Appunti sul caso Levato

In molti negli ultimi giorni, abbiamo seguito con coinvolgimento la vicenda di Martina Levato – responsabile con il suo compagno di aver sfregiato con l’acido tre giovani con cui aveva avuto una relazione precedentemente: lo scopo, avrebbe dichiarato ai giudici, sarebbe stato quello di purificarsi a causa della gravidanza in atto. In sede processuale, gli avvocati di Martina avevano cercato di impernearne la difesa sull’incapacità di intendere e di volere, invocando una diagnosi di disturbo borderline di personalità. La diagnosi è stata ricusata, in sede processuale –  già per una delle tre aggressioni della donna. Tuttavia il disturbo di personalità oggi viene ripreso in considerazione e da poco è nota la decisione sull’adottabilità del figlio di Martina.
Si dirà, per un mucchio di buoni motivi – alcuni dei quali ci sono preclusi.

Ho avuto molti tentennamenti su questa vicenda, mutamenti di opinione, esitazioni. Non conosco le perizie psichiatriche di cui la donna e stata oggetto e quindi queste opinioni si mantengono così, aleatorie. Capisco la decisione dell’adottabilità del figlio di Martina Levato pensando a una serie di variabili circostanziali – per le quali, una soluzione diversa sarebbe stata quanto meno complicata, questo devo dire anche per la crisi in cui versano tutte le strutture supportive dei servizi psichiatrici, e il generico arresto che gli operatori constatano nell’impegno del servizio pubblico per tutto quello che riguarda la salute mentale. Le case famiglie vengono smantellate, gli operatori precarizzati, gli straordinari non pagati, sa dio dove andremo a finire, figuriamoci se ci sono le risorse per un affido così complicato, visto che sia per la diagnosi della donna che per gli anni di carcere che sicuramente dovrà scontare, l’affido potrebbe essere l’unica alternativa. A queste perplessità se ne aggiunge una mia, che riguarda la pericolosità della donna. Non posso dire niente di certo a proposito di una persona di cui tutto si sa tranne che quello che può essere veramente importante, ma non mi stupirebbe che si fossero trovati gli estremi per considerarla pericolosa più per la coppia dei genitori affidatari, che per il suo bambino.

Mi rimane il fastidio etico per uno stato patologico trattato più come un’arma che come una diagnosi: non era matta per poterla incriminare ma è talmente matta da toglierle il figlio, e diversamente dalla stragrande maggioranza dei casi, si decide della necessità dell’adozione prima ancora di vedere quanto è matta come madre E non so dire, cosa avrei deciso personalmente. Mi ha colpito la velocità di questo processo e sono perplessa sull’esito di una serie di passaggi – per il quantitativo di informazioni di cui dispongo tutto è andato diversamente da come doveva, a partire dall’imputazione del reato. Per conto mio entrambi gli imputati erano davvero privi della capacità di intendere e di volere e andavano trattati come pazienti psichiatrici gravi ab ovo, per quanto pazienti psichiatrici oggettivamente pericolosi. Loro con il figlio della loro relazione. Il che avrebbe implicato: o il fatto che madre e bambino sarebbero andati in un istituto con degli operatori, o che il figlio sarebbe andato in affido con degli incontri protetti seguendo un itinerario come ce ne sono a centinaia ogni giorno di cui l’opinione pubblica è serenamente all’oscuro. Ma non posso dire molto di più su una vicenda di cui non conosco le carte processuali, e di cui diversi capitoli devono essere ancora scritti. Tuttavia ci sono delle riflessioni che vorrei fare, che riguardano in parte questo caso, ma soprattutto la casistica che evoca, e con coi l’opinione pubblica non si cimenta mai.

