Psichico 11/ Fare figli

Se c’è un argomento capace di dividere gli animi nelle discussioni, in specie nelle discussioni tra donne, è quello inerente la scelta o meno di fare figli. La questione infatti tocca molti tasti che dolgono dal punto di vista sia individuale che sociale, e non ultime irrita per le solite questioni di genere: che siccome i bambini escono dalla pancia delle donne, specie in certi contesti sociali, le donne si sentono come schiacciate in una metonimia, come se non ci fosse nient’altro che questa loro pancia, come se tutto quello che dovessero fare nella vita abbia a che fare con questa faccenda di mettere al mondo i figli. In Italia poi, la complicata mescolanza di un arricchimento fugace quanto superficiale, avvenuto nel dopoguerra fino agli anni ottanta, su un retroterra arcaico e culturalmente molto arretrato, ha creato il fascinoso mondo di un medioevo sbrilluccicante, dove ci sono ancora i soldi per la seconda macchina ma si disprezza tutto quello che è femminile, materno, curativo, dove si vive in una specie di capitalismo tribale in cui ai lussi del primo mondo – i mezzi pubblici con una relativa frequenza, il servizio sanitario nazionale con gli ambulatori e i camici si affianca una mentalità agevolmente riscontrabile nelle aree del terzo mondo. Per cui è pieno di localini fichetti dove andare la sera a mangiare, ma se una famiglia ci porta i bambini pare brutto, essendo che i bambini disturbano e dovrebbero rimanere a casa.
Con la madre.

La madre non deve lavorare, la madre è una zavorra sociale, la madre non può avere una vita sociale se non nella sorellanza con altre madri. In vista del suo essere madre la ragazza non viene assunta al lavoro, dove viene guardata di traverso solo perché si sposa. Se riesce a tenersi il lavoro, i suoi oneri correlati alla sua funzione di madre verranno vissuti da colleghi e dall’azienda come forme di privilegio di pigrizia, di assenteismo. E d’altra parte: i nidi non ci sono, cominciano a scarseggiare i posti per le materne, le scuole chiudono un periodo dell’anno esageratamente lungo, e dalla prima media in poi una ci ha i figli a casa. Un paese troppo ricco per tenere in piedi il patriarcato di un tempo, ma troppo povero culturalmente per sostituirlo con i modelli culturali delle democrazie avanzate, dove le donne lavorano più che in Italia – in alcuni paesi molto più che in Italia – e si fanno molti più figli di quanti se ne facciano qui. Un povero paese di vecchi.

In questa contestualità culturale, molte donne finiscono per non avere figli, alcune senza averlo scelto scientemente, altre perché hanno messo in pratica il desiderio troppo tardi, altre ancora invece rivendicando una scelta che ritengono salubre per se, perché non si vedono materne, perché non si vedono adeguate a curare la prole, perché non avvertono il desiderio di avere dei bambini, perché vedono che culturalmente il materno implicherà delle grandi rinunce, tutte in qualche modo rinforzate nella loro decisione dall’atmosfera culturale sulla maternità. Nelle mie frequentazioni, questo tipo sociale capita molto frequentemente, perché in un certo modo mi somiglia, perché fa parte della mia parrocchia diciamo politica e intellettuale. Condivido infatti con loro il risentimento verso la coazione culturale alla metonimia, e anche – un certo modo di percepirsi.

Tuttavia – e qui la comunicazione si fa sempre accidentata – penso sempre che, rinunciare a fare i figli sia un gran peccato. Non che non si campi bene lo stesso – ma perché l’occasione epistemologica e psichica è credo, sostanzialmente incomparabile.
Oltre che difficilmente comunicabile: nel fare i figli, e certo nell’adottarli, si tocca un’esperienza emotiva che è un po’ come il dolore, e di cui anche qui non riuscirò a parlare, per i limiti strutturali di questo noumeno emotivo: si sa che c’è ma non lo si riesce  narrare.

Quindi si possono dire solo cose di contorno, la prima delle quali riguarda una importante invarianza della personalità nel prima e dopo figli: se eri intellettuale prima ci rimani dopo, se eri vanesia e narcisa prima ci rimani dopo, le cose che facevi prima le fai anche dopo. Le fai senza i figli le fai con i tuoi figli. E i difetti che hai naturalmente li hai anche con i figli, che diventano un nuovo complemento oggetto delle tue carenze personologiche. La gente che prima si vantava delle proprie stronzate, ora si vanterà delle stronzate della prole, la gente egoista prima, sarà egoista dopo con la scusa della prole, certi saranno anche egoisti con la prole, e certi altri saranno genitori veramente inadeguati, declineranno la loro personalità nella genitorialità – grosso modo.
Però ecco, quel “grosso modo” al posto di sicuramente è la cosa che mi fa parlare di una buona occasione esistenziale.

