La mia su Inside Out

Volete la mia su Inside Out?
A me è piaciuto. Mi è sembrato un bellissimo film molto utile molto commestibile. Ero arrivata pompata da molte aspettative, caricata dalla mia vis polemica che si era già attivata nei giorni scorsi discutendo con alcuni colleghi, perché avevo capito dove esattamente funzionava nelle loro perplessità e dove mi sarebbe potuto piacere nel loro dispiacere, avevo annusato le critiche ideologiche su Doppiozero, e addirittura approdavo al film temendo di esserne delusa sapendo quanto ne pretendevo- e all’inizio, davvero ero già li che mi deludevo, ma poi durante la visione del film mi accorgevo che no tranquilli – è davvero un lavoro notevole.

Inside Out è la radiografia di un Bildungsroman, e anzi di quel punto nevralgico di tanti romanzi di formazione che è il passaggio dall’infanzia all’adolescenza: descrive dall’interno una metamorfosi psichica di equilibri e di valori, di gestioni e di priorità che avviene veramente. La gioia è al timone della coscienza di questa bambina Riley, è il sentimento più importante e che regola tutte le azioni da fare e le coordina, e diciamo il suo principio – il principio di piacere – ha la dominanza anche sulle altre emozioni importanti ma secondarie e tutte finalizzate al benessere di lei. O meglio a un concetto omeostatico di benessere che è quello a cui l’organismo tende. Molte delle critiche che ho intercettato hanno attaccato questa priorità della gioia nella prima metà del film e del valore che continua a mantenere anche alla fine quando, grazie alla crescita si dovrà per forza affiancare alla tristezza e al suo ruolo necessario e protettivo, interpretando questa decisione narrativa come ideologica – che ci starà pure – ma disconoscendo il concreto funzionamento dell’infanzia. I bambini in effetti sono così: sono dominati dalla rincorsa alla felicità – la serenità ha per loro una funzionalità importante – fino a essere esagerati e fastidiosi, come è gioia all’inizio che pare pervasa da un disturbo maniacale e come sono a volte i bambini che dopo tre ore che cantano li scaraventeresti al muro. Naturalmente non sempre funzionano così perché se sono bambini maltrattati, o che hanno avuto un’infanzia esposta a traumi e a incurie non funzioneranno allo stesso modo. Ma questo è il film di una bambina comune che ha due comuni genitori incasinati e mediamente attenti, che quando era piccola l’hanno molto guardata e ben voluta e dunque è una bambina che è ragionevolmente dominata dal principio del piacere.
Principio messo sotto scacco quando un trasloco per il lavoro del padre, che allontana provvisoriamente la famiglia dalla sorveglianza affettiva e costringe Riley a una serie perdite e di confronti si rivelerà inadeguato precipitandola in un ben simbolizzato stato di crisi.

Lo stato di crisi di Riley fa sparire dalla scena Gioia e Tristezza – fino a quel momento inefficace e addormentata incapace cioè di far valere la sua utilità – e le porta alla scoperta delle strutture psichiche, certamente semplificate, ma indubbiamente affascinanti. In questa esplorazione con personaggi allegorici e luoghi simbolici – le isole di personalità che ricordano i se di William James fino a quelli di Bromberg – l’area ancora deputata al mero intrattenimento del sogno, fino alle lande segrete dell’inconscio e della rimozione – i bambini davvero possono tesaurizzare qualcosa di prezioso, qualcosa di bello che è un regalo importante, possono sapere delle cose di se e guardarle in una prima rudimentale e accattivante rappresentazione. La parte dei diversi livelli del pensiero astratto è geniale, la parte dell’inconscio dove vanno “quelli che portano rogna” è una traduzione meravigliosa delle cinque conferenze sulla psicoanalisi di Freud, e lo stesso stratagemma per cui alle emozioni si associano dei personaggi permette ai più piccini di interloquire con le proprie emozioni, di avvicinarle, di capire che cosa sono. E’ davvero una grande trovata pedagogica.
Qualcuno ha detto che nel viaggio di Gioia e Tristezza alla scoperta delle strutture dell’Io che stanno sotto alla coscienza manca la ragione. Non è esatto. La ragione c’è è operativa e marginale, diventerà più importante con l’età adulta. Ma se dovessero fare un secondo Inside Out magari sulla piena adolescenza (me lo auguro) questa ragione dovrebbe essere immaginata ancora come mezzo, come oggetto, come sistema operativo, non come uno dei personaggi moventi. Questa storia dell’opposizione tra ragione ed emozioni è una fissazione che ci portiamo dietro da Cartesio in poi noi europei e intellettuali, ma è sostanzialmente una fregnaccia che in psicologia non sostiene nessuno. La ragione è il sistema di operazioni con cui cerchiamo di soddisfare gli scopi che altre istanze psichiche ben più importanti – che ne so i sistemi operativi di Lichtemberg – portano avanti. La ragione stabilisce mezzi, non fini. Non potrebbe mai stare in una centrale operativa di coscienza.

