Psichico 18/ Psicopatologia del buon cuore

Quando si pensa alla bontà, non si pensa mai ai suoi possibili tranelli, e alle gabbie – alle volte mefitiche a cui porta l’abuso di generosità. Così poco ci si pensa, così tanto anzi si ha paura del lato pericoloso dell’oblazione, che c’è tutta una retorica condivisa sul dovere della generosità, sulla superiorità morale del mecenatismo psicologico, sull’importanza del disinteresse nell’uso del proprio tempo, del proprio spazio, dei propri soldi, e soprattutto della propria emotività. Questa retorica viene portata avanti frequentemente da chi di nobiltà d’animo ha spesso e volentieri una modesta esperienza. E’ una retorica che sottovaluta i costi, che porta avanti chi non ha ben chiaro che cosa implica smazzarsi in quattro per un altro, e che ricorda tanto quell’altro stereotipo etico: la gloria dell’umiltà. Ma come vanno pazzi per gli umili quelli che hanno un ego talmente spropositato da non ammettere confronti, mi viene da sospettare che in tanti glorifichino la bontà quando all’atto pratico non smuovono mezza paglia per aiutare un altro essere umano loro vicino.
Per favore affrettatevi al regno dei cieli! In modo che noantri si stia qui nel purgatorio con agio e senza troppa concorrenza.

Cercherò allora di fare un post sulle prassi di aiuto che abbia un andamento circolare: cominciando cioè a parlare di tutti gli aspetti scabrosi dell’atto generoso per poi tornare a una sua riformulazione diciamo più protettiva per tutti.
Perché ecco. Di aspetti scabrosi fortemente scotomizzati ce ne sono moltissimi.
L’atto generoso parte infatti da una constatazione di asimmetria, dove c’è una persona che può fare delle cose che un altro non può fare. Quando questa asimmetria è transitoria, velocemente ribaltabile – non ha grandi strascichi problematici. Ma quando si cristallizza si verificano situazioni poco belle e poco benefiche per tutti. L’aiuto diventa una forma di dominio, l’essere aiutati una forma costante di sudditanza e minorità. L’aiutare permette un controllo, l’essere aiutati una deresponsabilizzazione. L’aiutante più aiuta meno si occupa di se e l’aiutato paradossalmente fa lo stesso. L’aiutante può sentirsi sempre buono e generoso e bello socialmente – l’aiutato sta confinato nel triste perimetro dei bisognosi molto arraffoni e poco glamorous. Se questo tipo di relazione dilaga e occupa tante aree della vita, cominciano a emergere dei rancori in entrambi, variamente percepiti alla coscienza. L’aiutante comincia a provare stanchezza, un grande senso di invasione, e un senso di delusione, perché la relazione di aiuto è diventata un vincolo – che spesso e volentieri se da una parte magari argina un collasso, dall’altro impedisce sistematicamente un’evoluzione o un’emancipazione. 
Bisogna sapere, per quanto non ci piaccia, che sentimenti puri, come i colori primari, non ci sono in natura, e quindi immaginare che quando uno auspica un certo tipo di scelta per un altro, che continua a lamentarsi ma non la fa quella scelta, può arrivare una sorta di astio che metà è generosità e l’altra metà è fastidio per il limite del proprio potere, per l’anarchica resistenza dell’autolesionismo altrui. Da parte sua l’altro, tante volte più soffre dell’asimmetria immobile, meno mette in discussione il ruolo che sta esercitando, più si ritrova ad invidiare suo malgrado la persona a cui deve tanto. E se un domani la relazione di aiuto si dovesse rompere, e la persona aiutante potesse rivelare la sua estenuazione, facile che l’aiutato esploda in tutto il suo ingoiato risentimento per quella tremenda asimmetria delle risorse: psichiche o anche materiali, oltre che per la fine di una sorta di perverso gioco dei domini reciproci.
Ti chiamo e non mi obbedisci più!

