Germanwings. Un pochino a freddo

Sono passati diversi giorni dal disastro aereo di Germanwings e abbiamo avuto tutti modo di osservare le reazioni psichiche di ognuno e il dibattito pubblico che hanno generato. Ora, siccome l’ipotesi più accreditata –sulla quale conservo ancora qualche scetticismo – depone a favore dell’idea di un atto suicidario del copilota Lubitz, che si sarebbe chiuso dentro la cabina impedendo all’altro pilota di entrare mentre portava l’aereo a infrangersi contro le montagne – il tema del disagio psicologico, della sua diagnosi, del ruolo delle diagnosi psichiatriche nella salute pubblica è diventato centrale. O meglio. Magari. Centrali sono diventate le diagnosi possibili, con anche le le pseudosociologie spicciole. E’ toccato leggere a stretto giro: di gente che si suicida assieme a 150 persone perché a 28 anni, non gli andava più di andare a lavorare, di gente che si suicida assieme a 150 persone perché l’è giù di corda, di ah la depressione e il turbo capitalismo, eh la Germania perde il primato di perfettinità europea essendo che per isbaglio sono morte 150 persone. Gare di diagnosi tra specialisti sulla base di un numero di dati a disposizione violentemente ridicolo. Ma anche alcuni picchi di deresponsabilizzazione collettiva al suono di perché ti difendi dall’imponderabile mistero dell’uomo? Perché vuoi dare un nome alla follia? Devi accettare il male è prendertelo la.
(Te lo dico io, finché giro in macchina)

Per parte mia, ho messo insieme alcune riflessioni che sono ancora piuttosto scollegate – e perdonate se allora torno al blog dopo tanto tempo proponendole ancora così, poco armonicamente organizzate per punti. Quanto segue da per accreditata l’ipotesi per cui sia stato veramente Lubitz il responsabile dell’accaduto – io per parte mia come dicevo sopra, non sarei stupita se emergesse qualcosa di nuovo che ribaltasse questa ricostruzione – forse per un calcolo meramente probabilistico. Non è tanto l’omicidio-suicidio a parermi relativamente improbabile, ma il fatto che sia stato compiuto con il casuale evento di un collega che esce dalla cabina, che – su un volo di corto raggio – era un’opzione che poteva non verificarsi. Tuttavia pare che le prove a carico di Lubitz, a partire dalla stessa registrazione della scatola nera siano rilevanti. Mi tengo perciò i miei dubbi per me e do per certo qualcosa che mi suona come profondamente incerto, come capro espiatorio in oro zecchino (la questione dei certificati medici. Che vuol dire certificati medici generici? O si trattava di un certificato medico che adducesse la causa di una psicopatologia in atto, o se no l’influenza virale non è probante.  Perché si parla di certificati medici vaghi?). Ma si diceva –stiamoci.

La posizione degli addetti ai lavori, in una situazione del genere è una posizione diversa da quella degli altri. Nella fattispecie: psicologi, psichiatri, psicoterapeuti, sono chiamati a giudicare questa situazione e analizzarla sotto il doppio profilo clinico e deontologico. L’addetto ai lavori non è nella posizione di fare una diagnosi sul nulla, su un paziente che non ha visto mai, di cui non ha mai sentito la voce, di cui non ha neanche letto niente, di cui cioè non conosce voglio dire lo stile dell’argomentazione, le modalità di relazione, gli automatismi lessicali ed emotivi. Può forse, che è quello che ho tentato di fare per conto mio nei giorni scorsi, restringere un campo diagnostico con un cospicuo beneficio di inventario – escludendo alcune diagnosi, che da sole non sono sufficienti a spiegare un atto semantico violento come l’omicidio di tante persone, più che il suicidio di se stessi – perché devo dire – questo si  – che almeno per me l’uccidere tante persone insieme con cui non si ha alcuna particolare relazione  – è un dato diagnostico di grande spessore.

