Psichico 12/omosessualità, teorie riparative, terrori epistemologici

Dunque, qualche tempo fa vedevo a cena dei colleghi, e si chiacchierava insieme sulla spinosa questione omosessuale rispetto alla teoria psicoanalitica. I miei colleghi erano molto colpiti dall’eziologia psicodinamica che un vecchio didatta aveva fornito dell’orientamento omosessuale. Brevemente, il didatta aveva infatti fatto riferimento a la teoria evolutiva di marca freudiana o postfreudiana, per cui: il figlio viene seguito prima dalla madre e poi dal padre, e il suo orientamento di genere si fissa nel momento in cui abbandona l’identificazione con la madre si identifica con il padre e la madre diviene oggetto del desiderio, mentre per la figlia suppergiù arriverebbe allo stesso periodo la disidentificazione parziale con la madre, e la scoperta del padre come oggetto del desiderio. Questo tipo di teoria evolutiva ha per i clinici spiegato da una parte la scelta dell’orientamento omosessuale come mancata identificazione con il genitore parisesso, e contemporaneamente spiegato la diversa distribuzione nella scelta omosessuale per cui, vi sarebbero molti più omosessuali uomini di omosessuali donne – le quali essendo nate e allattate dalla madre, conserverebbero una quota di ambivalenza tutta la vita.
Ci sono molti validi motivi per sostenere che la teoria faccia acqua, il primo dei quali è il riferimento a una organizzazione sesso genere nella compagine familiare diversa da quella che si da in realtà, e che la realtà ha sempre sfidato. Quanti sono i gli eterosessuali che non hanno conosciuto un padre e sono cresciuti in famiglie di sole donne? Non si contano – sono un’enormità. Quest’enormità da sola suggerisce di ridimensionare il peso dell’intervento del padre per esempio nell’organizzazione dell’identità di genere dei maschi. In secondo luogo, non è poi statisticamente provato che le persone omosessuali abbiano avuto un’infanzia deprivata tale per cui l’identificazione con il padre sia completamente preclusa. Quindi, i miei colleghi avevano ben donde di che essere perplessi di fronte al vecchio didatta.
La teoria del didatta, spesso si è infatti accompagnata, anche se non nel suo caso, a una logica discriminatoria, e ad una sintassi normativa. Uno dei miei amici infatti argomentava che, se si sostiene questo, si stabilisce che l’origine dell’omosessualità è in un comportamento deficitario della coppia genitoriale, e l’omosessualità è di nuovo ascrivibile all’elenco delle patologie. Questo è in effetti grosso modo l’orizzonte di senso delle teorie riparative.

Le quali di solito sono portate avanti, da presunti colleghi di epistemologia povera e deontologia discutibile – come vedremo dopo. Ma l’essere affiancati a questi presunti colleghi oggi impedisce di ragionare in buona parte degli istituti di formazione, più che mai nelle università, sul comportamento omosessuale, e sulla sua origine, perché si sente nella scelta stessa della ricerca la spada di Damocle dell’effrazione morale. La psicodinamica sta sempre infatti seduta nella complicata posizione di chi è il più progressista dei reazionari, per sua costituzione biologica: essa infatti trae inferenze in base a rapporti di maggioranza: che che se ne dica, non può mai assumere posizioni che siano eccessivamente innovative: le posizioni eccessivamente innovative riguardano infatti comportamenti sociali e affettivi che non è dato dimostrare con fenomeni le cui ricorrenze siano sufficientemente valide. Ugualmente, si creano comunque dei cortocircuiti, delle reazioni chimiche con i cambiamenti ideologici della cultura in cui si è calati, i quali avvengono per un’altra interessante fisiologica necessità prima che certi fenomeni diventino molto diffusi. Il pensiero progressista non è infatti quello che riconosce come normale un fatto normale e diffuso – il fenomeno che la psicometria può studiare – ma che sa riconosce come normale ciò che prima è minoritario, e e quindi si industria a preparare il terreno per la sua normalizzazione. La ricerca psicologica quindi, sente l’imperativo etico dell’apertura alla variazione, ma si sente sempre in colpa per non poterlo del tutto soddisfare.. Qualche volta si cimenta nella sfida scientifica che il cambiamento ideologico suggerisce in via di preparazione, qualche volta invece nevroticamente si arrrocca su posizioni che sono surclassate dalla storia concreta.

