Imagine


Sono ancora in vacanza.
Davanti a me in questo momento, figli di altri stanno giocando con della sabbia. Sono bambini di tutte le età, spesso graziosi, in qualche caso bellissimi, in alcuni già titolari di una democratica imperfezione, un colorito olivastro della pelle, un naso troppo pronunciato. Una bambina sicuramente mangia troppo o paga già lo scotto di un incipiente dissesto ormonale. Questi bambini sono tutti, variamente amati. Sono bambini portati in vacanza, sorvegliati da occhi attenti che ne allevano la pedagogia fin da piccini e certo la cittadinanza. Rinfrancheranno il narcisismo di qualcuno, maltratteranno quello di qualcun altro, ma sono  la nella vita – 3 4 5 9 10 anni, dove si portano addosso tutti i sogni dei genitori.
In virtù di questo calore onirico, ma anche di questo amorevole e qualche volta pesante onere, mentre giocano davanti a me, colla sabbia – o coll’acqua, questi bambini vengono fotografati. Sono immortalati nella loro tenerezza, nella trasparenza del sorriso e in tutte le promesse che conserva la loro pelle chiara. Bambini belli, con una casa, e che promettono quello la dolcezza, questo la scaltrezza, quella la beltà quell’altra l’impertinenza. Bambini che promettono un futuro, e insieme in quelle foto, conservano il lato migliore del proprio presente.
Nessuno di questi bambini è stato fotografato oggi mentre tirava una scarpa a un altro bambino. Nessuno vedrà mai il volto di quella piccola li, che circa un’ora fa ha pianto troppo a lungo a causa di una madre che non è capace di stare con lei. E quell’altro, che il padre ha messo ora sull’altalena perché non può salirci da solo, quel bambino non fu fotografato nei lunghi mesi di ospedale quando non si sapeva se ne sarebbe mai uscito – e come.
Nessuno si spera davvero, vedrà uno di quei bambini – morto.

Le giovani madri di questi bambini, ora in effetti meno giovani di quando erano madri le loro nonne, si fanno fotografare dopo essersi pettinate i capelli, certe cercando di mangiarsi la pancia e occultando i fianchi in un pareo – debolezze di giovani madri – altre gonfiando il petto orgogliose, tre figli e guardami qua quanto so bella. I padri sorridono sornioni si fanno vedere felici e furbi, mettiamo da parte quella storia del mutuo e del prestito, o meglio ancora facciamo un vanto, un’estetica della sfiga tollerabile. In qualche modo faremo. Piegano allora la testa, il filo di luce che accarezza il mento non rasato. La mestizia vera che almeno faccia scopare, non dico altro. Farsi fotografare comunque è pur sempre una premessa di presentabilità, qualcosa di buono di cui dare testimonianza. Una innocente sponsorizzazione del desiderio di se.
(Non sempre la sponsorizzazione riesce. Dopo si guardano le foto e si dice: cancellala! Oppure evviva! E quando si dice evviva, si fa vedere agli amici, si mette sulla pagina personale si esulta per la coincidenza tra luce e ambizione, alle volte del tutto fortuita).
Nessuno di questi genitori, si è fatto fotografare dopo l’esito positivo di un brutto esame diagnostico, occasione che è capitata per esempio a quel padre. Né si è fatto fotografare da morto, il padre di quei due gemelli.
Essendo per l’appunto morto.

E bianco.

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Anatomia del potere amministrativo

Ama cucinare.
Ama della cucina anche gli aspetti meno poetici, meno creativi. Ama non solo la mistura e l’intuizione, ma il gesto metodico e noioso che lascia alla testa il ritmo dell’ossessione, e le mani che si sporcano di qualcosa che si vuole simile all’amore, ama lavare lo sporco del piatto che si forma nel lungo lasso del pensiero. Le briciole. La pelle della cipolla. L’ombra della bottiglia dell’olio che rimane sul marmo.
E ora pensa di non poter dire a nessuno, a sua madre che verrà a pranzo, alla sua amica al telefono da un attico, non potrà dire che la piace fare quello che sta facendo adesso. Preparare della carne.
Ossia – trasformare quello che ancora in tutto è un animale, in un’altra cosa, un’altra materia. Quell’indicibile interregno.

Sul tagliere grande, intorno i piatti vuoti, la guarda l’occhio severo di una natura morta. Sedani e carote e erbe profumate – coriandolo, e timo fresco e la brillante luce della salvia – incorniciano il muso di un coniglio, la carne rosa del busto e delle zampe, una fermezza non colpevole, un destino deciso da altri per entrambi, il debole contro il forte, il piccolo contro il grande. Solo in questo primo momento quando incontra gli occhi della bestia, spogliata della levità di un tempo, della sua grazia, la muove ad una specie di imbarazzo carnale, una vergogna a cui non intende sottrarsi. Esita per poco –e subito obbedisce alla tirannia della sua specie. Nel ventaglio dei coltelli appesi al muro, ve ne è uno particolarmente grande, da far calare come una mannaia.

Per poi togliere dal ventre gli organi vitali, il secondo momento di imbarazzo. Il cuore. Il fegato. I piccoli polmoni – le sue mani come quelle delle vecchie nelle fiabe per sue figlio. Cosa c’è di più importante di un polmone, e guarda che brevità nello staccarlo. D’altra parte questi oggetti vitali e fondamentali sono così pieni di se stessi, così forti del loro significato, che sporcano il sapore, dilagano nella carne. Che per ora ancora carne non è, ma schiacciata in un limbo fuori dalla vita.

Le piace anche ora che ha le mani infastidite per l’acqua e l’aria fredda, disossare l’animale – per trasformare ciò che era irriducibile ineffabile, e ostico e acre e pungente, in un piatto morbido, levigato, elegante. Tuttavia, quel senso di equilibrio e risoluzione che le da il più feroce dei gesti, non è tanto nella civiltà estetica del risultato – certamente userà del vino, e un po’ di brodo – quanto nella ferinità della partenza. E mentre si oppone contro i piccoli tendini, digrigna i denti con l’acrimonia di una bestia.

Alcune domande

Si aprono le frontiere della Serbia e affluiscono migranti Siriani verso il centro dell’Europa alla ricerca di un posto dove stare. La rete esplode di immagini dolorose – il giovane che porta la madre vecchia sulle spalle, i bambini insanguinati e curati nelle infermerie, la vita che cerca di sopravvivere a se stessa. Lo scacco emotivo e morale porta l’opinione pubblica a reagire sull’argomento morale, dividendosi tra il ricusarlo e il dovere di accoglierlo. Anche se le persone non vedono quelle immagini, le immagini, la narrazione dell’emigrazione, è diventata un anteriore psichico a cui si reagisce di default, e che mette il problema su un binario esclusivamente morale, la cui soluzione imporrebbe dei costi materiali. Nella cornice di una grave crisi economica e di un governo che va perdendo credibilità ed efficacia, le proposte politiche si dividono tra: quelli a destra, che mettono l’accento sui costi e minimizzano sulla questione morale e quelli di sinistra che fanno lo speculare opposto. Da una parte Salvini con il giubilo di alcune testate giornalistiche– si è vero che so poverini, ma è pure vero che rubano e stuprano e sporcano quindi insomma non sono mica tanto poverini – per continuare asserendo che sempre questi poverini non tanto poverini, costano al pubblico togliendo al pubblico quello di cui ha bisogno. Dall’altra si dilata la questione morale e si minimizza quella del costo: sono madri, sono padri, sono bimbi, sono vittime innocenti della storia, e sono meno di quel che crediamo: e quindi pochi costi molto dovere. Non dobbiamo avere un’Europa senz’anima! Dove sta la nostra anima?

C’è poi una terza agenzia, meno colorata politicamente di quanto desidereremmo in un senso come nell’altro, la quale si misura con il problema della teoria e della prassi, del cosa dire e del cosa fare, e che alla fine sembra che decida ben poco, deludendo in questo senso tutti da sinistra a destra, e tirandosi addosso l’accusa, comoda per tutti e facile: di cattiva fede. Ah stanno al potere sti paraculi! Fanno quello che je pare! Se ne fregano di noantri poverelli! Quando salgono sulla poltrona sono tutti uguali! Che con Renzi è retorica che riesce particolarmente facile perché Renzi è nato proprio come sinistra che sopravvive procacciandosi i voti della destra, e destra che arriva al governo facendo finta di essere di sinistra: ma ci metto la mano sul fuoco che se era uno dei nostri più nostri, frignavamo uguale identica la solfa della mala fede: credere che il potere è cattivo è molto più consolatorio del capire che il potere è inefficace.