Ora, il fatto che si sapesse che Lubitz soffriva di depressione – non è molto di aiuto – perché il termine depressione è spesso la copertina utilizzata, anche protettivamente e a ragione, verso i pazienti quando sono in cura per altre diagnosi. Moltissime diagnosi psichiatriche presentano una comorbidità con la depressione – il perché è facilmente intuibile – come non è difficile da intuire perché di un ragazzo molto giovane si decida di dire soltanto che abbia sofferto di depressione. In ogni caso la depressione di suo è un disturbo dell’umore – che può far essere davvero profondamente infelici e portare addosso una patologia grave e invalidante – ma se si innesta su personalità senza altri disturbi gravi, credo che bisognerebbe escludere che sia capace di far compiere un omicidio su larga scala. Quello che io penso –è che se uccidi solo te stesso, fai qualcosa della tua vita, in base a un giudizio che dai sulla tua vita, in preda a un malessere davvero difficile da sostenere, un dolore che non si scavalca– e che piaccia o meno – è un gesto comprensibile che merita sempre grande rispetto. Se con te uccidi altre persone, dai un giudizio sulla vita di queste altre persone, pensi delle cose molto forti e significative per te di queste persone, e questo per me dimostra un funzionamento mentale particolare, che esula dalle dinamiche della depressione semplice, e che mi fa pensare – con le dovute esitazioni e punti interrogativi dal momento che non l’ho visto manco io Lubitz – a una diagnosi di altro grado – nella grande famiglia dei disturbi di personalità gravi, oppure nelle derive terribili della depressione psicotica. In entrambi i casi, non si tratta di comportamenti che fioriscono all’improvviso, su una quotidianità insospettabile. E la cosa importante che gli addetti ai lavori devono dire, persino quelli come me che facendo gli analisti le diagnosi non le formulano quasi mai esplicitamente per il bene stesso dei pazienti, è che una diagnosi era possibile. Che una batteria di test più un ciclo di colloqui piuttosto breve avrebbe stabilito il margine di rischio – ed eventualmente anche di un rischio più basso, che alla compagnia aerea sarebbe parso comunque importante evitare. La psicodiagnostica è andata molto avanti in questi anni – i test stessi sono nati come strumento di lavoro durante le campagne militari dell’esercito americano e hanno una lunga storia di applicazione e di ricerca. Sono nati per altro per risparmiare economicamente rispetto alle lunghe procedure dei colloqui clinici, e rimangono la piattaforma di partenza più adatta a un primo intervento di screening, come potrebbe essere un controllo annuo sulla salute psichica dei piloti – persone che hanno la responsabilità di altre persone.

Un’altra cosa importante che possono dire gli addetti ai lavori in questa difficile e delicata circostanza, riguarda il quantitativo di variabili e probabilità che si costellano intorno a una diagnosi e che implicano deontologicamente specie al suo primo emergere (Lubitz era molto giovane) una giusta cautela. Le patologie regrediscono o si cronicizzano, certe rimango stabili certe evolvono, nel passaggio dall’adolescenza all’età adulta anche con passaggi eclatanti e che possono lasciare stupefatti. Adesso è possibile operare delle diagnosi nel lessico del tanto vituperato Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (ecco un’occasione per capire a che serve il DSM? E te lo spiego io. In Usa all’esame per diventare pilota Lubitz non passò – se c’era una diagnosi DSM di mezzo di un clinico statunitense di formazione cognitivista che era poi analizzata da un clinico tedesco di formazione psicodinamico relazionale si sarebbero capiti senza difficoltà sull’opportunità di non farlo volare) ma queste diagnosi non sono interruttori della luce, una roba che si accende fai una cura e si spegne, nella speranza che non ci sia corrente elettrica di vita e di pensieri, simultaneità di altri sistemi elettromagnetici. Perciò l’antica angoscia dell’ignoto che doveva essere tollerata in assenza di conoscenze, ora ritorna a dover essere tollerata nelle diverse chance possibili che ha la strada di una diagnosi psichiatrica.
In ragione di quelle diverse chance, non è che alla prima diagnosi un clinico si possa permettere di avvisare il globo terraqueo che quel certo paziente ha quel certo problema, perché il mondo – diversamente dalla sua diagnosi – reagirà davvero come un interruttore della luce opponendogli una dura resistenza alla sua possibilità di farsi una vita. Sta quindi ai singoli settori – dove lavorano figure professionali responsabili di altre – il pilota oggi, la maestra d’asilo domani l’infermiere dopodomani, il primario di medicina interna chi sa quando – attuare delle misure preventive perché simili incidenti non succedano.

