri si ha una sorta di ostilità psicologica a questi stati di dolore che magari hanno ragioni interne difficili da individuare ma che non sono solo razionali. Mi viene il sospetto per esempio che guardare emotivamente le storie cruente della violenza di genere, starci pensarci, getti in un unheimlich, in un divano emotivamente scomodo – perché si tratta, di mariti che rompono il vetro di casa con la testa della moglie, che gli ficcano il coltello nel naso. Così come è antipatico prendere davvero in considerazione le asimmetrie di potere economico e materiale in certe aree del paese, i modi in cui sono gestiti i compiti domestici e quelli di cura. E a voja a Cristoforette nello spazio, a Morcegaglie nei quattrini a Camusse nel sindacato, e a professoresse universitarie, e imprenditrici e certo a psicopatiche deliziose di tutti i film americani, anzi queste ultime più saranno improbabilmente efferate più presteranno il fianco a una legittima risata, a un quando mai, a un diche stiamo parlando – la pazza sanguinaria aiuterà a servire l’angelo del focolare su un vassoio d’argento.

Partire dalla constatazione dell’asimmetria – mi sembra dunque un dato di partenza importante, da cui non sarà possibile svicolare dal momento che – con la crisi economica ci sarà chi avrà sempre più motivi per amplificarla: siccome le donne sono quelle che fanno i figli, curano i disabili e tengono gli anziani sulle spalle, vedrete come sempre più alle donne si chiederà di pagare il prezzo di una recessione inarginabile. Saranno le donne a pagare la nuova flessibilità sul lavoro e la mancanza di soldi per pagare i dipendenti comunali degli asili e dei centri anziani. Alle donne del paese povero si chiederà sempre di più di rappresentarsi come soggetto sessuato, di diventare una spiaggia onirica, di incarnare il paradiso islamico per i poveri cittadini che non possono più permettersi l’eden in terra di un capitalismo sostenibile. E questo investe tutto. Ne deriva, che la forza non la si trova nel ritratto di una improbabile pazza psicopatica, non almeno in questa versione, né in una stizzosa negazione delle zone di discriminazione, e neanche con una falsa celebrazione di una conquista che c’è per lo più per le più ricche.
l’Italia rimane un disastro, in tema di genere, per quanto le psicopatologie siano diffuse, quelle gratuite se le permettono in pochi.

Il post finisce qui. Io avrei ancora un sacco di cose da dire. Perché c’è tutto un implicito che andrebbe esplicitato. Sul problema di come presentare le donne forti, o capaci di trovare la forza per esempio, su certe critiche condivisibili sulla stereotipizzazione di genere legate all’immagine della donna come vittima. Prime obiezioni insomma che trovo condivisibili e che spero aiutino a sviluppare un dibattito e che mi auguro prenda perciò spazio nei commenti.

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3 pensieri su “parlare di Gone Girl per parlare di donne?

  1. trovo che la protagonista del film non incarni una donna forte, ma solo una manipolatrice a livelli patologici che non mi ha smosso minimamente sul piano delle tematiche di genere: ho visto soltanto un film ben fatto, con caratteri teatrali e pinteriani, in cui, per una volta, la ‘cattiveria’ era declinata al femminile. non vi ho visto tuttavia una furbata, ma qualcosa che procede da quell’onirico che dici e da quel “pinteriano” che dico io. la parte del cattivo efferato, capace di crudeltà, fatta svolgere a delle donne non convince quasi mai nemmeno il pubblico preparato (penso soprattutto al teatro): eppure medea non è un personaggio di oggi. è deprimente pensare che la “forza” delle donne possa essere scambiata con questo tipo di immaginario che, giustamente, non è simbolico, per la sua s-naturalezza, anche se si manifesta nella realtà in varie forme di crimini, tuttavia sempre rari rispetto alla stragrande quantità di atti in cui viene impiegata la forza e la crudeltà da parte degli uomini

