viaggio ozioso.

Piove la fuori non so da voi – io sono in mezzo alla campagna e a molta acqua – e allora mi viene voglia di fare un giochino letterario, non so come chiamarlo meglio, anche se giochino non è ma forse potrebbe diventarlo.
Perché l’altro giorno mi succedeva questo. Ero in macchina e ascoltavo i Coldplay prima, – gruppo che mi piaceva molto e voci e canzoni che mettono in atto un tipo di sguardo, di esitazione, di sapere cosa si pensa in uno stato di esilità che io, pensavo in macchina, associo a una costellazione atmosferica esclusivamente inglese, e forse inglese di un certo momento storico, di un certo insieme di generazioni. A ruota con i Coldplay mi venivano in mente alcuni romanzi di Martin Amis alcuni passaggi di McEwan, da giovane, certe battute di cinema, certe inquadrature: alcuni passaggi molto amari e umoristici di Trainspotting un paio di scene di Ken Loanch. E da queste isole maggiormente conosciute cercavo di allargarmi, devo dire a tentoni perché non conosco così bene quel mondo – mi appartiene meno di altri. Ma mi divertiva l’idea di aver come individuato una costellazione esistenziale e atmosferica. Un modo di guardare le cose correlato a una certa estetica, che si declina in questo o quel tipo di produzione. Questa prima costellazione che individuavo aveva a che fare con il concetto paradossale della maturazione di una protesta generazionale, della complessificazione del pop. Mary Jane e i Beatles e i concertoni, e gli uffismi di un’adolescenza storica avevano messo al mondo dei figli, e quei figli erano cresciuti. Eticamente solidi, emotivamente disincantati eppure capaci di innamoramenti e sovvertimenti gerarchici. Iconograficamente neccessariamente magri, agili, giovani invecchiati. Honey di McEwan.

A quel punto in macchina ho cercato mentalmente un altro arcipelago atmosferico. Ho ascoltato alcune canzoni di Paolo Conte, e certi scenari irripetibili di provincia italiana, di malinconie collinari, e squallori modesti. Il signore da poco che sposa la puttana, il tinello maron che odora di divorzio e fallimento, e tutta un’epopea sulla dignità poetica della provincia, del dopoguerra, e anche dell’alcolismo, dello stare con un piede nella piccola borghesia e un piede fuori, a disagio ma in una posizione di poetico svantaggio.
L’arcipelago del poetico svantaggio di una certa provincia europea. Seguiva a ruota Simenon – che delle puttane più o meno redente era un aedo, e che pesca anche se spostandosi di qualche centinaio di chilometri in più e qualche decina di gradi di temperatura in meno in una sensibilità estetica cugina, in un’ideologia morale parallela, quelle questioni di giusto e di sbagliato che emergono nei pensieri e negli spareggi delle vite singolari, sperdute perdenti sulla carta. Mi veniva in mente poi un film successivo acutamente francese – il gusto degli altri, storia di un industrialotto molto cafone e molto contiano – che si innamora perdutamente di un’intellettuale. Cercavo poi isolotti poco lontani – per esempio altri film di medesima fattura, addirittura prodromici. Mi sono ricordata di un quadro impressionista – forse padre delle consapevolezze amare di Tolouse Lautrec (parente di arcipelago confinante, ma a e stante, di profili più aspri e colori più forti) L’assenzio di Degas.

Di li allora ci prendevo gusto e non cercavo manco più le musiche di decollo – e andavo a ripescare nella memoria altri arcipelaghi che in passato mi era capitato di esplorare. Non sempre questi arcipelaghi contano su una realistica parentela storico geografica, una reale affiliazione a un mondo concreto. Un altro arcipelago per esempio mi metteva insieme Hugo Pratt e Alvaro Mutis, le cui colonne sonore avrei dovuto studiare ma ho pensato a un disco di De Andrè Creusademà. Estetiche del viaggio, della forza di impatto dei mondi lontani, la dimensione particolare dell’esplorazione che sfiora e tocca il fantastico ma non ci si sovrappone, l’indolente nostalgia dell’assenza di radici. La dimestichezza con l’esotismo, la familiarità magica con le culture lontane, i vestiti colorati, l’alterità a mezzo tra quotidiano e incomprensibile. E anche certo, uccelli colorati, e felci e capelveneri, e chiatte sul fiume e deserti.

E altri altri ce ne sono – non so se ne viene in mente a qualcuno voi, da mettere nei commenti.

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7 pensieri su “viaggio ozioso.

