Jovanotti – è l’ultimo dei nostri problemi.

Dunque brevemente, l’occasione di questo post: nei giorni scorsi Jovanotti è stato invitato a parlare agli studenti dell’università di Firenze, e arrivato alle riflessioni sul mondo del lavoro avrebbe detto qualcosa come – non è male lavorare gratis- è qualcosa che fa portare a casa un’esperienza. Qui il suo intervento. A seguire, plotoni di indignati che sui social network si sono arrabbiatissimi. Ha detto delle cose incredibiliii! Ha detto delle cose bruttissime! Ah maledetto privilegiato! E questa orda di reazioni ha provocato il mio più vivo disappunto.

Per usare un delicato eufemismo.

In Italia al momento la situazione è la seguente: la crisi economica che ha investito Europa e non solo, ha avuto nel nostro contesto effetti ancora più devastanti sul mondo dell’occupazione per una serie di motivi aggiuntivi.
Il primo di questi motivi riguarda sperperi, forme di corruzione, forme di delinquenza di vario ordine e grado che hanno provocato un deficit pubblico maggiore di quello a cui avremmo potuto assistere con gestioni economiche più oneste e oculate, per cui oggi una serie di opportunità professionali in termini di posto pubblico non sono disponibili come un tempo. In seconda battuta la crisi riguarda particolarmente certi settori – vedi il giornalismo ma anche editoria etc. etc – che patiscono violentemente la digitalizzazione e vedono un consistente calo di introiti – per cui anche qui i soldi non ci sono come prima. Infine c’è la tendenza tutta italica a speculare sulle narrazioni di tutte queste questioni, e di usarle come alibi per cui alla fine esiste una larga frangia di lavori non retribuiti, di volontariato svolto in varie forme di ordine e grado, o di lavoro teoricamente retribuito ma magnace te con 500 euro al mese – che è la paga che oggi prende un’operatrice nei centri antiviolenza – dopo oh yeah sei mesi di volontariato e oh yeah un anno di corso a pagamento. 30 ore settimanali a cui è chiesta anche una notte. Ma chiedete sereni dei soldi che prendono gli operatori di altri settori nell’ambito del sociale. Certi sono un pochino più fortunati: 800 euri per esempio al mese.

Questo è dunque il mondo del lavoro che i singoli si trovano davanti quando cominciano a lavorare. E’ un mondo che paga poco, dopo non aver pagato affatto, e che usa la crisi come retorica per ricattarti – dove tu non andrai, andrà un altro, dove per te è troppo poco sarà abbastanza per un altro. A questo mondo del lavoro è legato il progetto di alcuni e certi lavori desiderati. Io naturalmente parlo con maggiore cognizione di causa dei contesti professionali che conosco: ma per esempio, se vuoi fare lo psicoterapeuta non puoi farlo a termini di legge senza un’orgia di ore gratuite di lavoro – che va sotto il nome di tirocinio – e che ad oggi mi pare si assestino intorno alle 500, che sono un’enormità e che non vengono passate solo ad acquisire, ma soprattutto ad erogare servizi per i quali lo stato percepisce un ticket dall’utenza, e che va a sostituire le prestazioni professionali dei dipendenti che stanno andando in pensione e che non vengono sostituiti. Attualmente i centri di salute mentale, campano di tirocini e volontari – la qual cosa ha come effetto: 1. Che molte persone non possono essere prese in carico per assenza di personale 2. Che quanto lo puoi cazziare un tirocinante? 3. Che alla fine del tirocinio o del volontariato chi c’è c’è chi non c’è non c’è te voi suicidà è un problema tuo io qui vado ciao e le terapie spesso sono bruscamente interrotte assolutamente a prescindere dal bisogno del richiedente, oppure devi cambiare terapeuta per forza di cose. 4. La domanda è blandamente esaudita, non c’è necessità di concorsi.

Non credo che altri contesti professionali quando assumono collaboratori volontari vadano molto lontano dalle dinamiche che riguardano psicologi nel servizio pubblico, o operatori nel sociale. Il lavoro non pagato produce certo esperienza – è un dato di fatto perché lavorare fa imparare a lavorare – ma produce un lavoro meno controllabile, meno sanzionabile, più vulnerabile alla frustrazione, e che potrebbe interrompersi da un momento a un altro e che comunque anestetizza la domanda e quindi evita che vengano prese delle persone con un contratto regolare e degli obblighi professionali. Il che non è esattamente la cosa migliore per l’utenza – men che mai per il lavoratore il quale dovrebbe procurarsi da mangiare.

Tuttavia, spesso entrare in un contesto professionale anche senza essere pagati, procura l’ingresso nel lavoro. Procura un sapere che prima non c’era, procura un’esperienza, procura un canale, procura dei contatti, procura l’accesso cioè a un secondo ordine di occasioni, e quindi una concreta possibilità di trovare, in un secondo momento un lavoro retribuito. Quindi quando ci accingiamo a riflettere su questa cosa del lavoro oggi in Italia – dobbiamo scontrarci con due cose: la prima è che per accedere al mondo del lavoro non di rado ti si chiede di lavorare gratis, e questa cosa purtroppo per il singolo HA SENSO FARLA perché quel lavoro gratis è l’attuale canale di accesso che può essere se non necessario, preferenziale. La seconda è che il lavoro gratuito, o il volontariato (che per me salvo terremoti, alluvioni, improvvise emergenze collettive è lavoro gratuito uguale identico) fa male ai lavoratori, fa male a chi è assistito dai lavoratori, fa malissimo all’economia che anche in quei settori manca di essere rilanciata.