Perché non tutti magari dimostrano di cogliere l’attimo in maniera plateale, molti in realtà lo fanno con atti microscopici che all’esterno non arrivano, ma fondamentalmente crescere un figlio è una grande occasione di riscrittura psichica, della propria infanzia e di se stessi, che non da credo nient’altro. Quando si ha infatti, tutto il giorno un neonato tra le mani prima, e un bambino che cresce dopo, emergono alla coscienza ricordi che sarebbero stati perduti e che sono forse iscritti in una memoria procedurale più che narrativa. Questi ricordi riguardano la propria esperienza di figli, la cura che si ha conosciuto, e spiegano tantissime cose della nostra vita altrimenti difficili da raggiungere – vicende a cui l’esperienza analitica cerca di arrivare con grande fatica e con alterni risultati a causa dell’impervia via – tante volte dialogica e cerebrale (per non parlare del limite strutturale che hanno le terapie a cadenza settimanale). Allora succede che ci si ricorda e si decide una seconda volta se riapplicare il ricordo che ci ha formati oppure tentare una via alternativa. Magari non si dirazzerà davvero tanto, alle volte per niente, certe non ce ne sarà bisogno, certe il bisogno sarà tragicamente trascurato, ma l’occasione è li solida e incredibile, l’occasione in cui i figli forse non tramanderanno le colpe dei padri: se noi siamo stati poco felici i nostri figli potrebbero essere più felici, se noi siamo stati poco buoni – i nostri figli potrebbero essere più buoni. Un processo questo che avviene in una via sentimentale diciamo così molto più che razionale, che passa per una fitta congerie di atti irriflessi che si sommano a quelli ponderati, e che ci riguarda egoisticamente in modo sostanziale: perché il genitore ricordando se stesso bambino mentre accudisce il suo bambino, vive una sorta di seconda chance nella sua storia diversa. In un certo senso, rinasce in una sua dimensione molto personale, in un certo senso separata dalla prole.

Inoltre, la mutazione esistenziale che porta in linea di massima l’avere figli – una mutazione che spesso si anticipa in certi sogni tipici delle gestanti e dei loro compagni – sogni di grandi sommovimenti, simbolismi di mutazioni nell’arredo esistenziale – sogni di furti, di rapine, di ladrocinii implica l’ingresso nella vita di una sorta di serbatoio emotivo e affettivo, a cui si riserva una priorità e che porta spesso e volentieri a un riequilibrio nei rapporti con gli altri, che vengono disinvestiti, e che diventano meno urgenti – la dipendenza dai genitori si fa più blanda, il perdono si fa più facile, eventuali risentimenti si possono negoziare, e anche i rapporti con gli amici e le conoscenze assumono un contorno diverso, che con la minore urgenza veicola una maggiore disponibilità ad accettare le stranezze degli altri le cose che piacciono di meno. Queste cose, capitano certamente anche senza figli, così come non riescono del tutto a risolversi con i figli, e così come in tanti casi avvengono provvisoriamente fintanto che i nuovi arrivati sono piccoli e bisognosi poi crescono si staccano e i genitori sono di nuovo in balia della rete sociale. Ma come per il discorso precedente i figli sono una grande occasione, diciamo così, per facilitare certi processi.

La sensazione che ho, anche se assolutamente soggettiva e congetturale al momento, è che spesso il desiderio di non avere figli corrisponda a un’esperienza di figli per diversi aspetti carente, la quale però non necessariamente si trova a combaciare con il ricordo di un’infanzia spiacevole – sebbene certo, possa capitare. Ma succede che la svalutazione culturale del materno, l’idea distorta che parti importanti di se muoiano con la maternità, le oggettive difficoltà che il mondo sociale pone alla genitorialità , offrano alibi di ferro a non fare figli per non incontrare un processo di riscrittura psichica in chi, paradossalmente, ne avrebbe più bisogno e quindi lo avvertirebbe come particolarmente spinoso da un punto di vista emotivo. senza che questa spinosità arrivi ad essere facilmente concettualizzabile, afferendo a quelle parti dell’esperienza che esulano dal ricordo della memoria dichiarativa, che riguardano la prima infanzia e il modo di essere stati trattati. Rimane cioè l’eco di una sensazione che cerca narrazioni logiche che in effetti – hanno sempre l’odore di una ragione mai del tutto convincente.

