Poletti 2

 

Overture con codice segreto in materia di prostituzione.

L’uomo in macchina vede una donna camminare sul ciglio della strada. L’ha vista delle volte salutare cordialmente altre donne che sa essere delle prostitute. Si scambiano qualche battuta –lei e le solite prostitute anziane e diurne che conosce bene e non gli piacciono tanto ma che potrebbe permettersi.
La donna sul ciglio della strada invece gli sembra più gradevole, magari questa volta potesse trattare con lei! Decide allora di provare e andando lentamente con la sua macchina, la sorpassa e accosta poco dinnanzi a lei. Se è davvero del mestiere non avrà bisogno di chiamarla e di scoprirsi, perché lei lo raggiungerà direttamente verso la macchina o rallenterà per dargli tempo. Se no tirerà dritto e ci sarà spazio per una sosta fatta tanto per, una mignotta io ma che dici, dovevo parlare al telefono, dovevo controllare l’agenda si è accesa la spia rossa della macchina.
Quando certi politici rilasciano certe interviste mi sembrano il signore della macchina, che spera di caricare una puttana. E poi se ritrattano vuol dire che lei non c’è stata. Non era una puttana oppure, intuiva che in cambio avrebbe avuto troppo poco.

Ieri Poletti in un intervento alla Luiss ha dichiarato di considerare obsolete le retribuzioni il cui parametro di base è l’orario di lavoro, sostenendo che le nuove priorità dovrebbero essere invece i risultati ottenuti. Ne ha guadagnato una ridda di critiche che sono piovute per ogni dove, oggi allora cerca di riparare alle semplificazioni senza però mettere una pezza che sia capace di tamponare gli effetti di qualcosa che apparsa come una cialtroneria di profumo veteroliberale. Dice grosso modo sul sole 24 ore – ma dovete andarvelo a leggere in cartaceo, almeno oggi non mi è ancora possibile linkarlo – non sono cattivo è che mi disegnano così! Mica che voglio togliere popopopo la paga su base oraria eh. Però, continua – vado citando sempre a spanne diciamo così – abbasta conflitto e poi contratto tra le parti sociali! Siamo nell’era dell’amore, daa collaborazione de tarallucci et vino! E quindi bisogna assumersi le responsabilità! L’interessi dell’azienda sono quelli del dipendente.
Al che ho pensato: mi faranno diventare la comunista che in fondo non sono mai stata.

Gli è che io, ho una discreta esperienza di lavoro a cottimo. Ho lavorato a cottimo in un call center per tanti anni e devo anche dire che, quando sono passata alla paga oraria sono stata anche piuttosto triste. Ero una cottimista – modestia a parte – di gran successo. Io e un altro paio di dipendenti eravamo noti per essere i più produttivi. E quindi guadagnavamo più di tutti i nostri colleghi. Molto di più. Dovevamo fare interviste sui più svariati argomenti telefonando alle persone: sondaggi politici, interviste su camion e automobili, officine e concessionarie, programmi televisivi e prodotti sul mercato. Constatavo che a farmi essere efficiente erano delle variabili caratteriali, certi aspetti che sono anche difetti: un certo cipiglio, una certa assertività, la tendenza involontaria e automatica di trasmettere nella voce autorevolezza. Non perdevo tempo a persuadere un contatto che non voleva fare l’intervista e in compenso comunicavo una necessità di obbedienza che rendeva le mie conversazioni molto rapide. Talora diventavo autoritaria: all’intervistato per esempio si chiedeva di dare una valutazione con un voto da uno a dieci a un certo comportamento o programma politico o opzione, e se l’intervistato tergiversava o cominciava a dire frasi, o aggettivi io lo interrompevo e dicevo: un voto da uno a dieci. La prego. Cattivissima. Mi rendevo lucidamente conto che dovevo avviare una sorta di tendenza regressiva – e facevo anche capire che, se mi avessero dato retta avremmo perso poco tempo. E così era.
Molte interviste poi cambiavano durata a seconda delle risposte. Quando l’intervistato era scontento di qualcosa si aprivano le domande per chiarire le cause del suo disagio. Non ho mai barato per accorciare i tempi della questione. Ma era una tentazione possibile e facilmente nessuno se ne sarebbe accorto. Le interviste con gli scontenti desiderosi di comunicare la scontentezza erano tremendamente noiose.

