Fecondazione e techne: un primo articolo.

Premessa

  1. Una sera a cena, una mia cara amica mi chiede un post psichico sulle nuove forme di genitorialità. Sua figlia, single, è ricorsa a un donatore per avere un figlio e ora è madre di un bellissimo bambino. Io accetto e la ringrazio della fiducia, ma in cuor mio sono spiazzata. Ho tante perplessità su questo tipo di assetti familiari!
  2. Un pomeriggio, via Facebook un mio collega mi chiede di discutere con lui sulla fecondazione assistita, e su queste madri che egoistissime! Vogliono fare i figli da sole! Ne viene una discussione molto bella – in cui io per molti aspetti, mi ritrovo a difendere le madri egoistissime.
  3. Persone in gamba, nelle stanze della casa delle donne, discutono del problema della surrogacy, lo fanno da tanto tempo e io ci vengo in contatto solo ora. Sono dentro a un dibattito internazionale che dura da molti anni e che si confronta con tante complicazioni, di ordine etico, economico, politico e naturalmente psicologico. Raccontano per esempio di femminismi indiani – dove giovani donne si oppongono a che il proprio utero ospiti l’ovulo di donne ucraine per generare bianchi bambini da vendere all’occidente. Di intrecci tra titolarità del corpo e determinazioni di classe. Il problema di dove cominciare. Di madri californiane che vendono un figlio in grembo e cambiano idea quando lo vedono.
  4. Esce fresco come una rosa, ma grossolano e quindi fondamentalmente inutile un appello di SNOQ, – una raccolta firme contro la surrogacy. La semplicità dell’appello, l’indicativo con cui si chiede che i signori di tutto il globo terraqueo fermino la surrogacy è un autogol clamoroso agli stessi obbiettivi che si prefigge. La grossolanità provoca due effetti: quello di radicalizzare le posizioni di chi era invece favorevole alla surrogacy e l’irritazione di chi invece è contrario. Eludendo le complicazioni bioetiche che sono nel cuore di ognuno mette gli interlocutori sulla difensiva.

 

Non siamo mai stati tutti buoni, previdenti, altruisti e molto seri nel fare i nostri bambini. Abbiamo fatto bambini quando eravamo a nostra volta bambine di dodici anni o quindici, li abbiamo fatti e poi ci siamo pentiti e l’abbiamo regalati alla zia zitella, li abbiamo lasciati in cassette della frutta al freddo, li abbiamo fatti è uccisi perché avevano un’aria malaticcia e allora tanto vale, spesso li abbiamo ammazzati invece perché femmine e che ci fai con le femmine se per giunta fanno altre femmine, li abbiamo anche venduti nuovi nuovi di zecca, abbiamo cercato puttane con i fianchi larghi perché fossero ospitali, e marinai col cazzo lungo che vai sul sicuro. Abbiamo lasciato interi plotoni di bambini crescere intorno alle gonne di donne sole, coi padri sequestrati quella volta dalla guerra, quell’altra dai mercati sul mare, quell’altra dall’industria, e tante altre ancora semplicemente dal vino del bar, o da una sequenza di scopate magari con un altro uomo. Alle spalle abbiamo un mondo di bambini cresciuti come funghi, come erba gramigna nei giardini dei signori. Non di rado questi bambini sarebbero diventati omicidi, gatti selvatici, cani abbandonati e cani arrabbiati, alcolisti o bestie inermi e adatte a niente e finchè le donne non contavano e ce ne erano a iosa di questi bambini come erba di campo – ce ne siamo sempre allegramente fottuti.

Quando la techne è arrivata negli ingranaggi del concepimento, c’erano già state diverse rivoluzioni copernicane, almeno nel mondo di noantri. I bambini hanno smesso di essere erba gramigna e sono diventate piante coltivate, da concimare e curare con i migliori prodotti, le madri avevano guadagnato posizioni dalle retrovie delle cucine fino agli avamposti delle cene in salotto e incredibile, dei posti di lavoro – e addirittura si cominciava a disgiungere la funzione materna dalla madre, con tutta una selva di nuovi delegati: padri capaci di essere materni, zie diventate di fondamentale importanza, una nuova rilevanza alla contestualità. La psicologia evolutiva, e la nascita di una psicoterapia specializzata nelle prime fasi della vita, poteva essere anche interpretata come nuova funzione dello sguardo capitalistico che deve proteggere al massimo e anzi rendere più produttivo il suo nuovo investimento: l’infanzia.