C’è inoltre un’altra cosa che mi fa molto riflettere, un fenomeno in origine squisitamente psicodinamico che nella cultura attuale ha molti rinforzi e amplificazioni. Io credo che in alcuni casi, la figlia che non desidera figli raccoglie l’eredità di una madre che a sua volta aveva difficoltà nel suo ruolo di madre, e lo ha in qualche modo dichiarato e rinarrato in logiche e argomentazioni che sono state mischiate in un discorso anche generale e culturale. Sono per esempio le donne che hanno sempre parlato molto male della retorica del materno a 360 gradi, che hanno con leggerezza alluso alle fatiche del crescere i figli, e ne hanno fatto un argomento identitario – un certo tipo di donne a sinistra e nel femminismo ha armato questa retorica, ma anche in contesti con minori ambizioni intellettuali e politiche, di donne che si sono sempre sentite martiri, sfruttate, denigrate nel ruolo. Questo tipo di madri hanno trovato una narrazione culturale a un proprio dolore e a una propria difficoltà – sono figlie a loro volta di madri lacunose nella loro funzione materna, e magari sono state madri difficili da avere accanto, alle volte sempre poco adeguate, altre competenti solo quando le figlie sarebbero approdate al verbale, e ci avrebbero potuto parlare – ma per esempio, non giocare. Questo tipo di madri, avendo fornito come primo imprinting un accudimento poco sintonizzato (magari lasciavano la neonata piangere troppo, magari arrivavano sempre tardi nella comprensione dei bisogni – oppure al contrario erano goffe intrusive, svegliando chi sta dormendo per rispettare degli orari, etc.) lasciano un senso di dipendenza, un bisogno di vicinanza per cui, la figlia che ne raccoglie l’eredità cattiva si ritrova a scacciare una grande occasione esistenziale, per tenersi accanto sua madre, e nell’essere come lei perde quell’occasione di cui lei ha goduto.

Chiudo qui. Ho ripetuto fino all’ossessione in questo post il termine occasione a proposito della genitorialità, perché mi sembra davvero il più adeguato a riflettere un’esperienza che offre delle cose importanti, ma che non è al tutto dirimente o risolutiva, diciamo il biglietto per un viaggio che si può decidere di fare o di non fare con tutte le conseguenze epistemologiche del caso. Dopo di che, buon dibattito.

Il mio problema con Michele Serra

Vorrei che leggeste brevemente questa ben scritta e seducente amaca di Michele Serra, uscita sulla Repubblica di Ieri. Vi chiedo di leggerla perché vi trovo inseriti alcuni errori di metodo nello sguardo sociologico politico e culturale della vecchia sinistra italiana – una serie di snobbismi involontari e di approssimazioni concettuali che sono veramente pericolose, perché alla fine vanno a sottendere le nostre opinioni fattuali quando politicamente cominciamo a pensare cosa dobbiamo fare per arginare certi problemi sociali concreti. Buona parte del disastro politico della sinistra italiana è dovuto esattamente a questo modo di parlare delle persone (dei ceti che costituirebbero il suo elettorato) e di alludere alle discipline.

Serra esordisce con una osservazione oggettivamente interessante, sul narcisismo delle armi in pugno. Sul piacere che da il vedere se stessi, l’autopercepirsi nel momento di sparare. E’ un’osservazione corretta, di cui la letteratura ha spesso reso conto anche parlando di personaggi relativamente pacifici. A me viene per esempio in mente Perissinotto, le colpe dei padri, quando descrive il protagonista che se ne va al poligono a sparare. Forse Serra dovrebbe leggere questo libro che parla – con un risultato non eccellente ma meno qualunquista della sua amaca – di una storia di vita e terrorismo. Il protagonista che si allena però non è un terrorista, e anzi un luminoso capitano di industria cresciuto nella buona borghesia torinese. Il godimento dell’arma ce l’ha, ma non gli viene di certo dall’anonimato delle periferie.
E invece Serra cortocircuita proprio, nel secondo passaggio del suo articolo, il piacere dell’arma, il senso di potere e di ruolo, con il “soma dell’anonimato delle periferie”. Un problemaccio dice Serra più o meno, se per liberarsene le persone devono imbracciare un arma e sparare alle folle. E avanza la, quantomeno psichiatricamente ardita, ipotesi che un Breivik un Colubaly e via discorrendo, vanno scannando il prossimo per il momento di gloria che l’anonimato fa agognare.
Signore pietà Cristo pietà.

Ma forse meglio del sarcasmo conviene tentare qualche contenuta osservazione.
1. Quando si cerca di fare un’osservazione sociologica conviene tenere sotto occhio le proporzioni numeriche. Perché le proporzioni numeriche aiutano nello stabilire inferenze corrette: le persone anonime nelle periferie e anche negli strati meno abbienti del cosiddetto ceto medio sono moltissime, direi la maggior parte. Sono veramente molte persone. In queste molte persone c’è una percentuale consistente di individui che compiono atti criminosi di varia natura, ma pochissimi che compiono atti terroristici. Ma c’è anche nell’anonimato periferico una roboante quantità di persone, roboante dico per rendere giustizia e per restituire un senso di profondo fastidio che avverto, che si ammazza di lavoro che è onesta, che alle volte fa atti notevoli sotto il profilo etico e che molto spesso conduce faticosamente e anche allegramente una vita onesta. Dire che l’anonimato periferico è da correlare all’atto terroristico alla luce di queste percentuali è statisticamente  insostenibile perché se così fosse sarebbero tutti terroristi, o almeno che ne so la metà. (Questo deve aiutare anche a annullare quell’altra relazione tanto di moda tra Islam e terrorismo: i Mussulmani sono un miliardo e mezzo – fateve du conti).