La verità è infatti che in queste situazioni cristallizzate ognuno delega all’altro aspetti di se a cui normalmente non da piena cittadinanza. Diciamo li subappalta. Li osserva, li controlla e li manipola come se fossero un teatrino allegorico. L’infelice è la parte infelice di se rimossa, negata, taciuta e ritenuta insoopportabile, che si annaffia e si cura nel corpo di un altro. Il buono è il contenitore di tutte le cose buone di se tutto quello che si vorrebbe avere e non si ha e che terrorizza mettere in gioco, o che si vuole punire per varie questioni remote. Non è raro il caso di amicizie che nascono con questa asimmetria per esempio, poi l’infelice sta meglio e quindi si scopre improvvisamente che meno femice non piace affatto! Che libero disturba. Ma agli aiutanti capita ancora più spesso la circostanza per cui non hanno alcun diritto a stare male, non hanno alcun diritto a chiedere anziché dare, e subito intorno a loro, si crea un’imprevista desertificazione.

Scrivendo di queste cose ho in mente situazioni estreme, in cui io stessa sono incappata in passato per lunghissimo tempo, o in cui sono incappate persone a me care. Le donne per esempio che hanno un compagno violento che non lasciano anche perché lo vedono, a ragione, psicologicamente in difficoltà. Gli amici che sostengono l’amico del cuore, o il fratello tossicodipendente – che promette di smettere al mattino e ruba loro i soldi il pomeriggio. Le persone che si dedicano con grande zelo al volontariato facendone la sostituzione di una professione. Tutte queste persone si ritrovano con un privato confiscato da una relazione che ha una sorta di connotazione famelica e inesauribile, che chiede sempre di più, che non da mai soluzioni, che erode gli spazi intimi e le energie necessarie all’aiutante a progettare la sua vita. Non di rado hanno una funzione omeostatica, perché tengono l’aiutante lontano dalla risoluzione di suoi problemi personali. Ma il prezzo è quello di diventare letteralmente confiscati dall’altro.
In certe situazioni questa cosa è molto molto evidente. In certe altre molto sottile. L’amico con una situazione drammatica che occupa la vita massicciamente – ce l’abbiamo tutti presente e salta all’occhio. Il volontariato ossessivo anche – ma certe situazioni sottili passano più inosservate e diventano palesi quando è troppo tardi: per esempio, la madre che soffre molto per una separazione e fa in modo che la figlia o il figlio non si possano mai conquistare un’autonomia perché lei è triste e sola e fragile. Il figlio non la cerca perché ha paura di confrontrsi con la sfida di una convivenza.
Poi magari va in terapia capisce cosa è successo, la madre è diventata molto anziana, ed è troppo tardi.

Questo non vuol dire che bisogna diffidare da qualsiasi forma di altruismo, o che non sia possibile aiutare gli altri. E naturalmente esistono le patologie di segno opposto, che sono altrettanto sconfortanti e impoverenti. Oltre che moralmente sanzionabili: tra due matti di cui uno si spacca per gli altri, e uno che se ne fotte, continueremo a preferire i primi. Ma forse quando si incappa in queste situazioni molto drammatiche, che ci mobilitano molto emotivamente, è bene mettersi in guardia e mettersi nella disposizione d’animo di non farsi male, e in un certo senso di non fare male all’altro. Se si è capito quello che ho scritto fino ad ora, si possono desumere delle indicazioni di massima: per esempio quella di non sostituirsi a un personale esperto – né nell’ambito del volontariato né con amici che sono in grave difficoltà. Una confessione va bene, una chiacchiera pure, ma ti devi far curare e io te lo devo dire a chiare lettere. Non potrò farlo io. E non potrò portartici a forza, ci devi andare con le tue zampette. E se non ci vai – ciao. Ci siamo visti.
Si possono dare dei soldi, ma attenzione a non togliere all’altro la possibilità di reperirli. Più questo altro è nella situazione di poter lavorare meno bisogna dare per scontata una disponibilità economica. Si può ospitare l’altro, ma per brevissimi periodi. Poi si deve stare attenti ad altre cose. Si devono evitare anche relazioni eccessivamente unilaterali.
E soprattutto bisogna sgombare il campo dalle motivazioni spurie che portano alla coazione da comportamento nobile. Con ogni probabilità quando si indugia tanto in questo tipo di scelte c’è un malessere a monte che si sta cercando di ignorare con accanimento, una serie di problemi che non si vogliono risolvere e tutta una serie di magagne che il narcisismo del buon cuore occulta. Occhio e – in caso – terapia.

