Vegan

Qualche anno fa dovevo fare un lavoro sull’anoressia presso le più giovani, e feci un lungo studio della rete blog “pro ana” blog, scritti da giovani anoressiche, con un livello della patologia molto avanzato. Fu un’esperienza molto forte, rimasi molto impressionata: perchè la rete fornisce la possibilità di catalizzare assetti autolesivi o lesivi e patologici e organizzarli in una forma culturale. L’anoressia – diventava cioè grazie a internet un mondo con una sintassi, con dei temi prevalenti, con degli usi e costumi, con un’iconografia e una teologia. I blog pro ana consigliano strategie di sopravvivenza – tipo, che purganti assumere per espellere una cena intera, tipo come evitare di pensare sempre al cibo. Forniscono dei comandamenti, a cui obbedire, delle immagini a cui ispirarsi e una divinità Ana, la dea dell’anoressia, per la quale esiste una preghiera che si trova regolarmente riportata.
Fu come dicevo, un’esperienza – prima di tutto emotiva: leggendo questi blog mi veniva da ridere moltissimo, e simultaneamente mi accorgevo di provare un fortissimo dispiacere e dolore. Mi accorgevo di toccare la dimensione dell’assurdo, del ridicolo, del sovvertimento di senso, e allo stesso modo sentivo le corde psicologiche che lo procuravano e che mi rimandavano a un’angoscia tale, che la miglior difesa era il sarcasmo.
Sarcasmo arginato dal fatto che i blog pro ana sono scritti da ragazze molto giovani, che spesso fanno avanti e indietro con le cliniche psichiatriche, che toccano la morte con la mano. La realtà del corpo dell’anoressica, abbatteva le mie difese e mi metteva in contatto con loro. Non so dire meglio.
Per molto tempo quello scandalo infantile del ribaltamento di senso, quello scandalo razionale che porta all’umorismo, pagine intere in cui si parlava solo di non mangiare, due palle così, insieme a quel senso di disagio che porta all’ironia, non l’ho più provato.

Poi recentemente, mi sono imbattuta nei vegani e soprattutto nella rete internet dei vegani. Ho incontrato i loro siti, ne ho letto i dibattiti e ho provato, dopo tanto tempo di nuovo quella stessa miscela di riso e dispiacere, di ironico e di istrionico, di preoccupazione e di difesa. Un diffuso senso di assurdo e qualche volta un manifesto senso di rabbia. Qui per esempio un signore si interroga su come interagire eticamente con gli scarafaggi dentro casa, dichiara di averli sterminati e viene fortemente attaccato nel forum – e questo l’ho trovato un pezzo di comicità interessante, qui invece una signora si interroga sull’opportunità di adottare un bambino africano a distanza e si preoccupava assai, perché metti che con i soldi ci si compra il latte? Io personalmente avrei mandato la signora in un orfanotrofio del Bangladesh a mangiare il pugno di riso al giorno lei e la sua figliola, con anche una congrua sovrattassa di calci nel didietro, invece i partecipanti al forum la esortavano ad adottare un animale a distanza che ne ha molto più bisogno.
Un altra signora si interrogava su come fare a gestire la propria vita sociale essendo vegana. Pare brutto se mi porto il dolce da casa? E infine, il post padre di questo post, dove dei genitori chiedevano quali prassi seguire per ottenere che nella scuola pubblica il loro bambino di anni 4 seguisse un alimentazione vegana. Perchè scoprivo che la scuola ti da retta a te genitore vegano scellerato. Io per esempio, con tutto che sulla libertà delle scelte alimentari sono per ovvi motivi piuttosto tollerante, non so se sia davvero giusto.

Ora c’è un discorso da fare sulla filosofia vegana, ma anche sulla sua sintassi e sulla sua comunicazione. La filosofia vegana, in termini razionali e stilizzati ha qualcosa di rispettabile, rafforzato da certe distorsioni del sistema capitalistico: essa pone l’essere umano come consapevole della sua forza e della sua aggressività e gli chiede di non essere violento e aggressivo verso altri esseri viventi. Nel nostro occidente, l’essere onnivori è diventato una forma di abuso riguardo altre specie animali che non sono la nostra, e all’uopo vi consiglio l’ottimo libro di Jonathan Safran Foer che racconta di come funzionano gli allevamenti di mucche, oppure, una bella gita in un allevamento di galline potrebbe essere altrettanto impressionante. Tuttavia il nodo etico è un po’ lo stesso che pone la vivisezione, e riguarda la posizione psicologica di chi spera di non occupare una posizione asimmetrica, e nel farlo produce un atto lesivo per se, e simultaneamente è destinato a fallire lo scopo. È un po’ come quello scritto di Benedetto Croce – perchè non possiamo non dirci Cristiani: se tutto il mondo a te è dominato dalla cultura cristiana tu anche senza volerlo praticherai i dieci comandamenti. E così, se sei non solo onnivoro, ma un animale che si è arroccato sulla comoda posizione del dominio, puoi anche mangiare solo muschi e licheni, ma la sera potresti dover accendere la luce. Fermo restando che, secondo me a mangiare solo muschi e licheni, l’organismo ne risente.