Io invece da diverso tempo ho l’amara e deprimente sensazione di un’asimmetria di forze tra la resistenza delle cose e le forze per cambiarle – in un senso come nell’altro, a destra come a sinistra. Quando c’era il Berlusca, con l’allegra compagine di fascisti che per esempio lo sosteneva, non è che riuscissero a fare, nella loro direzione fascista, più cosucce di quanto riusciamo a fare noantri, o la falange renziana. Ci stanno i campi di pomodori ora come allora dove la gente crepa per due euro e le donne sono stuprate per meno, come è accaduto per nel siracusano e probabilmente accade per certo altrove: ma non è che all’epoca di forza italia ci andassero forzuti giovani brianzoli con contratto a termine, né abbiamo registrato un blando cambiamento con i governi che ci piacciono di più.

Questo ordine di problema, riguarda una sorta di assenza di energia e di problematiche congiunturali, che io non ho gli strumenti per analizzare e che secondo me sono ampiamente sottovalutati: riguardano l’annosa questione per cui: comandare è difficile in primo luogo, in democrazia lo è ancora di più, in Italia diventa una cosa disumana, per i lacci materiali che impone la resistenza delle cose. E di questo fatto cioè, di cosa passa tra il dire: sono il capo e voglio fare questo e il farlo, sono il capo e voglio che questa legge sia applicata, e applicarla ci passa un mare di opposizioni di cui nessuno si vuole assumere la responsabilità e che prescinde totalmente dal colore politico del capo.
Ma mi chiedo se non ci sia anche un problema altro, di cui l’immigrazione è solo una costa parziale ridotta, e che riguarda diciamo più genericamente la gestione della crisi economica, della povertà e delle risorse per combatterla. Per quanto anche io pensi che l’aspetto morale di un bambino che muore, ma anche di gente che ammazza uno perché è il direttore di un’area archeologica, sia ineludibile, mi sembra che il centro della questione dovrebbe starsene altrove. Solo che di mestiere faccio altro, questo post risente fortemente della mia grave assenza di documentazioni e di competenza, e io per prima faccio fatica a trovare le pezze per quel che sostengo.

Gli è che questa Europa e vecchia e sempre più povera. Per non parlare dell’Italia. La vecchiaia di cui parlo è una vecchiaia anagrafica e non solo metaforica e questa vecchiaia anagrafica e metaforica si imparenta con la povertà materiale e anch’essa metaforica. Gli ariani invecchiano e fanno pochi figli. Più passano gli anni più diventano bocche sdentate da nutrire che la scienza ha aiutato a vivere di più. Sempre meno persone pagano tasse e sostengono le pensioni. Quando prima quando dopo le politiche assistenziali mi sembra che vivano una situazione di crisi. In Italia inoltre: da una parte la disoccupazione galoppa, da un’altra ci sono mestieri e professioni che spariscono, e da una terza mestieri e professioni che vengono portati avanti da un regime di abuso. Michele Serra in un’amaca recente, retorico come al solito diceva che tutti siamo mantenuti un pochino da questo abuso, interpretando un sentimento comune a sinistra, che è la colpa per il proprio privilegio.
Ma Michele Serra, non è tanto preciso, perché questo abuso avviene fuori dalla corretta normativa dello stato in materia di lavoro, questo abuso vuol dire nessuna tassa pagata, nessun contributo pagato, vuol dire gente che ci struttura sopra altri guadagni e che però se si ammala viene a scassare i maroni nei pubblici ospedali, che parcheggia le macchine sulle pubbliche strade e che manda i figli nelle pubbliche scuole, ma che non caccia un centesimo per il mantenimento di tutte queste cose. Quindi ci troviamo in uno stato la cui legislazione non sarebbe niente male in termini di wellfare (certo se continua con questo smantellamento della sanità pubblica la faccenda cambia) ma che per una serie di patologie del tessuto sociale non è più sostenibile.

E io, che di economia so poco e sono ferma a quella roba li di Keynes e Galbreith che probabilmente è archeologia, mi chiedo: ma tutti sti poracci che vengono qui a chiedere una vita, queste braccia che se hanno superato il mare sapranno essere ben forti, e se vengono accolti come si conviene potrebbero essere ben grati, ma questi qui non ce li potrebbero pagare due contributi a noi vecchiacci? Un pochino di tasse? Nuove forze, nuovi bisogni, nuove necessità. Deficit per deficit, ma è proprio tanto insensato cercare di arruolarceli e farli trottare? E’ proprio assurdo pensare a una risposta strutturata alla povertà che incalza in questi termini?

Chiudo qui. Non è un post sulle mie competenze dicevo: incoraggio gli interventi di tutti, ma quelli che sanno di economia oggi, nel senso che ci lavorano che dovessero passare da queste parti sarebbero parecchio benvenuti, anche a spiegarmi dove c’è di semplicistico e stupido nel mio ragionamento.

Capitolo di un romanzo del secolo scorso

Chiameremo la prima signora, la Signora A e la seconda signora la signora B. E ci serviremo di una terza signora, la signora C  -estranea ai fatti.
E parleremo anche di Grazia, che dovrebbe invece essere la signora D. Ma per il tema di questo racconto, e la cattiveria delle piccole cose di cui parla, rimane solo Grazia: donna di servizio senza il giusto titolo onorifico della signorilità.

Dunque – gli è che la signora A è rimasta vedova sapete, aveva una bella casa con tanti bei mobili antichi. Ora che è sola ha deciso che in quella casa non sarebbe più tornata, troppo triste e troppo complicato, e questa vecchiaia tra le palle che rende noiosi i respiri e i passi molto più che gli specchi – le è capitato di pensare. Allora la signora A, si diceva, ha venduto tutto – e i mobili che aveva dentro li ha regalati a chi capitava.
In particolare, alla sua cara amica, la signora B. Donna di buon gusto e altrettanto in la con gli anni  – ma con un fervido attaccamento alla vita e alle cose. La signora B non si trova noiosa, non ha problemi esagerati né con gli specchi né con gli scalini. E’ il tempo che sgocciola che la fa incazzare, e anzi, è molto contenta di aver rimediato quel certo bellissimo tavolino, e la credenzina del settecento, e un paio di bei tappeti.

(Per altri versi la signora B e la signora A sono invece molto simili. Hanno letto molti bei libri, hanno fatto delle professioni utili e prestigiose, si sono anche indignate la signora B e la signora A, hanno combattuto delle battaglie quando erano ragazzine, hanno difeso un debole e insultato un poliziotto. Sono state fortunate cioè, ma giovani e dritte)

In questo momento però, la signora B è con questa sua amica, estranea ai fatti, la signora C  fanno colazione e chiacchierano. La signora B racconta dei mobili acquisiti, della sua soddisfazione in merito, ma anche di una certa stizza – che ci sarebbero state anche due poltroncine! E non le ha date alla Grazia?? Esclama con scandalo posando invece con delicatezza la tazzina di caffè! Che le può fregare alla Grazia? Perché mai dare quell’oggetto prezioso alla signora delle pulizie? La signora C rimane perplessa, chiedendo se la Grazia abbia tenuto le poltrone.
Si le ha tenute!
Allora si vede che qualcosa ci faceva – ha provato a commentare.

Ma a giudicare dall’espressione del volto della signora B la sua osservazione non aiuta a invertire il corso degli eventi, e mentre le porge dell’altro caffè la signora B decide che parlerà con Grazia, le offrirà dei soldi e le poltrone se le prenderà lei che le capisce per davvero.
E la signora C la guarda di sbieco, non sapendo esattamente ancora qual è il sapore che la disturba, come quelle volte che assaggia il sugo e che è? Ci mette un po’ troppo sale no, troppo poco vino no, ma uffa ma che è, e alla fine è la questione dell’acidità originaria del pomodoro che non era stata sufficientemente temperata dallo zucchero. Si deve sempre mettere un po’ di zucchero nel sugo. “Non insistere” dice all’amica.

