Gaza e il tradimento delle nostre icone.

(questo post è stato scritto nel novembre del 2012. siccome me lo chiedono un po’ di persone lo riposto oggi)

In questi giorni in cui l’opinione pubblica è tornata a seguire le vicende di Gaza, un antico tormentone – è tornato alla ribalta. Esso conosce diverse possibili varianti – ma sostanzialmente recita: non capisco come mai un popolo che ha tanto patito e tanto sofferto, ora proprio quel popolo da vittima si trasforma in carnefice. La variabile meno affettuosa è: io trovo che gli israeliani si comportino come i nazisti. E’ un fenomeno interessante, e trovo che parlarne sia una cosa utile. Non apprezzo affatto, e l’ho detto più volte, il voyeuristico interessamento che l’Italia ha nelle vicende israeliane, ma possiamo anche tranquillizzarci sul fatto che esso non ha il minimo effetto: ossia l’opinione pubblica italiana e occidentale incide a un livello pari allo zero nella percezione delle parti in conflitto: suscita al massimo un blando interesse nei più colti, ma non credo si vada oltre. Allo stesso tempo, questa accesa discussione, questa tifoseria calcistica sui corpi stecchiti, mi prenderete per cinica, potrebbe essere una buona palestra per riflettere sui nostri modi di pensare politicamente o meno, per i nostri modi di approcciare le cose – giacché il manicheismo è un tipo di atteggiamento che se si riserva ad un contesto – si riserva anche altrove.

Non tutto è antisemitismo, bisogna chiarire questa cosa, e prendere posizione è anche una scelta naturale e spontanea che anche ai migliori capita di fare – in fondo, ha il merito di dimostrare un interessamento alle cose che non riguardano immediatamente la quotidianità – è il sintomo di un pensare politico che non si tira indietro. Non è che se uno perciò condanna la politica di Israele è tout court antisemita – ma ,come disse Gad Lerner in una vecchia puntata dell’Infedele, il richiamo al Nazismo è una specie di scorciatoia emotiva più che intellettuale, un colpo scorretto per cui si decide di toccare l’avversario dialettico nel suo punto critico, non tanto per correttezza di inferenza quanto per qualcosa di più viscerale, che vuole azzittire l’avversario con i suoi nodi personali. Quando sento il richiamo al Nazismo nella questione di Gaza, aldilà del qualunquismo che dimostra un paragone storicamente improprio, io sento che si presenta il conto della fatica psicologica che ha per i non ebrei l’elaborazione dell’Olocausto, una sorta di colpevolizzazione per aver costretto tutti quanti a prendere atto di quello che era stata la Shoah: nell’impossibilità di negarla da parte dei più onesti, nell’impossibilità di poter ridurre a qualcosa un esperienza che arriva a essere innominabile, rimane questa fatica dolorosa che non sembra aver riscatto. Non è solo perciò per l’antipatia che le persone di destra nutrono verso il mondo arabo, che questo tipo di comparazione alligna molto di meno sui loro portali e giornali: digerire la connivenza esplicita con una colpa, l’obbligo a farlo è stato quanto meno liberatorio, rispetto all’esperienza di coloro i quali si trovano a dover elaborare una colpa storica di cui non sentono di avere colpa.
Forse allora, è bene prendere sul serio questa frase – non capisco perché un popolo che ha tanto subito oggi da vittima si trasformi in carnefice – e interloquirci seriamente, anziché gridare all’anatema come a me, è più volte capitato di fare. Perché si dice questa cosa? Cosa si cela dietro di essa?

Lasciamo da parte l’esame della situazione concreta. Per quanto mi riguarda – esattamente come contesterei aspramente l’arrivo di una destra fascista in Italia benché possa capire le cause politiche del suo arrivo – io non faccio fatica a pensare quanto di peggio ci sia a disposizione sull’attuale governo in carica in Israele. Non considero le decisioni di Nethaniau difendibili, non tanto nella reazione al conflitto in atto – perché la guerra è guerra – quanto per aver collaborato attivamente al peggioramento delle cose. Anche se, sono tristemente convinta che un governo moderato o più vicino al mio desiderio di mediazione e convivenza civile, avrebbe sortito effetti pressoché analoghi.
Piuttosto mi interessa constatare che, quando si dice: “possibile che chi è stato vittima ora diventi carnefice” non si sottolinea la derivazione per lo più capitalistica europea e occidentale, degli israeliani, ma la loro natura di essere ebrei. Sono ebrei prima di tutto, sono ebrei prima di essere europei. I loro errori e le loro cattiverie sono perpetuate in quanto ebrei non in quanto occidentali. E a nulla valgono i paragoni di comportamenti davvero immorali di altri occidentali nelle diverse occasioni di colonialismo. Essi sbagliano come ebrei.

