Poletti 2

 

Overture con codice segreto in materia di prostituzione.

L’uomo in macchina vede una donna camminare sul ciglio della strada. L’ha vista delle volte salutare cordialmente altre donne che sa essere delle prostitute. Si scambiano qualche battuta –lei e le solite prostitute anziane e diurne che conosce bene e non gli piacciono tanto ma che potrebbe permettersi.
La donna sul ciglio della strada invece gli sembra più gradevole, magari questa volta potesse trattare con lei! Decide allora di provare e andando lentamente con la sua macchina, la sorpassa e accosta poco dinnanzi a lei. Se è davvero del mestiere non avrà bisogno di chiamarla e di scoprirsi, perché lei lo raggiungerà direttamente verso la macchina o rallenterà per dargli tempo. Se no tirerà dritto e ci sarà spazio per una sosta fatta tanto per, una mignotta io ma che dici, dovevo parlare al telefono, dovevo controllare l’agenda si è accesa la spia rossa della macchina.
Quando certi politici rilasciano certe interviste mi sembrano il signore della macchina, che spera di caricare una puttana. E poi se ritrattano vuol dire che lei non c’è stata. Non era una puttana oppure, intuiva che in cambio avrebbe avuto troppo poco.

Ieri Poletti in un intervento alla Luiss ha dichiarato di considerare obsolete le retribuzioni il cui parametro di base è l’orario di lavoro, sostenendo che le nuove priorità dovrebbero essere invece i risultati ottenuti. Ne ha guadagnato una ridda di critiche che sono piovute per ogni dove, oggi allora cerca di riparare alle semplificazioni senza però mettere una pezza che sia capace di tamponare gli effetti di qualcosa che apparsa come una cialtroneria di profumo veteroliberale. Dice grosso modo sul sole 24 ore – ma dovete andarvelo a leggere in cartaceo, almeno oggi non mi è ancora possibile linkarlo – non sono cattivo è che mi disegnano così! Mica che voglio togliere popopopo la paga su base oraria eh. Però, continua – vado citando sempre a spanne diciamo così – abbasta conflitto e poi contratto tra le parti sociali! Siamo nell’era dell’amore, daa collaborazione de tarallucci et vino! E quindi bisogna assumersi le responsabilità! L’interessi dell’azienda sono quelli del dipendente.
Al che ho pensato: mi faranno diventare la comunista che in fondo non sono mai stata.

Gli è che io, ho una discreta esperienza di lavoro a cottimo. Ho lavorato a cottimo in un call center per tanti anni e devo anche dire che, quando sono passata alla paga oraria sono stata anche piuttosto triste. Ero una cottimista – modestia a parte – di gran successo. Io e un altro paio di dipendenti eravamo noti per essere i più produttivi. E quindi guadagnavamo più di tutti i nostri colleghi. Molto di più. Dovevamo fare interviste sui più svariati argomenti telefonando alle persone: sondaggi politici, interviste su camion e automobili, officine e concessionarie, programmi televisivi e prodotti sul mercato. Constatavo che a farmi essere efficiente erano delle variabili caratteriali, certi aspetti che sono anche difetti: un certo cipiglio, una certa assertività, la tendenza involontaria e automatica di trasmettere nella voce autorevolezza. Non perdevo tempo a persuadere un contatto che non voleva fare l’intervista e in compenso comunicavo una necessità di obbedienza che rendeva le mie conversazioni molto rapide. Talora diventavo autoritaria: all’intervistato per esempio si chiedeva di dare una valutazione con un voto da uno a dieci a un certo comportamento o programma politico o opzione, e se l’intervistato tergiversava o cominciava a dire frasi, o aggettivi io lo interrompevo e dicevo: un voto da uno a dieci. La prego. Cattivissima. Mi rendevo lucidamente conto che dovevo avviare una sorta di tendenza regressiva – e facevo anche capire che, se mi avessero dato retta avremmo perso poco tempo. E così era.
Molte interviste poi cambiavano durata a seconda delle risposte. Quando l’intervistato era scontento di qualcosa si aprivano le domande per chiarire le cause del suo disagio. Non ho mai barato per accorciare i tempi della questione. Ma era una tentazione possibile e facilmente nessuno se ne sarebbe accorto. Le interviste con gli scontenti desiderosi di comunicare la scontentezza erano tremendamente noiose.

