Capopopolo di ritorno.

E’ da diverso tempo che studio con curiosità l’emergere in rete – su Facebook soprattutto ma non solo –di alcuni personaggi femminili carismatici, che tradiscono i vecchi clichet del potere femminile, per proporre un nuova costellazioni della seduzione culturale. Non si tratta di donne particolarmente belle – anche se forse qualcuna lo è come dire – incidentalmente – spesso non sono donne giovani. Allo stesso tempo non sono neanche degli uomini mancati diciamo così, delle lady di ferro, né hanno vite esageratamente esotiche. Hanno spesso figli, ma anche no. Mariti e più spesso ex mariti. Relazioni faticosamente in piedi o desiderate con placido disincanto. Genitori anziani da accudire, e amministratori di condominio da sedare. Non hanno parenti potenti o in vista e si barcamenano nel quotidiano come quell’antri, quando più quando meno.
Possono essere sociologicamente lontane tra di loro, per storia sociale del loro genoma, estrazione politica, vocazione di classe. Ma hanno tutte in comune alcune competenze e connotazioni: sono intelligenti, autoironiche, moderatamente ciniche, ferocemente argute, a tratti materne, ad altri tratti addirittura romantiche, scrivono tutte molto bene, e con quella scrittura attraggono masse di lettori, o anzi, masse di relazioni di vicinanza.

La maggior parte viene dall’artigianato della parola, e magari ne è stata anche malamente espulsa o ne viene continuamente maltrattata: traduttrici mal pagate, romanziere di periferia, e molte giornaliste magari blasonate, eppure scomode. Un sinistro miscuglio di fattori dell’industria culturale non le ha messe al centro della scena quando lo spazio era libero oppure, quando loro sono riuscite a conquistarselo, non si è volutovoluto trattenerle dove meritavano – e ora esse si riguadagnano il centro partendo dalla piattaforma informatica.
In quella marginalizzazione hanno contato molti fattori, alcuni dei quali io probabilmente ora sottovaluto per acclarata non conoscenza del settore: c’è sicuramente di mezzo la crisi dell’editoria, il destino difficile a cui sta andando incontro tutto il giornalismo italiano e tutta la produzione editoriale, e certo le microstorie delle lottizzazioni politiche e dei cambi di vertice in questa o quella testata, le cordatine e le cordatone, le reti di vicinanza e di sopravvivenza, le varie correnti del vento e tutte cose che riguardano la fenomenologia del potere – i topi le barche e le puttane. Ma tra tutti questi fattori un ruolo l’ha avuto anche il genere, nelle sottili modalità in cui la discriminazione di genere agisce nel mondo dell’artigianato della parola specie nei confronti di donne che non si sono volute conquistare la poltrona o la pubblicazione con le solite dinamiche relazionali. La moglie, la figlia, l’amante, l’amica. Questo tipo di donne, per quanto non di rado del tutto disincantate e magari non del tutto sdegnose nei confronti delle dinamiche di barche e barchette, fanno sempre più fatica a rimanere incluse nei giochi di protezione e di tutela della leadership, sono sempre il numero due rispetto a un numero uno maschile considerato più premiabile. Vuoi per il carattere, vuoi per il fatto che anche le più brillanti si fanno venire l’antipatica idea di avere dei bambini, vuoi per le segrete vie dei patti di genere, e di certe miopie che la rete rivelerà per contrasto.

La rete, che fino a circa un decennio fa per diversi commentatori era considerata roba da uomini, dal momento che ci si aspettava di default che qualcosa di idealizzato in quanto utile, veloce, capace di fornire informazioni in tempi brevissimi, dovesse essere necessariamente fruito più dai maschi, e meno dalle femmine, inadeguate per costituzione a tutto ciò che è meccanico. Per molto tempo, l’idea era stata quella dell’utilizzo del computer come qualcosa di lontano dalla mente femminile – un po’ come l’automobile – e la rete un posto per nerd oppure, in alternativa per brutte persone – maschi malati che si industriavano a imparare internet per simulare comportamenti atti a compiere gesti pericolosi(qualcuno ricorderà alcune antichissime puntate di Porta a Porta per esempio sul caso Meredith, in cui si dissero cose agghiaccianti sul “popolo della rete”).
Poi però sono successe delle cose, che andavano in direzione ostinata e contraria. Per esempio il fenomeno del mummy blogging, e tutta l’esplosione di forum di madri, in cui convergevano signore che addirittura non lavoravano, parlavano essenzialmente della loro vita di madri, raccontavano mondi e costruivano una nuova ampia fetta di mercato, con un nuovo interessante giro di affari. Alcune mamme giornaliste fino ad allora dalle posizioni professionali onorevoli ma non incredibili, pubblicarono volumi da decine di migliaia di copie, che ne sovvertirono il destino professionale.
Forse quella cosa li della rete, come una cosa da maschi non era tanto azzeccata.

