Danke

(Era una donna alta, con occhi grandi e azzurri, e l’aggraziata malagrazia delle donne teutoniche: ossa grandi e braccia lunghe, mani forti di smalto rosso acceso. Donne che rincorrono la femminilità inforcando la bicicletta, ridono come camionisti, tengono famiglia e si stringono alla loro buffa civetteria di valchirie, la giacchina avvitata con il collo di pelliccia – e anche i polsini – leopardati.
Era la mia insegnante in Germania, e la guardavo con la tenerezza supponente che solo una donna italiana puà provare davanti a certi esotici quanto maldestri tentativi di buon gusto.

Aveva forse una cinquantina d’anni, o qualcosa di meno. Emanava il senso di levità che hanno certe donne felici, semplici secondo certi. Le si indovinava un marito, dei figli, chi sa magari un amante, una assidua frequentazione di palestre e cyclette, gite settimanali dal parrucchiere- portava i capelli corti con i colpi di sole, e li aggiustava sempre con un gesto vezzoso.
Aveva poche pretese e un generoso amore per le canzonette. Una donna piacevole, che sapeva stare nel mondo.

E il tuo nome da dove viene? Chiese il primo giorno di lezione.
Dissi che la mia famiglia proveniva dalla Spagna.

Quella volta, il primo giorno di lezione, accolse la notizia con un sorriso ospitale forse lievemente formale, che successivamente, ripensandoci non mi parve in niente diverso da quello riservato agli altri – davvero Malik vieni dal Senegal? Come mai sei qui? o, Cyrille francese… ma di che città? Niente che esulasse dalla prassi della brava insegnate, che oltre alla spiegazione della grammatica deve fare un pochino da ambasciatrice, l’avamposto della cultura di approdo, quasi una seconda dogana.
Cominciai allora il mio corso, un corso normale e piacevole senza che tra me e la mia insegnante nascesse una particolare amicizia o sintonia.

Solo una volta, alla fine della lezione mi chiamò in disparte – quando gli altri se ne erano andati.
Si fermò appena fuori la porta dell’aula e frugando con le manone smaltate in un’incongrua borsa zebrata, tirò fuori un piccolo ritaglio di giornale. Aveva gli occhi un po’ lucidi e sorrideva imbarazzata. Senti, mi disse, parlando piano e scandita per essere capita – io lo so che non ne hai bisogno, lo so che non devi imparare niente. Ma danno questo film nella sala comunale, e dopo c’è un dibattito. Forse ti può interessare.
Non disse altro e salutò poi come riarrampicandosi velocemente nel suo ruolo, forse pensando qualcosa come, ecco ho fatto una cosa giusta.
Le ricordo addosso un senso di sollievo, di soddisfazione.

Il film era Comedian Harmonist, e il dibattito era sulla Germania e i suoi ebrei. Fu un modo per dirmi che potevo parlare tranquillamente, che potevo sentirmi al sicuro, che loro erano cambiati, che ancora si discuteva. Non me lo disse perché ci andassi, me lo disse quasi con un sottile messaggio contrario – qui ora, sai che siamo così, puoi non averne bisogno.
Per il modo, per tutte le cose non dette, fu un gesto dei più intelligenti e delicati che abbia mai incontrato)
.

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