Appunti sulla vicenda di Andrea Soldi.

La vicenda del signor Andrea Soldi, avrà probabilmente degli sviluppi – altri articoli di giornale arriveranno, altre informazioni che adesso non abbiamo. Tuttavia sembra essere piuttosto chiara per alcune testimonianze molto attendibili e concordanti – l’ex poliziotto che ha fatto le foto, il volontario che guidava l’ambulanza, che parlano di soffocamento e di brutalizzazione del paziente. L’uomo aveva una diagnosi di schizofrenia, e siccome era recalcitrante alle terapie come spesso accade, era oggetto di trattamento sanitario obbligatorio, richiesto dalla famiglia più che altro per la somministrazione della cura. Nell’ultimo di questi tso, ha avuto la disgrazia di incontrare personale inadeguato al ruolo, che già nella fase di immobilizzazione l’ha soffocato per poi metterlo in ambulanza ammanettato e a pancia sotto violando qualsiasi protocollo di intervento. In queste circostanze è morto. Con il che non è detto, che in un’eventuale processo i responsabili siano considerati responsabili – perché se ci sarà il processo potrebbero essere chiamate in causa le condizioni di salute pregresse del paziente, e il suo stato di obesità che tanto incide sulle problematiche cardiorespiratorie – il signor Soldi pesava 150 chili. Tuttavia, il pensiero che se si fosse svolta una procedura diversa, il signor Soldi sarebbe ancora vivo, non mi abbandona. Così come non mi abbandona l’altro pensiero, quello per cui i pazienti psichiatrici che incorrono nel tso sono all’estremo di una asimmetria che non di rado provoca abusi di potere che all’opinione pubblica non arrivano perché non muore nessuno e che allo stesso tempo rappresentano sfide notevoli per del personale che deve essere preparato. In ogni caso, sulla presenza di quei gravi abusi, dal soffocamento al fatto che il paziente è stato ammanettato e messo a pancia sotto senza la possibilità che venisse soccorso, mi pare che ci sia poco da discutere.

Mi è stato fatto giustamente notare, che questo non è il primo episodio e che alla cronaca arrivano – a ritmo regolare – notizie di tso che finiscono con la morte di quello che doveva essere l’assistito. Per esempio, è il caso di Reisman, paziente psichiatrico ucciso a Trieste con modalità molto simili, i cui assassini vennero poi incriminati. Questa cosa a me scandalizza enormemente, e impressiona emotivamente, sebbene abbia, per motivi professionali, acquisito col tempo un certo pelo sullo stomaco – probabilmente per il fatto che per mia formazione e indole o altro, tendo ad avere un’idea positiva delle forze dell’ordine e a riconoscerne una necessità non solo nell’ordine pubblico, ma diciamo nell’ordine psichico di una collettività. E il poliziotto che uccide, per me è il sintomo di una psicopatologia grave che mi coinvolge in quanto cittadina. Ma simultaneamente, Il TSO è il trattamento sanitario obbligatorio, cioè si tratta di una misura coercitiva nei confronti di chi ha una diagnosi psichiatrica. Avviene dunque quando l’asimmetria di potere tra grande e piccolo arriva al massimo grado. Il paziente psichiatrico che riceve il tso è qualcuno che sta così male da non poter desiderare di star meglio da non poter accedere alle cure, qualcuno a cui magari le cure non fanno bene come vorrebbe. E’ anche qualcuno che è in una tale posizione di debolezza da non riuscire a essere antagonista rispetto al più forte. Se non per brevi duelli. Non si scappa da un tso – tuttalpiù ci si barrica dentro casa. Quando quindi so di queste vicende, avverto la spia emotiva della vigliaccheria e dell’abuso e di una mancata formazione professionale adeguata a gestire situazioni molto complesse – da un punto di vista pratico quanto emotivo. Perché è anche vero, che il TSO riguarda una zona di confine in termini materiali, di rischio concreto, di scacco emotivo, e di confusione simbolica. Quelli che dovevano portare Scalzi in ospedale erano preparati a questo?
Dei vigili urbani?
Dei vigili urbani!