(La sera alla fine avrebbe capito, a cosa corrispondeva lo zucchero. E si sarebbe detta: speriamo speriamo che la Grazia resista! Che in cuor suo rivendichi il diritto di avere quelle poltrone che sono state regalate a lei! Non c’è proprio motivo per cui debba ridargliele!
E invece come avrebbe saputo pochi giorni dopo, la Grazia non ha resistito. Dai racconti della signora B pare che avrebbe detto che in effetti non le servivano affatto, che problema c’era se le dava via, no non voglio mica dei soldi per carità, e le avrebbe date a chi mostrava un diritto non scritto.
La signora C allora ha detto alla signora B. sei stata classista.
Non ti ho riconosciuto).

Appunti sul caso Levato

In molti negli ultimi giorni, abbiamo seguito con coinvolgimento la vicenda di Martina Levato – responsabile con il suo compagno di aver sfregiato con l’acido tre giovani con cui aveva avuto una relazione precedentemente: lo scopo, avrebbe dichiarato ai giudici, sarebbe stato quello di purificarsi a causa della gravidanza in atto. In sede processuale, gli avvocati di Martina avevano cercato di impernearne la difesa sull’incapacità di intendere e di volere, invocando una diagnosi di disturbo borderline di personalità. La diagnosi è stata ricusata, in sede processuale –  già per una delle tre aggressioni della donna. Tuttavia il disturbo di personalità oggi viene ripreso in considerazione e da poco è nota la decisione sull’adottabilità del figlio di Martina.
Si dirà, per un mucchio di buoni motivi – alcuni dei quali ci sono preclusi.

Ho avuto molti tentennamenti su questa vicenda, mutamenti di opinione, esitazioni. Non conosco le perizie psichiatriche di cui la donna e stata oggetto e quindi queste opinioni si mantengono così, aleatorie. Capisco la decisione dell’adottabilità del figlio di Martina Levato pensando a una serie di variabili circostanziali – per le quali, una soluzione diversa sarebbe stata quanto meno complicata, questo devo dire anche per la crisi in cui versano tutte le strutture supportive dei servizi psichiatrici, e il generico arresto che gli operatori constatano nell’impegno del servizio pubblico per tutto quello che riguarda la salute mentale. Le case famiglie vengono smantellate, gli operatori precarizzati, gli straordinari non pagati, sa dio dove andremo a finire, figuriamoci se ci sono le risorse per un affido così complicato, visto che sia per la diagnosi della donna che per gli anni di carcere che sicuramente dovrà scontare, l’affido potrebbe essere l’unica alternativa. A queste perplessità se ne aggiunge una mia, che riguarda la pericolosità della donna. Non posso dire niente di certo a proposito di una persona di cui tutto si sa tranne che quello che può essere veramente importante, ma non mi stupirebbe che si fossero trovati gli estremi per considerarla pericolosa più per la coppia dei genitori affidatari, che per il suo bambino.

Mi rimane il fastidio etico per uno stato patologico trattato più come un’arma che come una diagnosi: non era matta per poterla incriminare ma è talmente matta da toglierle il figlio, e diversamente dalla stragrande maggioranza dei casi, si decide della necessità dell’adozione prima ancora di vedere quanto è matta come madre E non so dire, cosa avrei deciso personalmente. Mi ha colpito la velocità di questo processo e sono perplessa sull’esito di una serie di passaggi – per il quantitativo di informazioni di cui dispongo tutto è andato diversamente da come doveva, a partire dall’imputazione del reato. Per conto mio entrambi gli imputati erano davvero privi della capacità di intendere e di volere e andavano trattati come pazienti psichiatrici gravi ab ovo, per quanto pazienti psichiatrici oggettivamente pericolosi. Loro con il figlio della loro relazione. Il che avrebbe implicato: o il fatto che madre e bambino sarebbero andati in un istituto con degli operatori, o che il figlio sarebbe andato in affido con degli incontri protetti seguendo un itinerario come ce ne sono a centinaia ogni giorno di cui l’opinione pubblica è serenamente all’oscuro. Ma non posso dire molto di più su una vicenda di cui non conosco le carte processuali, e di cui diversi capitoli devono essere ancora scritti. Tuttavia ci sono delle riflessioni che vorrei fare, che riguardano in parte questo caso, ma soprattutto la casistica che evoca, e con coi l’opinione pubblica non si cimenta mai.

Vorrei chiedere ora un po’ di freddezza, di lucidità.
In questo specifico caso sappiamo di una giovane donna che con una diagnosi che sta con un piede nel disturbo di personalità più grave e un piede nella psicosi ha sfregiato delle persone in preda a un delirio. Un delirio che le ha fatto fare dunque un gesto per noi cattivo. Non sappiamo di altri comportamenti sintomatici della ragazza, ma viene da sospettare che – benchè ci fossero non dovevano essere esageratamente eclatanti nella direzione della cattiveria verso l’altro, della mancanza antisociale di empatia, sia perché avremmo saputo di una sua precedente cura psichiatrica e farmacologica che di altre segnalazioni alle forze dell’ordine. Potrebbero esserci questi comportamenti, ma anche no. In ogni caso sappiamo di un delirio e di un gesto conseguente, circoscritto a un’area specifica – quella degli ex partner. Molti pazienti con questo assetto di personalità possono essere -senza terapia farmacologica e senza psicoterapia affiancata genitori piuttosto inadeguati – ma non tutti e non sistematicamente e non sempre allo stesso modo e non meno di altri a cui i figli non vengono tolti affatto. Mi disse uno psichiatra con cui lavoravo, che un buon motivo per cui per esempio il disturbo borderline di personalità non è considerato una diagnosi rilevante ai fini processuali è che è una diagnosi che riguarda una percentuale più che consistente della popolazione criminale. E dunque è pieno di madri che ammazzano e rimangono madri, madri tossiche che rimangono madri, madri che hanno comportamenti disturbati che rimangono madri. Ad alcune i figli vengono tolti perché siano dati a una coppia affidataria. Ad altre neanche. Alcune sono anche madri efficaci. Voglio quindi dire due cose, per la riflessione su casi analoghi a questo: non sempre la psicopatologia grave intacca il materno in maniera ovvia e automatica e in secondo luogo in diverse circostanze un intervento ben congegnato può migliorare la psicopatologia di una madre.
Va ricordato che primi mesi di vita diciamo anzi fino ai primi due tre anni, al bambino serve una competenza affettiva che è più prelogica che logica, una sintonizzazione emotiva sui suoi bisogni, sulle sue richieste un’attivazione immediata. E quello che voglio dire è: sono altri i quadri diagnostici che in primo luogo fanno per questi tre anni una madre inadeguata: l’alcolismo è molto peggio, la tossicodipendenza per esempio, certe forme depressive gravi, e molte psicosi conclamate: perché sono circostanze in cui la madre non è in grado di essere responsiva in prima battuta. Quando quella prima battuta è importantissima. Vitale. Forse i periti hanno avuto gli estremi per stabilire questa inadeguatezza – ma noi, neanche da clinici, non li abbiamo.
In secondo luogo – gli interventi su questo tipo di assetto diagnostico – hanno un potere moderato ma qualcosa possono fare, si sta decidendo della capacità di Martina Levato, giudicandola per come è senza cura – ma nessuno si chiede come potrebbe agire da madre adeguatamente sostenuta da un progetto terapeutico. Quello a cui però non le è stato dato di accedere avendo deciso che non ha una psicopatologia. In questo caso, la contraddizione di un potere giudiziario che sembra un mostro con tante teste che non si parlano tra loro ritorna nel nostro modo di giudicare la vicenda di una persona – il cui crimine è efferato, ma lo è altrettanto ma direi anche di meno, di altri che vengono perpetuati quotidianamente. E’ un crimine psichiatrico – quindi eclatante per sua natura, vuole essere visto vuole attirare attenzione. Una donna che ammazza altre persone fa meno effetto.

