Psichico 15/ Il problema di Herta

In una bellissima intervista uscita da poco,  Herta Muller ragiona sulla sua somiglianza con un altro grande nobel della letteratura, la Szymborska, e sul fatto che questa somiglianza si incardina nell’amore per il dettaglio, per il particolare, per l’oggetto quotidiano. Da a questo tipo di attenzione un ruolo filosofico e politico, perché dice: “Il dettaglio è il contrario di quello che propagano e praticano le grandi ideologie» e aggiunge «Le ideologie sono fatte da pezzi già pronti, prefabbricati, montati sempre alla stessa maniera e seguendo gli stessi schemi e non tollerano sorprese o deviazioni dalla norma. Ecco perché il dettaglio è il nemico dell’ideologia». Spiega: «Nel caso mio e di Szymborska, l’attenzione al dettaglio è una rivolta personale e intima contro la dittatura».

E’ un passaggio che arriva a essere struggente, se lo si cala nel contesto politico che lo ha generato, ma che ritrae efficacemente anche una tensione relativamente più pacifica, tra la prospettiva idiosincratica e quella nomotetica, tra lo sguardo filosofico e politico che destruttura in nome dell’irripetibile che produce la storia, e quello che struttura in nome delle ricorrenze che produce la storia. E le discipline umanistiche sono fitte di queste dialettiche tra prospettive sistemiche e antisistemiche, tra sogni di soluzione dello scibile e cunei di particolari eversivi che fanno stramazzare il paradigma teorico sotto la scure di una nuova anarchia, la quale produrrà -auspicabilmente – un nuovo tentativo di organizzazione.

Quando si parla di psicologia, Herta va per la maggiore e questa tensione tra prospettiva sistemica e anarchia soggettiva è riproposta a ogni piè sospinto. La psicologia fa una legittima paura perché in un certo senso, decodifica le gerarchie estetiche ed etiche di un certo ordine sociale e politico in categorie diagnostiche, le quali, piaccia o meno sono una sorta di apriori mentale del terapeuta. Da una certa, volendo molto sgradevole prospettiva, la psicologia sembra essere quella somma di codici in virtù dei quali si stabilisce quanto un soggetto si allontani dalla fruibilità sociale e cosa si possa fare perché possa essere socialmente fruibile, il grado di complessità e di sofisticazione dello sguardo diagnostico dipenderà allora dal grado di complessità e di sofisticazione del modello culturale di cui si fa tramite per cui, più questo modello sarà politicamente democratico più la sua psicologia implicherà una democratica espressione di se e dell’abitare la vita: più il modello virerà a forme reazionarie, prescrittive e restrittive, più la psicologia tenderà a giudicare come patologico qualcosa il particolare tenace, l’eversivo del soggettivo, il dettaglio esistenziale di Herta.

Dall’altra parte però l’ellisse di Herta si pone anche in rapporto alla sintomatologia. Tolstoj apriva Anna Karenina con il celebre incipit – tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo blandendo il narcisismo di ognuno e regalando il sogno per cui la difficoltà esistenziale fosse il prezzo della peculiarità, l’adamantino dettaglio di Herta. Nietzche era pazzo! Ma diamine era Nietzche! Le due cose sono fortunatamente collegate e se io ho una vita di merda posso consolarmi con l’estetica della mia irripetibilità. Mentre quella manica di stronzi li, come sono stupidi! (benché nevvero, avremmo preferito poter dire per esempio – cornuti)

Personalmente trovo questa una fabula per intellettuali affievoliti. La verità è che il sintomo è dittatoriale più di qualsiasi prospettiva politica, e la soggettività è quella cosa che lo argina o tenta di arginarlo, ma non è il sintomo a strutturare la soggettività. Se uno è Nietsche è Nietzche, ma se uno non è Nietzche è colonizzato dalla schizofrenia, da molto prima. Il sintomo è la tirannia politica di Herta, molto ma molto di più di quanto piaccia credere, perché come le ideologie di Herta costringe alla coazione a ripetere, riduce il margine di scelta, ostacola l’anarchia della creatività, l’erotismo dell’espressione di se. Più il sintomo è potente più la politica esistenziale a cui costringe è di marca fascista. E con buona pace di Tolstoij, con una certa cognizione di causa posso dire: più le famiglie sono infelici più ritornano le somiglianze tra di loro.
(Ossia  – libertà e felicità commerciano sempre , e il problema della dittatura può essere sia esogeno che endogeno – venire dal mondo reale, come dal mondo psichico.)