A cosa bisogna essere preparati?
Le patologie psichiatriche gravi, in particolare quelle di area psicotica, sono nella condizione paradossale per cui evocano simultaneamente un grande stare male, e una grande originalità. Una terribile esperienza di solitudine di mancata comunicazione con l’esterno, e una altrettanto grande e determinata scelta di non fruibilità sociale, di non omologazione. La persona psicotica abita un ordine mentale diverso che si serve dei nostri oggetti mentali e quotidiani, avvicinandosi e allontanandosi dal nostro modo di orientarci. Le distanze che mostra di scegliere però sono spesso di importanza vitale, e rispondenti ad esigenze emotive che noi spesso non vediamo. Possono per esempio essere molto disordinate, possono accumulare tante cose che noi pensiamo si debbano buttare, possono vestirsi in modi che giudichiamo incongrui, e fare con molto trasporto discorsi che troviamo insensati. – quelli che in gergo vengono chiamati insalate di parole. E tutte queste cose sono insieme identità e sofferenza, necessità fisiologica e prigione psichica. Entrarci in relazione vuol dire doversi chiedere quanto c’è di libero e quanto di costretto, quanto di rispettabile e quanto di disumanizzato. Queste componenti stanno sempre insieme e gli atteggiamenti unilaterali sono sempre forieri di errore e di comportamenti lesivi per i pazienti. In questo senso sono quasi ugualmente deleterie le anime belle che cianciano di Foucault e di libertà dell’individuo farneticando idiozie contro i farmaci, lavandosi le mani da destini esistenziali che possono essere tragici, e le anime zozze che vedono solo l’obbligo della cura a tutti i costi, colle buone e colle cattive che tanto quello sta male e sappiamo bene cosa bisogna fare per lui. E giù pasticche.

Per questa tensione tra prigione psichica e originalità – per questo opaco uso dei nostri stessi oggetti per cui è difficile capire diciamo in che lingua parla l’altro, la psicosi è quanto di più vicino all’unheimlich si possa immaginare – disorienta, sconvolge, agita. Io stessa mi ricordo del mio primo incontro, con una donna che aveva avuto un tso dopo aver incendiato l’appartamento in cui viveva, dando fuoco a diversi mobili della casa e mettendo se stessa e i vicini in pericolo – e che mi disse, che i suoi mobili – l’avevano violentemente provocata. Io sapevo che, se volevo fare dei colloqui che avessero un senso con lei dovevo entrare e lasciarmi immergere nel suo modo di significare gli oggetti di stare nel discorso. Uscivo da questi colloqui sempre molto frastornata, e ricordavo l’esperienza straniante di desiderare di ricordare il mio nome, e tutte le mie altre generalità anagrafiche – le mie coordinate logiche.
Altrettanto complicato risulta relazionarsi a quelle distanze e scelte a cui noi devolviamo una certa casualità, rispetto all’uso degli oggetti, alle ossessioni e compulsioni protettive. Noi vediamo un uomo per esempio che sta sempre seduto su una panchina e non solo siamo stupefatti, siamo proprio messi in scacco dal fatto che se gli si chiede di spostarsi non lo farà e se quello spostamento dovesse essere necessario per qualche motivo l’uomo potrebbe arrabbiarsi moltissimo, o mettersi per esempio a piangere. Non sarà necessariamente una cosa contro di noi, o almeno non solo, sarà un atto spesso disperato perché quella scelta garantisce un equilibrio. Questa disperazione e questo terrore non conoscono altre priorità e spiegano l’incredibile forza che possono sprigionare questi pazienti quando sono portati via con la forza dal posto dove hanno deciso di stare. Quel calcolo psichico che avviene implicitamente tra due uomini che lottano senza che necessariamente se ne accorgano, non avviene. Per il paziente stare su quella sedia, in quella stanza, in quel mondo ha una vitalità impensabile.

