psichico 13/sulla diversità ontologica dei bambini

L’essere prossimi a un bambino dovrebbe far sorgere nell’immediato una domanda che suona grosso modo così: questo ente, che al tutto pare simile a noi, negli aspetti in cui invece differisce, differisce extensive o intensive? Ossia quantitativamente o qualitativamente? Perché quantitativamente è facile: dal punto di vista spaziale un bambino occupa molto meno spazio di un adulto. qualitativamente però pure dovrebbe essere abbastanza facile, perché spesso noi parliamo e il bambino non capisce una cippa – avendo egli tutto piccolo e non compiuto funziona cioè con un’economia diversa. Però a molte persone questo aspetto sfugge, e quando questo aspetto qualitativo salta loro agli occhi, essi sono come imbizzarriti e delusi dal confronto con la piccolezza allotria – si arrabbiano e sono frustrati. Questa cosa capita molto spesso non solo alle personalità pedofobiche – quelli che detestano i bambini – ma anche a certi adulti che si sono scordati dei loro figli piccoli, oppure ne hanno subappaltato la crescita a terzi. Ma capita anche ai novelli genitorelli, pore stelle, che si trovino a confrontarsi con la prole. In particolare noto, capita soprattutto – per motivi socioantropologici che non staremo a indagare – ai novelli papà.
Allora ho pensato che un bel post psico cazzarellista sulla differenza qualitativa dei bambini può essere utile.

Noi, non raccogliamo solo le cose della vita, ma anche il modo di usarle, quindi noi diciamo con l’esperienza dobbiamo raccogliere anche l’esperire stesso. Non solo cioè il sapore della pastasciutta ecco, ma anche il modo di tenere la forchetta. Noi nasciamo senza sapere una cippa di niente capito come, e ad arrivare a sapere tutte le cose che sa un adulto, e ribadisco il primo di questi saperi riguarda il saper pensare in tante circostanze, ci vogliono tanti anni. Nei primi anni di questo apprendistato i sentimenti e cervello della creatura hanno parti subappaltate ai genitori. Con i neonati la questione è anche facile da intuire: il neonato sa fare due cose, tipo piangere e non piangere ma il perché e il percome dello scontento i modi per risolverlo sono appannaggio della mente vicaria di chi si occupa di lui. Quindi per esempio boni due anni se ne vanno ad apprendere alcune cose base tipo: ci ho sonno, oltre che piangere che posso fare? Ci ho fame come posso indirizzare questo genitore a darmi del latte anziché cambiarmi il pannolino? Vorrei giocare con qualcuno che mi fa delle smorfie, e invece sto qui a fracassarmi i maroni, che alternative ho? Prima che questi comportamenti diversificati siano appresi grazie all’aiuto della mente vicaria, della reverie e di tutte le belle cose di winnicottiana memoria, i bambini stanno nell’indefferenziato piangimento e tocca stacce. Hanno solo quello e quindi piangono frequentemente. Scandalizzarsi per questo fatto, oltre che per la non immediata quanto naturalmente difficoltosa sintonizzazione di un genitore, è da cretini.

Superata questa fase, e magari raggiunta la facilitante sponda del linguaggio, i bambini non si trasformano illico et immediater in impiegati del catasto di 52 anni, e proprio biologicamente ci hanno un sistema nervoso non completato come il nostro, e molte funzioni psichiche sono in via di strutturazione. La zuppa dell’inconscio è molto più vasta e pervasiva rispetto a un Io piccino picciò che va strutturandosi, e il superio è una sorta di colabrodo a buchi molto larghi. Questa differenza strutturale piuttosto importante che si ridurrà solo alla soglia dei sette anni, genera grandissimi fraintendimenti ed è qui che si fanno la maggior parte degli errori sottovalutando queste macroscopiche differenze strutturali. Una simile organizzazione psichica infatti, rende gajardissimi in certe attività per esempio nella manipolazione simbolica, nel gioco e nell’invenzione, ma scarsissimi in certe altre questioni che prevedono una dimestichezza con il razionale con l’organizzazione causale dei processi logici che ai bambini sfugge. Infine siccome il superio è in fase di costruzione anche agire in vista del proprio bene, impedendosi di fare delle cose, è impossibile per il bambino: non ha esperienza ma non ha neanche funzione psicologica adatta ad utilizzarla, quindi può farsi male. Il che vuol dire che: di fantastico ce n’è per tutti ma di razionale e morale ci devono pensare gli adulti.

