Capitan Cocoricò sempre sempre all’erta sto

Nel luglio del 2012 Bruce Sprengsteen era sul palco di Londra a tenere un sicuramente bellissimo concerto che si andava concludendo con un sicuramente emozionante duetto insieme a Paul McCartney. Si teneva ad Hide Park – e mentre la musica vibrava erano in ascolto 40000 appassionati che avevano pagato un biglietto forse dalla cifra impegnativa. Il concerto però fu interrotto bruscamente, perché stava sforando le regole della normativa inglese in merito all’inquinamento acustico e alla quiete pubblica, e il questore di Londra, constatando che il concerto non era terminato e quindi andava violando le regole, aveva tolto la corrente elettrica ai due cantanti.
Questa storia indignò molti appassionati e buona parte dei presenti, qualcuno tipo me, ne fu invece deliziato. Gli sembrò il segno di una democrazia che avrà certamente molti difetti, ma che è capace di tenere in mente certi doveri e certe priorità di fronte alle nuove mitologie, i nuovi panteismi culturali ed economici.
Far rispettare una norma comunale a questo colosso mediatico e finanziario?
In Italia al momento, questa dissacrante flemma democratica ci manca, non siamo diventati abbastanza borghesi, per avvantaggiarci di questa tigna piccolo borghese e quindi – paradossalmente – anarchica.

Questa storia, compresi gli eventuali retroscena che la renderebbero comunque più sfumata e meno eclatante, mi è venuta in mente dinnanzi alle reazioni che leggo a proposito della chiusura del Cocoricò, rinomata discoteca della costiera Romagnola, e in quanto tale gruppo economico di una certa rilevanza nel panorama italiano piuttosto in crisi. La chiusura è stata disposta dal questore a seguito della morte di Lamberto Lucaccioni, sedici anni, avvenuta per un’overdose di ecstasy. Dalla rete è sorta un’addolorata levata di scudi, dai toni piuttosto vibranti, in nome della teoria secondo cui certo, chiudere il locale non è la soluzione del problema, e in maniera pavloviana sono sorte immediatamente le reazioni di adolescenti – comprensibili – dei loro genitori, meno – secondo cui e allora a scola? E allora di vi? E allora di la?
Un mio contatto mi ha riportato  il pensiero del figlio: chiudere il cocoricò per la morte di un tossicodipendente è come chiudere le la fiat perché qualcuno ci ha caricato una puttana sopra.
Perdonatemi se cito a braccio.

Qualsiasi argomentazione cade nella curiosa miscela culturale di un paese in cui l’adolescenzialismo è diventato una linea guida, e la cipputiana devozione ai totem dell’adolescenza perpetuata un segno di ordinanza. Siamo tutti eternamente ragazzini e asserviti agli stracci di mito e di distrazione che ci sono avanzati dai fasti pre crisi. Gli ultimi totem di questo destino sono i concertoni – ricordo Circo Massimo ai Rolling Stones concesso tipo al prezzo di dieci pacchetti di chipsters – e le discotecone. Ma un segno dei nostri tempi culturali è anche la fioritura senza limite di ristoranti e ristorantini a perdita d’occhio. La disoccupazione avanza, le precarizzazione procede, i contratti di lavoro offrono sempre meno speranze di costruire una vera identità separata dalle famiglie di provenienza, e la gente sbattendosi per 1100 euro al mese, rinuncia ad andarsene di casa, e s’ammazza di cenette e canzoncine. Non si fanno figli, non si fa politica.
Ci si ingozza si canticchia e si mette mi piace sulle foto di Arrigoni e dei Gattini.

Donde le nuove forme di agiografia condivisa: bestemmia quanto ti pare, ma non ti azzardare a parlar male del Cocoricò! Chiuderlo poi? MIO DIOOOOOO
Nella velocità con cui la gente ribatte dicendo eh ma non lo risolvi così il problema! Ah ma allora fuori? Si avverte non dico sempre, ma inquietantemente spesso, la dolorosa difesa del circense che insieme alla pagnotta rafferma distoglie lo sguardo dalle ganasce esistenziali in cui alcune generazioni sono ingabbiate e non riescono a muoversi. Nello specifico gli argomenti spaziano da. 1 ci vuole ben altro 2. La droga è ovunque 3. Bisogna liberalizzare la droga 4.che ci entrano le discoteche riguardo quello che vi capita dentro. Lo scatto pavloviano nella difesa del capitalismo della dipendenza – unito alla pigrizia mentale di considerare le variabili in campo prima di farsi un’opinione – fa rimpiangere il vecchio e liso lamento, tipico della sinistra bene che un tempo si utilizzava per quest’ordine di occasioni.
Eh il problema è complesso.

