La forza delle cose

Per esempio c’è questo bambino di cinque anni, i capelli lucidi di estremo oriente, tagliati come andavano ai bei ragazzi degli anni settanta, la pelle di ambra indonesiana, una prima promessa di torace largo e gambette forti, e nello sguardo uno sbrilluccichio di sfrontatezza, di gomiti e di artigli. Questo bambino ride di risata aperta, fa sfide oneste, ha tanti amici. E’ leggero e smaliziato.
Lo porta a scuola una madre lavoratrice. Una donna delle pulizie probabilmente, o cuoca o badante di chi sa quale signora gentilmente dispotica.

Il figlio le corre sempre davanti, s’arrotola con altri bambini, si arrampica per le scale di ingresso con questo passo pieno di riscatto naturale. Gli si vede addosso amore di padri e di nonni, madri che hanno sopportato che piangesse e l’hanno consolato il giusto, gli si vedono decine e decine di abbracci, e di adesso no al momento opportuno. Tutta quell’energia, tutta quella sicurezza, viene da desiderare col cuore, speriamo trovi il giusto sentiero.

Un bambino ora lo saluta, uno di quegli scugnizzi sottili come giunchi, pieni di ginocchi e di spigoli – uno di quei cuccioli agili come scimmie o come gatti per i tetti, vanno via insieme. Ha anche lui una madre, una donna bianca come il latte e piena di grazia tutta occidentale che ora si avvicina all’altra, dunque filippina e le chiede, certo piena di narcisistiche intenzioni interclassiste, se non può venire a giocare un pomeriggio a casa loro.
Come sono carini insieme! Le dice.
La gonna di lino turchese, contro i jeans moderatamente scoloriti.

Il pomeriggio è un po’ difficile –
Lo riportiamo noi!

Le scarpe diverse, le borse diverse, le mani diverse.
E’ veramente difficile.
E il fine settimana?
Il fine settimana, dice quella con una cortesia di porcellana, siamo fuori in campagna dal nonno.
La gonna di lino turchese, contro i jeans scoloriti, ma anche le scarpe col tacco contro quelle basse di gomma, i pranzi della domenica di un tipo contro quelli di un altro, e i portafogli, e i cellulari, e chi sa cos’altro ancora.

L’altra donna allora ritira il suo arrembaggio progressista, saluta piegando gli angoli della bocca, non sapendo discernere tra buon cuore, invadenza, e la ubris di chi non sa rispettare la materia dell’esitazione altrui, il desiderio di protezione, la fuga dalla sfida.
Riproverà testarda e cocciuta, pensando di essere insostituibile e necessaria.

A torto.

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Un pensiero su “La forza delle cose

  1. Come tutti quegli pseudo attori o attricette, avvocati fuori sede, che pensano e sproloquiano ai cellulari convinti di essere tutta la settimana fuori Roma, o fuori Milano o chessò io…..o fuori di testa meglio sarebbe, ne trovi a bizzeffe su tutti i treni e a Firenze tutto il ceto elevato il fine settimana “va in campagna”, ne contado dico io, chissà non sia invidia la mia, complimenti per la scrittura

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