Vorrei chiedere ora un po’ di freddezza, di lucidità.
In questo specifico caso sappiamo di una giovane donna che con una diagnosi che sta con un piede nel disturbo di personalità più grave e un piede nella psicosi ha sfregiato delle persone in preda a un delirio. Un delirio che le ha fatto fare dunque un gesto per noi cattivo. Non sappiamo di altri comportamenti sintomatici della ragazza, ma viene da sospettare che – benchè ci fossero non dovevano essere esageratamente eclatanti nella direzione della cattiveria verso l’altro, della mancanza antisociale di empatia, sia perché avremmo saputo di una sua precedente cura psichiatrica e farmacologica che di altre segnalazioni alle forze dell’ordine. Potrebbero esserci questi comportamenti, ma anche no. In ogni caso sappiamo di un delirio e di un gesto conseguente, circoscritto a un’area specifica – quella degli ex partner. Molti pazienti con questo assetto di personalità possono essere -senza terapia farmacologica e senza psicoterapia affiancata genitori piuttosto inadeguati – ma non tutti e non sistematicamente e non sempre allo stesso modo e non meno di altri a cui i figli non vengono tolti affatto. Mi disse uno psichiatra con cui lavoravo, che un buon motivo per cui per esempio il disturbo borderline di personalità non è considerato una diagnosi rilevante ai fini processuali è che è una diagnosi che riguarda una percentuale più che consistente della popolazione criminale. E dunque è pieno di madri che ammazzano e rimangono madri, madri tossiche che rimangono madri, madri che hanno comportamenti disturbati che rimangono madri. Ad alcune i figli vengono tolti perché siano dati a una coppia affidataria. Ad altre neanche. Alcune sono anche madri efficaci. Voglio quindi dire due cose, per la riflessione su casi analoghi a questo: non sempre la psicopatologia grave intacca il materno in maniera ovvia e automatica e in secondo luogo in diverse circostanze un intervento ben congegnato può migliorare la psicopatologia di una madre.
Va ricordato che primi mesi di vita diciamo anzi fino ai primi due tre anni, al bambino serve una competenza affettiva che è più prelogica che logica, una sintonizzazione emotiva sui suoi bisogni, sulle sue richieste un’attivazione immediata. E quello che voglio dire è: sono altri i quadri diagnostici che in primo luogo fanno per questi tre anni una madre inadeguata: l’alcolismo è molto peggio, la tossicodipendenza per esempio, certe forme depressive gravi, e molte psicosi conclamate: perché sono circostanze in cui la madre non è in grado di essere responsiva in prima battuta. Quando quella prima battuta è importantissima. Vitale. Forse i periti hanno avuto gli estremi per stabilire questa inadeguatezza – ma noi, neanche da clinici, non li abbiamo.
In secondo luogo – gli interventi su questo tipo di assetto diagnostico – hanno un potere moderato ma qualcosa possono fare, si sta decidendo della capacità di Martina Levato, giudicandola per come è senza cura – ma nessuno si chiede come potrebbe agire da madre adeguatamente sostenuta da un progetto terapeutico. Quello a cui però non le è stato dato di accedere avendo deciso che non ha una psicopatologia. In questo caso, la contraddizione di un potere giudiziario che sembra un mostro con tante teste che non si parlano tra loro ritorna nel nostro modo di giudicare la vicenda di una persona – il cui crimine è efferato, ma lo è altrettanto ma direi anche di meno, di altri che vengono perpetuati quotidianamente. E’ un crimine psichiatrico – quindi eclatante per sua natura, vuole essere visto vuole attirare attenzione. Una donna che ammazza altre persone fa meno effetto.

L’adozione immediata per il bambino mostra poi altre problematiche riguardanti lo stesso bambino. Chi adotta, o chi lavora con bambini adottati, sa quale tremenda cicatrice sia la separazione dalla madre naturale, e la grandezza materiale in cui si trasforma la consapevolezza di essere genitori adottivi in chi adotta. Soltanto da poco tempo si vanno introducendo buone prassi cliniche per affrontare il grande scoglio dell’adozione – istituto necessario quanto delicato. Ma mi pare che in pochi abbiano idea di quale dramma sia per un individuo sapere di essere stato rifiutato, sapere di essere stato separato, avere un buco simbolico sulla natura della propria origine. Nell’opinione pubblica c’è l’idea per esempio che un bambino immediatamente adottato non abbia i problemi di un bambino adottato più grande. E’ vero: non ha gli stessi, ma ne ha diversi.
Un bambino adottato più grande per esempio esposto a circostanze traumatiche avrà il problema di come quelle circostanze traumatiche incidono sulla sua personalità, avrà dei brutti ricordi da gestire, e il problema di pensarsi per come è stato trattato – non di rado, molto male. Ma ha il vantaggio di avere un ricordo di se dall’inizio, di avere un punto di raccordo con l’inizio dell’adozione, ha una storia personale a cui riferirsi. I figli adottivi che vengono adottati subito e non possono per questioni neurofisiologiche registrare la loro prima infanzia hanno un buco, il quale buco si riempie dell’unico concetto: mia madre mi ha lasciato o mi hanno tolto a mia madre. E forse molte persone non hanno tanto chiaro il potere pervasivo di questo pensiero, il rischio di problematica psichica in cui è messo un bambino. Questo è uno dei motivi per cui alle coppie adottive viene richiesto un surplus di capacità genitoriali che ad altri non è chiesto.