Ma è vero il problema è complesso prima di tutto perché iscritto in questa cornice culturale, la quale tende in certi casi come a volerne smussare i confini, a insabbiarne la rilevanza, a distrarsi o a minimizzare. Persone muoiono di droga, e persone compiono per la droga atti criminali, e persone fanno anche in conseguenza della droga una vita di merda – tuttavia sono accanto ad altre persone che invece la vita di merda ancora non la fanno, o in molti casi non la qualificano come tale né qualificano come atto criminale l’atto illecito che compiono per potersi procurare la droga. Si costella un mondo parallelo che arriva sulla riva della quotidianità solo quando è inarginabile, scarsamente recuperabile, e le persone che ci lavorano sono sempre profondamente estenuate.

Le coste a cui approcciarlo sono molte, e la prima naturalmente per me, che rimango di mestiere psicoterapeuta, riguarda i doveri delle famiglie, la psicodinamica degli individui e la psicologia delle dipendenze – la quale in primo luogo ha a che fare con i soggetti e le i loro genitori, la funzione a cui la dipendenza assolve e che varia da soggetto a soggetto, e che come primo orizzonte ha un orizzonte individuale. E cercherò di fare presto uno psichico post sul funzionamento delle droghe quanto al livello biologico che psicodinamico. Non posso però evitare di constatare come l’uso di sostanze tossiche sia una risposta sintomatica legata a questo contesto storico e culturale, particolarmente incoraggiata dagli intrecci di interessi che certe agenzie hanno con la distribuzione illecita di stupefacenti. Né posso evitare di sottolineare come non sempre la droga è correlata con problematiche psicodinamiche davvero gravi. ma sia una risposta più forte delle nevrosi in cui si ingaggia e che trascina il dipendente in una patologia più grave di quella che connotava la sua matrice psichica originaria. Questo la rende particolarmente pericolosa e sposta l’ordine delle cause sulle variabili contestuali in maniera conistente, perché sostanzialmente no, non è scelta sempre per veicolare impulsi autodistruttivi, anche se questo riguarda una percentuale rilevante die consumatori, e soltanto in parte coinvolge personalità che i clinici definiscono di area borderline. Questo la rende particolarmente pericolosa perché nonostante la carica di distruttività riesce a essere seduttiva nei confronti di chi ha questioni ben più lievi.

Pertanto parte del problema riguarda l’intreccio tra agenzie del divertimento e agenzie delle tossicodipendenza, intreccio che arriva a livelli molto evidenti nelle grandi discoteche, come nelle piccole. Il consumo di droga è funzionale al successo del locale stesso, e viene il sospetto che sia largamente incoraggiato per l’incremento di quel successo. Se la circolazione di stupefacenti è proibita e si dimostra che qualcuno muore in un locale perché vi circolavano degli stupefacenti è giusto che quel locale venga chiuso e che si dispongano delle indagini. Tecnicamente, dovrebbe valere il principio per cui se in un certo spazio pubblico circola una sostanza pericolosa o il titolare avverte le forze dell’ordinde o si deve trovare nella sgradevole circostanza di dover dimostrare di non essere connivente con dei fatti che dimostrano il contrario. C’è da augurarsi che il Cocoricò sia il primo di una serie, e che per timore di essere coinvolti, i buttafuori delle altre discoteche comincino a lavora diversamente, rispetto alla distribuzione di sostanze, anche e forse soprattutto all’esterno del locale. C’è da sperare in una relazione diversa tra agenzie del divertimento e forze dell’ordine.

