Il mio problema con Michele Serra

Vorrei che leggeste brevemente questa ben scritta e seducente amaca di Michele Serra, uscita sulla Repubblica di Ieri. Vi chiedo di leggerla perché vi trovo inseriti alcuni errori di metodo nello sguardo sociologico politico e culturale della vecchia sinistra italiana – una serie di snobbismi involontari e di approssimazioni concettuali che sono veramente pericolose, perché alla fine vanno a sottendere le nostre opinioni fattuali quando politicamente cominciamo a pensare cosa dobbiamo fare per arginare certi problemi sociali concreti. Buona parte del disastro politico della sinistra italiana è dovuto esattamente a questo modo di parlare delle persone (dei ceti che costituirebbero il suo elettorato) e di alludere alle discipline.

Serra esordisce con una osservazione oggettivamente interessante, sul narcisismo delle armi in pugno. Sul piacere che da il vedere se stessi, l’autopercepirsi nel momento di sparare. E’ un’osservazione corretta, di cui la letteratura ha spesso reso conto anche parlando di personaggi relativamente pacifici. A me viene per esempio in mente Perissinotto, le colpe dei padri, quando descrive il protagonista che se ne va al poligono a sparare. Forse Serra dovrebbe leggere questo libro che parla – con un risultato non eccellente ma meno qualunquista della sua amaca – di una storia di vita e terrorismo. Il protagonista che si allena però non è un terrorista, e anzi un luminoso capitano di industria cresciuto nella buona borghesia torinese. Il godimento dell’arma ce l’ha, ma non gli viene di certo dall’anonimato delle periferie.
E invece Serra cortocircuita proprio, nel secondo passaggio del suo articolo, il piacere dell’arma, il senso di potere e di ruolo, con il “soma dell’anonimato delle periferie”. Un problemaccio dice Serra più o meno, se per liberarsene le persone devono imbracciare un arma e sparare alle folle. E avanza la, quantomeno psichiatricamente ardita, ipotesi che un Breivik un Colubaly e via discorrendo, vanno scannando il prossimo per il momento di gloria che l’anonimato fa agognare.
Signore pietà Cristo pietà.

Ma forse meglio del sarcasmo conviene tentare qualche contenuta osservazione.
1. Quando si cerca di fare un’osservazione sociologica conviene tenere sotto occhio le proporzioni numeriche. Perché le proporzioni numeriche aiutano nello stabilire inferenze corrette: le persone anonime nelle periferie e anche negli strati meno abbienti del cosiddetto ceto medio sono moltissime, direi la maggior parte. Sono veramente molte persone. In queste molte persone c’è una percentuale consistente di individui che compiono atti criminosi di varia natura, ma pochissimi che compiono atti terroristici. Ma c’è anche nell’anonimato periferico una roboante quantità di persone, roboante dico per rendere giustizia e per restituire un senso di profondo fastidio che avverto, che si ammazza di lavoro che è onesta, che alle volte fa atti notevoli sotto il profilo etico e che molto spesso conduce faticosamente e anche allegramente una vita onesta. Dire che l’anonimato periferico è da correlare all’atto terroristico alla luce di queste percentuali è statisticamente  insostenibile perché se così fosse sarebbero tutti terroristi, o almeno che ne so la metà. (Questo deve aiutare anche a annullare quell’altra relazione tanto di moda tra Islam e terrorismo: i Mussulmani sono un miliardo e mezzo – fateve du conti).

  1. Quando si riflette su un atto di morte, specie in un contesto pacifico, se non altro aiutati dall’osservazione di un quotidiano dove se il signore davanti a se dal panettiere non uccide il panettiere perché ha dato il resto sbagliato, nostro cugino non ha fatto saltare in aria la figliola nella riunione di condominio, ecco dicevo, bisognerebbe guardare l’atto di morte, come qualcosa tragico, di qualitativamente discontinuo nell’esperienza, di molto forte, per spiegare il quale insomma è bene chiamare in causa categorie salienti, se si è in grado di farlo. Se no si cade, in una fuffa intellettualistica che non porta niente. Una sorta di versione cachemire del non ci sono più le mezze stagioni. Davvero, è plausibile credere che uno ammazzi decine di ragazzini per il soma dell’anonimato? Vi sembra un concetto utile? Voi che immagino siate tutti delle gran celebrità, entrereste in una redazione e fareste fuori dodici persone?
  1. Sorvoliamo sull’assolutamente incongrua prospettiva storica secondo cui la gente ammazzerebbe solo ora, mentre prima al posto degli omicidi a freddo forse c’erano petali di rosa, e chiediamoci perché Serra in un primo momento alluda a un sapere al quale poi si rifiuta di attingere. Gli psicoanalisti e anche gli psicoterapeuti di altro orientamento penserebbero ad altre cause dell’agire criminale, e quando Kernberg ha introdotto l’utile concetto di narcisismo maligno, come sottotipo specifico a diagnosi sfavorevole dei diversi tipi di personalità antisociale, non alludeva certo al problema di “Mi si nota di più se” quanto a storie individuali di grande deprivazione e abuso, intrecciate a predisposizioni genetiche di un certo tipo, le quali producevano la sostanziale incapacità di occuparsi dell’altro, di vedere la sofferenza dell’altro, oltre che una sostanziale lacuna nella struttura del superio – tutto questo detto con una vergognosa semplificazione, ma spero di dedicare un approfondimento in altro post.

