Dalla parte dei maschi

Spesso mi capita di riflettere sullo statuto ambivalente di tante nostre caratteristiche di personalità, in particolare di quelle che magari si sono sviluppate reattivamente a delle condizioni ambientali sfavorevoli. La psiche è storicamente determinata, è un corpo su cui rimangono i timbri e i tagli e le forme delle vicende emotive che incontra, e quella forma corporea a volte è addolorata e ferita, altre è invece difficile da collocare – non trova sedie, poltrone, persino stanze adatte.
Ma spessissimo capita che le caratteristiche di questo corpo storicizzato metà siano problema, metà risorsa. Metà difesa metà adattamento, metà bene e metà male – e può capitare di avere la sensazione per cui, soltanto le retoriche discorsive in cui sono calate e le circostanze culturali che le parlano – diciamo così – stabiliranno la loro qualifica prevalente, se ossia sono disfunzionali o funzionali.
Le declinazioni di questo discorso, possono essere infinite. Facciamo un esempio: ci sono genitori non esattamente anaffettivi ma comunque piuttosto inadeguati nel rispondere ai loro bambini quando sono piccoli. Ci sono anche genitori che attraversano un momento di vita difficile che coincide con la prima infanzia dei figli che li rende come colonizzati da altro e quindi incapaci di stare sulla lunghezza d’onda dei figli. Ci sono genitori che magari sono figli a loro volta di genitori stitici, poco calorosi, ritratti e che sono diventati così a loro volta. Questo tipo di ambiente per certi versi carente – potrebbe mettere al mondo bambini che devono imparare a industriarsi molto per ottenere uno sguardo, che implementano precocemente delle capacità parossistiche di seduzione. Alcuni bambini diventano molto brillanti e adultomorfi precocemente, perché una prestazione adultomorfa – discorsi intelligenti su cose noiose – è un buon canale per avere uno sguardo genitoriale. Spesso, anche se non sempre, sono bambini dalla vita difficile, dalle relazioni con i pari complicate e diluite, e la cui adolescenza avrà ancora più ostacoli, ma non di rado diventeranno adulti efficaci, capaci di successo e di brillante carriera, magari riusciranno anche a mettere su famiglia e soltanto un occhio particolarmente sensibile potrà rintracciare nel loro modo di stare in relazione qualcosa di sofferto o addirittura disfunzionale. Di fatto l’angosciosa seduttività intellettuale di un tempo è diventata il mestiere con cui oggi quei bambini si guadagnano da vivere.

Quindi succede che la connotazione adattiva di una marca che altrimenti verrebbe qualificata come patologica è ampiamente incoraggiata, culturalmente sottolineata, e certi aspetti che un clinico considererebbe sintomatici e penosi vengono letti piuttosto come l’equazione personale di qualcuno che, siccome offre comportamenti particolarmente fruibili dal contesto,  si dirà che sta benissimo e non ha nessun problema. Questa cosa, ho notato, accade soprattutto con gli uomini più che con le donne, perché spesso dei franchi quadri psicopatologici procurano una incapacità a gestire in modo adeguato delle relazioni private, a fuggirle o a occuparsene poco o a farlo male, e un sovrainvestimento della sfera professionale per cui alla fine non si penserà mai che una persona non stia bene. In effetti: moltissimi sintomi belli e buoni sono efficacissimi nel mondo del lavoro: i tratti ossessivi garantiscono precisione, quelli narcisistici creatività e innovazione, per non parlare di certe organizzazioni psichiche che sconfinano nei disturbi di personalità e che sono efficacissime per ricoprire dei ruoli di leadership e dominio: la manipolazione psichica è uno strumento indomabile per ottenere degli scopi.
Se poi queste persone non ricordano il nome dei propri figli la cosa potrebbe non fare specie. E dunque, la psicopatologia maschile è molto più dissimulata di quella femminile.

Almeno in Italia, e almeno diciamo allo stato attuale delle cose, per le donne i figli costituiscono ancora un importante catalizzatore di energia sul privato per cui, anche se la donna volesse scappare dal ruolo di genere prescritto culturalmente, manco potrebbe – considerando il numero attuale di posti in asilo nido, e il numero alto di donne disoccupate o definite casalinghe. Ne consegue –  che l’eventuale funzionamento patologico del femminile ha meno occasione di mischiarsi con simboli esterni ed è più frequentemente obbligato dalle circostanze a cimentarsi con quelle relazioni primarie il cui non funzionamento procura a tutti infelicità e dolore. Ne consegue un’impressione collettiva di una falsa maggiore vulnerabilità delle donne alla psicopatologia propria e una maggiore responsabilità in quella degli altri.
Questa percezione ingannevole è certamente dannosa per il femminile, per le donne tutte, ma allo stesso tempo offre loro una chance che agli uomini rimane più difficile agguantare e di fatto è invece molto più pericolosa per questi ultimi.
Alla fine infatti eventuali disagi e falsi assestamenti non vengono diagnosticati, non vengono presi in carico, e possono evolvere in disturbi più gravi oppure semplicemente rimanere inosservati con individui che passano una vita intera a soddisfare le richieste della polis, del mondo pubblico, dell’esterno, del collettivo, mentre la dimensione privata ne esce completamente depauperata, desemantizzata, svilita – a volte vissuta nella consapevolezza di una pochezza emotiva necessaria per natura e per ordine sociale, a volte nella paradossale convinzione di vivere in una pienezza edonistica che è solo di facciata, è che invece è un altro sintomo patologico bello e buono per soddisfare la fame della domanda sociale di status.
Scopa a più non posso come prescritto da contratto o per impressionare i capobranco.

