riflessioni personali sull’attentato

Sono due giorni che cerco di mettere insieme dei pensieri sensati sull’attentato di Parigi. Non mi vengono granché. E’ stata una cosa che mi ha molto, non so se irrazionalmente, impressionata. Non ho confesso, subito pensato tanto alla libertà di stampa, alla satira colpita, e per un bel pezzo, il mio sgomento è stato molto egoistico e poco empatico. Semplicemente mi sono spaventata. Ho pensato alla fragilità della democrazia, del clima rilassato per cui, chiunque può entrare nella sede di un giornale e sparare. Ho pensato ai miei cari, e ai miei amici cari in Francia e a Parigi. Ho pensato al senso di rischio e di segnale.
A questo sgomento iniziale è seguito il desiderio di trovare delle riflessioni organizzate, delle letture della realtà. Mi sono trovata avvinghiata alla rete e alle sue reazioni, e confesso che un po’ mi è servito, perché non dico di aver trovato quelle letture della realtà organizzate che desideravo, ma delle strade aperte da battere contro altre, delle direzioni da approfondire. E in questo sono grata non solo alle persone con cui mi sono trovata in sintonia, ma anche con quelle con cui sono stata in disaccordo. Un mio amico e collega, una volta ha infatti molto acutamente rilevato che io conosco per contrasto. E’ il mio modo privilegiato di leggere le cose. E in effetti –mi chiarisce.
Allora qui vorrei mettere insieme, a titolo e a vantaggio personale mi rendo conto, alcuni miei pensieri in merito.

Iscrivo l’atto contro Charlie nella cornice del terrorismo del fondamentalismo islamico. In questa cornice privilegio di più la questione terrorismo della questione islamico. Mi soffermo a pensare alle ricorrenze degli atti terroristici i quali, dalla mia prospettiva mentale politica e psicologica hanno tutti in comune una negazione dell’umano. Non accetto, come altri sembrano fare, una classifica delle cause legittime che renda l’atto terroristico di un brigatista, di un irredentista, in un posizione ideologica diversa da quello di un fondamentalista. Mi sembra invece che ci sia questa cosa tremenda per cui ogni cultura conosce una sua aberrazione, la quale concepisce l’umano come mezzo e non come fine, di volta in volta. Il pensiero mi è andato alle Br in un certo momento, e al nazismo in un altro – per i legami degli omicidi con la Siria.
Quindi, iscrivo l’atto contro Charlie nel contesto non dell’Islam, ma di un’aberrazione dell’Islam – che verte intorno a Isis. E che secondo me non ha molto a che vedere con le varie declinazioni dell’Islam quotidiano – se non per antitesi, non per analogia. La rete ha pullulato in questi giorni di sedicenti islamisti che hanno spiegato come l’importanza della religione nella vita civile islamica facesse da sfondo necessario a questo intervento. Ma anche di intellettuali atei della domenica che sono stati tutti contenti di poter dir male della religione tour court, anche quella cattolica, per fare cortocircuiti facili e molto al di sotto in termini di complessità intellettuali delle loro abituali inferenze. In questa semplificazione del gesto tragico io individuo un tutto umano bisogno di capri espiatori di corto raggio ma insieme anche una perdita di lucidità sulla differenza che c’è tra una scomunica, un atto di emarginazione, una gestione politica della comunità riprovevole in termini politici e un atto di morte. Il paragone con le Br mi è allora servito proprio a questo – per dimostrare come anche in un contesto culturalmente a noi affine, possano sorgere tumori della peggior specie, e che nell’utilizzare il benzinaio il portiere come mezzo, fino allo stesso professore di economia, dimostrano una somiglianza di fondo nella struttura della patologia psichica ed etica.