  1. Quando si riflette su un atto di morte, specie in un contesto pacifico, se non altro aiutati dall’osservazione di un quotidiano dove se il signore davanti a se dal panettiere non uccide il panettiere perché ha dato il resto sbagliato, nostro cugino non ha fatto saltare in aria la figliola nella riunione di condominio, ecco dicevo, bisognerebbe guardare l’atto di morte, come qualcosa tragico, di qualitativamente discontinuo nell’esperienza, di molto forte, per spiegare il quale insomma è bene chiamare in causa categorie salienti, se si è in grado di farlo. Se no si cade, in una fuffa intellettualistica che non porta niente. Una sorta di versione cachemire del non ci sono più le mezze stagioni. Davvero, è plausibile credere che uno ammazzi decine di ragazzini per il soma dell’anonimato? Vi sembra un concetto utile? Voi che immagino siate tutti delle gran celebrità, entrereste in una redazione e fareste fuori dodici persone?
  1. Sorvoliamo sull’assolutamente incongrua prospettiva storica secondo cui la gente ammazzerebbe solo ora, mentre prima al posto degli omicidi a freddo forse c’erano petali di rosa, e chiediamoci perché Serra in un primo momento alluda a un sapere al quale poi si rifiuta di attingere. Gli psicoanalisti e anche gli psicoterapeuti di altro orientamento penserebbero ad altre cause dell’agire criminale, e quando Kernberg ha introdotto l’utile concetto di narcisismo maligno, come sottotipo specifico a diagnosi sfavorevole dei diversi tipi di personalità antisociale, non alludeva certo al problema di “Mi si nota di più se” quanto a storie individuali di grande deprivazione e abuso, intrecciate a predisposizioni genetiche di un certo tipo, le quali producevano la sostanziale incapacità di occuparsi dell’altro, di vedere la sofferenza dell’altro, oltre che una sostanziale lacuna nella struttura del superio – tutto questo detto con una vergognosa semplificazione, ma spero di dedicare un approfondimento in altro post.

La questione è che la marginalità sociale incoraggia certamente la psicopatologia, ma non per un problema di percezione narcisistica di se nel modo in cui intendiamo nel nostro linguaggio comune il narcisismo e l’essere visti. La marginalità sociale incoraggia la psicopatologia criminale o meno, perché in vario modo la povertà e l’assenza di rete pubblica ostacola l’esercizio degli affetti e la strutturazione di nuclei familiari funzionanti. La povertà di fatto mette spesso ostacoli al benessere emotivo, anche si ci sono davvero tantissime brave persone, piene di risorse intellettuali ed affettive che sono capaci di saltarli e di inventare bei mondi da abitare. Ma dove c’è marginalità sociale ci sono padri alcolisti e disoccupati, donne troppo depresse per essere madri, ci sono occasioni materiali difficili da rifiutare che provocano danni psicologici a catena, e che rinforzano predisposizioni psichiatriche. Per non parlare delle situazioni collegate all’immigrazione, alla difficoltà di integrazione, allo iato sintattico e psicologico che si crea tra lingua dei padri e lingua dei figli.

Forse è ora di cominciare a chiedere agli intellettuali, a quelli che hanno i mezzi per far vedere sui media le connessioni possibili tra discipline diverse, ai vari Serra e Gramellini che esprimono pensierini molto letti e citati, e che quindi hanno la possibilità di esercitare un ruolo politico utile alla collettività, di smettere di mantenersi su queste aree di dissertazione, per le quali non vale mai la pena di aprire un libro in più, di cominciare ad assumersi una responsabilità quando scrivono. Anche politicamente, quest’amaca, è davvero la conferma di certi stereotipi sulla sinistra secondo cui, ha smesso di parlare con i ceti subalterni, o per i ceti subalterni, ma dei ceti subalterni, e senza neanche una reale cognizione di causa.