In ogni caso, contrariamente mi pare a quanto abbiano notato i detrattori, mi è piaciuta moltissimo l’onestà clinica con cui lo stato di crisi che sta al centro di questo romanzo di formazione è descritto. Mi è arrivata distinta e chiara la sliding door del pericolo, quel momento tremendo di quando si sta male e si è fissati con un’idea distruttiva, e le emozioni non comandano più non si sentono, e le risorse non si attingono – quel momento di quando Riley decide di andare via da casa e tornare nel Minnesota. Ci sono bambini a cui la tristezza per esempio non riesce a conquistare il timone, e neanche altro, e andranno alla deriva, e rimarranno bloccati così colla tastiera dei comandi emotivi ibernati. Ci sono, spesso hanno alle spalle famiglie meno amorevoli dei genitori di Riley ma ci sono. Quella soluzione narrativa mi è sembrata importante, così come veramente sofisticata tutta la trasposizione in animazione dei ricordi di base, la sparizione dei quali – come avviene regolarmente negli stati dissociativi – mette la persona in posizione di scacco. Anche la soluzione conseguente per cui quando torna, in verità Riley va verso l’adolescenza, c’è un mondo nuovo, un nuovo equilibrio psichico interno, dove gioia non ha più il dominio maniacale dello spazio e tristezza ha un ruolo importante e rilevante, ma la centrale operativa a una nuova consolle, nuovi linguaggi, nuovi bisogni, nuove semantiche di cui le emozioni non sanno niente, mi è sembrata rilevante.

Insomma, quando ero andata a vedere il film ero stata colpita dalle critiche di chi imputava agli autori distorsioni che invece vedevo loro addosso. Certamente il film è un oggetto commestibile per l’infanzia e la pubertà prima che per gli adulti, e certamente è semplificato, ancorchè pervaso da quell’ottimismo di scopi e di risultati che però dolente, in un certo senso la scienza e la psicologia lo condividono perché funzionale alla prospettiva evoluzionista – la quale si fonda sempre sulla vittoria e quindi la necessità delle misure adattive il dominio della gioia nella prima infanzia anche se tante volte è aspramente contrastato è una funzione adattiva sacrosanta dei bambini. Ma soprattutto ho pensato a quella curiosa richiesta di allestire un ritratto psichico dell’infanzia che non avesse del fantastico, dell’entusiasta, della gioia e della necessità adattiva. Su Doppiozero qualcuno ha cioè scritto che ideologicamente questo film sarebbe funzionale a un’età adulta che vuole i suoi bambini divertiti e intrattenuti e dunque docili. E mi ha ricordato quelli che vogliono i bambini incapaci di giocare alle favole, quando dovrebbero, e di credere a babbo natale quando gli sarebbe necessario. Ma forse quei bambini saggi come quelli desiderati da Doppiozero, precocemente arresi all’infelicità, anticipatamente eversivi in nostra vece e tanto consapevoli della dolorosa esperienza del soggetto, di fare la rivoluzione, che è roba da grandi, di rompere le regole, che è compito di chi le ha digerite….. ci renderebbero certamente meno responsabili del nostro dovere di adulti di fare per loro un mondo migliore, e di renderli in grado di usarlo.
Dei piccoli nati falliti non farebbero risultare nessun fallimento e se i bambini fossero già da bambini dei malinconici parti della sinistra bene, non dovremmo avere nessuna colpa di quello che da anni e anni abbiamo combinato al potere.

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8 pensieri su “La mia su Inside Out

  1. Concordo su tutto. L’unica semplificazione del film che mi ha fatto sospettare è l’idea di una Gioia Unica Emozione Primitiva. RIcordando il vagito come primo saluto al mondo del neonato, non direi che le cose stanno così. Ma è un dettaglio funzionale (e presto corretto, Tristezza arriva subito) a un racconto molto, molto ben orchestrato. Anche il team di emozioni funziona, con Disgusto che evita che Riley sia avvelenata fisicamente o socialmente. Per me è un gran bel film, davvero!