Se devo cercare delle specificità, devo allora andare a guardare quello che sta succedendo in Siria, e in particolare, la relazione che c’è tra Isis e immigrati di seconda generazione. L’area che mi interessa indagare non è il tempo passato nelle moschee delle grandi città mussulmane, non è la qualità e le credenze dell’Islam dominante, del quotidiano, delle signore che si scambiano le foto dei maschi che si lavano i piedi, e di una vita politica dentro cui le persone stanno anche con vari gradi di dissenso ma nell’ambito della sottoscrizione di un contratto sociale. Devo cercare invece le aree eversive – di contrasto, di ostilità, i gruppi che si coagulano in seno alle singole vicende politiche ma in modo antitetico ed estraneo, come in fondo erano le br rispetto allo stato con la stessa estraneità ma richiamo ai medesimi valori della sinistra – certo senza andare a questi livelli di orrore – ma somigliano molto più loro al terrorismo in questione che le crociate di un potere secolarizzato e istituzionalizzato. Ora io qui sto facendo delle congetture, e non ho davvero le competenze e le conoscenze per poter andare oltre a una supposizione, o persino un esperimento intellettuale però credo che il problema sia questo, l’area grigia di una parte patologica del tessuto medioorientale, che si è coagulata – principalmente intorno a IS, ma credo che ci siano anche molti sottogruppi e gruppi autonomi, e che ha come dire socializzato una psicopatologia grave, dando vita a una cultura mortifera.

Questa psicopatologia grave che ha creato una cultura mortifera – gente che sgozza e mostra le teste, gente che fa fare i bambini per ammazzarli, padri che uccidono figlie a sassate – chiama adepti nelle altre aree del mondo, tra persone che hanno motivi socioeconomici ma soprattutto psichiatrici per sentire il canto della sirena e magari porsi nella stesso atteggiamento antitetico rispetto alla cornice democratica in cui si trovano. E non c’è neanche da farla tanto facile sulla cattiva gestione degli immigrati in Francia – perché la gestione di una potente immigrazione e di una oggettiva colpa storica, come è il colonialismo – è una cosa difficilissima e alla fine, per quanto mi renda conto di una assimilazione non compiuta come si dovrebbe, della persistenza di aree di povertà e discriminazione nelle banlieu che sono tragiche, credo che non siano cose facili e veloci da risolvere all’atto pratico, e all’atto pratico tra i morti c’erano due mussulmani immigrati: segno che il difficoltoso processo di integrazione per molti è avvenuto e quindi anche su questi argomenti prima di dire Francia merda lo vedi che hai fatto a te stessa, ci penserei due minuti. Io sogno in Italia un posto che somigli vagamente all’Istituto del Mondo Arabo. Sogno gli assistenti sociali di origine extracomunitaria che vadano a lavorare con gli extracomunitari. Noi italiani di fronte alle politiche francesi verso gli immigrati mi sa che dobbiamo solo che sta zitti.

Il fatto è che si dimentica, la diversità ontologica rispetto a tutti gli altri gesti, di un atto di morte. Nessuno ammazzerebbe nessuno, ma stanno tutti li a dire che è assolutamente normale che uno ammazzi una persona – per via di un disegno. Dice potenza della satira, paura della libertà di espressione. Ma no, non è né potenza dell’uno e manco paura di un altro, è ipostatizzazione di un atto – la ridicolizzazione dell’Islam, è una sua trasformazione in un oggetto psichico funzionale ad altro, ma il vertice di tutto questo non è né la religione degli uni né le connotazioni democratiche o irriverenti degli altri, ma altro che si serve di queste cose come moneta – e che si materializza come una sorta di sete di dominio, di incorporazione materiale dell’altro, una specie di cannibalismo manco troppo simbolico – io ammazzo perché devo averti, ti ammazzo perché non deve esserci altro oltre me. Organizzo una serie di plateali atti di sudditanza – per celebrare questo disgraziato bisogno psichiatrico di annullare l’altro, di mangiarmelo. E l’altro prima di essere l’occidente che fa le vignette cattivelle è lo stesso Islam di maggioranza nelle sue declinazioni pacifiche.
Che i primi e tanti morti, a noi ce ne importa di meno, stanno tutti laggiù.

