thanatos e logos: Eziologia di uno stupro

Dunque, è la cronaca recente.

Una mattina un ragazzo sale su un taxi e trova una tassista donna. Al momento del pagamento, scende dal taxi, sale dalla parte anteriore, protesta perché la tariffa secondo lui è troppo alta, e comincia ad aggredire fisicamente la donna. Prima con forti percosse, poi con una violenza sessuale. Un altro tassista denuncerà l’accaduto e le forze dell’ordine riusciranno a prendere il colpevole. Si era molto arrabbiato ed è stato colto da un raptus, ha detto con una certa freddezza durante la confessione. Ma al di la della confessione è emersa una lunga storia di psicopatologia individuale e sociale: l’uomo viene da un matrimonio finito per le sue violenze contro la compagna, ed è figlio di una coppia genitoriale a lungo tormentata da una grave violenza di genere. Vuol dire che questo stupratore è stato un bambino che ha visto il padre picchiare la madre, forse violentarla a sua volta, ha visto la madre come qualcosa di intollerabilmente ferito e malato. Forse non si ha sempre chiarissimo che scacco in termini di sopravvivenza materiale e psichica implichi per un bambino vedere la propria madre che sanguina perché il padre gli fracassa la testa al muro. Che scelte psichiche impone in un tempo in cui molte risorse strutturali non stanno li pronte a sorreggere l’esperienza di abuso. Perché i clinici quando i bambini assistono a violenza fisica e sessuale parlano di abuso.

Un bambino che assiste all’abuso della madre, quella da cui e nato e che, secondo un sistema sesso genere organizzato in maniera conservatrice, è percepita come colei che nutre e da vita e con cui si avvia una negoziazione graduale di identità – è un bambino il cui futuro esistenziale è facilmente confiscato e menomato da quello che ha visto. Il bambino ha come chance di identificazione o l’oggetto moribondo e vittima – il materno, o quello mortale e persecutorio che è il paterno. Le terze vie se ci sono sono quelle che potrebbero essere offerte dalla rete esterna alla famiglia: parenti istituzioni di vario ordine e grado. E la fruizione di quelle terze vie – qualora siano a disposizione – può dipendere anche dal colore psichico dell’io del bambino, per usare una metafora che usava il mio maestro, o i fattori di resilienza per alludere alla terminologia corrente della psicologia contemporanea. Ma forse dovremmo parlare crudemente del corredo genetico di cui dispone. Fatto sta, che spesso il figlio di una coppia violenta diventerà un uomo violento. Perché è stato un bambino che è scappato dalla morte di se stesso vestendo i panni del padre.

Operazione che però avviene in tempi precoci, bruciando le tappe, saltando processi dialettici in un ambiente fortemente compromesso che dimezzerà le sue capacità adattive. Una madre che le prende in continuazione e un padre che le da in continuazione sono implicati in una situazione per cui se il figlio piange ed è terrorizzato non avranno braccia per lui, non saranno mai contenitivi. In queste circostanze il bambino è esposto a un doppio fuoco: dall’esterno per l’abuso della violenza assistita, dall’interno per la mancanza di contenimento affettivo ed emotivo di quegli stessi vissuti che la violenza assistita ha comportato. Se madre e padre sono presi in una colluttazione – chi fa la reverie dell’esperienza terrorizzante? Per citare <bion, che si fa degli elementi beta che devono diventare alfa? Emozioni ingestibili e incandescenti rimarranno tali per sempre.
Molti disturbi di personalità nascono in questa doppia aggressione: dall’esterno cose brutte, dall’interno niente risorse e quindi una costitutiva incapacità di gestire le emozioni quando irrompono.

Questa cosa può aiutare a capire un pochino il concetto di raptus. Il quale non deve essere inteso come l’irruzione di qualcosa di anormale nel tessuto di una personalità che riesce a essere efficace nella gestione della sua vita e delle sue emozioni, ma l’irruzione dovuta a una difficoltà consistente anche se non sempre identificabile come dire – a occhio nudo. E forse tutto questo ci può anche aiutare a capire le reazioni della madre, e la blanda sanzione che ha espresso nei confronti del figlio una volta interpellata dalla stampa. Infatti io ho trovato questa madre penosa e comprensibile, persino brava. Ha detto “cercate di ascoltarmi” e capiva che la sanzione era meritata e il crimine andava sanzionato. Ma quella è una donna che sa di aver generato un figlio e una sofferenza e un crimine. E’ una donna che ha scelto un padre sbagliato e deve rovinarsi la vita per quello che ha fatto. Prima del crimine, come capiterebbe a ognuno di voi se fosse nei suoi panni, leggerebbe ora sui giornali la sua colpa e la sua responsabilità. La sua colpa originaria. E’ una cosa terribile e bruttissima e non bisogna proprio fare del facile moralismo. E’ una condanna.