L’adozione immediata per il bambino mostra poi altre problematiche riguardanti lo stesso bambino. Chi adotta, o chi lavora con bambini adottati, sa quale tremenda cicatrice sia la separazione dalla madre naturale, e la grandezza materiale in cui si trasforma la consapevolezza di essere genitori adottivi in chi adotta. Soltanto da poco tempo si vanno introducendo buone prassi cliniche per affrontare il grande scoglio dell’adozione – istituto necessario quanto delicato. Ma mi pare che in pochi abbiano idea di quale dramma sia per un individuo sapere di essere stato rifiutato, sapere di essere stato separato, avere un buco simbolico sulla natura della propria origine. Nell’opinione pubblica c’è l’idea per esempio che un bambino immediatamente adottato non abbia i problemi di un bambino adottato più grande. E’ vero: non ha gli stessi, ma ne ha diversi.
Un bambino adottato più grande per esempio esposto a circostanze traumatiche avrà il problema di come quelle circostanze traumatiche incidono sulla sua personalità, avrà dei brutti ricordi da gestire, e il problema di pensarsi per come è stato trattato – non di rado, molto male. Ma ha il vantaggio di avere un ricordo di se dall’inizio, di avere un punto di raccordo con l’inizio dell’adozione, ha una storia personale a cui riferirsi. I figli adottivi che vengono adottati subito e non possono per questioni neurofisiologiche registrare la loro prima infanzia hanno un buco, il quale buco si riempie dell’unico concetto: mia madre mi ha lasciato o mi hanno tolto a mia madre. E forse molte persone non hanno tanto chiaro il potere pervasivo di questo pensiero, il rischio di problematica psichica in cui è messo un bambino. Questo è uno dei motivi per cui alle coppie adottive viene richiesto un surplus di capacità genitoriali che ad altri non è chiesto.

A me sembra che in questa vicenda, così fortemente sollecitante e disturbante, che in qualche modo anche a me ha coinvolto su un piano che trascende la mia normale esperienza professionale, ci si metta tutti molto zelantemente e velocemente nella mitologia della grande madre, buona o maligna, madonna o medea, in una dissolvenza immediata dal ruolo collettivo di proteggere la cittadinanza e in particolare i figli piccoli di quella cittadinanza in soluzione delicate che sappiano tollerare emotivamente le situazioni intermedie, i margini di rischio le difficoltà. Tutti hanno espresso la loro opinione buttandosi sulle estreme – ossia il diritto della madre a tenersi il bambino (pochi) e il fatto che il bambino va tolto alla madre cattiva (molti) la materialità dell’esistenza la fuori è piena invece di soluzioni intermedie reali o possibili, di opzioni che cercano di salvare il possibile al meglio – che sono però emotivamente più costose per noi, ed economicamente più costose per uno Stato che dovrebbe investire sulla salute mentale dei cittadini più di quanto faccia.
E dunque, al di la di questo singolo caso, di fronte a questa paura delle persone a sostenere emotivamente il carico del male nel quotidiano, e il problema di come gestirlo proteggendo più cose possibili, ringrazio il cielo che allo sciacallaggio dell’opinione pubblica arrivi solo una storia ogni tanto.

(ps. un’ultima nota sulle dichiarazioni del pubblico ministero secondo cui l’inadeguatezza della madre alla cura del neonato, sarebbe dimostrata dalla sua ostilità all’adozione. Questa cosa clinicamente non sta nè in cielo nè in terra, e sinceramente mi ricorda le logiche perverse pre 180, quando si chiedeva alle persone di essere contentissima di stare nel manicomio e di meritarselo eh a dimostrazione della propria sanità mentale. )

viaggio ozioso.

Piove la fuori non so da voi – io sono in mezzo alla campagna e a molta acqua – e allora mi viene voglia di fare un giochino letterario, non so come chiamarlo meglio, anche se giochino non è ma forse potrebbe diventarlo.
Perché l’altro giorno mi succedeva questo. Ero in macchina e ascoltavo i Coldplay prima, – gruppo che mi piaceva molto e voci e canzoni che mettono in atto un tipo di sguardo, di esitazione, di sapere cosa si pensa in uno stato di esilità che io, pensavo in macchina, associo a una costellazione atmosferica esclusivamente inglese, e forse inglese di un certo momento storico, di un certo insieme di generazioni. A ruota con i Coldplay mi venivano in mente alcuni romanzi di Martin Amis alcuni passaggi di McEwan, da giovane, certe battute di cinema, certe inquadrature: alcuni passaggi molto amari e umoristici di Trainspotting un paio di scene di Ken Loanch. E da queste isole maggiormente conosciute cercavo di allargarmi, devo dire a tentoni perché non conosco così bene quel mondo – mi appartiene meno di altri. Ma mi divertiva l’idea di aver come individuato una costellazione esistenziale e atmosferica. Un modo di guardare le cose correlato a una certa estetica, che si declina in questo o quel tipo di produzione. Questa prima costellazione che individuavo aveva a che fare con il concetto paradossale della maturazione di una protesta generazionale, della complessificazione del pop. Mary Jane e i Beatles e i concertoni, e gli uffismi di un’adolescenza storica avevano messo al mondo dei figli, e quei figli erano cresciuti. Eticamente solidi, emotivamente disincantati eppure capaci di innamoramenti e sovvertimenti gerarchici. Iconograficamente neccessariamente magri, agili, giovani invecchiati. Honey di McEwan.

A quel punto in macchina ho cercato mentalmente un altro arcipelago atmosferico. Ho ascoltato alcune canzoni di Paolo Conte, e certi scenari irripetibili di provincia italiana, di malinconie collinari, e squallori modesti. Il signore da poco che sposa la puttana, il tinello maron che odora di divorzio e fallimento, e tutta un’epopea sulla dignità poetica della provincia, del dopoguerra, e anche dell’alcolismo, dello stare con un piede nella piccola borghesia e un piede fuori, a disagio ma in una posizione di poetico svantaggio.
L’arcipelago del poetico svantaggio di una certa provincia europea. Seguiva a ruota Simenon – che delle puttane più o meno redente era un aedo, e che pesca anche se spostandosi di qualche centinaio di chilometri in più e qualche decina di gradi di temperatura in meno in una sensibilità estetica cugina, in un’ideologia morale parallela, quelle questioni di giusto e di sbagliato che emergono nei pensieri e negli spareggi delle vite singolari, sperdute perdenti sulla carta. Mi veniva in mente poi un film successivo acutamente francese – il gusto degli altri, storia di un industrialotto molto cafone e molto contiano – che si innamora perdutamente di un’intellettuale. Cercavo poi isolotti poco lontani – per esempio altri film di medesima fattura, addirittura prodromici. Mi sono ricordata di un quadro impressionista – forse padre delle consapevolezze amare di Tolouse Lautrec (parente di arcipelago confinante, ma a e stante, di profili più aspri e colori più forti) L’assenzio di Degas.

Di li allora ci prendevo gusto e non cercavo manco più le musiche di decollo – e andavo a ripescare nella memoria altri arcipelaghi che in passato mi era capitato di esplorare. Non sempre questi arcipelaghi contano su una realistica parentela storico geografica, una reale affiliazione a un mondo concreto. Un altro arcipelago per esempio mi metteva insieme Hugo Pratt e Alvaro Mutis, le cui colonne sonore avrei dovuto studiare ma ho pensato a un disco di De Andrè Creusademà. Estetiche del viaggio, della forza di impatto dei mondi lontani, la dimensione particolare dell’esplorazione che sfiora e tocca il fantastico ma non ci si sovrappone, l’indolente nostalgia dell’assenza di radici. La dimestichezza con l’esotismo, la familiarità magica con le culture lontane, i vestiti colorati, l’alterità a mezzo tra quotidiano e incomprensibile. E anche certo, uccelli colorati, e felci e capelveneri, e chiatte sul fiume e deserti.

E altri altri ce ne sono – non so se ne viene in mente a qualcuno voi, da mettere nei commenti.

Appunti sulla vicenda di Andrea Soldi.

La vicenda del signor Andrea Soldi, avrà probabilmente degli sviluppi – altri articoli di giornale arriveranno, altre informazioni che adesso non abbiamo. Tuttavia sembra essere piuttosto chiara per alcune testimonianze molto attendibili e concordanti – l’ex poliziotto che ha fatto le foto, il volontario che guidava l’ambulanza, che parlano di soffocamento e di brutalizzazione del paziente. L’uomo aveva una diagnosi di schizofrenia, e siccome era recalcitrante alle terapie come spesso accade, era oggetto di trattamento sanitario obbligatorio, richiesto dalla famiglia più che altro per la somministrazione della cura. Nell’ultimo di questi tso, ha avuto la disgrazia di incontrare personale inadeguato al ruolo, che già nella fase di immobilizzazione l’ha soffocato per poi metterlo in ambulanza ammanettato e a pancia sotto violando qualsiasi protocollo di intervento. In queste circostanze è morto. Con il che non è detto, che in un’eventuale processo i responsabili siano considerati responsabili – perché se ci sarà il processo potrebbero essere chiamate in causa le condizioni di salute pregresse del paziente, e il suo stato di obesità che tanto incide sulle problematiche cardiorespiratorie – il signor Soldi pesava 150 chili. Tuttavia, il pensiero che se si fosse svolta una procedura diversa, il signor Soldi sarebbe ancora vivo, non mi abbandona. Così come non mi abbandona l’altro pensiero, quello per cui i pazienti psichiatrici che incorrono nel tso sono all’estremo di una asimmetria che non di rado provoca abusi di potere che all’opinione pubblica non arrivano perché non muore nessuno e che allo stesso tempo rappresentano sfide notevoli per del personale che deve essere preparato. In ogni caso, sulla presenza di quei gravi abusi, dal soffocamento al fatto che il paziente è stato ammanettato e messo a pancia sotto senza la possibilità che venisse soccorso, mi pare che ci sia poco da discutere.