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12 pensieri su “riflessioni personali sull’attentato

  1. Anch’io sono portato a “conoscere per contrasto”, lasciandomi/ci sempre il beneficio del dubbio, e negli scambi sui social ho già manifestato dissenso per l’analogia di fondo delle aberrazioni integraliste, vuoi politiche, vuoi religiose. In questo ci si muove – lo so – su un terreno minato, perché se dici che l’Islam in quanto tale produce la violenza – tesi di ovvia assurdità, detta così – ti iscrivi d’ufficio nel filone islamofobo cavalcato dalle destre europee, che vorrebbero cacciare o ghettizzzare tutti i musulmani. Lo fai anche se dici che l’Islam è una religione potenzialmente aggressiva , praticata da un miliardo e passa di esseri umani, di cui solo una minoranza patologica ne esercita l’aggressività in forma di guerra santa. Eppure io sono convinto che esista, da qualche decennio, una tragica specificità e una pur tormentata conseguenzialità con i precetti religiosi, almeno nella forma in cui gli imam (spesso autoproclamatisi tali) parlano della decadenza etica e morale degli infedeli e educano milioni di ragazzi a non amarci. Che in molti stati islamici non coinvolti nell’appoggio ai terroristi la vita sociale e giuridica, nel quotidiano, è regolata in modo non troppo dissimile da come quelli dell’ ISIS vorrebbero governare i territori conquistati, e ciò avviene senza che siano ammesse alternative e dissensi. Che le formazioni estreme , da AlKhaida ai duri e puri dell’ ISIS. non sono frutto di una piscopatologia , ma perseguono un disegno razionale e intellegibile. Che nel mondo islamico (ovviamente, complesso, variegato, non generalizzabile) si è diffusa e amplificata fra la gente comune un’ostilità di fondo nei confronti dell’ Occidente immorale , imperialista e oppressore, senza la quale certi meccanismi evoluti di reclutamento non avrebbero alcuna possibilità di funzionare. E’ una verità dura e difficile, per noi, costretti nostro malgrado ad ammettere che esiste una guerra che non abbiamo voluto e non abbiamo dichiarato, ma che si di dirige genericamente contro un sistema di vita e una concezione della democrazia in cui , di norma, la religione non fa stato e non fa legge. Ma se “guerra” esiste. non è una guerra di milioni di cittadini contro qualche migliaio di folli sanguinari. Credo che lo sforzo per cogliere le analogie debba essere almeno bilanciato da quello esercitato per cogliere peculiarità e differenze. Può darsi che la formazione politica e la cultura individuale da cui si parte ci portino a conclusioni diverse, a me piacerebbe che almeno la realtà cui guardiamo sia la stessa. Essendomi dilungato non posso motivare in dettaglio ciò che ho detto, e perché, probabilmente resteremo con approcci e giudizi diversi. Solo che qui sono in gioco, ancora, molte vite umane.

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  2. grazie! su Fb ho tentato, per via di tanta grossolanità e “velocità” incontrata, di riflettere sul fattore “religione”: tu distacchi, giustamente, subito terrorismo da islamico (qualcuno ha detto che si tratta di un ossimoro). e fai bene. nella mia microanalisi di carattere religioso indicavo alcune contraddizioni tra la fede proclamata e le finalità perseguite che nulla hanno a che fare con l’ambito della fede, ma sono, di questa, la secolarizzazione degradante. quando il metafisico viene assunto come identità a posteriori, dopo aver perfettamente digerito e superato tabù quali l’uccisione dell’altro, siamo al fanatismo. in questo avevi ragione a vedere un legame con BR e ogni altra forma di terrorismo: sono unificate dalla contraddizione. chi quella di voler raggiungere un più alto grado di democrazia passando per metodi di eliminazione e intimidazione, che presuppongono la cancellazione della filantropia, in senso letterale, che dà, al contrario origine all’idea democratica moderna, chi uccidendo – non sono stati risparmiati nemmeno i due musulmani Ahmed e Moustapha – in nome di un dio che vieta di uccidere.