A costo di risultare prolissa, questo attaccamento per noi insolito ai luoghi e alle routine, ragione per cui ci sono operatori nelle case famiglia che possono impiegare ANNI a insegnare a un ragazzo come farsi la colazione da solo, come lavarsi, aiuta a spiegare la resistenza che alcuni di questi pazienti possono avere nei confronti dei farmaci. Il delirio dei pazienti psicotici ha una importante funzione espressiva, omeostatica, è la nostra funzione simbolica senza l’intervento di una coscienza che organizza, e censura, e sogna e ordina e qualifica emotivamente. Il delirio rende il paziente solo, e a volte anche pericoloso per se e per gli altri, ma è di fatto il mondo noto del paziente. I farmaci che tolgono i deliri tolgono il mondo che si frappone tra la persona e gli altri, rendendola accessibile, ma gettano spesso in una condizione di dolore, di spaesamento, di angoscia che voi non avete l’idea. E io devo dirlo, un paziente che non voglia prendere quei farmaci ed essere consegnato alla sua assenza di mondo lo capisco! Cazzo se lo capisco, è una condizione terribile – e in certi casi – quando il tipo di delirio non è particolarmente grave per la convivenza, i clinici decidono di lasciarlo di fornire una farmacoterapia che protegga il sintomo. In altri no perché il paziente riesce a usare la realtà e a farne un uso buono e sano per se. Ma sappiate che quel tipo di paziente è un lottatore, è un eroe, ed è anche qualcuno di più fortunato perché ha delle risorse.
Agli altri rimane la forza con cui difendere quello che sanno.

Credo poi che in certe circostanze, l’incontro con la patologia psichiatrica, non di rado anche con la patologia tout court, metta a confronto con dinamiche interne che riguardano la constatazione oggettiva dell’asimmetria, ed evochino propri fantasmi psichici difficili da sedare, e che si mettono in concorrenza con l’imprevedibilità del comportamento irrazionale – o dell’emozione palese. Credo che questa cosa sia una costante dell’incontro con la psicosi non preparato e credo anche una costante che possa essere esasperata dall’identità di genere, per come almeno attualmente sono strutturate psicologicamente e culturalmente i generi in Italia. Nell’operatore maschio che si avvicina al paziente psicotico, scatta il riconoscimento della forza, della propria posizione di forza, la propria percezione del dominio, e una mancata preparazione fa scattare incontrollati deliri di aggressività, reazioni fuori controllo dovute a questioni personali, a vissuti personali intrecciati però in maniera particolare col genere. Figuriamoci se pensiamo a uomini che non hanno scelto di fare gli infermieri ma le forze dell’ordine.

Dunque, la questione importante per me in questa brutta storia, non è nell’eventuale opportunità del TSO, di questo o di altri o dell’istituto in genere. Di fatto la patologia psichiatrica grave è una terza landa che impone una reazione sociale che è sempre difettosa, approssimativa ma necessaria. Se non lo chiami TSO o lo chiami qualcos’altro se una persona sta tanto male, o fa tanto male non puoi girarti dall’altra parte e lavartene le mani. C’è un nodo esistenziale che puoi cercare di risolvere alla meglio di volta in volta – progetti integrati, rispetto del paziente, soluzione di compromesso – ma da un punto di vista etico avanza sempre una percentuale di avanzo, di zozzura, che è ineliminabile – che è connaturato a quella stessa asimmetria che ci fa orrore dover constatare, ma che esiste e che se tu ti giri dall’altra parte si amplifica e non si riduce – come vorresti. Non possiamo neanche dire granché sulla qualità di questo progetto terapeutico – perché le informazioni di cui disponiamo sono carenti. Io non sono psichiatra, e nella mia pratica professionale quotidiana al momento attuale almeno mi capita molto frequentemente di lavorare con i parenti stretti di questo tipo di pazienti, figli fratelli genitori, meno direttamente con loro. In una situazione deficitaria come quella Italiana, in cui la legge 180 è stata applicata solo per un terzo – ossia per quello che riguarda lo sgravio dello Stato ma non per la parte restante ossia la strutturazione di centri alternativi di sostegno, situazione che sta peggiorando per altro a grandi passi, considerando la crisi economica che investe il sistema sanitario – l’idea di fare un ricovero coatto ogni tanto per la somministrazione di farmaci, non è così malsana, non è così fuori dalla grazia di Dio come qualcuno vorrebbe credere. Può essere una buona soluzione di compromesso – di fronte a circostanze pratiche che non permettono alternative. Il problema riguarda principalmente però chi queste prassi le compie e con quale preparazione.

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16 pensieri su “Appunti sulla vicenda di Andrea Soldi.

  1. Grazie. Mi hai chiarito alcuni punti fondamentali da parte del paziente, che mi hanno aiutata anche a dare un posto a situazioni di percezione “a modo loro” di alcuni momenti di quotidianità con cui mi imbatto. E che potrebbero anche aiutare a capire certi “capricci” delle persone anziane, per esempio, che cominciano a vedere le cose a modo loro e uno non sa bene se assecondarli, fermarli per il loro bene o discuterci/lottarci ogni 5 minuti (penso al padre anziano di una mia amica che ogni volta che bisognava aiutarlo a fare la doccia o lavarsi ingaggiava lotte con tre persone, tutte in buona fede e desiderose di aiutarlo a tenersi su).