  1. “Palomar” di Italo Calvino e le sue strampalate riflessioni sui formaggi o sul seno nudo delle signore in spiaggia, ma anche “Le città invisibili” con Zenobia, ancora Calvino, insomma.

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  2. In realtà le associazioni che hai riportato non appartengono a quella che definisci “costellazione estetica”, il termine giusto secondo me è: sinestetica. Perché la chiave d’acceso a ricordi e conoscenze è legata strettamente a dove ti trovi. Ci sono suoni e immagini, e ricordi di cose lette e viste, ma anche gli odori, la temperaura dell’aria, i colori che solo tu stai vedendo,. Queste cose si fondono e varia l’associazione, quindi il persorso, in base a conoscenze e preferenze. A me per esempio la chiatta sul fiume fa venire in mente Suttree di MC Carthy e e il Tennessee, che non ho mai visto, ma è come se l’avessi visto. Ma anche una specie di zatterone che ho visto, portava le macchine da un capo all’altro di un ramo di foce di Po, in Romagna, e allora la nebbia, il freddo umido, brughiere, certi canti di ucelli che non so quali siano,certi film per nulla triviali di Tinto Brass; perfino una serie televisiva con Babareschi girata da quelle parti. . E allora il limite dlle colline dove inizano i boschi. E spezzoni di racconti o film che ne parlavano. . Tu vai nello Yorkshire, io in Italia, ma siamo nello stesso posto, forse. Da dovi spunti la 4^ di Mahler, che è tutt’altra roba, e di altri mondi, non lo so, ma a me viene in mente quella. Il gioco c’è, ma possiamo giocarlo solo ognuno per proprio conto. La dimensione preferita è quell del dormiveglia..

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  3. È bellissimo questo post, anche a me succede sempre di intrecciare letture ed epoche ma non so scriverlo bene come hai fatto tu. Mi succede quando leggo degli shtetl e ripenso a Chagall che mi porta a Parigi e in un attimo sono stradine di Montmartre e botteghe di commercianti, colori a olio, tele e trementina. Toulouse-Lautrec e le sue donne e via verso Luhrmann passando per Proust. Ecco, non so se sono riuscita a spiegare.

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  4. paolo conte per me è piero chiara, più che simenon. i bar coi vecchi che giocano a carte e le bellone di provincia che sculettano, i film di germi.
    simenon è casa di mia nonna, la radio che passa trenet e lei col grembiule che canta stonata mentre prepara i crostoli, la luce dell’autunno e l’odore di foglie bagnate sul viale che è qui ma è come se. bianco e noir, per dire. jean gabin e renoir. e tutto il ciclo di clochemerle.
    la galassia, martin amis e julian barnes, che tu associ ai coldplay la sento più, per dire, sugli oasis. con trainspotting e ken loach che ne stanno fuori, loro più i blur.
    ma sono tic da ex dj, e a me non piace mc ewan 🙂

    e allora, di galassie mie ci sta il primo dylan con john ford e steinbeck, mentre nella contea di Yoknapatawpha passeggia marquez, e gli altri hanno le facce uscite da un quadro di grant wood.
    ma si sa, io non sono brava a giocare.

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  5. Bello, bello, bello. Fascinazioni e parole, si parte, come io parto da Cesaria Evora e dal suono del piano che l’accompagna che pare arrivato con la risacca, il racconto del Vicerè di Ouidhà, negriero che manda le navi in america, e il blues che nasce da quel dolore. Risale i bayou, percorre le povertà e le pianure verso nord e verso sud, dove diventa racconto di prateria e meridiani di sangue con i cowboy di McCarthy oppure si inoltra verso il Messico e incontra il limes e lo scavalca, mentre si è impiastricciato di tutti i suoni e diventa corrido, che canta riscatti e prepotenze…
    ah il suono che nasce dalle parole che raccontano il suono.

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  6. Eu, tu, eles, di Gilberto Gil. E’ un CDo nel 2001 mentre ero in Acre. Juazeiro, Ultimo pao-de-arara…è brasile, è sertao, è l’umanità che resiste fino all’ultima goccia di acqua, Olha eu aqui de novo, Esperando na janela, è la gente che ha voglia di ridere, di divertirsi. E poi Oceano di Djavan, è la notte in amazzonia, i profumi e la lontananza.

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  7. Bob Dylan giovanissimo dello stupendo album The time they are a-changin’ con in particolare il brano The Lonesome Death of Hattie Carroll, accompagna i protagonisti Lennie e George deo romanzo Uomini e topi di Steinbeck e la diciassettenneTemple e Popeye da Sanctuary di William Faulkner.

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