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  3. Cara Zaub, da islamista e arabista che si occupa specificatamente di politiche migratorie, seconde generazioni e identità multiple nell’ottica di studi culturali e postcoloniali dico senza ombra di dubbio che hai scritto cose vere e sagge. C’è una letteratura sterminata in merito, così com’è ampio di spunti il tuo post. La colpa del colonizzatore, la rivalsa del colonizzato, l’identità subalterna, la reificazione dell’identità religiosa, la marginalizzazione sociale del migrante, il multiculturalismo e il relativismo culturale, l’invenzione dell’altro, Fanon e la psichiatria del colonizzato, Cèsaire e il discorso sul colonialismo. Da studiosa dell’Islam, di questo attentato non mi torna niente, non mi tornano le dinamiche, le tecniche, le rivendicazioni, non mi torna il terrorismo tal quale lo conosciamo. Mi tornano due ragazzi però. Soli. Disperati. Avvinghiati ad una ideologia che li ha resi idioti. Ho sempre considerato la disinvoltura di Charlie Hebdo nel rappresentare il volto del profeta dell’Islam volgare e inoppurtuna, non curante e strafottente verso una religione che troppe volte finisce per rappresentare gli oppressi del pianeta. Non si dovrebbe mai offendere una comunità così vasta di persone sui (non) simboli di tenuta identitaria, culturale e sociale, soprattutto in un Occidente che ha fallito sulla sua retorica di multiculturalismo. Esattamente come non si dovrebbe mai uccidere una persona per nessuna ragione al mondo, figuriamoci se per aver detto la sua, anche se maldestramente. Ancora una volta ha fallito l’Europa. Ha fallito l’Occidente.

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  4. Leggevo questa mattina con disagio sull’homepage del Movimento nonviolento: “opporsi all’oscurantismo con la satira, al fondamentalismo con la dissacrazione”.
    Non sono tanto sicura che la dissacrazione sia nonviolenta.

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  5. Per me non è affatto normale che uno organizzi un commando armato e ammazzi gente in risposta a una vignetta, a un’opinione, pure offensiva al massimo: lo considero un fanatico e/o psicopatico se lo fa. Questo in tempo di pace. Ma in guerra uccidere un nemico non è un atto straordinario. La sera dell’attentato ho sentito Lucia Annunziata dire che non era terrorismo, ma guerra combattuta con atti terroristici, e all’inizio non capivo cosa comportasse questa distinzione. Ma forse è questo: mentre noi qua ci consideriamo in pace, viviamo tranquilli le nostre vite, l’Isis è in guerra, e gli eruopei che vanno ad addestrarsi nei suoi campi sostanzialmente si arruolano proprio in quella stessa guerra. Poi alcuni la combattono là, i cosiddetti foreign fighters, altri tornano e la combattono qua, con atti terroristici che sicuramente hanno un enorme impatto sull’opinione pubblica mondiale. E in guerra la propaganda è fondamentale (negli ultimi conflitti la comunicazione e i media sono un’arma vera e propria, vedi le decapitazioni, le rivendicazioni di forza, le fatwe, tutto online), e l’umano è sempre un mezzo ( i soldati sono risorse come le armi, le postazioni, i rifornimenti, le città sono obiettivi da prendere). I civili se gli va bene possono essere danni collaterali, se no, mi pare sia la tattica del Califfato- sono proprio obiettivo programmatico di violenze, non solo per sostentare le truppe (razzie, donne fatte schiave sessuali e vendute), ma proprio per sottometterli. Con questo non voglio dire che chi sceglie di combattere quella guerra, e in quel modo, lo giustifico più o meno di altri terroristi con altre motivazioni. Proprio per niente, ci tengo a precisarlo.

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  6. Mi ha fatto molta impressione vedere il ragazzo prima rapper che cammina con camminata da rapper e poi musulmano estremista. Per questo sono soprattutto d’accordo con la parte in cui parli dell’immigrazione e dei disagi dei ghetti. Per me questo conta davvero tanto in tutti questi episodi di musulmani di seconda generazione che fanno cose che i loro genitori non si sarebbero mai nemmeno sognati e che anzi guardano certamente con orrore. Secondo me questo è un problema molto interno al nostro mondo. Scrivo male, scusa, vado di fretta.