Ma ecco, se l’organismo ne risente sono anche beati cavoli tuoi e di quei poveri disgraziati dei tuoi figli, che non invidio. Tuttavia spulciando nel forum dei vegani, giacchè io non ho amici vegani, avvertivo una sintassi che mi poneva davanti a delle riflessioni. C’era un profluvio di “cadaveri”
e di “odore di morte”, c’era molto pathos intorno alla chiamata in causa delle salme, e questo produceva un effetto umoristico indelebile (Una signora qui si lamenta: un’amica mi ha chiesto di tenerle la brioche al bar e io mi sono sentita malissimo, perchè sentivo tutto quell’odore di morte”) ma da dove viene il riso irrefrenabile? Perchè queste cose fanno ridere? E’ solo l’avvicinamento tra cornetto alla crema e obitorio a chiamare in causa groucho Marx? O c’è dell’altro?
C’è dell’altro. Fanno ridere perchè noi, quel pathos quelle parole – odore di morte, cadavere, salma, le riserviamo ai nostri conspecifici. La risata è parente dell’estraniamento che vede un pathos estremo per qualcuno di non tangibile. Sentirsi male per le uova di una gallina mai vista, ci fa ridere perchè ci agita.
E ci agita, perchè siamo percepiti come umani, come meno importanti della gallina mai vista. E questa cosa, può sembrare utopisticamente affascinante, nobile o quant’altro, ma a me pare il sintomo di una patologia culturale dell’occidente, una sorta di karakiri che in nome del naturale per qualcosa di altamente innaturale uccide il naturale. Nel non sentire la priorirà emotiva del conspecifico (“adotta un animale a distanza, ne ha più bisogno”) io avverto un’aberrazione che è parente della crescita a zero, del non fare più figli, e delle bambine anoressiche dell’inizio del post: una sorta di doloroso ripiegamento dell’umano su se stesso, nel beato tempo in cui la ricchezza e la noia hanno lasciato spazio a nuovi assetti patologici culturali, che colludono con assetti patologici individuali. Simone Pollo, amico vegetariano e di mestiere bioetico, per esempio in una conversazione sull’argomento sosteneva che da un punto di vista etico la scelta è anche sostenibile – ma il problema è l’uso che se ne fa nel contesto relazionale. Ecco, io constatavo nella lettura di questo forum, come l’amico Bioetico avesse ragione, e come la chiamata in causa ossessiva e gratuita di immagini splatter di sangue, di morte, di cadaveri, avesse un ruolo peculiare nella relazione- cementando un rapporto con i pari, ma spezzando tramite calcio nelle palle del sentimenti, il rapporto con gli altri. Stai male eh? Ora che ti ho parlato di morte e sangue e carcasse.
Non posso inoltrarmi sulla funzione psicologica che assume la dieta vegana per i singoli, perchè non ho semplicemente la possibilità di farlo, capisco che ce l’ha, ma capisco anche che ci possono essere diverse declinazioni, più o meno adattive, più o meno disadattive, più o meno legate all’inclusione/esclusione in gruppi, più o meno rigide nella complementareità ad altre aree problematiche preesistenti. Ma mi rendo conto, che con tutto il rispetto di questo mondo, e con la debita cognizione di causa dell’aspetto filosofico della cosa, non posso fare a meno di considerare il fenomeno come un sintomo, una disfunzione egosintonica.