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    • Si è vero, per le persone anziane spesso la logica è piuttosto simile, con un analogo struggimento per il dispiacere di capire intuire, ricordare che un tempo si viveva diversamente, che chi si ha davanti è quello che potresti essere e non puoi. E questo provoca un surplus di rabbia.

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  2. Storia tristissima.
    Sono d’accordo sul riconoscere la malattia mentale, in quanto malattia, come le altre di tipo fisico. Mentre sui pazienti psichiatrici ci sono tutta una serie di preconcetti, come se non fossero malati.
    E per questo, essendo infermiera, sono d’accordo sulla ” necessità” che in caso di tso sia inviato ” solo” personale sanitario, poi preparato per formazione sia dal punto di vista professionale, che emotivo, che etico.

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    • Solo non lo so – perchè ci sono casi in cui servono delle misure coercitive. Tempo fa mi sono occupata di far ricoverare una persona che aveva avuto una crisi psicotica e aveva in quanto cacciatore armi in casa. Si agitava minacciando delle persone col fucile. Non sono casi così infrequenti – quindi può capitare che sia necessarie MA SEMPRE COORDINATE DA ALTRI.

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  3. io non so fare un discorso complesso e coerente su queste cose. diciamo che posso condividere i miei processi mentali davanti a questa cosa.
    per primo il ricordo, anche recente, di un ragazzo che incontro spesso sull’autobus. un bel ragazzo, sui ventiqualcosa, con gli occhi azzurri e la barba. un ragazzo che per giorni ho creduto che parlasse sempre al telefono, impegnato in una conversazione con qualcuno che pretendeva da lui cose che non riusciva a fare, che lo sgridava, e lui rispondeva no, no, ti giuro che no, io vorrei solo andare a scuola e a lavorare, per favore, per favore, sì, ho fatto, davvero, ho fatto. poi un giorno l’ho guardato bene. non aveva, il telefono. e mi è venuto un groppo in gola. e negli occhi, oltre l’azzurro, c’era dolore. qualche volta invece è silenzioso, incurvato. e negli occhi c’è il vuoto, e dietro il vuoto, in fondo, lo stesso dolore.
    poi ho pensato a un episodio recente, uno di tanti in realtà, ma questo mi ha colpito molto, di un poliziotto chiamato da una signora per una discussione tra vicini, che arriva, e il cane della signora, quella che aveva telefonato, legato e scodinzolante, gli abbaia, e lui tira fuori la pistola e sta per sparargli, e allora la signora grida ma che fa e si mette in mezzo, e lui la spintona, la butta a terra e la arresta per ostruzione della giustizia.
    poi ho pensato a flavio, di cui non so più niente da anni, due metri e centoepassa chili di muscoli e nervi, autistico grave ma non solo, che quando la madre veniva a trovarlo (di rado) perdeva in pochi giorni mesi di progressi fatti, flavio che andava anche al mare quando stava meglio, o a passeggio, ma sempre con due o tre operatori. perché flavio, quando stava male, piangeva, e voleva correre via, e si divincolava, e si arrabbiava. e una volta ce ne son voluti cinque per potergli fare un sedativo di emergenza, ma lui ne è uscito senza un livido, senza un capello torto.

    insomma, quello che dici è tutto vero, e sacrosanto, e sono triste e arrabbiata come te.

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  4. La storia è molto triste e mi riporta alla violenza che molti malati psichiatrici hanno vissuto in quei luoghi di dolore dove sono stati per anni rinchiusi ed abbandonati. Leggendo il fatto di cronaca e le tue considerazioni arrivo alla conclusione che tutti sono colpevoli e, quindi, nessun colpevole se non il solito “sistema”. Arriva l’ambulanza con a bordo autista e due volontari, nessun medico; i vigili urbani ignoranti o inadempienti che obbligano l’autista a caricare il paziente in quella posizione; l’autista incapace di opporsi e obbedisce a chi in quel momento rappresenta il “potere”.
    Di fondo l’incapacità di tutti ad umanizzare il malato psichiatrico visto sempre come qualcosa da contenere e non come qualcuno da sostenere, persuadere, proteggere. C’è di fondo, probabilmente, la paura dell’imprevedibile che, a livello emotivo istantaneo, fa scegliere la forza fisica perché incapaci di relazionarsi con chi appartiene ad altri mondi, così distanti e sconosciuti. Se il tso si rende necessario, sarà anche necessario rivedere la prassi da adottare, nei termini di chi e come deve farlo.