Quindi quando Poletti parla dell’opportunità di beypassare la paga oraria in favore di qualcos’altro so bene di cosa parla, e potrei considerarlo persino un beneficio – se per esempio si facesse come aveva fatto la mia azienda fintanto che i vertici avevano un contatto civile con il sindacato ed erano posizionati più a sinistra, per cui la paga oraria era comunque qualcosa di garantito di partenza. Tuttavia anche memore di quello che accadeva nella mia azienda, ma soprattutto pensando alla cornice socioeconomica in cui siamo adesso, mi pare che il ragionamento sia quanto mai pericoloso.

Infatti quella vecchia idea delle parti sociali in conflitto, che hanno interessi antagonisti mi pare non possa essere del tutto cassata, e si suggerisce di cassarla proprio nel momento in cui la crisi economica suggerisce al padronato di stringere la cinghia sulle richieste dei dipendenti. In secondo luogo l’occhio sul risultato è un occhio che rischia – lo dico con una discreta cognizione di causa – di premiare la quantità e non la qualità della produzione in tantissimi ambiti applicativi. Perché mettere il quattrino sul prodotto vuol dire di default dare priorità alla quantità. Il che già nel privato non crediate che non dia i suoi terribili frutti, e come se li da, ma nel pubblico arriverebbe a dei vertici di orrore senza ritegno. E ancora, in una contestualità che è riuscita a inventare i finti liberi professionisti che con la partita iva si trovano a farei i salariati senza la garanzia del salario, io già immagino che il famoso padronato tanto tanto collaborativo e consapevole delle istanze dei subalterni, userebbe questo tipo di organizzazione del lavoro per spremere alcuni e non far semplicemente, lavorare altri.
In sostanza l’idea non sarebbe malvagia in un contesto in cui congiuntura economica positiva da una parte, rispetto per la legalità e per i lavoratori dall’altra, ostilità alla seduzione della cialtroneria da un’altra ancora trionfassero –  ma qui da noi non mi resta che sperare che nessuno salga sulla macchina di Poletti.

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Post Poletto

 

Ha fatto notizia la dichiarazione del ministro Poletti sugli studenti universitari , per i quali sarebbe più utile un voto di laurea basso ottenuto in tempi rapidi piuttosto che un voto di laurea alto ottenuto andando fuori corso. La dichiarazione infatti è piuttosto in controtendenza rispetto ai rituali che capita di osservare nei contesti accademici – soprattutto di ambito umanistico – dove la semantica del voto è andata in contro ad alcune aberrazioni antropologiche che ne falsano del tutto il valore. Mentre a ingegneria ma anche biologia o medicina o psicologia un 24 è un voto onorevole, di persona diligente che ha però delle lacune, che potrebbe fare meglio ma così già è competente in qualcosa – in filosofia lettere o storia, 24 è un abominio qualcosa che i docenti prendono in considerazione si e no per far passare qualche asino di tipo testardo. Gli alfieri di questi stessi contesti – che spesso ho l’impressione diano il la’ a certi dibattiti in rete, sono quelli che poi dicono allo studente mediamente preparato e magari in hamba che sta per prendere un 28, caro signor Giovannetti ma rifiuti – ritorni.
Il voto alto è diventato una sorta di prestigio a buon mercato, un po’ come la borsetta di dolce e gabbana, la stimmate di classe alla portata di tutti. Per ottenere il quale però – siccome il fuori corso non implica nessuna penalità per lo studente   – allo stato attuale dell’arte – non è che devi farti un mazzo esagerato ora notte e giorno, puoi farti il mazzo diluito, ripetendo gli esami fino ad avere la griffe, mentre lo Stato lucra sulla tua adolescenza prolungata.
Un simpatico business di sapore buonista per un paese che ha il numero di laureati più basso di Europa.
Studiate tutti! Perdete tempo! Come semo democratici ajuteme addì democratici.

Naturalmente un buon voto di laurea presso un certo ambito specializzato, è un buon modo di presentarsi – soprattutto per chi cercherà di puntare la propria carriera nei contesti della ricerca, sia in ambito accademico che non . Ma i contesti della ricerca sono una piccola fetta dei contesti professionali la fuori, dove il lavoro è prima di tutto una cosa che fai coll’esperienza, col corpo a corpo di certe sfide quotidiane, e contano tante tante cose, oltre alla libreria virtuale delle teorie imparate, e prima ci si sporca le mani e meglio è. Io penso molto a mestieri tipo il mio, ma anche l’avvocato, fino ai vari impieghi nel settore dell’industria – sono tanti i mestieri della vita che a voja a libri, li impari colla vita.

