Per le donne nelle discussioni maschiliste.

Ciclicamente la donna più o meno studiata, rupestre o metropolitana , ammogliata, zia nonna o sine prole e discendenza, cozza o fata, carrierista o massaia che sia – si trova a combattere con il passato che non passa, la sinapsi che non si compie, il cervello che non si evolve e tutti i segni di un beato tempo andato che fa la muffa nel cervello di un interlocutore uomo, che qui chiameremo per agio cretino, ma che molto spesso cretino non è – spesso si tratta di qualcuno le cui circostanze culturali e psichiche non aiutano a utilizzare pienamente le risorse di cui dispone e quindi sarebbe meglio chiamarlo – cretino indotto.
L’aggettivo più congruo sarebbe maschilista, perché questo risparmio delle risorse intellettuali si appunta sul modo di vedere le donne, di parlarne, di essere con loro, ma rimane sempre difficile usarlo, perché parte del provincialismo italico, la sua natura contadina di fondo, su cui il boom economico è passato senza lasciare modifiche reali, fa si che quando entra in scena la parola maschilista si pensa che la figura demmerda la debba fare chi la pronuncia piuttosto che chi ne è definito, perché chi la pronuncia e dice – sei un maschilista! parrebbe attaccarsi a valori secondari, cose poco importanti di personcina frustrata o in alternativa molto viziata.
Tutto ciò varia con l’orientamento politico dell’uditorio: infatti se ci si trova in mezzo a maschilisti di destra di solito prevale la teoria della sfiga – la donna denuncia il maschilismo perché non scopa, poveretta, perché è brutterella, perché non si sa tenere un uomo. Se i maschilisti sono di sinistra invece, diranno come prima cosa che la donna che parla di maschilismo è una stronza privilegiata, una che non pensa alle cose importanti della vita quali la pagnotta eh, mentre noi si, che semo gente davero tanto mpegnata.
Ora, siccome in questo post vorrei cercare di mettere insieme alcune regole per entrare in relazione con il maschilismo cercando di non rimanerne annichilite beh: la regola numero uno recita: non menzionare mai il termine, men che mai in prima battuta: non abitiamo in Inghilterra, in Canada, in Germania, in Nord Europa negli USA, e mi sa manco che ne so in Cile. Siamo una sorta di Africa con i quattrini. Non perdiamo di vista la prospettiva terzomondista.

Occorre quindi procedere diciamo in termini nongià di guerra di trincea, frontale ecco, che funziona sempre male, con grande dispendio di morti e feriti, e se proprio ha successo è perché si avvale di grandi numeri – ma in termini diversi più vicini alle saggezze dello spionaggio e della diplomazia internazionale per non dire della psicoanalisi relazionale. Quindi, se la regola numero uno è : NON MENZIONARE IL TERMINE MASCHILISMO, la regola numero due è quando incontri il maschilista, non mostrarti subito scandalizzata e offesa, come meriteresti di essere, non dare segni di uggia ma sorridi scaltra per come dire entrare in una più proficua relazione con l’ambiente. Quando è possibile, e purtroppo è spesso possibile, l’interlocutore maschilista ha delle doti su cui si può fare affidamento: è simpatico per esempio, sveglio, oppure semplicemente irto di senso pratico non di rado può essere una persona buona e piena di buon cuore. Ha delle idee dercà, le quali si intrecciano saldamente alla sua esperienza infantile di mamma a casa, o mamma al lavoro che però si faceva un mazzo a casa, e ha anche spesso e volentieri un suo rapporto col femminile che si intreccia con i suoi modi di fare con le donne. Quindi anziché attaccare subito la questione studia l’interlocutore, sollecitalo, e non farti scoprire giudicante e come è presumibile incazzata come una mina. In alcuni casi è facile, per esempio il maschilismo di certe persone gentili ma né tracotanti né cattive che parlano di eterno femminino per dire, di necessità della galanteria, ma che sono sane e rispettose. Con queste persone si potrà parlare. Più difficile psicologicamente è non voler rifare i connotati a quelli violenti e tracotanti, per cui il sessismo si intreccia non solo a un problema col femminismo, ma anche a una serie di patologie del carattere. In tutti i casi aiuta secondo me attingere al materno. Bisogna sentirsi un po’ mamme di questi e ascoltare pazientemente. Loro saranno contentissimi, e tollereranno volentieri persino l’insopportabile complesso di superiorità che l’archetipo mammo implica, perché è l’unica superiorità che sono disposti a riconoscere alle donne, in Italia in un formato socialmente patologico, e potrebbe funzionare persino con personaggi improbabili come che ne so l’ineffabile Augias a cui qualcuno avrebbe dovuto spiegare che non si qualifica una giornalista scientifica come regazzina.