I bambini felici di oggi, sono i cittadini capaci di domani.Quante cose brutte facevamo alla nostra eredità in quei tempi selvaggi di stupri alle madri e frustate ai minori! Che cosa cattiva era la nostra natura – dobbiamo assolutamente redimerci.

L’ingresso della techne negli ingranaggi del concepimento – ne dilata i tempi in maniera imprevista e permette una sorveglianza sulle motivazioni degli attori ai nostri avi assolutamente sconosciuta. Gli ovuli si congelano, si impiantano in altri uteri, i semi oppure si inseminano altrove e nell’utero ritornano, si fa a tempo a indagare motivazione e desideri, l’egoismo umano risplende come un lucido ventaglio come mai prima d’ora, rivelando anche impudiche verità che noi non avevamo mai avuto modo di dire a noi stessi. La nuova techne dell’informazione arricchisce la questione ed è subito, intervista, inchiesta indagine. La donna che prende soldi per farsi ingravidare, l’uomo che con i soldi si compra l’immortalità. Chi ha il potere e chi non ce l’ha. Cosa si fa con questo potere? E di nuovo i bambini in mezzo, di nuovo a pagar le conseguenze di ciò che non scelgono.
Non è cambiato niente. Siamo i soliti stronzi. Solo che l’ingresso della techne nel concepimento permette a diverse nuove agenzie di avere un’opinione dirimente sulle scelte di chi concepisce e apre un piccolo spicchio di catarsi: controlliamo! Ostacoliamo! Ma siccome il potere dirimente sta sempre dalla parte dei quattrini, gira che ti rigira facciamo fatica a smettere di essere i soliti stronzi. La coppia bianca che vuole il bambino e non riesce a farselo da se, l’otterrà usando altri corpi. La nevrosi in qualche caso, il bisogno di sfamare altre bocche in molti molti altri farà, usare ad altre donne il proprio corpo.

Non si può fare proprio niente?
Non si deve fare proprio niente?
Da un altro punto di vista, non possiamo illuderci di avere una verginità etica e psicologica, e sperare di non aver compiuto uno strada sulla valorizzazione della qualità di vita che è – per tanti versi grazie al cielo – senza ritorno, ma sulla quale diverse culture occupano posizioni ancora diverse: qui i bambini sono sacri, altrove hanno un fucile in mano. Qui le donne hanno un valore sociale vicino agli uomini altrove affogano in un nulla disprezzato. Ma qui dove stiamo noi nessuno avrebbe voglia di tornare indietro e di rinunciare a quegli strumenti che servono a mantenere la dignità esistenziale della posizione ottenuta e dunque tutti i saperi e le riflessioni che sono le colonne di quella posizione esistenziale, le sicurezze le garanzie e le risorse. Dopo illuminismo, sessantotto, lotte operaie, cancellazione della pena di morte, femminismo, legge sull’aborto e sul divorzio, istituzione di un servizio sanitario pubblico, vaccinazione, e scuola pubblica, servizi sociali che monitorano la qualità della genitorialità e intervengono dove è possibile – dopo cioè questa immane e sacrosanta istituzione di una dignità alla qualità di vita, non si può fare spallucce nel calcolo delle conseguenze del nostro pur innato egoismo.
Se prima si scopavano le sartine e poi si andava a fare i signori lasciando i bastardi in giro alla vita che veniva senza farci caso, ora dobbiamo per lo meno contenerci. Se prima la madre di cinque figli arrivata al sesto diceva, che palle questo non lo voglio, lo do’ a mia sorella – questo ora non lo possiamo fare più almeno non con la stessa leggerezza. Anche se prima si stuprava e ci si teneva il bimbo ora non si può mica usare il corpo altrui con la stessa improntitudine di allora. Abbiamo conquistato delle cose che sono importanti da sapere. Quindi forse, dovremmo regolamentare l’ingresso della techne nel nostro desiderio.

Ora io posso parlare per ciò che mi compete ossia, quel secolo di psicologia dinamica ed evolutiva che ora è diventato pervasivo nelle nostre prassi e nei nostri linguaggi. Questo complesso sapere può dare diverse sofisticate indicazioni sulle nuove famiglie che si strutturano con le nuove forme di fecondazione garantite dalla techne e che qui riuscirò soltanto ad accennare anche rifacendomi a quello che si osserva nell’ambito dell’adozione – la contestualità di vita su cui abbiamo esperienza che più aiuta a capire quello che può accadere con fecondazioni che avvengono in maniera eterodossa.