In aggiunta a questo noto una ulteriore contraddizione tra mondo del lavoro e mondo accademico, il quale con questi curricula diluiti nel tempo sembra consegnare al mondo degli adulti qualcuno che come biglietto di ingresso dice che per prima cosa vuole rimanere ragazzino. Studia figliolo, rimani giovane, consegna un bel compitino – al futuro ci penserai poi! Invece il futuro vuole uno sveglio, che abbia l’argento in corpo dell’adolescenza e la sedia da scolaro che gli bruci sotto al culo, per una voglia di mettersi alla prova, di fare delle cose, di essere responsabile – non necessariamente di un danno.

In questa organizzazione ideologica e retorica precipitano probabilmente tante cose, ivi compresi gli strascichi del berlusconismi e del suo bisogno di contrastarlo, lasciandogli in subappalto categorie ambiziose come l’autonomia, e l’ambizione, e la produzione, e la priorità della concretezza, per tenersi la riflessione, l’etica, la profondità, la cultura. Ma che ce ne facciamo di tutte queste belle cose senza quelle? Cosa serve il buon voto senza un progetto di carne e sangue, e un vitale e carnale desiderio di metterlo in atto subito?
Sarebbe da dire: laureatevi tutti prestissimo e benissimo. Ma nel caso dello spareggio dei superlativi, si anche per me prestissimo conta di più.

la ferita all’ideale dell’Io. Su Parigi.

 

Premessa. Ho cominciato questo post diverse volte. E’ il mio post dopo i fatti di Parigi, la risposta che cercavo di mettermi in chiaro secondo le mie abitudini psicologiche, per cui quando ho da sistemare qualcosa di emotivo la mia via è scriverne qualcosa. Ho tentato diverse analisi: analisi della situazione sociale, persino di quella politica, e più recentemente delle reazioni individuali ai fatti agli attentati. E forse su questo ultimo tema sarei riuscita a non dire delle ovvietà. Tuttavia scrivevo con una distrazione superiore alla mia quota fisiologica e rileggevo provando una sorta di noia e di lontananza. Mi leggevo scrivere cose dette e ridette da altri, o da me in altre circostanze: avevo scritto in effetti, affidandomi a una sorta di copione routinario dell’intellettuale, e alla fine mi ero ritrovata a difendermi dalle mie stesse difese. Come succede quando gli amici che stanno molto male e ci martoriano ci fanno sentire annoiati e ci fanno sbadigliare. Ho cambiato strada

Il fatto è che io mi sento molto legata a Parigi. Soltanto in parte per delle questioni quotidiane come i cari amici che ho dovuto contattare alla tarda sera di venerdì per sapere se stessero bene, o per i cari zii che mi hanno ospitato quando ero ragazzina, oppure per la casa a rue bonaparte dove è cominciata la mia storia professionale e sono entrata nel mondo junghiano. Tutte queste cose mi hanno procurato certamente un terrore primario e un’ansia terribile – com’era già successo con Charlie Hebdo. E purtroppo – specie in conseguenza della decisione dell’attacco aereo di Hollande – una preoccupazione che continua. E non nascondo affatto di avere una paura banale per il mio quotidiano o per le persone che mi sono care.

Ma nel senso di ferita che avanza, ci rimaneva qualcosa di altro. Ed ecco quindi il mio post personale e tutto sommato piuttosto inutile su Parigi. Sulla sua funzione simbolica, nell’immaginario mio prima di tutto, ma a ruota anche se a diverso titolo e grado di un certo mondo, di una certa generazione, ma tutto sommato di questo paese. Forse questo potrebbe contribuire a spiegare il senso di lutto e le reazioni molto forti di molti – qualche volta liquidate con sprezzo.