L’indugiare nella regola numero due aiuta a preparare il terreno ma anche a studiare velocemente dinnanzi a quale sottoclasse di cretino indotto ci troviamo. Una cosa utile da considerare è capire quanto c’è di psicopatologico e quanto invece di culturale. Certi maschilismi sono palesemente funzionali a una nevrosi di alto lignaggio – e non c’è proprio speranza di recupero, in quel caso la cosa migliore davvero è alzare le terga e andarsene, oppure fare delle cose estreme, che cadono in relazioni la cui gravità non può essere inclusa in questo post – per cui l’unica cosa da fare è sporgere denuncia e cavare le gambe. Questo è il caso dei maschilismi che si intrecciano con una vita emotiva fallimentare e con tutta una serie di questioni accessorie di disfunzionalità chiara. Con queste persone sarà inutile tentare un qualsiasi ragionamento perché per loro l’inferiorità delle donne, la loro subalternità è una necessità vitale, una cosa di sopravvivenza. Non potranno permettersi mai di ragionare in nessun modo. Con alcuni di loro può funzionare una psicoterapia. Con altri il gabbio. Con certi, niente. Manco er gabbio. Fate prima a corre via perché dite, devo stenne la lavatrice anche se invece andate a un Rave Party.

Se non siete corse via al rave party, potete tentare una redenzione sociale sempre tenendo a mente l’importante richiamo all’archetipo mammo, partendo dal territorio medesimo della persona con cui parlate, dal suo territorio ideologico e dalle sue necessità primarie. Qui è molto difficile rendere la teoria generale, e fornire degli esempi, perché i campi di applicazione sono infiniti, ma diciamo che ci si dovrebbe attenere alla teoria del vantaggio della seconda sponda. L’argomentazione sessista si fonda sempre su una lettura univoca della realtà con una unica e prevedibile divisione dei vantaggi e degli svantaggi. Ma il maschilismo ha molti svantaggi per l’uomo, e illuminare il quadro offrendo una seconda prospettiva può essere utile, mantenendo la cornice dell’interlocutore. Gli esercizi pratici li potremmo fare anche nei commenti – per esempio spiegare che sei lei lavora ci saranno i soldi per l’affitto, che se lui guarda i figli ne farà dei maschi combattenti e delle femmine sensuali, e gli esempi possono essere infiniti, ma la cosa importantissima è rimanere come dire nella terra dell’altro e non nella posizione di trincea. Perché le modifiche più efficaci accadono dall’interno.

Queste sono le prime cose che mi vengono in mente. Ma se nei commenti qualcuno o qualcuna ha altre strategie vincenti – prego!

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12 pensieri su “Per le donne nelle discussioni maschiliste.

  1. Grazie, interessante e anche molto azzeccato nella descrizione del cretino. Io però di figli piccoli ne ho già due, di pazienza ne ho sempre avuta molto poca, con che spirito di martirio dovrei tentare di discernere la cretineria altrui e poi tentare di redimerne i peccati mortali? Cosa devo espiare? A me servirebbe un qualcosa di pratico, un frasario inattaccabile botta e risposta al fulmicotone, sul genere di
    -no ma sai a casa mia faceva tutto la mamma
    -esatto, t’ha fatto pure le mani: usale per qualcosa che non sia pigiare i tasti del telecomando alza il culo e datti una mossa

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  2. Cara Costanza, l’unica teoria che conosco nei confronti del maschilista che hai descritto come patologico, è la teoria della pertica, nel senso di tenerlo lontano con una pertica, mia madre mi ha insegnato così e finora ha funzionato. Alle figlie poi ho raccontato la storia della topolina che, trovato un fiocco, se lo mise e diventò la più bella di tutte, ma ahimè, tra tanti tantissimi pretendenti, scelse il gatto che se la mangiò. Questo per dire che non basta essere, belle, istruite, indipendenti, bisogna soprattutto stare attente a non farsi incantare dal gatto

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  3. Personalmente, tendo a guardarlo dritto dritto negli occhi, con uno sorriso smagliante, e gli dico: sei un bluff! In genere, crollano, balbettano e si scusano pure, diventando mielosi da botta diabetica. Ed è in quel momento, nella loro totale nudità repellente, che giro le spalle e li lascio parlare da soli.