Mi è stato fatto giustamente notare, che questo non è il primo episodio e che alla cronaca arrivano – a ritmo regolare – notizie di tso che finiscono con la morte di quello che doveva essere l’assistito. Per esempio, è il caso di Reisman, paziente psichiatrico ucciso a Trieste con modalità molto simili, i cui assassini vennero poi incriminati. Questa cosa a me scandalizza enormemente, e impressiona emotivamente, sebbene abbia, per motivi professionali, acquisito col tempo un certo pelo sullo stomaco – probabilmente per il fatto che per mia formazione e indole o altro, tendo ad avere un’idea positiva delle forze dell’ordine e a riconoscerne una necessità non solo nell’ordine pubblico, ma diciamo nell’ordine psichico di una collettività. E il poliziotto che uccide, per me è il sintomo di una psicopatologia grave che mi coinvolge in quanto cittadina. Ma simultaneamente, Il TSO è il trattamento sanitario obbligatorio, cioè si tratta di una misura coercitiva nei confronti di chi ha una diagnosi psichiatrica. Avviene dunque quando l’asimmetria di potere tra grande e piccolo arriva al massimo grado. Il paziente psichiatrico che riceve il tso è qualcuno che sta così male da non poter desiderare di star meglio da non poter accedere alle cure, qualcuno a cui magari le cure non fanno bene come vorrebbe. E’ anche qualcuno che è in una tale posizione di debolezza da non riuscire a essere antagonista rispetto al più forte. Se non per brevi duelli. Non si scappa da un tso – tuttalpiù ci si barrica dentro casa. Quando quindi so di queste vicende, avverto la spia emotiva della vigliaccheria e dell’abuso e di una mancata formazione professionale adeguata a gestire situazioni molto complesse – da un punto di vista pratico quanto emotivo. Perché è anche vero, che il TSO riguarda una zona di confine in termini materiali, di rischio concreto, di scacco emotivo, e di confusione simbolica. Quelli che dovevano portare Scalzi in ospedale erano preparati a questo?
Dei vigili urbani?
Dei vigili urbani!

A cosa bisogna essere preparati?
Le patologie psichiatriche gravi, in particolare quelle di area psicotica, sono nella condizione paradossale per cui evocano simultaneamente un grande stare male, e una grande originalità. Una terribile esperienza di solitudine di mancata comunicazione con l’esterno, e una altrettanto grande e determinata scelta di non fruibilità sociale, di non omologazione. La persona psicotica abita un ordine mentale diverso che si serve dei nostri oggetti mentali e quotidiani, avvicinandosi e allontanandosi dal nostro modo di orientarci. Le distanze che mostra di scegliere però sono spesso di importanza vitale, e rispondenti ad esigenze emotive che noi spesso non vediamo. Possono per esempio essere molto disordinate, possono accumulare tante cose che noi pensiamo si debbano buttare, possono vestirsi in modi che giudichiamo incongrui, e fare con molto trasporto discorsi che troviamo insensati. – quelli che in gergo vengono chiamati insalate di parole. E tutte queste cose sono insieme identità e sofferenza, necessità fisiologica e prigione psichica. Entrarci in relazione vuol dire doversi chiedere quanto c’è di libero e quanto di costretto, quanto di rispettabile e quanto di disumanizzato. Queste componenti stanno sempre insieme e gli atteggiamenti unilaterali sono sempre forieri di errore e di comportamenti lesivi per i pazienti. In questo senso sono quasi ugualmente deleterie le anime belle che cianciano di Foucault e di libertà dell’individuo farneticando idiozie contro i farmaci, lavandosi le mani da destini esistenziali che possono essere tragici, e le anime zozze che vedono solo l’obbligo della cura a tutti i costi, colle buone e colle cattive che tanto quello sta male e sappiamo bene cosa bisogna fare per lui. E giù pasticche.

Per questa tensione tra prigione psichica e originalità – per questo opaco uso dei nostri stessi oggetti per cui è difficile capire diciamo in che lingua parla l’altro, la psicosi è quanto di più vicino all’unheimlich si possa immaginare – disorienta, sconvolge, agita. Io stessa mi ricordo del mio primo incontro, con una donna che aveva avuto un tso dopo aver incendiato l’appartamento in cui viveva, dando fuoco a diversi mobili della casa e mettendo se stessa e i vicini in pericolo – e che mi disse, che i suoi mobili – l’avevano violentemente provocata. Io sapevo che, se volevo fare dei colloqui che avessero un senso con lei dovevo entrare e lasciarmi immergere nel suo modo di significare gli oggetti di stare nel discorso. Uscivo da questi colloqui sempre molto frastornata, e ricordavo l’esperienza straniante di desiderare di ricordare il mio nome, e tutte le mie altre generalità anagrafiche – le mie coordinate logiche.
Altrettanto complicato risulta relazionarsi a quelle distanze e scelte a cui noi devolviamo una certa casualità, rispetto all’uso degli oggetti, alle ossessioni e compulsioni protettive. Noi vediamo un uomo per esempio che sta sempre seduto su una panchina e non solo siamo stupefatti, siamo proprio messi in scacco dal fatto che se gli si chiede di spostarsi non lo farà e se quello spostamento dovesse essere necessario per qualche motivo l’uomo potrebbe arrabbiarsi moltissimo, o mettersi per esempio a piangere. Non sarà necessariamente una cosa contro di noi, o almeno non solo, sarà un atto spesso disperato perché quella scelta garantisce un equilibrio. Questa disperazione e questo terrore non conoscono altre priorità e spiegano l’incredibile forza che possono sprigionare questi pazienti quando sono portati via con la forza dal posto dove hanno deciso di stare. Quel calcolo psichico che avviene implicitamente tra due uomini che lottano senza che necessariamente se ne accorgano, non avviene. Per il paziente stare su quella sedia, in quella stanza, in quel mondo ha una vitalità impensabile.

A costo di risultare prolissa, questo attaccamento per noi insolito ai luoghi e alle routine, ragione per cui ci sono operatori nelle case famiglia che possono impiegare ANNI a insegnare a un ragazzo come farsi la colazione da solo, come lavarsi, aiuta a spiegare la resistenza che alcuni di questi pazienti possono avere nei confronti dei farmaci. Il delirio dei pazienti psicotici ha una importante funzione espressiva, omeostatica, è la nostra funzione simbolica senza l’intervento di una coscienza che organizza, e censura, e sogna e ordina e qualifica emotivamente. Il delirio rende il paziente solo, e a volte anche pericoloso per se e per gli altri, ma è di fatto il mondo noto del paziente. I farmaci che tolgono i deliri tolgono il mondo che si frappone tra la persona e gli altri, rendendola accessibile, ma gettano spesso in una condizione di dolore, di spaesamento, di angoscia che voi non avete l’idea. E io devo dirlo, un paziente che non voglia prendere quei farmaci ed essere consegnato alla sua assenza di mondo lo capisco! Cazzo se lo capisco, è una condizione terribile – e in certi casi – quando il tipo di delirio non è particolarmente grave per la convivenza, i clinici decidono di lasciarlo di fornire una farmacoterapia che protegga il sintomo. In altri no perché il paziente riesce a usare la realtà e a farne un uso buono e sano per se. Ma sappiate che quel tipo di paziente è un lottatore, è un eroe, ed è anche qualcuno di più fortunato perché ha delle risorse.
Agli altri rimane la forza con cui difendere quello che sanno.