Quando ero adolescente, ma anche dopo fin tutti i venti e tutto il tempo in cui non ho avuto la percezione di avere un’identità definita, Parigi è stata la quintessenza di un’ideale estetico e politico, perché massificava ciò che da noantri era percepito come controcorrente ed elitario, dava una direzione estetica alle cose, alla quale il mercato e la cultura italiana avrebbero obbedito con molto ritardo e proponeva un’azione politica che ai giovani intorpiditi sembrava una chimera. Noantri ragazzini smaniosi, stretti tra la Scilla dell’America consumista e la Cariddi delle rivoluzioni fallite, agognavamo un modello alternativo quanto inclusivo, che ci facesse sentire attivi, ma ci restituisse anche più belli e attraenti ed efficaci di quanto fossimo nelle camerette divise con i fratelli, a cena di malavoglia con i genitori, negli appartamenti squalliducci addosso all’università e a bere cappuccini in bar spesso e volentieri, piuttosto brutti. Andare a Parigi, farci un Erasmus, un anno di studi per una tesi su uno di quei filosofi che andavano per la maggiore, una vacanza studio ma pure un trimestre a lavare i piatti in una brasserie, voleva dire allora tuffarsi in questa glassa metropolitana, piena di una elegante sciatteria, forte di una orgogliosa storia intellettuale, con certe novità cosmopolite che ci parevano incredibili – uomini che si baciavano con uomini! Neri che sposavano bianche! – e il tutto in mezzo a una gran quantità di cose che si prefiggevano l’intenzione -di essere estetiche e seduttive – la grandheur fin nelle piccole cose – i caffè con i libri, i vestiti belli in bei negozi, le riproduzioni di fotografie. Parigi era il posto dove quello che da noi era Eros Ramazzotti li era Doisneau, e Herb Ritz e di conseguenza poi la maison de la photographie a Saint Poul. Parigi era quella che ci compravi le copie pirata dei concerti di Ella Fitzgerald e Louis Armostrong, in certi posti per gente qualsiasi ai piedi del Beaubourg – non esattamente Nino D’Angelo.
Parigi era anche quella però, che se c’era da scendere in piazza per protestare contro una rivisitazione dei contratti di lavoro che avrebbero gravemente penalizzato i giovani, sarebbe scesa in piazza immensa e totale, non un pomeriggio, non un giorno, ma diversi ininterrottamente uno in fila all’altro, fino a far cambiare la legge.
Me lo ricordo bene. Al tempo lavoravo in un call center.

Parigi ci faceva più belli. Era e forse rimane, il nostro ideale dell’Io. E poi certo si imparano dolorosamente le piaghe discutibili, le ricadute poco dignitose dell’essere baluardi della vecchia Europa, le banlieu i cui volti degli abitanti si scurivano da fermata della metro a fermata della metro, in una marginalizzazione raziale simile all’apartheid, i cascami del vecchio colonialismo che ti scippavano la borsetta con un rancoroso revanchismo di classe, daje torto, i difficili rapporti tra la vecchia comunità ebraica e la moschea di Barbes, e via di seguito. Ma queste cose non bastavano e non ci bastano, a noi di più ad altri di meno, e anzi persino gli orrori di cui porta le vestigia, erano il segno di un saper fare le cose in grande arroganti e premoderni fino in fondo, dominatori sul serio – mica buffoni come noi, con la nostra campagna d’Africa, che cosa risibile. E se non altro il problema della cattiva eredità dava ai fratelli d’oltralpe l’urgenza di un rimedio etico che noi annusavamo ma non agguantavamo neanche con il pensiero. A Parigi ho conosciuto assistenti sociali di colore lavorare per l’integrazione nel tessuto urbano degli immigrati di seconda generazione. Ho visto locali dati in gestione dal comune che rispettassero tradizioni locali extraeuropee. Noi alle volte, manco gli assistenti sociali paghiamo, manco quelli ariani.

E se a noi piaceva, o a tratti disturbava la quintessenza di questo prendersi sul serio estetico e politico tutto francese   ad altri questa miscela fascinosa arrivava comunque, e l’alta moda francese è la più alta delle alte mode, e il week end romantico a Parigi è incomparabilmente più romantico di qello in qualsiasi altra parte del mondo. Parigi è il posto vicino dove andare in vacanza e sentirsi molto più qualcosa, senza andare lontano. Parigi come la zia che non si è sposata e fa le cose belle e ti spiega la vita, e provi i suoi vestiti, e ti bei dei suoi racconti quando la vedi per le feste comandate, la zia figa un po’ stronza, ma adorata. E se le fanno male non puoi che arrabbiarti e dispiacerti.

(Qui.
ma lo sapete che c’è?
Anche qui )

Scopri il tuo tasso gattista interiore (TGI)

Sto di umore veramente pessimo, per una serie di coserelle.Quindi per alleggerirmi l’umore ho deciso di dedicare questo venerdì a un maxi giocherello supercazzarellista, di quelli proprio tipici dell’estate che uno dovrebbe fare sotto l’ombrellone – ossia, un test. Esso test è principalmente dedicato alla falange dei lettori gattisti – che mi pare piuttosto nutrita – ma nei profili ultimi è compresa anche la casistica degli antigattisti ideologici, oppure dei neutrali sotto il profilo felino, e quindi io penso che questo test, lo potete fare proprio tutti. Esso è piuttosto facile nell’esecuzione: ogni domanda prevede 5 risposte tra A e E e voi dovete scegliere, alla fine decodificate i punteggi in base alla griglia di punteggio e poi conteggiato il tutto, mi mandate una mail a zauberilla at gmail.com, e questo sarà utile a scrivere il post di restituzione dei risultati. Vi parrà superfluo da leggere ,ma vi ricordo che naturalmente il test – scopri il tuo tasso gattista interiore – ha criteri psicometrici assolutamente cazzari, validità psicologica inferiore allo zero, insomma io ci ho una reputazione da difendere e stamo chiaramente a giocà.
E ora, carta penna e calamaio!