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  5. La vicenda è molto triste e pone una serie di interrogativi abbastanza cruciali. Io parlo, oltre che come essere umano coinvolto dalla notizia come tutti, anche come psichiatra del servizio pubblico a cui capita di richiedere dei TSO. Cerco di sottolineare alcuni punti, che per me sono importanti anche al di là della specifica vicenda (nella quale, lo dico per inciso, il punto è l’assurdità della modalità di esecuzione del TSO e non il procedimento in sé).
    Il TSO nasce, contestualmente alla chiusura dei manicomi, per la necessità di avere un dispositivo che permetta la cura di persone che si ritiene ne abbiano assoluta necessità e che rifiutano la stessa. È l’ultimo residuo della coercizione della psichiatria manicomiale ed è un istituto molto delicato. Dico subito che, una sua eventuale soppressione, metterebbe in difficoltà, più che i servizi, le famiglie dei pazienti (di fatto lasciate sole dalla 180 nella gestione quotidiana dei pazienti). Non entro nel merito delle considerazioni psicopatologiche sulla psicosi e sul valore della cura (Costanza ha detto cose molto condivisibili). Su questo tema, aleggia un mare di ipocrisie incrociate: spesso sono i parenti che ne fanno (impropriamente) richiesta; le procedure iniziali non sono di carattere sanitario, ma coercitivo: pertanto non vi deve essere personale sanitario coinvolto (se non nella eventuale somministrazione di terapia); il personale della polizia non ha nessuna formazione specifica sul tema; spesso se una persona è violenta verso cose e persone, alla polizia fa comodo portarlo in PS e farlo passare per un TSO piuttosto che occuparsene trattandolo come un criminale (e questo al di là della presenza di una patologia psichiatrica). È una procedura delicata, che andrebbe certamente affrontata con una preparazione di fatto al momento del tutto assente.
    Per ora mi fermo qui. Eventualmente interverrò in seguito ai commenti.

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      • Nel senso che il personale sanitario non ha nessun diritto di operare misure coercitive fisiche premeditate (come il TSO. Diverso è il caso dello stato di necessità, ma è un’altra cosa). I servizi psichiatrici sono luoghi in cui valgono le leggi dello Stato, come dappertutto.

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      • In realtà non è vero che il personale sanitario non può occuparsene.In tali circostanze i familiari conviventi o in loro assenza i vicini, chiedono aiuto allo psichiatra del servizio (quando con questo è già in corso una terapia o comunque è già stabilito un contatto), oppure chiamano direttamente l’ambulanza e/o i vigili urbani o i carabinieri. In verità, come preciseremo, carabinieri e vigili vengono chiamati soltanto in casi di estrema pericolosità o violenza, oppure nell’ipotesi in cui il paziente rifiuti di recarsi in ospedale.

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  6. Questo per me è un nesso centrale: l’asimmetria che permette/protegge/cura/educa/tutela e impone, comportando una serie di rischi e, come dici tu Costanza, “da un punto di vista etico avanza sempre una percentuale di avanzo, di zozzura, che è ineliminabile – che è connaturato a quella stessa asimmetria che ci fa orrore dover constatare, ma che esiste e che se tu ti giri dall’altra parte si amplifica e non si riduce – come vorresti.”
    Questa domanda è (e deve essere continuamente) messa al centro delle riflessioni etiche attorno a cura/educazione/terapia, insieme allo sguardo sull’altro che va nutrito di un confronto continuo tra i professionisti che ruotano attorno alla persona presa in carico.
    E’ una domanda che non smette mai di essere posta, perché cambiano gli interlocutori, le persone, le fragilità e le “sozzure”.
    Certo è una prassi costosa in molti sensi, fra l’altro una prassi che evocherebbe una fondamentale umiltà negli incontri fra tecnici, e tra i diversi saperi che hanno senso se si nutrono reciprocamente:
    cosa sa e può fare/cosa vede in quella azione e in quella persona il poliziotto/vigile, cosa l’infermiere, il medico, lo psichiatra, il giudice, il sindaco?
    Perlatro è questo l’unico modo di lavorare che abbia un senso.

