Il sesso della recessione

Alcuni anni orsono, quelli di ISBN pubblicarono un bel saggio di Susan Faludi, il sesso del potere che descriveva la curiosa reazione di una certa parte della cultura americana a seguito dell’undici settembre. Si parlava di uomini e donne, anche di ceto medio e alto, anche istruito e domestico con il mondo della carta stampata, che considerava l’attentato alle torri gemelle, come la triste conseguenza di una cultura devirilizzata, fiaccata dal femminismo, dove avevano vinto valori – come l’antirazzismo, l’uguaglianza, il pacifismo – che si considerava dovevano avere come unica provenienza il femminile.
I maschi non sono più i maschi! Le femmine non sono più le femmine e quei trogloditi la’ ce l’hanno vinta! Proferivano grosso modo fior di signore wasp mentre corteggiavano industriosamente un generale dell’aeronautica militare a un party repubblicano.
Altre e altri telefonavano alla povera Susan Sontag – già malata di cancro – e la coprivano di insulti.

Questa evoluzione psicologica, mi affascinò moltissimo e a suo tempo ne scrissi proprio citando il libro di Faludi. Naturalmente la femminizzazione culturale non aveva molto a che fare con le torri gemelle, anche considerando la maschia tradizione che gli USA hanno mantenuto nel loro modo di gestire la politica estera – e il tutto mi fece persino sorridere. Ma allo stesso tempo era chiaro che c’era un problema a monte, che aveva trovato nello schock dell’11 settembre una occasione per esprimersi, ed era il problema culturale e soprattutto psicologico di uomini e donne che non riuscivano a digerire un nuovo assetto esistenziale e rispetto al rapporto sesso genere. A quanto pareva. Questo problema era a noi ancora molto lontano dieci anni fa, e lo sarebbe in buona parte anche adesso, anche se sembra emergere in qualche parte del paese una costellazione simile, di signore bionde ricche e carrieriste che corteggiano generali in pensione scrivendo pamphlet con titoli nostalgici, filosofi bellocci che straparlano di psicologia infantile, personcine polverose che protestano con la testa china contro l’ipotesi che due maschi si scambino effusioni, madri di famiglia con casa di proprietà che hanno paura di vedere il figlietto per una volta vestirsi da damina dell’ottocento. E tutti quanti frignano sotto l’incantata benedizione dell’artistocrazia nera. Cardinali Bagnaschi e varie toghe upper class.

E’ curioso come in realtà l’angustia per l’identità di genere in estinzione abbia una connotazione di classe così precisa, e sia una cosa da decorosa borghesia – che riguarda meno chi con i quattrini fatica, e ancor meno chi nei quattrini abbonda. Diciamo che tra le sentinelle in piedi ci sarà qualcuno che ha chiesto un mutuo – ma difficile che non glielo abbiano dato, a lui o a papà suo. In un paese così violentemente allergico a sottili questioni psichiche – così solare volgare e prosaico, dove la gente ha imparato a stento a dire “fare l’amore” con sessantottardo trasporto, avendo sempre parlato più trucidamente di scopare, dove per secoli hanno figliato donne in carne con maschi ossuti e segaligni, in questo paese dove più scendi verso il tacco più ti perdi gli asili per strada, e le femmine nelle case – beh questo frignare sulla scomparsa della differenza sessuale ha del fiabesco. E’ come il sintomo che sembra non entrarci niente col resto della patologia, che uno questo sintomo non se lo spiegherebbe e manco vorrebbe occuparsene. La scomparsa della differenza di genere? Ih! hanno appena mancato di rinnovare il contratto a una mia amica perché era in aria di gravidanza. A me pare che la differenza di genere troneggi.

