Psichico dentro facebook

In una recente conferenza stampa Zuckerberg ha dichiarato che presto ci sarà, disponibile su Facebook il tasto non mi piace, con il pollice verso. Servirebbe a comunicare – pare abbia detto – il dispiacere e l’empatia per post che riguardano un fatto brutto – come un lutto, una malattia, un problema sul lavoro – per i quali la possibilità del like era considerata piuttosto stridente. Mi pare un’operazione fulgidamente americana, che risponde cioè a una certa idea che abbiamo noi della priorità che ha il marketing negli USA e di come questa priorità venga dissimulata da un apparentemente lodevole e disinteressato buonismo. Per quanto Zuckerberg dichiari una funzione gentile del tasto non mi piace, non potrà certamente controllarne l’uso che ne verrà fatto sui social, e il suo potenziale oggettivamente conflittuale. Il mio sospetto è che questo potenziale conflittuale sia stato anticipatamente calcolato e anzi auspicato in quanto remunerativo: Facebook è un servizio gratuito che si mantiene grazie alla pubblicità – la quale ha maggiore ragione di esistere in virtù dei tempi di permanenza dell’utenza. La conflittualità e la polemica aumentano i tempi di permanenza, e io immagino una serie di conseguenze al già alto tasso di scambi aggressivi in rete.
Il tasto non mi piace è una istigazione al coming aut del dissenso. Ci saranno quelli che diranno semplicemente che un certo contenuto a loro non piace, e ci saranno quelli a cui, per la gioia degli sponsor, non parrà vero di spiegare perché.
A scanso equivoci – io potrei essere una di quelli.

Le persone che frequentano quotidianamente Facebook e che lo usano molto, si diversificano nello stile di relazione, con differenze che prendono origine dalla loro struttura psichica. In molte hanno delle specifiche modalità aggressive che sono rispondenti a certe loro forme del carattere – in alcuni casi non del tutto esplicitate nella vita quotidiana, anzi addirittura insospettabili. Con aggressività qui intendo un concetto molto vasto che copre non solo le persone che si esprimono aggressivamente con attacchi verbali plateali, ma anche altre forme più sottili di prevaricazione invadenza e attacco, magari non immediatamente individuabili. Per esempio ci sono contatti che non partecipano mai ad alcuna cosa che dici, ma proprio mai, quando ridi, quando sei contento di qualcosa, quando hai scritto qualcosa che potrebbe trovarli d’accordo – ma compaiono esclusivamente quando posso manifestare un amaro dissenso. Si ha la sensazione che ci sia una forma di insicurezza dietro, perché quando arriva questo dissenso si ammanta della convinzione di una superiorità morale. E certo salta agli occhi il travestimento di un’aggressività trattenuta.
Altri, fanno arrivare un comportamento aggressivo e invasivo reiterando fino alla nausea il dissenso, quando è ormai chiaro che le posizioni sono distanti e non c’è molto da aggiungere – una sorta di accanimento terapeutico che rinvia forse alla difficoltà di tollerare una mancata egemonia sull’altro, che forse viene tenuto in eccessiva considerazione. Altri ancora per esempio criticano qualcosa di scritto non già per i contenuti ma per l’apprezzamento che ha ottenuto presso altri. Molti infine, se non si controllano, sentono che un’aggressività sia legittima perché sono state toccate con malagrazia delle corde delicate – anche nei casi in cui l’interlocutore non aveva intenzioni realmente aggressive. Altri ancora sono aggressivi per tagliare le gambe all’interlocutore.
Posso immaginare che questa vasta compagine di gente con una parte di se diciamo litigiosa e animosa, possa trovarsi maggiormente imbrigliata nell’opzione non mi piace, e nella reazioni alle spiegazioni del suo uso.
L’aggressività è un gioco di palleggi.