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  4. Bel post. Tu scrivi “perché parte del provincialismo italico, la sua natura contadina di fondo, su cui il boom economico è passato senza lasciare modifiche reali” hai una bibliografia di riferimento su questo punto specifico? Perché – scusa se il tono dovesse risultare polemico, non è mia intenzione – a tonnnellate di storici maschi e femmine e di antropologi e antropologhe risulta il contrario. Il resto è una bellezza. A titolo strettamente personale, preferisco la fuga a fronte anche del maschilista più tenero.

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  5. Tema molto spinoso, per me, perché lavoro in un ambiente maschile e secondo me anche maschilista e non ho ancora trovato un modo di gestire la questione che mi soddisfi del tutto. Avances, battute, paternalismi, apprezzamenti o al contrario commenti negativi sull’aspetto fisico – pare che quando si tratta di una donna gli uomini facciano molta fatica a guardare al di là dell’epidermide. Ho sentito anche molto forte, in alcuni, l’aggressività schiacciante, del tipo “tu ti credi pari ma ora ti faccio vedere io chi comanda”. Poi, nel tempo, un po’ di rispetto credo di essermelo guadagnato, ma io l’ho trovato e lo trovo faticoso, anche perché ho le mie insicurezze e timidezze e non assomiglio allo stereotipo della “donna in carriera” agguerrita e determinata. Mi chiedo: anche in un contesto come il lavoro consiglieresti l’approccio “mammo”?

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  6. Purtroppo lanciare bombe a mano è ancora considerato un segno di maleducazione, a differenza di tutte quelle altre stronzate non meno deflagranti che le mie (e le di tanti) nobili orecchie debbono ascoltare con ieratico distacco come se fosse un’esperienza meno violenta.
    Ma qualcosa sul maschilismo delle donne? Perché, per quanto mi riguarda, quello di cui ho avuto esperienza diretta è stato proprio quello. E per quello – parlo per me – non ho trovato nè una tecnica di attacco nè di difesa, e mi ha pure fatto un po’ paura.

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  7. Grazie a tutti per i commenti.
    Credo che la situazione descritta da Giulia sia quella più complicata e difficile da gestire, spesso si combatte con circostanze in cui il maschilismo è una prassi, una cosa sottile che impone gerarchie difficili da abbattere, perchè non passano dai discorsi ma dai comportamenti. Quel tipo di situazioni merita un post diverso, con altri toni e una riflessione condivisa. Magari presto faccio anche quello. Intanto – solidarietà.

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  8. Caso un po’ diverso, ma abbastanza comune nella mia fascia d’età (quella dei ventenni, per capirci) è il ragazzo non maschilista sul piano della prassi che però quando si tratta della teoria ti dice cose come: per me il patriarcato è morto, e l’unico a tenerlo in vita sono le femministe; Costanza Miriano a me piace su molte cose, e ha ragione quando ti porta le classifiche norvegesi che mostrano che anche lì le donne vogliano fare le infermiere e le maestre e non le scienziate; prima bene o male c’era un ordine e una divisione dei ruoli, ora questo ordine è morto e la fluidità che ne deriva ha lasciato uno spaesamento totale che è quello che vedo nei miei coetanei. Tenendo presente che la persona in questione è molto in gamba, tutt’altro che poco istruita e molto affettuosa e dolce, in questi casi come si fa a controbattere?

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      • all’idea che il patriarcato non ci sia da un pezzo, il maschilismo neppure, e sia tutta una reviviscenza voluta dalle femministe. Il fatto è che molti (e non necessariamente affezionati al patriarcato) proprio non vedono una discriminazione. Spesso sono quelli più istruiti, che vivono nelle grandi città e hanno comportamenti progressisti. Ma per loro l’emancipazione femminile è bella che conclusa, e anzi le donne sono pari se non privilegiate.

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  9. lo spaesamento di cui parla S. è un argomento molto vecchio per me che ormai sono vicina ai sessanta.
    Ma per crescere certi spaesamenti sono salutari, caro S.
    Riguardo la Miriano, io non la conosco, dunque non so se è dolce e affettuosa e in gamba; di sicuro mi pare una furbacchiona, e a me personalmente, al di là dei concetti che esprime e che non condivido per niente, soprattutto risulta non autentica, quindi non credibile.

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