Post Proust

 

Alle volte mi capita di guardare i bambini con i loro genitori, o anche da soli con altri bambini, e faccio caso a quel paradosso curioso per cui certi gesti belli di cui sono oggetto diventeranno parte del loro corpo, ossa della loro personalità, eppure non ne avranno memoria.
Il modo di quella madre di chiudere il cappottino alla figlia – la sua brusca precisione.
Quel padre che arriva sull’orlo della pazienza davanti a tre bambini piccoli due dei quali sono suoi e si vede che sta per urlare e non lo fa. I riti dei figli degli amici, dei nipoti, quelle quotidianità altrui che sono un po’ nostre e sfioriamo per un momento. E ci fanno capire delle cose, anche non sempre belle, del futuro altrui che si dipana.

Si diventa vecchi e il passato diventa remoto, l’imperfetto magico. L’infanzia è un’isola che si da per scontata e che se ti giri a cercarla è già persa nella nebbia.Che cosa vi ricordate? Ci sono cose belle che siete riusciti a trattenere? Cose molto antiche?
Non sono tremendamente poche?

  1. A Livorno i miei nonni avevano una casa con i pavimenti di graniglia lucida. C’era un cane vecchio e tremante le cui unghie scivolavano faticosamente. Il cane era un barboncino grande, con tanti ricci. Ed è stata la mia prima esperienza con la tenacia e la devozione. C’era una cucina grandissima. Mia nonna mi comprava un formaggio in crema dover, che vendevano in un bicchiere e che io amavo molto. Mia nonna invece amava i bicchieri del dover e ci riempiva la credenza. Avevo due o tre anni. La cucina era in formica rosa – oggi la troveremmo orribile. Io la trovavo enorme. La ricordo in una prospettiva dal basso, e il tavolo che torreggiava come se io fossi un gatto, e anche le sedie le ricordo molto grandi.
  2. A Livorno in macchina capitava che la nonna guidasse e il nonno si trasformasse e diventasse incredibilmente aggressivo e rabbioso – la nonna faceva delle manovre che lui considerava con uno scandalo più etico che pragmatico. Non sbraitare! si difendeva la nonna! Ed era uno scenario che mi metteva in grande imbarazzo. Tuttavia, i bambini capiscono ogni cosa e anche in quel frangente era chiaro il gioco di forze. Mia nonna era la regina, la divina, l’amata. La bellissima intelligentissima e non esattamente buonissima. La macchina era una delle poche aree di riscatto – di cui lei si rendeva conto con paziente supponenza.
  3. Mia nonna che nel tinello mi dice una cosa come. Io voglio bene a te, a tua sorella, a tua madre, e al nonno. Basta. (Era una cosa tremenda da dire, lo capii anche allora, ma l’ho adorata. Non ho una rosa così ristretta di amati – tuttavia ho fatto mia quella lucidità emotiva, quella cattiva onestà, quella franca ostilità alla retorica dell’affetto.)
  4. Sempre con mia nonna pomeriggi sterminati a fare il gioco delle fate. Il gioco delle fate era una sorta di gioco di ruolo ove c’erano appunto diverse fate che noi impersonavano e che credo avessero nell’ordine molti problemi di relazione e di vestiti. (Temi che qualche maligno potrebbe dire – mi sono rimasti cari) Mia nonna soffriva di insonnia per cui ogni tanto interrompeva per dirmi, fammi dormire cinque minuti. E ricordo che si addormentava, passavano un po’ di minuti in cui io aspettavo seduta e zitta poi si svegliava e si ricominciava il gioco delle fate.
  5. Io in braccio a mia madre ma anche a mio padre loro che mi chiedono quanto vuoi bene a mamma, e poi a papà di quantificare con l’ampiezza delle braccia, e io che cerco di mettere insieme logica e rispetto dei sentimenti altrui, oltre che questioni matematiche, così no così un po’ di più un po’ di meno. Ma sulle ginocchia dei genitori, mi sentivo molto importante.
  6. La sensazione della promessa tradita. Ti porto li te lo prometto e invece no.
  7. Un vestito rosa a fiori appeso alla maniglia della mia camera. E’ un ricordo vecchissimo, una cosa dei primissimi anni, a posteriori la prima materializzazione della vanità. Il vestito brillava di un’eleganza discreta – era rosa antico, con dei fiorellini piccoli neri.
  8. Mia madre e mia sorella che mi facevano il solletico da piccolissima e non smettevano credendo che mi divertissi, non capendo che invece dovevano fermarsi ed è in tutta onestà un bruttissimo ricordo – anche se sono sicura non vi era alcuna cattiva intenzione anzi al contrario, il divertimento dovuto al credere di far divertire, e la difficoltà di mia madre di capire la mente dell’altro. Non fate a lungo il solletico ai vostri bambini, violate dei confini, li costringete a sfidare qualcosa di fisico che non possono però dimostrare di non poter tollerare.
  9. Le mattine sul ponte per andare a scuola con mio padre, il freddo sulla pelle della faccia. Mio padre mi raccontava delle storie complicatissime quando mi accompagnava a scuola e in particolare c’era questo personaggio Johanna, credo summa di tutte le aspettative erotiche di mio padre, che era bellissima, ma molto molto capace con il karatè, e quando arrivavano i cattivi sulla nave lei con una piccola mossa di karate li stendeva tutti. La mossa di karate arrivava sempre sul ponte. Mio padre faceva un gesto complicatissimo con la mano, una strana rotazione che partiva dal basso e che gli costava un certo impegno, “ e allora Johanna Sebastian Dick faceva tzik! “ e tsik era questo gesto magico che avrebbe steso con la grazia dell’economia minimalista decine di nemici.
  10. Gli occhi malati della vecchissima gatta immobile sul termosifone.