A cui non giocano tutti – va detto. In tanti sanno difendersi con poco sforzo, per struttura caratteriale per gioco di strategie difensive e adattive, per grado di immersione nelle dinamiche della rete. Per momento di vita.
In primo luogo incide semplicemente la frequenza con cui si usa Facebook. Se ci si viene ogni tanto durante la settimane o la giornata, ci si autopercepisce come separati, le relazioni vengono avvertite come oggetti scritti, testi, letture. Cose provvisorie. Molti però fanno di Facebook una seconda stanza esistenziale, sia per una maggiore familiarità con la comunicazione scritta, una sorta di intimità, che per la vita quotidiana che hanno: non so se per affinità con me, che sono grafomane in senso stretto, ma io sono in contatto con molti giornalisti e scrittori e traduttori, o giornalisti scientifici e professionisti della parola scritta. Gente che ama la parola e che lavora molto in solitudine. Comunque ci sono tante persone che tengono Facebook aperto mentre fanno altro e ci scrivono frequentemente con naturalezza: ci scambiano opinioni e cronache quotidiane. Più il tempo trascorso sul social è lungo, meno le interazioni vengono percepite come scritte e lette e mediate, rappresentate, più vengono vissute come reali e coinvolgenti. Quindi molto inciderà il secondo fattore, ossia come questa o quella personalità interagisce nelle sue relazioni, quanto si spende, il suo grado di estroversione e di reattività, l’investimento emotivo che mette nelle cose. Soggetti riservati e distaccati nel quotidiano o molto freddi lo saranno anche in rete, e forse saranno più resistenti sulla lunga durata, soggetti più estroversi immediatamente emotivi, con forti investimenti libidici sulle relazioni potrebbero più facilmente sentirsi imbrigliati e imbrigliabili.

Ci sono poi, ho notato, situazioni esistenziali che espongono a una maggiore fragilità e a un grado maggiore di dipendenza dalle relazioni di rete. Il primo amico che ha chiuso il suo account era un uomo che stava molto in rete al tempo della sua separazione, e tendeva a raccontare molto della sua dimensione privata. E’ un uomo estroverso, solido benché sensibile, ma mi rendevo conto come lo stato di recente separazione e solitudine gli lasciasse come un contenitore emotivo cronicamente insaturo che veniva saturato dai dialoghi on line. Questo lo portava a rivelarsi troppo, a darsi in pasto a un’opinione pubblica sconosciuta, a essere oggetto di dibattiti, e certo aggressività e colpi bassi. Lo stato di bisogno relazionale – nienti più bimbi per casa, niente moglie a cena – lo metteva in una condizione come dire, di maggiore ricattabilità. Questa cosa capita anche con altri stati di crisi, addosso a certo tipo di personalità: per esempio le malattie. Che rendono bisognosi degli altri e portano certi lati oscuri del carattere a emergere con più frequenza.
Tutto questo vuol dire che negli stati di crisi, di insaturazione relazionale, o di malattia, l’aggressività è prodotta più facilmente e percepita come più efficace, e le relazioni scritte come più salienti di quanto accada in altre circostanze.

Questo post è nato per riflettere sulla decisione che alcuni miei contatti cari hanno preso e che ogni tanto valuto anche io – ossia, di lasciare il social network più importante. Credo che la difficoltà a negoziare con i propri bisogni di dipendenza, con i nostri modi di gestire le relazioni, anche le idee stesse di relazione, sia alla base di alcune defezioni. Come se di fronte a un compito emotivamente troppo arduo, che sarebbe quello di ricalibrare le proporzione e di sdoppiare nuovamente, scindendo tra relazione di rete e scritta e narrata e relazione di vita vissuta e incontrata, fosse troppo complicato e lungo e faticoso, sentimentalmente difficile. Siccome però trovo non troppo salubre questo schiacciamento tra reale e virtuale, la decisione per quanto drastica e per quanto comporti delle rinunce mi pare saggia. Forse una via rapida, forse brusca, ma perché no.
Che cosa ci raccontiamo se prima non viviamo? Se non siamo capaci di vivere prima di narrarci – ben venga una brusca inversione – che sospenda la narrazione.

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12 pensieri su “Psichico dentro facebook

  1. La prendo alla lontana. qualcuno ha notato che dopo anni che si parla di truffe informatiche, di phishing e ingegneria sociale MAI è stato riscontrato un caso di attacco informatico a persone con disabilità? Secondo me sarebbe utile una ricerca nei social usati solo da persone con disabilità per verificare se per caso costoro hanno sviluppato un modus operativo nelle relazioni reciproche virtuali virtuoso, capace di fare da antidoto per le persone “normodotate” ….