riflessioni personali sull’attentato

Sono due giorni che cerco di mettere insieme dei pensieri sensati sull’attentato di Parigi. Non mi vengono granché. E’ stata una cosa che mi ha molto, non so se irrazionalmente, impressionata. Non ho confesso, subito pensato tanto alla libertà di stampa, alla satira colpita, e per un bel pezzo, il mio sgomento è stato molto egoistico e poco empatico. Semplicemente mi sono spaventata. Ho pensato alla fragilità della democrazia, del clima rilassato per cui, chiunque può entrare nella sede di un giornale e sparare. Ho pensato ai miei cari, e ai miei amici cari in Francia e a Parigi. Ho pensato al senso di rischio e di segnale.
A questo sgomento iniziale è seguito il desiderio di trovare delle riflessioni organizzate, delle letture della realtà. Mi sono trovata avvinghiata alla rete e alle sue reazioni, e confesso che un po’ mi è servito, perché non dico di aver trovato quelle letture della realtà organizzate che desideravo, ma delle strade aperte da battere contro altre, delle direzioni da approfondire. E in questo sono grata non solo alle persone con cui mi sono trovata in sintonia, ma anche con quelle con cui sono stata in disaccordo. Un mio amico e collega, una volta ha infatti molto acutamente rilevato che io conosco per contrasto. E’ il mio modo privilegiato di leggere le cose. E in effetti –mi chiarisce.
Allora qui vorrei mettere insieme, a titolo e a vantaggio personale mi rendo conto, alcuni miei pensieri in merito.

Iscrivo l’atto contro Charlie nella cornice del terrorismo del fondamentalismo islamico. In questa cornice privilegio di più la questione terrorismo della questione islamico. Mi soffermo a pensare alle ricorrenze degli atti terroristici i quali, dalla mia prospettiva mentale politica e psicologica hanno tutti in comune una negazione dell’umano. Non accetto, come altri sembrano fare, una classifica delle cause legittime che renda l’atto terroristico di un brigatista, di un irredentista, in un posizione ideologica diversa da quello di un fondamentalista. Mi sembra invece che ci sia questa cosa tremenda per cui ogni cultura conosce una sua aberrazione, la quale concepisce l’umano come mezzo e non come fine, di volta in volta. Il pensiero mi è andato alle Br in un certo momento, e al nazismo in un altro – per i legami degli omicidi con la Siria.
Quindi, iscrivo l’atto contro Charlie nel contesto non dell’Islam, ma di un’aberrazione dell’Islam – che verte intorno a Isis. E che secondo me non ha molto a che vedere con le varie declinazioni dell’Islam quotidiano – se non per antitesi, non per analogia. La rete ha pullulato in questi giorni di sedicenti islamisti che hanno spiegato come l’importanza della religione nella vita civile islamica facesse da sfondo necessario a questo intervento. Ma anche di intellettuali atei della domenica che sono stati tutti contenti di poter dir male della religione tour court, anche quella cattolica, per fare cortocircuiti facili e molto al di sotto in termini di complessità intellettuali delle loro abituali inferenze. In questa semplificazione del gesto tragico io individuo un tutto umano bisogno di capri espiatori di corto raggio ma insieme anche una perdita di lucidità sulla differenza che c’è tra una scomunica, un atto di emarginazione, una gestione politica della comunità riprovevole in termini politici e un atto di morte. Il paragone con le Br mi è allora servito proprio a questo – per dimostrare come anche in un contesto culturalmente a noi affine, possano sorgere tumori della peggior specie, e che nell’utilizzare il benzinaio il portiere come mezzo, fino allo stesso professore di economia, dimostrano una somiglianza di fondo nella struttura della patologia psichica ed etica.

Se devo cercare delle specificità, devo allora andare a guardare quello che sta succedendo in Siria, e in particolare, la relazione che c’è tra Isis e immigrati di seconda generazione. L’area che mi interessa indagare non è il tempo passato nelle moschee delle grandi città mussulmane, non è la qualità e le credenze dell’Islam dominante, del quotidiano, delle signore che si scambiano le foto dei maschi che si lavano i piedi, e di una vita politica dentro cui le persone stanno anche con vari gradi di dissenso ma nell’ambito della sottoscrizione di un contratto sociale. Devo cercare invece le aree eversive – di contrasto, di ostilità, i gruppi che si coagulano in seno alle singole vicende politiche ma in modo antitetico ed estraneo, come in fondo erano le br rispetto allo stato con la stessa estraneità ma richiamo ai medesimi valori della sinistra – certo senza andare a questi livelli di orrore – ma somigliano molto più loro al terrorismo in questione che le crociate di un potere secolarizzato e istituzionalizzato. Ora io qui sto facendo delle congetture, e non ho davvero le competenze e le conoscenze per poter andare oltre a una supposizione, o persino un esperimento intellettuale però credo che il problema sia questo, l’area grigia di una parte patologica del tessuto medioorientale, che si è coagulata – principalmente intorno a IS, ma credo che ci siano anche molti sottogruppi e gruppi autonomi, e che ha come dire socializzato una psicopatologia grave, dando vita a una cultura mortifera.