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  7. Con 40 e passa anni di esperienza quale soccorritore (e numerosi TSO effettuati) mi sento di aggiungere solo questo: il personale dell’ambulanza (in particolare il capo servizio) si sarebbe dovuto opporre a manovre contro ogni protocollo e logica, cioè, caricare un paziente con gravissime difficoltà respiratorie in posizione prona e effettuare, invece, prontamente manovre di assistenza respiratoria! Il capo servizio deve fottersene delle richieste (o imposizioni) delle forze dell’ordine: è prioritaria, SEMPRE, la vita del paziente. Il comportamento degli altri, poi, è semplicemente criminale. Mi dispiace che il personale dell’ambulanza non sia stato all’altezza della situazione: gli avrebbero salvato la vita!

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  8. Ciao Costanza, faccio fatica a vedere in questo fatto mostruoso indicazioni per il dibattito sull’opportunità del TSO. Allo stesso modo, un ubriaco senza patente che si schianta con la macchina e fa delle vittime, non mi dice nulla sulla qualità delle automobili ma semmai sull’opportunità di metterle in mano a gente che abbia competenze. Se poi le auto siano abbastanza sicure, se siano troppe e magari se siano troppo inquinanti, è pure importante ma ho bisogno di altri elementi.
    Perciò la parte che mi interessa di più del tuo ragionamento è la prima: che formazione hanno gli operatori che hanno effettuato questo intervento? Perché senza una idea decente di relazione d’aiuto, anche un innocuo colloquio psicologico fa presto a diventare una pratica violenta.
    Sto cercando, per ora senza risultato, dati sulla frequenza e la ripetitività di questi fatti. Ho l’impressione che più la salute, con quelli che se ne occupano, è abbandonata a sé stessa – e non viene considerata una voce su cui investire qualche soldino – e più queste tragedie diventano possibili e anche inevitabili.

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  9. Leggendo il post di Costanza, ho cercato di capire cosa, come e quando si applica un Trattamento Sanitario Obbligatorio sancito dalla legge 180. Con trattamento sanitario obbligatorio (T.S.O.), in Italia si intendono procedure sanitarie normate e con specifiche tutele di legge, che possono essere applicate in caso di motivata necessità e urgenza clinica, conseguenti al rifiuto al trattamento del soggetto che soffra di una grave patologia psichiatrica o infettiva non altrimenti gestibile, a tutela della sua salute e sicurezza e/o della salute pubblica. Il TSO, finalizzato, ripeto, alla salute fisica e psichica della persona oggetto del trattamento, non può essere attivato se lo stato di alterazione è dovuto a demenza, alcol, droghe, infezioni e neoplasie cerebrali, nonostante il pericolo evidente per le cose e le persone altrui. Può essere richiesto se la persona è affetta da schizofrenia e disturbi dell’umore, gravi disturbi della personalità.
    Leggendo queste righe, mi è subito venuto in mente che qualsiasi arresto, immobilizzazione, procedura di impedimento fisico da parte di poliziotti e forze dell’ordine, oltre che di personale medico e psichiatrico, è sempre, in certo modo, assimilabile a un TSO verso una persona, sempre orientato a tutelare la sicurezza fisica, psichica sia della persona oggetto dell’immobilizzazione fisica sia delle altre persone. Cosa fanno i poliziotti quando devono arrestare, bloccare o fermare una persona che vuole fare e farsi male? Applicano, devono applicare, l’uso controllato e sicuro della forza per impedire ciò. Sembra semplice ma questa dovrebbe essere una delle prime skill professionali non solo di infermieri e medici psichiatrici ma anche di esponenti delle forze dell’ordine. Nel caso di Andrea Soldi, come in tanti altri casi in Italia e in Usa, ad esempio, l’uso controllato della forza, perché di questo si tratta, degenera subito in sopraffazione, violenza, sopruso, pestaggio, punizione fisica e corporale. Affinchè questa pratica di soggezione fisica, la cui violenza mi pare insita in sè medesima, vada a buon fine, vien da pensare che sia necessario non solo applicare competenza, professionalità e passione ma anche (e mi pare paradossale) amore verso l’altro. Ma nel caso di Cucchi, Aldovrandi, e ora di Andrea Soldi dove si legge l’amore e la cura verso l’altro?

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