1. Siete al ristorante, un gatto soriano rosso viene da voi strusciandosi impunemente sui vostri polpacci, mentre voi state attuando un triangolo amoroso in cui è incluso un fritto di calamari. la vostra reazione
a. Amore ce l’hai il numero dei NAS?
b. Manda via quella bestiaccia
c. Ora gli do un pezzo di gamberetto così si toglie dalle palle
d. Amoree… o scusa non dicevo a te dicevo al gatto.
e. Pss pss tesorino ma quanto sei bello? Lo vuoi il fritto di pesce? Io sai ieri ho mangiato pesante guarda preferisco l’insalata

2. Siete in una situazione di tipo mondano conoscente, state per esempio bevendo del vino con dei tipi che vi sono stati presentati da poco, e che potrebbero essere utili per una occasione lavorativa – che ne so un contratto di collaborazione della durata di un mese come schiavo presso una agenzia pubblicitaria. Voi avete speso i vostri ultimi averi per la spesa della settimana – essenzialmente patate – e un signore con i pantaloni bianchi e la camicia nera e gli occhiali fichi – ossia quello che potrebbe portarvi al prestigioso contratto, dice ridendo ah, io ci ho un cane, i gatti si sa, sono animali egoisti stanno con te solo per interesse.
Voi:
a. Quanta saggezza nelle tue parole! E non solo possono anche essere aggressivi, graffiare senza motivo, ah e poi sporcano tanto. Io li odio proprio.
b. Quanta saggezza nelle tue parole! E non solo possono essere anche aggressivi, graffiare senza mtovo, ah e poi sporcano tanto. Io invece sono pulito, mi accuccio ai piedi del letto e se mi tiri il bastone te lo riporto pure.
c. Scusate dove è il bagno?
d. Forse si tratta di un luogo comune, in realtà i gatti sono animali molto affettuosi e gradevoli
e. Forse si tratta di un luogo comune, però possono essere aggressivi. Azzanna fuffi.

3. Quanti libri di gatti avete
a. Zero, come ne vedo uno lo brucio
b. non capisco i libri con i gatti, li trovo leziosi. Ma non escludo la presenza di gatti in alcuni tomi.
c. Il gatto con gli stivali
d. Alcuni tomi fondamentali che annoverano altresi firme prestigiose. Baudelaire, edgar allan poe, per dire.
e. Moltissimi, li colleziono, meglio di tutti quelli inglesi con i disegnini.

4. È il momento di andare a dormire, dunque vi lavate i denti, fate in caso la doccia, magari fate anche pipì, controllate la porta di casa, spegnete tutte le luci e
a. E un cazzo, vado a dormire.
b. E ci ho il problema del gatto della mia dolce metà che lei ci tiene tanto io un giorno o l’altro lo ammazzo. In ogni caso lo chiudo fuori e non mi importa se piange e strepita
c. E ci ho il problema del gatto della mia dolce metà, non mi darebbe tanto fastidio se non fosse che alle 4 di notte vuole i croccantini, allora io glieli do la sera i croccantini. Al sapore de marja.
d. Comincio a chiamare FUFFFIIIIII FUFFFIIII FUFFIIII dove sei andato? Poi mi accorgo che lui si è accorto che io lo sto cercando e allora giochiamo a nasconderella fino alle due di notte, poi lui mi dice stronzo domani non devi lavorare? Andiamo a dormire lui in fondo al letto, io acciambellato sulla testiera.
e. Comincio a chiamare FUFFIIII FUFFFIII FUFFFIIIII, Fuffi piove da un armadio, arrabbiato perché ho una vita sentimentale e politica che non prevede il suo previo consenso, e quindi mi sfregia una guancia. Che dolce, che personalità, che spasso. Poi ci abbracciamo e andiamo a dormire felici e avvinti anche se è agosto.

