sulla manifestazione di oggi. Ossia: vi stanno prendendo in giro.

Mi sono trovata più volte, in questo blog e nel mio vecchio, a difendere i giochi di genere con un certo disappunto dei miei lettori più affezionati.   Ho sempre pensato e continuo a farlo, che il gioco di genere, sia una sorta di piattaforma intermedia per la strutturazione dell’identità che poi possa essere destrutturata o ricomposta in un’altra fase della vita che non sia la prima infanzia. Diversamente da molti non ho niente in contrario al fatto che le bambine vestano di rosa o si divertano a truccarsi o a vestirsi, che i maschi si incantino nella successione di fasi quasi standard : ruspe/dinosauri/costruzioni/macchinine/calcio e persino che in termini di frequenze statistiche si constati nei maschietti una maggiore motricità e nelle femminucce una maggiore sedentarietà. Ritengo la differenza corporea produttiva di significato, e non ho mai cortocircuitato la produzione di significato con la possibilità e anzi la necessità, per le donne di lavorare. Vengo da una stirpe di donne professionalmente efficaci sul lavoro, ambiziose, intellettualmente vivaci, e insieme estremamente vanitose, e insieme, madri. Così sono io, così era mia madre, e mia nonna, e persino la mia bisnonna.  Non riesco a capire se non nei termini di una patologia culturale pervasiva su tutti i fronti, e sedimentata nell’organizzazione materiale delle cose, un reale e ontologico attrito tra le due funzioni psichiche ed estistenziali, della genitorialità e della professionalità. Non lo trovo per le madri e non lo trovo per i padri. Ritengo che l’attrito si crei perché la gente, o è costretta o si costringe, a lavorare troppo, in una misura che pervade e anestetizza pericolosamente altri aspetti importanti della vita: figli e non solo.

Le persone devono pagare un affitto, e simultaneamente pagare la sussistenza nella quale dobbiamo includere i servizi di uno stato sociale pieno di squarci: vuol dire che non ci sono solo le bollette e la spesa per il mangiare, ma per esempio la mensa dei figli a scuola, e insieme le spese mediche che diventano sempre più costose e le tasse etc. etc. : non basta uno stipendio e qualche volta manco due, e quando bastano ci si ritrova a fronteggiare la pressione sociale di una serie di bisogni indotti. Le persone non sembrano più in grado di avere un telefono che telefoni soltanto, e non sanno più fare una festa ai loro bambini che abbia solo dei dolcetti, e avvertono spesso una rete imposta di necessità che sentono parzialmente. Nascono nuovi riti obbligatori, nuovi balzelli autoinflitti. Il regalo alla segretaria del medico della mutua, il pensiero a quella persona che non sopporti per niente.
La recessione da una parte, e la lotta all’illusione della sua assenza, producono forme di schiavitù che esasperano il bisogno di lavorare, e che mettono sul patibolo l’importante concimazione dei rapporti privati, ancorché la possibilità di aumentarli: in queste condizioni, non fa più figli nessuna.

In questa congiuntura piuttosto cristallina – se non fosse per l’allure discriminatoria – fa quasi tenerezza la manifestazione di oggi, con questo imbarazzante specchietto per le allodole che è l’ideologia gender. E che però con sbigottimento constato è sempre più efficace. Scendono in piazza, per difendere la famiglia tradizionale. Pensando che sia aggredita par di capire – o dalle donne che porterebbero i calzoni o dalle coppie omosessuali che vogliono sposarsi. Noi li guardiamo con supponenza, loro si sentono dei martiri, si sentono soli e poco compresi – eppure, è piuttosto curioso constatare come questo nuovo giochino culturale attragga energie intellettuali che sarebbe tanto meglio spendere altrove. Ed è particolarmente curioso constatare come il lessico adottato sia quello della minoranza perseguitata che difende un valore minoritario, quando abitiamo in un contesto culturale dove i ruoli tradizionali sono ancora sclerotizzati, e dove ancora si sostiene che il al femminile tocchi per sempre la cura del privato, e il maschili per sempre debba occuparsi di quella del pubblico, con le bambine a cui si propinano corsi di portamento e a cui le maestre dicono come devono mettere lo smalto, e nel frattempo gli omosessuali non possono sposarsi e manco avere o adottare figli e quindi è tutto davvero molto curioso.

Io non penso che difendersi a oltranza da una visione pluralista dell’identità di genere risolva il problema dell’omicidio del privato a cui molti di noi sono costretti, per cui alla fine i padri spariscono le madri pure e le famiglie in terzo luogo: si fanno troppi pochi bambini e se li si fanno non si vedono. Mi sembra che ci sia una distorsione cognitiva che o è patologica o è in cattiva fede, nel fare crociate contro le persone che sponsorizzano il lavoro per le donne per esempio, e un’educazione che incoraggi le donne a lavorare – o che rivendichino la necessità del matrimonio per le coppie omosessuali. Mi pare che si agisca un sintomo, una nevrosi culturale, oppure che ci si faccia strumento di qualcuno che voglia fare un movimento politico veramente indolore, che vada a discapito di quelli che contano di meno, e che non mette davvero in discussione le cose che vanno davvero corrette.

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2 pensieri su “sulla manifestazione di oggi. Ossia: vi stanno prendendo in giro.

  1. esatto. come un po’ in tutto, abbiamo il superfluo ma non il necessario e additando come fenomeni centrali (sorvolando sui numeri, per cominciare, di un dato fenomeno per ingigantirlo ad arte, secondo scopi immediati, senza orizzonti) aspetti della vita importanti che però coinvolgono un numero ridotto di individui, si tralascia di affrontare le questioni di base che sono ancora, declinate all’oggi, la solidarietà, l’uguaglianza, la libertà. questi principi basici sono in forte decremento su tutti i fronti. difendere la famiglia è uno specchietto non per le allodole, ma per gli allocchi

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  2. d’accordo in pieno.
    Aggiungo solo che da sociologa che studia proprio le identità, questo flusso improvviso di termini familiari in un discorso diffuso mi fa sentire un po’ come si devono sentire gli immunologi quando la gente va in piazza contro i vaccini.

    (ti ho ritrovata dopo quasi tre anni Zaub, felicissima di aver visto i passi che hai fatto. Ti meriti ogni cosa bella).

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