Nella discussione con i miei colleghi, mi rendevo conto che io non ero certissima di voler buttare al secchio la teoria classica in psicologia evolutiva, ma soprattutto che c’è un problema nello statuto della terapia psicoanalitica una specie di contraddizione di fondo di ordine filosofico, che è l’esito di paradigmi diversi che si scontrano nel concetto di cura. Perché per esempio, conosco omosessuali, felicemente omosessuali e felicemente accoppiati da molto tempo che hanno beneficiato di una teoria psicoanalitica freudiana iperortodossa, che hanno trovato nella narrazione dell’identità preclusa una narrazione che a loro si confaceva, senza che ciò implicasse un giudizio di valore, o una patologizzazione delle loro scelte esistenziali successive: e anche io devo dire, non di rado ragiono con i miei pazienti omosessuali sulla loro storia privata con l’assunto di fondo che il prosieguo della storia personale non è patologico perché ha a che fare con la scelta omosessuale.
Credo che qui stia la profonda differenza tra teoria riparativa e approccio psicoanalitico: nel decidere cioè che nella stragrande maggioranza dei casi dei pazienti che si dichiarano omosessuali il sintomo sta nella qualità delle relazioni omosessuali o meno che vivono, piuttosto che nel fatto stesso che siano omosessuali: la questione può essere più la capacità di tenere in piedi una relazione per più di due mesi con una persona che si ama, piuttosto che il sesso della persona che si ama, e nel dialogo con il paziente può rientrare anchel ’elaborazione di una esperienza devastante e negativa con la figura parterna, con la storia della sua vita relazionale, senza che ciò implichi una patologizzazione delle sue scelte.
Non credo naturalmente che questa sia l’unica possibilità, non credo che il modello evolutivo classico renda conto di tutti gli itinerari psichici individuali, ma non mi sento di rigettarlo completamente fuori dalla finestra. Sogno una psicoanalisi dove convivano diverse epistemologie cliniche – questa è ancora applicabile a diverse narrazioni soggettive.

Io credo che le teorie riparative mettano in atto una sorta di acting aut, ossia applichino una difesa profondamente immatura a uno stato psicologico di scomodità che è l’osservazione di qualcosa che non ha ancora posto, che è destabilizzante come Altro da se, come mossa individuale anarchica che spariglia un ordine noto. Le teorie riparative agiscono un problema della struttura psicoanalitica e quello che è un’eventualità diventa un fatto: sovrappongono cioè le caratteristiche personologiche tout court con il concetto di sintomo, si rappresentano le storie individuali tout court come reazioni disadattive e non adattive. Eppure, uno sguardo sorvegliato su di se anche eterosessuali e normati, dovrebbe mettere in guardia – perché tanti nostri pregi sono la soluzione brillante a una storia psicologica di torti. E quindi una serie di domande:
E’ davvero così più difficile in psicologia scorporare etica da logica scientifica? Una volta stabilito che la patologizzazione del comportamento non può essere il braccio teorico di un’ideologia reazionaria – e la sua negazione di un’ideologica progressista, stringendo il campo, non è proprio possibile concepire lo sguardo analitico non solo come storia delle patologie ma come storia delle strutturazioni di personalità? E ancora: stabilire eventualmente che certe organizzazioni del se, siano l’efficace soluzione a un contesto emotivamente difficile, è davvero la prova che quella soluzione non sia efficace ma patologica?
E di quanti possiamo dire che non nascono in delle condizioni sfavorevoli? E infine, quando pensiamo noi addetti ai lavori, ai processi terapeutici, ma cosa intendiamo non dico per guarigione, che è la parola che si cela nell’ombra, ma almeno per miglioramento?
Quello che voglio dire, è che la questione delle persone omosessuali in psicoterapia, mette l’accento su una serie di vulnerabilità epistemologiche e deontologiche di largo raggio che non riguardano solo l’omosessualità. Il mancato sguardo su queste aree vulnerabili – riassumibili nel problema: cosa è sintomo cosa non lo è, e nell’altro problema come utilizziamo la nostra epistemologia tradizionale – apre il varco a strafalcionerie professionali non sufficientemente riconosciute, come dimostra l’inqualificabile convegno di Milano. Ora: si fa benissimo a processare i sedicenti colleghi che con tutta calma dichiarano di voler guarire le persone omosessuali, ma fin tanto che non ci si occupa di affrontare queste questioni, si avranno sempre le armi spuntate.

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