(Il volontariato è per me un discorso a parte. Sono tendenzialmente contraria al volontariato. Ma ne parleremo in un altro post)

Advertisements

9 pensieri su “Psichico 18/ Psicopatologia del buon cuore

  1. Cara Costanza, mai potro’ esserti più grata di cotanta chiarezza! per esperienza e per intuito ho sempre un po’ diffidato dai generosi-et-buoni-di-cuore tout-court, ponendomi questioni relative ai grandi regali o agli atti di generosità non richiesti, e nella vita privata e nel lavoro – trovando risposte forse non definitive, ma sovente poco gradevoli… l’epigenetica della “bontà” sembra essere l’ultimo approdo possibile per chi si accorge d’esser naufrago assetato di potere, nel proprio mare di frustrazione.

    Mi piace

  2. Idee chiare in chi scrive e di conseguenza più chiare in chi legge. Mi è parsa particolarmente efficace la parte in cui si sgombra il campo da luoghi comuni (pseudo)etici, nonché quella in cui si motiva il diritto – dovere di difendersi dalle implicazioni spesso terribili delle asimmetrie. Soprattutto quelle destinate ad essere permanenti. Lo prendo come l’invito ad una pratica consapevole e moderata dell’altruismo, specie per chi comunque non riuscirà ad esserne esente, e non riuscirà mai a trattenersi dall’aiutare.
    Accolgo pure l’invito a non sostituirsi a chi può essere d’aiuto perché ha delle competenze professionali, ovvero chi sa farlo perché è il suo mestiere. L’unica notazione, su questo, è che anche un profano attento può avere il fondato sospetto , dalle reazioni (o dall’immobilità) di chi si soccorre che costui o costei abbiano necessità di un aiuto di tipo psicologico, e che i problemi veri siano profondi, solo offuscati da quelli contingenti. Però bisogna riconoscere che è molto, molto difficile dire a chi sembra trovare conforto nell’aprirsi con te che ha bisogno invece di un aiuto professionale. Hai paura di ferirlo/a , hai paura di fargli pensare che lo te lo vuoi togliere dalle palle, hai paura che se non poni la questione nel modo migliore quella sarà l’ultima cosa che farà, perché accetta l’idea di essere sfortunato, non di avere bisogno di quell’aiuto.

    Mi piace

  3. mio fratello fa parte della categoria “aiutanti” anche se non è il tipo che se li va a cercare li prende così come gli capitano e metta a disposizione la sua disponibilità in aiuti materiali e in ascolto. e come hai perfettamente scritto tu. l’aiutato se ne approfitta vergognosamente, perciò tocca sempre a me intervenire (è un incarico che mi ha affidato mia madre da sempre dicendomi – controllalo, è tanto buono che potrete rimanere in mutande senza fasti nessun problema-), ecco io devo sempre fare la parte di quello che blocca l’aiutante e l’aiutato e lo devo fare con continui discorsi al primo e lavate di capo al secondo (che se non sono lavate di capo quello non si scrosta neanche con la raspa). la frase più gettonata (rivolta a me) nella nostra attività è :- non c’è tuo fratello?-..

    Mi piace

  4. “La verità è infatti che in queste situazioni cristallizzate ognuno delega all’altro aspetti di se a cui normalmente non da piena cittadinanza. Diciamo li subappalta. Li osserva, li controlla e li manipola come se fossero un teatrino allegorico. L’infelice è la parte infelice di se rimossa, negata, taciuta e ritenuta insopportabile, che si annaffia e si cura nel corpo di un altro. Il buono è il contenitore di tutte le cose buone di se tutto quello che si vorrebbe avere e non si ha e che terrorizza mettere in gioco, o che si vuole punire per varie questioni remote.”
    Quanto è vera questa storia del subappalto! Quante parti sono subappaltate dagli altruisti, parti di loro con cui devono avere poco commercio per vari e, a volte, dolorosi motivi, e che osservano perciò agire nell’altro. Sarebbe interessante elencare i vari e dolorosi motivi nelle molte declinazioni possibili, ma penso che siano tutti riconducibili al non allontanarsi da qualche situazione “storica” nella quale il ruolo dell’altruista è uno e tale deve rimanere perché qualcun altro non muoia simbolicamente. Da ciò deriva anche un senso di potere, che è una specie di ricompensa di cui l’altruista fa poco volentieri a meno.