Credo poi che in certe circostanze, l’incontro con la patologia psichiatrica, non di rado anche con la patologia tout court, metta a confronto con dinamiche interne che riguardano la constatazione oggettiva dell’asimmetria, ed evochino propri fantasmi psichici difficili da sedare, e che si mettono in concorrenza con l’imprevedibilità del comportamento irrazionale – o dell’emozione palese. Credo che questa cosa sia una costante dell’incontro con la psicosi non preparato e credo anche una costante che possa essere esasperata dall’identità di genere, per come almeno attualmente sono strutturate psicologicamente e culturalmente i generi in Italia. Nell’operatore maschio che si avvicina al paziente psicotico, scatta il riconoscimento della forza, della propria posizione di forza, la propria percezione del dominio, e una mancata preparazione fa scattare incontrollati deliri di aggressività, reazioni fuori controllo dovute a questioni personali, a vissuti personali intrecciati però in maniera particolare col genere. Figuriamoci se pensiamo a uomini che non hanno scelto di fare gli infermieri ma le forze dell’ordine.

Dunque, la questione importante per me in questa brutta storia, non è nell’eventuale opportunità del TSO, di questo o di altri o dell’istituto in genere. Di fatto la patologia psichiatrica grave è una terza landa che impone una reazione sociale che è sempre difettosa, approssimativa ma necessaria. Se non lo chiami TSO o lo chiami qualcos’altro se una persona sta tanto male, o fa tanto male non puoi girarti dall’altra parte e lavartene le mani. C’è un nodo esistenziale che puoi cercare di risolvere alla meglio di volta in volta – progetti integrati, rispetto del paziente, soluzione di compromesso – ma da un punto di vista etico avanza sempre una percentuale di avanzo, di zozzura, che è ineliminabile – che è connaturato a quella stessa asimmetria che ci fa orrore dover constatare, ma che esiste e che se tu ti giri dall’altra parte si amplifica e non si riduce – come vorresti. Non possiamo neanche dire granché sulla qualità di questo progetto terapeutico – perché le informazioni di cui disponiamo sono carenti. Io non sono psichiatra, e nella mia pratica professionale quotidiana al momento attuale almeno mi capita molto frequentemente di lavorare con i parenti stretti di questo tipo di pazienti, figli fratelli genitori, meno direttamente con loro. In una situazione deficitaria come quella Italiana, in cui la legge 180 è stata applicata solo per un terzo – ossia per quello che riguarda lo sgravio dello Stato ma non per la parte restante ossia la strutturazione di centri alternativi di sostegno, situazione che sta peggiorando per altro a grandi passi, considerando la crisi economica che investe il sistema sanitario – l’idea di fare un ricovero coatto ogni tanto per la somministrazione di farmaci, non è così malsana, non è così fuori dalla grazia di Dio come qualcuno vorrebbe credere. Può essere una buona soluzione di compromesso – di fronte a circostanze pratiche che non permettono alternative. Il problema riguarda principalmente però chi queste prassi le compie e con quale preparazione.

Sessismo e giocattoli e qualcos’altro.

Qualche giorno fa, una mia amica mi sottoponeva questo articolo chiedendomene un parere. Riguarda l’annosa questione del sessismo nei giochi, e in particolare le ultime proposte della LEGO per quanto riguarda la sua proposta etnografica, diciamo così. Per anni e anni infatti, i bambini hanno giocato con costruzioni e pupazzi che rappresentavano piccoli maschi all’opera: in particolare maschi operai maschi ingegnere maschi capocantiere – ma certo anche maschi contadini e allevatori e i magnifici maschi marinai. Le femmine nel mondo lego sono state sempre sottorappresentate di parecchio. Diciamo con la stessa proporzione in cui erano presenti ne’ i Puffi: ossia una femmina, in quel caso puffetta. Una femmina generica la cui identità è fondamentalmente il fatto di essere femmina. L’articolo riporta che ad oggi Lego ha deciso di introdurre alcune modifiche, che secondo l’autrice non sono sufficienti: c’è una mamma c’è una donnina che accudisce una omino anziano, e ci sono alcune professioniste altamente specializzate. E’ questo il sessismo? Chiedeva allora la mia amica, forse pensando – ma non è altrove? Non ci sono cose più importanti?
Questo tipo di obiezioni capita spesso quando si parla di rappresentazioni di genere e non hanno sempre a che fare con un maschilismo implicito, ma qualche volta con una certa dose di scetticismo in merito al potere dei modelli e delle immagini. La rappresentazione conta meno della realtà, la realtà è fatta di cose materiali come le donne licenziate quando sono incinte, come le donne che non possono accedere a certe carriere, come le donne mobbizzate perché si devono occupare di un disabile in famiglia, e come le donne che devono lavorare a casa e al lavoro perché i soldi servono ma i cessi li pulisci te e certo come le donne picchiate, le donne malmenate le donne lasciate sole da mariti che non si occupano dei bambini.
Su queste questioni io allora ho tre ordini di considerazioni.

1. La prima riguarda il potere delle rappresentazioni. Il mondo rappresentato nei giocattoli ha senza dubbio un ruolo importante perché è una importante rappresentazione del possibile che hanno i bambini, giocando giocano con l’ipotesi di mondo che domani si troveranno ad abitare. Un’imprenditoria culturale veramente forte – in termini di marketing ancor più che in termini di ideologia – è un’imprenditoria capace di inventare un nuovo desiderio di mondo facendo finta che sia un’evoluzione del vecchio, e questo è qualcosa in cui riescono pochi geni di talento. Una buona imprenditoria è quella che però, almeno intercetta la realtà del mondo esistente: nel quale donne che fanno lavori qualsiasi ce ne è assai. Il successo presso i più piccoli di cartoni animati attenti alle tematiche di genere – molti bambini di oggi che vanno alla scuola materna per esempio strepitano letteralmente per la dottoressa pelouche, una bimbetta che aggiusta i giocattoli ispirandosi a sua mamma che è dottore – mi fa pensare che a un bambino piccolo giocare con un contingente di operai costruttori dove ci siano anche delle operaie, non farebbe sto gran problema.
Ritengo quindi la polemica fondata, e anche penso sia necessario come dire parlarne a casa, dire qualcosa ai bambini in proposito – maschi o femmine che siano – perché l’oggetto culturale non vive da solo, ma continua la sua attività ogni volta che è toccato da qualcuno. Non sarà un problema per i bambini far loro notare lo scollamento tra la realtà la fuori e la noiosa pletora di maschi monocromo che maneggiano.

Tuttavia ho anche la sensazione che il potere del giocattolo e delle rappresentazioni soprattutto per l’infanzia sia come esasperato, anche da parte di chi li difende strenuamente, come se fosse oggi l’unico agente responsabile dell’edificazione politica ed identitaria dell’infanzia. Contano molto ma molto di più i rapporti tra i generi che i bambini osservano a casa, le possibilità di identificazione che hanno a disposizione, e anche le aspettative consce o inconsce che gli adulti importanti hanno verso di loro. Per esempio ho sentito dire molto spesso in famiglie piuttosto conservatrici nell’organizzazione dei ruoli di genere, rispetto a una figlia: lei non è fatta per studiare, permettendole una pigrizia, una svogliatezza una resa dinnanzi alla scuola che al figlio maschio sarebbe stata garantita con meno prontezza. I giochi davvero sono una parte minoritaria rispetto a quello che accade in casa, a cosa fanno di se i genitori, che strade aprono ai figli.

Ma c’è un’altra cosa che mi viene da pensare, e che avverto come problema scottante, specie dalla mia angolazione professionale, e riguarda la rappresentazione del materno. Ci troviamo in un dibattito oggi, anche nella sua declinazione nel mondo infantile sui problemi dei giochi e delle rappresentazioni nel gioco, che ha al centro l’incandescente rappresentazione del materno. La difficoltà immane che ha l’Italia con la femminilità e la maternità ci sta portando a un tremendo invecchiamento del paese la cui unica salvezza, in mancanza di altro sembra essere la tanto vituperata immigrazione. Si cominciano a fare figli tardi, spesso non se ne fanno affatto, o se ne fanno pochi. Non esiste una rappresentazione della maternità iscritta nella vita civile. Le mamme rappresentate come lavoranti nel mondo dei giocattoli mi paiono assenti, nel mondo dell’animazione cominciano a comparire, ma sono piuttosto sporadiche. C’è un problema che il femminismo alle volte esaspera piuttosto che risolvere che ha a che fare con la coniugazione della sessualità con il resto dell’identità. Ho la sensazione che questo potere, che nell’infanzia cova come brace sotto la cenere in tutta la sua forza esplosiva, polarizzando i rapporti tra i bambini, venga spesso minimizzato nelle discussioni oppure reso l’unico significativo, ma riesce difficile pensarlo come compenetrante la realtà nel suo violento potere, differenziante. Eppure questa cosa che le bambine sono quelle che domani faranno dei bambini a me sembra importante.
Quello che mi sconvolge è che su cento operai ci sia solo una madre.