Chiudo qui. Sicuramente c’è dell’altro. Spero domande tra i commenti e in dibattito pensato.
Ben tornati.

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16 pensieri su “Germanwings. Un pochino a freddo

  1. Aspettavo un tuo commento. Grazie. Mi pare che l’urgenza degli specialisti di cazziare i giornali su come viene trattata la vicenda sia forte e compatta. Meno male. Sono persuasa completamente dalla tua analisi, e resta aperta la domanda etica. Come regolare l’accesso al lavoro (a certi tipi di lavoro ovviamente) in presenza di questo tipo di diagnosi psichiatriche? Quanto è facile fare una diagnosi cosi? Quali potrebbero essere le misure preventive?
    Bentornata.

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  2. io una domanda ce l’avrei, e forse è un po’ brusca e parte da un assunto mio personale (ma diciamo che può valere in generale se non nello specifico).
    se uno è uno psicopatico funzionale, con tutti i crismi di mancanza di empatia e narcisismo correlati, compresa la capacità di dissimulare, è sgamabile attraverso test generici o ce ne vogliono di specifici? e se sulla psicopatia si innesta qualcos’altro, tipo la depressione, o come in un caso di ragazzochesparaascuolaefaunastrage che ricordo, una sindrome dello spettro autistico, queste possono mascherare la psicopatia di fondo?
    (grazie per aver sottolineato una volta di più che la depressione anche maggiore non implica omicidi e stragi. dio sa se ce n’è bisogno)

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  3. poi, e approfitto ancora un attimo dello spazio.
    io lavoro coi bambini, e vedo cose che non vorrei vedere, a volte. per carità, niente di fisico, niente di penalmente rilevante. ma sgridare urlando pesantemente e davanti a tutti un bimbo di quattro anni perché ha dimenticato di portare l’asciugamano (cioè, sua mamma, ha dimenticato, lui ha quattro cazzo di anni), o parlare da soli in classe e tenere una lezione a treenni sull’orrore del pidocchio e pulire ossessivamente la propria scrivania, o passare dall’indifferenza totale verso caos zuffe e risse a scene isteriche scatenate dal nulla… sono tre casi differenti, tre casi di persone con gravi problemi loro, che per l’amor del cielo hanno diritto di lavorare come tutti, ma forse in altri campi farebbero meno danni.
    questo per dire che sì, un qualche tipo di filtro ci deve essere, per certi lavori.
    e che, ancora una volta, il problema non è la depressione, soprattutto se seguita e curata.

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  4. mi rifaccio a un tuo commento espressso in altra sede e qui accennato, i controlli su certe professioni. Tu dici che certe attitudini suicidarie potrebbero essere ben mascherate, ma pensare di uccidersi trascinando con sé altre 150 persone dovrebbe essere visibile, diagnosticabile da segni e comportamenti. La mia considerazione riguarda proprio questo aspetto: quanti e quali colloqui deve sostenere un pilota e con quale cadenza? se a Lubitz era stata diagnosticata una depressione, anche se questo non è che indice di un malessere, se la frequenza dei colloqui fosse stata meno diluita nel tempo e non so davvero quanto spesso sia stata, ma se questi controlli psico fisici per alcune professioni sensibili fossero meno diluit nel tempo, forse qualcuno si sarebbe potuto accorgere della deviazione che il povero Lubitz stava percorrendo.