Di poi c’è stato l’avvento dei social network, che a questo femminile che usa la rete ha fornito una seconda occasione di conquista del centro ancora più potente.
I social sono piattaforme che mischiano i vari livelli di comunicazione, togliendo le rigide barriere spartiacque che la realtà impone. Degerarchizzano, orizzontalizzano, offrono spazi dilatabili dalla soggettività, e quindi anche parcellizzabili nei tempi frammentari di chi ha per esempio molti doveri relazionali. Ma soprattutto i social netwark sono gratuiti per cui hanno una utilizzazione liberata dal costante intreccio di topi potere barche e puttane che pervade le aree dell’editoria. Nessuno avrà da dire niente se una vuole scrivere dei pensierini che siano sulla lavatrice che sulla questione palestinese, che sul cane, che sulla delicata situazione in Siria. Nessuno imporrà tempi, lunghezze, orari, cartellini, e se ci sarà da andare dal padre anziano si andrà dal padre anziano, e se ci sono i bimbi da prendere a scuola si prendono i bimbi a scuola lo schermo è bianco e la mano è libera. L’eventuale talento personale, ha davvero una nuova occasione.

E la coglie – spesso – ma non sempre suo magrado. Ci sono giornaliste che per esempio affiancano la solidità della propria carriera con un uso sagace della rete, che le rinforza nella seggiola pur sempre precaria. Ma ci sono donne, le protagoniste di questo post,
che quasi ci cascano dentro, non per immodestia o mancanza di ambizione, ma perché nella gratuità del social network le loro strutturate compentenze si intrecciano al carisma della loro personalità il quale, traluce con estrema naturalezza dal loro modo di scrivere, dalla leggiadria dei loro indicativi, dall’amicizia che provano verso il proprio intuito, dal patto di sorellanza che hanno con il loro umorismo anche quando scrivono per comunicare e non con una coscientemente chiara a se stesse e onnipresente intenzione seduttiva, politica in senso lato. Sono magari incerte su tante cose, lo dicono e ripetono non di rado, ma sono sicurissime sul loro diritto e capacità di dirle, l’assenza di regole e margini della rete da loro la possibilità di essere molto creative, e siccome parliamo di persone di talento diventano un nuovo oggetto sul mercato, e un nuovo oggetto che può tornare nella galassia dei piccoli centri del mercato editoriale ma anche diciamo esistenziale.

Per questo sono anche regolarmente attaccate. Invidiate, tacciate di malafede e opportunismo, di una seduttività che si stenta a credere non calcolata – il desiderio di piacere è in effetti una piccola consolazione che può tentare di incrinare la dolorosa percezione del talento altrui – in qualche caso aggredite per aver tradito così smaccatamente la periferia a cui si vorrebbe le costringesse l’identità di genere – in altri ricattate per l’autonomia politica dimostrata in un contesto in cui non dovrebbe essere l’eccezione. Diventano allora l’icona di qualcos’altro incarnano cioè la libertà di spirito di cui si può godere di questi tempi.
E la libertà si sa, non fa lo stesso effetto a tutti.

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5 pensieri su “Capopopolo di ritorno.

  1. Bella analisi e giusta. io personalmente sono vittima (e sono una “vittima” contenta) di alcune di queste donne e trovo che la rete sia un luogo dove esercitare un fascino che altrove non è possibile esercitare, ed è possibile dire essere e fare cose che altrove non si possono dire né fare anche per via della nostra società dove la relazione conta più delle qualità e dell’essere. sisisisisisis. 🙂

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