La questione è che la marginalità sociale incoraggia certamente la psicopatologia, ma non per un problema di percezione narcisistica di se nel modo in cui intendiamo nel nostro linguaggio comune il narcisismo e l’essere visti. La marginalità sociale incoraggia la psicopatologia criminale o meno, perché in vario modo la povertà e l’assenza di rete pubblica ostacola l’esercizio degli affetti e la strutturazione di nuclei familiari funzionanti. La povertà di fatto mette spesso ostacoli al benessere emotivo, anche si ci sono davvero tantissime brave persone, piene di risorse intellettuali ed affettive che sono capaci di saltarli e di inventare bei mondi da abitare. Ma dove c’è marginalità sociale ci sono padri alcolisti e disoccupati, donne troppo depresse per essere madri, ci sono occasioni materiali difficili da rifiutare che provocano danni psicologici a catena, e che rinforzano predisposizioni psichiatriche. Per non parlare delle situazioni collegate all’immigrazione, alla difficoltà di integrazione, allo iato sintattico e psicologico che si crea tra lingua dei padri e lingua dei figli.

Forse è ora di cominciare a chiedere agli intellettuali, a quelli che hanno i mezzi per far vedere sui media le connessioni possibili tra discipline diverse, ai vari Serra e Gramellini che esprimono pensierini molto letti e citati, e che quindi hanno la possibilità di esercitare un ruolo politico utile alla collettività, di smettere di mantenersi su queste aree di dissertazione, per le quali non vale mai la pena di aprire un libro in più, di cominciare ad assumersi una responsabilità quando scrivono. Anche politicamente, quest’amaca, è davvero la conferma di certi stereotipi sulla sinistra secondo cui, ha smesso di parlare con i ceti subalterni, o per i ceti subalterni, ma dei ceti subalterni, e senza neanche una reale cognizione di causa.

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18 pensieri su “Il mio problema con Michele Serra

  1. la marginalità, non produce automaticamente disagio e risposte antisociali. Anche la ” Camorra ” agli albori del periodo Cutolo, fornì uno schema e una ” cultura ” agli emarginati napoletani. Ma non tutti si arruolarono.

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  2. condivido in pieno le tue considerazioni. Aspetto un approfondimento su Kernberg (a me totalmente sconosciuto) ‘il narcisismo maligno’ e le sue ‘predisposizioni genetiche di un certo tipo’

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  3. è il tema della responsabilità che mi sta grandemente a cuore e il tema dell’illuminismo che manca tragicamente nella nostra epoca: chi ha i mezzi e la visibilità parli al mondo, da qualunque postazione, non si faccia delle pippe, non spari a noi pipponi o elzevirini superficiali. la gente non è tutta scema: lo è diventata anche a causa di scarsa cura da parte di chi gliela doveva. fai il giornalista? scegli dove stare politicamente: ma in senso pieno, cioè se vuoi abbracciare la professione, che è testimonianza, o se vuoi parlarti addosso e spargere in giro paroline aurate e vuote. mah

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  4. Ho lo stesso problema con Michele serra, che viene da un’amaca di un bel po’ di tempo fa: la condiscendenza che trasuda dalle sue parole mi irrita profondamente. E hai pienamente ragione: il suo è un ruolo politico. è ora che si alzi dall’amaca e cominci a guardarsi attorno.