Abbiamo per esempio una certezza – che mette insieme studi di psicologia evolutiva anche precoce, e osservazione di bambini adottati: siccome i bambini quando sono ancora nella pancia instaurano una relazione molto intensa con la madre, con il suo ventre (l’udito del bambino si struttura, per dirne una, intorno al quinto mese di gestazione e i primi suoni che udirà saranno del corpo e della voce della gestante. Di li a poco si formerà l’olfatto. Gli occhi invece – quelli che contano di più per la nostra civiltà super – razionale si formeranno definitivamente qualche settimana dopo il parto) Quindi, la separazione del bambino da chi lo concepisce è INVARIABILMENTE un grave trauma. Un canovaccio di sventura, una calamita di profezie della separazione dolorosa. Per questo sempre di più si testano le capacità della coppia adottiva nell’accudire un piccolo e le psicodinamiche che le caratterizzano, perché una coppia adottiva deve essere capace di sanare quella ferita originaria quindi con un arsenale di risorse in più. Quindi quando la techne introduce la fecondazione eterologa sarebbe ideale quanto meno rendersi conto che non diversamente dall’adozione questo bambino andrà in contro a una frattura: l’innaturale frattura col materno che l’ha concepito.

Dopo di che c’è anche la narrazione di quella frattura che è un’altra questione contundente: se non detta diventa incredibilmente pericolosa   – i non detti in età infantile sull’origine sono dei terribili detonatori di patologie gravi, fino al campo psicotico – ma se detta è comunque alla base di una grande sofferenza: la madre che non ti tiene perché non gli interessi, la madre che non ti tiene perché le facevano comodo dei soldi. Alla mente infantile non importa che sta a disagio, che ha altre bocche da sfamare, perché davvero nessuno di noi sente di valere un prezzo definito.

E ci sarebbe naturalmente anche da riflette in termini psicodinamici non proprio tranquillizzanti molto sulle donne e gli uomini che decidono di dare il proprio corpo o seme per un bambino che non terranno che sulle coppie o single che si organizzano in queste vie alternative per avere un figlio. Però qui l’argomento si fa eticamente accidentato almeno per il mio modo personale di vedere le cose. I minori hanno diritto a vedersi protetti dall’emergere di una patologia e di un torto che sembra arrivare prima di loro, ma io per parte mia anche se posso avere delle perplessità sulla salute psichica di chi compie certi gesti, e posso pensare che il farli possa anche peggiorarla, non credo di avere il diritto di usare quelle perplessità per chiedere un intervento sul piano giuridico – e come ho sempre pensato che tutti anche le persone oggettivamente peggiori e inadeguate hanno diritto di riprodursi, non posso fare a meno di credere che sul piano giuridico certe scelte non debbano essere tout court impedite.

Posso però ragionare sugli strumenti che il campo psicologico può offrire per una riduzione del danno. E questi strumenti viaggiano su diversi binari.
Il primo riguarda una sorta di riconoscimento del limite e delle priorità. Io non credo quindi che chiedere di proibire la surrogacy sia davvero eticamente praticabile e praticamente possibile, ma penso che sia sacrosanto per esempio introdurre la norma per cui fino all’ultimo fino alla nascita e un pochino oltre la gestante possa cambiare idea. Trovo di una violenza inaudita quella separazione tra madre e bambino e ritengo che la negazione di quella relazione sia un grave problema del nostro atteggiamento bioetico. E quindi se da una parte non trovo corretto anteporre la mia idea di meglio a quella che una donna ha per se e per il suo corpo, e se da una parte la coerenza con la lunga storia della nostra sostanziale cattiveria di specie ci impedisce a proteggere i bambini fino a questo punto, trovo però imprescindibile che, proprio nel momento in cui quella relazione vitale si forma, che abbia una finestra di salvezza aperta fino all’ultimo.
Una madre deve potersi tenere il suo bambino.