5. Sul comò del salotto, dinnanzi alla teca dei bicchieri di cristallo dono della zia giorgina per il matrimonio, accanto al parterre di bomboniere di tutte le nipotine che si sono nell’ordine, battezzate, cresimate, laureate (talora) sposate, riprodotte, si nota:

a. Niente, nze nota niente che ci hai da di’.
b. La vostra foto, di quando siete andati al mare e ci avete il palloncino e ridete, la foto di vostra sorella incazzata nera, la foto vostra un po’ più grande al matrimonio di quella della bomboniera col cigno in madreperla, la foto del vostro matrimonio (vi trovate sbattuto, come mai non ha messo la foto del divorzio? vi chiedete – stavo tanto meglio)
c. La vostra foto, di quando siete andati al mare con gli amici e infatti ci sono anche gli amici, la foto di vostra sorella con un cane, la foto di un cane
d. La vostra foto, a carnevale vestiti da funghetto, la foto di vostro fratello che fa finta di aver pescato un pesce spada che però ha pescato un vecchio che sta fumando più in la, la foto della vostra sorella a pelo lungo, mentre sorridendo si fa le unghie su una poltrona.
e. La vostra foto, piccola di quando siete nati. La foto della zia Andreina che saluta da una nave, e poi diverse foto di gatti di diverse epoche. Un gatto dell’anni settanta che ha accanto un paio di occhialoni a mosca, un gatto dell’anni novanta, che sta acciambellato sulla tivvù accesa su canale cinque, e poi gianni, l’ultimo arrivato, immortalato mentre mangia un sorcio. Che tenerezza
.
6. Dovete finalmente andare in vacanza. Partirete per le davvero agognate ferie non importa se questo dovesse implicare tre settimane di convivenza forzata in località turistica anche troppo universalmente amena, con una risma di parenti rumorosi e troppo esitanti nell’unico cesso della casa. Il mondo è pieno di cessi, pensate, e io potrò dormire, e prendere un po’di sole e poi non solo ci ho i tappi – ma sono paraculo dentro, e laverò i piatti al massimo na vorta. E però
a. Quale però che problema c’è me porto anche er canotto guarda.
b. Io non prendo animali perché ommarò troppo impegno e poi dove vai che fai?
c. Mah si ci avrei Cane er cane, gli ho lasciato un po’ di pappa per i primi giorni poi viene la portiera. E’ un problema perché fa rumore, Cane er cane quanno se sente solo.
d. Dio mio non toccare questo tasto mi sento in colpa non ci posso pensare, per fortuna viene Gino/Pino/dino una persona di fiducia, che Fuffi lo conosce e non solo gli da da mangiare tutti i giorni, ma parlano anche. Poi non costa tanto Gino eh, guarda, ho risolto con i piccoli prestiti di Unicredit.
e. Quale però che problema c’è? Il gatto fuffi viene con meeee! Ma ti pare che lo lasciavo solo a casa? È sensibile! Tanto la cassettina la metto nel bagno che non da fastidio a nessuno –certo basta che non danno fastidio a lui, povero il mio fuffi.

7. Siete incinti. L’avete saputo per il tramite di un bastoncino bianco con un pallino rosso, e poi a riprova di ciò uno di voi due ha cominciato a vomitare ripetutamente e in occasioni incongrue. Ora si pone un problema
a. Quale problema, viviamo da sempre nel sommo ordine e pulizia, con tanta attenzione alla salute nostra e dei due graziusi bambini che già abbiamo. Inoltre dei nostri amici di Comunione e Liberazione ci hanno indirizzato a un corso di preparazione sanitaria alla nascita e noi, facciamo analisi del sangue ogni due settimane! Mia moglie per l’occasione dorme nel plexigas.
b. Quale problema? Io l’alcolisti anonimi li ho pure abbandonati perché tanto non servono a un cazzo.
c. Quale problema? Il gatto l’ho dato provvisoriamente a zia Luisa, ossia per questi mesi di gravidanza e per i 4 anni a venire della prima infanzia del bambino.
d. La toxo dici? Ih ma me la so presa quando avevo 4 anni! <mia madre pure mio nonno pure! Noi a toxo ce l’avemo ner dna! Fuffi starà con noi
e. Hai ragione, c’è un problema infatti mi sono comprata l’opera omnia di danilo mainardi, desmond morris, ma anche gli psicologi evolutivi come threvarten eh, che insomma come mi reagirà fuffi alla nascita del fratellino? Come ci dovremo comportare? Non vorremmo che soffra .Che dici compro una culletta?