Quindi quando Poletti parla dell’opportunità di beypassare la paga oraria in favore di qualcos’altro so bene di cosa parla, e potrei considerarlo persino un beneficio – se per esempio si facesse come aveva fatto la mia azienda fintanto che i vertici avevano un contatto civile con il sindacato ed erano posizionati più a sinistra, per cui la paga oraria era comunque qualcosa di garantito di partenza. Tuttavia anche memore di quello che accadeva nella mia azienda, ma soprattutto pensando alla cornice socioeconomica in cui siamo adesso, mi pare che il ragionamento sia quanto mai pericoloso.

Infatti quella vecchia idea delle parti sociali in conflitto, che hanno interessi antagonisti mi pare non possa essere del tutto cassata, e si suggerisce di cassarla proprio nel momento in cui la crisi economica suggerisce al padronato di stringere la cinghia sulle richieste dei dipendenti. In secondo luogo l’occhio sul risultato è un occhio che rischia – lo dico con una discreta cognizione di causa – di premiare la quantità e non la qualità della produzione in tantissimi ambiti applicativi. Perché mettere il quattrino sul prodotto vuol dire di default dare priorità alla quantità. Il che già nel privato non crediate che non dia i suoi terribili frutti, e come se li da, ma nel pubblico arriverebbe a dei vertici di orrore senza ritegno. E ancora, in una contestualità che è riuscita a inventare i finti liberi professionisti che con la partita iva si trovano a farei i salariati senza la garanzia del salario, io già immagino che il famoso padronato tanto tanto collaborativo e consapevole delle istanze dei subalterni, userebbe questo tipo di organizzazione del lavoro per spremere alcuni e non far semplicemente, lavorare altri.
In sostanza l’idea non sarebbe malvagia in un contesto in cui congiuntura economica positiva da una parte, rispetto per la legalità e per i lavoratori dall’altra, ostilità alla seduzione della cialtroneria da un’altra ancora trionfassero –  ma qui da noi non mi resta che sperare che nessuno salga sulla macchina di Poletti.

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5 pensieri su “Poletti 2

  1. Cara Costanza, come ben dici trovo improponibile l’idea in cui nella realtà( di un’azienda non privata, ma pur sempre azienda) diventa quasi impossibile prendere permessi, si possono solo recuperare le ore se si è sotto, mentre non sono concessi gli straordinari, e il part-time chi ce l’ha( secondo la legge precedente , per cui doveva essere concesso se almeno una certa percentuale dei lavoratori dell’azienda erano a tempo pieno) se lo tiene ben stretto, perché sa che ora è’ a discrezione dell’azienda e quindi non più concesso, o quasi.
    I minuti di ritardo sia in entrata che in pausa mensa non possono più essere recuperati in uscita, poiché hanno eliminato la ” flessibilità”, ostentando questa ” conquista” come una ” gran figata” dei ” piccoli capi”.
    Nell’ ordine di queste cose non capisco se il Poletti non conosca o faccia finta di non conoscere la realtà e quindi accampi idee a muzzo , giusto per sembrare anch’egli figo.