Oltralpe grandi città hanno sindaci omosessuali, professori universitari cambiano sesso a tradimento senza pena alcuna per il rettorato, le bambine giocano con i camioncini e e le giovani donne accedono al mondo del lavoro in percentuali più decorose che da noi, eppure assolutamente fuori sincrono, con una preoccupazione che non ha alcun reale fondamento – anche nel remoto caso dovesse apparire condivisibile – emerge un allarme sociale fuori senso. Una sorta di antifurto che suona senza ladri, una sirena dei pompieri che strepita senza incendio. Vogliono annullare le differenze tra uomini e donne! Vogliono annullare i ruoli! Ma dove? Ma chi? Ma quanti? Ma che dice? Ma di che si parla? Ah! Il progetto di Trieste nelle scuole! Che siccome alcuni bambini triestini talora si vestiranno da infermiera, e le bambine da primario allora i bambini tutti delle patrie scuole. Trieste caput mundi.

A me ora, non interessa entrare nel dettaglio della lamentazio e discettare psicologicamente del perché ha per lo più un fondamento inesistente. Posso solo dire che, come tutte le grandezze psicologiche anche l’interpretazione della propria identità di genere, più è flessibile più è sana, più è rigida più è foriera di costruzioni sintomatiche, per cui insomma se i bimbi di Trieste possono osservarsi nell’alchimia dell’interpretazione sessuale: come è una donna con una tuta da lottatore? Com’è un maschio che fa la mamma con la prole in braccio sul petto? Beh è tutta salute. Eventuali strutturazioni patologiche – sulla cunfusione di genere, sulla vecchia etichetta del disturbo d’itentità di genere che io conserverei contrariamente al DSM hanno tutte altre origini. Posso pure parlare, come tanti altri fanno delle numerose ricerche longitudinali che hanno riguardato la vita dei figli di coppie omosessuali. E come stanno sti fiji? Come l’artri, né più né meno (anche se qualche studio addirittura tifa per il più – non perché la gayezza sia protettiva si è interpretato, ma perché lo sarebbe l’assetto psichico di chi si cimenta in una lotta culturale contro un contesto uniforme. La forza del carattere insomma, la duttilità mentale) Ma a me interessa individuare qualcosa di terzo. Una strumentalizzazione psichica dell’argomento presepe. Qualcosa che ha a che fare con altro.

Siamo un paese sull’orlo della perduta borghesia. Per un certo periodo abbiamo creduto di essere borghesi tutti, con rarissime eccezioni. Non solo gli operai si vergognavano a essere operai, e volevano essere borghesi – e io confesso, non mi sono mai sentita di dargli contro, ma anche i ricchi trovavano poco chic essere ricchi e a larghe fette simulavano una sorta di impoverimento, ponendosi come borghesi con i buchi ricamati a tombolo. La sapida originalità dell’artigianato così imbarazzantemente individuale se ne andava sotto la scure della produzione di massa, e anche il magniloquente charme di quella ricchezza fantasticamente eccentrica andava spegnendosi in un conformismo tranquillizzante. Gli ultimi dandy oggi, pascolano alla Giudecca ai margini del tempo e di un epoca storica, a sgraffignare un po’ di diritto esistenziale senza tanta speranza.

 

 

La crisi ha trasformato il sogno borghese, in una scialuppa di salvataggio, in una zattera per poveracci, dove stare aggrappati come meglio si può. E di questa zattera, la bandiera stracciata che sventola, la maglietta sul bastone delle vignette, è l’immagine del presepe middle class. Lei signora a modo e seduta. Lui in piedi che guarda il domani, il cagnetto da una parte e i bambini ai piedi. Come in un’immortale scultura in bronzo che troneggia dinnanzi alla stazione di Trento.
Come a dire – ci soffiano il contratto a tempo indeterminato, ci aumentano l’IVA, collassa il sistema pensionistico, i nostri figli non si sa se potranno fare la nostra vita – beh almeno quando torniamo a casa la sera possiamo ancora assomigliare alla famiglia Cunningam. Ricky Cunningham rulez.