Fintanto che non si colpiscono questi intrecci, e non si ha il coraggio di fronteggiare ideologicamente l’agiografia del capitalismo della dipendenza, nei suoi rapporti peculiari con l’industria dell’intrattenimento, non riusciremo a muovere una paglia e sarà sempre come mettersi a vuotare il mare a secchiate. Non basterà la legalizzazione delle droghe leggere, e manco l’informazione come caldeggiata da qualcuno, per conoscere un uso corretto delle droghe, anche se questo ordine di provvedimenti avrebbe il merito di un più intelligente inpiego delle forze di contrasto -meno pula per la marja più pula per la cocaina, per dire – ma se la pula deve alzare le mani di fronte a ogni rolex d’oro che fattura l’ira di Dio e come nel caso del Cocoricò ha anche in atto un processo per evasione fiscale cari miei – ma dove vogliamo andare. Non ci sarà mai né l’energia concreta né l’energia politica ma neanche quella puramente psichica, generazionale e diciamo genitoriale, di fronteggiare il problema negli ambiti dove dilaga non per intreccio economico ma per impossibilità di contrasto, come per esempio le scuole e gli altri ambiti del mercato.

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16 pensieri su “Capitan Cocoricò sempre sempre all’erta sto

  1. In queste discussioni sui social, l ‘equivalente digitale di quelle al bar, sulla bontà o meno degli interventi dello stato, discussioni che sono comunque connotate da argomentazioni politiche e ideologiche, ci trovo sempre i meccanismi, gli stratagemmi, descitti da Schopenhauer nel suo famoso libretto sull’arte di aver ragione.
    Ad esempio si sposta sempre il punto iniziale del discutere e si finisce di parlare di altro rispetto al tema della discussione.
    Emblematica la lamentazione finale del commentatore di sinistra con ideologia tendente al marxismo da vecchio pci: “Eh, ma così 200 persone perdono il lavoro!”.
    C’è poco da fare, quando si interpella una folla è impossibile stare sul punto e fare un ragionamento corretto, che possa essere considerato giusto o sbagliato. Come si dice oggi: si va sempère OT.

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  2. Che si debba chiudere un locale, qualsiasi locale, dove si commettono delle irregolarità o dei reati davanti agli occhi consenzienti o quantomeno chiusi di chi dovrebbe vigilare perché ciò non avvenga è giusto, è inevitabile. Che questo serva risolvere il problema dei ragazzi che si drogano con tanta facilità è un altro discorso. Ci sarebbe da auspicare che i controlli e le conseguenti multe o chiusure non avvengano soltanto dopo che un ragazzo muore, ma che siano più frequenti e metodici e costanti.

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  3. La questione riguarda però anche il ruolo che un gestore pubblico può avere nei confronti di questi eventi. Deve controllare il possesso di sostanze stupefacenti dei suoi avventori? Deve monitorare anche all’esterno del locale? E per quanti metri intorno? Cosa deve fare quando vede un avventore alterato? Chiamare la polizia? E la polizia arriva in loco per un ragazzo un po’ sballato? E’ un reato? Dovrebbe far intervenire le forze dell’ordine se scopre uno spacciatore in azione all’interno, questo sì. Ma non credo sia in grado di prendersi cura della salute degli avventori. E’ un ruolo di cui non si può far carico. Se poi il fastidio viene dall’orologio d’oro o da processi per evasione fiscale, credo che questa è un’altra storia.

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  4. piccola osservazione: ho riportato soltanto il link postato da mio figlio, era solo uno dei tanti apparsi in rete, a favore o contro la chiusura del locale ( per la cronaca io sono a favore di questa ordinanza). L’entusiasmo non so dove lo hai visto e mi farebbe piacere se togliessi questa parola: Grazie.