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  5. La semplificazione di Serra, così come l’hai analizzata, la mettiamo pure in archivio, il cortocircuito a quanto pare c’è. Quindi non mi metto nei suoi panni, ma propongo una domanda che mi è venuta in mente leggendolo: se della massa delle persone che vivono in situazioni di difficoltà sociale emergono anche, in misura fortemente minoritaria, dei terroristi, o dei reali o possibili fiancheggiatori; ma se tutti o quasi tutti costoro, però, è da lì che vengono, allora che tipo di correlazione pensare, se c’è, e se non c’è, in cosa consiste l’abbaglio ? Può anche darsi che la risposta non sia tipicamente sociologica. Mi pare intervenga un problema di conoscenza non tanto dei contesti, quanto di alcune dinamiche reali. Ad esempio, quelle del reclutamento, che per me è fondamentale. Cosa su cui mi sono interrogato a proposito dei foreign fighters, che sono pochi, anzi pochissimi, ma costituiscono un fenomeno relativamente nuovo, e piuttosto eclatante sul piano mediatico ; perché non tutti – a quel poco che si sa – provengono da situazioni socialmente critiche, e sono comunque tutti cresciuti in un sistema di valori e di regole che qualcosa deve averli portato non solo ad abbandonare, ma ad avversare (è obbligatorio il passaggio delle conversione, che significa per l’appunto, rozzamente : mi hai convinto, sono vissuto in mondo che mi ha raccontato cazzate e che devo combattere).
    Pienamente d’accordo con te sulle generalizzazioni da confusione, in cui rientra anche l’equazione Islam = terrorismo. Però anche lì vale il discorso: è comunque al grido di Allah Akbar che questi sparano (ne abbiamo già discusso fino alla noia). Per i foreign fighters questo, ad esempio, è difficilmente spiegabile. per me. ma penso anche che oltre a ricotruire i processi psicologici che portano a, ecc, sia molto utile sapere come vengono arruolati. Che sia colpa solo di certe moschee, o di imam – ipnotizzatori, ci credo poco.

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  6. Senza nessuna pretesa di profondità: 1-Concordo che Il numero dei terroristi è così piccolo che calcoli statistici non se ne possono proprio fare. 2-Per gli atti di terrorismo è meno facile arruolare un ricco e benestante della city che non un emarginato delle periferie. 3-Credo che il terreno più significativo per l’analisi di questi attentati sia la comunicazione di massa. isis e al qaeda con gesti eclatanti vogliono portare la loro guerra in europa agendo sul piano mediatico. 4-Analizziamo invece come vengono facilmente agitate le nostre paure profonde (di persone mediamente sane) rispetto a queste azioni eclatanti, che statisticamente non hanno alcuna probabilità di colpirci da vicino.

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  7. La lettura del tuo commento, così ampia e sfaccettata mi ha aiutata a cogliere punti di disarmonia che ad una prima occhiata non avevo visti. Generalmente Serra scrive cose che condivido, nei modi che condivido. Ultimamente in lui ho percepito però, un essere quasi seccato, frettoloso, sicuramente mancante di imparzialità che pur tuttavia non è requisito obbligatorio di chi opinioneggia (è questo che fa oggi Serra?). Sulle prime questa sensazione l’ho avuta quando si scriveva di fatti napoletani, nel merito specifico di cosa manco me lo ricordo più. Ricordo che condividevo l’insofferenza, la voglia di liquidare in fretta e senza troppo sforzo una questione che toccava un nervo scoperto di una città, o meglio devo dire, dei suoi cittadini, che faccio personalmente molta molta fatica a tollerare, avendoci trascorso per oltre quindici anni di vita adulta. Questo vecchio ricordo impreciso mi ha spinto a rileggere meglio, per ritrovare oggi lo stesso taglio che io però definirei snobistico come hai ben detto in partenza, più che qualunquista come poi fai più avanti. La semplificazione di Serra nel liquidare la questione con un terrorismo che arruola nelle periferie, tocca il vero, ma per le ragioni sbagliate e con modi che sembrano inopportuni anche a me. E che approfondisce con poca grazia nei pensieri successivi, dove tradisce una puzzalnaso che non gli ho trovato come dicevo prima che raramente. Come per i fatti di Napoli, non si può dire che abbia saputo fare un’analisi lucida e non credo affatto se ne possa imputare la responsabilità alla necessità di non tenersi lunghi con le parole.

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  8. Molto bello, Costanza.
    Questi “Guerrieri Santi” – da ambo le parti (Breivik, gli attentatori del WTC ma anche tanti jihadisti odierni) – non sono mica tutti degli sfigati da “anonimato delle periferie”.
    Mi farebbe assai piacere che tu leggessi questo mio pezzo scritto mettendo a confronto Breivik e Mohamed Merah, quello di Tolosa. E’ molto denso e quindi magari forza la mano su qualche passaggio che sarebbe da considerare in una luce più problematica, anche o forse soprattutto a partire da un fondato “psicosapere”. 🙂
    La critica che mi faccio da sola è che la via del jihadismo può essere imbracciata a partire da un sentimento di ingiustizia e solidarietà con i propri fratelli musulmani oppressi e massacrati in giro per il modo – in Siria, in Iraq, in Bosnia, in Palestina – che, in sé, a mio avviso non ha nulla di patologico: sennò lo era anche Byron quando si unì ai patrioti greci, o Orwell volontario in Spagna.
    Poi l’ideologia che fa da mantello è orribile, ma questo è un altro discorso.
    http://www.nazioneindiana.com/2012/09/10/supereroi-da-paura/

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  9. Bel pezzo e tutto condivisibile. Nello specifico temo che il tuo pregevole sforzo sia fuori bersaglio: Serra ha un problema molto legato alla sua generazione che è la stessa che in Italia e in Germania si è data al terrorismo rosso o nero. Non voglio incorrere i suoi stessi errori azzardando ipotesi da bar su questa sua condizione ma credo sia questo che induce a scrivere scempiaggini di tal fatta. L’unico merito è aver promosso una così utile riflessione.