In questa scandalizzata perorazione, precipitano diverse cose, che confluiscono in una apprezzata mescolanza. Prima di tutto, c’è la segreta e talora sinistra convinzione che gli ebrei sono migliori di altri, un traguardo che l’Olocausto dovrebbe aver contribuito a raggiungere, ancora più fortemente. Sono sempre stati, dice il clichet talora segretamente antisemita talora semplicemente problematico al livello psicologico, più intelligenti, più colti, più razionali di noi. Con l’Olocausto diventano quelli che sono più consapevoli di noi del dolore, coloro i quali insegnano un’esperienza indicibile. Sono quelli che vengono nelle scuole dei nostri bambini, i vecchi venerabili col tatuaggio sul braccio a raccontare quello che altri non possono inventare. Non possono quindi tradirci, perché sono la nostra occasione di catarsi. Sono state le nostre vittime e ora devono diventare i nostri eroi. Essi devono abitare la categoria del simbolo. Per questo non possiamo concepire ora gli Israeliani come occidentali, gente come noi, non possiamo pensare alla questione israeliana come una grana che riguarda l’Europa, perché si perderebbe la valenza mitica che ha l’ebreo meraviglioso e saggio che imperversa nelle pagine culturali del manifesto, lo stesso che poi è stato sostanzialmente discriminato nelle pagine di politica estera.

Se si riconducessero gli ebrei israeliani alla normalità dell’umanità, se si riconoscesse Israele come una terra dove sono andati degli occidentali, uomini e donne come concretamente sono gli uomini e le donne – una volta che si ripensasse alla Shoah, non si approderebbe a una così ingenua considerazione. Pensate all’attrito che fa questo stereotipo sugli ebrei – ma come da vittime ora si fanno carnefici – a quello molto più diffuso e ancora più amato a sinistra: le colpe dei padri ricadono sulle spalle dei figli, e che alligna ogni due per tre nella psicologia popolare: quando si sente dire – certo se quello è pedofilo, sicuramente anche lui da piccolo ha subito qualche cosa. E’ diventata una semplificazione amatissima questa da quando Freud ha fatto i suoi studi sul trauma, per cui chi ha subito un trauma tende a riperpetrarlo. Ma con gli ebrei non si applicano queste categorie.

Sono categorie, e quindi di per se, per la loro generalità pur sempre piuttosto inutili, le persone sono varie e complicate e quando gli ebrei subirono la persecuzione razziale e l’internamento dei campi vi arrivarono con storie diverse, e ne uscirono diversamente segnati. C’erano ebrei ricchi, ebrei poveri ebrei che avevano un padre che li picchiava, ebrei che avevano una famiglia amorevole, ebrei adulti ed ebrei bambini. C’erano ebrei che trovarono una soluzione sopportabile nei lager, altri che sono stati esposti a traumi irripetibili. Storie psichiche diverse attraversarono un trauma che si articolò in maniera differenziata. Ma la razionalizzazione e l’intellettualizzazione – le difese psicologiche più mature che permettono di fare qualcosa con un vissuto al punto di poterlo trasformare, sono state un lusso che Dio ha concesso a pochi fortunati. Quelli con più risorse psicologiche prima ancora che relazionali. Perché gli ebrei sono umani, e non sono migliori degli altri – e quando la loro psiche viene rotta, si rompe come gli altri.

Si rompe, e spesso i sintomi si trasmettono intergenerazionalmente, quando il trauma non riesce a essere elaborato. I figli degli ebrei che videro l’Olocausto o che lo riuscirono a schivare – sono quelli che si trovano ad agire psicologicamente parti scisse dei propri genitori che non sono riusciti a evadere. Queste parti scisse, non sono il buon cuore, il pensiero all’altro, il sentimento umanitario, queste parti scisse sono aree di rabbia terribile, aree di aggressività introiettate, e che non di rado fanno cortocircuito con una ribellione verso quel padre che ora appare una vittima imbelle, sacro per quell’esperienza e quindi odiosamente inattaccabile. Non a caso,  per un certo periodo ebbero successo presso gli adolescenti israeliani gli Stalag, atroci fumetti pornografici dove i soldati israeliani vessano e stuprano donne naziste. Il meccanismo di difesa che scoprì Anna Freud, e che si chiama identificazione con l’aggressore, si trasmetteva cioè per le vie segrete dell’intergenerazionalità, sobillato dalle difficoltà della situazione politica contingente, che offriva un’occasione per elicitarsi.