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  5. Il punto saliente della vicenda non è la chiusura per irregolarità fiscali o di altro tipo del locale (la classica pezza a cui si sono attaccati), ma la sua chiusura dopo la morte del ragazzino. Quindi la parte sul confronto tra noi e gli altri paesi, secondo me, è decentrata rispetto al focus. Ma assumendo il fatto di cronaca che ha portato alla chiusura come movente, è evidente la sua assoluta non rispondenza a criteri logici (non esiste discoteca in cui non ci si droghi e si beva, quindi o fai un decreto che le chiude tutte, o stai facendo propaganda). Stabilito che l’orizzonte di riferimento è la propaganda antiproibizionista, esistono diversi studi sociologici, psicologici ed epidemiologici che dimostrano la totale inefficacia del proibizionismo (utile solo per racimolare voti di un certo tipo di elettorato). Quindi la risposta della chiusura del Cocorico non è certo alla domanda “come ridurre l’incidenza dei decessi da assunzione incontrollata di droga”, quanto piuttosto “cosa posso fare per dare l’immagine che mi sto prontamente occupando del problema, in modo eclatante? “.
    Un discorso sulla prevenzione dei decessi da droga (infinitamente inferiori a quelli per abuso etilico, per inciso) deve necessariamente partire da una politica antiproibizionista e di riduzione del danno, accompagnata a campagne di informazione.

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  6. Mi stá bene che abbiano chiuso un divertimentificio per spaccio…certo, é un po’ come per i ciclisti, che ne becchi uno per doping e ne rispuntano 52, peró é un segnale per i gestori “occhio ragazzi che non si scherza”.
    Peró mi piacerebbe tanto che provvedimenti simili si prendessero anche per i casi di avvelenamento da alcool, soprattutto se un minore va in coma etilico, visto che la vendita ai minori é vietata. (avevo commentato su FB poi mi sono accorta, Francesca)

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  7. Hai ragionissima quando dici che questa società e’ vittima dell’adolescenzialismo ed i genitori sono troppo presi essi medesimi dal rimanere adolescenti che non ce la fanno ad occuparsi dei figli , che adolescenti lo sono per davvero.
    Chiudere il Cocorico’ e’stata scrlta saggia per ” revisionare” la macchina( e sfido chiunque ci lavorasse a dire che non sapeva)e anche per ” non dimenticare” in un mondo virtuale e non dive ci fotte la velocità degli accadimenti e dove la morte ad es. del ragazzo precipitato per una bravata e’ già passato in cavalleria senza aver avuto il tempo di parlarne in casa e di metabolizzarlo.
    Ps. In questo caso anziché mettere mi piace sotto la foto di Arrigoni( ;)lancio mio figlio in campo 4 volte a settimana più partite. Sperando che il tempo occupato ad occuparmene non lo debba passare un domani piangendo per un figlio perso…,

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  8. personalmente detesto discoteche e divertimentifici. detesto quello che c’è a monte.
    come detesto gli stadi e quello che ci succede ogni domenica (e non solo, mi dicono che ormai è quasi quotidiana la cosa), ma ovviamente di chiudere quelli non se ne parla nemmeno.
    e forse ha un senso, perché le chiusure spostano fisicamente un problema che rimane.
    allora, come per il calcio io vorrei rendere responsabili, a loro spese, le squadre, altrettanto vorrei che in questi luoghi, a loro spese, venisse attivato un servizio d’ordine capillare con telecamere e controlli continui. che ci fosse un presidio all’ingresso e interno che spieghi ai ragazzi come sopravvivere allo sballo, se non ne possono fare a meno.
    nella loro lingua, nei loro modi. senza moralismi perché non è quello il luogo e poi sono notoriamente controproducenti a quel punto.
    perché se chiudi un posto, ce ne sono altri. e se son chiusi tutti ci sono i rave. e se reprimi i rave ci sono le strade.
    perché l’unico modo è parlarne, e spiegare, e continuare a parlarne e spiegare.
    ma prima.
    perché a sedici anni, facciamocene tutti una ragione, è troppo tardi.

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  9. (p.s., scusami e non bannarmi, ho dimenticato: il concerto in hyde park fu stoppato per le proteste dei residenti. gente che il rolex non ce l’ha perché lo considera becero. loro, patek philippe.)