Allora, non ha proprio senso arrabbiarsi con Jovanotti il quale ha semplicemente cercato di indorare una pillola che dal suo punto di vista non può non essere ingoiata. Jovanotti non ha detto niente che non dicano molte persone piuttosto di buon senso – e devo dire, cose che anche io fra dieci anni potrei dire a mio figlio, e a ragione: se prescindiamo dalla politica è vero il lavoro gratuito è l’occasione che capita a un neolaureato di entrare in contatto con del lavoro retribuito. Si può dire a una persona di non imperversare dopo una prima o una seconda esperienza gratuita. Ma una prima esperienza a gratis non mi pare una cosa grave e anzi mi sembra una possibilità utile in questo sistema.
La cosa grave è invece un sistema economico in cui anche a fronte di consistenti capitali – expo per dire – si prendano tante persone senza retribuzione. L’idea che la non retribuzione sia una nuova vacca da mungere – particolarmente adatta a questo momento storico, forse con i nostri nipoti non sarà possibile perché ci saranno meno famiglie disponibili alle spalle. Ma questa cosa va combattuta in un altro modo, con altri interventi, altre scelte, e altre retoriche altre disponibilità e altre consapevolezze, perché forse non è tanto chiaro quanto ognuno qui colluda senza proferir verbo con questo tipo di meccanismo e non si senta quando si tratta di dare un consiglio a un ragazzino di dire, guarda tirati indietro, lascia stare questa cosa, non si senta di evitare il servizio pubblico dove diverse persone a vario titolo lavorano gratis (tipo mia madre, in amministrazione per anni al centro prevenzione tumori) non si senta di boicottare expo, non si senta di farsi due domande sul ruolo che assolvono i centri di volontariato vincendo bandi pubblici che non prevedono adeguata retribuzione per i dipendenti. – e ora sarò molto sgradevole e provocatoria: non si senta di non leggere questo blog che è un altro lavoro gratuito. Perché a cazziare Jovanotti perché è ricco e ha detto ingoiate sta pillola – beh so buoni tutti. Occorre un diverso progetto politico che ruoti proprio di 180 gradi la prospettiva delle cose e un pensiero un tantino più solido  e strutturato anche nelle scelte per arginare una tendenza pericolosa– ma anche una volontà di attuarlo che non mi pare affatto garantita dalla sporadica cazziata al vip di turno, ieri Ferilli oggi Cherubini, il cui fine principale mi pare sempre quello di rimproverare lui per avere i soldi che non abbiamo noi, che far caso davvero ai soldi che non abbiamo noi.

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2 pensieri su “Jovanotti – è l’ultimo dei nostri problemi.

  1. Mi piace l’approccio pragmatico: accettare la realtà è il primo passo per avere qualche chance di modificarla. “Lavoro non pagato” è sia contraddizione in termini che, eticamente, un’aberrazione. Il lavoro è tale perché ha un valore economico, e questo vale sia per Marx che per Adam Smith. Ma laastessa attribuzione di un valore funziona per la conoscenza professionale: esistono da decenni forme codificate di lavoro anche fortemente sottoretribuito ( e.g., l’apprendistato) in cui la retribuzione avviene, parzialmente, in forma di trasmissione di conoscenze. Lasciamo stare , per un momento, il fatto che nella realtà possa trasformarsi semplicemente in incentivo ad assumere, uno “sconto” per il datore cui si dà una giustifcazione formativa.: il principio è stato accettato, e in molti casi corrisponde più o meno alla realtà. Non è diverso , è solo più eclatante, più “estremo”, il caso dell’inserimento non pagato. Perché in esso, a differenza delle forme “a causa” mista, non si riconosce neppure il valore limitato, o addirittura simbolico, del contributo offerto alla produzione dal giovane così inserito. Ovvio che è ingiusto, e che si presta ad abuso, ma una forma estrema di “Patto formativo” in cui le conoscenze disponibili sono l’unica retribuzione è lo specchio di una situazione estrema, critica, in cui le risorse sono ridotte all’osso. Dare su questo un giudizio etico sarebbe irrealistico, il ragazzo che accetta un periodo di stage gratutio ne è facilmente consapevole, sa che troverà anche chi ci marcia, ma sa anche che non ha molte possibilità di vedere il lmondo del avoro dal di dentro. Sta a lui scegliere. Se pensa che gli possa essere utile, ha il diritto di farlo, e di essere lasciato in pace;, anche perché non tocca a lui, semmai, mobilitarsi, essendo la parte più debole. Figli di mei amici hanno cominciato così, ed ora hanno un lavoro che si sarebbero sognati se non lo avessero fatto. Ad altri è andata peggio: nessuna formazione concreta, e tempo perso. Ma se avessi un figlio, in mancanza di alternative, gli consiglierei di provarci. La mancanza di alternative non tocca a lui risolverla.

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