Qualche giorno fa mi sono chiesta, lo faccio spesso, come mai tra le tante scuole di pensiero io sia finita nella parrocchia junghiana, e come mai, nonostante la mia distanza viscerale da un certo lessico, abiti quel contesto con tanto piacere e soddisfazione. Da un certo punto di vista si è trattato di caso fortuito. Ho incontrato Luigi Aurigemma, amico di famiglia, Luigi Aurigemma era un grande vecchio del junghismo italiano, io ero giovane e nevrotica, e cominciai una terapia consigliata da lui, con uno junghiano a cui devo molto, Gianfranco Tedeschi, sulla base della fiducia in quella persona cara, e con un’idea piuttosto vaga, di che roba fosse. E quando si trattò di iscrivermi alla scuola di specializzazione, ricordo che decisi con una blanda cognizione di causa, senza farmi troppe domande sul curioso attrito tra un’analisi riuscita che mi aveva fatto stare bene, e un lessico che ogni tanto usciva fuori e che trovavo francamente buffo – da cui mi sentivo molto distante. L’acuta cognizione di causa per cui, se invece avessi scelto una qualsiasi scuola postfreudiana sarei stata a disagio, non contenta, sempre in conflitto e arrabbiata.

Questa consapevolezza di benessere, di stima per gli analisti che ho incontrato, di stare al posto giusto nonostante gli oggetti che lo popolavano, è continuata – con la seconda analisi, con il ciclo di supervisioni, con i contatti professionali. A quel punto, c’era da farsi delle domande su quel lessico che sento così distante ma così meravigliosamente funzionale.
La questione ha anche fare con quello che potremmo chiamare il problema di Herta, nella psicoterapia.

Nel vasto mondo delle costruzioni teoriche psicodinamiche, io sento l’eredità postfreudiana incredibilmente capace di fornire efficaci paradigmi di cura, e strumenti che per l’artigianato della terapia sono indispensabili. Non è solo Freud, sono anche i figli e i nipoti: non è solo l’idea di inconscio la teoria del complesso edipico per fare degli esempi – ma anche, i meccanismi di difesa, e le posizioni kleiniane, e i modelli operativi interni e gli schemi di attaccamento, fino alle convergenze sotto lo sguardo di un Liotti tra prospettive cognitiviste e prospettive psicodinamiche, fino ai Fonagy e oltre. Io ho una stima infinita e una forte gratitudine, per la sofferta dialettica interna che ha animato la storia della psicoanalisi, una dialettica determinata da una convinzione politica, una ricerca di vero, un raccogliere la sfida epistemologica del capire le cose – un prendersi sul serio. In politica non ci sono soltanto i poli dell’anarchia e della tirannia, ma anche il gioco pesante di chi dice, ci provo a dare una forma, a legiferare per la libertà e a garantire una serie di posti liberi, quella roba è la democrazia ma è anche il tentativo sistematico, la sfida hegeliana. So buoni tutti a destrutturare, viva chi struttura. So buoni tutti a parlare cercare il soggettivo che spariglia, più difficile è trovare quello che cerca un tavolo per tutte le soggettività. Quell’erotismo per la ricerca, ha prodotto un sacco di cose. E allo junghismo, quell’erotismo manca – strutturalmente.

La qual cosa ha però una serie di importanti vantaggi, che non riguardano l’ambito della ricerca, ma il modo di abitarla di starci, di usarla e di campare. Lo junghismo ha un lessico estraneo in un certo modo, alla moneta di scambio della ricerca scientifica, e questo sembrerebbe tagliarlo fuori. Tuttavia quei costrutti che lo compongono hanno la capacità di evocare i binari della ricerca scientifica e di chiamarsi al ruolo di loro anteriore logico. Per fare un esempio: la figura archetipica del materno, l’imago della grande madre, è un concetto difficile da spendere in un piano di ricerca di un dipartimento di psicologia evolutiva per esempio ma è un ottimo aggancio semantico per raccogliere gli esiti di quel dipartimento riguardo i rapporti tra bambino e madre. Il rapporto con l’immagine interna del materno, e quello che quel rapporto crea nella vita di un individuo è nella rubrica della grande madre, che è la costellazione simbolica di tutti i materni possibili. Alcuni junghiani possono fare l’errore di schiacciare l’idea archetipica con una certa declinazione storica, e questo fa fraintendere di molto – come è successo – il mondo junghiano. Ma di fatto tutti i concetti che sono alla base del nostro armamentario clinico sono apriori logici, urcategorie del mondo relazionale e del modo di interpretarlo. Sono un apriori poetico e insieme disincantato, che usa la logica positivista per il bene dell’altro senza esserne contaminati.