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6 pensieri su “Vegan

  1. Cara Costanza, mi è interessato molto questo pezzo perché io ho degli amici vegani e viaggio sempre su un equilibrio molto fragile. Questa non è un’apologia: ciascuno si difende da solo e io sono felicemente onnivora. Quello che mi turba tantissimo è il fatto che a me quelle cose non fanno ridere. Leggendo le cose del bambino africano e del latte, degli scarafaggi e ci aggiungo anche quella che ho letto io stessa della madre disperata per i pidocchi del figlio, a me sale il magone. Un magone grosso perché non mi capisco come facciano a non fermarsi un passo prima. Da bambina mi è capitato di assistere alla castrazione dei maiali. Non capivo una cippa, perché ero davvero piccola, sentivo le bestie che strillavano e mi ricordo che la mia mamma mi strattonava per portarmi via. L’ho capito dopo. E nonostante questo non sono diventata vegana e neanche vegetariana. Perché per me il problema principale è il dolore, lo stile di vita, il modello di allevamento e via dicendo. Ho avuto le galline e anche se la mia suocera le chiamava per nome e sono morte di vecchiaia noi le uova le mangiavamo eccome. Le davamo anche ai vicini, privilegiando le mamme coi bimbi piccoli. Ne vado fiera che la Carla e la Gina e la Cocca abbiano nutrito i pargoli. E li abbiano nutriti bene. Quello che invece mi mette un disagio profondo e inspiegabile sono gli *eccessi* di queste persone. Quello che dicono ma anche quello che non capiscono, ossia che basterebbe fermarsi qualche passo prima del baratro. Ho mangiato vegano qualche volta e ammetto che non è male. Ma non potrei farlo sempre perché non posso proprio mangiare intere classi di verdure. E di fronte all’incapacità di capire una cosa così semplice come la capacità di convivere io rimango disarmata. Quanto alle carcasse rilevo che è una strategia pericolosa e perfino qualche vegano è d’accordo. Se mi rompi i coglioni allo stremo con i sensi di colpa alla fine chiudo i canali, ti banno, ti oscuro, ti allontano dalla mia vista, non ti voglio più vedere nemmeno in cartolina. Peccato che un bella fetta di vegani non l’abbia ancora capito.

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  2. La lettura del suo libro mi ha condotta qui. Guarda caso, apro il blog e mi trovo davanti un articolo che mi parla proprio della patologia di cui soffro, ebbene sì, sono una nevrotica vegana ;). Mi piace questa analisi del fenomeno, conosco il forum oggetto della sua indagine e riconosco che, per molti vegani, l’essere costantemente in incazzo stratosferico con l’intero genere umano è una costante. Una sorta di difesa. Tuttavia mi chiedo: possibile che il fenomeno non possa inglobare anche individui psichicamente sani, senza nevroticismi, che non sognano nel loro prossimo futuro un attacco terroristico ai danni del più vicino McDonald’s? Davvero il veganismo è una patologia di gravità tale da dover essere paragonata all’anoressia? Io credo di no. Senza contare che i moderatori del forum che ha preso in considerazione ( VeganHome, giusto? ), tendono ad attaccare e bannare chi non la pensa come loro. Questo, nel tempo, ha prodotto un pensiero convergente tra i membri dello stesso forum. Perciò i commenti saranno più o meno quasi tutti dello stesso stampo; chi non aderisce completamente viene fatto sentire inadeguato. Lo so per esperienza e perché l’ho seguito per almeno sei anni. Soprattutto, la dieta vegana non è malsana come si pensa. L’American Dietetic Association ha sfatato questo mito da tempo. Concludendo, spero che abbia la fortuna di conoscere altri tipi di vegani rispetto a quelli citati. Magari un pò fuori lo siamo, ma non tanto più di altri 😉

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  3. Ma certo, qualunque manifestazione dell’essere che non pertiene e rientra nella secolare quanto consolidata fenomenologia della tradizione giudaico – cristiana è sintomo e disfunzione. L’ayurveda? Baggianate. La naturopatia? Per carità di Dio. Il desiderio? Orrore! Neem e Vetiver per curare le pelli impure? Meglio un profumatissimo siero di siliconi parigini che certo costerà una fortuna ma non ci farà fare brutta figura con le amiche quando andremo a fare shopping in profumeria. Cosa mai potrebbero dire di noi. Il nostro integralismo etico non voglia suscitare la loro ilarità. Peggio il loro perentorio sarcasmo . Casomai venissimo rimproverate di possedere una mente discernente e una coscienza iper critica.

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  4. Mi ritrovo molto in quello che dici. Nonostante condivida un’etica alimentare rispettosa e in generale più sana e sensata, gli eccessi a suon di “mangiacadaveri” mi danno fastidio tanto quanto chi si abbuffa di cotolette e salsicce come se fossero la panacea. E’ strano come una cosa buona come cercare di inquinare di meno, mangiare più sano e trattare meglio il resto delle specie viventi si possa rapidamente trasformare in una posizione mentale quasi violenta e totalmente rigida.
    Ho di recente avuto una conversazione con la mamma di una piccolina malata di leucemia che sta per essere sottoposta a trapianto di cellule staminali ematopoietiche. Alla signora è stato spiegato il protocollo di condizionamento (cioé la chemioterapia ad alte dosi che si fa prima del trapianto), che comprende timoglobuline di coniglio. La domanda che mi ha fatto la signora, molto sorpresa, è stata “ma allora gli animali servono ancora per curare le persone? non si può farne a meno?”. Ho spiegato come la medicina moderna sia ancora in gran parte dipendente dalla sperimentazione animale, e mi ha sorpreso molto come la percezione sia diversa nel pubblico non medico, al punto che una signora laureata con una figlia in cura da mesi con chemioterapici non sappia che tali cure hanno bisogno di una sperimentazione animale. Immagino quindi che migliaia di persone relativamente sane si immaginino chissà quali prodigi della scienza per la produzione di nuove cure, e si sentano in diritto di distruggere anni di lavoro portando via dai laboratori le cavie. Vorrei vedere se le stesse persone rifiuterebbero l’antibiotico o lascerebbero morire i figli pur di non dargli un prodotto della sperimentazione animale.