A me sembra che in questa vicenda, così fortemente sollecitante e disturbante, che in qualche modo anche a me ha coinvolto su un piano che trascende la mia normale esperienza professionale, ci si metta tutti molto zelantemente e velocemente nella mitologia della grande madre, buona o maligna, madonna o medea, in una dissolvenza immediata dal ruolo collettivo di proteggere la cittadinanza e in particolare i figli piccoli di quella cittadinanza in soluzione delicate che sappiano tollerare emotivamente le situazioni intermedie, i margini di rischio le difficoltà. Tutti hanno espresso la loro opinione buttandosi sulle estreme – ossia il diritto della madre a tenersi il bambino (pochi) e il fatto che il bambino va tolto alla madre cattiva (molti) la materialità dell’esistenza la fuori è piena invece di soluzioni intermedie reali o possibili, di opzioni che cercano di salvare il possibile al meglio – che sono però emotivamente più costose per noi, ed economicamente più costose per uno Stato che dovrebbe investire sulla salute mentale dei cittadini più di quanto faccia.
E dunque, al di la di questo singolo caso, di fronte a questa paura delle persone a sostenere emotivamente il carico del male nel quotidiano, e il problema di come gestirlo proteggendo più cose possibili, ringrazio il cielo che allo sciacallaggio dell’opinione pubblica arrivi solo una storia ogni tanto.

(ps. un’ultima nota sulle dichiarazioni del pubblico ministero secondo cui l’inadeguatezza della madre alla cura del neonato, sarebbe dimostrata dalla sua ostilità all’adozione. Questa cosa clinicamente non sta nè in cielo nè in terra, e sinceramente mi ricorda le logiche perverse pre 180, quando si chiedeva alle persone di essere contentissima di stare nel manicomio e di meritarselo eh a dimostrazione della propria sanità mentale. )

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15 pensieri su “Appunti sul caso Levato

  1. Questa è stata una di quelle storie sui giornali di cui rifiuto di farmi un parere, proprio per i motivi che elenchi tu e altri sentiti e letti nelle discussioni di questi giorni. Ovvio che, nella sua eclatanza dia da pensare, e, nei migliori dei casi, ti dia modo di confrontarti con una serie di elementi che alla fine, vuoi o non vuoi, sfiorano anche la nostra esistenza. Per esempio quello che tu nomini chiaramente, ovvero la latitanza dello stato a farsi carico dei suoi cittadini più deboli. Perché qui non solo si taglia sulle strutture, sul personale e sulla cura a pazienti psichiatrici o meno, ma non esistono manco quei nidi che tu tanto spesso hai dichiarato poter essere un’ ottima ancora di salvezza per quei bambini le cui madri, per patologie varie, non riescono a dare quell’ attenzione incondizionata tanto importante, ma che possono essere aiutati, e tanto, all’ occasionale operatore competente ed empatico. E sappiamo che se i nidi non ci sono per chi ne ha tanto bisogno, non ci sono manco per noi, che ne abbiamo meno bisogno, ma poi anche per questo smettiamo, come società, di fare figli o perseguire uno sviluppo personale in forma di lavoro/carriera. Insomma, lo stato latita, la salute pure, meno male che abbiamo un’ opinione pubblica pronta a scannarsi sui fatti degli altri di cui non sa nulla, altrimenti veramente scoppierebbe la guerra civile, se ci tolgono pure questo.

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  2. Togli alla madre (e al padre, perché no?) il neonato dalle braccia, e diventa una belva. Reazione spontanea. Questa la mia esperienza, empatizzo solo con quella, non mi importa il resto. Mi chiedo come si possa anche solo pensare di sottrarle il bambino ora. E’ più lesivo della pena di morte. Il diritto incarna lo Stato, e può lo Stato dare la pena di morte? Sappiamo di no. Può agire crudelmente? Pare di sì, in tante forme. Questa la più crudele.
    Mentre si appronta un progetto psicoteraupetico, lasciate quel bambino alla madre (e al padre, perché no?). Forse è già un primo passo, di quel progetto.