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  5. Bentornata cara Costanza. Due persone ero curiosa di sentire su questo caso: te e un mio amico steward. Sono stata accontentata a metà, finora.
    L’ipotesi che ciò che emerge dalle cronache possa non esser tutto ciò che è successo mi fa accapponare la pelle ancora più del fatto in sé. Speriamo che non sia così. Speriamo? Perché poi? Forse per non aggiungere orrore a orrore.
    Sensate le cose che scrivi e sono contenta che anche tu dica “basta” a questo tirare in ballo continuamente la depressione. Uno non può andare dal neurologo che subito come minimo torna a casa e attacca le fascette al figlio.
    Io sui mestieri di responsabilità fisica verso gli altri (piloti, ma anche quelli che guidano i treni, gli autobus, anche i poliziotti, ecc) mi sento veramente molto poco garantista della privacy, però senti che ti dico, una cosa che so per certa: all’Alitalia fanno test per vedere se i piloti bevono, e li fanno a campione. E fin qui…il problema è che li avvisano, prima. Se tanto mi dà tanto…
    Per quanto riguarda il fatto che tutti hanno detto la loro. Capisco che ti dia fastidio lo specialista che emette diagnosi a membro di segugio, che è veramente poco deontologico, ma io penso che alla fine tutti hanno detto la loro perché solo parlando possiamo cercare di esorcizzare il terrore che naturalmente ci coglie di fronte a un caso assolutamente imprevedibile come questo.

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  6. Immagino che più di quello che è emerso dalla registrazioni, riguardo alle circostanze di fatto, non si possa sapere (in questi giorni si parla di un filmato, cosa un po’ strana). Quindi tutta l’attenzione è concentrata sul passato. Un pilota mi ha detto che dall’esterno se la porta non si sblocca non si può entrare, perché se ciò fosse consentito da un codice di sblocco questo potrebbe essere estorto dai dirottatori a uno dei piloti se questi ha lasciato la cabina di guida. Così mi ha detto, relata refero .A ciò si aggiungerebbe la frase del copilota al collega : adesso puoi uscire se vuoi. Quindi l’ipotesi dell’omicidio/suicidio resta di gran lunga la più probabile.
    E’ vero che questa spiegazione resta la migliore, o la meno peggio, per la Compagnia e per le strutture che avevano la responsabilità dei controlli preventivi. Ma tant’è, non mi pare ce ne siano altre, anche se avere dubbi è lecito e umano. Dalle riflessioni di Costanza emerge chiaramente – come ora sarà chiaro anche alle autorità internazionali di controllo – che i test psicodiagnostici preventivi devono essere inseriti nelle procedure di idoneità. Per tutti. Che poi corrisponde alle aspettative del pubblico. Credo che il loro timore non sia dovuto ai costi – la perdita di un vettore e delle vite umane è un danno, quindi un costo ancora maggiore – quanto al fatto che molti piloti potrebbero essere dichiarati non idonei, o sospesi. Il che aprirebbe un contenzioso senza fine, e anche problemi di organico. La stalla da cui i buoi sono già scappati è sempre un grosso problema. A Costanza chiedo se è d’accordo sul fatto che, in caso di un simile adeguamento delle procedure, gli psicologi incaricati e affiancati ai medici sarebbero gravati da una responsabilità enorme. Da profano mi sembra che l’interpretazione di un valore delle analisi, di una lastra al torace o di un eventuale tasso alcoolemico, sia molto più facile.

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  7. Ha ragione su alcuni punti, meno su altri. Se è impossibile e ingiusto impedire a una persona di volare sulla base di una depressione diventa ancora più difficile sulla base di test di personalità che sappiamo vanno interpretati e possono anche essere facilmente ‘falsificati’. Spostando il problema: Quale tipo di personalità sarebbe inadatto? Quello paranoideo? Quello Schizotipico? Borderline? E chi se le prende la responsabilità di decidere? Il fatto è che di fronte a un suicidio (probabilmente impulsivo: Magari ci pensava un po’, ma poi sono capitate le circostanze adatte…) dobbiamo quasi pensare alla fatalità.