 

In secondo luogo la processualità della surrogacy dovrebbe poter contare su un contesto specializzato che aiuti a elaborare le tappe simboliche al fine di eliminare dal campo eventuali non detti che diventino molto pericolosi. Come per l’adozione, in questo paradossalmente le coppie eterosessuali hanno maggiori necessità delle coppie omosessuali perché il vissuto di sterilità ha connotazioni di sofferenza e sanzione interna ben maggiori che per le altre – per le quali la mancata procreazione normale è un fatto logicamente conseguenziale della loro posizione esistenziale. Il figlio della coppia omosessuale avrà addosso meno formazioni fantasmatiche sinistre, meno questioni da riscattare, meno fallimenti da obnubilare – essendo semplicemente il figlio di una coppia che voleva un bambino e che se avesse avuto altri gusti sessuali avrebbe tranquillamente potuto avere. Invece, intorno all’eterologa e alla surrogacy per la coppia eterosessuale possono agitarsi fantasmi pericolosi, problemi di vario ordine e grado, che poi potrebbero trovare un capro espiatorio simbolico persecutorio e quindi pericolosissimo nell’oggetto estraneo il seme paterno che viene da lontano, la parte genetica che non si conosce, l’ovulo di un mondo segreto e magari disprerezzato. Oggetti su cui si potrebbero incrostare questioni pregresse dell’infanzia e dell’esperienza di figli dei genitori che ora fanno un figlio.

 

Queste sono le riflessioni, mi rendo conto insufficienti che mi vengono in mente intorno a questa complicata vicenda. Non sono esaustive e servono anzi per avviare un dibattito magari un po’ più sofisticato e attento alle tante variabili. Da cui magari potrebbe emergere un secondo post.

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8 pensieri su “Fecondazione e techne: un primo articolo.

  1. è un bel post, di cui condivido soprattutto la perplessità su eventuali norme repressive.
    poi mi viene un pensiero sul concetto di madre, che giuro non so se sono convinta che basti una gravidanza per farne una. né psichicamente né giuridicamente, intendo, in caso di surrogacy completa. non più, non da quando esistono le analisi del dna.
    siamo davanti a sfide etiche non da poco, le cui avvisaglie ci son state coi primi casi di figli di eterologa disconosciuti, dal padre (con successo, ahimé) dopo un divorzio, cosa di cui si parla poco ma secondo me rientra nella stessa voragine psichica, tra cose fatte ma non capite e elaborate a sufficienza.
    non so davvero.
    dalla mia posizione di donna etero che non ha avuto problemi a riprodursi non posso sapere. credo, a pelle, che non sarei ricorsa a tecniche disperate per avere un figlio. ma credo anche che se avessi avuto una sorella che ne avesse necessità, credo, forse, ma non sono sicura, che il mio utero glielo avrei prestato. con gioia. e senza sentirmici madre.
    ma forse sono io.

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  2. Molto interessante. Mi sono riprodotta senza problemi, e amo pensare che di sicuro mai e poi mai mi sarei affidata alla surrogazione, ma è poi vero? Davvero non allungherei una mancetta alla pezzente di turno per avere un bambino tutto mio? Fai un esauriente elenco dei problemi, che sono tanti e diversi ma dipendono in gran parte dal fatto che tutto si può comprare, tutto ha un prezzo, e se si può fare, perché no? Così in linea di principio sono contraria alla surrogazione a pagamento, ma intanto che aspetto in riva al fiume che passi il cadavere del capitalismo davvero posso dire che è giusto impedire a chiunque di dare del suo per sopravvivere? Ho solo domande su questo argomento.