    Mi piace

  5. Non sono molto d’accordo col finale del post. Il messaggio con cui si conclude è molto scaricante, stigmatizza molto chi cerca aiuto e analizza poco chi lo dà; solo nel finale, ripeto.
    Conoscevo una persona che cercava molto aiuto negli altri, in particolare nel suo fidanzato, mentre tentava di affrontare i suoi problemi in una psicoterapia. Si faceva accompagnare perché aveva sintomi invalidanti. Era un momento di passaggio, ne aveva bisogno di questo aiuto, senza non ce l’avrebbe fatta. Il suo fidanzato l’ha in qualche modo aiutata ad uscire da questa situazione, lui però ha nascosto tutto sé stesso e le sue paure in lei e nel sintomo di lei, nel ruolo che lui rivestiva. Un giorno lei lo ha lasciato perché si è innamorata di un altro e i sintomi erano anche spariti. Lui sbrocca, lei cerca di farlo ragionare, ma niente. Da allora lui è molto cambiato, indurito, dice di non aver bisogno di niente e di nessuno.
    La domanda che mi faccio io è: chi aveva davvero bisogno di chi, in questa situazione in cui l’aiuto come dominio è centrale? Chi, davvero, dominava? Se si applica il tuo ragionamento in teoria lui le avrebbe dovuto dire: Cara, alla terapia ce vai da sola. E lei forse non ne sarebbe mai uscita. Ma alla fine c’è stato un motivo se lui non l’ha fatto, e cioè che chi offre troppo aiuto non è mai uno “molto generoso”, ma una persona che a sua volta ha dei grossi problemi tanto quanto chi chiede, magari. Quindi questo finale molto duro non lo capisco, non mi torna. Dovrebbero ragionare entrambi di relazioni e di rapporti… Solo che chi c’ha i sintomi è obbligato a farlo, chi no, no.

    Mi piace

  6. eppure, se tu sai fare una cosa,e quella cosa serve, e razionalmente la fai, e fai parte del mondo e fai la tua parte nel mondo, non è necessariamente patologico. io ho la mia vita, ma faccio quello che posso per gli altri, mi viene naturale così. senza illusioni, coinvolgimenti spropositati. per anni è stato volontariato, ora ad esempio non lo è più, in parte. volontariato non è necessariamente improvvisazione.. non perchè abbia cercato io una situazione diversa. tutto può essere patologico, l’interesse, il disinteresse, il vivere nel mondo ed il tirarsene fuori, il coinvolgimento e la negazione.

    Mi piace

  7. Grazie a tutti dei commenti!
    Rispondo ad alcune osservazioni.
    Vincenzo, se entri nell’idea che l’aiuto psicologico se non addirittura psichiatrico, è la cosa migliore per una situazione inarginabile il messaggio lo passi, perchè appunto è qualcosa nell’interesse dell’altro. Puoi passarlo dicendo una cosa come non è che io come amico vengo meno, non è che con me non parli più. Ma la cura io non la so fare. Bisogna mettere l’altro nella posizione di essere davvero responsabile verso se stesso. Se no è brutto davvero.
    Lilli io credo che tu abbia frainteso il finale. La terapia è consigliata all’aiutante, non all’aiutato. Tutto il post si concentra sugli aspetti patologici dell’aiuto. La ovvia conseguenza è che se sono consistenti te devi curà. Sulla possibilità di dialogo con l’aiutato è certo giusto in linea teorica. In certe gravissime situazioni, quelle che ho in mente per questo post è per lo più inutile.
    Animapunka ma se leggi tutto il post qui non si dice, non fare niente. Qui si suggerisce cautela. Anche il non fare niente e solo i cavoli propri è molto patologico (prossimo post: le patologie dell’egoismo!) qui si parla di relazioni con situazioni che per loro natura diventano patogene e pervasive. Si parla della patologia dell’altruismo. Non si dice che l’altruismo sia patologico. La differenza forte, credo che la dia la pervasività. Se non ci hai una vita tua e stai tutto preso ad aiutare l’altri è quasi sicuro che ti stai procurando danno. E’ invece solo abbastanza probabile che lo stia perpetrando ad altri. Sul volontariato come sai ho altro ordine di perplessità – ma anche li post a parte 🙂