    (Potrei continuare con cose più belle e molto meno belle. E’ tranquillizzante)

 

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5 pensieri su “Post Proust

  1. Molto bello e anche molto invitante. Ci provo anch’io a ricordare.

    Nel mio primissimo ricordo troneggio, seduta su di un vasino, in mezzo al cortile sommerso di laterizi e faccio la cacca e forse gioco anche,con lo stesso materiale che ho prodotto, dimenticata in quel frangente dagli adulti impegnati nel lavoro.

    Sento il profumo della cucina della Lea, la mia vicina. Mi tiene in braccio e vedo i fiorellini del suo grembiule, fitti fitti e colorati, la superficie che ricoprono è rotonda perché Lea ha una bella pancia prominente sotto la stoffa. Ascolto la sua voce che mi racconta fiabe, storie truculente e piene di misteri in cui il sangue, l’odio e l’amore si mescolano per darla vinta ai buoni, dopo lunghe ed estenuanti lotte e dolori.

    Il crepitio del fuoco nel camino mi porta in montagna, vicino a me c’è il nonno che fuma la pipa e parla in dialetto e mi recita la “Flepa” di cui non ricordo una parola ma soltanto la cadenza, il ritmo e la ripetitività delle rime che scandiscono un tempo caldo, lento e piacevole.

    Sono a scuola. Mi vedo piccola nell’enorme banco di legno nero, ci sono due calamai pieni d’inchiostro pure nero, ed io indosso un grembiule nero anche lui, ma un poco smunto a causa dei troppi lavaggi. il colletto con il fiocco blu mi va sempre storto e mi sento in disordine e fuori posto. Cerco con gli occhi, lo sguardo amico di Paola, ma lei non c’è più. Da due giorni l’hanno trasferita in classe differenziale perché non sa contare bene e fatica a leggere. Mi sento molto sola senza di lei e sono arrabbiata con la maestra che le ha fatto fare quella scena in classe e togliere pure le calze per contare anche le dita dei piedi perché non riusciva ad arrivare a venti. Sono molto triste e vorrei andarmene presto a casa a giocare con Paola, con le nostre bambole preferite.

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  2. Il calore nell’essere sollevata e portata in braccio a casa da mio padre quando i miei si attardavano a casa d’amici e dicevano “Ora dormi. Ma se non vuoi restare qui, non ti preoccupare. Ti prendiamo quando andiamo via, a qualunque ora”. Promessa sempre mantenuta. Mia cugina (e mia coetanea) e io che giochiamo sotto il tavolo della casa dei nonni paterni, con tutto il famiglione e affini riunito e la possibilità di riceve risposte a tutte le domande. La voce di mia madre che parla con la sua amica con cui ci porta al mare – a giorni alterna – e cerca scuse per non andare. Poi ride e si va. Le favole lette prima di dormire, da mia madre e – quando avevo imparato a leggere – la scoperta di quanto ci aveva messo del suo. La nascita di mia sorella. Il corpo piccolissimo e il timore di “romperla” come si rompevano le mie bambole. Mia nonna materna che mi insegna a riconoscere le erbe dei campi e rispetta il mio desiderio di non voler usare né uncinetto, né ferri, né attrezzi da ricamo. Mia nonna paterna – affabulatrice – che racconta storie di famiglia complicate mescolando i suoi parenti a Robespierre, Giovanna D’Arco e la Rivoluzione francese. Il nonno materno che mi porta in vespone a fare merenda sotto i rami di un nocciolo. L’allegria sfrenata dei giochi fisici – la lotta, le capriole, nuotare, la corsa – con gli zii. I miei che si baciano sempre prima di cena. Mia madre che prepara la colazione semi-addormentata. Il bacio quando ti sbucci le ginocchia o cadi rovinosamente dalla prima bicicletta a quattro ruote. Le canzoni in macchina. Sempre mia cugina ed io che ce le diamo di santa ragione per futili motivi finché non formiamo un blocco unico, omertoso e sodale contro l’adulto di turno che interviene e ci sgrida.
    Le visite ai musei e alle chiese la domenica mattina e la tappa al bar per il maritozzo con la panna. I cortei del primo maggio sulle spalle di mio padre. Mia madre che risponde (avevo due anni) alle domande “difficili”: come nascono i bambini? Ma come entrano? E come siamo fatti. E… E…
    Le lunghissime vacanze estive a casa dei nonni in Toscana. La libertà di entrare e uscire di casa come in città non era possibile. Mio nonno che compra un camion di terra per farmici giocare. E il papà della mia amica che costruisce una casetta sull’albero da cui, la sera, devono tirarci giù con lusinghe. Di ricordi brutti non ne ho. Forse li ho rimossi, ma non lo credo.

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  3. Coltivo da sempre i miei ricordi come piante uniche e rare. Quando ero più giovane passavo ore a ripassarmeli in silenzio per verificare che fossero ancora tutti lì. Era un pò che non mi capitava di farlo… grazie peraver sollecitato questo esercizio!
    Ho ricordi molto antichi. Il mio primo ricordo è suono e odore. Il tubare delle colombe annidate su un albero di mimosa di fronte alla finestra della prima casa in cui ho abitato. E il profumo dei fiori di mimosa.
    Avevo pochi mesi. Sono nata a gennaio, le mimose fioriscono a marzo.
    E’ certo che il ricordo appartenga a quell’anno perchè cambiammo casa quell’autunno stesso e non c’erano colombe o mimose nella casa successiva.

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