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  3. Grazie, molto utile per rapportare una riflessione etica alle persone reali. Ma proprio questo apre una serie di domande. Credo che non tutte le surrogacy presentino lo stesso peso fantasmatico. Per una madre sapere che il figlio non portato in grembo è geneticamente suo, penso generi un sentimento di fondo diverso da quello che comporta sapere che lei è solo la mamma facente fuzione del figlio biologico del compagno o marito. Trovo che sia un’assimetria potenzialmente preoccupante, per le ragioni che dici tu, diversa dagli scenari d’adozione, dove tutti i due genitori non sono biologici.
    A proposito: trovo un po’ miope vedere in chi non se la sente di adottare, o vuole semplicemente un figlio suo, solo un esempio di egoismo, narcisismo ecc. Perché ci possono essere preoccupazioni vuoi sul patrimonio genetico di quel bambino vuoi sulla possibilità di riemarginare q.b. i traumi, le privazioni e le sofferenze che ha subito (e vai a capire come s’intersecano), che non mi sembrano illegittime.
    Sono d’accordissimo che questi nuovi genitori e figli in ogni caso andrebbero aiutati e assistiti.
    Ho invece diverse perplessità sull’idea che il conflitto tra la madre che gestisce e la madre che alleva si risolva lasciando alla prima un certo tempo per scegliere se vuole tenersi il bambino. Mi sembra uno scenario non dissimile dal giudizio di Re Salomone, una forzatura non priva di violenza, anche per la donna che forse sconterà pesantemente il prevalere dell’istinto (o dell’attaccamento) sul contratto. Trovo ciò nonostante che sia un clausola opportuna, ma forse ci sarebbero modi migliori, per tutti, di evitare questo “ora o mai più”. Modi perché quella donna possa avere un nome e un ruolo almeno simbolicamente rilevante nella vita del bambino, meglio ancora se reale.
    Perché, sono d’accordo, il soggetto più esposto è il bambino. Esposto ai fantasmi del fallimento e della sterilità di cui dici, al sapersi (o non sapersi che forse è peggio) una vita per cui c’è stata Mastercard, ma sono cose a cui volendo, non nascondendo, portando invece consapevolezza, si può mettere una pezza.
    Mi stupisce un po’ che nel tuo elenco di come in tempi non lontani sono nati e cresciuti i bambini, manca un accenno alla balia, quella a cui venivano affidati i figli delle classi più agiate sin dalla nascita. È capitato anche a me, in modo meno drastico di quest’umanità che alla signora madre diceva giusto buon giorno e buona sera: madre resa quasi sterile da Auschwitz, vent’anni e tutte la tecnica possibile all’epoca per portare a buon fine una gravidanza, dieci aborti, nel frattempo anche battaglie con l’istituto per le riparazioni che, nonostante gli attestati medici, si rifiutava di riconoscere quella sterilità come frutto della persecuzione, denutrizione estrema ecc. Così, quando alla fine di una gravidanza immobile, supersorvegliata e medicalizzata, nasce finalmente una bambina sana, mia madre era esausta. Ha preso in casa un’infermiera specializzata che mi allattava con il biberon e dopo tre mesi l’ha cambiata per un’altra, perché quella le sembrava troppo nazi. Naturalmente quella madre di cui avevo sentito la voce in utero non è scomparsa, e a modo loro, un modo molto imperfetto, tutte le persone che si sono dedicate alla mia cura mi hanno voluto bene. Questo per dire che la portata dei traumi può essere ridimensionata.

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  4. Ottimo il punto di vista che nessun altro ha considerato. I genitori ed i figli dell”utero in affitto” andrebbero seguiti, come le famiglie che decidono per l’adozione. Perché è vero che diverso e’ essere allevati, seppur voluti e desiderati ed amati, da una madre che non ti ha generato , ma soprattutto accettare e metabolizzare che la madre ” che ti ha generato non ti ha voluto”( nella mente del bambino). Credo sia fondamentale.
    Detto questo resto per la ” naturalità” delle cose, nella vita e nella morte, ma è opinione personale, naturalmente, che non vuol togliere ad altri la libertà di agire diversamente….

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  5. “la separazione del bambino da chi lo concepisce è INVARIABILMENTE un grave trauma. Un canovaccio di sventura, una calamita di profezie della separazione dolorosa. ” Ma è proprio un trauma biologicamente, anche se per dire uno non venisse mai a saperlo (per dire bambini scambiati alla nascita ecc.)? E quando invece lo vieni a sapere (com’è d’uopo nell’adozione e nella surrogacy) in che misura la traumaticità varia al variare della storia di questa separazione? Cioè, nel caso dell’adozione, c’è all’origine di tutto una madre che in qualche modo ti rifiuta e ti abbandona, o ti viene portata via da qualche sventura, quindi una cosa ultranegativa, di sottrazione e di perdita; nella a surrogacy invece, alla tua origine ci sono due persone che ti volevano molltissimo ma non potevano, più una donna che (prescindendo per un momento dalla questione di un eventuale compenso) fa un atto di accoglienza, prendendo nella sua pancia il loro desiderio e magari i gameti ancora di altri ancora, in modo che tu potessi venire al mondo, insomma ci sono solo attitudini positive verso di te…