Il primo degli errori che si fanno in questa direzione riguarda la negazione del mondo fantastico – il quale per altro più è ricco nei primi anni di vita più rappresenterà una risorsa utile negli anni della vita adulta. Abbattere tutte le credenze infantili con la logica implacabile produrrà un figlietto che aderisce in maniera diligente ai discorsi fatti senza capirci veramente niente, ma ritrovandosi poi da grande impoverito nella sua saccoccia simbolica. Per capire quanto sia prioritario l’immaginifico e il simbolico rispetto a noantri, è utile sapere per esempio che i bambini sognano – per motivi neurofisiologici – molto meno degli adulti: arrivano alla nostra strutturazione e frequenza onirica intorno ai dieci anni – e che certi test molto utili (tipo “disegna la tua famiglia”) si possono fare solo fino a sette anni, perché fino a quell’età il mondo emotivo e fantastico è mischiato al reale e non scisso, e se i bambini vedono il papà come un leone faranno un leone dicendo che è proprio così, dopo lo faranno più somigliante possibile al reale. Questo nel dettaglio vuol dire: non ha senso dire ai bambini che Babbo Natale non esiste, che una certa favola è illogica, che il drago del lago è un prodotto popolare, che le lucciole non portano i soldi. Non state parlando con Mancuso, state parlando con un bambino. Il bambino che a 5 anni mostra di aderire alla logica degli adulti in linea di massima, finge, sa che deve farli contenti, si adultizza a scopo pavone, ma non capirà proprio per bene. Spesso nell’intimo invece sarà fondamentalmente deluso, sarà triste perché quella favola fantastica è finita – e ora tocca inventarsene un’ altra. Auspicabilmente.

Il secondo riguarda la questione del superio e fa fare, spesso ai papà errori madornali. Il superio, quella cosa che ci serve per arginare i nostri desideri a scopo protettivo nostro e degli altri, è il grande implicito della distrazione adulta. E di certo comportamenti curiosi che ogni tanto capita di osservare. L’interiorizzazione di un precetto, alle volte è più facile per un gatto che per una creatura di due anni, la quale sta anche combattendo con l’esplorazione delle sue ambizioni, e non gli viene facile abdicare per qualcosa che neanche intuisce, e che non può capire bene. Questa faccenda è anche ostacolata dallo stato dell’arte delle strutture logiche, che per l’appunto non essendo fatte e finite, non funzionano come per noi. Quindi non solo è pericoloso aspettarsi che un bambino piccolo si fermi da solo, non solo è cretino arrabbiarsi perché una madre sta sempre appresso a un potenziale piccolo suicida, ma anche dire a una creatura di anni 4 cose come “non pensi sia il caso di smettere di mangiare dolci?” è piuttosto scemo, perché no lui non lo pensa, no mangerebbe dolci fino a scoppiare che me la stai a tirà uffa?

Infine, cosa particolarmente responsabilizzante, e che quindi procura anche un certo che de angoscia, siccome questi enti che si chiamano bambini non hanno questa grande dimestichezza con la logica degli adulti e sono quindi fragili in un mondo che funziona con quella logica, e interpretabile solo con quella logica, la natura li ha programmati perché pendessero dalle loro labbra degli adulti, e in assenza di deduzioni cartesiane in merito alla costruzione sillogistica del pensiero, per decodificare gli adulti ne utilizzano emozioni e sentimenti, che leggono con una velocità impressionante.. Quindi se un bambino fa una cosa pericolosa non ha senso argomentare, ma bisogna incavolarsi. L’argomentazione avverrà quando sarà richiesta – come conseguenza della necessaria comprensione dell’incazzatura, qualche anno dopo. E anche quando sarà richiesta sarà opportuno essere un tantino incazzatelli mentre si spiega che no le forcine nella presa non si devono mettere. Ugualmente, se vogliamo che un bambino non abbia paura, dobbiamo farci vedere allegretti e sorridenti, che se batti invece i denti, a voja a pippe, quello non ti crede. Questo passaggio secondo me è molto importante e delicato e merita l’assenza di ironia, perché mentre non rispettare il fantastico vuol dire fare un adulto povero di creatività e un po’ noioso, allagare un bambino di sentimenti negativi, deresponsabilizzarsi rispetto al suo codice emotivo facendo finta che sia un adulto, quindi esponendolo a traumi – far vedere a un bambino genitori che urlano, mostrare a un bambino emozioni rifiutanti – per me rientra nella categoria dell’abuso e porta a conseguenze più importanti, su cui non il caso di ridere tanto su.