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  2. Non viaggo abitualmente sulla macchina di Poletti, semmai un passaggio per la parte zoccolesca che in me, e questo senza vergogna. Credo che questo simpaticone si esprima male, e non abbia la cultura per tracciare i limiti del conflitto sociale, ma penso anche che abbia riposposto un concetto non nuovo, di cui si è discusso altre volte in passato , e – sorpresa – non proviene dal vetero liberismo (penso che tu intendessi questo invece di liberalismo, che magari ne avessimo di più di liberali, magari non liberisti). proviene da scuole economiche postkeynesiani distamp anglosassone e nordico, ed ha trovato sperimetazioni in Giappone (ma lì la gestione è da samurai, e non la raccomando): Dalle confuse parole di Poletti mi è parso di capire che lui non vuole sstituire la base di calcolo oraria com quella “a risultato”, che pure se ci prova non ci riesce, sennò sarebbe impossibile comporre una busta paga, ma di prevedere nella struttra retributiva una parte (suppongo piccola) che non remuneri il tempo ma lo standard produttivo. Non mi dilungo sul come si può fare,m sennò appallo tutti, ma in questo ci vedrei poco di male, qualche rischio e molte opportunità. Neppure mi sembra cottimo (per quanto vi siano attività in cui qualcosa di simile al cottimo sarebbe più nel’interesse del lavoratore), cosa da evitare, mi sembra una cosa che però introduce criteri distintivi, a parità relativa di mansioni, fra rendimenti buoni e rendimenti mediocri, e su questo il sindacato italiano (che un po’ vetoro lo è, ammettimaolo) si è sempre opposto, perché ci vede non tanto la legge della giungla, quanto l’idea di una concezione egualitaria per la quale nei fatti ha sempre perseguito l’appiattimento retributivo.
    Per frsi un’idea, dovremmo pensare he le caten di montaggio e le linee produttive massificate ad lata intensità di manodopera sono ormai, specie da noi, una rarità, mentre l’ossatura realmente competitive è fatta da medie imprese tendenzialmente innovative (non lo sa quasi nessuno, ma sono molte) dove la qualità del lavoro non è appannaggio delle sole figure dirigenziali, ma in pratica di quasi tutti i dipendenti. Ma anche nelle (poche) entità più grandi, proviamo a chiederci perché alla FIAT il costo del lavoro è leggermnte inferiore a quello dei concorrenti europei, ma i prezzi no, e nemmeno la qualità delle macchine prodotte. Ritardo di progettazione, cattiva strategia,marchionnsimi, tutto quello che si vuole, ma il primato professionale delle ns maestranze, che era vero 40 anni fa, non c’è più, e la produzione si adegua a un livello medio, lo paga poco, e recupera utili limitando fette di mercato che prima erano più ampie, oppure “americanizzandosi”. Dura realtà, ma realtà. . Il post riflette molto un’esperienza e una sensibilità individuale, per questo non è criticcabile per definizione (e poi è scritto così bene), ma la realtà produttiva concreta è diversa da quella che ad esempio, e purtroppo, i nostri giovani sperimentano nei call center (forma di cottimo) o negli stage da precari. E’ molto poco semplificabile. A me è capitato di conoscerla da vicino, e anche di dtrattare questioni sindacali a un certo livello, e la mia esperienza personale mi s8uggerisce che l’idea per cui certi cambiamenti falliscono perché non è il momento, perché c’è la crisi, perché da noi il “padronato” è becero , in realtà finiscono per essere pretesti ideologici, anche se l’intenzione di chi oppone tutto questo è di argomentare sinceramente. Fosse così, non ci sarebbe mai evoluzione, ma non ci sarebbe neanche conflitto, per chi ci tiene. Io non vedo l’impresa come espressione necessaria del Regno del Male, e penso che se si parte da questa ottica si finisce sempre per restare indietro. Cioè stare peggio ed essere più poveri. Una volta, ricordo, stavo chiudendo un contratto di lavoro e gli aumenti retributivi erano stati già concordati.. In chiusura, arriva un’ultimo stopo da parte sindacale. Motivo:: il parametro retributivo di quadri e impiegati direttivi gli sembrava troppo alto. In sostanza, non chiedevano di più per le figure intermedie, le più numerose, chiedevano DI MENO per le figure più elevate. Temevano che una differenza retributiva accentuata “Li schierasse dalla parte dell’azienda e dividesse il campo dei lavoratori”.
    In paesi dove l’etica del lavoro è diversa dalla nostra, li avrebbero ricoverati d’urgenza. Ma da noi è normale.
    Non è una buona normalità. Semmai un’anomalia “politcally correct”
    .

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  3. Bravissima, anche io ho pensato che mi avrebbero fatto diventare la comunista che ero stata per finta e che ora non sono più pe’ davero!!!! Ed è molto bello (e significativo per me, proprio in questo momento della vita) il tuo rievocare le interviste. E’ proprio vero che la qualità del lavoro la fanno tante, tante cose. Perfino una voce che ispira autorevolezza (cose che ricordi a margine del discorso, ma verissime). Mi è piaciuta la Camusso (che non mi rappresenta affatto, per tanti aspetti) che ha detto “basta battute, c’è gente che fatica”. Il capitalismo de noantri, è questo il problema….

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