Non di rado, la spirale sintomatica è davvero richiesta da contratto o da una sequela di regole sociali non scritte. Se la donna che non fa straordinari per prendere i figli a scuola è sanzionata e confinata in una landa di segretariati e fotocopie, all’uomo toccherà quella del licenziamento possibile, della sostituzione e della retrocessione. In secondo luogo, giacché questo è il paese e non un altro, la collusione tra sociale e individuale in queste cose farà si che a vedere la propria identità schiacciata primariamente sul privato spesso, anche se sempre di meno, soffrirà soprattutto l’uomo che vede l’essere semplicemente padre come una diminutio, cosa che invece a molte donne quando diventano madri e vengono rappresentate principalmente come tali, di fatto non succede.
Spesso però, bisognerà cominciare a dirlo, il contesto può essere più elastico di come venga rappresentato dagli uomini che lo abitano, e le esigenze di carriera sono una scelta patologica ben più di una necessità. Ed è una cosa che mi è capitato di constatare persino in un ambiente come il mio – che della priorità delle relazioni private ha fatto una missione, ma dove talora capita di sentire di colleghi che sai io lavoro tutti i giorni fino alle nove di sera, sai partecipo a questo convegno quest’altro e quest’altro ancora, e questa e quest’altra commissione. E ci si chiede: ma dov’è quella cura del privato la cui assenza partecipa alla diagnosi di molti suoi assistiti? A quale altare psichico è immolata? Quale ruota che non gira si evita di guardare?
Le libere professioni spessissimo offrono queste strade magari lastricate di buone intenzioni e pungolate dalla precarietà della concorrenza e dell’assenza di contratto stabile. Ma anche i contesti aziendali dominati da forti rivalità interne fanno la loro parte.

Eppure la patologia della relazione declinata al maschile conosce un ampio spettro di variabili. Si comincia con l’incuria, la distanza, l’essere satellitari e distratti nella vita dei propri cari, che si continua con situazioni in cui in un rapporto con le donne che le reifica e le trasforma in cose, e le usa come mezzo per distanziarsi dalle emozioni e dalle prove esistenziali, si arriva a forme di angoscioso sadismo per cui, dietro una smargiassa misoginia, condotte tarate sul dominio e sull’umiliazione, , si ciela un negativo psichico, una tirannia interna del materno e del femminile, che è ossessione e angoscia e che porta a sinistre rivalse e vendette. Le variabili sono tante, rinviano sempre a una dimensione infelice e problematica, si accompagnano ad altrettante scelte patologiche, ma agli uomini non si chiede di badare a se stessi.

Il che produce a volte un intero arco di vita vissuto per metà, a volte alla ricerca di meccanismi sussidiari che sostengano l’io in questa lotta zoppa e appariscente per la sopravvivenza. Donde l’abuso di sostanze, le patologie della dipendenza, una neccessità cronica di farmaci, fino a situazioni in cui situazioni di disagio latente si slatentizzano e portano questi uomini lasciati soli da quello stesso contesto che proteggono a vistosi crack, depressioni dilaganti, cadute psichiche rovinose.

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5 pensieri su “Dalla parte dei maschi

  1. Poco più di dodici anni fa – non costretto, consapevolmente – sono sfuggito agli esiti nefasti e fallimentari di alcune dinamiche , in particolare quelle legate ak un certo modo di intendere k’ambito lavorativo. Mi è sempre rimasto il dubbio, però, che si sia trattato di debolezza, della resa ad un disagio insostenibile, più che una scelta matura e convinta di libertà.
    Se avessi letto all’epoca questo articolo avrei avuto meno dubbi e lo avrei fatto prima. ,

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  2. Ok, ma come ci si difende dal ricatto della patologia? Posto che la risposta migliore è “vai in terapia”, se io non posso permettermela, se ci vado ma vedo davanti a me un percorso lungo e faticoso… come faccio?

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    • Dipende dalla patologia. In diversi casi, molti più di quanto si creda, è per me deontologicamente scorretto dire, beh se non ti puoi permettere la terapia fai questo e quest’altro. Perché davvero in tanti casi non ci sono alternative alla terapia. si può suggerire questa o quella attenzione – questa o quella scelta precauzionale, ma se il percorso si deve fare, si deve fare.

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