Match

Il ristorante sarebbe un buon ristorante di pesce, onesto nel prezzo e nelle portate, un ristorante di camerieri corretti e puntuali, di pomodori freschi, di gamberoni profumati e dolci con un fiore all’angolo del piatto. Alla buona cucina il gestore aveva tentato di affiancare anche un’ altrettanto decisa intenzione sociale: una sala ambiziosa nei tavoli e nelle sedie vestite – sulle pareti un ghiaccio metropolitano, qua e la del compensato rivestito di nero forse a evocare un’ipotesi di design orientale, alcune composizioni floreali in alcuni angoli, il pavimento chiaro. Molta pulizia.
Ma il ristorante è il portone di un paese di campagna: alle spalle si arrampicano case di tufo con i fili a vista, presto ci sarà la sagra e davanti si scioglie una vallata di lecci e di castagni e di sassi. E il nome, porca miseria il nome – mi viene da dire mentre mangio con vantaggio e soddisfazione una pastasciutta colle vongole – come ti è venuto di chiamarlo Il Peccato, con tutte queste famiglie che ordinano la pizza, e queste mani rosse che bevono vino della casa, e questo ordinario bianco sporco delle pareti, e tutto quel mondo di obbedienza borghese che hai cercato di emulare.
Il peccato è anarchico, non rincorre nessuno.

Tuttavia alla mia destra qualcuno sta cercando di beneficiare del nome – forse con successo. L’uomo che ha invitato la donna a cena, odora di un potere delle mezze altezze: ci avrà una concessionaria, un’agenzia di recapiti, forse una moglie lasciata, forse dei figli che stanno scanzonati e fragili sulle proprie gambe. O chi sa, forse quello stesso ristorante. I capelli bianchi pettinati per bene e la camicia sbottonata sui polsi, stanno a dimostrazione del fatto che se lo chiamassero un bel signore, se ne sentirebbe offeso. L’abbronzatura gli sa di salato, di mare e di tenace militanza in una gioventù che non finisce. Uno di quei maschi che luccicano di un’ammirevole e insieme struggente attaccamento alla vita, e a certe sue carnali emanazioni. Non solo il sesso, ma il farsi vedere che lo si fa.
Le donne e le macchine come le stimmate del capobranco.

Ha portato a cena un’artigiana del proprio corpo, una di quelle ex ragazze e non ancora donne, il cui lavorio sulla pelle e sulla carne, la forma astratta delle sopracciglia, le onde non casuali dei capelli -lascia confusi sull’età anagrafica. Non si sa bene se sia una ragazzina che voglia perdersi le frange dell’adolescenza, o una signora che cerca l’ideale platonico della giovinezza in un’idea di tacchi altissimi e minigonna di pelle. La severa attenzione con cui organizza l’apparenza non è riuscita però a eludere certi tratti remoti della sostanza. Sotto il platino e la dolcezza di ordinanza sta l’incarnato scuro di una ragazza forse greca, forse bulgara, e ancor meno dissimulabile, il baluginare di un’intelligenza tenace.
Ascolta gentile il rumore della coda di pavone che si apre con la pazienza del mestiere.

(Finiranno a letto – speriamo che si divertano! Che i capelli finiscano in disordine, e la pelle possa essere graffiata. Speriamo in un affanno maleducato e rumoroso, in lenzuola di cattivo gusto o persino nel sedile di una macchina.
Speriamo che si scordino i copioni, che il piacere faccia il suo dovere che il peccato arrivi per davvero e non sia soltanto una angosciata necessità, il fiore all’occhiello di una battaglia necessariamente persa)

(Per contrasto, e per una freschezza consigliabile qui)

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4 pensieri su “Match

  1. Il copione è sempre lo stesso, personaggi non cresciuti e ordinari, talvolta i personaggi sono più raffinati ma la sostanza è la stessa. Il listino prezzi era almeno abbordabile ?

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  2. “Ascolta il rumore della coda di pavone che si apre con gentilezza di mestiere”…. che perfetta analisi di tanti appuntamenti in poche parole 😂

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