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  3. Provo a lasciar da parte i ragionamenti teorici, clinici, astratti e chi più ne ha… dato che non ho le competenze per farli e penso a cosa farei se dipendesse da me. E mi dico che innanzitutto avrei lasciato che la mamma abbracciasse il suo bambino, lo annusasse, lo tenesse sul cuore e che il bambino sentisse l’odore della sua mamma, la riconoscesse. Poi continuerei a permettere che stessero insieme sotto il controllo continuo e attento di persone capaci, consapevoli e attente in una struttura protetta. E nel frattempo ragionerei, valuterei se e cosa è meglio fare per ridurre i danni. Fantascienza, mi rendo conto ma il pensiero che comunque questo bimbo avrà nel suo vissuto un buco nero enorme e doloroso mi fa star male.

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  4. credo che questo bambino, comunque la si metta, l’avrà tanto, tanto dura. e credo che il punto sia tentare di ridurre il danno il più possibile, essendo realisti e facendo i conti con le possibilità concrete.
    due microappunti: una cosa è la patologia, anche gravissima, l’altra è la capacità legale di intendere e di volere ai fini processuali. sono due cose distinte, e una non esclude l’altra.
    secondo: credo anch’io che possano aver valutato il rischio per gli affidatari. e per quanto riguarda la contrarietà all’adozione, forse contano i modi più che la sostanza.
    non so, non sappiamo, speriamo.

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  5. Oggi il punto è: non passare per “buonisti”. Ho letto frasi, di gente intelligente che conosco, tutte centrate sul fatto che una criminale assassina non deve essere madre e certamente non può essere una buona madre. Voglio dire, fare la fatica di distinguere, di capire, di mediare è sempre più vista come attività da gente buona, da anime candide. Ma che storie e storie, basta, pensano e dicono, non se ne può più con tutta questa comprensione: che si butti via la chiave!
    Invece, invece…e spero che prima o poi la voglia di capire torni prepotente a fertilizzare questa nostra società arida.
    Secondo me la cosa più importante di quello che hai scritto è ” non sempre la psicopatologia grave intacca il materno in maniera ovvia e automatica e in secondo luogo in diverse circostanze un intervento ben congegnato può migliorare la psicopatologia di una madre.” E sopratutto: “Va ricordato che primi mesi di vita diciamo anzi fino ai primi due tre anni, al bambino serve una competenza affettiva che è più prelogica che logica, una sintonizzazione emotiva sui suoi bisogni, sulle sue richieste un’attivazione immediata.” Non sarebbe meglio se il bambino potesse sperimentare questo tip di relazione prima di venire a sapere che è stato generato da due assassini? Forse un “attaccamento” buono, positio ne potrebbe venire fuori.

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  6. Ciao, ti leggo sempre ma non commento da anni.La lucidità delle tue argomentazioni è come sempre ammirevole.A me pare che, al di la delle vicende reali , nella narrazione collettiva di questo fatto di cronaca siano venute a confliggere due visioni opposte della maternità (o forse due facce della stessa medaglia); da una parte ci sono quelli che ritengono le madri, per natura e istinto, comunque e sempre adeguate , e dall’altra quelli per cui la madre deve essere esente da qualunque forma di cattiveria, se lo deve meritare, il figlio . Ovviamente del padre si tace.

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  7. Sì, per fortuna l’opinione pubblica conosce ben poche situazioni così complesse su cui accanirsi, ma anche scoprire che la realtà è meno semplice di come la si descrive senza avere gli strumenti x ragionarci un po’di più, è utile. Bisognerá pur uscire da questa perenne adolescenza dei social e leggere scritti come questo aiuta. Lucida e semplice, come sempre é un piacere.

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  8. Anche se il mio blog è piccolino e iniziato da poco, proprio per diffondere questo tipo di scritti articolati e che invitano a ragionare, anche se un po’ difficili, vorrei ribloggarti. Sia per il post che per i commenti. L’ho già fatto con un altro post senza chiedere il permesso. Non so se ho fatto male.