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  2. Credo che i social inizino a chiedere molto da noi quando sotituiscono una parte della nostra vita che potremmo tranquillamente vivere nel reale.
    Per fare un esempio personale: il giorno in cui preferirei restare in casa su fb piuttosto che uscire con moglie e figlio al ristorante o con amici allora penso che dovrei dedicare maggiore attenzione a cosa sto facendo. Non arrivo al punto di dire che avrei un problema ma credo che dovrei rendernmi conto che fb sta diventando per me qualcosa in più di un luogo di chiacchere, e rifletterci sopra.
    Stessa cosa se lo uso nei momenti di pausa, per esempio tra un consulto sindacale e l’altro, dovrei fare attenzione se sento un fastidio all’ arrivo del prossimo lavoratore perchè mi sta distogliendo da un post, da una risposta che “devo” dare.
    Se si finisce in queste dinamiche, in questo uso, allora credo si sia molto esposti a stress e a fatica, e nella vita reale ce ne sono già abbastanza secondo me, quindi meglio staccare tutto.
    Aggiungo solo che per me sarebbe meglio dare un taglio netto, lasciando per ulteriori contatti, agli amici che non desideriamo perdere, un riferimento su un mezzo diverso dal social: mail, cell o quant’altro

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  3. Il problema e nello stesso tempo il bello di Facebook è che mescola moltissimo vita reale e relazione di rete, quindi non è sempre facile fare una distinzione, perché magari questa distinzione esiste solo in parte. Come dicevamo sono “soldi del Monopoli” (per cui bisognerebbe essere molto distaccati) però ogni tanto – come dire? – ci sono dentro anche soldi veri. Che magari erano soldi veri anche prima (amici di vecchia di data) o sono soldi del Monopoli trasformati.
    In più ci sono delle cose che feriscono come essere umano e non come utente di social network. Se vedo due persone che si scambiano colpi bassi, oppure una che fa una fetenziata a un’altra, mi dispiace tanto quanto vedere una vecchina malmenata per strada. Esiste una codardia da social network, per esempio? Oppure esistono persone codarde che su un social network si mostrano prima?
    Secondo me la distinzione non è così semplice.

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  4. premesso che io sono molto grata a facebook per avermi dato modo di conoscere persone della cui esistenza non sarei venuta a sapere altrimenti, persone che sono diventate presenze reali nella mia vita di isolata geograficamente e non solo, credo che sì, conoscerne i meccanismi sia importante, che non dargli un’importanza che non ha lo sia almeno altrettanto, che se diventa totalizzante al punto di influire sulla vita reale sia il caso di prendere provvedimenti.
    di una cosa sono certa: che per iscritto molto spesso esca il vero sé. non necessariamente sui concetti espressi, che comunque -ma uno può simulare, quanto proprio sulla strutturazione delle frasi e dei toni: una sintassi che rispecchia quella interna.
    c’è di tutto, in rete. come c’è di tutto fuori.
    mi son resa conto che per me è essenziale scegliere modi, tempi e frequentazioni. quindi sto scremando, mettendo recinti e paletti, come farei prima di invitare qualcuno a casa mia. e in effetti, siccome non sono un personaggio pubblico e non ho niente da promuovere, in un certo senso è, casa mia. e non ci voglio maleducati. indipendentemente dai motivi per cui lo sono.
    di altri seguo pochissimi, non ci sto in continuazione quindi molte cose non le vedo (e anche su cosa vedere faccio scelte, usando largamente la funzione che nasconde per i casi di persone alle quali magari sono affezionata ma difficilmente quello che pubblicano è di mio interesse).
    capisco e rispetto la scelta di chi se ne va.
    mi dispiace molto quando si tratta di persone che mi arricchiscono e che per motivi logistici mi è quasi impossibile frequentare “fuori”.

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  5. Ho avuto un’ illuminazione, forse addirittura un’ epifania.
    Ho capito perchè mi trovo abbastanza bene sui social.

    Nessuno dei miei amici lo era prima della mia iscrizione ai social.

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  6. Credo che se diventasse ” dipendenza” andrebbe eliminata come le altre dipendenze, poiché tossiche.
    Certo, a volte mi capita di preferire andare sul social che stare davanti alla tv, che reputo più tossica. Non mi capita di non uscire per stare su fb. E quindi la prendo come un passatempo, uno sfogo, una telefonata ad un’amica che magari non è il caso di fare dopo una certa ora la sera.
    E poi anche a me piace scrivere…. Viziaccio 🙂
    Chi si tende conto di non vivere per vivere sul social e non trova il compromesso fa bene ad andarsene.
    Magari lasciando un altro tipo di contatto…