Mi fermo qui. Il resto spero nei commenti!

Per le donne nelle discussioni maschiliste.

Ciclicamente la donna più o meno studiata, rupestre o metropolitana , ammogliata, zia nonna o sine prole e discendenza, cozza o fata, carrierista o massaia che sia – si trova a combattere con il passato che non passa, la sinapsi che non si compie, il cervello che non si evolve e tutti i segni di un beato tempo andato che fa la muffa nel cervello di un interlocutore uomo, che qui chiameremo per agio cretino, ma che molto spesso cretino non è – spesso si tratta di qualcuno le cui circostanze culturali e psichiche non aiutano a utilizzare pienamente le risorse di cui dispone e quindi sarebbe meglio chiamarlo – cretino indotto.
L’aggettivo più congruo sarebbe maschilista, perché questo risparmio delle risorse intellettuali si appunta sul modo di vedere le donne, di parlarne, di essere con loro, ma rimane sempre difficile usarlo, perché parte del provincialismo italico, la sua natura contadina di fondo, su cui il boom economico è passato senza lasciare modifiche reali, fa si che quando entra in scena la parola maschilista si pensa che la figura demmerda la debba fare chi la pronuncia piuttosto che chi ne è definito, perché chi la pronuncia e dice – sei un maschilista! parrebbe attaccarsi a valori secondari, cose poco importanti di personcina frustrata o in alternativa molto viziata.
Tutto ciò varia con l’orientamento politico dell’uditorio: infatti se ci si trova in mezzo a maschilisti di destra di solito prevale la teoria della sfiga – la donna denuncia il maschilismo perché non scopa, poveretta, perché è brutterella, perché non si sa tenere un uomo. Se i maschilisti sono di sinistra invece, diranno come prima cosa che la donna che parla di maschilismo è una stronza privilegiata, una che non pensa alle cose importanti della vita quali la pagnotta eh, mentre noi si, che semo gente davero tanto mpegnata.
Ora, siccome in questo post vorrei cercare di mettere insieme alcune regole per entrare in relazione con il maschilismo cercando di non rimanerne annichilite beh: la regola numero uno recita: non menzionare mai il termine, men che mai in prima battuta: non abitiamo in Inghilterra, in Canada, in Germania, in Nord Europa negli USA, e mi sa manco che ne so in Cile. Siamo una sorta di Africa con i quattrini. Non perdiamo di vista la prospettiva terzomondista.

Occorre quindi procedere diciamo in termini nongià di guerra di trincea, frontale ecco, che funziona sempre male, con grande dispendio di morti e feriti, e se proprio ha successo è perché si avvale di grandi numeri – ma in termini diversi più vicini alle saggezze dello spionaggio e della diplomazia internazionale per non dire della psicoanalisi relazionale. Quindi, se la regola numero uno è : NON MENZIONARE IL TERMINE MASCHILISMO, la regola numero due è quando incontri il maschilista, non mostrarti subito scandalizzata e offesa, come meriteresti di essere, non dare segni di uggia ma sorridi scaltra per come dire entrare in una più proficua relazione con l’ambiente. Quando è possibile, e purtroppo è spesso possibile, l’interlocutore maschilista ha delle doti su cui si può fare affidamento: è simpatico per esempio, sveglio, oppure semplicemente irto di senso pratico non di rado può essere una persona buona e piena di buon cuore. Ha delle idee dercà, le quali si intrecciano saldamente alla sua esperienza infantile di mamma a casa, o mamma al lavoro che però si faceva un mazzo a casa, e ha anche spesso e volentieri un suo rapporto col femminile che si intreccia con i suoi modi di fare con le donne. Quindi anziché attaccare subito la questione studia l’interlocutore, sollecitalo, e non farti scoprire giudicante e come è presumibile incazzata come una mina. In alcuni casi è facile, per esempio il maschilismo di certe persone gentili ma né tracotanti né cattive che parlano di eterno femminino per dire, di necessità della galanteria, ma che sono sane e rispettose. Con queste persone si potrà parlare. Più difficile psicologicamente è non voler rifare i connotati a quelli violenti e tracotanti, per cui il sessismo si intreccia non solo a un problema col femminismo, ma anche a una serie di patologie del carattere. In tutti i casi aiuta secondo me attingere al materno. Bisogna sentirsi un po’ mamme di questi e ascoltare pazientemente. Loro saranno contentissimi, e tollereranno volentieri persino l’insopportabile complesso di superiorità che l’archetipo mammo implica, perché è l’unica superiorità che sono disposti a riconoscere alle donne, in Italia in un formato socialmente patologico, e potrebbe funzionare persino con personaggi improbabili come che ne so l’ineffabile Augias a cui qualcuno avrebbe dovuto spiegare che non si qualifica una giornalista scientifica come regazzina.

L’indugiare nella regola numero due aiuta a preparare il terreno ma anche a studiare velocemente dinnanzi a quale sottoclasse di cretino indotto ci troviamo. Una cosa utile da considerare è capire quanto c’è di psicopatologico e quanto invece di culturale. Certi maschilismi sono palesemente funzionali a una nevrosi di alto lignaggio – e non c’è proprio speranza di recupero, in quel caso la cosa migliore davvero è alzare le terga e andarsene, oppure fare delle cose estreme, che cadono in relazioni la cui gravità non può essere inclusa in questo post – per cui l’unica cosa da fare è sporgere denuncia e cavare le gambe. Questo è il caso dei maschilismi che si intrecciano con una vita emotiva fallimentare e con tutta una serie di questioni accessorie di disfunzionalità chiara. Con queste persone sarà inutile tentare un qualsiasi ragionamento perché per loro l’inferiorità delle donne, la loro subalternità è una necessità vitale, una cosa di sopravvivenza. Non potranno permettersi mai di ragionare in nessun modo. Con alcuni di loro può funzionare una psicoterapia. Con altri il gabbio. Con certi, niente. Manco er gabbio. Fate prima a corre via perché dite, devo stenne la lavatrice anche se invece andate a un Rave Party.

Se non siete corse via al rave party, potete tentare una redenzione sociale sempre tenendo a mente l’importante richiamo all’archetipo mammo, partendo dal territorio medesimo della persona con cui parlate, dal suo territorio ideologico e dalle sue necessità primarie. Qui è molto difficile rendere la teoria generale, e fornire degli esempi, perché i campi di applicazione sono infiniti, ma diciamo che ci si dovrebbe attenere alla teoria del vantaggio della seconda sponda. L’argomentazione sessista si fonda sempre su una lettura univoca della realtà con una unica e prevedibile divisione dei vantaggi e degli svantaggi. Ma il maschilismo ha molti svantaggi per l’uomo, e illuminare il quadro offrendo una seconda prospettiva può essere utile, mantenendo la cornice dell’interlocutore. Gli esercizi pratici li potremmo fare anche nei commenti – per esempio spiegare che sei lei lavora ci saranno i soldi per l’affitto, che se lui guarda i figli ne farà dei maschi combattenti e delle femmine sensuali, e gli esempi possono essere infiniti, ma la cosa importantissima è rimanere come dire nella terra dell’altro e non nella posizione di trincea. Perché le modifiche più efficaci accadono dall’interno.

Queste sono le prime cose che mi vengono in mente. Ma se nei commenti qualcuno o qualcuna ha altre strategie vincenti – prego!

Capitan Cocoricò sempre sempre all’erta sto

Nel luglio del 2012 Bruce Sprengsteen era sul palco di Londra a tenere un sicuramente bellissimo concerto che si andava concludendo con un sicuramente emozionante duetto insieme a Paul McCartney. Si teneva ad Hide Park – e mentre la musica vibrava erano in ascolto 40000 appassionati che avevano pagato un biglietto forse dalla cifra impegnativa. Il concerto però fu interrotto bruscamente, perché stava sforando le regole della normativa inglese in merito all’inquinamento acustico e alla quiete pubblica, e il questore di Londra, constatando che il concerto non era terminato e quindi andava violando le regole, aveva tolto la corrente elettrica ai due cantanti.
Questa storia indignò molti appassionati e buona parte dei presenti, qualcuno tipo me, ne fu invece deliziato. Gli sembrò il segno di una democrazia che avrà certamente molti difetti, ma che è capace di tenere in mente certi doveri e certe priorità di fronte alle nuove mitologie, i nuovi panteismi culturali ed economici.
Far rispettare una norma comunale a questo colosso mediatico e finanziario?
In Italia al momento, questa dissacrante flemma democratica ci manca, non siamo diventati abbastanza borghesi, per avvantaggiarci di questa tigna piccolo borghese e quindi – paradossalmente – anarchica.