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  10. Dunque grazie a tutti per i commenti.
    La decisione della chiusura del Cocoricò è del questore. Riguarda una decisione prima di tutto circoscritta all’amministrazione di zona. E potrebbe essere l’inizio di una politica che porterebbe il questore, a rivolgersi ad Alfano per cambiare una normativa antiquata in merito e che non considera la necessità di quei controlli più dettagliati che tutti desideriamo. Sia che abbiamo il rolex che se non lo abbiamo – Gea il pubblico è pubblico per tutti. Quindi almeno io non voglio qualificare un atto simbolico, o una decisione semplicemente come propaganda perchè cade nella cornice di un governo che non mi piace. L’antiproibizionismo che anche io appoggio nei limiti di certe droghe e certi quantitativi come è di fatto nei paesi in cui funziona di più non riguarda tutte le droghe e non si basa (Marò Marco quanto sei materno 🙂 ) esclusivamente sulla riduzione del danno dell’uso di droghe e la possibilità di recupero e di informazione, ma anche su un intelligente uso delle risorse umane in polizia per quel che riguarda la sanzione su droghe pesanti. Non è che tutto materno, c’è anche un po’ di principio paterno a sto mondo eh.
    Nè credo che i problemi posti da Nicoletta sia irrisolvibili, te Nicolè non te preoccupà che se per spaccio rischiano la chiusura del locale, hai da vede come si attivano per i controlli, come tutto diventa più facile.
    E in generale io non credo che la spiegazia genitoriale e tutte le buone pratiche intrafamiliari possano risolvere completamente qualsiasi problema. E forse una parte di me ha anche un problema che prescinde dal salvare le creature, e che concerne nel desiderio di sanzionare chi è complice di un crimine e di una violenza. Che pare che sticazzi che more un regazzino in un locale per lo schifo che circola nel locale.

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  11. Il problema non è essere materni. Il problema è vedere le cose per quello che sono e non per i filtri che noi appiccichiamo loro addosso 🙂 che nelle discoteche ci si droghi, è un segreto di pulcinella. Se l’obiettivo è quello di dire: “Stop alla droga nelle discoteche”, fai un’operazione su larga scala e le chiudi tutte. Ma è evidente che in questa vicenda l’unico obiettivo perseguito è la propaganda. Evidentemente leggiamo la vicenda proprio da angolazioni differenti. Che poi si possa fare un discorso sul ruolo normativo della legge (un post molto lacaniano, Costanza 🙂 ), certo che si può fare, ma non credo a partire da questa vicenda.

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  12. Il fatto che è un segreto di pulcinella è il punto del mio post. Se si comincia a sanzionare un atto palese, per me è cosa buona e giusta, se si allargasse ad altre discoteche per me sarebbe un buon inizio un buon provvedimento da far cominciare insieme ad altri. Mi sembra semplicistico e anche un po’ – perdonami ma non riesco a trovare termine più diplomatico – qualunquista definire propagandistico un provvedimento per il semplice fatto che al momento è isolato. E’ una strumentalizzazione politica, ma non un giudizio su quella politica, parte da una presunzione di malafede che non so se hai gli estremi per poter sostenere. In Italia gli atti rimangono spesso isolati per la difficoltà immane, tra burocrazie interessi e giochi di potere a replicarli e a portarli avanti. Vedremo cosa ne seguirà, ma bisognerebbe anche seguire da vicino anche i tentavi proposti e che non dovessero avere seguito.

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  13. Che bel post e che dibattito interessante. Mi viene da aggiungere una sola considerazione, per la mia generazione, attuali sessantenni, l’avvicinamento e la frequentazione delle sostanze proibite , alcool e tabacco, era un ” riconoscimento” o richiesta di essere considerati adulti e fuori dall’adolescenza ( categoria comunque invantata dopo) Fumare in casa e bere vino a tavola significava anche responsabilità conseguente.
    Nell’odierno, da decenni oramai, l’uso e consumo di sostanze ti incatena all’adolescenza e perpetua questa fase di non responsabilità all’infinito.

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  14. “non sempre la droga è correlata con problematiche psicodinamiche davvero gravi. ma sia una risposta più forte delle nevrosi in cui si ingaggia e che trascina il dipendente in una patologia più grave di quella che connotava la sua matrice psichica originaria.” Finalmente parole sensate sul consumo di stupefacenti. Inoltre, sulla chiusura della discoteca: qualsiasi esercizio pubblico, anche un bar tabacchi, dove avvengano illeciti, dallo spaccio, alla rissa, al gioco d’azzardo, viene chiuso per periodi variabili dal questore. Il titolare è responsabile di ciò che avviene all’interno e di chi lo frequenta. Punto.

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