Anatomia del potere amministrativo

Ama cucinare.
Ama della cucina anche gli aspetti meno poetici, meno creativi. Ama non solo la mistura e l’intuizione, ma il gesto metodico e noioso che lascia alla testa il ritmo dell’ossessione, e le mani che si sporcano di qualcosa che si vuole simile all’amore, ama lavare lo sporco del piatto che si forma nel lungo lasso del pensiero. Le briciole. La pelle della cipolla. L’ombra della bottiglia dell’olio che rimane sul marmo.
E ora pensa di non poter dire a nessuno, a sua madre che verrà a pranzo, alla sua amica al telefono da un attico, non potrà dire che la piace fare quello che sta facendo adesso. Preparare della carne.
Ossia – trasformare quello che ancora in tutto è un animale, in un’altra cosa, un’altra materia. Quell’indicibile interregno.

Sul tagliere grande, intorno i piatti vuoti, la guarda l’occhio severo di una natura morta. Sedani e carote e erbe profumate – coriandolo, e timo fresco e la brillante luce della salvia – incorniciano il muso di un coniglio, la carne rosa del busto e delle zampe, una fermezza non colpevole, un destino deciso da altri per entrambi, il debole contro il forte, il piccolo contro il grande. Solo in questo primo momento quando incontra gli occhi della bestia, spogliata della levità di un tempo, della sua grazia, la muove ad una specie di imbarazzo carnale, una vergogna a cui non intende sottrarsi. Esita per poco –e subito obbedisce alla tirannia della sua specie. Nel ventaglio dei coltelli appesi al muro, ve ne è uno particolarmente grande, da far calare come una mannaia.

Per poi togliere dal ventre gli organi vitali, il secondo momento di imbarazzo. Il cuore. Il fegato. I piccoli polmoni – le sue mani come quelle delle vecchie nelle fiabe per sue figlio. Cosa c’è di più importante di un polmone, e guarda che brevità nello staccarlo. D’altra parte questi oggetti vitali e fondamentali sono così pieni di se stessi, così forti del loro significato, che sporcano il sapore, dilagano nella carne. Che per ora ancora carne non è, ma schiacciata in un limbo fuori dalla vita.

Le piace anche ora che ha le mani infastidite per l’acqua e l’aria fredda, disossare l’animale – per trasformare ciò che era irriducibile ineffabile, e ostico e acre e pungente, in un piatto morbido, levigato, elegante. Tuttavia, quel senso di equilibrio e risoluzione che le da il più feroce dei gesti, non è tanto nella civiltà estetica del risultato – certamente userà del vino, e un po’ di brodo – quanto nella ferinità della partenza. E mentre si oppone contro i piccoli tendini, digrigna i denti con l’acrimonia di una bestia.

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