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  10. quel che mi interessa è il narcisismo delle armi, qui inteso proprio come la percezione di sè con l’arma in mano e la percezione di sè mentre si spara. A questo lego l’estetica delle armi e il fascino che possono avere anche su persone che mai si sognerebbero di usarle. E ho un caso personale, possediamo una piccola Beretta da “borsa” quasi, un oggetto che non esito a reputare bello, sebbene posso tranquillamente dire che le armi dovrebbero sparire tutte e sono sincera. Eppure quell’oggettino è affascinante, lo ammetto. (sono decenni che nessuno la usa ed è blindata oltre che essere burocraticamente un peso non lieve)

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  11. io credo, e siccome non sono una specialista la cosa vale quel che vale, che ci siano delle psicopatologie latenti che possono o meno esplodere a seconda di una serie di variabili. la jihad è solo una scusa, alla fine (parlo soprattutto dei foreign fighters): non ci fosse quella sarebbe qualcos’altro (pensate alle stragi scolastiche negli states, per esempio, o al reclutamento nelle fila di mafia e camorra). chiaro che con un background di appartenenza a una minoranza etnica e religiosa è più facile arrivare lì che altrove.
    (c’entra in parte, ma è una vita che sostengo che le tossicodipendenze -quelle vere, eh, non le quattro canne- partono da una forma di patologia, una tendenza alla dipendenza. che se non fosse droga, sarebbe qualcos’altro. e questo spiega il successo di molte comunità (non tutte, s’intende), in cui semplicemente si va a sostituirne una con un’altra -e perché sia tanto difficile uscirne)
    poi magari ho detto una cazzata, costanza, non so.

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  12. Ti ringrazio e ti cito il perché:
    “La povertà di fatto mette spesso ostacoli al benessere emotivo, anche se ci sono davvero tantissime brave persone, piene di risorse intellettuali ed affettive che sono capaci di saltarli e di inventare bei mondi da abitare.”
    Grazie ancora

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  13. Sembra che stia parlando del perchè ai derelitti piace partecipare al grande fratello. E’ una conclusione troppo idiota, michele serra non lo è. Vado di dietrologia? Onestamente anche io avverto un palese disagio in questo commento. Forse, mi viene in mente, è perchè gli attentatori di Charlie Hebdo hanno colpito in maniera netta e mirata i nostri salotti della sinistra, i nostri valori radical chic, il nostro diritto di sberleffo col culo al caldo. Hanno colpito michele serra. E lui si difende maldestramente, con un sacco di senso di colpa.
    Molto bella la tua analisi.

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  14. Mah! Michele Serra, di cui condivido molti pensieri e posizioni, non credo pretenda di esprimere “la verità”. Le cose che ha espresso in questa amaca incriminata penso siano condivisibili, riduttive e parziali, ma ragionevoli. Sono state solo poche parole, non un trattato, inerenti fatti che possono (potrebbero) avere aspetti in comune al di la del punto del pianeta in cui accadono. In fine, condivido alcuni punti della tua analisi.

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  15. Ciao, Costanzaj. Ti ringrazio, perché non sono consapevole dell’esistenza di molte altre persone che condividono il mio pensiero sul tono generale usato da Michele Serra nella sua Amaca. Vedo molto spesso delle persone lodarlo per le sue opinioni, ma spesso dietro queste lodi leggo uno snobismo che semplifica i problemi di cui lui parla maldestramente, spesso etichettando centinaia di migliaia di persone di un qualche difetto da cui lui è immune, o categorizzandole in modo approssimativo, anche con una certa dose di distacco emotivo. Oggi ho letto nella sua amaca una marcata accusa contro i “mediocri” per aver aggredito Vittorio Sermonti al momento della sua morte. Sebbene non condivida l’atteggiamento di questi ultimi, lo snobismo intellettuale di Serra mi spaventa, se possibile, ancora di più. Sono sinceramente preoccupato dall’assenza di una condanna sociale legata agli insulti che Serra rivolge in modo sottile e altri in modo molto più esplicito, quasi fosse una cosa normale. Grazie, in particolare, per aver comunicato al mondo questa profondità emotiva e questo desiderio di comprendere il prossimo, con il tuo pezzo su questo blog.

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