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  8. Da incompetente, mi pare proprio che la faccenda sia molto seria e complicata.
    E anche questo bell’articolo lo dimostra, nella non definitività delle conclusioni che trae: una diagnosi era possibile, però, si dice giustamente, le diagnosi non sono interruttori della luce e il compito degli specialisti è molto delicato perché nel momento in cui riesce a concepire una prima diagnosi, non è che la può dare in pasto al mondo intero, perché poi è verissimo che il mondo non ci andrebbe molto per il sottile e la tendenza alla stroncatura delle persone è sempre molto in voga.
    Faccio una domanda, riallacciandomi alla parte del post in cui si dice “Se con te uccidi altre persone, dai un giudizio sulla vita di queste altre persone, pensi delle cose molto forti e significative per te di queste persone, e questo per me dimostra un funzionamento mentale particolare ……..“ E’ di sicuro così oppure può essere che, concentrati sulla propria ossessione di suicidio, dunque premeditando un suicidio visto come unica via di uscita e da attuare a tutti i cosi, un giorno o l’altro non appena se ne ha la possibilità (e qui mi riallaccio anche al discorso della casualità dell’uscita dalla cabina dell’altro pilota), ecco, è possibile che in realtà di quelle persone non si pensi proprio niente, che siano solo un “accidente” ?

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  9. Rispondo a tutti insieme, per quello che è nelle mie possibilità, perché mi pare che, anche se con variazioni diverse la domanda di tutti riguardi quello che secondo me dovrebbe essere la fattibilità concreta di un protocollo preventivo. Risponderò grossolanamente – perché l’allestimento di un intervento del genere, richiederebbe un tipo di specializzazione professionale che mi è lontana. La psicologia del lavoro è una florida parrocchia a se stante per esempio, una facoltà a se rispetto alla psicologia clinica, e la valutazione testologica e psicodiagnostica implica lunghi e complessi itinerari di formazione. Io non uso test quasi per niente nella pratica clinica e quindi, perdonerete una risposta generica.
    Ma come premessa, secondo me non ci sono alibi etici ed epistemologici al tentativo di un protocollo – ammesso e non concesso che all’estero non sia già attuato o non sia presente nei colloqui di assunzione. Non so come sia la prassi per le compagnie aeree allo stato attuale – ma mi accorgo che ci sono psicologi del lavoro sistematicamente arruolati nelle aziende, non vedo perchè non si possa fare una cosa simile nelle compagnie aeree. Mischiando la somministrazione di test specifici – che hanno una loro letteratura – a colloqui individuali. Quanti non saprei dirlo, quali dovrei io sceglierli conoscendoli bene. Ma la cosa mi sembra più lunga che complicata – tanto più che l’obbiettivo non dovrebbe essere quello di impostare un criterio per diagnosi, ma per funzionamento psichico evidenziando quali sono in ognuno le capacità adattive e la struttura difensiva. Una scala dei meccanismi di difesa di Perry per esempio per vedere se uno sta settato tutto su meccanismi arcaici primari e con un uso rigido. La butto la. La questione è in un certo senso, capire anticipatamente cosa ci fa uno con i propri stati d’animo negativi, con i propri vissuti depressivi etc etc etc.
    Poi per la responsabilità non mi cruccerei troppo. Per quel che mi concerne sarebbe un’operazione da fare all’interno delle aziende, e non a carico dei terapeuti curanti o dello stato. Forse il problema è che nel timore di un rischio si lascerebbero lavorare meno persone. Ma è anche vero che sto formulando ipotesi senza avere letteratura alla mano.