Questa psicopatologia grave che ha creato una cultura mortifera – gente che sgozza e mostra le teste, gente che fa fare i bambini per ammazzarli, padri che uccidono figlie a sassate – chiama adepti nelle altre aree del mondo, tra persone che hanno motivi socioeconomici ma soprattutto psichiatrici per sentire il canto della sirena e magari porsi nella stesso atteggiamento antitetico rispetto alla cornice democratica in cui si trovano. E non c’è neanche da farla tanto facile sulla cattiva gestione degli immigrati in Francia – perché la gestione di una potente immigrazione e di una oggettiva colpa storica, come è il colonialismo – è una cosa difficilissima e alla fine, per quanto mi renda conto di una assimilazione non compiuta come si dovrebbe, della persistenza di aree di povertà e discriminazione nelle banlieu che sono tragiche, credo che non siano cose facili e veloci da risolvere all’atto pratico, e all’atto pratico tra i morti c’erano due mussulmani immigrati: segno che il difficoltoso processo di integrazione per molti è avvenuto e quindi anche su questi argomenti prima di dire Francia merda lo vedi che hai fatto a te stessa, ci penserei due minuti. Io sogno in Italia un posto che somigli vagamente all’Istituto del Mondo Arabo. Sogno gli assistenti sociali di origine extracomunitaria che vadano a lavorare con gli extracomunitari. Noi italiani di fronte alle politiche francesi verso gli immigrati mi sa che dobbiamo solo che sta zitti.

Il fatto è che si dimentica, la diversità ontologica rispetto a tutti gli altri gesti, di un atto di morte. Nessuno ammazzerebbe nessuno, ma stanno tutti li a dire che è assolutamente normale che uno ammazzi una persona – per via di un disegno. Dice potenza della satira, paura della libertà di espressione. Ma no, non è né potenza dell’uno e manco paura di un altro, è ipostatizzazione di un atto – la ridicolizzazione dell’Islam, è una sua trasformazione in un oggetto psichico funzionale ad altro, ma il vertice di tutto questo non è né la religione degli uni né le connotazioni democratiche o irriverenti degli altri, ma altro che si serve di queste cose come moneta – e che si materializza come una sorta di sete di dominio, di incorporazione materiale dell’altro, una specie di cannibalismo manco troppo simbolico – io ammazzo perché devo averti, ti ammazzo perché non deve esserci altro oltre me. Organizzo una serie di plateali atti di sudditanza – per celebrare questo disgraziato bisogno psichiatrico di annullare l’altro, di mangiarmelo. E l’altro prima di essere l’occidente che fa le vignette cattivelle è lo stesso Islam di maggioranza nelle sue declinazioni pacifiche.
Che i primi e tanti morti, a noi ce ne importa di meno, stanno tutti laggiù.

parlare di Gone Girl per parlare di donne?

Gone Girl esce nelle sale e procura sui giornali e in rete un dibattito che mi appare fascinoso. Dacia Maraini lo taccia senza tema di smentita come un film arcaico e misogino, altre commentatrici autorevoli e abbastanza vicine al femminismo lo celebrano per il meritevole intento di fare un ritratto del femminile cattivo, capace di creare vittime, ma non vittima a sua volta. Al di la cioè degli eventuali meriti di sceneggiatura, di regia etc. E al di la di altre chiavi di lettura che possono essere applicate nel vedere il film, a me qui interessa una polarità del dibattito italiano – soprattutto tra le donne, il quale ruota attorno a un problema che rimane irrisolto, e che riguarda la comunicazione corretta del femminile, la quale negli ultimi tempi è stata molto condizionata dall’attenzione collettiva alla violenza di genere.
Allarghiamo allora per il momento il campo, e guardiamo in quale quadro iscrivere le opinioni.

Nel dibattito pubblico sulle questioni riguardanti il genere, negli ultimi anni, ci si è soffermati soprattutto sul femminicidio e sulla violenza fisica di cui sono oggetto le donne, che vengono picchiate e talora uccise dai loro compagni – mentre la situazione inversa è molto rara e non assurge ai livelli della rilevanza statistica. Ne deriva che le donne sono vittime in molte circostanze, questo anche se in molti casi l’incastro nella relazione violenta prevede un’erotizzazione della violenza, o la sinfonia di due psicopatologie complementari. Ad allargare ulteriormente lo sguardo, la donna è comunque debole, non solo dentro le relazioni violente, ma anche fuori: nella relazione violenta lo è in parte per una questione strutturale di disparità di forza fisica, in parte per una sua maggiore dipendenza dalla relazione con i figli, ma dentro e fuori la relazione violenta è debole per il suo peso specifico nel profilo sociale e politico del paese.
Ma se la rappresentiamo come parte debole e vittima, come farà a trovare la forza a combattere la violenza? E in generale, ci si chiede è sempre veritiero ritrarre il femminile come parte debole? D’altra parte se non la si indica come parte debole, come si può sperare di smuovere degli stanziamenti e dei provvedimenti che la rendano più forte? Non dovremmo noi insistere perché si dia voce al femminile capace, di successo, responsabile, e non dovremmo noi celebrare anche le rappresentazioni del femminile cattivo, violento, che procura vittime?