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    • Cara grazie – non è cosa da chiedere! Io invece sono come dire, una vecchia volpe del web e ti assicuro che essere linkati fa solo che piacere! Quindi grazie ancora e non chiedere più 🙂

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  9. “Va ricordato che primi mesi di vita diciamo anzi fino ai primi due tre anni, al bambino serve una competenza affettiva che è più prelogica che logica, una sintonizzazione emotiva sui suoi bisogni, sulle sue richieste un’attivazione immediata.” Per la mia esperienza di coppia affidataria in più di un caso (quando gli anni e le forze erano altre) questo che dici è un punto di partenza da saltare solo se la madre da segni di aggressività verso il baby. Parlo sempre solo per mia esperienza ma anche i giudici dei minori e i servizi sociali mi sono sempre sembrati preparati e consapevoli riuscendo a dare le migliori soluzioni possibili non solo al momento ma anche proiettate negli anni. E i casi, complessissimi, ingarbugliati da mille intrecci, erano sempre di enorme, insopportabile dolore per i piccoli. Sempre, dico sempre, alla fine quello che contava, anche mentre li tenevi stretti al seno, era come rispondere alla domanda “perché mamma mi ha lasciata/o?” fino a quella più cruda “perché mamma mi ha fatta/o nascere?”. Questo indipendentemente dalle motivazioni legali o di necessità. Forse la risposta più accettabile potrebbe essere “perché è morta” ma non eluderesti la considerazione “perché doveva capitare proprio a me?”.
    Gli anni poi passano per tutti e anche la mamma (assassina e/o cattiva e/o tossicodipendente e/o con disturbi del comportamento e/o solo malata) potrà essere rifiutata o pietosamente accettata (raro) ma parliamo di un’infanzia che va raccolta e tutelata con la massima cura e che senza lunghe terapie analitiche e di affetto difficilmente riguadagna autonomia e libertà di vita. Diversa e sicuramente più gestibile la situazione di abbandoni in età superiore a quel periodo. Credo che voi specialisti abbiate in questo senso dati statistici alla mano, certamente la prima cosa che andrei a cercare di capire al posto del giudice tutelare, e non è detto che non lo abbiano fatto, è come la mamma in questione si sia relazionata con la sua mamma nei primi anni di vita. Gira e rigira, consciamente o no, ripetiamo sempre sui minori i comportamenti che hanno usato con noi dal primo attimo di nutrimento e se allatti al seno parlo di mamme. Questa è la mia esperienza.

