Psichico 17/carattere e dominio del carattere

C’è questo momento, nella vita di un clinico, piuttosto frequente, in cui ci si trova a pensare a chi inviare un amico o una persona che si conosce troppo bene per prenderla in cura, e allora si cerca qualcuno che si consideri bravo, e capace, e adatto a lui. Si ha sempre in mente una rosa di persone certamente competenti, ma di volta in volta, diverse per carattere, per funzionamento, per vocazione.
Più passa il tempo, più sento come illusorie e secondarie certe preferenze che a volte i futuri pazienti esprimono – vorrei un uomo, vorrei una donna – lo vorrei giovane, lo vorrei esperto. Non perché queste cose non contino, ma perché di più secondo me fa l’equazione personale, di più fa qualcosa di altro, di cui ora provo a parlare con divertimento e anche perplessità perché l’argomento insieme mi affascina, ma rinvia a qualcosa di sfuggente.

Per esempio, ci sono clinici che al di la delle cose che dicono o di come lavorano, emanano un grandissimo senso di saldezza interiore. Un senso di forza. Persone che non è che hanno imparato come gli altri a non scandalizzarsi, a non vacillare, a non spostarsi, persone che sono proprio così per natura loro. Granitici. Ma anche senza pensare alle loro reazioni, tra questo tipo di clinici siedono infatti anche clinici zittissimi o che commentano molto. Questi qui sono come rocce sicure, e le persone sanno che ci sono, che piove e tira vento loro ci sono, che succede dentro e fuori la qualsiasi loro ci sono. Non è che gli altri ci siano di meno, è che loro mandano questo tipo di messaggio. Questo tipo di persone, occupano molto spazio metaforico e sono credo avvertite come molto rassicuranti.

Ci sono clinici che invece sono più esili e molto gentili, affettivi, comprensivi, in una variabile del materno molto accogliente. Questo tipo di clinici possono essere terapeutici e balsamici in un vasto numero di casi, perché al di la della tecnica con il loro modo di essere forniscono quel materno vicario che per tanti pazienti è fondamentale visti i problemi che portano con il loro materno interno, con la loro immagine psichica della madre e in genere della genitorialità. Sono terapeuti che fanno sentire amati. In alcuni casi, siccome funzionano molto sul lato dell’accoglienza e del nutrimento, meno su quello del contenimento e della sanzione, possono generare una sorta di insicurezza paradossale, un senso di smarrimento. I pazienti non si sentono arginati contenuti. Conosco uno psichiatra di talento – peccato la sua ostinazione a non voler fare una formazione analitica seria che avrebbe parecchio attutito questo genere di inconvenienti – che qualche volta si era sentito dire da pazienti che decidevano di cambiare trattamento – che lui era ”troppo buono”.

Dottore, lei è troppo buono. Un po’ come gli adolescenti che cercano una porta chiusa da forzare e da cui essere sconfitti, e non la trovano. Si arrabbieranno 20 anni più tardi.

Altri, sono invece molto maschili, paterni contenitivi, frustranti e capaci di sanzione. Sono dei padri all’antica, bonarii ma fermi, poco consolatori. Questo tipo di analisti possono anche creare grandi rabbie e grandi frustrazioni, specie se di tipo particolarmente taciturno, in certi casi possono essere avvertiti troppo freddi, e ritrovarsi all’improvviso protagonisti di grandi attacchi, da parte dei pazienti che li vedono come oggetti morti, corpi da scuotere e da ravvivare. Ma a volte quelle temperature tiepide, quei lunghi silenzi, i commenti misurati sono avvertiti come tranquillizzanti, come rassicuranti, poco intrusivi e poco destabilizzanti. Inoltre quel tipo di funzionamento – diciamo molto ritratto, che lascia alle volte il paziente come dire, un po’ da solo con le sue parole, che non interviene subito a fornire l’appiglio l’ancora, la corda dell’interpretazione su cui arrampicarsi anche emotivamente, fa alle volte mettere più a fuoco se stessi, porta a insight più efficaci, sorprendenti. In simili silenzi, i pazienti si vedono di più. Il loro funzionamento salta all’occhio. Meno l’analista domanda, più la parola è spontanea nel paziente, assolutamente sua, tutta di responsabilità sua.

Certo, questo tipo di terapeuta funziona meglio con pazienti adulti. Già con pazienti adolescenti può attivare rapide vie di fuga. L’adolescenza è terra di negoziazione, di confronti, di scuotimenti, di scambi vivaci. E – almeno nella mia esperienza – luogo dove il paziente giovane chiede all’adulto di essere adulto, di non simulare assenze di distanze, ma allo stesso tempo di saper navigare in linguaggi diversi, e saper accogliere e usare all’occorrenza linguaggi e neologismi usati dal giovane paziente.