In sintesi per esprimerci grossolanamente, possiamo dire che l’infanzia è quella beata landa psichica dove fantastico e reale sono indifferenziati, simbolico e concreto sono sovraaposti. E’ la landa dove non si sogna ma si gioca, e dove è quasi impossibile capire certe definizioni astratte. Crescere vorrà dire far divorziare questi due lati, e sostanzialmente strutturare l’inconscio versus la coscienza. Prima di questo divorzio i bambini hanno un bisogno esagerato degli adulti che travalica la concretezza, e che si appiglia al linguaggio emotivo. Questa cosa, è importante anche per i contesti processuali, e per tutte le occasioni in cui abbiate bisogno di appurare di cosa un bambino sia stato testimone. Prima del divorzio tra mondo interno ed esterno, tra reale e simbolico, oggettivo e soggettivo il bambino non può capire cosa voglia dire l’aggettivo “vero”, può capire però che cosa sia importante ascoltare come vero per l’interlocutore. Se si trascura questa cosa nel modo in cui si pongono le domande si può mandare in vacca tranquillamente un processo (io ne ho in mente uno che non voglio citare per non insozzare la leggerezza del post) o più modestamente credere di avere le prove di qualcosa che compiace il nostro desidero quando in realtà siamo davvero solamente cornuti e mazziati.

E niente, doveva essere un post cazzarellista, e invece si è decazzarellistizzato in itinere. Buona giornata comunque.

 

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8 pensieri su “psichico 13/sulla diversità ontologica dei bambini

  1. ho questo ricordo agghiacciante di una discussione surreale tra mio figlio, anni quattro scarsi, che, essendosi arrabbiato col papà per una di quelle cose per cui si arrabbiano i bambini di quattro anni scarsi, gli aveva detto: e io non ti voglio più neanche un po’ di bene, e il papà, offesissimo, si era lanciato in un pippone di cinque minuti buoni su come esso figlio non dovesse permettersi, e onora il padre, e i doveri eccetera.
    non dimenticherò mai lo sguardo allibito di niccolò, che lo guardava capendo nulla e chiedendosi cosa mai stesse succedendo.

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  2. oddio si, il mio amico sudamericano, grande intellettuale francese di formazione, che fece un pippone sul rispetto e gli antenati mentre il figlio, intanto che lui mi raccontava un aneddoto di famiglia, ci interruppe cortesemente per chiedere se potevano andare a giocare. Gli stavo per menare, allora non sapevo perché`e, adesso me l’ hai appena spiegato. (ovviamente mi guardo bene dal discettare delle volte che magari ho sbagliato io il tiro)