Diego Fusaro è preoccupato del fatto che una presunta cancellazione collettiva del genere renda i soggetti manipolabili. Come prima istanza ti viene da dire – por’omo farnetica. Il sesso non si cancella, il sesso è un colore che si mischia con altri, la cui retrocessione totale è una sorta di chimera semantica. Ma in un certo senso, c’è da capirlo: perché aldilà dei proclami pseudomarxisti, la sua chiamata alle armi dei presepi tutti – è una preoccupazione classista di segno opposto. La differenza è una roba da liberali, quando ti manca da mangiare c’è il caso che della gonnella non te ne freghi tanto. C’è il caso che occupi la fabbrica, c’è il caso che scendi in piazza. E non di rado – specie nel triste e profondo Nord angariato dalla debacle di molte aziende, beh se la signora va a lavorare non c’è tanto da lamentarsi. E se la signora va a lavorare, quando ci sarà da prendere decisioni a casa, di Fusaro e del presepe se ne fregherà.
Non sono le maestre di Trento a togliere potere al presepe, è la pagnotta che scarseggia – come del resto, è già stato in passato.

Dunque la resistenza di questo drappello a certi mutamenti culturali – isolati e piuttosto innocui – mi appare più come una faccenda di classe che una faccenda di chi sa quale – assolutamente fallace – cognizione di causa sulla psicologia dei bambini e dei generi e delle persone. Sono gli strascichi ideologici della vecchia DC che cercano in un mondo sempre più inesorabilmente laicizzato una bandiera ideologica sotto cui stringersi l’uno coll’altro per difendersi dal crollo del Mondo perduto che li minaccia. Le signore che difendono il loro ruolo di spose sottomesse, puntellano uno status sociale che placa il senso di angoscia, e i maschi adulti e consenzienti che comprano La Croce (pare un ossimoro lo so) cercando di ricomporre una sorta di patriarcato perduto e postmoderno. E’ per il momento, nient’altro che una rumorosa minoranza che da una risposta a un ceto, la buona borghesia in retrocessione, di un’area geografica – il centro nord. Soprattutto nord. Se dovessero essere capaci di coniugare alle bordate reazionarie e sessiste un pensiero economico ben strutturato e una strategia politica consistente sarebbero forse pericolosi. Al momento mi pare che gli si dia anche troppa attenzione.

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4 pensieri su “Il sesso della recessione

  1. e quindi, tutto torna alle vituperate categorie della lotta i classe? si prende di nuovo la rincorsa, che non è che dalla lotta di classe sia uscito chissà quanta liberazione per tutti. Ma riprendendo la rincorsa e ricalcando il sentiero, pare sia possibile una liberazione per tutti. Ci spero, anche se la vedo dura, abbandonare la percezione che abbiamo di noi di essere tutti piccoli borghesi.
    Comunque, sì, è l’unico ambito, il genere mischiato, dove mi sta bene la flessibilità.

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  2. interessante la tua tesi, anche se fatico a capire perché non mi appartiene, questo sentimento di minaccia incombente che si esplica in un “stringersi a coorte” sui valori borghesi. Però il ritratto che fai e’ proprio la descrizione di un mio ex compagno di università, architetto intelligente, simpatico, ironico (mi domando se lo sia ancora), del nord che è diventato una sentinella in piedi perché sente sotto attacco (parole sue) la famiglia tradizionale. E io, come dici tu, trasecolo: sotto attacco la famiglia tradizionale in Italia? Ma in quale film? E quindi questo scritto mi dà una spiegazione.

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  3. Francamente questo è un mondo a me sconosciuto, se non altro nella ricercata esasperazione qui data… la realtà che mi è nota, almeno nella sua maggior parte, è priva di contrattualità domestica e/o familiare, dove tutto avviene spontaneamente, senza distinzione di genere o di compitini predefiniti da terms & conditions di stampo anglosassone, che non è sfiorata dalla tragedia esistenziale della perdita di potere del maschio o dalla depressione per mancata realizzazione della donna.
    Forse nei casi in cui questa realtà si manifesta, che mi auguro comunque, per gli sventurati che la vivono, molto marginale, se si pensasse più ai problemi veri della vita, all’impegno serio per risolverli o almeno per attenuarli, una maggiore spensieratezza e quindi felicità sarebbe assicurata.
    Per quanto riguarda invece l’iniziativa triestina, che tanto successo sta riscuotendo in ambienti radical chic, quelli dei più illuminati, mica dei miserrimi mortali come noi, credo faccia il paio proprio con la mentalità sbagliata che intenderebbe contrastare.

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