Le domande sono legittime, ma temo che Gone Girl non serva molto allo scopo, e che forse abbia ragione Dacia Maraini, sia quando parla dell’inconsistenza psicodinamica del personaggio che quando parla della misoginia del film. Come spesso capita con i film, mi sembra che il personaggio in scena sia più un oggetto onirico, il femminile cattivo minaccioso e castrante incubo del maschile che si autopercepisce come debole, che una veritiera rappresentazione di una psicologia complessa e capace di dominare. Mi sembra estremamente allucinato e il mito del carnefice che va sui media e diviene vittima nella narrazione collettiva. Non escludo a priori che una donna possa compiere quella sequenza di gesti – anche se ritengo non in quel modo, non con quei comportamenti, ma è oggettivamente troppo raro per essere simbolico, mentre come soggetto onirico questo tipo di vicenda è un grande classico delle rappresentazioni interne di carattere castrante, persecutorio, proprie di persone che sentono una subalternità angosciosa verso il materno, o quanto meno sono terrorizzate da proprie forze psichiche da cui si sentono messi sotto scacco.

Di conseguenza, non mi sembra la rappresentazione più adatta a contrastare una rappresentazione vittimistica del femminile, posto che sia sempre corretto rinunciare a una rappresentazione vittimistica del femminile.

Il fatto è che in Italia la posizione delle donne è sostanzialmente asimmetrica, e i discorsi iscritti in questo dibattito, devono riflettere necessariamente questa reale asimmetria nei rapporti di coppia perché essa ritorna ancora troppo spesso nei rapporti di forza delle famiglie – e non solo. Per il momento la donna è quasi sempre in una posizione diversa dell’uomo. Ognuno dei due avrà anche i suoi incastri patologici per rimanere accanto a qualcuno con cui vivere male – picchiando o facendosi picchiare – ma la donna è fisicamente meno forte dell’uomo. La donna ha una relazione con i figli molto più vincolante dell’uomo, la donna ha una difficoltà a lavorare decisamente più incisiva dell’uomo – alle reti supportive che offrono entrambi i generi per fuggire dalla coppia patogena spesso quelle degli uomini sono più efficaci da un punto di vista materiale perché possono procurare lavoro, come impedirlo. Questi fattori la legano a una relazione patologica molto più di quanto ci piaccia credere: perché se si menano in due lei avrà la peggio, perché lui quando è stufo molla la casa e i figli mentre lei quando è stufa può oggettivamente non riuscire a farlo. Allo stato attuale dell’intreccio tra psicopatologia e sintassi culturale la patologia del braccio armato ce l’ha il maschile. Questo vuol dire che c’è una asimmetria, e nel guardarla è facile stabilire un ruolo di carnefice e uno di vittima, e se non proprio questo scarto così ampio, almeno di un forte e di una debole. E’ ben difficile allora non parlare di vittime quando si deve ritrarre questa asimmetria.
Allora, succede che una mia amica mi dica: hanno fatto una campagna sulla violenza di genere e hanno ritratto lei con un occhio nero. Firmi contro questa campagna che ritrae la donna con l’occhio nero?
Ma io mi sono chiesta, se nella violenza di genere ci sta un occhio nero due volte su tre – esattamente è proprio necessario firmare contro questa campagna? Forse ne posso promuovere un’altra, ma non è che questa poi faccia qualcosa di veramente demoniaco. Dice le cose come stanno. E anche insistere sulla subalternità delle donne, o sul loro stato di vittime in certe specifiche circostanze ha un senso, perché quell’asimmetria di forze, si diceva,

esiste, a quell’asimmetria di forze deve pensare uno stato in cui in teoria ci sarebbe la sinistra al governo, con interventi strutturati sul territorio che non si può sperare di sollecitare in altro modo se non presentando il poco nobilitante ritratto dell’asimmetria.

Certo, essere donne e vedersi rappresentate come una povera sfigata presa a mazzate non è molto corroborante, e infastidisce. In qualche caso, magari in perfetta buona fede si pensa alla propria esperienza alle proprie battaglie, a quello che si è evitato o scavalcato nella propria vita e si dice – io non sono così! Passando poi alla pericolosa generalizzazione de, le donne
non sono così! E si cade in una sorta di elitarismo involontario un tantino distante da certi rovinosi ricatti delle circostanze materiali di cui forse tante volte non si ha una profonda conoscenza diretta, o in altri si ha una sorta di ostilità psicologica a questi stati di dolore che magari hanno ragioni interne difficili da individuare ma che non sono solo razionali. Mi viene il sospetto per esempio che guardare emotivamente le storie cruente della violenza di genere, starci pensarci, getti in un unheimlich, in un divano emotivamente scomodo – perché si tratta, di mariti che rompono il vetro di casa con la testa della moglie, che gli ficcano il coltello nel naso. Così come è antipatico prendere davvero in considerazione le asimmetrie di potere economico e materiale in certe aree del paese, i modi in cui sono gestiti i compiti domestici e quelli di cura. E a voja a Cristoforette nello spazio, a Morcegaglie nei quattrini a Camusse nel sindacato, e a professoresse universitarie, e imprenditrici e certo a psicopatiche deliziose di tutti i film americani, anzi queste ultime più saranno improbabilmente efferate più presteranno il fianco a una legittima risata, a un quando mai, a un diche stiamo parlando – la pazza sanguinaria aiuterà a servire l’angelo del focolare su un vassoio d’argento.