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  3. Quasi un vademecum per chiunque abbia a che fare coi pargoli sotto una certa età. Poiché ho creduto alla befana, al topino dei denti e ad altre creature fantastiche senza danno, accredito la credenza a qualunque pargolo me ne chieda notizia. In genere cerco pure di informarmi cosa fa o non fa oggi il topino dei denti e mi rallegro del fatto sia ancora in circolazione – ché è noto i topini dei denti sono immortali. A margine – ma non tanto – volevo porre una domanda: come si fa ad affrontare con bambino piccolo (sotto i sette anni) la morte di una persona cara. So che i bambini non concepiscono la morte nello stesso modo di un adulto tuttavia devono in qualche modo elaborare la scomparsa fisica dal loro orizzonte di una persona prima presente. Mi è capitato di essere rimbottata da un genitore il cui figlio di tre anni aveva da poco perso la nonna perché il bambino mi faceva vedere un punto luminoso nel cielo dicendo “vedi, lì c’è mia nonna e mi guarda” e io risposi: “certo, caro, ci guarda.”. Il babbo si arrabbiò molto perché al contrario della madre (era stata lei a fornire questa versione al figlio) sosteneva che bisogna dire che la nonna era morta e basta e con la morte finisce tutto. Non è un fatto religioso: secondo me un bambino di tre anni – tanti ne aveva – sto discorso paterno non lo capiva e se lo capiva non gli piaceva mentre la versione della madre lo metteva in condizione di patteggiare con la mancanza in modo consono. Oh, se ho detto una super cazzarola, cazziami pure.

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  4. Aspetto con trepidazione un post cazzellerista sull’adolescenza, spero di non dover aspettare fino a quando i tuoi figli lo saranno, per allora spero di essere nonna e godermeli senza tanti patemi.

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  5. Molto interessante, mi viene da collegare la discussione (spero correttamente) a quei casi in cui i genitori chiedono al bimbo piccolo di operare una scelta, quando il bambino non ha gli strumenti per operarla questa scelta. Tipo (esempi reali) al negozio di vestiti “Tesoro vuoi questa maglia qui o questa qui”? E il bambino ripeteva meccanicamente “Quetta qui!” chiaramente non capendoci niente ma ripetendo il suono dell parole di mamma. Oppure genitori che chiedono: “vuoi la minestra o la pasta per cena?” Stessa cosa (oppure il bambino risponde solo “pizza” perche’ il suo unico criterio e’ “mangiare una cosa che mi piace”). Ho l’impressione che questo comportamento possa generare ansia nei piccoli, perche’ il genitore li investe di una responsabilita’ (operare una scelta) che non sono ancora attrezzati ad affrontare, e finiscono per avere l’impressione di deludere le aspettative di mamma/papa’… Sbaglio?

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  6. Clap clap 🙂 la tua sulla domanda di icly l’aspetto: perché io sono di quelle che ha iniziato a far fare le sue scelte al figlio prima di presto, e sin ora mi sembra sia andata bene

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  7. “…allagare un bambino di sentimenti negativi, deresponsabilizzarsi rispetto al suo codice emotivo facendo finta che sia un adulto, quindi esponendolo a traumi – far vedere a un bambino genitori che urlano, mostrare a un bambino emozioni rifiutanti – per me rientra nella categoria dell’abuso e porta a conseguenze più importanti, su cui non il caso di ridere tanto su.”

    Ecco, cara Costanza,
    questa è proprio la situazione in cui il mio ragazzo si è trovato a vivere – grazie a un padre anaffettivo (figlio, a sua volta, di genitori anaffettivi), che pretendeva che il bimbo (ovvero, lui) capisse i suoi turbamenti di uomo puaretto incastrato dalla moglie e dalla prole di tre figli: e che quindi stare con un’altra donna e andare tutti d’accordo (compreso il figlio della nuova compagna, più grande di lui, che non perdeva occasione per massacrarlo verbalmente e non so fino a quanto fisicamente), lui, il bimbo, avrebbe assolutamente dovuto non solo capire, ma pure accettare. Avesse avuto 20 anni, forse – dico io.
    Quando ho saputo da lui di questi fatti, mi è partito letteralmente l’embolo: perché ancora lui, ad oggi, non solo ha del tutto rimosso quel periodo (non ne ha ricordo, per dire), ma non lo considera un fatto grave. Dice solo “sai, lui è fatto così, che ci vuoi fare” – e a me invece (che, tuttosommato, ho avuto la fortuna di vivere un’infanzia adeguata alla mia età) viene proprio da andare sotto la porta di quest’uomo, e chiedergli perché ha messo al mondo dei figli, se poi gli doveva rovinare l’esistenza (ovviamente non lo lascerei rispondere, passerei alle mani – sbagliando forse, anzi sicuramente).

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