    Mi piace

  8. Articolo molto bello, che condivido. Proprio stamattina, rileggendo le conferenze di Groddeck, ho ritrovato un passo che ricordavo sommariamente, che mi pare colga in sintesi almeno uno dei punti della questione (con la sua modalità urticante), e mi fa piacere condividerlo qui:
    “La vita ruota sempre intorno alla propria persona, il resto viene dopo, a grande distanza. Prima ci sono io, poi ancora una volta io, poi nulla per lungo tempo e solo in seguito l’altro. L’egoismo non è qualcosa di vile, bensì ol fondamento della nostra esistenza umana. 《Ama il tuo prossimo come te stesso》, dice Gesù, ma non più che te stesso. Il fine ultimo è pertanto: ama il tuo prossimo come te stesso, ma non di più.
    Ogni forma di dedizione è pura finzione”

    Mi piace

  9. Mentre oggi che ne ho 35 mi capita spesso di sentire il richiamo della persona che chiede costantemente aiuto (così di primo acchito mi sovvengono tre amici che si lamentano sempre e io che rispondo sempre al telefono, e ascolto, e gli presto i soldi, e vado la sera tardi per “parlare”… e quindi il problema ce l’ho eccome), in passato mi sono ritrovata – anche un po’ mio malgrado, per una diciamo innocenza data dalla giovane età, un timore assoluto dei conflitti, una mia orfanaggine protratta che mi portava a obbedire alle figure materne – fagocitata in un’amicizia con una persona che aveva deciso per motivi suoi propri che io avessi bisogno d’aiuto. Anzi, che *tutti* attorno a lei, fuorché la sua splendida persona, avessero bisogno d’aiuto. A questa persona ho permesso di intervenire in ogni aspetto della mia vita, sminuendo e incoraggiando, manipolando e mettendo pressioni. La cosa è andata avanti per circa 4 anni, e io ho lasciato più volte che mettesse bocca nella scelta del lavoro, nello studio, nella mia vita sentimentale. “Se non fai come ti dico non venirmi a chiedere aiuto”. Giuro che l’ha detto, ma io aiuto non l’avevo chiesto mai, anzi certe volte avevo la sensazione che mi si stesse violentando per sapere che avevo detto o fatto e com’era andata.

    Se avevo delle timide obiezioni era come se avessi contrariato la gorgone. A un certo punto, ho sentito il bisogno di andare in terapia (non per il nostro rapporto, ma anche un po’ sì, penso – nel senso che fare la terapia mi ha permesso di capire che avevo diritto a provare certe cose che provavo, checché ne pensasse pincopallo) ed ecco che l’amica se doveva impiccia’ che doveva interveni’ che doveva spiega’, non poteva tollerare l’esclusione da questo rapporto. E man mano che la terapia andava avanti, e più io mi sentivo leggera, e più lei diceva “guarda che non capisci niente te stai a sbaja, te stai a racconta’ cazzate, io sola so la verità”. Come c’era un flirt con qualcuno “no, te devi sta’ libera, non devi dipendere dagli altri”. Se le cose si facevano più serie “none, non è amore vero sei te che c’hai paura di stare sola”. Un giorno mi ha chiamato dicendo che mi nascondevo, che mentivo a me stessa e a lei dipingendo quadretti gioiosi quando la verità era un’altra. Dirle che non era così e che non potevo passare la vita a renderle conto di ogni cosa mi è costato un polmone, l’ho detto male, non ho dormito una settimana, ma ci siamo salutate. Non è capitato mai più.

    Ecco, non so se questa cosa c’entri con la psicopatologia del buon cuore, ma chi aiuta a volte mette in atto delle manipolazioni micidiali, peggio dei veri genitori. Scusate lo sproloquio!

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...