E dunque, ecco perché essere junghiani ha a che fare con il problema di Herta, con la distanza di sicurezza tra i poli dell’anarchia e della dittatura, gli eccessi della coartazione e della dismissione di responsabilità, perché strutturalmente la junghianità corre meno il rischio di identificarsi con un lessico, con una moda storica, con un credo politico che abita la clinica e questo mette in una dimensione epistemologica ed emotiva, diversa anche nel quotidiano, e in un modo di curare l’altro epistemologico ed emotivo diverso, che ragiona con molto approfondimento sul tuo stile nell’usare questi alfabeti altrui, sulla tua storia personale in relazione a quegli arsenali teorici. Contro un rapporto disincantato verso le diverse ondate psicodinamiche, c’è un rigido lavoro del clinico su se stesso (molte molte più ore di training e terapia su di se, rispetto a tutti gli altri) e questo mette in una posizione di onestà diversa e di efficacia pratica diversa, che cede difficilmente a fideismi di sorta, che in linea di massima – salvo necessità specifiche individuali – sta scomodo con le dittature ideologiche. In casa junghiana c’è grande area di libertà, e grande aria di affettività.

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4 pensieri su “Psichico 15/ Il problema di Herta

  1. Premetto che non c’ho capito molto, ma quel poco che ho capito mi piace molto. Ma la domanda che ti pongo è: perché scrivi questi post psichici solo per un pubblico alto, anzi altissimo, usando un lessico così incredibilmente raffinato e specialistico da risultare ostico e agnostico per la stragrande maggioranza del pubblico? Perché mi devo mettere a cercare lemmi come “nomotetico” per capire il tuo pensiero? C’è del narcisismo in questa scelta gergale, di registro, c’è la volontà di un’alterita’ rispetto alla massa, c’è la rappresentazione del percorso compiuto per potersi esprimere così (la cultura come stigma)? O c’è il bisogno di farsi riconoscere, di farsi accettare, di farsi includere dalla comunità, anzi dall’elite, di coloro che usano questo linguaggio, questa liturgia di espressione della conoscenza? Io non conosco la risposta, solo tu e forse nemmeno tu ne sei consapevole. Il contenuto è bellissimo, ma perché la forma dev’essere esclusiva ed escludente? Grazie, comunque.

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  2. Come ho spiegato altrove: scrivere in modo divulgativo mi annoia e questo blog è per me. Credo anche che nel momento in cui si accerta l’esistenza del vocabolario, cade la categorie dell’esclusività di un testo. Se non lo vuoi usare è una legittimissima scelta tua, e per quanto mi riguarda lesiva alla conoscenza e alla vitalità di un linguaggio. Ma rimane una scelta tua. Ora qui io vorrei parlare di altro ed è per questo che rispondo subito a te, però in un contesto sociale la divulgazione semplificata è fondamentale, ma non può esaurire tutte le funzioni culturali del testo scritto. Qualcuno fa quella, qualcuno fa un’altra cosa. L’utenza sceglie liberamente. Dopo di che, qui preferirei parlare degli argomenti nel testo.

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  3. Grazie Costanza. Questo post mi spiega, a livello personale, il motivo per cui l’approccio junghiano mi abbia sempre fatta sentire particolarmente a casa, nonostante io (o appunto, siccome io) professionalmente mi muova in un mondo di segno opposto. La qual cosa non mi ha mai peraltro causato particolari problemi, ma attraverso questo post ho capito perchè: perchè la struttura dell’apriori è ciò che giace al fondo, e può tranquillamente declinarsi ed esplicarsi in altri alfabeti, ma resta, in me, come la tela dietro il ricamo.

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