Quando gli ebrei arrivarono in Israele, scaricato dall’Europa colpevole, erano dunque quelli poveri, straccioni, vittime e perdenti, inefficaci politicamente, imbelli e fallimentari. Amos Oz spiega molto bene, e dalle nostre parti anche Piperno, quale vergogna fosse per una famiglia avere un reduce da un lager a casa. La generazione successiva è quella che ha cercato un riscatto, e che quando il mondo arabo ha cominciato a dimostrare di non voler ingoiare – sempre per ricordare Oz – quello che l’Europa aveva vomitato, ha trovato una collusione inconscia con i fantasmi intergenerazionali e una efficace rivalsa storica: doveva essere un popolo di intellettuali, ma la storia politica e la storia psichica li ha resi un popolo di militari.
E’ una storia che riguarda solo gli ebrei? E’ una storia che riguarda gli uomini? O è una storia che riguarda l’Europa?

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7 pensieri su “Gaza e il tradimento delle nostre icone.

  1. Secondo me il paragone con l’Olocausto può non essere lecito ma con un olocausto sì: da molti la situazione palestinese viene letta come un sacrificio imposto da altri, cosa che accomuna tutte le vittime di tutti gli olocausti.

    Sul resto non ne so abbastanza per esprimermi, la tua è una lettura come un’altra – ce ne sono tantissime e ho provato di capirne alcune – dei perché di Israele e degli israeliani.

    Mi sono fatta però un’idea negli anni: indipendentemente da quale sia la propria eredità, l’uomo è notoriamente un animale dalla memoria corta e ormai su molti piani il conflitto tra Israele e Palestina è un gioco a squadre, terribile e radicato.
    Tutte le dietrologie di questo mondo non lo giustificano e non serviranno a risolverlo.

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  2. Intanto danke. Poi: concludi con delle domande, difficilissime, ma provo un po’ di esitazione, o forse di cautela, a entrare nel merito, per via della premessa in cui dici: non apprezzo l’interessamento un po’ voyeuristico che ha l’Italia per le vicende israeliane (mentre concordo con l’assoluta irrilevanza che esso ha per le parti in conflitto). Pur memore del fatto che nel corso degli anni, con amici ebrei, è stato questo l’unico punto su cui si riuscisse a litigare de brutto, perché molti – non tutti – la pensano così , aggiungendo fra le righe : tanto se non sei ebreo non puoi capire fino in fondo, mi limito proprio a questo aspetto (che su Gaza, Nethanyau eccetera ho discusso all’infinto in altre sedi). Dunque, quello timidamente e sommessamente volevo dire è che non sono d’accordo, non sempre è così, anzi spesso non lo è, e non mi ritengo più informato di altri. Quel tipo di interesse che dici , se c’è, può vale per tutto il mondo e tutti i conflitti. E’ dalla fine della guerra fredda, ma forse dagli anni ’70, che il focolaio mediorientale rende il mondo più instabile e più pericoloso. Conflitti ce ne sono tanti, ma questo è IL conflitto, quindi riguarda tutti, e ha influenza sulla vita di tutti i giorni, economia compresa. E’ oggettivamente molto importante. E’ spesso la matrice dei problemi che si hanno con i jihadisti. E poi mette in gioco proprio quei meccanismi per i quali i giudizi sulle scelte dei governi israeliani, in particolare quelle belliche, si confondono con l’antisemitismo strisciante che tu meglio di me sai essere più diffuso di quello che si crede. Persone mediamente informate si rendono conto, anche abbastanza facilmente, che porlo al centro della propria attenzione, se si guarda a come va il mondo, sia un fatto quasi naturale. Insomma, siamo un popolo di voyeur, è vero, ma questo talento, chiamiamolo così, si esprime meglio su altre questioni.