8. Tornate a casa, aprite la porta, e sul tavolo davanti a voi non c’è niente.
a. Non è esatto c’è il bollettino de quei ladri de italgas
b. Non è esatto c’è la segreteria telefonica che lampeggia
c. Non è preoccupante, Fuffi fondamentalmente ha con noi un rapporto di interesse, ma le sue affinità elettive ce l’ha con quelli del balcone di fronte.
d. Oddio, FUFFFI DOVE SEIIIII???? C’è da preoccuparsi è un comportamento insolito
e. FUFFFFFI DOVE SEI? Meno male che ci ho sempre lo xanax con me.

Cari, era il mio primo test della vita e già sono ingenui quelli, figuramose vesto. Tuttavia spero vi divertiate, potrebbe essere la nascita di una nuova categoria sub cazzarellista. Intanto per conteggiare i punti la cui somma mi invierete, ricordatevi che le risposte a valgono 1, b valgono 2, c valgono 3, d valgono 4 e valgono 5.

La possibilità di un’isola: sugli animali domestici

Ne’ La possibilità di un’isola , l’isola in questione è l’amore. Non è il mio romanzo preferito di Houellebecq, ma ha dei passaggi molto belli, dolorosi e struggenti – i migliori dei quali, che io ricordi – riguardano il tema di questo post: Daniel, il protagonista ha un cane, che gli è molto affezionato e a cui vuole molto bene.
Fino ad ora Houellebecq è l’unico scrittore che mi abbia restituita l’anatomia della relazione con gli animali domestici, in tutta la sua interezza e quindi con tutti quegli aspetti dolorosi, che fanno persino attrito con la parola “domestico” e con quel che di quotidiano legato agli animali in casa, quel che di tragico.

L’iconografia del rapporto con gli animali vanta, solitamente, una vistosa polarità. L’animale o è l’antagonista variamente misterioso o persino pericoloso, oppure diventa il depositario di certe parti psichiche che hanno a che fare coll’attivazione del materno e della genitorialità: sono dunque o estranei, affascinanti e inquietanti – se ritratti nel loro ambiente naturale, ma spesso persino nei campi o nelle stalle – oppure, quando sono domestici, e con questo si intende animali come cani e gatti che dormono magari dentro casa e hanno le ciotole del cibo in cucina, sono teneri, innocui, buffi, simpatici, e più di tutto carini. Dalle cartoline dei primi del novecento alla compulsione su Facebook di un secolo dopo, resistono le immagini di gattini, e anche cagnolini, ritratti in pose belline, con faccette carine che estremizzino la loro goffaggine, e innocenza e le estetizzano.
La tenerezza è il sentimento di ordinanza. Un sentimento altamente commestibile, che non conosce momenti di schiavitù, né ribaltamenti di grande portata. La tenerezza è il sentimento che rinfranca narcisisticamente il forte rispetto al debole, il grande rispetto al piccolo – laddove l’asimmetria è talmente grande che se il piccolo dovesse venir meno il grande gli sopravviverebbe senza fatica. La tenerezza è un sentimento comodo per la sua accessorietà.
Si può spegnere come una sigaretta.

Invece nel libro di Houellebecq quando Fox, il cane del protagonista, muore, Daniel ne è devastato. Tutti i racconti di quella relazione sono intessuti degli ingredienti potenti e tragici della relazione con l’animale: un amore reciproco e incondizionato, completamente asciugato da qualsiasi considerazione estetica, l’acuta consapevolezza della differenza di risorse razionali e fisiche, la dolorosa percezione da parte dell’umano di una fiducia totale nei suoi confronti – il fatto che nella grande maggioranza dei casi, l’uomo sopravvive al suo animale. Nel racconto di Houellebecq, non c’è la carineria, c’è anzi un cane sciocco e non esageratamente bello – e si descrive questa cosa che presiede al rapporto dell’uomo con un animale simbiotico – termine usato qui in senso etologico – di un mutuo soccorso emotivo che non ha orpelli, appoggi, spiegazioni – e che nell’umano è pervaso dalla raggelante consapevolezza del proprio potere: il tuo gatto che ti mette il collo sul palmo della mano, il cane che si mette con la pancia in aria. Animali alla mercé della tua forza e delle tue decisioni- che si fidano di te, e della tua coerenza.
Ogni padrone di bestia conosce il terribile pensiero di quella che lo festeggia e di lui che si ricorda la sua posizione nell’ordine delle cose. Il poter abusare, il poter uccidere.