Questa storia, compresi gli eventuali retroscena che la renderebbero comunque più sfumata e meno eclatante, mi è venuta in mente dinnanzi alle reazioni che leggo a proposito della chiusura del Cocoricò, rinomata discoteca della costiera Romagnola, e in quanto tale gruppo economico di una certa rilevanza nel panorama italiano piuttosto in crisi. La chiusura è stata disposta dal questore a seguito della morte di Lamberto Lucaccioni, sedici anni, avvenuta per un’overdose di ecstasy. Dalla rete è sorta un’addolorata levata di scudi, dai toni piuttosto vibranti, in nome della teoria secondo cui certo, chiudere il locale non è la soluzione del problema, e in maniera pavloviana sono sorte immediatamente le reazioni di adolescenti – comprensibili – dei loro genitori, meno – secondo cui e allora a scola? E allora di vi? E allora di la?
Un mio contatto mi ha riportato  il pensiero del figlio: chiudere il cocoricò per la morte di un tossicodipendente è come chiudere le la fiat perché qualcuno ci ha caricato una puttana sopra.
Perdonatemi se cito a braccio.

Qualsiasi argomentazione cade nella curiosa miscela culturale di un paese in cui l’adolescenzialismo è diventato una linea guida, e la cipputiana devozione ai totem dell’adolescenza perpetuata un segno di ordinanza. Siamo tutti eternamente ragazzini e asserviti agli stracci di mito e di distrazione che ci sono avanzati dai fasti pre crisi. Gli ultimi totem di questo destino sono i concertoni – ricordo Circo Massimo ai Rolling Stones concesso tipo al prezzo di dieci pacchetti di chipsters – e le discotecone. Ma un segno dei nostri tempi culturali è anche la fioritura senza limite di ristoranti e ristorantini a perdita d’occhio. La disoccupazione avanza, le precarizzazione procede, i contratti di lavoro offrono sempre meno speranze di costruire una vera identità separata dalle famiglie di provenienza, e la gente sbattendosi per 1100 euro al mese, rinuncia ad andarsene di casa, e s’ammazza di cenette e canzoncine. Non si fanno figli, non si fa politica.
Ci si ingozza si canticchia e si mette mi piace sulle foto di Arrigoni e dei Gattini.

Donde le nuove forme di agiografia condivisa: bestemmia quanto ti pare, ma non ti azzardare a parlar male del Cocoricò! Chiuderlo poi? MIO DIOOOOOO
Nella velocità con cui la gente ribatte dicendo eh ma non lo risolvi così il problema! Ah ma allora fuori? Si avverte non dico sempre, ma inquietantemente spesso, la dolorosa difesa del circense che insieme alla pagnotta rafferma distoglie lo sguardo dalle ganasce esistenziali in cui alcune generazioni sono ingabbiate e non riescono a muoversi. Nello specifico gli argomenti spaziano da. 1 ci vuole ben altro 2. La droga è ovunque 3. Bisogna liberalizzare la droga 4.che ci entrano le discoteche riguardo quello che vi capita dentro. Lo scatto pavloviano nella difesa del capitalismo della dipendenza – unito alla pigrizia mentale di considerare le variabili in campo prima di farsi un’opinione – fa rimpiangere il vecchio e liso lamento, tipico della sinistra bene che un tempo si utilizzava per quest’ordine di occasioni.
Eh il problema è complesso.

Ma è vero il problema è complesso prima di tutto perché iscritto in questa cornice culturale, la quale tende in certi casi come a volerne smussare i confini, a insabbiarne la rilevanza, a distrarsi o a minimizzare. Persone muoiono di droga, e persone compiono per la droga atti criminali, e persone fanno anche in conseguenza della droga una vita di merda – tuttavia sono accanto ad altre persone che invece la vita di merda ancora non la fanno, o in molti casi non la qualificano come tale né qualificano come atto criminale l’atto illecito che compiono per potersi procurare la droga. Si costella un mondo parallelo che arriva sulla riva della quotidianità solo quando è inarginabile, scarsamente recuperabile, e le persone che ci lavorano sono sempre profondamente estenuate.

Le coste a cui approcciarlo sono molte, e la prima naturalmente per me, che rimango di mestiere psicoterapeuta, riguarda i doveri delle famiglie, la psicodinamica degli individui e la psicologia delle dipendenze – la quale in primo luogo ha a che fare con i soggetti e le i loro genitori, la funzione a cui la dipendenza assolve e che varia da soggetto a soggetto, e che come primo orizzonte ha un orizzonte individuale. E cercherò di fare presto uno psichico post sul funzionamento delle droghe quanto al livello biologico che psicodinamico. Non posso però evitare di constatare come l’uso di sostanze tossiche sia una risposta sintomatica legata a questo contesto storico e culturale, particolarmente incoraggiata dagli intrecci di interessi che certe agenzie hanno con la distribuzione illecita di stupefacenti. Né posso evitare di sottolineare come non sempre la droga è correlata con problematiche psicodinamiche davvero gravi. ma sia una risposta più forte delle nevrosi in cui si ingaggia e che trascina il dipendente in una patologia più grave di quella che connotava la sua matrice psichica originaria. Questo la rende particolarmente pericolosa e sposta l’ordine delle cause sulle variabili contestuali in maniera conistente, perché sostanzialmente no, non è scelta sempre per veicolare impulsi autodistruttivi, anche se questo riguarda una percentuale rilevante die consumatori, e soltanto in parte coinvolge personalità che i clinici definiscono di area borderline. Questo la rende particolarmente pericolosa perché nonostante la carica di distruttività riesce a essere seduttiva nei confronti di chi ha questioni ben più lievi.

Pertanto parte del problema riguarda l’intreccio tra agenzie del divertimento e agenzie delle tossicodipendenza, intreccio che arriva a livelli molto evidenti nelle grandi discoteche, come nelle piccole. Il consumo di droga è funzionale al successo del locale stesso, e viene il sospetto che sia largamente incoraggiato per l’incremento di quel successo. Se la circolazione di stupefacenti è proibita e si dimostra che qualcuno muore in un locale perché vi circolavano degli stupefacenti è giusto che quel locale venga chiuso e che si dispongano delle indagini. Tecnicamente, dovrebbe valere il principio per cui se in un certo spazio pubblico circola una sostanza pericolosa o il titolare avverte le forze dell’ordinde o si deve trovare nella sgradevole circostanza di dover dimostrare di non essere connivente con dei fatti che dimostrano il contrario. C’è da augurarsi che il Cocoricò sia il primo di una serie, e che per timore di essere coinvolti, i buttafuori delle altre discoteche comincino a lavora diversamente, rispetto alla distribuzione di sostanze, anche e forse soprattutto all’esterno del locale. C’è da sperare in una relazione diversa tra agenzie del divertimento e forze dell’ordine.

Fintanto che non si colpiscono questi intrecci, e non si ha il coraggio di fronteggiare ideologicamente l’agiografia del capitalismo della dipendenza, nei suoi rapporti peculiari con l’industria dell’intrattenimento, non riusciremo a muovere una paglia e sarà sempre come mettersi a vuotare il mare a secchiate. Non basterà la legalizzazione delle droghe leggere, e manco l’informazione come caldeggiata da qualcuno, per conoscere un uso corretto delle droghe, anche se questo ordine di provvedimenti avrebbe il merito di un più intelligente inpiego delle forze di contrasto -meno pula per la marja più pula per la cocaina, per dire – ma se la pula deve alzare le mani di fronte a ogni rolex d’oro che fattura l’ira di Dio e come nel caso del Cocoricò ha anche in atto un processo per evasione fiscale cari miei – ma dove vogliamo andare. Non ci sarà mai né l’energia concreta né l’energia politica ma neanche quella puramente psichica, generazionale e diciamo genitoriale, di fronteggiare il problema negli ambiti dove dilaga non per intreccio economico ma per impossibilità di contrasto, come per esempio le scuole e gli altri ambiti del mercato.