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  10. Non so, non vorrei suonare come un difensore della tesi dell’imponderabile mistero dell’uomo. Di questa storia so poco: ho cercato di evitare di avere troppo informazioni in proposito perché avverto (ma sono consapevole che probabilmente si tratta di una visione assai soggettiva) un sentore di una cosa che mi lascia perplesso, che fino a oggi non avevo mi provato ad artiolare neanche a me stesso e che mi sforzo di spiegare qui magari facendo casino.
    Ok, come abbiamo visto tutti di fronte a un evento del genere, la grandine di interventi generati sui social è stata parecchio sostenuta. Dal turbocapitalismo in giù nessuna mestizia ci è stata risparmiata. Ma la cosa che mi inquieta al fondo è che, indipendentemente dall’interpretazione che è stata data, la stragrande maggioranza (il 99,99999 % degli interventi) si basava su un presupposto che grosso modo articolerei così: “Quello che è successo è colpa di qualcuno o di qualcosa. Scopriamo il colpevole. Subito se possibile, così risolviamo l’anomalia. ” Ripeto, con ogni probabilità è un mio modo di interpretare soggettivamente un fenomeno di questo tipo, ma questo presupposto è parecchio in sintonia con una sorta di Spirito dei Tempi di certo molto diffuso in Italia (ma magari anche altrove, chissà). Questo Spirito dei Tempi è – come spesso accade agli spiriti dei tempi – abbastanza infantile: si aspetta cose che un minimo di maturità forse gli impedirebbe di aspettarsi. In questo caso specifico si aspetta che una tragedia del genere non debba verificarsi e che se succede è colpa di qualcuno che non ha controllato, di qualcun altro che non ha fatto la diagnosi, degli iperliberisti etc etc. Dietro a questa cosa vedo una sorta di sogno infantile che pretende che – da contratto – l’esistenza debba essere priva di dolori e catastrofi come questa e che se certuni (i controllori, i medici, gli psichiatri etc etc ) facessero il loro lavoro tutto questo non succederebbe.
    Ora io non sono per la tesi dell’imponderabile mistero dell’uomo. Penso che sia parecchio difficile spiegare quanto è successo ma che ci si possa provare (soprattutto se si abbandona quell’altra idea infantile per cui a un evento si associa un’unica causa, per cui basterebbe individuarla e regolarla per restituire magicamente ordine all’universo). E sono sicuro che le ragioni vanno cercate e si deve fare di tutto per diminuire l’alea di situazioni del genere.
    Ma al fondo, nascosto dietro questa ansia di risposte e di spiegazioni, resta il tabù finale che questo genere di tragedie finisce per rendere manifesto nella sua oscena crudezza: ovverossia che il mondo è complessissimo e ricchissimo di eventi totalmente casuali. Quando la mattina usciamo di casa niente ci può garantire che un cornicione non ci spacchi la testa in due, che non scoppi la gomma a un tir mentre lo stiamo sorpassando, che un uccello non si infili nel motore di un aereo al decollo, che un cazzo di terremoto non ci becchi mentre siamo in vacanza a Sorrento, che un organo che nemmeno conosciamo del nostro corpo non ci stia organizzando qualcosa di brutto etc.
    È inutile sperare di dominare totalmente la compessità e la casualità del mondo nel quale ci muoviamo Anche se tutti facessero il proprio dovere le catastrofi e le tragedie accadrebbero. Potrebbero essere rese meno catastrofiche certo. Ma accadrebbero comunque. Mi viene da pensare a quegli infelici sismologi processati perché non avrebbero lanciato l’allarme in occasione del terremoto dell’Aquila. Anche lì c’era questa idea semimagica che se qualcuno avesse fatto il suo dovere la catastrofe sarebbe stata se non evitata attutita. Peccato che le cose non funzionino esattamente così.
    Insomma dietro allo scatenamento di interventi dentro e fuori dal web io vedo questa ansia terribile che cerca di essere placata da un qualsiasi anestetico che ci dica: “Si poteva evitare, si eviterà in futuro. La nostra esistenza non è affidata alla casualità”.
    Peccato che non sia così. Ora più che mai, forse proprio grazie al web, siamo in grado di cogliere l’infinita complessità del mondo nel quale ci muoviamo. Ma forse è proprio questa visione sempre più chiara della complessità che genera ansia e l’ansia genera a sua volta questo tremendo bisogno di risposte o semplicissime (i complotti) o semplici (il turbocapitalismo et similia). Di chi è la colpa? Chi ha sbagliato?
    Ho detto la cagata. Non solo era espressa in modo contorto ma era pure lunga, sorry

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    • D’accordo su tutto, tranne che sugli “infelici sismologi processati perché non avrebbero lanciato l’allarme in occasione del terremoto dell’Aquila”. Infelici e ancor più che infelici sono i genitori degli studenti che non sono andati a riprendersi i figi perché i sismologi, pagati per far parte di una Commissione Grandi Rischi di cui a questo punto non si è ancora capita la funzione, si sono prestati, dietro precisa richiesta, a rassicurare la popolazione (di cui anch’io facevo parte) senza che nulla autorizzasse a farlo. Se avessero semplicemente detto “i terremoti non sono prevedibili” ognuno si sarebbe regolato da sé e avrebbe autonomamente valutato i rischi e le proprie paure. Invece hanno detto “non vi preoccupate, una serie di scosse come queste SCARICA L’ENERGIA, NON PREANNUNCIA SCOSSE CATASTROFICHE”. Scusate l’OT, ma altro che fato.