Allora, quello che rende stucchevole la mistica dell’animale domestico, è proprio questa scotomizzazione leziosa dell’asimmetria di forze e di potere, la quale ha tutta una sua dimensione etica e problematica, invece per me raramente sostituibile in quanto a efficacia. Si preferisce un ritratto lezioso perché aumenta una sorta di irresponsabilità del potere, un potere inalienabile – e mi pare quasi che ci sia una relazione tra una società che pubblica compulsivamente immagini di animali in pose accattivanti, l’abitudine ancora terribilmente diffusa di prendere un cane e mollarlo sull’autostrada e forse – mi rendo conto di essere provocatoria – nella leggerezza con cui si parla di sperimentazione sugli animali a proposito per esempio di farmaci. In comune c’è la mancata assunzione di responsabilità nella scomoda e inalienabile asimmetria.

Proprio la cognizione di causa di questa asimmetria mi fa d’altra parte pensare che avere un animale domestico in casa, e soprattutto fare in modo che i bambini crescano con un animale in casa, sia un’occasione pedagogica difficilmente sostituibile, un apprendistato morale che non ha pari. Tra il bambino e l’animale l’asimmetria è ridotta, ma crescente. L’animale è l’altro che si impara a trovare come prevedibile ma che si deve rispettare, è la prova generale di onestà e di contenimento: il bambino può desiderare di fargli degli scherzi, di fargli del male, o semplicemente di estenuarlo con giochi che lo stancano – e l’adulto ha l’occasione di spiegare delle cose con una relazione emotiva e in aggiunta quella stessa relazione emotiva come esemplare di tutte le altre. La purezza, detto in termini antropomorfi – dell’affetto dell’animale o al limite del suo disinteresse, oppure la sua franca inferiorità intellettiva mettono i piccoli come davanti a uno specchio, restituendo loro la titolarità delle loro azioni. Non potranno dire mai davvero “lui ha cominciato prima”. L’inutilità della cattiveria con gli animali è lampante.

Questo non vuol dire che quell’asimmetria sia sempre nella mente, e sempre costante – e l’altro aspetto difficile da riprodurre narrativamente o da raccontare, è l’esperienza di insieme e di compagnia di essere con, quando si ha per esempio un cane vicino che cammina accanto senza guinzaglio, o il gatto che sta seduto con te alla scrivania l’intero pomeriggio. Quella cosa è una sorta di apriori dell’insieme, una sorta di scheletro logico dei rapporti – proprio perché prescinde dalle caratteristiche caratteriali, di personalità o di classe o di bellezza fisica. E’ una cosa arcaica, che comincia con il mondo, con il fuoco e gli uccelli sulle schiene dei buoi, e che sopravvive ai costumi e ai tempi. E’ il momento magico in cui si riduce l’asimmetria tra specie, in cui si sospende il dominio dell’umano.

Tutto questo a dispetto dell’atroce retorica che sulle bestie si mettono in giro, intrecciate di un curiosa idealizzazione e sacralizzazione che li vorrebbe imprecisamente migliori di noi, e più interessanti e capaci di fare delle cose incredibili, oppure inspiegabilmente peggiori di noi, facendo gravare sulle bestie un giudizio risibile – le varie accuse di egoismo nei gatti oppure di scemenza nei cani per esempio. Queste seconde narrative piacciono molto a quelli che privilegiano una retorica astiosa rispetto all’avere animali, la quale a seguire, si condisce con generalizzazioni su chi li tiene in casa. Secondo questa retorica le persone hanno animali perché non sono in grado di avere relazioni con gli umani, tengono gattini quando potrebbero fare bambini, scelgono il gioco facile della relazione con la bestia perché con gli umani sono pigri o inadeguati.
Sono retoriche funzionali a complessi di superiorità, che scambiano l’effetto per la causa o che forse scelgono una causa sbagliata per un effetto che conoscono poco. E’ vero che gli animali domestici spesso fanno compagnia a delle persone sole, in genere a persone che lo sarebbero comunque e la cui difficoltà sul piano relazionale non si risolverebbe con l’eliminazione del cane, del gatto o del canarino.
Ma, dal mio punto di vista è vero soprattutto il contrario – ossia che la presenza di un animale nella casa di qualcuno è la dimostrazione di una sua capacità di stare con, di cogliere quella relazione e starci dentro, di vivere quella condizione paradossale ed emotiva del rapporto con l’animale. E a me quella cosa avvicina, riduce lontananze siderali in una vicinanza provvisoria. Mi avvicina cioè non il cane, ma l’uomo per esempio lontano da me per scelte politiche e retoriche, l’uomo coperto per esempio di borchie e tatuaggi, con la macchina grossa di cui non fa che parlare, quell’uomo ecco che vedo chiacchierare con il suo doberman e dirgli, va bene ti do sto pezzo di pane e poi basta però eh.