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  3. rispondo di fretta, di pancia e pronta a ritornare sull’argomento se vorrai: ma ad uno psicanalista non è impedito prendere in analisi i propri genitori o parenti stretti? non sarebbe corretto, poichè non oggettivo, credo… beh, questo pezzo mi sembra proprio questo. manchevole, parziale, soggettivo. sentito, sicuramente, ma ben lontano da un analisi completa. e ora i fatti: scrivi “Lasciamo da parte l’esame della situazione concreta”. beh, i fatti sono imprescindibili sempre, quando si parla del reale, dell’umano, di bambini, di genitori, di morti, di fame, di rabbia, di case abbattute, di pescatori affamati, di ulivi sdradicati, di diritto all’acqua, alla libera circolazione, al lavoro violati costantemente e pure fortemente sanzionati dalla comunità internazionale. li hai visti in faccia quei bambini? perchè se non li hai visti credo sia difficile parlarne davvero. poi, si confondono malamente i piani: antisionista=antisemita. tutti i miei amici ebrei israeliani sono antisionisti. scappati da israele per non fare il servizio militare perchè non vogliono in nessun caso essere conniventi con un governo nel quale non si riconoscono. hanno lasciato famiglia, affetti e una terra nella quale non ritorneranno facilmente. e sono ebrei, fortissimamente ebrei. quindi si può essere ebrei MA antisionisti. le due cose non sono escludenti. per nessuno. quindi si può essere antisionisti (per quanto come dici tu, della posizione mia e di tutti gli studiosi del settore non freghi nulla a nessuno lì), senza MINIMAMENTE essere antisemita (e avendo avuto pure, come me, per anni un amorevole compagno ebreo) e poter avere la legittimità di dirlo senza essere accusata di antisemitismo. proseguiamo con la questione occidentale: lo è in misura in cui è stato l’occidente, nello specifico la gran bretagna mediante la dichiarazione di balfour del 1917, a vendersi un territorio che non possedeva. come se occupassi una casa e poi la regalassi a chi voglio senza tener minimamente in conto i proprietari dell’immobile. è iniziato tutto da lì. le colpe della colonizzazione occidentale nell’area mediorientale sono infinite e icludono la questione palestinese. e ora arriviamo all’unico punto su cui concordo con te: le colpe dei padri ricadono sulle spalle dei figli. basterebbe applicare queste categorie agli ebrei per provare un po’, anche solo un minimo, a fare chiarezza. perchè siamo tutti umani. tutti fallibili e non c’è icona che tenga.

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  4. Rimonella, mi sembra che argomenti un post senza averlo letto. Io sono un ebrea un tantino critica come si legge qui e altrove su Israele, i bambini palestinesi li ho visti per benino perché prima del mio attuale marito stavo per sposare un palestinese, nell’ambito del post c’è un intero paragrafo dedicato alla possibilità di essere ostili ad Israele senza essere antisemiti, il post parla di quello di cui posso parlare in ragione delle mie competenze. Ed infine, questi argomenti per due binari della mia vita – il mio me ebrea e di sinsitra,e il mio me legata alla questione palestinese per cause personali tocca dei temi per cui posso, essendo questo pur sempre un hobby e non un lavoro, rispondere aspramente e aggressivamente. Ossia – ti prego di leggere con attenzione e meno pregiudizi grazie. Se no aria cara.

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  5. Leggendo queste righe mi è apparso chiaro che il tormentone pecca, in un certo senso, di ingenerosità. Una popolazione ha subito, in tempi non remoti, un trauma che definiamo indicibile, però poi pretendiamo che da un trauma del genere, subito da tante singolarità umane, con i loro limiti umani, sia nato un essere umano migliore, più saggio e in grado di porgere l’altra guancia. Non è così, la rabbia e l’angoscia scisse, che hanno cavalcato le generazioni, circolano ancora purtroppo. Cosa sono 70/80 anni di fronte all’indicibile?
    Mi chiedo poi se non si possa immaginare che tale rabbia sia nata anche dal fatto di vivere in quella terra. La terra promessa voluta dai sionisti, certo, ma anche la prova concreta della volontà europea, precedente al nazismo, di “risolvere il problema” degli Ebrei, magari allontanandoli dall’Europa.

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  6. allora Zaub scusami ma io il post non l’ho proprio capito. pur avendolo riletto 4 volte: sono riportati due volte l’aggettivo antisemita -e mai antisionista (da qui ho dedotto che fossero usati come sinonimi). quello che volevo dire, che ho espresso sicuramente con forza, è che l’analisi della frase orrida “io trovo che gli israeliani si comportino come i nazisti” non può essere ricondotta al reale senza parlare del reale. non volevo essere pregiudiziale. per il resto, smammo.

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  7. Molto interessante questa frase: “digerire la connivenza esplicita con una colpa, l’obbligo a farlo è stato quanto meno liberatorio, rispetto all’esperienza di coloro i quali si trovano a dover elaborare una colpa storica di cui non sentono di avere colpa”. Ma mi sorge spontaneo un interrogativo: in Italia è così? Le persone di destra hanno sentito di dover digerire la connivenza? Non so, non so….c’è tanto menefreghismo e tanto “italiani brava gente”….secondo me la connivenza è stata da molti semplicemente rimossa (in Italia eh?)

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