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  6. sul punto 4, cioè sull’appello di SNOQ, appello che ho riletto, non capisco dove stia la grossolanità.
    Quanto poi alla semplicità e all’indicativo con cui si chiede, mi pare che sia tipico degli appelli, che per loro natura devono essere sintetici dunque semplici.
    Ma di grossolano io non vedo niente, e per quanto questo movimento, fin dalla sua nascita, mi abbia spesso fatto venire l’orticaria per quel tipo di moralismo che, ad esempio, a suo tempo fece dire «Tu Ruby, io lavoro», qui l’argomento è un altro e personalmente mi trovo molto d’accordo con chi ha pensato l’appello e ha trovato la giusta maniera di scriverlo.
    Sono soprattutto d’accordo con chi ha anche precisato che “A volte si ha paura di dire quello che si pensa per non essere bollati come razzisti, omofobi, islamofobi e chi più ne ha più ne metta. Personalmente giudico pericolosa la dittatura del politically correct».

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  7. Sulla surrogacy sono d’accordo con Rita, e mi basta leggere ciò a cui accenni su ciò che succede in paesi molto poveri per farmi apparire l’appello di SNOQ semplicemente sacrosanto. E’ ovviamente l’opinione di una persona che su questo tema e altri non sa molto di più della donna della strada, ma ho opinioni altrettanto “della strada” su cose come la pena di morte e la liberalizzazione del commercio delle armi. Per esempio su quest’ultimo tema gli antiproibizionisti sostengono che non è la pistola a fare la strage ma la mano che la impugna. O forse diranno cose più intelligenti, oppure la stessa cosa ma in modo più intelligente, per farla sembrare intelligente. Dicono anche che in un mondo dove il mercato è completamente libero certe cose brutte, tipo le gravi forme di sperequazione sociale, non ci sarebbero. Io non penso sempre così, credo che generalizzare questo atteggiamento mentale sia ragionare in modo molto astratto e utopistico. Diciamo piuttosto che nessuna legge proibizionista riuscirà a impedire l’orrore di una donna povera costretta a vendere la propria capacità di generare. Ma non basta per consentirlo. Sarà presunzione, la mia, ma francamente non credo che una donna possa affrontare una gravidanza, con tutto ciò che significa, da tutti i punti di vista, semplicemente per generosità. Credo che una motivazione così lineare e così limpida sarebbe reale solo in casi rari ed eccezionali, e non posso consentire una pratica solo perché ci sono delle rare eccezioni. Sarebbe come consentire la vendita di mitragliette perché esistono persone con un autocontrollo totale, che sparano come un cecchino e hanno l’equilibrio di un saggio zen, pacifista e nonviolento.

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  8. La cosa che più mi sconcerta nell’uso delle varie tecnologie di fecondazione è che constatare che il desiderio di genitorialità dell’adulto soverchia completamente e precocemente il diritto del bambino a conoscere e riconoscere le proprie origini. Una moderna forma di abuso in cui gli adulti sono -come in passato- talmente occupati da se stessi e dal nascondersi al grande dolore di non poter procreare, da fingere che la questione non esista. Che la questione invece esiste temo lo si scoprirà sia in termini psicologici (da te ben anticipati) che legali (mi vengono in mente circostanze legate alla salute in cui il legislatore dovrà imporre l’obbligo per i genitori di rivelare al figlio le proprie origini) solo nelle prossime generazioni, quando i numeri diventeranno abbastanza consistenti da delineare anche quantitativamente le criticità.
    Questa mia opinione -saldamente radicata nelle mie origini professionali di psicologa e nella mia professione attuale in difesa dei diritti dei minori- non mi impedisce però di provare profonda empatia e comprensione per tutte quelle coppie che per diversi motivi non possono o non riescono a riprodursi. E tuttavia sono convinta che occorra fare un profondo lavoro su se stessi per accettare in maniera adulta e responsabile questo dolore tenendo in considerazione innanzitutto il bene e la tutela di coloro che ci ostiniamo a voler mettere al mondo. Riconosco che questa operazione non è affatto facile e che la società non offre grandi sostegni a queste coppie (ne faccio parte anche io anche se probabilmente con non con vissuti di estrema sofferenza), ma sono comunque convinta che in alcune decisioni le considerazioni sull’affettività e sui diritti dei futuri figli debbano prevalere su quelle di noi aspiranti genitori.

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