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  11. perplime, quello che è accaduto, sì. anch’io mi sono chiesta cosa sarebbe successo se il pilota non si fosse assentato, tra l’altro per il breve tempo che può essere necessario per andare in bagno, su un volo non particolarmente lungo. sarebbe stata quindi una decisione rapidissima, quella di sfracellarsi contro le rocce, presa tra il momento in cui l’altro esce e i pochi minuti seguenti? e gli scambi di parole precedenti, che vengono descritti come normali e cordiali? l’imprevedibilità dell’uscita dell’altro farebbe escludere la premeditazione, ma la rapidità nel decidere di morire è allora sconcertante. quanto ci si mette, a decidere di morire trascinando con sè 150 persone, 2 minuti? eppure, che altro può essere successo? il terrorismo è da escludere, visto che non vi è stata alcuna rivendicazione, e chi compie atti terroristici vuole essere visto, per definizione, questi atti servono ad imporsi agli occhi del mondo. un malore, no, pare che respirasse normalmente fino alla fine (ma si respira normalmente, alla fine, quando l’aereo sta precipitando e stai per morire in questo modo?) . per quel che riguarda l’idoneità a fare il pilota, non so come sia la normativa, in particolare tedesca, ma sarebbe certo auspicabile che ci fosse un approfondito controllo delle condizioni psichiche, e al limite anche un giudizio di non idoneità al volo, permanente o temporanea e rivedibile a distanza di tempo. dove è in ballo la sicurezza di terzi, l’interesse della collettività supera quello del singolo, credo. quanto alla privacy, credo che se un medico nota qualcosa di grave e potenzialmente pericoloso in un paziente possa e anzi debba avvisare quello che in Italia è il medico competente, che poi può approfondire ed eventualmente decidere per la non idoneità alla mansione specifica di pilota. per i motivi di cui sopra. è una comunicazione tra medici per rilevanti motivi sanitari, quindi esula dalla violazione del segreto professionale, e permette di non mettere a rischio la collettività.

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  12. Bentornata, cara, e grazie. Una cosa sola una, argomento da uomo della strada: “i test stessi sono nati come strumento di lavoro durante le campagne militari dell’esercito americano e hanno una lunga storia di applicazione e di ricerca” mi pare un argomento che vada corredato da numeri. Che negli IUESSEI di militari che impazziscono e sparano ne hanno un po’ più che in Europa, a quanto veniamo a sapere dai media.

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  13. Animapunk ha sollevato un interrogativo interessante. Quanto devi essere pazzo per rimanere tranquillo (io ansimo a anche solo se sospetto che mio figlio stia per mollare la pipì nel momento in cui si trova sul fasciatoio senza pannolino) quanto devi essere pazzo per rimanere tranquillo mentre stai facendo quello che Lubitz stava facendo? E’ possibile una cosa simile?