Ora tutti quanti dicono cose orrende su di lei e sullo stupratore, il quale è – giustamente – in imputato. Per questo ragazzo la prigione potrebbe essere la cosa meno grave che gli sia capitata mai, e forse la cosa che gli può portare qualcosa di buono. Una funzione paterna vicaria. Un tardivo contenitore psichico. Dipenderà chi trova e cosa farà.
Ma tutti sono qui a gridare allo scandalo! Ah i raptus! Ha parlato di raptus il cretino! Ah la madre, ma scusa, ma come lo giustifica! E certamente tra chi minimizza e chi si scandalizza bisogna indubbiamente proteggere chi si scandalizza, il perdono è di Dio, la morale è degli uomini e lo scandalo è una delle poche risorse di cui disponiamo per mantenere una bussola etica che ci difenda come soggetti, che ci faccia discriminare. Noi abbiamo bisogno dunque di un’iniziale indignazione che ricordi cosa e male e cosa non lo è. Un uomo ha abusato di una donna, e ha portato il male. Lo ha messo nella sua vita, e ora quella donna dovrà lavorare a lungo per fare di quel male un oggetto manipolabile, per farne qualcosa. Dall’ingresso di quel male in poi, da quell’intrusione in poi – la sua vita non sarà più la stessa.
A voja a ciancià di raptus – vien da dire.

Tuttavia.
Una volta assodato cosa è male e cosa non lo è. Una volta stabilita la priorità della sanzione tocca assumersi la responsabilità politica e civile di capire cosa produce quella cascata di male che sta dietro la storia di una vicenda di abuso. Bisogna interrogarsi su come intervenire anche in termini preventivi, ascoltando chi ha da dire qualcosa sulle circostanze emotive e socioeconomiche che presiedono all’abuso. E questo è dunque un buon esempio del post di ieri. Un’ottima occasione per capire – da una parte la capacità di thanatos di irrompere dove la rete relazionale lascia spazio, nella perfettibilità umana che sta dietro qualsiasi contratto sociale, anche quello bellissimo e meraviglioso che desidereremmo per noi. Dall’altra in quali modalità il nostro contratto sociale incoraggia thanatos, gli da forma e struttura. Come il contesto sociale agisce sulle matrici relazionali, come offre o meno strutture protettive. Ivi comprese banalità tipo – ma sto ragazzino ce l’aveva un asilo nido a disposizione? Un nido in questi casi fa miracoli, perché porta all’inizio della vita fattori di resilienza aggiuntivi, relazioni protette dalla morte e dalla violenza, un’area di riserva. I servizi sociali sono mai arrivati a questa famiglia? E in che modalità perché due volte su quattro c’è da rimpiangere l’assenza di stato sociale quando intervengono i servizi sociali – allo stato attuale dell’arte. C’è stato un centro di igene mentale, un porto , un servizio pubblico un qualcosa a cui questa coppia di cittadini alla deriva, genitori del futuro stupratore, potevano fare riferimento? Lavoravano si no? Quanto la matrice sociale ha congelato nella peggiore forma possibile la matrice relazionale? Quanto questo stupratore è figlio di thanatos e di chi invece a thanatos ha tolto la museruola?

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4 pensieri su “thanatos e logos: Eziologia di uno stupro

  1. son d’accordissimo con quanto scrive. quello che però disturba me è vedere i giornalisit ancora una volta usare la parola raptus in tutti i titoli di tutti i giornali. il messaggio che passa, soprattutto al lettore fettoloso o superficiale, è sempre quello: l’irruente e incontenibile natura maschile è soggetta a questi gesti incontrollabili.
    che lo stupratore l’abbia detto non stupisce, è un meme, in ogni caso di feminicido viene usato questo termine. alla ricerca di una descrizione ha fatto ricorso al logos più diffuso. ma è ora che il giornalismo si assuma la responsabilità per il linguaggio che usa.
    io poi penso che anche “mi ha rovinata per la vita” non andrebbe messo nei titoli. è un affermazione forte, che rispecchia la condizione della vittima e come tale la rispetto e la sento. ma penso come si possa sentire un’altra persona che abbia subito la stessa violenza nel vedere impietosamente palesato il peggiore dei suoi timori. non sembra concedere spiragli, quell’affermazione. inoltre evoca l’onore perduto e tutto un incolpare la vittima che ci è tristemente familiare.