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  7. Cara Costanza,
    anch’io nutro i tuoi stessi dubbi, e mi sono delineata mappe simili a quelle che qui descrivi – eppure sono cristiana occidentale per cultura, per famiglia, per tradizione politica (famiglia a tendenza democristiana – mio malgrado). Ho avuto una cara amica che ha abitato a Parigi per alcuni anni, e abbiamo visitato insieme molte di quelle strade che appartengono all’immigrazione da seconda generazione (ho 35 anni), conosciuto persone, incrociato rapper e mangiato deliziosi pasticcini e thè alla menta. E in questi giorni, infatti, densi per me di lutti privati e poi pubblici come questi, mi sono fatta molte domande. Come essere umano, innanzitutto. Come donna, non ancora madre, figlia, orfana, fidanzata e amante. Come studiosa invece di arte, anche: sto portando a conclusione un lavoro su un’artista che, come quelli della sua epoca, si è trovato di fronte a un secolo completamente sballato, in cui le zone grigie erano del tutto abolite: o terre irredente, o espatrio; o fascio, o morte; o fama, o oblio – e in cui ha cercato, con un rigore e un’onestà (prima umana e poi artistica), di mantenere una propria rotta, ché poi era quella degli affetti, della famiglia, di una vita semplice eppure così autentica, nel senso più semplice e varo allo stesso tempo del termine.
    Tutto questo per dire che?
    Non so, ho contattato amici, parenti, e anche l’unico musulmano che io conosca, coetaneo, che in un viaggio di 5 ore mi ha affascinato con la sua cultura – e ho chiesto loro: perché si lascia che le persone rimangano sole? Perché, al di là della retorica, non tornate a casa – sennò rimanete in piazza, va bene lo stesso – e invece di rispondere con battute che ormai non fanno più ridere nessuno, non vi asciugate le lacrime, e cominciate a guardare negli occhi le persone, e a capirne i vuoti?
    (se sono andata fuori rotta, cancella pure)

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  8. Sono in Francia. Breve conversazione oggi con un francese figlio di immigrati italiani che vive qui al quale obiettavo che i magrebini anche di seconda generazione non mi parevano molto integrati , almeno nelle zone dove sono la maggioranza ( vedo gruppi di ragazzi magrebini solo tra di loro, bar frequentati solo da uomini, moltissime donne con il velo);
    Risposta: non sono integrati ma vogliono fare da padroni.
    Nelle piazze ieri i giornalisti; che credo cercassero almeno un musulmano che esprimesse del cordoglio non ne hanno trovato manco uno. Poi magari nei cortei di domenica ci saranno delle associazioni musulmane ma non sono certo adesioni spontanee.
    Nella notte del 31 dicembre in Francia sono state bruciate 941 auto (e tutti contenti perché erano il 10 percento in meno dell,anno prima) Non dico che i piromani fossero tutti musulmani ma quando in Italia si fa polemica sui botti mi viene da ridere.

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  9. ci sono delle pulsioni tribali insite nell’umanità che possono solo essere superate con una cultura della vicinanza e minando a colpi di educazione e incroci le barriere tra quelli che una volta erano i clan.
    gli è che qualcuno ci marcia alla grande, e sfrutta le patologie dei singoli inquadrandole in una dimensione pubblica, religiosa e politica, e rivestendole di gloria. l’analogia con le br ci sta, secondo me, e non solo con loro. perché chi preme il grilletto o fa saltare un treno o un autobus pieni di gente in nome di un’ Idea (e uso la per me inconsueta maiuscola a ragion veduta) ha dentro di sé gli stessi demoni dell’adolescente americano che fa strage a scuola o di quello che ammazza moglie e figli perché lei l’ha mollato (ve lo ricordate il delitto d’onore?). solo che crede di essere più nobile.
    ancora una microriflessione: qualunque testo religioso, qualunque, se preso letteralmente e acriticamente, può essere usato per avallare stragi e persecuzioni. perché è figlio del suo tempo, e di culture, appunto, tribali.
    e anche molti testi politici se presi sine grano salis.
    la sfida è nell’educazione innanzitutto.
    e nel fare terra bruciata ai reclutatori, eliminando le condizioni di base che sono terreno di cultura per l’involuzione patologica di gente allo sbando.

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  10. la dissacrazione non è mai male: abbassare un oggetto carico di pompa, lo rende meno pericoloso, più maneggevole. è ingrediente necessario al comico. la dissacrazione degli eccessi della religione ha una tradizione illuministica fondamentale: credo che dopo oltre duecento anni ci sia ancora bisogno di dosi massicce di illuminismo

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