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  5. In una discussione facebook in cui partecipavi anche tu ho letto una persona vegana affermare che un pollo è come una persona introversa in quanto entrambi avrebbero (se non ricordo male) uno spettro di personalità limitato. Alla persona che ha fatto questa affermazione voglio anche bene, e la ritengo anche una persona intelligente, ma questo dà proprio la misura di quanto ormai il discorso degeneri in paragoni senza senso e completamente illogici soprattutto perché gli introversi non hanno uno spettro di personalità limitato, anzi. Se tu, caro umano, ti senti più vicino ad un pollo rispetto che ad un introverso, che di solito vive una vita anche abbastanza di merda a causa della società del cavolo in cui viviamo, non so che abbiamo da dirci, da condividere… Boh.

    Mi sento inoltre di condividere questo link: http://www.ilbecco.it/nazionale-2/societa/item/2445-dalla-sanit%C3%A0-pubblica-alla-salute-individuale-la-proliferazione-dello-stile-di-vita-salutare.html

    in realtà parla più di salutismo, ma inquadra anche un aspetto del veganesimo, e cioè quello di tentare di purificarsi da una società schifosa, senza però andare al cuore del problema, che è e resta lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo attraverso ritmi di lavoro massacranti. Di quello però quasi mai i vegani parlano.

    Inoltre un altro discorso legato al veganesimo è quello dell’autoproduzione. Ecco, io quando ero vegetariana ricordo che, leggendo alcuni forum, mi imbattevo in donne (erano soprattutto le donne a farlo) che si autoproducevano qualsiasi cosa: il detersivo, la roba da mangiare, e spesso facevano l’orto. Ecco, altro che “doppio sfruttamento della donna”! Queste persone (anche coscientemente, eh) oltre a lavorare al lavoro e a casa, facevano anche l’autoproduzione: è la tripla giornata di lavoro. Perfezionismo e efficientismo a palate, perché comunque il/la vegan* non può mai dire che “gli manca qualcosa”. Rabbia a go go che non ti dico se osi alzare la mano e chiedere qualcosa, anche un semplice: “ma come cavolo fai?”
    A livello umano, io non so come si faccia a dialogare con queste persone, ormai.

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  6. Ciao, avevo già commentato sul tuo vecchio blog, comunque mi sono sorte delle reazioni. La questione vegana è in realtà marginale, poiché hai preso esempi di persone che vivono un’esperienza settaria, con le dinamiche di purezza e di creazione del nemico, con l’aggiunta di chi cerca di sentirsi migliore degli altri e trova la buona causa confacente. E siamo d’accordo, ma vale per qualsiasi impegno etico politico. Ci sono però degli aspetti che trovo sgradevoli nella tua riflessione. Il primo è che in fondo non c’è nessuna autoanalisi: passato il sarcasmo, l’agitazione si ferma sulla soglia dell’estremo dei disturbati, ma non vede l’agitazione per quello che anche potrebbe essere, ovvero il disvelamento per un qualcosa che si “sente” sbagliato. E non è affatto lo stesso piano del dilemma della sperimentazione animale per la ricerca scientifica, che almeno pone un sacrificio contro un altro. Con la dieta onnivora siamo al sacrificio per il gusto. E pure questo agita. E il secondo aspetto sgradevole è la conclusione, in cui si vabbè la filosofia, amici belli con tutto il rispetto (bah, sembri un vecchio bacucco prof di conservatorio che parla di jazz) eccetera. Ora, a parte che se si parla di disfunzione, potresti quantomeno argomentare. Non penso che diresti lo stesso per chi fa la raccolta differenziata. Poi questa cosa di buttarla in filosofia per elevare un gesto, vale poco. Non c’è nulla di filosofico, ma molto di umano. E se non capisci questa cosa, difficilmente puoi cogliere il punto.

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