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  2. Interessantissima lettura! Ho scritto giusto ieri un post sul film in cui cercavo di far emergere sia i punti che mi hanno perplesso sia quelli che mi sono piaciuti.
    Oltre al predominio della Gioia (che tu spieghi con il prinicipio di piacere), mi ha perplesso il messaggio di una tabula rasa emotiva pre parto.
    Ma condivido i molti messaggi positivi. Io non avevo letto niente prima e scoprire che la Pixar ne ha fatto un film anche contro gli psicofarmaci mi è piaciuto.
    Non so se sei su Facebook ma se si e mi dici chi sei trovi il tuo post adottato nel gruppo #adotta1blogger 🙂
    Questo il mio profilo https://www.facebook.com/soniabertinat.psicologa?fref=ufi

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  3. “Questa storia dell’opposizione tra ragione ed emozioni è una fissazione che ci portiamo dietro da Cartesio in poi noi europei e intellettuali, ma è sostanzialmente una fregnaccia che in psicologia non sostiene nessuno”. Ma spero neanche più fuori dalla psicologia!

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  4. Da profano, a me è piaciuto, e ci ho trovato non solo moltissime trovate divertenti, ma anche qualche morale tutt’altro che disprezzabile. Da profano, ma abbastanza scolarizzato: quindi, tra i detrattori, mi sembra che il pensiero dominante sia che non si può neanche considerare di parlare della mente umana (o meglio, la distinzione non è peregrina, della mente di un preadolescente) senza tirare in ballo la complessità delle teorie più recenti e tecniche sull’argomento.

    Detto in altri termini: a chi è diretto il film? Qualcuno dimentica (o fa finta di dimenticare, tanto è preso dal mostrare le sue conoscenze in riguardo) che ogni mezzo di comunicazione ha un suo stilema, una sua sintassi, una massima quantità di informazione trasmettibile. E dall’informazione trasmettibile con un cartone animato, onestamente credo che non si possa chiedere molto di più.

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  5. Finalmente ho visto il film e devo dire mi è piaciuto un sacco.
    Mi è sembrato un ottimo modo per raccontare ai bambini, ehi, quello che pensi quando pensi “io” -sucsate la profanità e magari la banalità- non è un blocco compatto, monolitico e permanente, ma uno spazio abitato, e agitato, da colori, forze, spinte che a volte collaborano, a volte sono in conflitto, un paesaggio variegato e spettacolare, ma soggetto a scossoni e cataclismi e correnti, e che crescere ha a che fare con queste cose. Per questo mi è del tutto incomprensibile la lettura di Fofi: “come se, partendo non a caso dai bambini, un potere nuovo voglia abituarci all’idea di una nostra dipendenza da entità astratte ma ben presenti nella realtà, e voglia abituarci ad agire di conseguenza, assistiti e guidati da chi pensa per noi e ci spinge dove vuole lui”. Cioè a me sembra chiaro (e lo era anche ai miei figli direi) che queste entità (lungi dall’avere a che fare con quelle delle “fantasie di Philip K. Dick” che tra parentesi era seriamente paranoico e non a caso scriveva quel che scriveva) siamo proprio noi.
    Inoltre, non mi è apparso per niente accomodante e edulcorato, perché ribadisce continuamente il concetto che nel crescere è insita un’idea di cambiamento e di distruzione, routinaria (i ricordi che gli operatori ecologici un po’ cialtroni quotidianamente buttano in discarica con noncuranza) o più catastrofica e magari dolorosa in momenti critici dell’esistenza – nel film, la distruzione delle isole. Che poi verrano rimpiazzate, ma non tutte, per esempio la Stupidera è andata irrimediabilmetne perduta, e anche l’amico immaginario si è immolato all’oblio pur di contribuire alla crescita di Riley. Crescendo i ricordi di base dorati (quelli della prima infanzia) sono destinati ad ammantarsi della malinconia struggente che hanno le cose amate e perdute, il che pure non li priva della loro bellezza. e in generale insomma crescere significa accettare di veder morire continuamente dei pezzi di sé. Guardavo il film coi miei bimbi ai lati: i due piccoli, ancora con le loro palline d’oro e Tristezza addormentata, ridevano alle battute e alle gag; il novenne, alla mia destra, gli tremava il mento dall’angoscia per le isole che crollavano. E io in mezzo piangevo come una vite tagliata.

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