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  10. Non mi piace il tuo post, ma può darsi che alcune cose non le abbia intese come dovevano. Ciò che rifiuto è l’idea della sperimentazione del materno che dovrebbe essere lasciata alla madre: assistiamoli come dovrebbero e vediamo come va, purtroppo costa troppo e non si può fare…Non capisco perchè. Dimentichiamo che le mamme li fanno i figli e non il parto. Quindi perché darle la possibilità – da persona dichiarata anaffettiva – di fare del male a questo piccolo essere umano? Si può essere inadeguate in tanti modi ma questo specifico bambino può trovare dei genitori che potranno accompagnarlo nel suo particolare percorso personale che comprende aiutarlo a rispondere alla domanda chi era mia madre, perché ha fatto quello che ha fatto e perchè non mi hanno fatto restare con lei. I genitori adottivi non sono solo più attrezzati, sono capaci di amare un figlio o figlia non nato da loro e vengono a loro volta scelti dai figli e figlie, perché l’adozione non è a senso unico è reciproca, è un lungo percorso di crescita reciproca in cui i genitori devono dare molto e hanno in cambio un amore molto vero e grande che personalmente non riesco a raccontare e nemmeno voglio farlo, perchè me lo godo e lo faccio continuare nel tempo.
    E’ questo che intendi con “la grandezza materiale in cui si trasforma la consapevolezza di essere genitori adottivi in chi adotta”? l’aggettivo materiale mi infastidisce molto, ma ripeto non sono sicura di aver capito cosa vuoi dire. Checchè possiate leggere o studiare, da questo punto di vista i genitori adottivi non sono e non saranno mai come tutti gli altri, perchè l’amore ed il rispetto dei loro figli se lo devono conquistare e meritare, mente altri lo pretendono e lo danno per scontato, ed il rispetto per la persona, le sue difficoltà e le scelte costa caro. Perchè i figli chiedono anche : ma perchè tu mi vuoi e lei no? Ma tu vuoi proprio me? E per noi la risposta è sempre sì, voglio te con la tua storia già alle spalle, te di cui non conosco le malattie genetiche o familiari, te che non mi somigli e non mi somiglierai forse mai, te che non conosco affatto e mi sei estraneo, che non sei abituato al mio odore ed alla mia voce, ma è te che voglio.
    Conosco decine di famiglie che i figli non li vedono, non sanno nemmeno chi sono ed ho incontrato decine di coppie aspiranti adottive e non tutte avevano la struttura mentale ed affettiva per affrontare questo percorso, il carico emotivo per affrontare non solo le proprie, ma anche le sofferenze sicure dei loro figli. Ho incontrato tanti bambini e bambine che amano, soffrendone, genitori inadeguati, che si offrono di aiutarli, che si sostituiscono a loro e mentono sui propri bisogni quando vedono i genitori incapaci di aiutarli. Quando al fatto di non voler dare il figlio in adozione non mi stupisce, credo che la domanda doveva essere piuttosto: perchè vuoi tenere questo figlio e come pensi di crescerlo e di educarlo? A questa domanda poteva e può rispondere. Tutte le coppie dovrebbero farsi questa domanda. Quanto allo stereotipo della cattiva madre, a mio avviso non si sta indagando a sufficienza sulla differenza tra madre e persona. In passato i figli si levavano alle madri che divorziavano, trovavano soddisfazione sessuale al di fuori del talamo, volevano lavorare o semplicemente dovevano essere fatte fuori da nuclei familiari per questioni di eredità e di potere. Allo stigma sociale per le donne che volevano emanciparsi si accompagnava l’inflizione della grande punizione, l’impossibilità di vedere i figli e figlie, privarle di un rapporto forse l’unico nel quale avevano potuto esprimersi ed investire. Concludo invitandovi a pensare che sono molte le donne sterili anche per la mancanza di attenzione e di ricerca su una malattia femminile come l’endometriosi, che essendo tipicamente femminile e molto invalidante anche spesso, solo da poco è all’attenzione dei medici. E che una donna può realizzarsi anche senza figli, anche questo è un diritto delle donne. Grazie dell’attenzione
    Anna Grazia madre adottiva femminista Presidente di Womenoclock

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    • Cara Anna Grazia
      Può essere utile calare in una dimensione contestuale il mio post per cui 1. Io ho un’adozione in famiglia 2. sono femminista anche io ma certo 3. lavoro come psicoterapeuta – non di rado con i figli adottivi e ancor meno di rado con i figli di o direttamente con – madri considerate inadeguate.
      Su questa vicenda per prima sono incerta e negli ultimi tempi anche tramite confrontandomi con colleghi mi sono spostata di più sulla possibilità di adozione. Ma rimango molto interdetta – di fatto, quello di cui parlo qui ossia l’istituto protetto dove persone con una psicopatologia si mettono alla prova con la genitorialità è una cosa molto frequente, o relativamente frequente, e mi sembra qualcosa di giusto da tentare sul piano etico. E’ una posizione che alcuni trovano discutibile, e capisco le tue resistenze, tutt’altro che immotivate e che hanno un’altra etica molto forte dalla loro. Forse questo caso è davvero troppo grave per coltivare un certo genere di speranze, e se i periti hanno avuto informazioni ulteriori di quelle di cui disponiamo la decisione potrebbe essere congrua – come è probabile. Ma io devo dire che spesso, la relazione con un bambino è un’occasione terapeutica importantissima per le donne e per le pazienti, mentre quando il figlio viene tolto a una madre che lo vorrebbe tenere la psicopatologia può inchiodarsi – aumentare quasi sicuramente. E questa donna è tanto tanto giovane. Per quel che riguarda invece l’adozione devo dire che, la consapevolezza della problematica originaria aiuta molto, e sta appunto influendo sulle prassi che presiedono sui percorsi adottivi – come saprai meglio di me.
      Divergenze di prospettive . Ma in ogni caso, grazie del contributo.

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      • Grazie del chiarimento. Capisco cosa vuoi dire quando parli di occasione terapeutica. Ma dal mio punto di vista questo argomento presuppone una relazione con il bambino – che qui ancora non si è instaurata – e che coltivare farebbe bene ad entrambi.Buon lavoro.

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