Anche l’uso del linguaggio comunque vede diversi stili psichici di stare nella stanza. Ci sono analisti molto creativi nell’uso del linguaggio che sanno essere d’ispirazione ai loro pazienti perché aprono linguisticamente nuovi spazi, nuove metafore, ma che devono stare attenti a non essere troppo innamorati di se stessi mentre parlano, troppo narcisisti, troppo impegnati a farsi ammirare nella loro creatività semantica e metaforica. Il rischio è di trasformarsi da analista in sciamano, e di incoraggiare una relazione già asimmetrica per costituzione a essere ancora di più una relazione di subalternità e indebolimento, che rafforza la dipendenza e struttura di più complessi di inferiorità e di debolezza di chi viene in consultazione.

D’altra parte, bisogna anche considerare come, in questo tipo di mestiere, bravura vuol dire anche usare la propria equazione personale come piattaforma di partenza per controllare il territorio e funzionare in modo diverso da come ci si aspetterebbe quando si è con i pazienti. Le persone comunemente, non hanno idea di quanto una volta seduti alla loro poltrona gli analisti siano capaci di cambiare e controllarsi. Ed è anche una cosa che si può esperire molto molto raramente, perché gli analisti non possono prendere le persone che conoscono bene in terapia, e quindi di norma, o si conosce una persona in quanto analista o nella sua quotidianità, e quindi è difficile poter avere entrambe le versioni. E’ una cosa che però può capitare di osservare a chi fa una formazione da terapeuta, perché nel suo itinerario potrebbe ritrovarsi a seguire le lezioni di un didatta e poi sceglierselo per la sua seconda analisi per esempio o per le sue supervisioni oppure potrebbe aver avuto uno come analista e ritrovarselo come didatta.
Ecco a me questa cosa ha riservato esperienze sorprendenti, anche parlando con i miei colleghi. Per esempio ci sono didatti che a lezione parlano moltissimo, sono molto centrati su di se, sono coltissimi e fanno lezioni belle e interessanti – dopo di che tu sei portato a pensare anche con affetto – madonna pensa questo che disastro deve essere in terapia, così innamorato di se stesso com’è… poi parli con persone che ci sono state davvero, e te lo descrivono come dolcissimo e silenzioso, e tu capisci all’improvviso questa cosa che è la sorveglianza della propria equazione personale, la modulazione dei propri tasti e modi caratteriali. O anche analisti che nel loro ruolo di didatti sembrano molto trincerati, molto nascosti e difesi nell’asimmetria delle parti, poi li esperisci come terapeuti e li scopri affettivi e capaci di colloquialità.

Tutte queste cose vanno a precipitare in quell’imbarazzante – per il momento – discorso degli aspetti aspecifici di cura. Ora io non ho sotto mano le ricerche – ma prometto che è nei miei prossimi obbiettivi approfondire l’argomento – ma studi comparati dimostrano questa serie di cose buffe: le psicoterapie funzionano tutte, anche a prescindere dall’orientamento. Sulla lunga durata vincono il confronto sullo psicofarmaco (mentre a stretto giro vince il farmaco, donde la necessità in tanti casi di un progetto terapeutico combinato) ma – altro fatto importante – vincono sulla fuffa. Ossia una serie di chiacchiere ben intenzionate non producono un miglioramento significativo nei pazienti: serve cioè un pensiero clinico strutturato mischiato con certi aspetti controllati delle equazioni personali. Con certi aspetti significativi. Non so, penso che ci sia parecchio a cui pensare.

Advertisements

Un pensiero su “Psichico 17/carattere e dominio del carattere

  1. Tu sai che come mediatrice culturale certe volte entro più di quanto vorrei per carattere nelle vite di altri quando accompagno persone a visite e consulti medici (e quanto vorrei, certe volte, avere gli strumenti per difendermi dalle sfighe altrui). Ecco, questo tuo post mi ha dato molto nei confronti dei terapeuti di un centro di neuropsichiatria pediatrica che ho frequentato negli ultimi 2-3 anni. Sul lungo termine delle persone di cui all’ inizio mi chiedevo: ma che ci stanno a fare nel team questi, che ruolo hanno, non gli possono trovare altro da fare? poi tiravano fuori dei riassunti risolutivi, o si creavano sintonie specifiche tra pazienti o loro genitori che io, pirsunalmente di pirsuna, non avrei immaginato di primo acchito con quella persona specifica. Ci sono stati approcci, magari suggeriti o richiesti dalla scuola, di cui mi chiedevo sinceramente la necessità, e poi a quel bambino hanno dato tanta sicurezza e chiarezza su come funziona lui nello specifico. Ma la cosa più consolatoria che mi dici è nella fine. Ecco, se dici che funziona (e l’ ho visto funzionare, con o senza medicazioni) allora mi hai risolto un paio di dubbi deontologici fondamentali.

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...