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  2. Io non ho visto il film ma tempo fa ho letto il libro, e, a parte essermi molto divertita nella lettura, ho pensato anch’io a come valutarlo sotto il profilo della rappresentazione del femminile. E nel libro secondo me c’è un ragionamento consapevole: la protagonista porta alle estreme conseguenze, in modo psicopatico, le aspettative che la società pone sulle donne come lei, e ci marcia- si modella in modo perfetto alle richieste del mondo in cui vive, cioè essere super in gamba, brillante, bella, desiderabile, di carattere ma anche accomodante col maschio per non stancarlo e non esasperarlo, desiderosa di metter su famiglia ecc. E per il suo piano cattivissimo marcia cinicamente su un altro ruolo che la società dà per scontato per le donne, quello di vittima ( lo dicono tutti continuamente, nel libro, che in questi casi il colpevole è 99% il marito). Mi è venuto da paragonarlo un po’ a Stepford wives di Ira Levin, una riflessione su ciò che la società voleva, o non voleva, dalle donne all’inizio degli anni ’70: ma le stepford wives robot erano fabbricate direttamente dai perfidi mariti, e la protagonista ribelle soccombeva al maschilismo. Quarant’anni dopo, la gone girl psicopatica ha imparato la lezione; il piano diabbolico se lo fa direttamente lei, tutto da sola. Personalmnte comunque non lo trovo affatto realistico, non più realistico di Stepford Wives. Ma il Cattivissimo Contorto Psicopatico è un topos del thriller americano, è logico che ne arrivino anche in versione femminile. Sostanzialmente sono d’accordo con quel che dici sulla sua ricezione in Italia. Già in America questo giocare sul non-siamo-mica-sempre-vittime è, diciamo, un lusso: la protagonista infatti è una privilegiata, brillante giovane donna bianca, classe medio alta, vive in una metropoli, è molto istruita, consapevole delle dinamiche sociali e di comunicazione, ecc. quindi fa parte di un’elite, ma un’elite di donne (giornaliste, politiche, autrici di show e serie tv, scrittrici, opinioniste…) che hanno molto più impatto che da noi sulla cultura che poi pervade il paese. Da noi credo questa pressione e aspettative per essere superdonna sia molto meno sentita, perché proprio appunto non ci sono le condizioni (magari da noi ha attecchito di più, perché è alla portata di più donne, la versione supermamma). Insomma concordo che la psicopatica manipolatrice incastra-marito non sarà una figura di gran utilità e anzi lì per lì potrebbe essere pure dannosa. Ma comunque penso che alla lunga sia meglio che ci sia varietà nelle narrazioni, del resto la donna vittima, che è una cosa purtroppo reale, è già ampiamente rappresenta, e una cosa non nega l’altra.

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  3. Una storia cosi’ incredibile che si ispira ad un evento di cronaca…
    http://www.independent.co.uk/news/people/the-original-gone-girl-agatha-christies-mysterious-disappearance-9839497.html
    Sottoscrivo in pieno il commento di Francesca Violi riguardo alla qualità del film di Fincher e del libro di Gillian Flynn e all’importanza della varietà di narrazioni – anche se, tuttosommato, se un libro è divertente e ben scritto a me di quanto mi fa bene leggerlo non importa. Amy Dunne è divertente da leggere perché è una villian che ha letto la lista delle cose che un Evil Overlord non deve fare, perché è sempre dieci passi avanti e perché è una folle che amiamo odiare. Le stesse ragioni per cui Hannibal Lecter e il Joker di Batman sono spassosissimi. Questi ultimi due rappresentano tutto il maschile? Ne dubito. Ma non è questo il punto, non tutti gli argomenti sono un problema femminista o un problema di rappresentazione di genere.
    Rilevo anche una cosa buffa – Gone Girl viene lodato da alcuni ultracattolici per criticare il “modello unico di donna politicamente corretto” del femminismo e viene lodato da alcune frange del femminismo per la stessa ragione. Sarebbe divertente mettere in contatto queste persone e prendere il pop corn.

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