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  2. Tutto molto chiaro e importante. Grazie.
    Dovrebbe essere letto da chi ancora si ferma alla parola ‘raptus’ senza considerarne le condizioni sottostanti. Riguardo alla madre: ho letto in rete sue affermazioni riguardo grida di aiuto alle forze dell’ordine che avrebbe lanciato all’epoca degli abusi da parte del marito; grida rimaste inascoltate e in conseguenza delle quali la donna si trovò nell’unica terribile via di uscita che riuscì a intravedere: abbandonare il figlio al compagno violento per non subire E non far subire al ragazzo.
    Sempre premessa l’inevitabile superficialità e parzialità dei resoconti giornalistici (sappiamo poco niente su quell’antica situazione familiare), ma ammettendo che in questa sua ricostruzione ci sia del vero, o almeno una sua parziale verità, e cioè che la donna abbia chiesto aiuto invano – avendo dunque avuto qualche strumento personale per riconoscere la propria condizione e provato a uscirne (già qualcosa, considerata la difficoltà che conosciamo, all’interno di rapporti collusivi, di riconoscersi come ‘cosa’ abusata e volersi difendere sottraendosi all’abusante) – . Prendendo dunque per verosimile tutto ciò, io non posso non sentirla ancora più disperata nel desiderio di presentare il figlio non come un mostro ma come un ragazzo fragile cresciuto tra miserie socio-familiari che ne hanno minato la personalità in maniera strutturale.
    La domanda è: stante l’enorme difficoltà ad agganciare una donna fragile anche quando si renda conto di un certo grado di male (agito, subito, proiettato, allargato al figlio etc.), e figuriamoci quando non si renda conto o non venga ascoltata nei magari minimi segnali di intenzione a essere aiutata, che cosa si può fare per lei ORA? O meglio, c’è qualcosa che possa essere fatta dopo decenni in cui posso solo immaginare rabbie per il marito, sensi di colpa per l’abbandono del figlio, una vita segnata e ri-segnata insomma, e ora, dopo questo dramma, segnata per una terza volta tendente pericolosamente all’infinito? Qualcosa da salvare in una vita iniziata evidentemente male, proseguita peggio e giunta adesso a nodi che dal pettine non se ne andranno forse mai?
    Nel complesso mi appare come una storia di fallimento totale di servizi sociali, forze dell’ordine, reti varie. Una storia di perpetuazione generazionale di carenze che non so, mi sembra troppo enorme per essere anche solo pensata, ai nostri giorni.
    Perché a leggere questo post e relative notizie di cronache subentra il pensiero: ma da Sibilla Aleramo – inizi ‘900 – a oggi, è cambiato davvero qualcosa?

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  3. Mi ha fatto molto riflettere questo post: grazie! Grazie perché permette di uscire dalla superficialità ottusa di un certo giornalismo italiano (purtroppo prevalente) che genera mostri e mira a produrre risse e schieramenti. Qui schierarsi è facile, va da sé, ed è anche giusto, ma non ci aiuta a capire, e credo che capire sia fondamentale anche per riconoscere le situazioni a rischio. Mi colpisce molto quello che hai spiegato sulla violenza assistita, che mi ha fatto vedere un po’ meglio cose che non so: io non ho gli strumenti per un’analisi come la tua ed è per questo che ti chiedo lumi. Gli abusi a cui si assiste da bambini in famiglia sono abusi anche subiti. Le coppie di genitori che usano le loro braccia per menarsi, e/o per difendersi da chi mena, non hanno braccia per proteggere e per contenere i figli. (non ci avevo mai pensato in questi termini, ma non hai idea di quanto questa riflessione mi risuoni dentro). Hai letture da consigliare (comprensibili anche per i profani)? Mi pare un nodo fondamentale: a livello teorico sicuramente, ma anche sul piano pratico della vita collettiva. Forse mi sbaglio, però a me pare che in Italia (in certe zone sicuramente: ad esempio nella Toscana in cui ho vissuto a lungo) certe reti di protezione – assistenti sociali, servizi psichiatrici nei distretti, psicologi nelle scuole – fino a qualche anno fa ci fossero: poi sono state progressivamente smantellate. Ecco, io credo che spostare il piano del dibattito giornalistico anche su questi aspetti non sarebbe male.

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  4. Difficile non essere d’accordo. Una narrazione come questa, la restituzione di vicende come questa alla complessità che le caratterizza, la loro sottrazione all’ipersemplificazione che conduce alla gogna, ai “mostri” e a politiche securitarie perniciose e inutili, dovrebbe essere un lavoro, un dovere dei media. Lo stesso dovrebbe accadere per i femminicidi, per gli infanticidi, insomma per tutti i crimini che nascono da un ambito relazionale patologico, se posso esprimermi così. Sarò ingenuo, ma sono convinto che una svolta in questo senso servirebbe molto, a questo paese avvelenato e in preda a ogni genere di livori.

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