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  14. Grazie per questa seconda ondata di interventi e perdonate se rispondo tardivamente.
    Innanzitutto una questione teorica/etica.
    Benvenuto Edoardo. Io credo che funzione del mondo intellettuale sia anche quella di porre quesiti come quello che poni tu, mettendo l’accento su questo disperato bisogno di controllare l’incontrollabile. L’incontrollabile ha sempre un margine di vantaggio e per parte mia ho anche l’antipatica sensazione epistemologica che a quel margine di imprevedibile che ci vince sia legata molta della nostra libertà di azione. Il determinismo è bello da conquistare, da subire per intero una rottura di palle pazzesca.
    Detto questo, trovo altrettanto puerile fare questo genere di discorsi comodamente protetti dal potente effetto che quel desiderio insano di controllo dell’imprevedibile ha prodotto con efficaci risultati. Facciamo delle analisi, ci curiamo e cazzo se guariamo! Ma facciamoci un giro dove la scommessa con l’imponderabile non è vinta non per filosofia ma per mancanza di soldi. Andiamo dove si sta come stavamo noi centocinquanta anni fa: e si muore a 45 anni come destino normale dell’individuo. Facciamoci due chiacchiere vis a vis con chi ci chiede di aiutarci a vincere la versione maligna dell’imponderabile, che per lui è vagamente ponderabile nel senso che gli si abbatte contro: sono ammalato, sto male, non sopravvivo a me stesso ma ne avrei voglia. Questo tipo di discorsi Edoardo si va bene, e ha un suo margine di utilità diciamo filosofica – ma io trovo che faccia bene a un umano in cui abbia vinto quello che tu giudichi puerile. E’ una cosa buona come ingrediente di minoranza – ma le cose buone le fanno quelli che sono disposti a scommettere pesante ed eventualmente a perdere.
    PaoloS. hai ragionissima ma brutalmente io di andare a prendere bibliografia e fare tutto un lavoro complesso di decodifica citazia e spiegazia numme regge. Lo so so brutta e cattiva avete ragione ma gnafò 🙂
    Vorrei poi specificare una cosa, che capisco che dai commenti non si è tanto capita: Io credo che l’intenzione suicidaria, da sola possa essere riscontrata in persone di tutti i tipi, cioè che funzionano in modo del tutto simile a noi nella quotidianità – quindi anche, ma non solo, personalità nevrotiche. Ho anche una sorta di doloroso rispetto per chi, combattendo con una vita che sente come infernale, fa del suo ciò che crede. Ci sono delle scale sulla depressione comunque – piutosto efficaci perchè le persone affette da depressione non hanno grande interesse a dissimulare la depressione – che possono con coefficienti di validità piuttosto alti diagnosticare il livello di depressione. L’atto di uccidere tante altre persone invece, secondo me afferisce a un funzionamento di personalità diverso, che a sua volta ha diverse sottoclassi diagnostiche. Solo alcuni casi di queste sottoclassi (per esmepio le personalità antisociali) hanno l’intenzione – e la capacità di ingannare deliberatamente l’altro dissimulando le proprie intenzioni. Ma spesso assolutamente no. Succede, ed è un problema ma è anche illusorio credere che solo questi conclamati cattivissimi si rendano responsabili di eventi del genere.
    Invece Gea quella li dello spettro autistico, la lessi – e la trovai una franca stronzata. E’ come se uno che ci avesse che ne so, la cirrosi epatica e il raffreddore, pensi che vomita per via del raffreddore.

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  15. Hola
    condivido praticamente tutto ciò che dici. Ma forse non sono stato chiarissimo. Questa ansia di fronte all’imponderabile per me è una forma di ansia tipica della modernità affluente (per usare gratuitamente termini di un certo peso). Parlando a lungo con diversi amici che hanno fatto e fanno missioni per Medici Senza Frontiere in posti assai tosti (da Haiti alla Repubblica CentroAfricana al Sud Sudan etc etc ) ho capito che lì questa ansia non c’è. E non si tratta nemmeno dell’ansia – assolutamente comprensibile – di chi (in mezzo a noi oggi) sta male in un modo o nell’altro. Io parlo dell’ansia che si esprime attraverrso l’opinione pubblica e i social e che è ansia di gente che sta mediamente bene e che non riesce a darsi pace di fronte all’idea dell’imponderabile. Parlo di un’ansia generata da un mondo dove un po’ dell’imponderabile è stato addomesticato e questo ha comportato il fatto che ci dimenticassimo del fatto che l’imponderabile esiste. Per cui quando succede una cosa come questa gli interrogativi con conseguente ricerca di colpevoli e di soluzioni si moltiplicano alla velocità del suono. Per cercare di tacitare quell’ansia che risorge ogni volta. Ma temo di non essere in grado di spiegarmi meglio di così senza abbandonarmi a una verbosità ancora più insensata di questa

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