Partire dalla constatazione dell’asimmetria – mi sembra dunque un dato di partenza importante, da cui non sarà possibile svicolare dal momento che – con la crisi economica ci sarà chi avrà sempre più motivi per amplificarla: siccome le donne sono quelle che fanno i figli, curano i disabili e tengono gli anziani sulle spalle, vedrete come sempre più alle donne si chiederà di pagare il prezzo di una recessione inarginabile. Saranno le donne a pagare la nuova flessibilità sul lavoro e la mancanza di soldi per pagare i dipendenti comunali degli asili e dei centri anziani. Alle donne del paese povero si chiederà sempre di più di rappresentarsi come soggetto sessuato, di diventare una spiaggia onirica, di incarnare il paradiso islamico per i poveri cittadini che non possono più permettersi l’eden in terra di un capitalismo sostenibile. E questo investe tutto. Ne deriva, che la forza non la si trova nel ritratto di una improbabile pazza psicopatica, non almeno in questa versione, né in una stizzosa negazione delle zone di discriminazione, e neanche con una falsa celebrazione di una conquista che c’è per lo più per le più ricche.
l’Italia rimane un disastro, in tema di genere, per quanto le psicopatologie siano diffuse, quelle gratuite se le permettono in pochi.

Il post finisce qui. Io avrei ancora un sacco di cose da dire. Perché c’è tutto un implicito che andrebbe esplicitato. Sul problema di come presentare le donne forti, o capaci di trovare la forza per esempio, su certe critiche condivisibili sulla stereotipizzazione di genere legate all’immagine della donna come vittima. Prime obiezioni insomma che trovo condivisibili e che spero aiutino a sviluppare un dibattito e che mi auguro prenda perciò spazio nei commenti.

Se n’è andato anche Pino Daniele.

Si spengono i cantanti che abbiamo amato. 
Alcuni cadono nella morte all’improvviso, altri vi affondano passando per l’ombra cattiva della democratica vecchiaia o della vendicativa malattia. Anche ai nostri cantanti infatti, sono venuti i capelli bianchi, e si sono seduti cautamente sugli sgabelli per via della schiena. I nostri cantanti hanno preso delle pasticche intorno ai pasti – per esempio l’omoprazen si sa, da molto conforto.
“Da venti milligrammi” ha detto il gastroenterologo al nostro cantante preferito.

Ce li ricordiamo lievi, trasparenti di malinconia disincantata, gli scrittori onniscienti della nostra infanzia. Magri svettavano sui palchi e nelle vite immaginarie, a fare sorrisi ironici e saputi. Perché quanto più i nostri cantanti si stracciavano le vesti per delle fidanzate perdute, per le esistenze complicate nelle frasi che ci facevano commuovere e sentire intelligenti, tanto più nelle interviste facevano spallucce a ogni disgrazia.

(Certi per la verità giocavano col fuoco, e s’ammalavano d’improvviso di morte sicura. Gli si intossicavano le ali e la voce, sparivano in fondo a una fogna di lusso, la gente la mattina si faceva domande accendendo la radio del cesso, poi li dimenticava. 
Poi, all’improvviso se li ritrovava di nuovo, risorti e incerottati, col vanaglorioso sorriso di sempre – e gli voleva ancora più bene.)

E siccome questi cantanti che abbiamo amato, hanno cantato con noi i nostri sentimenti, e ce li siamo messi in macchina per andare allo stadio, oppure ci si sono seduti accanto mentre frignavamo il desiderio di un bacio, o semplicemente stavamo alla posta con le cuffie nelle orecchie – noi e i nostri cantanti, siccome sono diventati così con una sorta di distrazione le parole delle nostre parole, e cene siamo appropriati come se il loro lavoro fosse una specie di nostra intimità, una canotta di lana, dei calzini di spugna – solo quando si spengono, questi nostri cantanti amati, solo allora ne scopriamo la lampante fatica intellettuale, il lavoro artigianale che c’è dietro una poesia, la tignosa determinazione di un’interpretazione. 
Solo allora ci sentiamo grati e dunque
Infinitamente tristi.