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    • uhm, Giovanna io mi sento un po’ parte in causa visto che nella mia vita ho incontrato svariate dipendenze, però mi sento di dire che in assoluto le dipendenze sono tossiche 🙂
      per il resto che dire certo non è facile da gestire la realtà ma neppure il virtuale il mix delle due? boh io ho iniziato a stare su fb per “controllare” i miei figli poi ho riscoperto un sacco di persone che nella mia vita pensavo scomparse (emotivamente eh) e molte nuove ne ho incontrate, normalmente poi siccome sono nonostante tutto anche un corpo (sebbene nonna) cerco con le persone che reputo belle e importanti di incontrarle nel vero e normalmente funziona. ciao a tutti

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  7. Bello, Costanza! La prima cosa che mi viene in mente è che conosco te ma anche – chi più chi meno – tutti i commentatori di questo post solo attraverso il social. Eppure siete tutti tra le persone per cui mi piace stare cui, persone per cui la parola “amici” non ha il sapore di un’americanata di cui profitta Zuckerberg in primis; e tu sei sei tra quelli che hanno il bisogno adolscenziale di avere più possibile amici su facebook. Poi io mi sono fatta una pellacciia in rete prima di approdare qui, e in più la vita mi ha allenato,talvolta troppo, a tenermi lontana e riparata dai conflitti. Tuttavia a volte il piede pestato ma di brutto non lo eviti, può non valerne la pena, così come puà non valere la pena il tempo perso qui dentro: e quindi, lo ripeto anche qui,auguro la più deliziosa asocialità digitale a Marina….:-)

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  8. Refusi come la pioggia odierna sulla Lombardia. Tipico. Pazienza. C’è però una frase che non si capisce per un tubo. Volevo dire che oltre al profitto di Zuckerberg, ci può essere, in secondo luogo, quello della persona stessa che si fa prendere dalla sindrome del dover avere tantissimi “amici”. Io ne ho un bel po’, più o meno per ragioni legate al ruolo che mi sono ritagliata: ma poi va a finire che mi scambio più o meno sempre con gli stessi, il social ne tiene conto, e a meva benissimo!

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  9. Ma io posso mettere un like su questi post? Perché se cerco di farlo (ma c’è scritto blogger e io non lo sono, quindi…) ecco mi chiede la password e io me la sono scordata. E insomma, pollice in su, va’.

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  10. non ho problemi ad essere conflittuale nella vita reale. non cerco rogna ma, se capita, non mi tiro indietro. per quanto sia una persona mite, almeno credo. su fb non riesco ad essere aggressiva e odio l’aggressività. l’aggressività scritta è una cosa micidiale, taglia le gambe a qualsiasi replica, anzi, impedisce proprio lo scambio e l’ascolto, cosa che invece a me piace molto.. ovviamente non devo qua spiegare la differenza tra comunicazione scritta e comunicazione interpersonale, e come la prima sia necessariamente molto più povera e tranchant della seconda. ho iniziato la mia vita sui social con u blog su splinder ed è stata una bella esperienza. a me piace scrivere, vorrei fare la scrittrice da grande e splinder mi ha fatto conoscere alcune persone con le quali mi sono confrontata e dalle quali ho imparato. fb, invece, è un modo per passare il tempo e anche per fare comunicazione rispetto a iniziative che mi stanno a cuore o che propongo.

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  11. Concordo in tutto con la tua analisi e spesso ne ho parlato con quei contatti che, nel tempo, sono poi diventate “persone” grazie allo scambio di riflessioni, immagini, musica che hanno contribuito a creare una sorta di territorio condiviso basato sull’affinità ma non solo. Infatti anche nelle divergenze i rapporti hanno modo di stabilizzarsi, proprio nella ricerca di una possibile terza via tra posizioni distanti. Come poi si risolva quest’ultima questione è determinante nello sviluppo dei rapporti. Una relazione è tale, per me, solo se c’è uno scambio. Se invece si resta sempre impermeabili cade proprio la funzione del social e diventa altro. Strumento utile per informarsi o per leggere belle storie. Che porta a due immediate considerazioni: cosa ci si aspetta impiegando il proprio tempo in rete e la propria capacità di “narrarsi” scrivendo. C’è una grande differenza fra chi sa usare la scrittura in modo funzionale all’espressione di concetti o di semplice comunicazione, vuoi per mestiere o per capacità personale, e chi si lancia in questo spazio che manca di concretezza, intesa come espressività di gesti e intonazione. Questo può causare delle incomprensioni difficili da risolvere.

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